La Fondazione Terra d’Otranto è lieta di partecipare la nascita di ….

La riproduzione anastatica di un libro antico è di per sé un’iniziativa editoriale meritoria per due buoni motivi. Anzitutto perché riporta nel circuito della memoria qualcosa che aveva visto progressivamente ridursi la sua fisicità ad oggetto da antiquariato; e poi perché si tratta, visti anche i tempi che stiamo attraversando e la scarsa importanza che alla cultura viene attribuita, di un’operazione-coraggio, che farà di un oggetto raro un prodotto di nicchia dalla tiratura limitata e dall’incerto beneficio economico.
Libera da quest’ultima preoccupazione, la Fondazione Terra d’Otranto presenta la sua più recente neonata (aprile 2016):  la riproduzione anastatica di un testo del 1620, cioé del Trattato delle piante & immagini de Sacri Edifizi di Terra  Santa di Bernardino Amico da Gallipoli, con introduzione e note di Marcello Gaballo ed Armando Polito. Il testo è impreziosito dal corredo di ben 47 tavole incise dal Callot su disegno dell’Amico (di seguito la n. 2).

Al di là dei meriti generali espressi all’inizio, questa pubblicazione ha un valore affettivo particolare, ancor più per Nardò, in quanto è, per così dire, la celebrazione di un quasi insperabile ritorno a casa, cioè  del recupero di un testo trafugato negli anni ’70 dalla biblioteca diocesana “Antonio Sanfelice” ad opera di un prelato che aveva un perverso senso del concetto del prestito, per cui l’Amico ritrovato del titolo della prefazione non è un semplice gioco di parole, ma l’affettuoso bentornato ad una parte del nostro patrimonio, checché si pensi,  più importante: quello culturale.

 

Vedi anche:

Bernardino Amico di Gallipoli, disegnatore del XVI-XVII secolo

Il delfino e la mezzaluna. Numero doppio per i suoi estimatori

delfino e la mezzaluna

E’ pronto il doppio numero de “Il delfino e la mezzaluna”, ovvero gli studi della Fondazione Terra d’Otranto, diretto da Pier Paolo Tarsi.

Giunto al quarto anno, questa edizione si sviluppa in 314 pagine, per recuperare l’anno di ritardo, sempre in formato A/4, copertina a colori, fotocomposto e impaginato dalla Tipografia Biesse – Nardò, stampa: Press UP, con tematiche di vario genere inerenti le provincie di Lecce, Brindisi e Taranto.

Tanti gli Autori che ancora una volta hanno voluto offrire propri contributi inediti, e meritano tutti di essere elencati secondo l’ordine con cui appaiono nel volume, con il relativo saggio proposto:

Pier Paolo Tarsi, Editoriale

Angelo Diofano, Il fantastico mondo degli ipogei nel centro storico di Taranto

Sabrina Landriscina, La chiesa di Santa Maria d’Aurìo nel territorio di Lecce

Domenico Salamino, Prima della Cattedrale normanna, la chiesa ritrovata la città di Taranto altomedievale

Vanni Greco, Il “debito” di Dante Alighieri verso il dialetto salentino

Francesco G. Giannachi, Un relitto semantico del verbo greco-salentino Ivò jènome (γίνομαι)

Antonietta Orrico, Il Canticum Beatae Mariae Virginis di Antonio De Ferrariis Galateo, una possibile traduzione

Giovanni Boraccesi, Il Christus passus della patena di Laterza e la sua derivazione

Marcello Semeraro, Propaganda politica per immagini. Il caso dello stemma carolino di Porta Napoli a Lecce

Marino Caringella – Stefano Tanisi, Una santa Teresa di Ippolito Borghese nella chiesa delle Carmelitane Scalze di Lecce

Ugo Di Furia, Francesco Giordano pittore fra Campania, Puglia e Basilicata

Domenico L. Giacovelli, Nel dì della sua festa sempre mundo durante et in perpetuum. Il patronato della Regina del Rosario in un lembo di Terra d’Otranto

Stefano Tanisi, Il dipinto della Madonna del Rosario e santi di Santolo Cirillo (1689-1755) nella chiesa matrice di Montesardo. Storia di una nobile committenza

Armando Polito, Ovidio, Piramo e Tisbe e i gelsi dell’Incoronata a Nardò

Alessio Palumbo, Aradeo, moti risorgimentali e lotte comunali: dal Quarantotto al Plebiscito

Marcello Gaballo – Armando Polito, Dizionarietto etimologico salentino sulle malattie e stati parafisiologici della pelle, con alcune indicazioni terapeutiche presso il popolo di Nardò

Marco Carratta, Il mutualismo classico in Terra d’Otranto attraverso gli statuti delle Società Operaie (1861-1904)

Gianni Ferraris, Il Salento e la Lotta di liberazione

Gianfranco Mele, Il Papaver somniferum e la Papagna: usi magici/medicamentosi e rituali correlati dall’antichità al 1900. Dal mito di Demetra alle guaritrici del mondo contadino pugliese

Bruno Vaglio, Alle rupi di San Mauro una nuova stazione “lazzaro” di spina pollice. Considerazioni di ecologia vegetale dal punto di vista di un giardiniere del paesaggio

Riccardo Carrozzini, Il mio Eco

Pier Paolo Tarsi, L’antropologia linguistica della memoria narrata: uno sguardo filosofico all’opera di Giulietta Livraghi Verdesca Zain e Nino Pensabene

Arianna Greco, Arianna Greco e la sua arte enoica. Quando è il vino a parlare

Gianluca Fedele, Gli ulivi, la musica e i volti: intervista a Paola Rizzo

Epigraphica in Terra d’Otranto. L’epigrafe agostiniana nella chiesa dell’Incoronata di Nardò (Massimo Cala). L’epigrafe di Morciano di Leuca in via Ippolitis al civico n.6 (Armando Polito)

Segnalazioni. Il fonte di Raimondo del Balzo ad Ugento (Luciano Antonazzo). La Madonna col Bambino e sant’Anna di Gian Domenico Catalano (1560 ca. – 1627 ca.) in Ugento (Stefano Tanisi). Il pittore Aniello Letizia e le sue prime opere di committenza confraternale nella Gallipoli del ‘700 (Luciano Antonazzo – Antonio Faita). Le origini dell’oratorio confraternale di santa Maria degli Angeli, già sotto il titolo di santa Maria di Carpignano (Antonio Faita).

La foto di copertina è di Ivan Lazzari, ma numerose anche le immagini proposte all’interno, gentilmente  offerte da Stefano Crety, Khalil Forssane,  Vincenzo Gaballo, Walter Macorano, Raffaele Puce.

 

Gli interessati potranno chiederlo previo contributo di Euro 20,00 da versarsi a Fondazione Terra d’Otranto tramite bollettino di Conto corrente postale n° 1003008339 o bonifico tramite Poste Italiane IBAN: IT30G0760116000001003008339 (indicare il recapito presso cui ricevere  la copia).

Per ulteriori informazioni scrivere a: fondazionetdo@gmail.com

Il tuo 5 per mille alla Fondazione Terra d’Otranto

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Gentile Lettore,

anche per il 2016 la legge di stabilità prevede, in sede di compilazione della dichiarazione dei redditi, la possibilità di destinare il 5 per mille dell’IRPEF alle associazioni e fondazioni no profit.

Ricordo che la nostra fondazione rientra tra quelle ammesse e che le somme raccolte saranno destinate al raggiungimento delle finalità statutarie e alla pubblicazione della nostra rivista “Il Delfino e la Mezzaluna”.

Per destinare il 5 per mille alla fondazione è necessario indicare nel riquadro “scelta per la destinazione del cinque per mille dell’IRPEF” (primo spazio a sinistra del modello 730 e CUD, nello spazio destinato alle associazioni di promozione sociale) il Codice Fiscale della Fondazione

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e apporre la propria firma sulla riga sovrastante.

Non costa nulla!

Rimango a disposizione per ogni chiarimento, ringraziandoTi per l’attenzione e per quanto Vorrai fare

Marcello Gaballo – Presidente

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Costituzione. Nata il 4 aprile 2011, ha ottenuto il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al numero 330 – in data 15 marzo 2012. Il  14 dicembre 2012 è stata iscritta nell’Albo Comunale delle Associazioni di Nardò, al numero 21 (Delibera Consiglio Comunale di Nardò n°218 del 14/12/2012).

Finalità. La Fondazione, in conformità con quanto previsto dall’Art. 4 dello Statuto, intende “operare per la promozione, valorizzazione, ricerca e recupero dei beni e dei siti di interesse artistico, archeologico, architettonico, archivistico, demo etno antropologico, storico ed ambientale esistenti nei comuni di Terra d’Otranto”.

Libri| Nostro ulivo quotidiano

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E’ stato pubblicato pochi giorni fa il volume di Elio Ria, Nostro ulivo quotidiano, a cura di Marcello Gaballo, per le edizioni della Fondazione Terra d’Otranto, inserito nella collana Scatti d’Autore, n°2. in quarto| 112 pagine| colore, cartonato. Impaginazione di Mino Presicce, fotocomposizione Biesse – Nardò, stampa Pressup. Foto di Fabrizio Arati, Mauro Bellucci, Maurizio Biasco, Lucio Causo, Coordinamento Forum Salute, Stefano Crety, Marcello Gaballo, Roberto Gennaio, Linda Iazzi, Walter Macorano, Lucio Meleleo, Tommy Mezzina, Francesco Politano, Mino Presicce, Pier Paolo Tarsi. Foto di copertina di Maurizio Biasco.

ISBN: 97888 906976 8 5

Edizione non commerciale, riservata alle biblioteche e ai soci della Fondazione.

 

Prefazione di Marcello Gaballo – Fondazione Terra d’Otranto

Scatti d’Autore è la nuova collana edita da Fondazione di Terra d’Otranto, che persegue l’obiettivo – attraverso le parole e le immagini – di valorizzare e promuovere la cultura salentina con i suoi autori più rappresentativi in ambito letterario, filosofico e artistico.

La grandezza della parola dipende dallo splendore delle immagini e dalla capacità cognitiva di raccogliere argomenti misuratori del Salento, che è luogo blindato di generosità e splendidezza, ma è anche sostanza d’ispirazione per poeti e artisti. Il mare, i porti, le chiese, i campanili, le piazze, i vicoli, i paesi, sono le cartoline di un mondo fiabesco che incarnano la pazienza del tempo e non hanno necessità di urgenza di fare a pezzi le tradizioni e i costumi di una comunità sempre devota a Dio.

Il secondo volume “Nostro ulivo quotidiano” dedicato all’albero di ulivo è scritto da Elio Ria. Le immagini sono di vari fotografi salentini che hanno voluto donare i loro scatti a corredo del presente lavoro.

Ria si distingue per la sua prosa erudita, pregna di allusioni e ironica nelle allegorie, corredata da una poesia metafisica che sembri lo affascini e lo nutri di piacere del sapere. Attento osservatore della propria terra sa incastonare le quotidianità della vita con le tradizioni che tuttora resistono e s’impongono nel Salento. Riservato e incline al silenzio, rifugge da ogni moda stravagante di letteratura, indagatore e archeologo delle parole crede nella modernità con moderazione, ha un naso eccezionale per le cose interessanti, ha la capacità di condensare minuziosamente i concetti e di sintetizzare le complessità esistenziali libero da ogni condizionamento politico e/o religioso. Ama narrare ciò che è invisibile per attualizzarlo e declamarlo in forma poetica. Offre ai suoi lettori un intrattenimento di lettura piacevole poiché ogni sua cosa è realizzata da un intimo godimento, il giubilo di chi fa ciò che gli piace fare.

Nelle sue omissioni volute si può cogliere la riflessione come fonte di emozione poetica e l’erudizione come retorica cortese – ma mai come pedanteria. Guarda sempre con passione tutto ciò che è minore in confronto a ciò che è maggiore, giacché dalle cose minime risultanti insignificanti sa estrapolare significativi e sostanziali frammenti di allegorie e di memorie.

Il libro è un mondo racchiuso in sé stesso, con le immagini dell’albero di ulivo e di una campagna in sofferenza; dove però prevale innanzitutto il senso civico di responsabilità del poeta per la sua terra, il quale avverte l’impegno di un agire per il meglio, nonché il monito ad una scelta di vita più consona alle regole della natura. Xilella fastidiosa è il killer che decreta la morte degli alberi, mettendo in serio pericolo l’ecosistema. Nelle parole del libro si addensano le atmosfere recondite e quelle sonore dell’uomo che riflette sulla realtà e tenta di interpretarle, poiché incombe un futuro senza futuro e il Salento rischierebbe una menomazione ambientale incommensurabile.

L’ulivo è l’albero simbolo del Salento, il gigante, che nei secoli ha germogliato ricchezza, orgoglio di natura, bellezze figurative, idea di poesia. L’omaggio editoriale è tutto per esso, significando in tal modo l’attenzione e l’interesse di questa Fondazione ai beni naturali della propria terra.

Grazie a voi tutti non sono semplici diagrammi

di Marcello Gaballo

Al balletto delle cifre e delle statistiche siamo abituati ormai da tempo; tra sondaggi e interviste c’è pure chi ci sguazza giornalmente strumentalizzando anche le sconfitte e i più svegli tra noi non si meraviglieranno se alla prossima tornata elettorale i rappresentanti del partito batostato ammetteranno con la faccia della peggiore delle prostitute la sconfitta aggiungendo, però, subito dopo, che rispetto alle elezioni del 1950 il numero dei voti è aumentato dello 0,0005% …

Anche noi, nel nostro piccolo, esibiamo di seguito con viva e vibrante soddisfazione ciò che ci sembra inequivocabilmente la prova di una crescita, aggiungendo che anche un semplice diagramma a volte può nascondere, nel nostro caso nemmeno tanto, sentimenti autentici di condivisione, partecipazione, simpatia e affetto.

Per tutto questo la fondazione e il suo blog ringraziano, perciò, i veri artefici di questo successo, cioè i tanti lettori, datati e non, che ci hanno fin qui seguito. Con loro e con quelli che verranno ci impegniamo a rispettare i motivi ispiratori che ci hanno fin qui guidato e che, sostanzialmente, si identificano nell’amore per la nostra terra e per la sua cultura, nel rispetto di qualsiasi opinione, purché fondata e motivata, e, soprattutto, nella totale libertà e indipendenza da qualsiasi potere, debole o forte che sia.

 

 

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Un’architettura rurale impossibile da dimenticare: lo Scrasceta. Dalle origini ai nostri giorni (I parte)

Gainsborough, la passeggiata
Gainsborough, la passeggiata

 

di Marcello Gaballo

 

Nardò, Villa Scrasceta in una foto di una ventina d’anni fa

 

 

Uno dei luoghi a cui sono più affezionati i neritini è quello noto come “Scrasceta”, che intere generazioni hanno portato stabilmente nell’animo per via di quei “pupi” regolarmente piazzati lungo il viale d’accesso e che potevano ritenersi come patrimonio della memoria collettiva. Un tesoro di cui i cittadini, a giusto motivo, potevano ritenersi gelosi e che mai avrebbero pensato potesse scomparire.

La villa, intesa come insieme di palazzo e giardini, è situata a circa tre chilometri da Nardò, lungo la strada vicinale Corano che collega il centro abitato alle marine di Torre Inserraglio e Sant’Isidoro, in quello che un tempo era detto feudo Imperiale, esente dal pagamento di decime feudali.

In posizione ideale rispetto alla viabilità, è rimasta libera dall’antropizzazione del territorio dell’ultimo cinquantennio, circondata da terreni agricoli ancora produttivi, poco distante dall’antichissima masseria di Curano.

Soggetta a vincolo con D.M. del 17/9/1981 ai sensi della L. 1089 del 1939, talvolta è stata erroneamente inserita tra le masserie del neritino, trattandosi piuttosto di dimora signorile a carattere stagionale. La Soprintendenza difatti l’ha tutelata “in quanto costituisce una pregevole testimonianza di architettura tardo-barocca e di dimora signorile legata all’ attività agricola e alle strutture socio-economiche dell’ area salentina nei secc. XVIII-XIX”[1].

Come ha scritto A. Polito, la più antica testimonianza del toponimo (in pheudo Scraiete) compare in un atto del 1376[2], la successiva (in feudo Strageti) in un atto del 1427[3], una terza (in loco nominato la Scraseida) in una visita pastorale del 1460[4]. Lo studioso fa derivare il nome da scràscia (rovo) e la cui terminazione –èta rimanda al plurale del suffisso latino –ètum, designante insieme di piante e conservatosi nell’italiano –èto.

scrasceta

Impossibile individuare il nucleo originario dell’edificio, ma un rogito notarile del 1598 la attesta come proprietà del barone neritino Francesco Sambiasi, che in tale anno vende al barone leccese Lucantonio Personè un oliveto con mille alberi e una casa lamiata qui ubicati, per 170 ducati[5].

Nel 1610 il possedimento risulta accatastato tra i beni del nobile Ottavio Massa di Nardò[6]. Diciotto anni dopo, nel 1628, è divenuta proprietà del nobile Mariano de Nestore, che potrebbe aver apportato consistenti rifacimenti ed ampliamenti, a causa della maggiore quotazione del bene . L’edificio con tutti gli annessi nel documento risulta possedere una abitazione con cisterna all’interno, un orto con forno per il pane, un frutteto, due palmenti e due pile, oltre a 22 orte di vigneto delimitate da parete a secco (…cum domo lamiata cum cisterna intus… orticello cum furno intus et cum pomario diversorum arborum et cum una quantitate di quadrelli et cum duobus palmentis et duobus pilaccis intus… ortis viginti duobus vinearum incirca, cum diversis arboribus intus insepalata circumcirca parietibus lapideis…)[7].

La tenuta, a causa dei debiti del de Nestore, viene venduta nel 1624 all’abate Marcello Massa, tutore degli eredi di suo fratello Girolamo, deceduto nel 1622, per ben 1500 ducati[8], contro i 170 certificati nel documento precedente che lo assegnava al Personè.

Per quasi un secolo i documenti finora rinvenuti tacciono sugli eventuali passaggi di proprietà e solo nel 1722 lo Scrasceta viene donato da uno dei personaggi più in vista nella città, il barone Diego Personè (1681-1743), a suo figlio Lucantonio, barone di Ogliastro, generato con Raimondina Alfarano Capece. Nell’importante atto notarile, oltre al vigneto circostante, per la prima volta si fa esplicito riferimento ad una domo lamiata et eius palatio et palmentis duabus intus eum[9]. E’ facile pensare che sia stata questa facoltosa famiglia dunque, tra la fine del Seicento e gli inizi del Settecento, al culmine della floridezza economica, ad ampliare e a dare un nuovo assetto alla costruzione, visto che per la prima volta si fa riferimento alla realizzazione del “palacium”, annesso alla preesistente “domus lamiata”. Dunque non più una costruzione legata all’attività produttiva, ma una nuova dimora, resa agevole con opportuni miglioramenti per consentire ai proprietari di soggiornarvi in determinati periodi dell’anno.

La ristrutturazione e i possibili ampliamenti, oltre a voler dimostrare lo status dei proprietari grazie alle raffinate architetture apportate in una modesta “casina” di campagna, tengono perciò conto della praticità e funzionalità produttiva del luogo, ma puntano anche all’abbellimento della stessa.

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Nel clima arcadico di questi primi decenni del secolo la villeggiatura anche a Nardò diventa un piacere per l’ambiente naturale e per l’architettura di ville e giardini, lontani dagli usi noiosi del vivere cittadino[10], magari partecipando alla raccolta dell’uva e osservando i lavori dei “furisi” e delle loro donne, passeggiando nel giardino o sul viale e trovando ristoro con la fresca acqua attinta dal pozzo. La stessa presenza dei bizzarri busti lungo il viale porta ad ipotizzare la natura “di svago” della bucolica residenza, per segreti piaceri che i palazzi cittadini non consentono. In fondo era quello che stava accadendo in altri comuni di Terra d’Otranto, ma anche nelle poco distanti Villa La Riggia[11], Villa Taverna e masseria Brusca, dove il nobile medico Francesco Maria Zuccaro ampliava e abbelliva il giardino annesso al complesso masserizio, dotandolo di statue di ispirazione mitologica[12] e di fontana ornamentale, facendo scolpire profili clipeati e lo stemma familiare sul portale[13].

Tornando alle vicende patrimoniali della nostra villa, un altro rogito del 1744 conferma la proprietà a Lucantonio Personè (1704-1749), figlio del predetto Diego, coniugato con Lucrezia Scaglione, il quale in tale anno cede il tutto a suo fratello Francesco, avendone in cambio la masseria del Pugnale seu dello Scaglione, in feudo di Anfiano[14], che aveva avuto in eredità da sua madre Raimondina Alfarano Capece[15].

Questa cessione potrebbe far pensare che Lucantonio sia stato uno dei committenti della ristrutturazione, purtroppo non terminata, come rivela l’incompletezza della costruzione nella parte sinistra, come ancora si osserva. Lo stesso avrebbe però ultimato nel 1766 la cappella dedicata all’Immacolata Concezione, innestata sull’angolo destro della facciata[16], grazie all’intervento dei mastri copertinesi Ignazio Verdesca[17] e Adriano Preite[18], come riporta M. Cazzato[19].

Francesco, dopo aver acquisito la proprietà dello Scrasceta, decide di ampliare la proprietà e acquista nel 1749 altre orte quattordici e quarantali undici di vigneticontigui, con una casa a volta e due palmenti per spremere uva dentro, dal sacerdote Saverio Giaccari[20]. L’acquisto, pattuito per ducati 338 e grana 75, avviene con atto del notaio Felice Massa di Nardò, “per essere contigue ad altre del medesimo”.

