LO STEMMA DEL PALAZZO BASILE DI FRANCAVILLA FONTANA: UN CURIOSO CASO DI ARMA PARLANTE

di Marcello Semeraro

PREMESSA

Uno degli aspetti più interessanti ricavabili dallo studio del blasone delle famiglie storiche francavillesi – notabili o nobili che siano, il confine spesso è molto labile – è lo stretto rapporto che intercorre fra araldica e antroponimia. Ci riferiamo, in particolare, a quella tipologia di armi che recano una o più figure che richiamano il nome del titolare e che gli araldisti chiamano, non a caso, parlanti. Classificarle non è facile. Grossomodo si può dire che la relazione che si stabilisce tra le figure dello scudo e il cognome può essere di tipo diretto (armi parlanti dirette), allusivo (armi parlanti allusive), oppure può articolarsi su un gioco di parole (armi parlanti per gioco di parole). Considerate dagli araldisti dell’Ancien Régime meno nobili e meno antiche, queste armi esistono in realtà sin dalla nascita dell’araldica e furono adoperate da dinastie di grande importanza.

Basti pensare ai sovrani di Castiglia e León, che a partire dalla seconda metà del XII portarono uno scudo raffigurante un castello e un leone, ai conti di Bar, che innalzarono due branzini (bar) addossanti, oppure, per restare in ambito italiano, ai Colonna (una colonna), ai Della Rovere (una rovere), ai Della Scala (una scala), ecc. L’indice di frequenza di questa categoria di armi è molto elevato, sia nell’araldica gentilizia che in quella civica. Si calcola che circa un 20% di armi medievali siano qualificabili come parlanti. Ma questa percentuale è destinata a crescere alla fine del Medioevo e in epoca moderna, grazie soprattutto alla diffusione che esse ebbero fra i non nobili e fra le comunità. D’altra parte, se ci pensiamo bene, l’impiego di figure parlanti è il procedimento più semplice per crearsi uno stemma.

Ma veniamo all’araldica francavillese – i cui usi, è bene ricordalo, si iscrivono nel più ampio quadro dell’araldica del Regno di Napoli – e al suo rapporto con l’antroponimia familiare. Dallo studio degli esemplari araldici di cui è disseminato il centro storico francavillese emerge chiaramente che le famiglie nobili e notabili che fecero uso di armi parlanti adoperarono varie formule per rappresentare la relazione fra le figure dello scudo e il nomen gentilizio. Manca lo spazio per approfondire la questione. In questa sede ci limitiamo a dire che il rapporto fra il significante (la figura) e il significato (il cognome) può costruirsi su una o più figure associate fra loro e svilupparsi in modo diretto (un cane per i Caniglia, ad esempio), allusivo (come nello stemma dei Carissimo, raffigurante un cuore sormontato da tre stelle) o attraverso un gioco di parole, come nel caso dello stemma oggetto di questo studio. Si tratta, comunque, di un corpus molto interessante di stemmi che ci auguriamo divenga oggetto di uno studio organico che sia in grado di offrire una visione d’insieme del fenomeno, così da valutarne meglio la portata.

 

LO STEMMA DELLA FAMIGLIA BASILE

Fra gli esempi più curiosi di armi parlanti riscontrabili nel blasone francavillese, un posto di primo piano spetta sicuramente allo scudo innalzato dalla famiglia Basile. L’insegna è scolpita al di sopra dell’elegante portale con fornice ad arco a tutto sesto che nobilità la facciata dell’omonimo palazzo (oggi di Castri) ubicato in via Roma, l’antica via Carmine (fig. 1).

Fig. 1. Francavilla Fontana, via Roma, portale d’ingresso del palazzo Basile (ora di Castri).
Fig. 1. Francavilla Fontana, via Roma, portale d’ingresso del palazzo Basile (ora di Castri).

 

La costruzione del palazzo risale alla fine del XVIII secolo, datazione che viene confermata anche dall’analisi stilistica del manufatto araldico. La composizione, di fattezze tipicamente settecentesche, reca uno scudo perale con contorno a cartoccio, timbrato da un elmo aperto, graticolato e posto in terza, ornato di svolazzi e cimato da una corona nobiliare.

Per quanto riguarda il contenuto blasonico, la composizione presenta varie figure, delle quali hanno una natura parlante che si evince solo da un’attenta analisi dell’iconografia araldica. Lo scudo raffigura, infatti, un basilisco (il mostruoso gallo serpentiforme con il corpo intriso di veleno, capace di uccidere con il solo sguardo), ardito su una pianura erbosa, tenente con la zampa destra un vaso nodrente una pianta di basilico, accompagnato nel cantone sinistro del capo da una cometa ondeggiante in sbarra e attraversato da una banda diminuita e abbassata rispetto alla sua posizione ordinaria (figg. 2, 3 e 4).

Fig. 2. Francavilla Fontana, via Roma, palazzo Basile (ora di Castri), particolare dello stemma.
Fig. 1. Francavilla Fontana, via Roma, portale d’ingresso del palazzo Basile (ora di Castri).

