Salgado a Roma, la sua “Genesi” vista da Resci

di Francesco Greco

 

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Un maestro assoluto della Fotografia contemporanea visto da Giuseppe Resci, maestro “work in progress”. Sebastião Salgado a Roma per la terza volta (all’Ara Pacis, sino al 15 settembre, poi sarà anche a Londra, Toronto e Rio de Janeiro). “Roma mi ama –sorride il fotografo brasiliano – e anche io la amo…”.

250 foto suddivise in 5 sezioni. Titolo: “Genesi”. Un lungo viaggio nel 46% del pianeta rimasto intatto (dall’Antartico all’Amazzonia), dove il nostro mondo appare com’era alle origini. Salgado esplora le radici di questo Paradiso dandone una lettura polisemica: distanze sconfinate e abbaglianti, varietà vegetali, popolazioni umane e animali, vulcani e ghiacciai, la luce e l’ombra, i silenzi densi di allegorie dettati dai quattro elementi della Natura nelle infinite facce, spettacolari e di grande tensione emotiva, dilatata sino alla poesia pura.

Salgado osa sino a scarnificare, denudare gli archetipi catturandone l’anima più arcaica. Attenti! – pare dire però con l’immenso amore per l’Universo e per l’Uomo che nutre attraverso la sua Arte – questo “mondo nuovo” che ho incontrato può essere devastato da un modello di sviluppo aggressivo e suicida, l’incanto resettato e la bellezza potrà svanire per sempre. Ma come vede questo gigante Giuseppe Resci, fotografo professionista, che ha appena visto la mostra?

 

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   Domanda: E’ appropriato considerare Salgado uno dei più grandi fotografi d’ogni tempo, da Robert Capa a Helmut Newton?

Risposta: “Assolutamente sì, è una delle stelle più luminose di quel firmamento.

Già nel 1979 entra a far parte della celeberrima agenzia Magnum Photos, la stessa galassia nella quale brillano stelle come Henry Cartier-Bresson e Steve Mc Curry ma, ancora prima (1975), entra prepotentemente alla Sygma con il reportage sulla rivoluzione portoghese. Oggi gestisce la prestigiosa Amazonas Images, un gioiello autonomo, tutto suo, dedicato ai suoi progetti e alla sua opera. Inoltre, non si limita a lanciare un singolo messaggio, come Newton, che si è essenzialmente concentrato sulla donna, o meglio, sul potere della donna.Oppure Cartier – Bresson, considerato “l’Angelo del bizzarro”, o Robert Capa, che ha sviscerato le dinamiche e i volti della guerra”.

D. Come definirebbe il suo modo di fotografare?

R. “Credo sia riduttivo descriverlo come fotografo documentarista o reporter. Si capisce subito che è, prima di tutto, un fervente filantropo, paladino dei diritti dell’ Umanità, capace di sforzi eroici che non si fermano davanti al dolore, al disagio sociale o a situazioni oggettivamente complesse, anche estreme. Possiede la virtù di saper rappresentare il soggetto attraverso un’immagine potente, che trabocca di bellezza, grazia, equilibrio, eleganza e raffinatezza compositiva. Poco conta che lo scatto catturi un dramma piuttosto che una meraviglia della natura, il risultato è sempre lo stesso: si resta senza fiato… Provo a fare un esempio, in apparenza esagerato, di un’altra virtù simile che riguarda il Caravaggio: se osserviamo la Conversione di San Paolo, notiamo che il Santo non è canonicamente collocato al centro del dipinto, ma per terra, in una stalla sporca e poco illuminata; il cavallo, invece, riempie il resto della tela, gli passa sopra lentamente guardandolo per evitare di ferirlo. Decisamente insolito per i suoi tempi, insolito anche oggi, eppure sfido qualunque osservatore a non aggettivare le proprie percezioni al riguardo se non in nome della bellezza pura e semplice. Gli stessi sentimenti si provano davanti ad un’opera di Salgado”.

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D. E’ quindi evidente che sappia cogliere gli aspetti essenziali di un luogo, l’essere umano, una terra, per poi fissarla sulla pellicola…

R. “Prepotentemente evidente, direi. Ogni fotografo degno di tale appellativo sa che, in un determinato luogo bisogna cercare il ‘Genius loci’ e che, in una certa situazione, è necessario ‘cogliere l’attimo’ per scrivere un messaggio usando la luce. Del resto, faceva e fa ancora scuola Alfred Stieglitz, che auspicava di poter ‘…riuscire a trasmettere quello che vidi e sentii…”. Salgado, però, fa di più: concepisce e pianifica meticolosamente progetti ambiziosi, che richiedono anni di viaggio per lo sviluppo, continua a documentarsi anche durante la fase esecutiva, a prescindere che si tratti di un reportage di impronta umanitaria o tematiche di maggior respiro. Corona la conclusione di questi sforzi con colossali, pregevoli pubblicazioni di libri da centinaia di pagine, tradotte poi in almeno sei lingue e accompagnate da mostre nei più grandi, prestigiosi musei del mondo, percepite e attese come veri e propri grandi eventi”.