Gli atti notarili di questo periodo se annotano i passaggi di proprietà purtroppo non forniscono dati utili per risalire alla ricostruzione delle parti. Nulla vieta però che parte dei lavori di ammodernamento siano stati fatti eseguire dal facoltosissimo Giuseppe, che risulta tenutario dell’immobile e dell’estensione dei vigneti nel 1773[21], come conferma un rogito dell’anno dopo[22].

Nel 1809 la dimora risulta del fratello di Giuseppe, Michele Personè[23], che lo aveva avuto in dono come da testamento del primo rogato il 31 maggio 1786[24].

Michele detiene ancora la proprietà nel 1821[25], prima di trasmetterla a suo figlio Diego che ne risulterà tenutario in un documento dell’anno successivo[26].

Diego Personè poi la vende al fratello Giuseppe, che la trasmetterà al figlio Luigi Maria (1830-1898), detto lo zoppo, da cui al figlio Giuseppe. Questi la trasmette infine a Luigi Maria (1902-2004), detto penna d’oro, che la vende a Pantaleo Fonte, i cui figli ancora la posseggono.

 

La villa prima dell’asportazione del balcone, in una foto di circa trent’anni fa (archivio privato M. Gaballo)

[1] Relazione inviata dalla Soprintendenza di Bari al Ministero per i Beni Culturali il 17 febbraio 1981 (prot. 1478), a firma del Soprintendente Arch. Riccardo Mola, per essere sottoposta a tutela ai sensi della Legge n°1089 del 1/6/1939. Il vincolo per il bene fu rilasciato con D.M. del 12/6/1981. La dimora è ubicata in catasto al Fg. 83, p.lle 84-87.

[2] A. Frascadore, Le pergamene del Monastero di Santa Chiara di Nardò 1292-1508, Società di storia patria per la Puglia, Bari 1981, pag. 48.

[3] Ibidem, pag. 84.

[4] C. G. Centonze-A. De Lorenzis-N. Caputo, Visite pastorali in diocesi di Nardò (1452-1501), Galatina 1988, pag. 168.

http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/07/21/tra-rovi-e-more-selvatiche/

[5] Archivio di Stato di Lecce (d’ora in avanti A.S.L.), atti notaio Francesco Fontò di Nardò (66/1) anno 1598, cc.171r-173v.

[6] A.S.L., atti notaio Francesco Zaminga di Nardò (66/8) anno 1610, c.18r.

[7] A.S.L., atti notaio Santoro Tollemeto di Nardò (66/6) anno 1628, cc.63r-69v.

[8] Idem, c.69v.

[9] A.S.L., atti notaio Donato De Cupertinis di Nardò (66/13) anno 1722, c.67.

[10] Sul fenomeno del vivere in villa e sulla villeggiatura v. A. Costantini, Del piacere di vivere in campagna. Guida alle ville del Salento, in Guida alle ville del Salento, Galatina 1996, pagg. 9 e segg.; Civitas Neritonensis. La storia di Nardò di Emanuele Pignatelli ed altri contributi, a c. di M. Gaballo, Martina Franca 2001, pagg.216-217.

[11] Sul portale di questa villa si intravedono due figure che rimandano ai busti dello Scrasceta. Anche in questo caso l’usura e la carie della pietra impediscono una lettura definita che possa far pensare alla stessa bottega. Si vedano le figg. 207-210, di Michele Onorato, nel volume Città e monastero. I segni urbani di Nardò (secc. XI-XV) a c. di B. Vetere (Galatina 1986).. Questo richiamo lo devo all’amico Paolo Giuri, che ringrazio.

[12] Particolarmente bella ed insolita per il territorio è la collezione qui presente di statue dei Continenti: Asia, Africa, Europa e America, con sembianze femminili, disposte alle spalle dei sedili semicircolari in pietra e interposte tra altrettante coppie di statue (Pomona e Vertumno, Diana e Silvano, Cerere e Bacco, Flora e Fauno). Anche qui dunque una scenografica, quasi teatrale, disposizione di statue (M. Gaballo, Una villa-masseria in agro di Nardò. Note storiche e architettoniche sulla masseria Brusca, in “Spicilegia Sallentina”, Rivista del Caffè Letterario di Nardò, n° 6).

[13] Idem.

[14] Il feudo di Anfiano è nel territorio di Cannole, confinante con quelli di Torcito e Palanzano. La masseria citata è ancora esistente, anche se ne sopravvivono i soli muri perimetrali. Dai Personè di Cannole passò ai Granafei, quindi ai Salzedo, che la ebbero sino al XIX secolo. Ringrazio l’amico Cristaino Villani per le informazioni.

[15] A.S.L., atti notaio Angelo Tommaso Maccagnano di Nardò (66/14) anno 1744, c.92v.

[16] Nella citata relazione della Soprintendenza così è descritta: “delimitata dalle ombre appena accennate della cornice, lievemente modanata, e dallo spigolo, a semicolonna incassata, ha la facciata caratterizzata dal vuoto dell’ occhialone policentrico sovrastante un semplice portale, inserito in una apertura mistilinea tompagnata, che immette in un vano coperto a volta leccese in cui si nota la presenza di un altare di dignitosa fattura”.

Mazzarella scrive che in essa vi era una tela raffigurante “la Vergine in piedi col Bambino Gesù in braccio in atto di calpestare la mezza luna ed il serpente, tra larga e pregevole cornice”, con campanile, campana e “suppellettili ottime” (E. Mazzarella, Nardò Sacra, a cura di M. Gaballo, Galatina 1999, pagg. 397-400).

[17]. Originari di Copertino, si hanno notizie dei fratelli capimastro Angelantonio (Copertino 1740 ca. – notizie sino al 1806) e Ignazio.(notizie dal 1776 al 1794 ca)., Cfr. M. Cazzato, Oltre la porta, Copertino 1997, p.19; S. Galante, Materia, forma e tecniche costruttive in Terra d’Otranto. Da esperienza locale a metodologia per la conservazione, tesi di Dottorato di ricerca in Conservazione dei Beni Architettonici – XVIII ciclo, Università di Napoli “Federico II”.

[18] Famiglia di costruttori originaria di Copertino, che ebbe in Adriano (Copertino 1724-1804) l’esponente più noto. Tra gli interventi più importanti quello nel seminario di Gallipoli (1747), palazzo Colafilippi a Galatina

(1768-1772 ca.), palazzo Doxi (1775 ca.) e palazzo Romito (1770 ca.) a Gallipoli. Nel 1781 completa la

matrice di Tricase, nel 1783 realizza la parrocchiale di Soleto;, nel 1790 quella di Sternatia (cfr. M. CAZZATO-A. COSTANTINI, Grecìa Salentina, Arte, Cultura e Territorio, Galatina 1996; M. Cazzato, Oltre la porta, Copertino 1997, pagg.17-18).

[19] M. Cazzato, Oltre la porta, op. cit., p.19.

[20] P. Giuri, Dimore extraurbane a Nardò: le “Cenate” fra Barocco ed Eclettismo, in Paesaggi e sistemi di ville nel Salento, a cura di V. Cazzato, Lavello 2006, p.190.. Dei vigneti acquistati in luogo San Martino orte dieci e mezza ricadono in feudo Imperiale, quindi franche di decima, orte tre e tre quarti decimali alla Commenda di Malta, con un annuo canone di carlini dodici all’abbazia di S. Stefano di Curano, ubicata nelle immediate vicinanze (Archivio Diocesi di Nardò, Platea del Venerabile Seminario di Nardò, ms., 1801, c.202).

[21] In tale anno, con consenso del 13 marzo rilasciato dal Vescovo e dai deputati del Seminario, viene confermato il possesso al barone Giuseppe, residente a Napoli e rappresentato da suo fratello Michele, come da procura del notaio napoletano Carlo Narice del 15 ottobre 1773. Nell’atto si legge che il complesso confina per austro con la strada publica della la Via dello Scraseta o sia di Spirto. Per ponente confina con le proprie vigne di esso stesso Michele Personè; per tramontana con la strada publica dello Faulo che porta a Santo Stefano, ed anche alla massaria delli Cursari, e per Levante confina con le vigne delle fu Sig.e sorelle de’ Manieri oggi possedute dal Mag. Giuseppe de Pace (Platea del Venerabile Seminario di Nardò, op. cit., c.215)

[22] A.S.L., atti notaio Nicola Bona di Nardò (66/16) anno 1774, c.139r.

[23]ASL, Catasto Provvisorio di Nardò, vol. III, ditta 1195.

[24] P. Giuri, Dimore extraurbane a Nardò , op. cit., p. 190.

[25] A.S.L., atti notaio Policarpo Castrignanò di Nardò (66/41) anno 1821, cc.301r-306v.

[26] A.S.L., atti notaio Giuseppe Castrignanò di Nardò (66/31) anno 1822, c.61. Secondo P. Giuri (in op. cit., p.190) Diego ne entrò in possesso il 29 dicembre 1837, con atto del notaio Saetta di Nardò.

 

Pubblicato su Nardò e i suoi. Studi in memoria di Totò Bonuso, Ed. Fondazione Terra d’Otranto, 2015.

Il Libro d’annali de successi accatuti nella Città di Nardò, notati da D. Gio: Battista Biscozzo

di Alessio Palumbo

 

Nell’accingersi a raccontare un evento, semplice o complesso, recente o remoto che sia, gli storici si sono da sempre confrontati con un problema o, per meglio dire, con “il” problema: le fonti. Edward H. Carr, nelle oramai classiche Sei lezioni sulla storia, sosteneva: “Ma che cosa ci dicono i documenti, i decreti, i trattati, i libri mastri, i libri azzurri, i carteggi ufficiali, le lettere private e i diari – allorché ci accostiamo a loro? Nessun documento è in grado di dirci di più di quello che l’autore pensa – ciò che egli pensava fosse accaduto […] o forse soltanto ciò che egli voleva che altri pensassero che egli pensava”[1].

Anche una storia di carattere prevalentemente locale, come quella sulla rivoluzione neretina del 1647 narrata in Nardò Rivoluzionaria. Protagonisti e vicende di una tipica ribellione d’età moderna, deve necessariamente fare i conti con il problema delle fonti. I racconti coevi, le ricostruzioni dei secoli successivi, le cronache e le storie generali utilizzati per ricostruire i fatti, rappresentano da un lato dei tesori informativi, dall’altro dei veri e propri nidi di insidie. Gli intenti che di volta in volta gli autori si sono posti nel descrivere la vicenda, il particolare punto di vista utilizzato, lo stesso contesto storico in cui queste fonti sono maturate rappresentano, per chi consulta i documenti, degli imprescindibili punti da attenzione.

Nel caso di Nardò Rivoluzionaria, tra tutte le fonti consultate, una in particolare ha rappresentato, per completezza, equilibrio e chiarezza, un vero e proprio cardine del racconto: il Libro d’annali de successi accatuti nella Città di Nardò, notati da D. Gio: Battista Biscozzo di detta Città. Per quanto lacunosa sia la vicenda personale dell’autore, l’abate neretino Giovan Battista Biscozzi, nondimeno questo suo libro di “notamenti”, più cronaca che diario, ha rappresentato una miniera di notizie per tutti coloro che, dal settecento in poi, si sono confrontati con questa pagina di storia. Non siamo certamente di fronte ad una fonte “oggettiva” (ciò renderebbe questa opera, a nostro modo di intendere le fonti, non solo eccezionale, ma assolutamente unica), nondimeno la sua utilità è indiscutibile.

Nelle righe degli Annali l’abate Biscozzi appunta i principali avvenimenti avvenuti in città tra il 1632 ed il 1666, con un’eccezionale frequenza di notazioni negli anni della rivolta. La sua posizione è esplicitamente quella di un cittadino ostile al feudatario, pur non essendo un ribelle. Proprio per questo, la sua narrazione è distaccata: il prelato cerca di tenersi lontano da giudizi di valore e solo di tanto in tanto soccombe all’emozione, ad esempio nel racconto del martirio di altri sacerdoti; è una cronaca che non cede quindi a pretese di oggettività ed assolutezza, riportando le voci del popolo, dei protagonisti e, seppur raramente, dello stesso Biscozzi. Il risultato di tutto ciò è una fonte sicuramente affidabile e, in ogni caso, impareggiabilmente ricca di informazioni. Nessun’altra cronaca, tra quelle a noi pervenute, racconta così nel dettaglio i fatti che si svolsero a Nardò, soprattutto nel biennio 1647 – 1648.

Una ricchezza che purtroppo non può essere riportata totalmente in un volume dal carattere più generale e dal taglio critico come intende essere Nardò Rivoluzionaria. Ogni passo non citato è stato quindi il frutto di una scelta difficile e sofferta e, proprio per questo, si è deciso di promuovere una ristampa dell’originale per garantire al lettore di apprezzare a pieno l’eccezionale valore del testo del Biscozzi. In assenza dell’originale, purtroppo perso, si è deciso di ripubblicare la versione più completa a noi giunta, ossia quella curata da Nicola Vacca nel 1936 per la rivista Rinascenza Salentina e tratta da un manoscritto conservato nella Biblioteca Scipione e Giulio Capone di Avellino[2].

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[1] E. H. CARR, Sei lezioni sulla storia, Torino, Einaudi, 1966, p. 20.

[2] Per notizie sulle varie versioni dell’opera e sullo stesso autore si veda N. VACCA, G. B. Biscozzi e il suo “Libro d’Annali”, in «Rinascenza Salentina», A., n. XIV, 1936, pp. 1-25.

NARDÒ RIVOLUZIONARIA. Protagonisti e vicende di una tipica ribellione d’età moderna

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Mercoledì 19 agosto 2015 nel chiostro dell’ex Seminario verrà presentato, alla presenza del sindaco Marcello Risi e dell’assessore alla Cultura Mino Natalizio, il libro Nardò Rivoluzionaria. Protagonisti e vicende di una tipica ribellione d’Età Moderna, Congedo Editore. Interverranno don Giuliano Santantonio, direttore dei “Quaderni degli archivi diocesani di Nardò-Gallipoli”, l’autore Alessio Palumbo e la dottoressa Maria Luisa Tacelli, docente di Diritto Canonico presso l’Università del Salento.

 

 Indice del volume

Una storia dimenticata. 4

Premessa. 7

Nota al lettore. 9

  1. ………. La crisi del Seicento e la fine dell’egemonia spagnola. 10

1.1.      Sotto il segno della depressione. 10

1.2.      Sull’orlo del collasso.. 15

1.3.      Il viceregno.. 19

1.4.      Il baronaggio rampante. 22

  1. ………. La vigilia della rivolta. 26

2.1.      Nardò e la casa Acquaviva.. 26

2.2.      Il Guercio.. 29

  1. ………. La Rivolta. 41

3.1.      La rivolta napoletana.. 41

3.2.      Viva Dio! Viva il Re et mora lo mal governo: Nardò si ribella.. 44

3.3.      Fe bando che si mettessero tutti in arme: i primi giorni della rivolta.. 50

3.4.      E principiarono a metter fuoco nell’aere: la battaglia.. 53

3.5.      Fé venire detto Vescovo, e incominciarono a trattare: la tregua.. 57

3.6.      E in quell’istante si vide oscurarsi l’aria: la strage d’agosto.. 62

  1. ………. Il processo. 70

4.1.      Il processo di Carlo Manca: una nuova arma nelle mani del conte. 70

4.2.      Il ruolo dei canonici71

4.3.      I nemici fuori da Nardò.. 76

4.4.      Strane coincidenze. 80

4.5.      Tracce di umanità.. 82

  1. ………. Epilogo. 86

5.1.      Lo clamavan rey de la Pulla.. 86

5.2.      Da Nardò a Madrid.. 90

5.3.      Giovan Girolamo e Giovan Pietro alla corte di Filippo IV.. 93

Conclusioni104

Appendice  109

 

 

 

 

Avevano simulato di temere il duca,

con il pretesto di difendere la città

dai soldati che il duca avrebbe inviato a loro danno.

In realtà si erano ribellati con il duca

 che era loro signore e principe legittimo,

 poiché si erano dati il diritto di prendere le armi contro di lui.[1]

 

 

[1] Archivio Segreto Vaticano, Archivium Arcis, Arm. E, 127 (Super Tumultis Populi Civitatis Urbini Anno Domini 1573), cc. 312 v – 320 v in A. DE BENEDICTIS, Tumulti: moltitudini ribelli in età moderna, Bologna, Il Mulino, 2012, p. 24.

NARDÒ RIVOLUZIONARIA. Protagonisti e vicende di una tipica ribellione d’età moderna

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Premessa al volume di don Giuliano Santantonio

 

Nel leggere la prefazione a questo volume, a firma del dott. Marcello Gaballo, sono rimasto profondamente colpito dagli interrogativi, peraltro condivisibili, che egli solleva dinanzi all’inspiegabile e rattristante dimenticanza di un evento che, nella sua tragicità, ha invece del grandioso e dovrebbe essere motivo di orgoglio per la città di Nardò, che grazie ad esso è salita alla ribalta della grande storia con una originalità tutta sua propria, intorno alla quale occorre tuttavia stendere ancora un po’ d’inchiostro.

Non intendo minimamente sminuire le responsabilità di chi in quel preciso momento storico era a capo della Chiesa neritina, il cui comportamento è da stigmatizzare come gravemente deplorevole per più ragioni: perché in contrasto con i principi del Vangelo a cui avrebbe dovuto ispirarsi; perché lesivo della giustizia tanto umana quanto divina; perché abusivo nei confronti della suprema autorità ecclesiastica, di cui vanificò l’intervento censorio occultando il monitorio che preludeva alla scomunica dei colpevoli; perché privo, soprattutto nei confronti dei chierici, di quella paternità che è dovere primario per chi ha il compito della cura pastorale di una diocesi. Mai come in questo caso però si può dire che il pastore non espresse il sentire del gregge: ne è prova il fatto che le prime vittime delle efferatezze del conte-duca furono proprio esponenti tra i più illustri del clero locale.

Posto che è innegabile una certa contiguità, che caratterizzò il tempo di cui trattiamo, tra gli alti ranghi ecclesiastici e la nobiltà, alla quale comunque appartenevano, mi permetto di osservare che estendere la responsabilità del silenzio complice del vicario Granafei ai più alti livelli della gerarchia ecclesiastica appare francamente poco fondato: Fabio Chigi, vescovo di Nardò, risiedette in Germania quale nunzio dal 1636 al 1651 e quello che apprendeva dai suoi informatori non è detto che rispondesse alla realtà dei fatti; non sarà stato un caso se il monitorio di Innocenzo X fu emanato nel 1652, cioè pochi mesi dopo la nomina di Fabio Chigi a Segretario di Stato e il suo rientro a Roma, anzi lascia supporre che una migliore conoscenza degli eventi abbia spinto l’autorità centrale della Chiesa a compiere i passi previsti ai fini della comminazione di una eventuale censura; peraltro il monitorio non è l’atto di scomunica, ma l’ingiunzione a deporre su fatti meritevoli di scomunica, per cui la sua omessa pubblicazione di fatto impedì la resa delle deposizioni che avrebbero innescato il procedimento censorio; non vi sono prove che il Chigi, che ovviamente doveva fidarsi del suo vicario, avesse potuto sospettare comportamenti abusivi da parte dello stesso, che in tutta la vicenda si curò peraltro di apparire del tutto estraneo.

Per il resto il silenzio calato sulla vicenda si può interpretare inizialmente come espressione di comprensibile paura di fronte ad una prepotenza che sembrava non conoscere limiti: in situazioni di tal genere l’eroismo di un’opposizione esplicita non sempre è la scelta più saggia, soprattutto quando, come nel caso di cui ci stiamo interessando, poteva fomentare vendette e sofferenze ancora più atroci quanto inutili alla causa. Ma non si può tacere che qualcuno ebbe il coraggio, anzi l’ardire, di consegnare ad uno scritto, rimasto nascosto sotto la polvere del tempo, la memoria delle nefandezze vedute e patite: forse era tutto quello che in quel momento poteva essere fatto, e noi lo ringraziamo perché ci offre oggi la possibilità di apprendere da un testimone diretto e credibile i particolari e i contorni di una vicenda, che può essere così apprezzata in tutta la sua portata non solo storica, ma anche umana e cristiana.

Il silenzio successivo può essere dovuto al fatto, anch’esso istintivo e naturale, che l’uomo tende ad esorcizzare le esperienze che lo hanno ferito in profondità, stendendo un velo sopra il passato e volgendo di preferenza lo sguardo verso il futuro, in cui trovare motivi per risvegliare la speranza di un mondo migliore. Meno comprensibile invece è il silenzio dei posteri: bisogna avere il coraggio di fare sempre i conti con il proprio passato, perché solo così la storia, secondo l’insegnamento di Cicerone, diventa maestra di vita, antidoto al ripetersi delle nefandezze compiute, trampolino di lancio verso un futuro più promettente.

Questo lavoro, che compone egregiamente i fatti in maniera sufficientemente completa e critica e li rilegge in un contesto di più ampio respiro, consente ora ad un’intera Città di riappropriarsi del proprio passato, risvegliando la memoria intorpidita e soprattutto prendendo coscienza di valori imperituri, impregnati del sangue di martiri innocenti, che devono essere sventolati come una bandiera anche nel nostro tempo, esso pure insidiato da una congerie di morbose e destabilizzanti tentazioni, sempre sulla linea della prepotenza e della corruzione, da cui vengono ineluttabilmente partorite, come la storia dimostra, ingiustizie, violenze e ogni forma di prevaricazione della libertà e della dignità dell’uomo e dei popoli.