 

Fig. 3. Il basilisco, creatura mostruosa che si voleva generata da un uovo deposto da un gallo anziano, ma covato da una bestia velenosa come il rospo, l’aspide o il drago. Figura ibrida, ha la testa, le ali e le zampe di un gallo, ma il corpo termina a forma di serpente. E’ sormontato da una cresta carnosa simile ad una corona (da cui il nome che significa “piccolo re”). E’ il “re dei serpenti” e tutti lo temono, tranne la donnola, come si vede in questa splendida miniatura. Londra, British Library, Royal MS 12 C XIX, fol. 63v.
Fig. 3. Il basilisco, creatura mostruosa che si voleva generata da un uovo deposto da un gallo anziano, ma covato da una bestia velenosa come il rospo, l’aspide o il drago. Figura ibrida, ha la testa, le ali e le zampe di un gallo, ma il corpo termina a forma di serpente. E’ sormontato da una cresta carnosa simile ad una corona (da cui il nome che significa “piccolo re”). E’ il “re dei serpenti” e tutti lo temono, tranne la donnola, come si vede in questa splendida miniatura. Londra, British Library, Royal MS 12 C XIX, fol. 63v.

 

Fig. 4. Stemma parlante della famiglia Basilicò (da V. Palazzolo Gravina, Il Blasone in Sicilia, Palermo 1871-75, tav. XVIII, n° 11).
Fig. 4. Stemma parlante della famiglia Basilicò (da V. Palazzolo Gravina, Il Blasone in Sicilia, Palermo 1871-75, tav. XVIII, n° 11).

 

Come si vede dal blasone, la relazione fra le figure parlanti e il nome di famiglia è di tipo indiretto e si ottiene associando nello scudo due figure diverse che richiamano il cognome attraverso un gioco di parole (Basile/basilisco/basilico). Ma questa relazione nasconde anche una comune radice etimologica, giacché sia la forma cognominale Basile (come vedremo più avanti), sia i lemmi basilisco (gr. βασιλίσκος, lat. basiliscus, “piccolo re”) e basilico (gr. βασιλικόν, lat. basilicum, “pianta regale”) derivano da βασιλεύς (lat. basileus), nome che nell’antica Grecia designava il re. Tuttavia, questa connotazione parlante dello stemma Basile non è stata colta né dagli studiosi di storia locale che se ne sono occupati, né dagli araldisti che ne hanno fornito il blasone.

Lo storico francavillase Pietro Palumbo, ad esempio, in una pagina della sua celebre Storia di Francavilla nella quale descrive l’arma Basile, scambia erroneamente il basilisco per un “gallo coronato” e la pianta di basilico per dei “fiori”. Lo stesso dicasi per un araldista attento come Edgardo Noya di Bitetto, che nel suo Blasonario generale di Terra di Bari assegna ai Basile, nobili di Molfetta e originari di Bisceglie, uno scudo d’azzurro, al gallo d’oro, crestato e barbato di rosso, ardito su una pianura erbosa al naturale, mostruoso con la coda attorcigliata di serpe, tenente con la zampa destra un vaso d’oro, ansato con mazzo di fiori, al naturale, nudrito nel vaso; alla banda di rosso attraversante. Il blasone riportato dal Noya di Bitetto, che differisce da quello francavillese per l’assenza della cometa, ha tuttavia il merito di restituire allo stemma Basile la sua cromia originaria. Cosa non di poco conto se si pensa che, contrariamente a quanto doveva essere in origine, il manufatto scolpito sul portale d’ingresso del palazzo di via Roma si presenta oggi acromo. Assodata l’origine parlante dello stemma in esame, resta da sciogliere una questione: è stato il nome a generare l’arma o viceversa?

Benché manchi un repertorio cronologico-figurativo attraverso cui poter studiare l’origine e l’evoluzione della suddetta insegna, ci sentiamo di poter rispondere a questa domanda mettendo in campo considerazioni di natura etimologica e antroponimica.

Il gentilizio Basile è la cognominizzazione del nome Basilio, continuazione del latino Basilius – che a sua volta è l’adattamento del personale greco Βασίλειος, che propriamente significa regale – affermatosi in Italia già in epoca altomedievale soprattutto per il prestigio e il culto di San Basilio il Grande di Cesarea, vissuto nel IV secolo d.C. Essendo il nome di famiglia derivato da un nome proprio, è lecito quindi pensare che sia stato il cognome a precedere lo stemma parlante, non il contrario. Del resto l’impiego di figure parlanti era il modo più semplice che ebbe questa famiglia per dotarsi di uno stemma gentilizio.

Un analogo procedimento di trasformazione grafica del nome, d’altronde, si riscontra anche altrove, sia dentro che fuori lo scudo: la famiglia siciliana Basilicò, ad esempio, porta un vaso nodrente una pianta di basilico (fig. 4.); i napoletani Basile, un basilisco su un monte di tre cime all’italiana (fig. 6); la città di Basilea, sempre un basilisco, ma impiegato come supporto parlante all’esterno dello scudo (fig. 5).

Fig. 5. Basilisco che fa da supporto all’arma civica di Basilea. Stampa del XVI secolo, archivio personale dell’araldista Ottfried Neubecker.
Fig. 5. Basilisco che fa da supporto all’arma civica di Basilea. Stampa del XVI secolo, archivio personale dell’araldista Ottfried Neubecker.