D. Cosa spinge un fotografo ad avventurarsi nei continenti del pianeta?

R. “La propria missione. Salgado si muove e opera per l’Umanità. Basti ricordare i suoi antecedenti scatti nella miniera d’oro della Serra Pelada, in Brasile, frutto di una ricerca volta a documentare lo sfruttamento e l’abuso dei diritti umani dei lavoratori, o meglio, schiavi. Migliaia di loro vengono raffigurati in gigantesche e polverose cave, arrampicati su una moltitudine di scale rozze, con una potenza narrativa che solo Gustavo Dorè riusciva a rendere nelle celebri incisioni, quando realizzava gli scenari dei gironi danteschi. Nel caso di questa mostra cullata nella solennità dell’Ara Pacis, prima tappa delle altre otto previste nel resto del mondo, vuol farci vedere in tutta la sua magnificenza un mondo che noi non conosciamo: quel 46% del Pianeta rimasto ancora intatto perché non contaminato dagli Esseri Umani. All’Umanità un solenne monito, quindi, lanciato dalla bellezza stessa del Pianeta Terra, passata attraverso il suo obbiettivo. 250 scatti-capolavoro di grande formato che narrano di altrettanti capolavori della Natura integra, una Natura che non immaginiamo nemmeno più, ma che siamo pronti a profanare e distruggere in modo sistematico, irrimediabile. Mi spiace, ma credo che nessun visitatore possa mai riferire con la parola cosa si provi dopo aver visto il Paradiso Terrestre. Posso solo assicurare che, su di me, il monito ha funzionato in modo fulmineo, quasi violento… Una mostra può essere insignificante, brutta o bella. Questa è davvero fantastica e ti cambia dentro. Dopo averla vista, posso dire che guardo la Natura con occhi diversi. E’ curata in modo ineccepibile dalla moglie, Lélia Wanich Salgado, fedele collaboratrice anche per questa splendida realizzazione. Sono stati necessari ben 8 anni di viaggio nei 5 continenti per regalarci tanta Arte”.

D. Come mai Salgado è fedele a una tecnica fotografica originaria e rifiuta le nuove tecnologie digitali?

R. “Per tre buoni motivi: usa corpo macchina e lenti Leica, padroneggia la tecnica di ripresa e di stampa e ossequia con rigore le regole della Fotografia: in primis quelle dettate dal sistema zonale di Ansel Adams. In aggiunta, impreziosisce la resa dei toni in fase di stampa, applicando con un pennello uno sbiancante sulle ombre troppo intense. Credo sia questo tocco finale che aggiunge ciò che definisco ‘il terzo elemento’ al suo bianco e nero: una gradevolissima tonalità argento (vedi foto), quasi cromo che, in sinergia con la gestione magistrale del contrasto, dona alle immagini grande profondità. Ne deriva un effetto di tridimensionalità impressionante: ammirando una sua stampa, ci si sente davvero proiettati all’interno dello scenario, da protagonisti. Con queste capacità connaturate, non vedo perché dovrebbe ridursi a gestire gli algoritmi del digitale. Sarà curioso, ma i pochi fotografi ancora fedeli alla fotografia analogica spesso operano con strumentazione Leica. Con il dovuto rispetto per ogni altro brand sul mercato, posso dire, avendone usata una, che la differenza che intercorre tra un’immagine che ha attraversato un obbiettivo Leica, piuttosto che un altro, è la stessa che passa tra lo champagne e una bibita gasata. Basta usare una compatta digitale giapponese – che monta gruppi ottici Leica – per avere indizi molto seri su quello che sto dicendo. Cartier-Bresson sosteneva che una foto si fa con il cuore, la tecnica e il cervello. Parole sacrosante. E’ però anche vero che, se un violino Stradivari capita – per fortunata circostanza – nelle mani di Uto Ughi, il risultato finale è che si resta basiti”.

D. Perché Salgado privilegia il bianco e nero?

R. “La prerogativa del bianco e nero è la sintesi e Salgado se ne avvale pienamente potenziando il risultato finale.Ogni sua Opera, per quanto concettualmente semplice e fruibile da chiunque, rappresenta un insieme variegato di contenuti profondi e toccanti. Bisogna considerare che la variabile del colore, anche quando scaturisce da un buon management, richiede pur sempre un’analisi aggiuntiva da parte dell’osservatore e i suoi scatti non ne hanno assolutamente bisogno. Proprio come non ha mai avuto bisogno di alcuna analisi complementare la scultura classica del Bernini”.

 

 

Sebastião Salgado è nato l’8 febbraio 1944 ad Aimorés, nello stato di Minas Gerais, in Brasile.