Un pensiero di gratitudine voglio indirizzare, tra le innumerevoli vittime della ferocia del Guercio di Puglia, ai sei chierici che, dopo aver intercettato il disagio popolare e guidato il tentativo di riscatto dall’insopportabile oppressione del dispotico feudatario, hanno affrontato la morte con commovente ed edificante coerenza evangelica, confermando con l’immolazione della vita la loro scelta vocazionale di dedicarsi, in nome di Dio, al servizio dei fratelli. A loro il Registro dei defunti alla data del 20 agosto 1647 dedica un laconico “morirono e si sepelirono nella Cathedrale”, naturalmente senza esequie. Mi auguro che a questo volume, dedicato al loro sacrificio, ogni neritino voglia aggiungere la propria memoria grata, che continui a farli vivere come fari luminosi di umanità e di civiltà da additare alle nuove generazioni.

 

 

Dalla parte dei giusti. Il Libro d’annali de successi accatuti nella Città di Nardò, notati da D. Gio: Battista Biscozzo

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Copertina dell’opuscolo che sarà distribuito gratuitamente il 19 agosto

Libro d’annali de successi accatuti nella Città di Nardò, notati da D. Gio: Battista Biscozzo di detta Città [*]

 

A… Luglio 1636, venne il Sig. Conte di Conversano, a pigliare possesso della città di Nardò, per la morte di sua Matre D. Catarina Acquaviva, il detto si chiama D. Geronimo.

A 26 Marzo 1638, venne avviso che nella Calabria per una scossa di tremuoto, aveva gettato a terra trenta luochi.

A 12 Agosto 1639  giorno di venerdì, la matina, ad ore 13, fu ammazzato Francesco Maria Manieri, nobile, con una archibugiata, sopra il Cemiterio della Chiesa Matrice, giusto la porta magiore, l’omicita fu un tal Prome Felice, uno che guardava la foresta del Sig. Conte, e si dice esser stato mandato da detto Sig. Conte, per causa che detto Manieri, aveva detto mentre era Sindaco che poco era che era cessato da detto officio, che il Sig. Conte non possedeva libero Nardò, mentre prima di lui, lo possedeva uno casa del Balzo, pignorata per 24 mila docati, fu levata dalla Corte, a detto Balzo, e ne investì detto Sig. Conte, per servigi avuti Sua Maestà, nella guerra, e avendo la Città detta somma di denaro, e pagandolo, restarebbe detta Città Regia; altri dicono che detta Città fu data a detto Sig. Conte, per i servigi fatti nella guerra, vita sua durante, e che se ne pigliasse carlini quindeci per fuoco, l’anno, e doppo morto, s’incorporasse al patrimonio Regio, che così li fu concessa dal Re Ferrante, in tempo che era Sindaco Roberto Sambiasi.

A… Maggio 1643, venne il Canzelliere Mugnes, per la morte di Francesco Maria Manieri, ed annullò il Governo, essendo Sindaco, Gio: Bernardino Massa, de Nobili, e Delfino Zuccaro del Popolo, e nella nuova elezzione fu fatto Sindaco de Nobili Dr. fisico Pietro Gabellone, e Cesare de Paulo del Popolo, detto Governo fu confirmato da S. E., il detto Mugnes sequestrò la giurisdizzione della Città al Sig. Conte.

A 22 Febraro 1646, andarono carcerati in Napoli, Notaro Alessandro Campilongo, Giandonato Ri, Scipione Puzzovivo, Nobile, e otto altre persone del popolo, per imposture fatteli dal Sig. Conte.

A 23 Febraro 1646, furono chiamati in Roma, Dr. Ottavio Sambiasi, D. Gio: Francesco Sambiasi, Cherico Carlo Sambiasi, D. Gio: Cola Sambiasi, Abate Gio: Filippo de Nuccio, Cherico Innocenzio de Nuccio nobili, D. Vitantonio Puzzovivo, D. Onofrio Nestore, D. Francesco Maria Gabbellone, Cherico Domenico Gabbellone, D. Diego de Vito, Cherico Pietrantonio de Vito, Abate Gabriele Nestore, Cherico Francescantonio Giullio, D. Gio: Antonio de Monte nobili; Gio: Francesco Demitri, Cherico Giuseppe Bruno, Cherico Scipione Querriero nobile, Cherico Giuseppe Manieri, Cherico Scipione de Nuccio nobile, Cherico Giullio Cesare de Pandis, Cherico Mercantonio di Vernole, Cherico Patonno Giannelli, tutti questi furono chiamati sotto pretesto che avessero levate certe esecuzioni fatte dal Governatore nelle bestiami de preti, che non volevano pagare il dazio, andarono dal Vicario Generale, che era l’Abate Giovanni Granafeo di Brindisi, il medesimo risposeli che su questo, non penzassero, che l’averebe da difendere, tutti i nominati costituirono procuratore in Roma, e non andarono.

A 21 Luglio 1647, Domenica ad ore 22 si rivoltò il popolo contro Gio: Ferrante de Noha Auditore de Nobili stando pro Sindaco, perché li Sindaci, erano in Lecce, la rivoluzione fu per mancanza del pane, quale portò pericolo della vita, si rivoltò anche contro il Governatore Dr. Geronimo Regina, per l’ingiustizie fatte nel suo governo, detto Popolo gridava che volevano per Sindici Stefano Gabellone de Nobili, e Cesare de Paulo del Popolo, e che cessino di Sindici, Gio: Bernardino Sabatino, nobile, e Francescantonio Bonvino del Popolo, tutti aderenti del Sig. Conte, condiscese detto Governatore, e firmò le scritture; in detto tempo si rivoltò Napoli, e tutto il Regno.

A 22 Luglio1647, vennero in Città detti Sindici, quali stevano rifugiati in Corigliano, essendo detto Marchese D. Giorgio delli Montii. contrario al Sig. Conte, e arrivati che furono, subito il popolo li dettero il Stendardo Reale in mano del Sindaco dei Nobili, che lo portasse nel Castello, e con tutto che detto Sindaco ricusava di farlo, fu necessitato a portarlo, mentre portava pericolo della vita.

A 22 Luglio 1647, il popolo ammazzò Giuseppe Sponziello tamborrino, havendoli scoverto, che voleva ammazzare il Sindaco de Nobili.

A 23 Luglio 1647, ruppero tutti li vasi, e cassette buttando tutte le robe che vi erano dentro della Spezieria di Antonio Corilli veneziano, per aver detto al popolo, che è ribelle del Patrone, sdegnato il Popolo di questo, s’aventarono sopra per ammazzarlo, e perché lo scampò dalle mani arrabiati di questo volevano sbarbicare detta Spezieria da fondamenti, ma perché non era da detto Corilli, si trattennero.

A 24 Luglio 1647, fu fatto capopopolo Patuano, il quale fe bando che si mettessero tutti in arme, come già si videro armati per la Città, andando in Casa di Gio: Lorenzo de Vito nobile, ed in casa di Luzio Zuccaro, Scipione Zuccaro, e dal Governatore, ed altre case, a trovare i Patroni per ammazzarli, come contrari della Città, e ad essi havendone avuto l’avviso, se ne fuggirono in Galatone, come anche fè D. Diego Acquaviva cugino del Sig. Conte.

A 26 Luglio 1647, fu ammazzato Giorgello, serviente del Sig. Conte, per aver sparlato contro la città.

A 26 Luglio 1647, volendo uscire dalla Città la Sig.ra D. Beatrice Acquaviva, con tre figlio il Popolo non la fè uscire.

A 28 Luglio 1647, passando per la vicinanza di Seclì Donatantonio Bonsegna, fu carcerato per ordine del Patrone di detto luoco D. Antonio d’Amato, come cugino del Sig. Conte, saputosi questo dalla Città, mandarono due Riformati, con imbasciate ad esso Barone, che se non scarcerava detto Bonsegna, farrebbero uscire sua sorella dal Convento di S. Chiara, e la brugiariamo, per detta imbasciata subito fu scarcerato; e la sua carcerazione fu per essere stato lui che disse, che si portasse il Stendardo a Castello.

A 29 Luglio 1647, venne ordine da Lecce, che lasciassero uscire dalla Città, D. Beatrice Acquaviva, moglie del Sig. D. Diego Acquaviva; il popolo ubitì.

A 1 Agosto 1647, ad ore diece arrivarono da settanta soldati a cavallo, che andavano scorrendo per la campagna, e attorno alla Città, pigliarono da settanta e più persone, e ne le portarono con essi, tutti questi stevano nell’aere pesando il grano, e chi guardava il fatto suo, e fra questi vi fu Pomponio Argentone nobile, D. Pietrantonio Fisio, nobile, ed altri; la gente a cavallo erano del Sig. Gio: Battista Cicinielli, e da D. Francesco Pignatelli, parenti del Sig. Conte, ed altri di Nardò aderenti del Sig. Conte, e questi andarono a Copertino ad aspettare il Sig. Conte, che veniva ad assediare la Città.

A 2 Agosto 1947, ad ore nove, di nuovo vennero li sopra detti a Cavallo, e principiarono a metter fuoco nell’aere, e fra le altre una si chiama Soleci, l’altra li Mangani, con questa occasione vennero molta gente di Galatone, e se ne portarono molto grano, scampato del fuoco; detta gente andarono per le Masserie d’intorno alla Città, e a quella di Arneo, e pigliarono tutte le bestiami, pecorine, e vaccine, le pecore furono 3000, le vaccine 200 e diverse giomente, e sommarrine, diverse altre Massarie non furono danneggiate, perché erano della partita del Sig. Conte; detta gente si avvicinarono sotto le Muraglie, e incominciarono a tirare archibugiate alla gente che steva sopra le Muraglie tutta armata, mentre avevano avuto l’avviso, che veniva il Sig. Conte, con molta gente armata, per assediare la città, in questo tempo si tirarono molte moschettate d’ambe le parti, ma non successe danno alcuno, la Città tirò un pezzo d’artigliaria, e perché l’artiglieri, non era troppo prattico, non offese nisciuno, doppo ciò la gente di fuora, nuovamente si ritirò in Cupertino.

A 2 Agosto 1647, venne avviso da Lecce, esser stato ammazzato il Dr. D. Ottavio Sambiasi, dentro il cimiterio de Patri Conventuali, perché era avvocato della Città.

A 3 Agosto 1647, ad hore nove arrivò la gente che portava il Sig. Conte con due suoi figli, D. Giulio, e D. Tommaso, e posarono mezzo miglio distante dalla Città, con questi andavano uniti il Principe di Presicce, il Duca di S. Donato, il Marchese di Cavallino, D. Gio: Battista Cicinelli, D. Tuglio di Costanzo, D. Diego Acquaviva, il Barone di Lizzaniello, il Barone di Seclì, ed altri Signori, ciascheduno con la sua gente, due compagnie di cavalli, una compagnia di fanteria, cento Picheri, trenta Gentiluomini di Lecce, con i loro servitori, ci furono anche gente d’Altamura di Monte Peluso, di Bari, di Brindisi, di Gallipoli, di Francavilla, di Casalnuovo, di Galatone, di Casarano, ed altri luochi, che in tutto furono 4000 persone, tutti bene armati, incominciarono a toccar tamburi, e trombette; inteso questo la Città, subito corse la gente alla difesa, e tirarono una cannonata verso l’inimico, proprio alla cavalleria, che li recò non picciol danno, la Città aveva trovato un artegliere inglese, molto pratico a tirare, e si vedeva che dovunque voleva tirava fra lo spazio di un quarto d’hora, vennero dietro la Porta della Città, tre cavalli, con le selle vuote; il nemico si portò vicino al Convento de Patri Paoloni, da dove ebero qualche fastidio i cittadini, quale incominciarono a tirare, quelli di fuora e quelli di dentro, portò il caso che un giovine salendo su una pergola per pigliare uva, li fu tirata una schioppettata, fu colpito nell’occhio, e se ne morì, della parte delli inimici, per relazione di quelli di fuora ne morirono 120 detta battaglia durò due giorni, e due notti, il Sig. Conte mandò due Capoccini, per l’accordio, i Cittadini rifiutarono il partito, nuovamente rimandò detti Patri, li fu risposto che mandasse il Vescovo di Lecce per necozziare, il Sig. Conte fè venire detto Vescovo, e incominciarono a trattare, la pretenzione della Città fu, che il Sig. Conte levasse tutte le gabbelle, e che la balliva sincome ab antico, era della Città, e presentemente la possiete detto Sig. Conte, la rilasciasse ad essa Cità, e in ricompenza di ciò, la Città si obbliga di pagarli 500 docati annui, mentre i cittadini sofrivano molto incommoto per detta balliva, mentre il Sig. Cote la vendeva in ogni anno docati 2000, e perché il compratore non podeva esiger tanto, accordava tutti quelli che avevano bestiami, come esso voleva, senza che nisciuno possa opponersi, e che per l’altre differenze che esistono tra la città, ed il Sig. Conte, se la vedessero di giustizia, tutto questo cercò la città, il Sig. Conte cercò, che li cittadini, nollo contrassero nelli suoi officiali, e che sia levato il Stendardo Reale dal castello, che haveva portato il Popolo.

A 7 Agosto 1647, andarono i cittadini, nelle loro Massarie, e le trovarono spogliate di bestiami, formagio, e di tutte le vettovaglie, e brugiate le case, le porte atterra, in vederle era pietà, si calculò il danno, ed arrivò alla somma di trentamila ducati.

A 9 Agosto 1647, un Massaro che steva nella Masseria nominata S. Elisa, era dell’Arciprete, ponendo fuoco alle ristocce, detto si attaccò alle rene, e abrugiò più di mille alberi, e sarebbe stato magiore il danno se non avessero corsa la gente dalla città, a smorzar detto fuoco.

A 10 Agosto 1647, venne il Sig. Gio: Battista Ciciniello, per causa che il Popolo si andava movendo, mentre si vociferava che i patti di levare le gabelle, e bagliva non si osservava, ma detto Ciciniello, queitò il popolo.

A 11 Agosto 1647, il popolo non si quietò affatto, ma diceva che per tutti i luochi non si pagava nisciuna gabella, ed in Nardò si, si pagavano due carlini a tumolo nella cartella della farina, volle il Popolo che rilevasse detta gabella, e per tal causa passò pericolo della vita il Sindaco de Nobili Gio: Bernardino Sabatino, quale fu di bisogno andare unitamente col Popolo alle Moline, è ordinare all’esattore, che lasciasse entrare tutte le persone, senza pagare cosa alcuna, così s’acquietò il Popolo.

A 13 Agosto 1647, l’aderenti del Sig. Conte, per tal mossa fatta dal Popolo, ne dietero avviso in Conversano al Sig. Conte, e usciti di notte detti aderenti, pigliarono tutta l’artigliaria della città, e dato di mano al Magazzeno della polvere, e altro, tutto trasportarono nel castello, la matina havendo inteso questo il Popolo, parte si ritirarono nelle chiese, e parte se ne uscirono dalla città ricuperandosi nei luochi circonvicini.

A 14 Agosto 1647, l’aderenti del Sig. Conte, pigliarono carcerati, il capo Popolo Patuano… Giuseppe Spatò Giov. Domenico Scopetta, e Gio: Francesco di Calignano, e li portarono carcerati nel castello, detti aderenti andavano per la città armati, intraccia di altri loro contrari, detti aderenti pigliarono informazione, benché falsamente, contro il Popolo, costandoli che volevano ammazzare tutti l’arderenti, detta informazione fu mandata in Utienza, quale la medesimo mandò due Auditori, con una compagnia di cavalli, che erano di D. Tiberio Garrafa, detta compagnia fu mandata ad allogiare nelle case de loro contrari, cioè in casa di D. Francesco Maria Gabellone nobile, Abate Gio: Filippo de Nuccio, nobile Abate Gio: Carlo Colucci, nobile, Pietro Spinelli nobile, Barone Pietr’Antonio Sambiasi, Barone Gio: Guglielmo Sambiasi, Dr. Abbate Benedetto Trono, Antonio d’Anili, ed altri, detti due Auditori dietero ordine che si esigessero le gabelle del Sig. Conte.

A 17 Agosto 1647, fu pigliato dalla chiesa di Casole territorio di Copertino, Cesare de Paolo, e li fu tagliata la testa, vicino la chiesa del Ponte, e pur anche fu pigliato Giuseppe Olivieri, che steva in Leverano, e li fu tagliata la testa, nelli patuli, e tutte due teste furono portate nel castello, dove stevano tutti l’aderenti, saputosi tal fatto dal Tenente de Cavalli, andò in castello lamentandosi, con dire che non havevan fatto bene a tagliar le teste a quelle due persone, quando che detta cavalleria, steva per ordine dell’Aditore Sarsale, per la quiete della città, promettendo, così l’aderenti, come i cittadini di posar l’arme sub fide Regia, e così si avevano acquietati, li fu risposto a detto tenente esser vero la parola data, ma questo successo, fu in campagna, e fu per inimicizie particolari de Cittadini, e perciò non sono incorsi a trasgressione d’ordine.

A 19 Agosto 1647, furono pigliati carcerati, l’abate Gio: Filippo De Nuccio, l’abate Donato Antonio Roccamora, nobili, Dr. Abate Benedetto Trono, Dr. Abate Gio: Carlo Colucci, Francesco Maria Gabellone, e il chierico Domenico Gabellone Fratelli, D. Giovanni Giorgino, Stefano Gabellone, Fratello dell’anzidetto Gabelloni, tutti questo stevano uniti in casa delli detti Gabelloni per sicurità, mentre in detta casa steva il Tenente della Compagnia, e detto Tenente li pigliò carcerati in poder suo, tutti questi furono che nella falsa informazione presa, che erano stati i fomentatori alla ribellione, e alla congiura contro l’aderenti del Sig.Conte; vetendo questo, molti del Popolo incominciarono ad uscire della città, andando per diversi luochi, ma la maggior parte in Gallipoli.

A 20 Agosto 1647, dalla gente del Sig. Conte furono tagliate tre strade, che uscivano al Castello, e incominciarono a trincerare detto castello, alzare la quarta Torrione, quale circondano tutto il castello, fecero anco il ponte, ed il restiglio nella prima entrata.

 

A 20 agosto 1647, fu tagliata la testa al Dr. Abate Gio. Carlo Colucci, d’anni 47; al Dr. Abate Benedetto Trono d’anni 70; Arciprete Gio. Filippo Nuccio, di anni 42; Abate Donato Antonio Roccamora, di anni 53; D. Francesco Maria Gabellone di anni 40; chierico Domenico Gabellone d’anni 37; prima furono archibugiati, e poi tagliate le teste, detto fatto fu dietro il convento di S. Francesco di Paola, e in quell’istante si vide oscurarsi l’aria in tal modo, che non si vedevano l’uno con l’altro, e finito che ebero tal carneficina, l’oscurità si risolse in pioggia così abondante, che era quasi un diluvio, detti sfortunati preti, dacché uscirono dal castello dove stavano carcerati, sino all’hora della loro morte, non mancavano di salmegiare, e dire diverse orazzioni, dandosi animo l’un con l’altro, e dicendo de continuo, Pater ignosce illis quia nesciunt quid faciunt, tra li quali D. Francesco Maria Gabellone, non cessò mai di dire, Conceptio tua Dei genitris Virgo gaudium annunciavit universo Mundo, e doppo morto anche flebilmente risentiva dire dette parole, questo fatto ad hore diecinnove;  nell’istessa notte fu ammazzato il Barone Pietrantonio Sambiasi a pugnalate, essendo questo d’anni 37[†], morto che fu l’appesero per piede alle furche mezzo della Piazza, e le teste delli reti furono posto su il Sedile, e li corpi de medesimi distesi nella piazza attorno le furche.

A 21 agosto 1647, entrò il Sig. Conte in città, con suoi figli, Cosmo, Giuglio, e Tommaso, e con altri Signori, in compagnia di 500 uomini.

A 22 agosto 1647, furono pigliati carcerati, il Barone Baldassarro Carignano, il Dr. Gio. Filippo Bonomi, e Gio. Lorenzo Colucci, nobili, e furono portati al castello.

 

A 22 agosto 1647, si dette sepoltura alli corpi de preti, e di Pietrantonio Sambiasi, ma non alle teste.

 

A 23 agosto 1647, furono carcerati nelle carceri del Vescovo, D. Donato Antonio Pizzuto e D. Onofrio Mastore, sotto pretesto che havessero portato polvere alla città, in tempo che stava assediata, e che havessero accompagnati alcuni gentiluomini che fugivano dalla città.

A 25 agosto 1647, fu gettato a terra lo studio, e due altre camere dell’Abate Gio. Carlo Colucci.

A dì detto si diè il sacco nelle case di Vitantonio Falconi, con dire che s’avesse trovato nella congiura.

 

A 26 agosto 1647, fu pigliato carcerato da Copertino, e portato in questo castello di Nardò il Medico Francesco Maria dell’Abate.

A dì detto si dette il sacco nella casa di Gio. Pietro Giuglio nobile per haver pigliato il stendardo di Sua Maestà dentro la chiesa ove si conservava e datolo a Stefano Gabellone Sindaco de nobili fatto dal popolo, per portarlo nel castello.