 

Fig. 6. Arma dei Basile di Napoli (da V. Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, Milano 1935, suppl. 1°, p. 302).
Fig. 6. Arma dei Basile di Napoli (da V. Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, Milano 1935, suppl. 1°, p. 302).

 

Sulle origini della famiglia Basile di Francavilla poco si sa. Le informazioni tramandate dagli storici locali sono parziali e lacunose e i non pochi casi di omonimia rendono la ricerca più difficoltosa. Tuttavia, lo stemma in esame è uno dei quei casi in cui l’araldica diventa un prezioso ausilio della genealogia, permettendo, in base al blasone, di distinguere o accomunare le famiglie omonime. Il Palumbo vuole i Basile originari di Martina Franca, ma sulla base del comune blasone dobbiamo ritenere che appartenessero allo stesso ceppo dei Basile “originari di Bisceglie” di cui parla il Noya di Bitetto. Ulteriori ricerche, miranti all’individuazione di un solido aggancio genealogico, fornirebbero alla nostra tesi i necessari riscontri. Come gli altri palazzi presenti in via Roma, l’edificio sulla cui facciata è collocato lo stemma fa parte del sistema dei palazzi signorili costruiti a seguito della sistemazione urbanistica voluta dai principi Imperiali nel XVIII secolo. Vera e propria firma della committenza, l’arma in questione è una testimonianza importante che si iscrive nel più vasto ambito dei sistemi di rappresentazione dei segni d’identità di cui si servirono le maggiori famiglie francavillesi parallelamente all’affermazione e al consolidamento del proprio status, in un lasso di tempo che va dal XVI al XVIII secolo. Si tratta di un linguaggio importante, poco investigato ma ricco di contenuti e di implicazioni su più fronti (storia della mentalità, gusti e tendende artistiche dell’epoca, modi di presentarsi al pubblico, ecc.) che ci auguriamo sia fatto presto oggetto di uno studio specifico. Nonostante il cambio di proprietà e i rimaneggiamenti cui è stato sottoposto il palazzo in questione nel corso del tempo, l’arma innalzata dai proprietari originari (non sappiamo esattamente da chi all’interno della famiglia) è ancora lì a perpetuarne la memoria e a tirare fuori molti fili rossi di una storia a lungo trascurata dai cultori di memorie patrie.

 

Bibliografia

– E. De Felice, Dizionario dei cognomi italiani, Milano 1978.

– G.B. Di Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, Pisa 1886-1890.

– E. Noya di Bitetto, Blasonario generale di Terra di Bari, Bologna : A. Forni, 1981.

– P. Palumbo, Storia di Francavilla Fontana, Bologna : A. Forni, 1974.

– M. Pastoureau, Bestiari del Medioevo, Torino 2012.

– M. Pastoureau, Medioevo simbolico, Bari 2014.

– V. Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana. Famiglie nobili e titolate viventi riconosciute dal R° Governo d’Italia. Compresi: città, comunità, mense vescovili, abazie, parrocchie ed enti nobili e titolati riconosciuti, Milano 1928-1935.

Francavilla Fontana. Le mandorle ricce di Carnevale

di Massimo Vaglio

Le mandorle ricce, dette anche confetti ricci, costituivano prima dell’universale diffusione delle chiacchiere, uno dei prodotti gastronomici tradizionalmente più legati al Carnevale. La predilezione per questi semplici dolciumi, un tempo accomunava diversi paesi della Puglia e larga parte del Salento.

Oggi non tutti li conoscono, specie tra le nuove generazioni, infatti, se sino a qualche decennio addietro, nel periodo carnevalesco, grandi vasi di vetro ricolmi di confetti colorati farciti di rosolio e soprattutto di mandorle ricce affollavano le vetrine delle drogherie e i banconi di tutti i bar di paese, attualmente, la loro presenza è limitata a pochi caffè pasticceria di più antica tradizione.

Un dolciume povero e soprattutto genuino, composto da mandorle, acqua zucchero e pochi aromi naturali, che in origine molte pasticcerie preparavano nel proprio laboratorio.

Da ormai qualche decennio la gran parte della produzione proviene da laboratori industriali che alla bisogna, con delle sorta di betoniere a gas, riescono a sfornare quintali di confetti l’ora, ma resiste stoicamente anche qualche artigiano tradizionalista che ancora applica fedelmente l’originaria tecnica manuale.

Uno degli ultimi custodi dell’ antica tecnica della loro preparazione è Cosimo Passiante, maestro copetaro, ossia produttore di croccante, che

La chiesa di san Sebastiano in Francavilla Fontana

di Michele Lenti

 

Chi percorre l’antico borgo di Francavilla Fontana, geloso custode di un ricco patrimonio storico – artistico, che si pone come fedele testimone del florido periodo raggiunto dalla città sotto la signoria degli Imperiali può, ad un primo impatto, non essere particolarmente incuriosito da un edificio di culto come la chiesa di san Sebastiano.