Vive a Parigi. Dopo studi di Economia, Salgado ha cominciato la sua carriera come fotografo professionista nel 1973 a Parigi, lavorando con le agenzie fotografiche Sygma, Gamma e Magnum Photos fino a quando, nel 1994, insieme a Lélia Wanick Salgado, ha fondato Amazonas images, un’agenzia creata esclusivamente per il suo lavoro.

Ha viaggiato in oltre 100 paesi per realizzare i suoi progetti fotografici. Molti di questi, oltre ad apparire in diverse pubblicazioni sulle riviste internazionali, sono stati raccolti in libri come Other Americas (1986), Sahel: l’homme en détresse (1986), Sahel: el fin del camino (1988), La Mano dell’uomo (1993), Terra (1997), IN cammino e Ritratti (2000), Africa (2007).

 

Giuseppe Resci, in Cina i racconti (in b/n) dell’inquietudine

 

Giuseppe Resci, Open-gate
Giuseppe Resci, Open gate

 

di Francesco Greco

 

Un’inquietudine intensa, energica, decisa, vigorosa, magica: carica di bianchi e neri pronti a “fermare” il movimento del tempo e il senso del fluire delle cose, cercando in quell’attimo l’equilibrio dell’immagine per ricrearlo.

Se è vero che “ci sono fotografi che guardano il mondo per farne fotografie e quelli che fanno fotografie con l’esigenza di raccontare il mondo” , il pugliese Giuseppe Resci appartiene decisamente a quest’ultima categoria.

I suoi paesaggi sanno ben raccontare un mondo denso di antichi anfratti attraversati dall’intensa luce del Sud, una luce che a volte corrode pietre e piante  increspando tormentosi nuvoloni bianchi.

Il colore non esiste nelle immagini dell’artista, ma s’intuisce. I blu, i rossi, i verdi, gli ocra, si leggono nelle pieghe infinite dei grigi fino al bianco più bianco e al nero più nero, interpretando con risoluta capacità creativa singoli elementi della composizione.

Mario Giacomelli – grande firma della fotografia italiana – sosteneva che “prima di ogni scatto c’è uno scambio silenzioso tra oggetto e anima”. Questo significa in fondo che lavorando in questi ambiti si ha la possibilità di “sentire” la realtà intorno e poi la facoltà di interpretarla ridando all’osservatore una propria verità della vita.

Giuseppe Resci, Sun and thorns
Giuseppe Resci, Sun and thorns

Giuseppe Resci ha la consapevolezza di tutto ciò, ma soprattutto la sensibilità della scelta, del momento fatidico, in cui quella realtà fatta di ritratti intensi, di corpi sensuali, di nature ataviche e incontaminate  incontrano una luce che sa dare valore ad ogni dettaglio e sfumatura.

“Il mio compito – afferma l’artista – è trasmettere all’osservatore tutta l’inquietudine e l’adrenalina che ho dentro quando scatto, tutto  racchiuso in un singolo fotogramma… “.

Giuseppe Resci è nato nel 1959 a Gagliano del Capo (Salento meridionale). Studi classici, poi laurea in Medicina (a Roma). Comincia a fotografare nel 1978, da autodidatta e, in seguito, studia Fotografia e si perfeziona alla Scuola Romana di Fotografia nel quartiere San Lorenzo, sempre nella Capitale. Nelle sue opere rappresenta atmosfere dense e mondi onirici sospesi sul reale ordinario. L’essere umano, relativamente poco rappresentato, è spesso sostituito da una galleria di simboli (riflessi, ombre, manichini) vettori di messaggi articolati e complessi che conducono l’osservatore ad approdare a dimensioni percettive che abitano nei luoghi ancestrali dell’immaginario e dell’inconscio, site a profondità tali da non poter essere raggiunte senza provare emozione, inquietudine, piacere o anche stupore e arrivare così a porsi interrogativi su se stessi.

Resci sostiene che l’Arte, nel figurare in prima istanza ciò che prima non era visibile, si deve dirigere verso il pubblico, mai il contrario. Per questo preferisce esporre in luoghi non convenzionali, modulando di volta in volta la selezione e spesso il concepimento delle proprie opere in funzione del sito espositivo, affinché possano fondersi in un unicum che diviene un vibrante strumento di comunicazione e condivisione artistica.

Fotografa in bianco e nero su pellicola e su dorsi digitali. Effettua ricerca fotografica in Italia e all’estero a si dedica alla post-produzione e alla stampa Fine-Art. Vive alle porte di Roma, in aperta campagna, in una dimora isolata, posta di fronte all’enigmatica maestosità del Monte Soratte. Per il 2013 (tra fine estate e inizio autunno) proporrà le sue inquietudini in bianco e nero con un’esposizione fotografica nel contesto di “Pechino – 2013 – Beijing  A. C. Art Museum Dongzhimenwai St.”, allestimento permanente, e successivamente un reportage e una ricerca su Pechino e la Mongolia.

 

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