A 4 settembre 1647, mercordì all’alba partì il Sig. Conte, con sui filli, et altri signori, portando con essi mille cavalli, e cinquecento petoni, nella città di Lecce, ed entrate alcune persone per la porta falsa del castello, pigliarono D. Francesco Boccapianola mastro di campo di questa provincia insieme con la moglie e figli, e tutta la famiglia, detto Boccapianola s’aveva ritirato nel castello perché il popolo lo voleva ammazzare, con dire che era contrario a detto popolo, e unitosi col sig. Conte, e Duca di S. Donato, e perché detto Duca era stato scacciato da S. Cesario suo luogo, ed essendosi dato il sacco al suo castello di detto S. Cesario, da suoi vassalli, insieme con gente di Lecce, e di Lequile, sdegnato di questo il sig. Duca, et havendosi trovato l’ocasione di questa comitiva, ordinò che si desse il sacco a detto casale di S. Cesario, a questo replicava il sig. Conte, ma il sig. Duca sdegnato quanto più si può, si diè alla fine il sacco, non lasciandoci né meno una paglia dentro delle case, in ultime gettarono tutte le porte a terra, e tirarono di queste anche li chiodi che in vederlo era una pietà, il sig. Duca havendolo visto ne restò molto mortificato, e questo lo visto io proprio mentre andavo a Lequile per vedere certi miei parenti per coriosità volsi andare a vedere detto luogo; in detto luogo fecero residenza tutta quella gente cinque giorni, trattando se andavano a dare il sacco alla città di Lecce, per haver commessa ribellione, havendo il popolo ammazzato il conzelliere Aracca, essendo venuto per aquietare il popolo, perché tumultuava, e perché li cittadini havevano inteso, che avesse venuto per mettere le gabelle, che serano levate, e perciò l’amazzarono. Tra pochi giorni venne ordine da Napoli da S. E., che siano aggraziati tutti i cittadini di Lecce per l’omicidio fatto in persona del detto conzelliere, e che detta città ricevesse per mastro di campo Boccapianola, quale non lo voleva ricevere, ma in luogo suo voleva il sig. Giacomo Spinola genovese, e perciò il sig. Conte, e detto Boccapianola si ritirarono in Nardò per consultare questo fatto.

A 5 settembre 1647, fu pigliato carcerato Andrea Zuccaro, e portato al castello.

A 7 settembre 1647, fu pigliato carcerato cherico orlando Spina di Gallipoli, e cherico Antonio Monittola di detta città, quali passando da S. Cesario per andare in Lecce, per loro affari, ed essendo stati visti dalla gente del Sig. Conte furono pigliati, il Monittola fu lasciato, ma il detto Orlando fu carcerato, per aver fatto imbarcare in Gallipoli il marchese della Caia, D. Francesco delli Monti per haver fuggito dal Regno.

A 8 settembre 1647, Orlando Spina fu trasportato dal castello di Nardò al castello di Taranto.

A 10 settembre 1647, Boccapianola, assieme col Sig. Conte, mandò in Lecce per provista del castello, duoteci carrette di grano, oglio, formaggio, e pietre di moline, i cittadini di Lecce riceverono dette carrette, ma non le consegnarono al castello, perché i cittadini stavano inimici, con quelli del castello, e detta città voleva essa darli la provista, quale il castello non voleva ricevere cosa alcuna dalla città, protestandosi che non voleva altro provveditore, che Boccapianola, saputosi questo da detto Boccapianola, spedì molti corrieri per la provincia, a tutti li Baroni che si conferiscano in Nardò, per andare ad assediare la città di Lecce, per aver incorso al ribeglione, negando di dare al castello quella provista, che si mandò dal Governatore dell’armi.

A 14 settembre 1647, fu carcerato Tomaso Spano nel castello, perché portava le lettere da Lecce in Nardò, mandate dal Dr. D. Ottavio Sambiasi avvocato della città.

A 15 settembre 1647, fu pigliato carcerato Gio. Francesco Bisci, villano, e portato al castello, per testimonio, tutti quelli che sono pigliati carcerato sono per costare il ribellione, per li preti morti, ed altri cittadini.

A 19 settembre 1647, furono pigliati carcerati dentro Gallipoli, avendono fuggiti da Nardò, Pietro Antonio Fiazzi, e Giuseppe Scopetta, detti sono stati presi da uno di Gallipoli, affezionato del Sig. Conte, per nome l’alfiero Annibale Calò, furono trasportati al castello di Nardò.

A 20 settembre 1647, partì per Conversano il Sig. Conte, portando con sé tutti li carcerati, quali furono, il Barone Baldassarre Carignano, il Dr. Gio. Filippo Bonomi, il Dr. fisico Francesco Maria dell’Abate, Gio. Lorenzo Colucci, e Stefano Gabellone il capi popolo Patuano, Giuseppe Spata, Andrea Zuccaro, Pietro Antonio Facci, Giuseppe e Gio. Domenico Scopetta fratelli, D. Giovanni Giorgino, ed un altro villano.

A dì detto fu pigliato il Barone Totino, per ordine di Boccapianola, e fu carcerato nel castello di Nardò, e dopo fu portato nel castello di Gallipoli.

A 23 settembre 1647, partì da Nardò Boccapianola per ordine di sua eccellenza e andò a Munopoli, o a Trani, per far residenza, portando con sé due compagnie di cavalli.

A 26 settembre 1647, fu fatto il bando che tutti quelli che si trovavano fuori dalla città fuggitivi, che venissero a farsi il decreto del Governatore, e che passeggiassero per la città eccettuatone alcune persone, e quelli che non erano eccettuati, nemmeno venivano, perché si vedeva, che il Governatore, mastro d’atti, ed altri aderenti del Sig. Conte, mettevano nella lista tutti indifferentemente, la causa era per abuscar li decreti, o regali e per odi particolari, nuovamente si fe bando, che ognuno venisse liberamente senza decreto, riserbando però tutti quelli eccettuati, quali sono li sottoscritti.

Barone Gio. Guglielmo. e Gio. Francesco Sambiasi, padre e figlio, notaro Alessandro, e Muzzio Campilongo padre e figlio, Mariantonio e Gio. Lelio de Vito, padre e figlio, Antonio e Giuseppe Nociglia fratelli, Matteo e Luca Giorgini fratelli, Gio. Donato e Giacomo dell’Ardita fratelli, Vitantonio delli Falconi nobile, Geronimo Matera nobile, Giuseppe Gabellone nobile, Alessandro Zuccaro, Francesco Luzziano nobile, Virgilio Massafra, Francescantonio Biscozzo nobile, Lupantonio della Fontana, Antonio d’Anili, Aloisio Zuccaro, Donato Antonio Bonsegna, Ottavio Bruno, Gio. Pietro Giuglio nobile, il nome di tutti questi furono  fissati nella piazza.

Altra nota de preti, ma questa non fu fissata in piazza e sono i sottoscritti:

D. Gio. Bernardino Sambiasi nobile, D. Gio. Antonio de Monte nobili, D. Gio. Francesco Cristallo nobile, D. Giuseppe e D. Carlo Piccione fratelli, cherico Gio. Geronimo Carignano nobile, Abate Stefano Conca nobile, D. Alessandro Sambiasi nobile, D. Gio. Francesco Sambiasi nobile D. Alfonso Campilongo nobile, tutti questi notati, sì preti, come laici, si dice che siano incorsi nella ribeglione.

A 11 ottobre 1647, ad hore quattro della notte si levarono le teste delli preti dal Setile, e solamente restarono la testa di Cesare de Paulo, e di Giuseppe Olivieri; si dice che fusse venuto ordine dalla Congregazione al Vicario, che le desse sepoltura, ma detto Vicario prima di far questo, ne scrisse al Sig. Conte; e perciò si levarono dette teste.

A 15 ottobre 1647, venne ordine al Governatore da Sua Eccellenza che mandi il battaglione in Napoli, per soccorso di Sua Altezza D. Giovanni d’Austria, che era venuto per quietare la città di Napoli, per il tumulto accorso, e perché detta città voleva certi patti prima che entrasse Sua Altezza, e non volendo concederli, per tal causa la città si pose in armi, e non lo fece entrare, sdegnato di questo Sua Altezza unito con li tre castelli, esso per la porta del mare, con l’armata navale, sincominciaro a tirarsi con la città, e perciò Sua Eccellenza spedì ordine per tutte l’Università e baroni de luochi, che andassero in Napoli con le loro genti.

A 19 ottobre 1647, venne in Nardò il Sig. Gio. Francesco Basurto, il Sig. Gio. Francesco Pignatelli, il Sig. D. Fulgenzio di Costanzo, detti signori andarono uniti con il Duca di S. Donato, e il sig. D. Diego Acquaviva, che stavano in Nardò, ciascheduno di questi andava con la sua gente chiamati da S. E. in Napoli, come anche furono chiamati tutti li Baroni e cavalieri del regno, e anche la fanteria e cavalleria ordinando a tutte l’Università, che ciascheduno provvedesse li suoi soldati, con darli e i petoni un carlino il giorno, e alli cavalli tre carlini al giorno, e che li pagassero per un mese anticipato.

A 22 novembre 1647, fu pigliato carcerato D. Filippo Demetrio, per haver detto, che l’aterenti del Sig. Conte, toccava fuggire, perché si diceva che il Sig. Conte fusse stato ammazzato, nella guerra di Napoli, con tutti i suoi figli.

A 29 novembre 1647, venne avviso da Conversano della sig.ra contessa, al suo Perceptore, che facesse l’esequie per la morte del Si.g D. Emiglio Acquaviva suo figlio, essendo morto nella guerra di Napoli, a Frattamaggiore.

A 4 marzo 1648, avviso da Conversano che li carcerat che stevano in Conversano, stati ammazzati per ordine del Sig. Conte.

A 5 dicembre 1647, fu pigliata una donna dalla gente del Sig. Conte, e fu posta nel Segio, attaccata alla berlina, per lo spazio di mezz’ora, per haver detto che il Sig. Conte sia morto nella guerra di Napoli.

A 7 marzo 1648, sabato mattina si videro nel Segio le teste di quelle che stavano carcerati in Conversano, e furono il Barone Badassarro Carignano, il Dr. Gio. Filippo Bonomi, Stefano Gabellone Gio. Lorenzo Colucci, Patuano capipopolo, Gio. Domenico e Giuseppe Scopetta fratelli, Giuseppe Spata, Andrea Zuccaro, Pietro Antonio Facci, Archilio, Gio. Francesco di Calignano; venne avviso, che detti morti furono strangolati da due schiavi, e dopo tagliate le teste.

D. Giovanni Giorgino ed il medico Francesco Maria dell’Abate, restarono carcerati, se bene furono passati al Civile, si dice che havessero havuto la grazia per mezzo di D. Francesco Pignatelli il sopra detto Stefano Gabellone s’aveva trattato di darli libertà con pagare mille docati, come già rimandarono in Conversano, e dopo ricevuti, in cambio di mandarlo libero in Nardò gli mandò la testa a sua madre.

A 25 maggio 1648, si levarono le teste che stavano al Sedile, cioè del Barone Baldassarro Carignano, del Dr. Gio. Filippo Bonomi, di Gio. Lorenzo Colucci e di D. Stefano Gabellone e li fu data sepoltura.

A 26 detto furono levate le altre teste, e furono sepolte.

 

[*] Tratto da «Rinascenza Salentina», A.4, n. XIV , 1936, pp. 7-26, pp. 9 -21. Trascrizione di Alessio Palumbo

[†] Si tratta di un errore: Pietrantonio Sambiasi aveva 87 anni

Nardò. 19 agosto 2015. Una notte di note per i giusti

 

 

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Dopo la celebrazione della Messa, presieduta dal Vescovo di Nardò-Gallipoli Mons. Fernando Filograna, nel chiostro dell’ex Seminario (di fronte alla Cattedrale), ci sarà la presentazione del volume Nardò Rivoluzionaria. Protagonisti e vicende di una tipica ribellione d’Età Moderna, Congedo Editore. Interverranno don Giuliano Santantonio, direttore dei “Quaderni degli archivi diocesani di Nardò-Gallipoli”, l’autore Alessio Palumbo e la dottoressa Maria Luisa Tacelli, docente di Diritto Canonico presso l’Università del Salento.

La serata si concluderà con l’evento Una notte di note per i giusti: la lettura da parte di Elio Ria e Roberto Tarantino di alcuni passi dell’opera del Biscozzi inframmezzerà l’omaggio musicale curato dal maestro Luigi Mazzotta, fondatore e direttore dei Cantores Sallentini. Prenderanno parte alla manifestazione il coro polifonico “Parrocchia S. Antonio di Padova” di Parabita diretto da Aurora Nicoletti, i musicisti Elisabetta Braga, Marcello Filograna Pignatelli, Paola Liquori, Alimhillaj Merita, Caterina Previdero, Andrea Sequestro, Giusy Zangari e Alessio Zuccaro.

 

 

PROGRAMMA

Marco Frisina   TRISAGHION

Coro Polifonico Sant’Antonio di Parabita, diretto da Aurora Nicoletti

 

Marco Frisina   VERGINE MADRE (testo di Dante)

Coro Polifonico Sant’Antonio di Parabita

 

Ymer Skenderi           MELODIA POPOLARE ALBANESE

Merita Alimhillaj, violoncello

 

Charl Gounod             AVE MARIA – meditazione su un preludio di J.S. Bach per violoncello e pianoforte

Merita Alimhillaj, violoncello – Luigi Mazzotta, pianoforte

 

Maurice Ravel            La Vallèe del choches (da “Miroirs”)

Marcello Filograna Pignatelli, pianoforte

 

Ernest Bloch               PRAYER  –  per violoncello e pianoforte

Merita Alimhillaj, violoncello – Luigi Mazzotta, pianoforte

Robert Schumann      TRAUMEREI    per violoncello e pianoforte

Merita Alimhillaj, violoncello – Luigi Mazzotta, pianoforte

 

Paola Liquori               DISTORSIONI IV (su due temi di Chopin)

Paola Liquori, pianoforte

 

W.A. Mozart                AVE VERUM

Caterina Previdero, mezzosoprano – Paola Liquori, pianoforte

 

Franz Liszt                  ETUDE D’EXECUTION TRANSCENDANTE n. 3 “Paysage”

Alessio Zuccaro, pianoforte

 

Robert Schumann       dalle Scene Infantili op. 15: Da PAESI E UOMINI STRANIERI –

BAMBINO CHE S’ADDORMENTA

Andrea Sequestro, pianoforte

 

Brahms                       INTERMEZZO op.117 n. 2

Caterina Previdero, pianoforte

 

Giuseppe Verdi           “ADDIO DEL PASSATO” dalla Traviata

Elisabetta Braga, soprano – HongLin Zong, pianoforte

 

Giacomo Puccini         “ SI’, MI CHIAMANO MIMI’” dalla Bohéme

Elisabetta Braga, soprano – – HongLin Zong, pianoforte

 

Z. Kodaly                   STABAT MATER

Coro Polifonico Sant’Antonio di Parabita

 

M. Frisina                  REGINA  COELI

Coro Polifonico Sant’Antonio di Parabita

 

 

CORO POLIFONICO “PARROCCHIA S.ANTONIO DI PADOVA” PARABITA

Il coro polifonico “Parrocchia S.Antonio di Padova” di Parabita, nasce alla fine degli anni ’70, con l’intento di animare le celebrazioni solenni nell’omonima parrocchia. Nel tempo, il coro ha consolidato la sua attività, svolgendo il servizio di animazione durante le celebrazioni di tutto l’anno liturgico. I suoi componenti, animati da spirito di servizio coltivano l’amore per il canto polifonico, convinti che la musica sia capace di toccare il cuore del credente, aprendolo alla contemplazione e rendendolo capace di cantare la propria fede. Ha partecipato a diverse rassegne canore riscuotendo positivi consensi. Particolare momento di grazia, vissuto dal coro con entusiasmo e impegno è stata l’animazione della messa per l’inizio del ministero episcopale di Sua Ecc.za Rev.ma Mons. Fernando Filograna il 28 settembre 2013 a Nardò.

DIRETTORE Aurora Nicoletti

TASTIERA    Paolo Pasanisi       VIOLINO     Francesco Monteanni

SOPRANI                                                                    CONTRALTI

 

Antonazzo Cristina                                                   Fracasso Anna Maria

Corrado Lucia                                                           Fracasso Anna Rita

Garzia Vincenza                                                       Greco Francesca

Giaffreda Irene                                                          Greco Stefania

Giannelli Anna Rita                                                   Guglielmo Rossella

Giannelli Fernanda                                                    Leo Lucia

Grasso Cristina                                                          Monaco Katia

Guglielmo Anna Maria                                               Nicoletti Antonia

Latino Daniela                                                            Piccinno Gianna

Monteanni Maria Pia                                                  Piccinno Rosy

Nicoletti A.Franca

Nicoletti Rosalina

Rizzello Giuly

Russo Anna

Russo Fabia

Serino Lelia

 

TENORI                                                                       BASSI

Cataldo Luigi                                                             Fiorenza Giorgio

Fersini Antonio                                                           Gabriele Marcello

Fracasso Giuseppe                                                    Greco Sergio

Fracasso Roberto                                                       Leopizzi Biagio

Garzia Pierluigi                                                           Tarantino Giuseppe

Merico Salvatore                                                         Vigna Luigi

Russo Guido

Vigna Cesare

 

Elisabetta Braga

Nata a Nardò, si diploma brillantemente in canto presso il Conservatorio di musica “Santa Cecilia” di Roma nel 2013. Comincia la sua attività concertistica esibendosi in vari teatri e sale da concerto Italia e all’estero, quali la Sala Accademica del Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma, il Teatro Politeama Greco di Lecce, la “Tchaikoskj Concert Hall” di Mosca. Debutta nel 2015 a Roma come Mimì ne “La Bohème” di G. Puccini e a Rieti nel 2015 come Gilda in “Rigoletto” di G. Verdi. Si è perfezionata partecipando come allieva effettiva alla masterclass del soprano Sumi Jo tenuta a Roma in aprile. Attualmente sta per conseguire il Diploma Accademico di secondo livello presso il Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma.

 

Marcello Filograna Pignatelli è nato a Nardò (LE), il 19-03-1991.
Ha iniziato lo studio del pianoforte fin dall’età di 6 anni. Ha vinto numerosi primi premi e primi premi assoluti in concorsi pianistici nazionali ed internazionali.
Ha conseguito con il massimo dei voti il diploma del corso tradizionale di Pianoforte presso il Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce sotto la guida del Mº Leonardo Cioffi.
Attualmente frequenta il biennio specialistico di 2º livello di Pianoforte con il Mº Pierluigi Secondi presso il Conservatorio “Luisa D’Annunzio” di Pescara e contemporaneamente frequenta la facoltà di Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi “Gabriele D’Annunzio” di Chieti.

 

Paola Liquori si è diplomata in pianoforte presso il Conservatorio di Lecce col massimo dei voti sotto la guida della prof.ssa Mariagrazia De Leo. Ha partecipato a diversi concorsi nazionali ed internazionali ottenendo il primo premio e nel 2011 è stata selezionata per suonare al Festival delle Murge in occasione del bicentenario dalla nascita di Liszt. Collabora fin da quando aveva 15 anni in formazioni cameristiche. Studia composizione col M° Gioacchino Palma presso il Conservatorio Tito Schipa di Lecce ed ha partecipato sia nel 2014 che nel 2015 alle due edizioni consecutive del Festival Del 18esimo secolo, in occasione del quale sono state eseguite alcune delle sue composizioni.

 

Luigi Mazzotta

Agli studi classici e giuridici ha affiancato lo studio del pianoforte con il m° Enzo Tramis e la prof.ssa Vittoria De Donno, lo studio dell’organo e composizione organistica presso il Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce con il m° Nicola Germinario e a Padova con il m° Wolfango Dalla Vecchia.

E’ stato allievo effettivo del corso triennale di “Pratica corale e direzione di coro” alla scuola del m° Giovanni Acciai del Conservatorio “G.Verdi” di Milano, frequentando altresì i corsi di contrappunto vocale con Marco Berrini, di tecnica vocale con Marika Rizzo e Stew Woudbury, di canto gregoriano con Fulvio Rampi, Alberto Turco e Anselmo Susca. Si è perfezionato in polifonia vocale con Adone Zecchi e Bruno Zagni ed in musica barocca con Sergio Siminovich.

Dal 1984  opera nelle Stagioni Liriche del Teatro di Tradizione di Lecce, prima come artista del coro quindi come maestro preparatore e collaboratore del coro, maestro del coro di voci bianche, maestro alle luci. E’ stato maestro del coro e direttore musicale di palcoscenico in diverse opere liriche di cartellone eseguite in varie località del centro-sud d’Italia. Ha collaborato, come maestro del coro, anche con l’Orchestra ICO “Tito Schipa” della Provincia di Lecce sotto la direzione di Carlo Vitale, Aldo Ceccato, Marcello Rota e Carlo Frajese; ha svolto il ruolo di altro maestro del coro nel “Requiem” di Giuseppe Verdi sotto la magistrale direzione di Romano Gandolfi e nel “Requiem” di Mozart con il CORO LIRICO di Lecce con il quale ha effettuato,come direttore, numerosi concerti suscitando unanimi e positivi consensi di pubblico e di critica. Ultimamente ha fondato e dirige i Cantores Sallentini eseguendo la Petite Messe Solennelle di Rossini in versione originale per soli (C. Fina, soprano – A. Colaianni, mezzo soprano – F.Castoro, tenore – D.Colaianni, baritono), due pianoforti (P.Camicia e V.Rana) ed harmonium (R.Pastore); ed inoltre, Il Gloria, il Credo, il Magnificat, il Beatus Vir di Vivaldi ed il Te Deum di Mozart con l’Orchestra da Camera Salentina riscuotendo lusinghieri apprezzamenti.

Nel maggio 2012, a Lecce, in occasione della prima edizione del “Convegno Internazionale sulla Musica Sacra”, col patrocinio anche del Pontificio Istituto di Musica Sacra della Santa Sede, è stato invitato a dirigere brani corali a cappella con repertorio rinascimentale, barocco e contemporaneo.