Sobria, anzi sarebbe meglio dire austera nelle sue linee esterne, di certo non suscita quello stupore che invece pervade chi ammira l’imponente facciata della chiesa Matrice, che propone le linee di un barocco, disegnato come un fine merletto, su di una struttura la cui grandezza vuole celebrare la profonda devozione francavillese verso la Madonna. Ma la straordinaria

particolare della facciata (ph M. Lenti)

cupola maiolicata, purtroppo ancora coperta da impalcature, e la grande importanza storica e culturale dell’ex Real Collegio Ferdinandeo[1] lasciano presagire quale significativo luogo fosse. In esso si incrociarono storie di vita religiosa e cittadina, di cultura e di arte, ma anche storie di santità come quelle di san Pompilio Maria Pirrotti e del beato Bartolo Longo.

Purtroppo, ancora oggi, è solo possibile presagire un tale ricco patrimonio perché la chiesa è chiusa da oltre vent’anni per restauri iniziati ma mai completati. Per questo, circa dieci anni fa, è nato un Comitato pro chiesa di san Sebastiano[2] che trae ispirazione dagli incoraggiamenti di migliaia di cittadini che visitarono dal 21 dicembre 1998 al 20 gennaio 1999 la mostra fotografica Ottobre 1997 – Ottobre 1998, quattro avvenimenti sacri[3]. Difatti l’istituzionepersegue l’obiettivo del restauro e della rinascita della nostra chiesa, partendo dalla consapevolezza che le segnalazioni d’allarme per la tenuta statica dell’edificio ed i vincoli posti dalla Soprintendenza non hanno finora suscitato quegl’interventi necessari a scongiurare il degrado di questa monumentale testimonianza.

Anche per questo chi scrive vuole, attraverso la sempre più crescente eco di consensi che sta suscitando Spicilegia Sallentina nel mondo scientifico e culturale, ridestare l’attenzione sul possibile recupero dell’edificio, patrimonio della città di Francavilla Fontana e di tutto il Salento.

tela D. O. Bianchi (ph M. Lenti)

Nella seconda metà del XVI secolo la città di Francavilla Fontana e le terre circonvicine, dopo la signoria della famiglia Borromeo e dopo brevi passaggi ad altri casati, fu acquistata dagli Imperiale di Genova, detti poi Imperiali[4], che la possedettero per otto generazioni fino al 1782[5]. Al momento di acquisire il feudo, stando ad una relazione scritta in Napoli negli ultimi anni del secolo XVI per il granduca Ferdinando I, si apprende che gli Imperiali, una volta presone possesso, avevano settantamila ducati di entrata ma ben “settecentomila” di debiti. Nonostante ciò la loro signoria rappresentò una svolta per Francavilla, che osservò una consistente rivoluzione urbana ed un florido periodo economico, sociale e culturale. Così il pistoiese Pacichelli descrive la città durante il suo itinerario per i borghi del Regno di Napoli: Ella è Principato, che col Marchesato d’Oria, un de’ quattro più cospicui del Regno, e Casalnuovo, già Mandria… forma, hoggi lo Stato di un milion di valore, il quale con l’aumento di Marsafra, e della Vetrana, frutta a’ Signori Imperiali trentacinque mila ducati l’anno…Abondante, sempre per più anni, e per più Paesi, di Grano, Vino, Olio, Mandole e altro di delizia… I suoi borghi si posso dire immensi, maestosi, ed à meraviglia ordinati, con le Case commode, e biancheggiate, le botteghe poste in ordine, con gli arnesi, e stoviglie polite, in modo, che sembrano Sagrestie. Non diverso è l’interno, dove comparisce la Via larga, e lunga a tiro d’occhio, nominata Imperiale: si veggono pozzi per riserve del Formento, ha magazeni colmi di Cacio. Il Palazzo, ò Castello in quadro, con fosso di Animali di piuma e Cerviotti, isolato per dimora del Principe e della sua corte è commodo…[6].

In questo contesto sono già inseriti a pieno titolo i padri Scolopi, i quali giunsero a Francavilla, ospiti di casa Imperiali, il 20 gennaio 1682. Essi traggono il loro carisma dall’apostolato di san Giuseppe Calasanzio (Peralta de la Sal, 1558 – Roma, 1648) il quale, una volta giunto a Roma, interpretò in termini più concreti alcune delle istanze pedagogiche promosse dal Concilio di Trento (1545 – 1563), in un secolo socialmente arretrato e maldisposto, in una società in cui nobili e ricchi erano fortemente attaccati ai privilegi di casta e di censo, mentre la stragrande maggioranza della popolazione versava in miserevoli condizioni. In tale contesto il Calasanzio mosse alla conquista della fanciullezza povera col proporle una scuola che avesse finalità di religiosa e sociale elevazione, interessanti non solo lo spirito e la mente, ma la stessa realtà quotidiana della vita e del lavoro; in tal modo, al conseguimento di una retta educazione cristiana veniva aggiunto il beneficio di una educazione civica e di una istruzione umanistica e professionale. Anche per questo immediata fu l’intesa tra i padri Scolopi e la cittadinanza francavillese, se il 19 maggio 1682, a pochi mesi dalla venuta dei frati, fu posta la prima pietra della nuova Casa, costruita a spese dell’università, dei cittadini, dei padri ed in minima parte della famiglia feudataria.

Scrive ancora il Pacichelli che a Francavilla si bandisce l’Ozio con la Negoziazione, e con le scienze, dando opera in una buona casa i Padri delle scuole Pie: tanto che al presente si esercitan nelle Leggi Trenta Dottori, alcuni de’ quali patrocinano in Roma, dodeci nella medicina, e diversi regolari, negli studi Teologici spiccano e ne’ pulpiti[7].

Al collegio dei padri Scolopi, costruito con ordine e buone pietre bianche connesse[8], era stata affiancata la costruzione, voluta e finanziata sia dai padri che dai cittadini[9], della nuova chiesa, di tipo romano, anche se la facciata presenta ascendenze stilistiche più antiche, riferibili all’area abruzzese, in particolare aquilana, ove le facciate delle chiese medievali non hanno timpani, ma sono ornate da partipiani e si concludono, come questa, con cornicioni orizzontali[10].

La cupola, non prevista nel primo progetto, risale al 1728, e si ispira al modello presente nelle chiese romane per quello che riguarda la struttura, specialmente dell’interno, ampiamente sventrato. Essa, primo esempio in Puglia di tal genere, offre, tra l’altro, una decorazione con tasselli di ceramiche policrome, originale, per quei tempi, nel Salento, ma già allora ampiamente in uso nelle coperture delle cupole napoletane e campane. Fu questo, di certo, un significativo apporto dato all’arricchimento del patrimonio ecclesiale della regione da parte dei padri delle Scuole Pie attraverso l’opera dell’architetto manduriano padre Benedetto Margarita, che molto contribuì alla fase operativa riguardante la traduzione materiale del progetto di costruzione della chiesa.

La nuova fabbrica, pertanto, sorta su un precedente luogo di culto, misura trentuno metri di lunghezza e nove di larghezza e, pur essendo a navata unica, si sviluppa a pianta basilicale con ampia aula, completata da tre cappelle su ambo i lati longitudinali, con un ingresso, con l’area presbiteriale e con la sacrestia. Il primo tratto di questo complesso, che misura ventuno metri circa, è coperto con volta a botte lunettata, con quattro lunette per lato, ed ha un’altezza, all’imposta di 11 metri, in chiave di 15,50.

Nella navata si accede tramite un atrio rettangolare, delimitato a sinistra dal vano battistero, a destra da quello di ingresso secondario e, di fronte, da due colonne a bulbo realizzate successivamente. La differenza di volume tra l’atrio e l’aula assembleare, l’abbondanza di luce che filtra dalle ampie finestre, presenti all’interno delle lunette della volta, la considerevole altezza della volta di copertura nonché della cupola, la ritmicità e la snellezza dei pilastri accentuata dalle paraste, caratterizzate da ampie scalanature, conferiscono, a coloro i quali visitano questa chiesa, una intensa sensazione di coinvolgimento spaziale.

La volta, finemente decorata con cornici mistilinee, poggia su una trabeazione aggettante che circoscrive l’intera aula ed è sostenuta da quattro pilastri – contrafforti per lato, di cui gli ultimi due, uno per lato, sono i piedritti dell’arco trionfale. I primi tre pilastri, per lato, hanno dimensioni di metri 1,80 per 0,90 ed altezza di metri 10, coincidente con la chiave dell’arco di accesso delle cappelle. Queste ultime sono incastonate tra pilastri – contrafforti con capitelli compositi che reggono una trabeazione aggettante e proseguono, per breve tratto, a mo’ di pulvino, per definire il piano di imposta della volta di copertura.

Il presbiterio ha forma quadrata, con metri 9,50 di lato, e si sviluppa in altezza per metri 35 tramite pennacchi, tamburo, cupola e lanternino. Il tamburo, elemento elegante e ben ripartito da lesene a quattro finestre ed altrettante finte finestre, raggiunge un’altezza di metri 7,50 con un diametro di metri 9,50 ed uno spessore di cm 80.

La cupola scarica le sue forze su quattro pilastri, due come conclusione della navata, cioè i piedritti dell’arco trionfale, mentre gli altri due sono situati negli angoli opposti. Questi ultimi, essendo staticamente asimmetrici, hanno indotto il costruttore a sovradimensionarli per poter equilibrare le forze.

Il barocco presente all’interno della chiesa si dipana nei minuti particolari degli stucchi eleganti del soffitto e dei cornicioni, dolcemente illuminati attraverso i finestroni, e come risulta dalle vivaci volute dei capitelli compositi.

Partendo da destra di chi entra le cappelle laterali sono dedicate a san Francesco da Paola, san Roberto, sant’Elzeario[11], san Gaetano di Thiene, san Giuseppe Calasanzio e san Giuseppe.

Madonna col Bambino tra i SS. Francesco da Paola e Filippo Neri del Carella (ph M. Lenti)

Di questi sei altari i primi quattro furono realizzati nella seconda metà del ‘700 in stucchi policromi, mentre degni di ammirazione, da un punto di vista artistico, sono gli ultimi due: quello dedicato a san Gaetano da Thiene fu costruito da Brigida Grimaldi, vedova di Michele, secondo principe di Francavilla, come indica l’iscrizione posta su un cartiglio al di sopra della cornice del quadro: Tutelari suo Birgitte Grimaldi Imperiali posuit 1700. L’ultimo, dedicato a sant’Elzeario[12], fu voluto dalla principessa Irene di Simeana, moglie di un altro Michele, terzo principe di Francavilla[1], come indica l’iscrizione posta sulla sommità della cappella: Iren Delphinae sim. In honorem dicavit.