 

Alimhillaj Merita

Cittadina italiana (pugliese) di origine albanese diplomata con il massimo dei voti in violoncello presso  l’Accademia delle Belle Arti di Tirana. Vanta numerose collaborazioni con diverse orchestre tra le quali:    l’Orchestra “Venus” di Monopoli, l’EurOrchestra da camera di Bari, l’Orchestra del 700 di Ceglie Messapica,  l’Orchestra della “Magna Grecia” di Taranto, l’Orchestra “S. Leucio” di Brindisi, l’Orchestra “Leonardo Leo” di Lecce, l’Orchestra “Terra d’Otranto”, l’Orchestra da Camera Salentina. E’ stata più volte membro di orchestre in programmi televisivi della Rai. Premio Barocco, Premio Regia Televisiva , collaborando con artisti di fama internazionale e nazionale: Paolo Belli, Riccardo Cocciante, Massimo Ranieri, Gianna Nannini, Antonella Ruggero, Ron, Gianni Morandi, Al Bano Carrisi, Gino Paoli, Renato Zero, Alessandra Amoroso ecc.  Attualmente è docente di violoncello presso l’Istituto Comprensivo “centro”, plesso Salvemini, di Brindisi.

 

Caterina Previdero è iscritta e frequenta l’ VIII anno della scuola di pianoforte presso il Conservatorio Tito Schipa di Lecce nella classe della prof.ssa Maria Grazia De Leo. Nel corso di questi anni ha partecipato a diversi concorsi pianistici classificandosi sempre trai primi posti. Nell’attività di canto del Conservatorio ha fatto parte in qualità di corista nel coro di voci bianche ‘’Sull’Ali del Canto’’ diretto dalla prof.ssa Tina Patavia, per i cui meriti ha percepito anche una borsa di studio. Scopre così di avere un’altra grande passione oltre al pianoforte: il canto lirico ed attualmente studia sotto la direzione del prof. Michael Aspinall.

 

Andrea Sequestro nasce il 25 ottobre 1994. La sua formazione pianistica inizia a 5 con la  Maestra Francesca Iachetta, a Cosenza, per continuare a Nardò con la Maestra Serena Caputo. Partecipa sin da bambino a numerosi concorsi e masterclass e attualmente continua i propri studi presso il conservatorio Tito Schipa di Lecce sotto la guida della professoressa Concita Capezza.

 

Alessio Zuccaro inizia lo studio del pianoforte col M. Ekland Hasa. Ammesso presso il conservatorio “Tito Schipa” di Lecce prosegue il cursus di studi col M. Corrado De Bernart. Affianco all’attività come solista, che lo ha portato ad esibirsi in prestigiose occasioni come il “Festival del XVIII secolo”, intraprende un percorso cameristico che lo porta a collaborare con l’Associazione “Tasselli Salentini” nell’esecuzione (come cembalista) delle “Quattro stagioni” di Antonio Vivaldi e con l’orchestra ICO di Lecce come pianista in orchestra. Nel 2013 vince ex-aequo una borsa di studio come “allievo più meritevole” indetta dal Rotary Club.

 

Dalla parte dei giusti. La storia di Nardò narrata da un neretino

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Nel 1632 il quasi ventenne Giovan Battista Biscozzi, prossimo ad essere ordinato sacerdote, decide di redigere un diario. Non un diario di pensieri e considerazioni personali; non un’annotazione di vicende relative a sé stesso o alla propria famiglia; bensì una cronaca sui principali eventi verificatisi nella propria città, Nardò. Dell’abate Biscozzi, morto nel gennaio del 1683 all’età di quasi settant’anni, poco altro è rimasto: le sue annotazioni rappresentano quindi una delle poche testimonianze della sua stessa esistenza. Dai decenni successivi alla sua morte fino ai nostri giorni, la cronaca, giunta nelle mani degli studiosi per varie vie e in varie versioni, ha rappresentato una delle principali fonti documentali per lo studio della storia neretina di metà seicento.

In occasione della pubblicazione del libro Nardò Rivoluzionaria. Protagonisti e vicende di una tipica ribellione d’età moderna, la Fondazione Terra d’Otranto ha deciso di curare la riedizione, in un piccolo opuscolo gratuito, di una sezione del Libro d’annali de successi accatuti nella Città di Nardò, notati da D. Gio: Battista Biscozzo di detta Città. Di certo, l’autorità riconosciuta dagli studiosi a tale libro può rappresentare di per sé una valida ragione per una riedizione, ma non è la sola.

Sin dalla sua nascita, la Fondazione si è riproposta non solo di incoraggiare lo studio scientifico del territorio, della sua cultura, delle sue tradizioni e della sua storia, ma anche di porre nel giusto risalto i valori, gli insegnamenti, le testimonianze di senso civico ed amore per la propria terra che da questi studi si sarebbero potuti ricavare. La pubblicazione del Libro d’annali coniuga perfettamente questi due obiettivi. Come detto, esso è una fonte storica di inestimabile valore, ma è anche la testimonianza dei valori che hanno spinto un’intera città a ribellarsi al proprio signore. L’autore è sicuramente un osservatore pacato e storicamente affidabile degli avvenimenti cittadini, ma è altrettanto sicuramente un uomo ostile al tiranno e ciò, abbandonando il garantismo storiografico, ci consente di dire che era schierato dalla parte dei “giusti”, ossia dalla parte di coloro che, stanchi di vessazioni e desiderosi di libertà, destituirono i rappresentanti del despota, serrarono le porte della città e combatterono duramente, sacrificando la proprio stessa vita, nel nome della città e della propria dignità di uomini. Il Libro d’annali è infine un’opera del proprio tempo, ma anche un monito e un insegnamento fuori dal tempo: i valori, le idee che animarono i protagonisti dei fatti narrati, rappresentano, a nostro modo di vedere, dei modelli ancora validi.

Alla luce di tutto ciò, la Fondazione Terra d’Otranto ha deciso di ristampare il Libro d’Annali rieditando parte della dettagliata versione trascritta nel 1936 da Nicola Vacca. La speranza sottesa a tale pubblicazione è che essa possa largamente diffondersi nelle aule dove si formano i nuovi cittadini, nelle case e nei luoghi di ritrovo, dove vivono ed operano i neretini di tutte le età. Le gesta dei nostri concittadini, narrate da uno di loro, possano rappresentare da un lato uno stimolo alla conoscenza della propria storia, dall’altro un invito a vivere con pienezza ed attivamente il presente, schierandosi sempre a difesa dei propri diritti e della propria identità.

 

Fondazione Terra d’Otranto

19 agosto 2015. La storia di Nardò narrata da un neretino

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Copertina del libretto che sarà distribuito gratuitamente il 19 agosto 2015, contenente gli Annali del Biscozzi

 

Nel 1632 il quasi ventenne Giovan Battista Biscozzi, prossimo ad essere ordinato sacerdote, decide di redigere un diario. Non un diario di pensieri e considerazioni personali; non un’annotazione di vicende relative a sé stesso o alla propria famiglia; bensì una cronaca sui principali eventi verificatisi nella propria città, Nardò. Dell’abate Biscozzi, morto nel gennaio del 1683 all’età di quasi settant’anni, poco altro è rimasto: le sue annotazioni rappresentano quindi una delle poche testimonianze della sua stessa esistenza. Dai decenni successivi alla sua morte fino ai nostri giorni, la cronaca, giunta nelle mani degli studiosi per varie vie e in varie versioni, ha rappresentato una delle principali fonti documentali per lo studio della storia neretina di metà seicento.

In occasione della pubblicazione del libro Nardò Rivoluzionaria. Protagonisti e vicende di una tipica ribellione d’età moderna, la Fondazione Terra d’Otranto ha deciso di curare la riedizione, in un piccolo opuscolo gratuito, di una sezione del Libro d’annali de successi accatuti nella Città di Nardò, notati da D. Gio: Battista Biscozzo di detta Città. Di certo, l’autorità riconosciuta dagli studiosi a tale libro può rappresentare di per sé una valida ragione per una riedizione, ma non è la sola.

Sin dalla sua nascita, la Fondazione si è riproposta non solo di incoraggiare lo studio scientifico del territorio, della sua cultura, delle sue tradizioni e della sua storia, ma anche di porre nel giusto risalto i valori, gli insegnamenti, le testimonianze di senso civico ed amore per la propria terra che da questi studi si sarebbero potuti ricavare. La pubblicazione del Libro d’annali coniuga perfettamente questi due obiettivi. Come detto, esso è una fonte storica di inestimabile valore, ma è anche la testimonianza dei valori che hanno spinto un’intera città a ribellarsi al proprio signore. L’autore è sicuramente un osservatore pacato e storicamente affidabile degli avvenimenti cittadini, ma è altrettanto sicuramente un uomo ostile al tiranno e ciò, abbandonando il garantismo storiografico, ci consente di dire che era schierato dalla parte dei “giusti”, ossia dalla parte di coloro che, stanchi di vessazioni e desiderosi di libertà, destituirono i rappresentanti del despota, serrarono le porte della città e combatterono duramente, sacrificando la proprio stessa vita, nel nome della città e della propria dignità di uomini. Il Libro d’annali è infine un’opera del proprio tempo, ma anche un monito e un insegnamento fuori dal tempo: i valori, le idee che animarono i protagonisti dei fatti narrati, rappresentano, a nostro modo di vedere, dei modelli ancora validi.

Alla luce di tutto ciò, la Fondazione Terra d’Otranto ha deciso di ristampare il Libro d’Annali rieditando parte della dettagliata versione trascritta nel 1936 da Nicola Vacca. La speranza sottesa a tale pubblicazione è che essa possa largamente diffondersi nelle aule dove si formano i nuovi cittadini, nelle case e nei luoghi di ritrovo, dove vivono ed operano i neretini di tutte le età. Le gesta dei nostri concittadini, narrate da uno di loro, possano rappresentare da un lato uno stimolo alla conoscenza della propria storia, dall’altro un invito a vivere con pienezza ed attivamente il presente, schierandosi sempre a difesa dei propri diritti e della propria identità.

 

Fondazione Terra d’Otranto

Eventi/ Dalla parte dei giusti. La rivolta di Nardò del 1647

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Dalla parte dei giusti

La rivolta di Nardò del 1647

 

Cattedrale/Piazza Pio XI – Nardò

mercoledì 19 agosto 2015, ore 19:00

 

Nel luglio del 1647, nel contesto dei vasti moti insurrezionali che interessarono il sud Italia, la città di Nardò, spinta dalla fame, dai soprusi e dalle decennali angherie perpetrate dal duca Giovan Girolamo II Acquaviva, insorse contro il proprio feudatario. Una rivolta cruenta, che vide la città serrare coraggiosamente le proprie porte per resistere al potente esercito organizzato dal duca. Dopo giorni di scontri ed una illusoria tregua, la vicenda raggiunse il momento forse più drammatico il 20 agosto 1647. In questa data, sei canonici, ritenuti tra i principali fautori dell’insurrezione, furono barbaramente uccisi senza alcun processo. Le loro teste mozzate furono poi lungamente esposte sul sedile cittadino nell’attuale piazza Salandra, accanto a quelle di altre vittime civili: un sanguinoso monito ai neretini sopravvissuti.

Alla vigilia dell’anniversario di questo tragico evento, la Fondazione Terra d’Otranto, la Città di Nardò, la Diocesi di Nardò-Gallipoli e la Consulta per la Cultura della Città di Nardò, hanno organizzato un interessante evento civile e religioso.

Mercoledì 19 agosto, alle ore 19:00, S.E. Mons. Fernando Filograna, vescovo della diocesi Nardò-Gallipoli, presiederà nella Cattedrale di Santa Maria Assunta una celebrazione in memoria delle vittime.

A seguire, su piazza Pio XI, la dott.ssa Maria Luisa Tacelli dell’Università del Salento presenterà il libro di Alessio Palumbo, Nardò Rivoluzionaria. Protagonisti e vicende di una tipica ribellione d’Età Moderna, Congedo Editore. Interverranno all’incontro il Sindaco di Nardò Marcello Risi e l’Assessore alla Cultura Mino Natalizio.

Nel corso dell’evento, la Fondazione Terra d’Otranto distribuirà gratuitamente l’opuscolo Dalla parte dei giusti. La rivolta di Nardò del 1647 descritta dall’abate Biscozzi, una trascrizione della principale testimonianza storica sulla vicenda.

La serata proseguirà con Una notte di note per i giusti:unricco omaggio musicale di artisti neretini e salentini, inframmezzato dalla lettura di alcuni brani del Libro d’Annali del neretino Giovan Battista Biscozzi.

 

Per info:

tel: 3495298033

info@fondazioneterradotranto.it

 

Giorgio Cretì come uno sciamano

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di Giuseppe Corvaglia

 

A Natale mi è arrivato   uno dei più bei regali dello scorso anno: il libro di Giorgio Cretì “Ortelle e dintorni” dono per i sostenitori della Fondazione Terra d’Otranto.

Questa pubblicazione, che raccoglie tutte le sue opere letterarie, mi ha richiamato i Meridiani di Mondadori e dopo averlo letto ho pensato che l’opera sia stata un degno modo per valorizzare uno scrittore di spessore non noto ai più.

In questi giorni di questa estate che non si decideva ad arrivare ed ora ci delizia col suo caldo ecco che giunge come un felino predatore la nostalgia per il Salento.

Sei intento a fare le tue cose e a un tratto senti in’inquietudine, non vedi l’ora di ritornarci, di vedere quei posti, quelle persone, quei sapori che sono la tua gente, i tuoi posti, i tuoi sapori. Così gironzolando davanti alla libreria ecco che come magneticamente, mi capita fra le mani il gradito dono e mi vien voglia di rileggere alcuni racconti come panacea alla nostalgia, ma anche per il piacere di immergermi di nuovo in quel mondo come in un liquido primordiale.

Avevo apprezzato già in passato alcuni suoi racconti sul sito e una pubblicazione sulla panificazione e ne ero stato piacevolmente colpito. A parte la gradevolezza e la forza espressiva mi avevano interessato la capacità di trasmettere un sapere antico che io avevo assaporato con i miei nonni, i miei genitori e tutto quel mondo di amici, parenti, vicini di casa, paesani che ti fanno sentire bene parlandoti, sorridendoti, prendendosi cura di te, facendoti crescere non solo nel corpo, ma anche nell’anima.

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Quelle cose che sembrano banali, ordinarie sono le tue radici, il mezzo che ti lega alla terra e che ti porta il suo nutrimento. Non le vedi, non le tocchi, ma ti servono come l’ossigeno dell’aria che i polmoni aspirano e le cellule di ogni parte del corpo utilizzano per vivere. Da quelle radici ognuno trae la linfa che lo farà diventare quello che è.

Ma spesso la memoria si perde, le persone care se ne vanno e non risenti più le storie, i proverbi, i consigli, le istruzioni per fare una cosa, il nome e il posto di quella pianta particolare.

La memoria è uno strumento insostituibile per ognuno di noi così come per la  comunità (memoria collettiva), ma è anche fragile come strumento e talvolta, pure se rimane nel nostro cuore, è impossibile richiamarla nei nostri pensieri.

Ogni comunità cerca di salvaguardare la sua memoria perché da essa deriva la possibilità  di progredire nella propria identità, di crescere senza snaturarsi. Ogni società dovrebbe saperlo e cercare di custodire la memoria che è bene comune.

Nelle comunità primitive c’erano delle persone deputate alla custodia di questa memoria.

Lo sciamano era l’uomo medicina, ma anche l’uomo della sapienza (le parti del nome sciamano fanno riferimento a radici di uomo e sapere) e l’uomo della memoria.

Lo sciamano conosceva rimedi e codici che potevano regolare la vita e la salute della comunità ma conservava anche quel sapere che era memoria. Nelle culture animistiche lo sciamano trae molte informazioni dal rapporto particolare con l’al di là e la maggior parte dei suoi atti sono permeati di magia.

Anche le nostre comunità avevano degli sciamani. Persone rispettate, capaci di stimare ricchezze, raccolti, terreni, di curare mali con erbe, unguenti ed impiastri, di dirimere liti e contrasti, ma soprattutto genti capaci di rispondere alle tante domande della comunità.

Tutti i nostri nonni in qualche modo sono stati sciamani e tutti noi in piccolo o in grande lo saremo.

Ho conosciuto persone che ricordavano canti, nozioni, storie, e la storia della comunità. Noi giovani avidi di conoscere le nostre radici abbiamo cercato e trovato queste persone, ma non sempre abbiamo rintracciato tutte le risposte, e, bisogna ammettere, talvolta, presi da giovanili ardori siamo scappati rimandando a domani le domande e le risposte. Nel crescere anche le domande sono cresciute e non sempre le risposte sono arrivate anche perché spesso chi poteva dartele se ne era andato.

Oggi molte risposte le ho trovate nei racconti e nei romanzi di Giorgio Cretì.

L’amore per la sua terra, quell’amore ancora più speciale perché vissuto da lontano, lo ha portato a farsi tante domande e a trovare tante risposte.  Molte di queste risposte ce le ha rese nelle sue storie. Vedere le splendide chiese di pietra leccese, le lamie assolate coperte di chianche ti porta a chiederti cosa è quella pietra. Puoi andare e vedere le cave di oggi, meccanizzate, moderne, produttive, ma ti chiedi come è stata estratta la pietra per la casa di mio nonno e per le chiese secentesche ed ecco che  vedi con gli occhi della fantasia, ma lo vedi davvero, il cavamonti. Un uomo che si aggira fra sterili rocce terreni buoni solo a produrre timo, dove non si può coltivare nulla che si aggira saggiando quei ” cuti” con gesti misurati ma misteriosi, quasi apotropaici, e scopre una ricchezza sotto.

Oppure rievocare piccoli gesti come preparare una lampada votiva utilizzando come stoppino la corolla di un fiorellino di campo, l’olio e un bicchiere, oppure ancora riecordare piante, fiori, frutti, utensili e piccoli atti di vita.

Il tempo ci ha fatto crescere e ci ha fatto allontanare da quel mondo, ma ne sentiamo forte la nostalgia e per chi, come me in questi giorni, conta i minuti che lo separano dal ritorno, ma anche per chi, pur restando nel Salento,  si è allontanato dal mondo antico per gettarsi a capofitto nel mondo moderno, più accattivante, più scintillante, sicuramente più attraente, ma alla fine non sempre davvero appagante, potersene riappropriare, anche solo con la lettura, è meraviglioso.

Così cerchiamo le nostre radici, ma così come la memoria da riferimento orale è diventata storiografia con lo studio dei documenti e la valutazione critica delle testimonianze, anche lo sciamano moderno non può più esprimersi confidando nel suo rapporto con l’al di là.

Cretì, uomo dall’intelligenza viva, si è fatto tante domande ed ha trovato tante risposte non per magia, ma affidandosi, come un moderno sciamano, alla conoscenza e alla scienza moderna offrendole a noi.

La sua lettura è quindi un piacevole arricchimento letterario ma è anche una splendida bevanda fresca, chiara dissetante che spegne la nostra sete di saperne di più di un piccolo mondo antico.

Cinque per mille dell’IRPEF per sostenere i progetti della Fondazione

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Gentile Lettore,

 

anche per il 2015 la legge di stabilità prevede, in sede di compilazione della dichiarazione dei redditi, la possibilità di destinare il 5 per mille dell’IRPEF alle associazioni e fondazioni no profit.

Ricordo che la nostra fondazione rientra tra quelle ammesse e che le somme raccolte saranno destinate al raggiungimento delle finalità statutarie e alla pubblicazione della nostra rivista “Il Delfino e la Mezzaluna”.

Per destinare il 5 per mille alla fondazione è necessario indicare nel riquadro “scelta per la destinazione del cinque per mille dell’IRPEF” (primo spazio a sinistra del modello 730 e CUD, nello spazio destinato alle associazioni di promozione sociale) il Codice Fiscale della Fondazione

91024610759

e apporre la propria firma sulla riga sovrastante.

 

Per ulteriori notizie in merito potete rivolgervi ai seguenti contatti: 349/5298033, info@fondazioneterradotranto.it; www. fondazioneterradotranto.it.

 

Rimango a disposizione per ogni chiarimento, ringraziandoTi per l’attenzione e per quanto Vorrai fare

Marcello Gaballo – Presidente

 

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Costituzione. Nata il 4 aprile 2011, ha ottenuto il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al numero 330 – in data 15 marzo 2012. Il  14 dicembre 2012 è stata iscritta nell’Albo Comunale delle Associazioni di Nardò, al numero 21 (Delibera Consiglio Comunale di Nardò n°218 del 14/12/2012).

Finalità. La Fondazione, in conformità con quanto previsto dall’Art. 4 dello Statuto, intende “operare per la promozione, valorizzazione, ricerca e recupero dei beni e dei siti di interesse artistico, archeologico, architettonico, archivistico, demo etno antropologico, storico ed ambientale esistenti nei comuni di Terra d’Otranto”.

 

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Cinque per mille dell’IRPEF per sostenere i progetti della Fondazione

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Gentile Lettore,

 

anche per il 2015 la legge di stabilità prevede, in sede di compilazione della dichiarazione dei redditi, la possibilità di destinare il 5 per mille dell’IRPEF alle associazioni e fondazioni no profit.

Ricordo che la nostra fondazione rientra tra quelle ammesse e che le somme raccolte saranno destinate al raggiungimento delle finalità statutarie e alla pubblicazione della nostra rivista “Il Delfino e la Mezzaluna”, il cui secondo numero presenteremo a maggio.