Entrambi gli altari, scolpiti in pietra a Lecce, in quel periodo fiorente cantiere di arte barocca, furono montati in spazi più stretti rispetto all’impianto per il quale erano stati eseguiti, affastellando colonne e nascondendo figure e decorazioni che sembrano pensate e scolpite per spazi più ampi.

Le colonne tortili da cui pendono angeli, fiori ed animali, intrecciati in una fantasia di merletti intricati e perfetti nei particolari, rappresentano un unicum a Francavilla Fontana, dal momento che esecuzioni del genere si preferirono in altre chiese cittadine prettamente barocche.

Le tele di questi due altari raffigurano la Vergine ed il Bambino con san Gaetano da Thiene e la Vergine con i santi Elzeario de Sabran e la beata Delphine de Signe, dipinte da Diego Oronzo Bianchi da Manduria (1683 – 1767). In entrambe sono stati rilevati influssi di Luca Giordano e Francesco Solimena, il primo dei quali si dice sia stato maestro del più insigne rappresentante della famiglia Bianchi, vale a dire l’abate Matteo Nicolò[13].

Sempre Diego Oronzo Bianchi é autore di un’altra tela raffigurante la Madonna col Bambino tra i santi Francesco da Paola e Filippo Neri, risalente al 1723 ed un tempo collocato sul lato destro del presbiterio della chiesa[14]. Anche qui, come nei precedenti quadri, una delle principali caratteristiche è data dall’affollamento dei personaggi, che qui si accompagna alla vivacità sottolineata dal dinamismo degli angeli che sembrano accompagnarsi alla luce che illumina la scena principale, senza dimenticare la plasticità della figura del Bambino Gesù. Soprattutto ritroviamo, qui, quell’armonia delle forme ravvisabile nel volto della Madonna, capace di coniugare, in sé, dolcezza e tristezza. Tra i pittori che hanno arricchito il patrimonio artistico della chiesa di san Sebastiano, vanno annoverati, infine, il Carella ed un certo Todero di Francavilla, maestri di quella scuola pittorica voluta dai feudatari in san Sebastiano e diretta, per un certo tempo, da Ludovico e Modesto delli Guanti, formatisi presso la Casa degli Scolopi. In particolare il Carella ripropone, quasi a distanza di trent’anni, lo stesso soggetto pittorico rappresentato da Diego Oronzo Bianchi, senza aggiungere nulla di nuovo se non una maggiore simmetria e spazialità di cui sembra godere ciascuna figura, avvolta, tra l’altro, in tonalità cromatiche più calde, con tratti più dolcemente sfumati rispetto all’originale.


[1] Michele Imperiali nel 1696 sposò a diciannove anni, Irene, figlia di Giovanna Maria Grimaldi di Simiana, famiglia facente parte della corte Sabauda di Torino. Portò in dote al principe francavillese terre per un valore di 30.000 ducati ed i titoli ereditari di marchese di Piavezza, Livorno, Castelnuovo, Roatto e Maretto, di signore di Capriglio in Piemonte, del Dego, Piana, Cagna e Gesualla in Monferrato” (P. Palumbo, Storia di Francavilla Fontana, Libro IV, I Principi Imperiali, Noci 1901.


[1]Oggi sede della Scuola media statale “Vitaliano Bilotta”

[2] Cf. A.A.V.V. San Sebastiano. Immagini, Architettura e Storia, a cura del comitato “Pro Chiesa san Sebastiano”, 2000, Francavilla Fontana.

[3] Cf. Ibidem.

[4] Il 15 agosto 1579 il feudo di Francavilla Fontana viene acquistato da Davide Imperiali senza ipoteca o limitazione alcuna, e ciò comportava ampi diritti non solo sulla tassazione di ogni attività e reddito, ma anche sulla giurisdizione civile e penale.

[5] Ultimo degl’Imperiali fu Michele IV, che morì senza eredi, lasciando il feudo, per testamento, al marchese di Latiano, Vincenzo Imperiali, suo parente prossimo.

[6] Cf. Pacichelli G. B., Il Regno di Napoli in prospettiva, II, 1703, rist. anast., Bologna 1975, Forni editore, 181–182.

[7] Cf. Ibidem.

[8] Cf. Ibidem.

[9] Anche per questo, probabilmente, l’epigrafe che ricorda l’evento non da merito specifico ad alcuno: Funditus erecta primo lapide solemniter benedicto die XX oct. MDCXCVI. 