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Per destinare il 5 per mille alla fondazione è necessario indicare nel riquadro “scelta per la destinazione del cinque per mille dell’IRPEF” (primo spazio a sinistra del modello 730 e CUD, nello spazio destinato alle associazioni di promozione sociale) il Codice Fiscale della Fondazione

91024610759

e apporre la propria firma sulla riga sovrastante.

 

Per ulteriori notizie in merito potete rivolgervi ai seguenti contatti: 349/5298033, info@fondazioneterradotranto.it; www. fondazioneterradotranto.it.

 

Rimango a disposizione per ogni chiarimento, ringraziandoTi per l’attenzione e per quanto Vorrai fare

Marcello Gaballo – Presidente

 

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Costituzione. Nata il 4 aprile 2011, ha ottenuto il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al numero 330 – in data 15 marzo 2012. Il  14 dicembre 2012 è stata iscritta nell’Albo Comunale delle Associazioni di Nardò, al numero 21 (Delibera Consiglio Comunale di Nardò n°218 del 14/12/2012).

Finalità. La Fondazione, in conformità con quanto previsto dall’Art. 4 dello Statuto, intende “operare per la promozione, valorizzazione, ricerca e recupero dei beni e dei siti di interesse artistico, archeologico, architettonico, archivistico, demo etno antropologico, storico ed ambientale esistenti nei comuni di Terra d’Otranto”.

 

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Parole e immagini: un connubio nuovo di comunicare emozioni

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Il dire ulteriore. Immagini e parole

Scatti d’autore di Mauro Minutello – testi di Elio Ria

prefazione di Pier Paolo Tarsi, a cura di Marcello Gaballo

Edizioni Fondazione Terra d’Otranto – Collana Scatti d’autore n°1

formato A/4, cartonato, 84 p., stampa colore

ISBN: 978-88-906976-4-7

 

La lettura del libro  e il godimento delle immagini rimanda ad un ulteriore dire in un panorama ampio di dettagli della terra salentina. Un libro “incompiuto” dove l’esaltazione dell’insieme è demandata al lettore. Il poeta e il fotografo hanno sottolineato ciò che hanno voluto secondo i propri interessi, in condizioni di imparziale attenzione, assumendo anche le vesti di spettatori trasognati.

Indubbiamente le immagini e i testi sono frutto delle abitudini e ossessioni degli autori: difatti in qualsiasi trattazione tematica fotografica e testuale  affrontata,  parlano in fondo di sé stessi, del proprio bisogno di trarre dalla geniale creazione di Dio un frammento concettuale per magnificare la sua opera.

La voglia di dire e di raccontare qualcosa che sfugge all’attenzione, e di cui non si avverte il valore, è palesemente suffragata dall’impegno del poeta Elio Ria e dal fotografo Mauro Minutello, i quali hanno dimostrato come la bellezza di un fiore resta tale anche se non c’è nessuno a contemplarla.

L’opera tenta di agganciare il lettore all’intorno di un mondo  come l’odierno   in cui tutto è uguale a tutto in osservanza della soddisfazione dei bisogni. Decelerare, soffermarsi a contemplare il significato della reale bellezza dei luoghi diventa un esercizio che rafforza le certezze di un’idea, sviluppatasi non solo per meravigliare gli occhi ma anche per traslare significati di architettura della natura. Il linguaggio dei luoghi è affine a quello della lingua.

Traspare nel volume edito da Fondazione di Terra d’Otranto il criterio di non deviare sia in parole che in immagini dal verisimile, rispettando ciò che gli occhi hanno visto – e comunque –  in una sorta di res ficta o argumentum,  vale a dire la res ficta è inventata sì, ma entro i limiti del verisimile, seppure in alcuni testi la poesia tende a colpire con lo splendore della forma: mirando a  immaginare fantasie ma anche cose incredibili. Il poeta giustifica in questo modo la propria licenza di trattare cose impossibili al fine di rendere sorprendente e interessante la sua opera. Di converso il fotografo ha estrapolato da un contesto più ampio un dettaglio che – a parere suo – potesse illuminare con la fissità dell’immagine qualcosa che sfugge all’abitudine degli occhi. Si può dire che  entrambi gli autori sono riusciti a dissimulare e a rendere gradevole persino l’assurdo, infrangendo le regole visive della verità, inducendo gli occhi a ragionare concetti di bellezza e di ulteriore dire, nel tentativo di conquistare gli occhi degli altri. Lo stupore dell’impossibile è un bisogno dell’uomo e i testi quando ne sono ricchi svolgono un compito preciso. Ricorrere alla finzione vuol dire allargare per un momento lo spazio del reale, muovere passi in zone normalmente vietate entro la logica della narrazione che si mantiene in un sistema coerente  di rapporti tra possibile e impossibile.

Il volume, di pregevole fattura, assume l’onere della divulgazione conoscitiva di alcuni luoghi del Salento, rendendo partecipe il lettore alla realtà, la quale è assumibile a un modello che descrive la riconducibilità della vita umana a essa. Modello che può anche fornire chiavi critiche, che può favorire un’evasione, oppure appagarsi della sua contemplazione o riportarlo alla realtà che esso produce fittiziamente.

Il palcoscenico è l’immagine tratta da uno scenario naturale, la parola è il sostegno ad essa per coniugare nuove visioni e una validazione della fantasia. Il libro è da considerarsi a tutti gli effetti un coraggioso tentativo di connubio poetico-artistico che fa da contraltare  ai canoni classici della letteratura e della fotografia, dimostrando che è possibile muovere insieme immagini e parole in un contesto regolato dalla ciclicità degli eventi naturali; inoltre la reversibilità del tempo, gli scambi reciproci fra immaginazione e vita, moltiplicano all’infinito i rapporti soggetto-oggetto. Ria e Minutello hanno teso al massimo il filo che collega il reale all’irreale: amplificando, modellando, cose quotidiane di un creato che può ancora meravigliare.

Il delfino e la mezzaluna. Si presenta oggi il terzo numero

Il  delfino e la mezzaluna

Sarà presentato oggi, alle ore 10.30, presso la chiesa di San Domenico a Nardò, il terzo numero della rivista della Fondazione Terra d’Otranto “Il delfino e la mezzaluna. Studi della Fondazione Terra d’Otranto“.

Saranno gli stessi Autori a presentare il proprio saggio, coordinati dal direttore della rivista Pier Paolo Tarsi.

Particolarmente ricco questo numero, che si sviluppa in 256 pagine,  tutte dedicate alla Terra d’Otranto, dalla preistoria ai nostri giorni. In formato A/4, con copertina cartonata, offre al lettore anche alcune selezioni fotografiche di alcuni validi collaboratori: Fabrizio Arati, Maurizio Biasco, Stefano Cretì, Ivan Lazzari e Mauro Minutello.

Come per i precedenti numeri, la rivista non è in commercio, essendo riservata ai soci e simpatizzanti della Fondazione, che potranno ritirarla in questa occasione. Chi non potrà intervenire può richiederla a info@fondazioneterradotranto.it, versando un contributo volontario tramite conto corrente postale o tramite bonifico. Per i soli soci è previsto anche il dono di una delle pubblicazioni finora edite dalla Fondazione.

Iscritta con numero 17 al Registro della Stampa del Tribunale di Lecce, la rivista è inserita nel catalogo delle pubblicazioni periodiche con codice ISSN 2200-1847. E’ premura della Fondazione, come già successo per i precedenti numeri, di depositarne copia, oltre quelle legali previste per legge, presso le principali biblioteche italiane.

Questi i saggi pubblicati, oltre l’Editoriale del Direttore:

Mariangela Sammarco, Sul santuario rupestre di Santa Maria della Rutta ad Acquarica del Capo (Lecce) : epigrafi, segni e simboli devozionali

Domenico Salamino, Il capitello dell’aquila leporaria nella cattedrale di Taranto: l’itinerario contemplativo dell’anima

Francesco G. Giannachi, Classificazione delle forme verbali perifrastiche del perfetto e del piuccheperfetto usate dagli ellenofoni di Terra d’Otranto

Giovanna Falco, Mario de Raho, cavaliere leccese della Militia Christiana dell’Immacolata Concettione

Domenico L. Giacovelli, Vulnerasti cor meum in uno oculorum tuorum. Riflessioni su un devoto dipinto francescano

Stefano Tanisi, Nuove acquisizioni pittoriche per fra’ Angelo da Copertino (1609-1685 ca.). La Comunione di san Girolamo nella cattedrale di Nardò

Elio Ria, L’arciprete di Lucugnano

Marino Caringella, Un Sellitto misconosciuto tra i “Capolavori dei Girolamini a Lecce”

Ugo Di Furia, Opere inedite in terra salentina di Antonia e Teresa Palomba, sorelle pittrici

Gian Paolo Papi, Dal Salento alla Valnerina: una vicenda, un pittore, due tele

Rosario Quaranta, Francesco De Geronimo e la rapida diffusione della fama di santità e delle gesta meravigliose nei paesi del Nord Europa

Luciano Antonazzo, La cappella ed il dipinto dell’Immacolata coi santi apostoli Pietro e Paolo dell’antica parrocchiale della Trasfigurazione di Taurisano

Maurizio Nocera, Dal mito di Aracne al rito del tarantismo

Marcello Gaballo – Armando Polito, L’obelisco di Porta Napoli a Lecce

Rocco Boccadamo, A Giorgio Cretì: ciao, fratello cantastorie!

Cosimo Barbaro, La fondazione dello spazio funebre nell’Ottocento in Terra d’Otranto

Francesco Tarantino, Maglie “città di giardini”

Gianni Ferraris, A colloquio con Mario Perrotta, per parlare di teatro e di Salento

Restauri. Lavori di restauro di due dipinti su tela della chiesa matrice di Muro Leccese (Alessandra Coppola – Francesca Romana Melodia)

Epigraphica in Terra d’Otranto. L’antico orgoglio di Minervino di Lecce (Armando Polito)

Araldica in Terra d’Otranto. Uno stemma carmelitano a Lecce (Lucia Lopriore)

Segnalazioni. Eugenio Maccagnani e due statue di san Pietro e san Paolo (Valentina Pagano)

Miscellanea. Sei francobolli per ricordare il sesto centenario della Cattedrale di Nardò e della Civitas Neritonensis (Marcello Gaballo)

Edizioni della Fondazione Terra d’Otranto

 

Elio RiaE’ sempre meriggio nel Sud

 

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Il delfino e la mezzaluna n°1 – 2012

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Il Delfino e la Mezzaluna per la Fondazione Terra d’Otranto

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Il delfino e la mezzaluna n°2 – 2013

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Il delfino e la mezzaluna n°3 – 2014

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La Cattedrale di Nardò – 2012

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Pietro Marti (1863-1933) Cultura e Giornalismo in Terra d’Otranto, Fondazione Terra d’Otranto – 2013

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Gli argenti della Cattedrale di Nardò

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Salvatore Napoli Leone. Genio in Terra d’Otranto

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La chiesa e la confraternita di San Giuseppe a Nardò

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Ortelle e dintorni. Giorgio Cretì e i suoi Pòppiti

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Sancta Maria de Nerito. Arte e devozione nella Cattedrale di Nardò (1413-2013)

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Il delfino e la mezzaluna. Ecco il terzo numero

Il delfino e la mezzaluna

Sarà presentato domenica 7 dicembre, alle ore 10.30, presso la chiesa di San Domenico a Nardò, il terzo numero della rivista della Fondazione Terra d’Otranto “Il delfino e la mezzaluna. Studi della Fondazione Terra d’Otranto“.

Saranno gli stessi Autori a presentare il proprio saggio, coordinati dal direttore della rivista Pier Paolo Tarsi.

Particolarmente ricco questo numero, che si sviluppa in 256 pagine,  tutte dedicate alla Terra d’Otranto, dalla preistoria ai nostri giorni. In formato A/4, con copertina cartonata, offre al lettore anche alcune selezioni fotografiche di alcuni validi collaboratori: Fabrizio Arati, Maurizio Biasco, Stefano Cretì, Ivan Lazzari e Mauro Minutello.

Come per i precedenti numeri, la rivista non è in commercio, essendo riservata ai soci e simpatizzanti della Fondazione, che potranno ritirarla in questa occasione. Chi non potrà intervenire può richiederla a info@fondazioneterradotranto.it, versando un contributo volontario tramite conto corrente postale o tramite bonifico. Per i soli soci è previsto anche il dono di una delle pubblicazioni finora edite dalla Fondazione.

Iscritta con numero 17 al Registro della Stampa del Tribunale di Lecce, la rivista è inserita nel catalogo delle pubblicazioni periodiche con codice ISSN 2200-1847. E’ premura della Fondazione, come già successo per i precedenti numeri, di depositarne copia, oltre quelle legali previste per legge, presso le principali biblioteche italiane.

Questi i saggi pubblicati, oltre l’Editoriale del Direttore:

Mariangela Sammarco, Sul santuario rupestre di Santa Maria della Rutta ad Acquarica del Capo (Lecce) : epigrafi, segni e simboli devozionali

Domenico Salamino, Il capitello dell’aquila leporaria nella cattedrale di Taranto: l’itinerario contemplativo dell’anima

Francesco G. Giannachi, Classificazione delle forme verbali perifrastiche del perfetto e del piuccheperfetto usate dagli ellenofoni di Terra d’Otranto

Giovanna Falco, Mario de Raho, cavaliere leccese della Militia Christiana dell’Immacolata Concettione

Domenico L. Giacovelli, Vulnerasti cor meum in uno oculorum tuorum. Riflessioni su un devoto dipinto francescano

Stefano Tanisi, Nuove acquisizioni pittoriche per fra’ Angelo da Copertino (1609-1685 ca.). La Comunione di san Girolamo nella cattedrale di Nardò

Elio Ria, L’arciprete di Lucugnano

Marino Caringella, Un Sellitto misconosciuto tra i “Capolavori dei Girolamini a Lecce”

Ugo Di Furia, Opere inedite in terra salentina di Antonia e Teresa Palomba, sorelle pittrici

Gian Paolo Papi, Dal Salento alla Valnerina: una vicenda, un pittore, due tele

Rosario Quaranta, Francesco De Geronimo e la rapida diffusione della fama di santità e delle gesta meravigliose nei paesi del Nord Europa

Luciano Antonazzo, La cappella ed il dipinto dell’Immacolata coi santi apostoli Pietro e Paolo dell’antica parrocchiale della Trasfigurazione di Taurisano

Maurizio Nocera, Dal mito di Aracne al rito del tarantismo

Marcello Gaballo – Armando Polito, L’obelisco di Porta Napoli a Lecce

Rocco Boccadamo, A Giorgio Cretì: ciao, fratello cantastorie!

Cosimo Barbaro, La fondazione dello spazio funebre nell’Ottocento in Terra d’Otranto

Francesco Tarantino, Maglie “città di giardini”

Gianni Ferraris, A colloquio con Mario Perrotta, per parlare di teatro e di Salento

Restauri. Lavori di restauro di due dipinti su tela della chiesa matrice di Muro Leccese (Alessandra Coppola – Francesca Romana Melodia)

Epigraphica in Terra d’Otranto. L’antico orgoglio di Minervino di Lecce (Armando Polito)

Araldica in Terra d’Otranto. Uno stemma carmelitano a Lecce (Lucia Lopriore)

Segnalazioni. Eugenio Maccagnani e due statue di san Pietro e san Paolo (Valentina Pagano)

Miscellanea. Sei francobolli per ricordare il sesto centenario della Cattedrale di Nardò e della Civitas Neritonensis (Marcello Gaballo)

Edizioni della Fondazione Terra d’Otranto

 

Elio RiaE’ sempre meriggio nel Sud

 

L’omaggio di Ortelle a Giorgio Cretì con la presentazione del volume antologico delle opere

Omaggio a Giorgio Cretì, i relatori

di Paolo Rausa

Una battaglia, due fronti contrapposti – i relatori e il pubblico, fra cui i famigliari di Giorgio Cretì, schierati per guerreggiare non a fini distruttivi ma per esaltare il figlio di questa terra salentina di Ortelle, quel Giorgio Cretì che ha scritto romanzi (Pòppiti e l’Eroe antico), ‘Erbe e malerbe’, un trattato con i nomi e le caratteristiche delle erbe spontanee utilizzate per alimentare generazioni di ‘pòppiti’, una serie di libri sulle ricette della cultura contadina del Salento e dei luoghi in cui è vissuto o ha stretto amicizie, le terre di Emilia Romagna, Liguria e Lombardia.

Qui si era trasferito, in un paesino in provincia di Pavia Giorgio Cretì, portando con sé l’immagine lussureggiante e dolente del paesaggio salentino, che ha prodotto generazioni di contadini, attaccati allo scoglio o meglio alla zolla – come ha efficacemente ricordato di lui Raffaella Verdesca. La scrittrice con una tecnica tipica della geometria frattale ha esaminato gli scritti di Giorgio colmi di passione e di amore per la sua terra, descritta con tecnica veristica nel ruolo di narratore esterno, pur non indulgente a volte di fronte alle ristrettezze mentali dei contadini e degli umili ma propenso a mostrare un cuore che ha battuto incessantemente per loro.

Omaggio a Giorgio Cretì, il pubblico fra cui i famigliari
Omaggio a Giorgio Cretì, il pubblico fra cui i famigliari

Questi figli del Salento hanno lasciato traccia in un muro a secco, in una pajara, in una masseria testimoni di una civiltà in declino che tuttavia, come dice Eugenio Imbriani, docente di Antropologia all’Università del Salento,  ci appartiene come cultura da tramandare e da immaginare come futuro per i nostri figli a partire dall’esperienza dei nostri ‘pòppiti’. Occorre quindi indurre alla conoscenza del territorio e della cultura che ha espresso, manifestatasi attraverso i segni di una lingua ancestrale dai significati densi, come bagaglio di conoscenza da trasmettere ai nostri giovani.

Il merito del progetto ‘Ortelle e gli ortellesi visti con gli occhi di Giorgio Cretì e dei contemporanei’ va attribuito all’Amministrazione Comunale, che attraverso le figure del Sindaco Francesco Rausa e dell’Assessore alla cultura, ha sostenuto il progetto, finanziato dal CUIS. La Fondazione di Terra d’Otranto ha curato la pubblicazione del volume antologico che raccoglie i testi dei romanzi e dei racconti di Giorgio Cretì, illustrati dalle fotografie di Stefano Cretì, esposte nell’atrio di palazzo Rizzelli e di Carlo Casciaro e Antonio Chiarello, i quali hanno riproposto le loro opere pittoriche che illustrano paesaggi e personaggi della terra tanto amata da Giorgio Cretì.

copertinafronte

A illustrarne la figura e le esperienze umane è intervento a nome della famiglia Giuseppe, visibilmente commosso quando ha ricordato le escursioni di Giorgio con la macchina fotografica o la tavolozza che imitava i variopinti colori dei prati.

‘Giorgio in realtà non è andato via dalla sua terra. Ha portato via i colori, gli odori e il mare di lutto e di paradiso, zolle del Salento, pezzi e testimoni di questa terra rievocata con nostalgia – ha esordito Raffaella Verdesca -, presentando l’opera letteraria di Giorgio Cretì come omaggio alla sua terra che questa sera restituisce quanto pattuito tacitamente e sancito fra conterranei che si amano e si rispettano.

Il 1° giugno, ‘Pòppiti’ è stato  rappresentato in piazza S. Giorgio dalla Compagna ‘Ora in scena’ su testo della stessa Verdesca. L’appuntamento si rinnoverà ad ottobre durante la festa di S. Vito, quando la cultura si intreccerà con la tradizione della cucina salentina, descritta mirabilmente in tante opere di Giorgio Cretì.

 

L’omaggio di Ortelle a Giorgio Cretì con la presentazione del volume antologico delle opere

Omaggio a Giorgio Cretì, i relatori

di Paolo Rausa

Una battaglia, due fronti contrapposti – i relatori e il pubblico, fra cui i famigliari di Giorgio Cretì, schierati per guerreggiare non a fini distruttivi ma per esaltare il figlio di questa terra salentina di Ortelle, quel Giorgio Cretì che ha scritto romanzi (Pòppiti e l’Eroe antico), ‘Erbe e malerbe’, un trattato con i nomi e le caratteristiche delle erbe spontanee utilizzate per alimentare generazioni di ‘pòppiti’, una serie di libri sulle ricette della cultura contadina del Salento e dei luoghi in cui è vissuto o ha stretto amicizie, le terre di Emilia Romagna, Liguria e Lombardia.

Qui si era trasferito, in un paesino in provincia di Pavia Giorgio Cretì, portando con sé l’immagine lussureggiante e dolente del paesaggio salentino, che ha prodotto generazioni di contadini, attaccati allo scoglio o meglio alla zolla – come ha efficacemente ricordato di lui Raffaella Verdesca. La scrittrice con una tecnica tipica della geometria frattale ha esaminato gli scritti di Giorgio colmi di passione e di amore per la sua terra, descritta con tecnica veristica nel ruolo di narratore esterno, pur non indulgente a volte di fronte alle ristrettezze mentali dei contadini e degli umili ma propenso a mostrare un cuore che ha battuto incessantemente per loro.

Omaggio a Giorgio Cretì, il pubblico fra cui i famigliari
Omaggio a Giorgio Cretì, il pubblico fra cui i famigliari

Questi figli del Salento hanno lasciato traccia in un muro a secco, in una pajara, in una masseria testimoni di una civiltà in declino che tuttavia, come dice Eugenio Imbriani, docente di Antropologia all’Università del Salento,  ci appartiene come cultura da tramandare e da immaginare come futuro per i nostri figli a partire dall’esperienza dei nostri ‘pòppiti’. Occorre quindi indurre alla conoscenza del territorio e della cultura che ha espresso, manifestatasi attraverso i segni di una lingua ancestrale dai significati densi, come bagaglio di conoscenza da trasmettere ai nostri giovani.