[10] Questa particolarità architettonica lega la nascente casa degli Scolopi al celebre studentato che gli stessi padri ebbero a Chieti

[11] Elzeario da Sabrano (in francese Elzear de Sabran, 1285 – 1323), fu un nobile italiano di origine francese che, nel 1299, sposò Delphine de Signe (1283 – 1360). Entrambi i coniugi fecero voto di castità entrando, successivamente, nel Terz’Ordine Francescano. Nel 1312 Elzeario prese possesso dei suoi feudi in Italia e partecipò alla difesa armata degli Stati della Chiesa contro l’Imperatore Arrigo VII di Lussemburgo; nel 1317 fu scelto dal nuovo re, Roberto d’Angiò (1277 – 1343) come precettore del suo erede, il duca Carlo di Calabria: per conto del sovrano, nel 1323, si recò in Francia per trattare il matrimonio della principessa Maria di Valois con il duca Carlo, ma si ammalò durante la missione e morì presso la corte francese. Fu sepolto con l’abito francescano nella chiesa dei Frati Minori di Apt. Papa Urbano V (di cui Elzeario fu padrino di battesimo), ne decretò l’eroicità delle virtù e ne approvò la canonizzazione, che venne ufficialmente decretata dal suo successore, papa Gregorio XI, il 5 gennaio 1371. Elzeario de Sabran non va confuso con il nipote Eleazario da Sabrano (morto il 25 agosto 1380), vescovo di Chieti dal 1373 fino alla nomina cardinalizia nel 1378.

[12] Elzeario era il nome del fratello della principessa Irene di Simeana, la quale aveva, come secondo nome, Delfina, lo stesso della moglie di Elzeario da Sabran.

[13] Cfr. Del Prete P., Una famiglia di pittori pugliesi nel ‘700, in “Iapigia, rivista di archeologia, storia e arte”, Anno V, fascicoli I – II, Bari 1934.

[14] Oggi il quadro è conservato presso la sede della Diocesi di Oria.

pubblicato su Spicilegia Sallentina n° 6

Basoli in Terra d’Otranto

ph Angelo Micello

di Angelo Micello

Il Regolamento sulla redazione dei progetti e l’esecuzione dei lavori pubblici fu emanato nel 1895 (Regio Decreto 25 maggio 1895, n. 350) e rimase in vigore fino al 1999. Poi non ebbe più pace seguendo i gusti del ministro di turno. L’attenzione posta dai tecnici nel redarre norme per una corretta esecuzione di un’opera pubblica cominciò a svilupparsi negli anni successivi arrivando a consolidarsi e uniformarsi in modo pressoché omogeneo caratterizzandosi tuttavia per alcune indicazioni su lavorazioni locali tra cui appunto la basolatura delle strade e delle piazze che non poteva prescindere dalla disponibilità e dalla qualità dei materiali principali reperibili in loco. La Terra d’Otranto fu favorita dai numerosi affioramenti calcarei, che pur nella diversità dei colori e della durezza, presentavano metodologie comuni nell’estrazione e nella lavorazione del singolo concio.

Contrariamente a quanto si crede le basolature delle strade è cosa piuttosto recente e si diffonde definitivamente soltanto nell’Ottocento con la necessità di presentare decorosi spazi esterni agli splendidi palazzi che caratterizzarono quel periodo storico. In ambiti medievali è più facile rinvenire una vecchia massicciata romana che una qualunque pavimentazione strutturata di epoca successiva.

In altre parti si ricorre alla tecnica di armare i terreni con ciotoli e  scaglie di facile reperimento formando acciotolati e selciati. I primi lavori pubblici di basolatura in Terra d’Otranto vengono appunto chiamati lavori di “in selciatura” e si datano a cominciare dalla seconda metà dell’Ottocento e nei primi decenni del secolo successivo qualificandosi come una delle principali categorie delle grandi opere pubbliche postunitarie in cui le amministrazioni comunali inve­stono consistenti somme.

Nel 1908 l’ing. Gaetano Bernardini, incaricato del progetto per la pavimentazione delle strade interne dell’abitato di Monteroni di Lecce, elabora un capitolato speciale tra i più dettagliati dell’epoca per quanto concerne la basolatura; oltre a confluirvi le pratiche norme dettate – probabilmente per la prima volta in forma completa – dall’ingegner Luigi Pino nel 1845 su analoghi lavori da svolgere in Lecce, vi si trovano numerose altre utili indicazioni a completamento delle regole precedentemente elaborate.

Chi ha avuto modo di vedere una copia originale di un vecchio progetto di opera pubblica, interamente scritto e disegnato a mano, può capire la scarsità di altre descrizioni atrettanto dettagliate come quelle dell’ing. Bernardini.

Le descrizioni sono fedelmente riportate in “ARTE E LAVORO” di Andrea Mantovano – Mario Congedo Editore un testo che ogni professionista dell’architettura e del territorio dovrebbe conoscere, in particolare chi opera nel campo del restauro edilizio ed urbanistico in Terra d’Otranto.

A seconda dei casi, i basoli sono distinti in due o tre classi dagli arti­coli di capitolato d’appalto che forniscono istruzioni precise su tutte le fasi dell’opera, dal formato dei blocchi calcarei al tipo di lavorazione sui diversi lati dei basoli,

La chiesa di san Sebastiano in Francavilla Fontana

di Michele Lenti

 

Chi percorre l’antico borgo di Francavilla Fontana, geloso custode di un ricco patrimonio storico – artistico, che si pone come fedele testimone del florido periodo raggiunto dalla città sotto la signoria degli Imperiali può, ad un primo impatto, non essere particolarmente incuriosito da un edificio di culto come la chiesa di san Sebastiano.

Sobria, anzi sarebbe meglio dire austera nelle sue linee esterne, di certo non suscita quello stupore che invece pervade chi ammira l’imponente facciata della chiesa Matrice, che propone le linee di un barocco, disegnato come un fine merletto, su di una struttura la cui grandezza vuole celebrare la profonda devozione francavillese verso la Madonna. Ma la straordinaria

particolare della facciata (ph M. Lenti)

cupola maiolicata, purtroppo ancora coperta da impalcature, e la grande importanza storica e culturale dell’ex Real Collegio Ferdinandeo[1] lasciano presagire quale significativo luogo fosse. In esso si incrociarono storie di vita religiosa e cittadina, di cultura e di arte, ma anche storie di santità come quelle di san Pompilio Maria Pirrotti e del beato Bartolo Longo.

Purtroppo, ancora oggi, è solo possibile presagire un tale ricco patrimonio

L’invidia cede alla virtù. Lettura dell’iscrizione di una corte a Francavilla Fontana

di Armando Polito

Qualche giorno fa, curiosando in Facebook, ho digitato il nome del nostro comune amico titolare di questo sito e tra le sue foto mi ha colpito quella sotto riprodotta. Gli ho subito chiesto dove fosse collocata l’iscrizione riprodotta e, avutane puntuale notizia, ho pensato di scrivere queste righe per non perdere l’occasione di trasformare un impulso probabilmente voyeuristico (comunque, chi è senza peccato scagli la prima pietra…) in un’occasione di arricchimento culturale, per quanto modesto.

Come testimonia la data incisa ANNO D.(OMINI) MDCCLXXXX, essa risale al 1790.

Soffermeremo ora la nostra attenzione sul resto: VIRTUTI INVIDIA CEDIT (L’invidia cede alla virtù).

Risparmio al lettore il mio commento sul contenuto della massima, che sospetto fosse anacronistica pure al tempo in cui fu incisa, anche perché oggi, in tempi in cui la competenza, il merito, l’onestà, la lealtà (insomma quello che poteva essere riassunto nella parola virtù) sono soltanto difetti, mi riesce difficile non dico cogliere ma addirittura immaginare uno spirito “sportivo” che riconosca il valore dell’altro in ogni campo. La mia indagine

I Pappamusci di Francavilla Fontana e i riti della Settimana Santa

Si è inaugurata il 20 marzo a Roma, nella Sala S. Rita di Roma, una interessante mostra fotografica su “I Pappamusci”, uno dei più antichi e suggestivi riti legati alle celebrazioni della Settimana Santa, che si svolge a Francavilla Fontana, in Puglia. Alla cerimonia di inaugurazione sono intervenuti, tra gli altri, Vincenzo della Corte, Sindaco di Francavilla Fontana, Giordano Fantozzi, Presidente Nuova Coscienza, S.E. Marcello Semeraro, Vescovo di Albano, Ludovico Maria Todini in rappresentanza dell’Assemblea Capitolina.
A conclusione il baritono di Francavilla, Mario Micocci, ha cantato due  stazioni della Via Crucis.

La mostra resterà nella Capitale dal 21 al 24 marzo.

Attesissimo evento da parte dei Francavillesi e dei tanti turisti che giungono in città durante il periodo pasquale, il rito è poco noto ai pugliesi. Buona quindi l’occasione per richiamare l’attenzione sul pellegrinaggio dei “Pappamusci” e sulla Processione dei Misteri, tradizioni religiose che si

Salento terra di santità. I Servi di Dio di Corigliano, Diso, Erchie, Francavilla Fontana

di fra Angelo de Padova

 

Fra Bernardino Delli Monti da Corigliano. Rinunciò ai titoli della primogenitura al fratello ed entrò nell’Ordine dei Frati Minori dell’Osservanza, passando così dalle piume alle paglie, dalle sete alle lane, dalle vivande squisite alla penitenza. Pervenuta a Roma la fama della sua santa condotta fu mandato Visitatore nelle Calabrie, nella Sicilia e nella Provincia Romana e Gregorio XV lo destinò Visitatore Apostolico per buona parte delle Province Italiane. Morì a Roma il 22 ottobre del 1621.

Fra Diego da Corigliano, morto il 26 settembre del 1674. Uomo della bontà e della semplicità, veniva chiamato “il santarello” umile, obbediente, dotato di scienza infusa. Aveva una spiccata conoscenza delle Scritture; pur essendo illetterato parlava meravigliosamente delle cose divine. Grande spirito di preghiera. Esalò la sua santa anima con gli occhi fissi al cielo e dicendo: “Signore nelle tue mani consegno il mio spirito”. Frate minore.

Fra Francesco De Blasi da Diso,  il 19 novembre ???; conte di Lenos e signore di Castro, fatto cappuccino visse e morì santamente. Cappuccino.

Fra Stefano di S .Teresa da Erchie. Distintosi per la virtù dell’obbedienza. Morto il 14 gennaio1814 a Oria. Frate minore.

Fra Alessio da Francavilla Fontana, morto il 9 ottobre 1679, lavoratore, devoto della Madonna, dotato del dono dell’estasi e della profezia, morì al

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