Il merito del progetto ‘Ortelle e gli ortellesi visti con gli occhi di Giorgio Cretì e dei contemporanei’ va attribuito all’Amministrazione Comunale, che attraverso le figure del Sindaco Francesco Rausa e dell’Assessore alla cultura, ha sostenuto il progetto, finanziato dal CUIS. La Fondazione di Terra d’Otranto ha curato la pubblicazione del volume antologico che raccoglie i testi dei romanzi e dei racconti di Giorgio Cretì, illustrati dalle fotografie di Stefano Cretì, esposte nell’atrio di palazzo Rizzelli e di Carlo Casciaro e Antonio Chiarello, i quali hanno riproposto le loro opere pittoriche che illustrano paesaggi e personaggi della terra tanto amata da Giorgio Cretì.

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A illustrarne la figura e le esperienze umane è intervento a nome della famiglia Giuseppe, visibilmente commosso quando ha ricordato le escursioni di Giorgio con la macchina fotografica o la tavolozza che imitava i variopinti colori dei prati.

‘Giorgio in realtà non è andato via dalla sua terra. Ha portato via i colori, gli odori e il mare di lutto e di paradiso, zolle del Salento, pezzi e testimoni di questa terra rievocata con nostalgia – ha esordito Raffaella Verdesca -, presentando l’opera letteraria di Giorgio Cretì come omaggio alla sua terra che questa sera restituisce quanto pattuito tacitamente e sancito fra conterranei che si amano e si rispettano.

Il 1° giugno, ‘Pòppiti’ è stato  rappresentato in piazza S. Giorgio dalla Compagna ‘Ora in scena’ su testo della stessa Verdesca. L’appuntamento si rinnoverà ad ottobre durante la festa di S. Vito, quando la cultura si intreccerà con la tradizione della cucina salentina, descritta mirabilmente in tante opere di Giorgio Cretì.

 

Omaggio a Giorgio Cretì. A Ortelle

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“Per un antico(pòppitu)eroe” è l’incipit che accompagna il progetto/omaggio a Giorgio Cretì, giornalista, scrittore, cultore della gastronomia e delle tradizioni popolari, scomparso lo scorso anno. Ortelle, sua cittadina natale, gli rende merito con due iniziative culturali, che hanno lo scopo di celebrarne la memoria e anche di far germogliare altri semi che Cretì seppe spargere amorevolmente in terre lontane dal suo Salento.

Le manifestazioni si svolgeranno in piazza San Giorgio, agorà del borgo di Ortelle, Sabato 31 maggio con l’illustrazione del progetto “Ortelle e gli ortellesi attraverso gli occhi di Giorgio Cretì e dei contemporanei”, un progetto promosso dal Comune di Ortelle che si è valso della collaborazione della “Fondazione Terra d’Otranto”, finanziato dal CUIS e sostenuto  dall’Università del Salento, Dipartimento Beni Culturali.

Dopo i saluti delle autorità,i familiari di Cretì illustreranno la bio-bibliografia,mentre il presidente della Fondazione Terra d’Otranto dott. Marcello Gaballo presenterà il volume antologico che comprende i due romanzi, racconti inediti e foto d’archivio dello stesso Cretì.

Il volume, riccamente illustrato, sarà distribuito ad ogni famiglia del Comune, con ciò rispettando la volontà di Giorgio Cretì e della stessa Fondazione Terra d’Otranto, a cui sono stati ceduti i diritti dei testi pubblicati.

Domenica 1 giugno, alle 21, si alza il sipario sullo spettacolo teatrale “Pòppiti”, tratto dall’omonimo romanzo di Cretì. Il testo scritto dalla scrittrice Raffaella Verdesca sarà rappresentato dalla Compagnia teatrale ‘Ora in scena’, diretta da Paolo Rausa. Le musiche e le canzoni della tradizione salentina saranno eseguite da P40 e Lucia Minutello, la coreografia daKalimbaStudio Dance. Il racconto è unaffresco di salentinità,una storia d’amore e di guerra ambientata a Capriglia, una masseria collocata nell’entroterra fra Santa Cesarea Terme e Vignacastrisi. Le vicende si svolgono nel 1911 e si intrecciano con la guerra di Libia.

Nei due giorni è possibile visitare la mostra “Ortelle /Paesaggi Personaggi” con opere dei pittori locali Carlo Casciaro e Antonio Chiarello e la “lettura” fotografica di Pòppiti a cura di Stefano Cretì, allestita nell’atrio e nelle sale di Palazzo “Rizzelli”, in piazza San Giorgio.

Info: Comune di Ortelle, 0836 958014, www.comune.ortelle.le.it

 

Pietro Marti (1863-1933). Cultura e giornalismo in Terra d’Otranto

Pietro Marti (1863-1933) Cultura e Giornalismo in Terra d’Otranto, Fondazione Terra d’Otranto, 2013, pp.  252, di Ermanno Inguscio.

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Della recente pubblicazione di Ermanno Inguscio, una elegante monografia sul giornalista salentino Pietro  Marti, scomparso nella sua Lecce ormai da otto decenni, Alessandro Laporta, direttore della Biblioteca provinciale  “N. Bernardini” rende atto all’autore che viene colmato un vuoto storiografico atto a rievocare la figura e l’opera di un insegnante, bibliotecario, giornalista, critico d’arte e animatore culturale del Salento tra Otto e Novecento. Pietro Marti, infatti, sulla scorta di una cospicua eredità fatta di libri, di articoli di giornali, di eventi e mostre d’arte, ha lasciato un patrimonio culturale che questo volume attualizza e rivaluta adeguatamente.

Inguscio, come scritto nella presentazione di Laporta, “ ha costruito un piedistallo su cui ora posa tranquilla la statua ideale di Pietro Marti”.

Un volume, edito dalla Fondazione Terra d’Otranto e curato dal suo presidente Marcello Gaballo, che risponde con pienezza  alle finalità delle attività di quell’Ente volte alla tutela, promozione e valorizzazione del patrimonio culturale dell’antica Terra d’Otranto.

La pubblicazione, scandita in relazione ai contenuti in quattro parti, presenta oltre alla bibliografia un indice delle molteplici illustrazioni sapientemente distribuite nel testo e soprattutto una puntuale “Cronotassi bio-bibliografica”, nella quale l’intera vicenda culturale ed umana di Marti è analizzata in sette periodi, che contraddistinguono peculiarità specifiche della sua multiforme attività. In successione, nello studio di Inguscio, le quattro parti del volume sul  “cacciatore di nuvole” (come è definito Marti da Cesare Giulio Viola): l’uomo di cultura, lo storico erudito e biografo, il direttore de “La Voce del Salento”, il cultore d’arte e di archeologia. “La parabola culturale e giornalistica di Pietro Marti, scrive l’autore del volume nell’”aletta” in seconda di copertina, figura di intellettuale poliedrico tra Otto e Novecento, si articolò nell’intera Penisola, spaziando dall’insegnamento al giornalismo, dalla ricerca storica al recupero dei Beni culturali di Terra d’Otranto e di Puglia. Originario di Ruffano (1863), ben presto emigrò a Lecce, dove fondò un ginnasio privato e diresse alcuni giornali di prestigio. Con la pubblicazione di  Origine e fortuna della Coltura salentina balzò all’attenzione nazionale con note di merito del Carducci e una cattedra d’italiano a  Comacchio. Soggiornò a Taranto, amico della famiglia dell’archeologo Luigi Viola, pubblicando testi e fondando alcuni giornali (“Il Salotto”), dirigendo importanti istituzioni scolastiche. Rientrato nel capoluogo leccese (1903), affinò l’attività di conferenziere e polemista, assumendo incarichi istituzionali e la nomina a regio Ispettore ai Monumenti e Scavi (1923-29).

Curò le Biennali d’Arte del 1924, 1926, 1928, fondò la rivista “Fede” (1923), divenuta poi “La Voce del Salento”, e infine assunse l’incarico di direttore della Biblioteca provinciale “N. Bernardini” di Lecce (1928-33), curando un apprezzato catalogo bibliografico”. Non meno degni di nota, nella pubblicazione di Inguscio, la riflessione sulla frequentazione familiare e il debutto giornalistico e letterario su “la Voce” del nipote Vittorio Bodini, poeta di rilevo del Salento, dopo gli studi di Antonio Lucio Giannone, compiuti presso l’Università degli Studi del Salento, che per primo ne aveva messo in giusta luce lo spessore letterario e l’ispirazione poetica.  E come per Pietro Marti, nel lavoro di Inguscio, anche per l’opera di Bodini, del resto, ricorre una periodizzazione, di sette fasi biografico-estetiche, riconosciuta dallo stesso critico Oreste Macrì, suo sodale e amico vicino-distante all’epoca delle adesioni-polemiche nell’assunzione del mito salentino, ma la settima, quella futurista di Bodini, fu certamente quella adolescenziale vissuta da Vittorio a Lecce, con il vecchio nonno Pietro, a cui l’irrequieto poeta aveva dedicato, nel marzo del 1933, tra rotative e le sue prime esperienze poetiche, “La processione delle lampadine”, con l’affettuoso sottotitolo “A Pietro Marti. A mio nonno”.

Anche per questo Pietro Marti registra qualche  merito nel panorama culturale pugliese.

Sancta Maria de Nerito. Arte e devozione nella Cattedrale di Nardò (1413-2013)

presentazione del volume

Sancta Maria de Nerito.

Arte e devozione nella Cattedrale di Nardò (1413-2013)

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Sarà presentato venerdì 23 maggio 2014, alle ore 19.30 presso la Cattedrale di Nardò, il volume celebrativo del secentenario della Diocesi, dal titolo Sancta Maria de Nerito. Arte e devozione nella Cattedrale di Nardò (1413-2013).

Il volume, edito da Mario Congedo Editore e inserito nella Collana dei Quaderni degli Archivi Diocesani di Nardò-Gallipoli, è curato da Marcello Gaballo, Daniela De Lorenzis e Paolo Giuri.

L’opera, presentata ai lettori dal Cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, offre al lettore un excursus storico-artistico attraverso l’analisi e lo studio dell’ingente patrimonio d’arte conservato nella Cattedrale di Nardò.

L’antico edificio, grazie al contributo di docenti e ricercatori universitari, oltre che di studiosi di varia provenienza ed estrazione, è stato analizzato in tutte le fasi storico-artistiche, dall’età medievale al restauro ottocentesco, in virtù del necessario concorso di molteplici e specifiche discipline, essendo il monumento un eccezionale palinsesto architettonico, oltre che un contenitore di oggetti d’arte di inestimabile valore, molti dei quali qui studiati e offerti al pubblico per la prima volta dopo i recenti restauri che hanno interessato prevalentemente il patrimonio pittorico.

È stato così possibile formulare nuovi studi e analisi artistiche e stilistiche relativamente agli affreschi (dal XIII al XVI secolo) a all’ingente corpus dei dipinti di estrazione napoletana, commissionati in gran parte nella prima metà del Settecento dal vescovo Antonio Sanfelice. Tra le opere pittoriche si segnalano, per rilevanza, le ante dipinte dell’armadio del Tesoro il cui restauro si è appena concluso, restituendo una tra le più pregevoli opere attribuite alla scuola di Francesco Solimena.

Notevoli sono anche i contributi relativi allo studio delle fonti documentarie, tra le quali la Bolla dell’11 gennaio 1413, e dell’arredo sacro, finora mai o scarsamente indagato: dal Crocefisso ligneo, agli interventi settecenteschi apportati da Ferdinando Sanfelice, fino alle compagini musive otto-novecentesche che decorano le cappelle e le stanze parrocchiali.

Frutto, dunque, di una fortunata convergenza di circostanze, i contributi raccolti nel presente volume passano in rassegna sei secoli di storia della Cattedrale di Nardò mediante un capillare scavo archivistico e un attento studio delle fonti documentarie, storiche, letterarie e iconografiche. Tale studio rappresenta, pertanto, una scelta motivata dalla necessità di incoraggiare la valorizzazione, la salvaguardia e la trasmissione del ricco patrimonio artistico, culturale, simbolico e materiale della Ecclesia Mater neritina non solo a fini celebrativi, ma anche e soprattutto per preservare l’integrità e l’identità del tempio, assurto a chiesa regia con decreto del 12 ottobre 1803, dichiarato monumento nazionale il 20 agosto 1879, ed elevato dalla Santa Sede a dignità di Basilica minore il 2 giugno 1980.

 

Saggio V. Cazzato

Piano dell’opera

Card. Gianfranco Ravasi, Prefazione

Mons. Fernando Filograna

Don Giuliano Santantonio

Introduzione

Armando Polito, 11 gennaio 1413 – 11 gennaio 2013. Nardò celebra il suo seicentesimo anniversario

Maurizio Carlo Alberto Gorra, Seicento anni di stemmi: la cronotassi araldica dei presuli neritini

 

PARTE I. L’ETÀ MEDIEVALE

 

Mariella Nuzzo, La Cattedrale di Nardò: dall’origine all’età angioina

Patrizia Durante, Edizioni di monodia liturgica e tradizione manoscritta nella Biblioteca Diocesana di Nardò “Antonio

Sanfelice”

Giuseppe Castelluccio, Il Crocifisso ligneo della Cattedrale di Nardò

Maria Rosaria Marchionibus, La Cattedrale di Nardò e la sua decorazione pittorica

Marcello Gaballo-Armando Polito, Prima attestazione conosciuta del volgare a Nardò

Manuela De Giorgi, La Dormitio Virginis “sculpto opere”, ovvero il rilievo erratico dalla Cattedrale: diario di un viaggio ancora in corso

 

PARTE II. L’ETÀ MODERNA

 

Giovanni De Cupertinis, Ferdinando Sanfelice e il restauro della Cattedrale di Nardò

Mario Cazzato, Barocco in Cattedrale. Ovvero il declino della “maniera neritina”

Maura Lucia Sorrone, Scultura lignea e arredi liturgici in Cattedrale (1590-1734): artisti e committenze

Stefano De Mieri, Pittori del Sei-Settecento in Cattedrale: Francesco Solimena “ritrovato” e gli altri (Lucatelli, De Matteis e Olivieri)

Maria Teresa Tancredi, Pitture sei-settecentesche divise tra l’Episcopio e il Seminario vescovile di Nardò

Paolo Peri, Paramenti liturgici della Cattedrale di Nardò: oro, argento e seta, simboli e sacralità

 

PARTE III. L’ETÀ CONTEMPORANEA

 

Paolo Giuri, Il “ripristino” ottocentesco della Cattedrale di Nardò

Elsa Martinelli, “Per la gloria del Signore e della Sua Santa Casa”: l’organo Inzoli (1897) della Cattedrale di Nardò

Daniela De Lorenzis, Le compagini musive otto-novecentesche della Cattedrale di Nardò (rilievi di Fabrizio Suppressa)

Emilio Panarese, Gli arredi lignei della Scuola d’Arte di Maglie nella Cattedrale di Nardò

 

APPENDICE DOCUMENTARIA

Armando Polito, Nardò, la diocesi e i suoi vescovi riportati da Ferdinando Ughelli nell’ Italia Sacra

 

FONTI MANOSCRITTE E BIBLIOGRAFIA (a cura di Daniela De Lorenzis e Paolo Giuri)

Cinque francobolli per ricordare il sesto centenario della Cattedrale di Nardò e della civitas Neritonensis

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Il 7 novembre 2013 cinque preziosi affreschi riportati  nella serie dedicata all’Ecclesia Mater dalle Poste Vaticane sottolineano la fede, la storia e l’arte del vetusto monumento pugliese

 

di Marcello Gaballo

Per la prima volta nella storia la filatelia dello Stato della Città del Vaticano si occupa del massimo monumento religioso della diocesi di Nardò (ora Nardò-Gallipoli) e lo fa il 7 novembre 2013 tramite l’emissione filatelica di ben cinque valori, utili a ricordare il sesto centenario della elevazione della chiesa abbaziale benedettina di S. Maria de Nerito in Cattedrale, con l’insediamento del vescovo Giovanni De Epiphanis (1355-1425), e contestualmente dell’elevazione della “Terra” di Nardò al rango di Città.

L’anniversario è stato solennemente celebrato l’11 gennaio 2013, data in cui fu emessa  la relativa bolla dal pontefice Giovanni XXIII nell’anno 1413, documento che si conserva in originale presso l’Archivio Storico della Diocesi e dal quale è stato tratto il motto “Ecclesiam in Cathedralem, Terram in Civitatem Neritonensem” riportato sui valori bollati.

I francobolli nascono dalla proposta di Marcello Gaballo, presidente della Fondazione Terra d’Otranto, che oltre due anni fa presentò al direttore dell’Ufficio Beni Culturali della Diocesi don Giulano Santantonio e al Vescovo Mons. Domenico Caliandro (oggi Arcivescovo di Brindisi), quindi alla Commissione di Arte Sacra della Diocesi, la proposta, poi felicemente accolta e fatta propria dall’Ufficio filatelico della Città del Vaticano.

I bozzetti furono realizzati da Sandro Montinaro, su foto di Raffaele Puce. In pochi centimetri il grafico di Carpignano Salentino, autore anche del logo ufficiale, ha riassunto le preziose testimonianze di arte, storia e fede dell’edificio religioso, limitate a cinque particolari di preziosi affreschi del XIII-XV secolo, tra i più  antichi, significativi e leggibili che decorano le pareti e le colonne del massimo tempio cittadino.

Grazie alla professionalità e alla cortesia del Dott. Olivieri e della Dott.ssa Marica Fabris, dell’Ufficio Filatelico e Numismatico del Vaticano, finalmente la Diocesi col suo pastore Mons. Fernando Filograna potrà annoverare tra le sue importanti iniziative anche questa singolare e preziosa occasione, utile per trarre dalla memoria storica elementi sicuri per un rilancio del desiderio di futuro, sia sul piano sociale che su quello pastorale.

Copia di francobollo 0,05

Il valore di 0,05 € riporta un particolare dell’affresco di Sant’Agostino (m. 2,50×0,88), nella navata destra, sul secondo pilastro.

Il santo indossa mitra, guanti e un prezioso mantello, finemente decorato con motivi geometrici, fermato da una fibbia rotonda sul petto e sovrapposto alla tunica monastica, della quale si vedono il cappuccio e la parte superiore. Con la mano destra il Santo indica un cartiglio, ormai illeggibile, retto dall’ altra mano che stringe il pastorale. L’ iscrizione, AGUSTIN con l’US finale nascosto dal pastorale, posta ai lati del capo, attesta il Santo.

Copia di francobollo 10

Il valore di 0,10 € riporta un particolare dell’affresco di Santa Maria delle Grazie o Madonna della Sanità (m. 1,80×0,80), nella quarta cappella della navata destra.

L’ immagine è posta tra due angeli musicanti di stile quattrocentesco ma dipinti alla fine del secolo scorso, in occasione dei restauri della Cattedrale, da Pietro Loli Piccolomini da Siena, assistente di Cesare Maccari.

La Vergine, dai lineamenti dolcissimi e con mesta pensosità, aureolata, con veste bianca e mantello blu orlato d’ oro, è seduta su un elegante baldacchino e regge sulle ginocchia il Figlio, che con la mano destra sorregge un pomo e benedice con la sinistra. Il Piccolo, con il nimbo crociato, veste un abito bianco con delicata tunica rosa. In basso a sinistra si intravede un devoto genuflesso.

L’ imago Beatissimae Virginis Sanitatis, in origine ubicata in fondo alla navata sinistra, nel 1573, da mons. Salvio fu traslocata dove oggi c’è la sede vescovile “per dar più onorato luogo alla sacra immagine…, e per mirarla di continuo avendola sempre all’incontro, e perchè stesse più esposta e alla vista della venerazione de’ popoli”. Da Mons. Girolamo De Franchis (1617-1634) fu di là trasferita nel sito attuale.

Copia di francobollo 15

Il valore di 0,15 € riporta un particolare dell’affresco della Madonna del giglio (m. 2,50×0,88), sul quarto pilastro della navata destra, da ricondurre al momento angioino dell’edificio.

La Vergine, seduta su trono con schienale curvo e raggiungibile tramite tre gradini, è dipinta col volto lievemente rivolto verso il Figlio. Indossa ampia tunica rosa e manto azzurro ed ha il capo coronato avvolto da un nimbo giallo orlato di perle; con la mano sinistra regge un bianco giglio angioino e con la destra sostiene il Bambino, il cui volto è circondato da un nimbo crociato ed orlato. Indossa una tunica rossa con cingolo bianco e indica con la sinistra il giglio.

Sullo sfondo azzurro spiccano le abbreviazioni greche delle due figure, inserite sotto un arco trilobo a tutto sesto.

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 Il valore di 0,25 € riporta un particolare dell’affresco di San Nicola di Myra (m. 2,48×0,80), sul secondo pilastro della navata sinistra.Il santo benedicente alla maniera greca, secondo lo schema bizantino, è ritratto frontalmente e a figura intera, veste tunica bianca, mantello rosso, omoforion bianco nerocrociato e tiene nella mano sinistra un Vangelo decorato con gemme. In alto, a sinistra, la Madre di Dio porge il pallio, mentre all’ opposto il Cristo, anch’ esso a figura intera, porge il Vangelo. Le iniziali latine sono scritte in caratteri gotici e inquadra il tutto una cornice di color corallo, complementare all’azzurro dello sfondo.

 

Copia di francobollo 45

Il valore di 0,45 € riporta un particolare dell’affresco del Cristo Pantocrator (m. 2,50×0,90), sul terzo pilastro della navata destra.

Seduto su un trono, in posizione frontale e benedicente alla greca, Cristo regge con la mano sinistra un Vangelo aperto su cui si legge Ego sum lux mundi qui sequitur me non ambulat in tenebris (Io sono la luce del mondo: chi segue me non cammina nelle tenebre (Vangelo di Giovanni, I, 5).Indossa una veste rossa orlata di oro e un manto olivastro; il viso incorniciato da barba corta e scura ha un nimbo crociato orlato di perle. Interessante la forma del trono, rappresentato da uno schienale tondo abbastanza alto, che è “elemento diffuso nelle scuole artistiche bizantine della seconda metà del XIII secolo, collegato molto probabilmente al tema del <trono della Sapienza>, della Sofia <sapienza divina>, in cui Cristo è raffigurato in trono”.

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Nella parte inferiore dei valori a sinistra è riportato il logo del Vaticano, a destra quello delle celebrazioni neritine, in cui domina la croce patriarcale, che ricalca quella antichissima scolpita sulla facciata della Cattedrale, alla cui base sono opportunamente innestate le due lettere NC, compendiando la valenza nello stesso tempo laica e religiosa dell’evento, essendo abbreviazione N di Neritonensis e C di Cathedralis e di Civitas. Nell’ambito della seconda lettera trovano allocazione le due date 1413 e 2013.

Tra i due loghi è compreso il titolo dell’emissione: VI Centenario della Cattedrale di Nardò.

 

 

La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice
La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice

Caratteristiche tecniche dell’emissione:

Titolo: VI Centenario della Cattedrale di Nardò

data emissione: 7 novembre 2013

serie composta da 5 valori da € 0,05 – € 0,10- € 0,15 – € 0,25 – € 0,45

Tiratura: 150.000 serie complete

Tecnica Stampa: Offset a  quattro colori

Dentellatura 13 ¼ x 13

formato dei francobolli: 32,13 x 38

Stamperia Cartor (Francia)

Nuovi documenti sulla guglia dell’Immacolata di Nardò

guglia di Nardò

di Ugo Di Furia

 

Da sempre gli archivi degli antichi notai rappresentano una fonte indispensabile per ricostruire le vicende relative ad artisti e alle opere da essi realizzate e di cui si era persa memoria, permettendo di individuare momenti importanti delle relative carriere, di valutarne la fortuna critica presso i contemporanei e di ricavare importanti informazioni circa i rapporti con la committenza. Per quanto riguarda poi in particolare gli studi di storia dell’arte nel Mezzogiorno d’Italia, si deve aggiungere il formidabile contributo, probabilmente unico al mondo, fornito dall’Archivio Storico del Banco di Napoli che, con il suo patrimonio quasi intatto di volumi provenienti dai sette Banchi principali del Regno rappresenta, grazie alla registrazione di milioni di documenti di pagamento, una vera e propria miniera di notizie in un arco temporale che va dagli ultimi decenni del XVI fino all’XIX secolo.

Proprio grazie a queste fonti documentarie, recentemente è stato possibile individuare gli autori della statua bronzea dell’Immacolata posta a coronamento della omonima guglia della città di Bitonto[1]. Da uno strumento notarile ritrovato da Gian Giotto Borrelli, datato 2 giugno 1733, scopriamo che il padre Michele Gentile della Compagnia di Gesù su incarico di padre Michele Calamita[2] di Bitonto aveva affidato allo scultore ed orefice napoletano Carlo Schisano[3] il compito di realizzare entro il 10 novembre dello stesso anno una statua di rame di sette palmi d’altezza su disegno di Domenico Antonio Vaccaro[4]. Il compenso, condizionato all’approvazione finale dello stesso Vaccaro, ammontava a 550 ducati. Il ritrovamento anche delle polizze di pagamento emesse dal Banco dei Poveri in numero di sette fra il 3 giugno del 1733 e il 13 gennaio 1734 conferma che tutti i termini del contratto vennero rispettati[5].

Ma tra i vari strumenti di indagine a disposizione degli studiosi, oltre agli archivi e le fonti bibliografiche, vi sono anche gli antichi giornali, già ampiamente diffusi nei secoli XVII e XVIII. Pur essendo non sempre facilmente fruibili in quanto dispersi in modo  lacunoso in varie biblioteche, non solo napoletane, essi rappresentano una fonte meno conosciuta di notizie spesso inedite e di grande importanza per la storia politica ed artistica del Regno di Napoli.

Utilizzati inizialmente soprattutto dai musicologi, solo più di recente sono stati oggetto di attenzione da parte degli storici dell’arte. Un esempio della loro importanza è rappresentato dai notevoli contributi ricavati dai cosiddetti Avvisi di Napoli[6], ancora una volta per lo studio di alcune delle diverse guglie erette per devozione popolare non solo a Napoli, ma anche in varie cittadine campane e pugliesi, nel corso del XVIII secolo[7].

Già nel 1976 Teodoro Fittipaldi traeva dal numero 10 di Avvisi dell’8 febbraio 1746 il giorno in cui veniva posta la prima pietra della guglia dell’Immacolata costruita di fronte alla chiesa del Gesù Nuovo di Napoli su iniziativa di padre Francesco Pepe, i cui lavori vennero solennemente iniziati il 1 febbraio di quell’anno[8]; l’interessante documento correggeva così la data erronea del 7 dicembre 1747 dovuta ad un refuso di Pietro degli Onofri che aveva, fino ad allora, rappresentato l’unica fonte per la datazione dell’avvenimento[9].

Più recentemente, sempre dallo stesso giornale, veniva ricavata la notizia dell’inaugurazione del medesimo monumento avvenuta, in perfetta concordanza con i documenti di pagamento relativi alla sua costruzione, tra il 6 e l’8 dicembre 1754[10].

E ancora da un numero di Avvisi veniamo a conoscenza dell’inaugurazione avvenuta nel mese di agosto del 1738 (probabilmente in occasione della festa patronale) della piccola e meno conosciuta guglia di S. Rocco, eretta nella frazione Penta di Fisciano (in provincia di Salerno)[11].

Ma la notizia più interessante sull’argomento e, per certi versi sorprendente, la ricaviamo dal n. 42 del 16 settembre 1749 del medesimo giornale[12]. Essa fa riferimento ai festeggiamenti celebrati alla presenza del vescovo Francesco Carafa per l’arrivo da Napoli della statua marmorea dell’Immacolata Concezione destinata ad essere posta in cima alla guglia eretta in suo onore nella piazza principale di Nardò.

 

particolare con la statua dell'Immacolata
particolare con la statua dell’Immacolata

 

“Dalla città di Nardò siamo ragguagliati, qualmente erettosi nella Piazza principale di quella un nobile, e magnifico Obelisco, in onore della SS. VERGINE IMMACOLATA di pure limosine spontaneamente offerte, e non richieste; giunse ivi ultimamente da questa Capitale una statua di marmo finissimo di palmi nove della stessa   GRAN VERGINE IMMACOLATA, di eccellente Scoltura, da mettersi nella cima di detto Obelisco. Ricevuta processionalmente in una delle porte della Città da Mons. Vescovo D. Francesco Carafa, e da lui Pontificalmente vestito ancor benedetta fu condotta in trionfo per le principali strade riccamente adobbate, seguita dal Capitolo, Mansionarj, e Clero; coll’intervento ancora degli Ordini Regolari, di tutto il Magistrato, Nobiltà, e Popolo innumerevole tra le pubbliche acclamazioni, e continovi Viva di giubilo, tra le armoniche Melodie di ben concertati istrumenti, e tra un continuo sparo di mortaretti, e fuochi artificiali; e giunti nella pubblica Piazza fu depositata la Statua vicino all’Obelisco, ed intonato il Te Deum in rendimento di grazie si proseguirono le Feste di sparo, ed illuminazioni fino alle molte ore della Notte. Detta Statua è stata scolpita da D. Matteo Bottigliero Scultore Napolitano”[13].

 

L’importanza del documento si fonda principalmente su due dati, fino ad oggi ignoti alla critica.

Il primo è che la statua di marmo posta a coronamento dell’obelisco, costruito interamente in pietra di carparo[14], venne realizzata dal napoletano Matteo Bottigliero[15], allievo di Lorenzo Vaccaro nonché figura fondamentale nel panorama artistico napoletano di metà del XVIII secolo, negli stessi anni in cui lo scultore lavorava insieme a Francesco Pagano alla decorazione marmorea della Guglia dell’Immacolata di Napoli[16]. L’artista aveva inoltre già operato in Puglia cinque anni prima per la cattedrale di S. Eustachio ad Acquaviva delle Fonti, come attesta un documento di pagamento emesso dal Banco dello Spirito Santo il 18 luglio 1744 ritrovato da Eduardo Nappi[17], grazie al quale si trae che lo scultore riceve da tal Francesco Molignani, 235 ducati per l’esecuzione, su disegno del pittore Nicola Maria Rossi, delle statue marmoree di Santa Theopista (moglie di S. Eustachio) e dei due suoi figli; la suddetta somma, da corrispondersi solo dopo giudizio favorevole dello stesso Nicola Maria Rossi[18], comprendeva anche il loro trasporto via mare da Napoli alla marina di Bari. Oltre alle sculture di Acquaviva, è stato ipotizzato da parte di Mimma Pasculli Ferrara, sulla base di considerazioni di carattere stilistico, un possibile intervento del Bottigliero anche per i putti capo altare nelle chiese di Santa Croce a Lecce e di San Domenico a Martano[19].

La seconda notizia, non meno importante della prima, riguarda la datazione del monumento che, per quanto in maniera controversa, veniva fino ad oggi ritenuta dalla maggior parte degli studiosi di epoca successiva alla guglia napoletana dell’Immacolata (i cui lavori si conclusero come già si è detto in precedenza nel 1754) sulla base di un resoconto del vescovo Luigi Vetta sui festeggiamenti celebrati a Nardò l’8 dicembre 1854, in occasione dell’introduzione da parte di Pio IX del dogma dell’Immacolata Concezione; questi infatti affermava che in quei giorni “Nella piazza principale faceva vaghissima mostra la guglia, che, innalzata molti anni prima, ad imitazione di quella eretta nel largo della trinità maggiore di Napoli, appariva con un bel disegno illuminata, per gran numero di lumi che splendevano in vetri colorati”[20].

nardò piazza

Per la verità, nonostante l’affermazione del Vetta, che va oggi considerata erronea alla luce dei nuovi elementi a nostra disposizione, i primi autori che si erano occupati del monumento nerentino individuavano nella fine del XVII secolo l’epoca della sua costruzione[21]. In seguito l’unico studioso a dimostrarsi concorde con tale datazione sarà Giuseppe Palumbo che nel 1953 lo definisce «opera del XVII secolo» e ne attribuisce la paternità, sebbene dubitativamente, all’architetto Giovan Bernardino Genoino di Gallipoli, già artefice della cattedrale di Sant’Agata nella sua città natale[22].

Tuttavia nel 1930 Francesco Castrignanò affermerà, senza fornire alcuna prova a sostegno, che la cosiddetta “colonna” venne edificata nel 1769 su iniziativa dell’Abate Francesco Antonio Giulio, sotto il vescovato di Marco Aurelio Petrucelli, come ringraziamento per lo scampato pericolo dal terremoto del 1743[23]. Da questo momento in poi, il 1769 sarà pedissequamente indicato come anno di costruzione della guglia da quasi tutti gli studiosi che ritorneranno successivamente sull’argomento. Fra questi Giovanni Siciliano[24], Michele D’Elia e Luciano Zappegno[25], Pantaleo Ingusci[26], Emilio Mazzarella[27], Benedetto Vetere e Salvatore Micali[28], Mario Manieri Elia[29], Stefano Leopizzi e Giovanni Vernich[30], Mario Mennonna[31], Mimma Pasculli Ferrara[32] ecc. Solo Antonio Castellano nel 1976 posticiperà ulteriormente al 1775 l’anno di costruzione del monumento, anch’egli astenendosi dal riportare prove a supporto di quanto dichiarato [33], mentre Pietro Marti nel 1932 l’aveva definita “opera settecentesca di ornamentazione esuberante fino al delirio”[34].

La data del 1749 riapre anche nuovi scenari circa l’attribuzione dello spettacolare monumento. Se da un punto di vista cronologico la già citata assegnazione a Giovan Bernardino Genoino da parte di Giuseppe Palumbo può essere considerata ancora plausibile, più problematica appare invece l’ipotesi avanzata da Mario Cazzato[35] e sostenuta anche da Mimma Pasculli Ferrara[36], di riferire l’opera all’architetto copertinese Adriano Preite (1724 – 1804) la cui lunga carriera si svolse fra il 1747 e il 1797; facendo i debiti conti dovremmo accettare la difficile anche se non del tutto impossibile eventualità che un’impresa di tale portata fosse stata affidata ad un architetto non ancora venticinquenne e comunque agli inizi della carriera.

La retrodatazione di circa vent’anni della “colonna” nerentina rispetto all’anno 1769 accettato finora come riferimento dalla maggior parte degli studiosi, induce a considerare con maggiore insistenza il possibile coinvolgimento di Ferdinando Sanfelice nel progetto dell’opera. L’importante architetto napoletano, fratello di Antonio, vescovo di Nardò dal 1708 al 1736[37], sarà presente più volte in quegli anni nella città pugliese ridefinendo l’assetto urbanistico dell’area circostante il duomo con una serie di interventi, non solo nella cattedrale, ma anche nei vicini edifici del vescovato e del seminario, nonché nel monastero di Santa Chiara. Non si può escludere quindi, che già prima del terremoto del 1743 sia maturata l’idea di realizzare nel cuore della città un’opera analoga a quella sorta all’inizio degli anni Trenta a Bitonto, il cui duomo, al pari di quello di Nardò, è consacrato alla Vergine Assunta. Un eloquente indizio a sostegno di tale ipotesi, come suggerisce Giovanni De Cupertinis[38], è rappresentato dallo Studio preliminare per una guglia dell’Immacolata, schizzo a penna inserito nel Corpus Sanfeliciano del Gabinetto disegni e stampe del Museo di Capodimonte; il disegno raffigura una struttura a sviluppo verticale che racchiude allo stesso tempo elementi architettonici tipici della guglia e della colonna e che potrebbe essere espressione di un preliminare momento progettuale, poi ampiamente modificato in fase di realizzazione.

Un rinnovato interesse da parte degli studiosi supportato dall’auspicabile ritrovamento di nuovi documenti potranno in futuro fornire una risposta definitiva anche a questo interrogativo.

 

Pubblicato integralmente su Il Delfino e la Mezzaluna n°2.

Aggiunta a Leonardo Antonio Olivieri e tre proposte per Domenico Antonio Carella

Dipinto Olivieri

di Nicola Fasano

 

L’inaugurazione del Museo Diocesano di Arte Sacra[1] di Taranto nel 2011 ha finalmente aperto alla città un patrimonio storico e artistico di notevole valore. La struttura, infatti, si presta ad essere uno dei punti cardine della vita culturale tarantina. Grazie alla disponibilità del suo direttore, Don Francesco Simone, molto sensibile alla promozione e alla divulgazione dell’arte sacra, possiamo annoverare nel suddetto museo alcuni gioielli pittorici sconosciuti agli studi e finalmente esposti alla pubblica fruizione.

Il primo dipinto preso in considerazione ha come soggetto San Francesco.  Si tratta di una tela centinata di grandi dimensioni (320 x 214), raffigurante la Visione di San Francesco alla Porziuncola, tema caro ai francescani, collocata nella sezione museale dedicata alla Cattedrale. In questa sezione sono esposti dipinti e sculture che adornavano le cappelle barocche, abbattute in seguito ai discutibili restauri dell’architetto Schettini nel 1952[2], per riportare il duomo alla sua originaria facies romanica.  

L’unica segnalazione del dipinto è contenuta nella catalogazione curata dal C.R.S.E.C. (Centro Regionale di Servizi Educativi e Culturali) Iconografia Sacra a Taranto, volume in cui il dipinto viene presentato con una piccola foto in bianco e nero e schedato come Visione di San Gaetano di anonimo autore settecentesco, conservato in episcopio[3]. San Francesco era confuso con il santo teatino e la Vergine con Dio Padre[4]. Dalla riproduzione fotografica dell’epoca, la tela presentava una lacuna nella parte alta.

Il recente restauro del 2010, curato dalla Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici della Puglia con  l’esposizione nel museo, ha potuto fugare ogni dubbio dal punto di vista iconografico e stilistico.

L’iconografia riprende liberamente la vicenda della visione di san Francesco alla Porziuncola, quando in una notte del 1216, Francesco immerso nella preghiera all’interno della chiesa, vide stagliarsi nella luce accecante Cristo e la Vergine, circondati da un nugolo di angeli. Alla divina apparizione il santo chiese il perdono e la remissione dei peccati per chiunque visitasse quel luogo. La richiesta fu accolta dal gruppo divino, a patto che Francesco la indirizzasse al Papa Onorio III.

Il dipinto, per fugare ogni dubbio sulla questione iconografica, è molto affine alla tela di Francesco De Mura riprodotta nel prezioso archivio fotografico di Federico Zeri[5].  La composizione, resa dinamica da un impianto compositivo impostato sulle diagonali, vede san Francesco in basso a destra colto nel tipico atteggiamento estatico, con le braccia allargate mentre rimira il Salvatore, controbilanciato a sinistra dalla presenza dell’angelo, che reca nella mano destra i simboli del martirio di Cristo e nella sinistra l’indulgenza della Porziuncola, chiave di lettura del nostro dipinto.

Più in alto, Cristo assiso su una nube e circondato da cherubini, regge la croce e indica con la mano destra la Vergine che irrompe in alto a destra dominando la composizione. Ad arricchire il dipinto, oltre a gruppi di cherubini, un angelo sospeso a mezza altezza e dal fluente panneggio rosso, che si avvinghia sicuro alla croce, mentre un altro sembra dispettosamente scoprire Gesù afferrandone il drappo.

La tela, può attribuirsi al pittore martinese Leonardo Antonio Olivieri di formazione solimenesca per una serie di motivi. In primo luogo palesi sono i rimandi al maestro nei panneggi accartocciati che avviluppano le figure, e nei cherubini paffutelli, sigla distintiva di molte sue opere. Vera cifra stilistica del maestro è il Cristo, tornito plasticamente da trame chiaroscurali, che nell’indicare la Vergine Madre, richiama le figure del Salvatore e del Battista nel Battesimo, dipinto da L. A. Olivieri per la cattedrale di Nardò[6].

Lo stesso Cristo nell’indicare con l’indice destro la Madonna, riprende la santa Rosa da Lima nella Vergine e sante domenicane della chiesa tarantina di san Domenico[7]. Modelli questi, desunti dal San Clemente di Francesco Solimena nella pala di Sarzana[8]. Il celebre e richiesto pittore napoletano faceva esercitare i suoi allievi nel riprendere alcuni brani delle sue opere, replicando gesti, posture, secondo una consolidata tradizione, per adattarli a nuove soluzioni iconografiche, come nella tela del museo tarantino.

Non è da escludere, inoltre, che lo stesso Leonardo si sia ispirato all’illustre precettore studiando la Trinità in Gloria con San Filippo Neri e Santa Francesca Romana del museo di Oxford[9], databile intorno al 1725-1730. Se questo non bastasse ad ascrivere l’opera all’Olivieri, è sufficiente confrontare l’angioletto che guarda in basso ai piedi della Vergine e che riprende quello di un altro dipinto di soggetto francescano: la Gloria di santa Chiara di Aversa[10] e quello gemello dell’Apparizione di san Giovanni Evangelista[11] nella Cattedrale neretina.

L’angelo svolazzante con l’avviluppante panneggio rosso fiammante, altro non è che lo stesso in posizione speculare che rimira dall’angolo sinistro in alto l’Adamo ed Eva dell’Eden della collezione D’Errico[12]; dipinto quest’ultimo che Galante aveva dubitativamente attribuito all’Olivieri[13].

La stessa figura verrà replicata con esiti manieristici da Domenico Carella, come si può evincere nella Vergine del Rosario in san Domenico a Martina Franca[14]. Il pittore francavillese avrà potuto osservare le tele del più affermato Olivieri e prendere a proprio piacimento le figure, dando avvio ad un “solimenismo” di maniera.

Per finire e fugare ogni dubbio attributivo, potremmo mettere a confronto l’Eterno Padre che spicca nella Sacra Famiglia attualmente conservata in San Pasquale di Baylon a Taranto[15], con la Vergine del dipinto del museo tarantino.

Stemma famiglia La Riccia
Stemma famiglia La Riccia

Lo stemma nobiliare in basso a destra sormontato da corona marchesale, presenta dei porcospini in processione, emblema della famiglia nobiliare dei La Riccia, committenti di un altro dipinto oggi esposto nello stesso museo e proveniente dalla cattedrale di Taranto, raffigurante la Visione di san Filippo Neri[16]. L’opera si può attestare intorno agli anni ‘40 del Settecento nella fase tardo-solimenesca in consonanza con il Trionfo dell’Ordine Francescano, tela attribuita all’Olivieri[17] e proveniente dalla cattedrale. In entrambi i dipinti menzionati assistiamo ad una ripresa pittorica in chiave neo-barocca[18], condotta da saldi contrasti chiaroscurali di stampo “pretiano”, che drammatizzano la scena, stemperata da una luce soffusa e ravvivata da bagliori, che rendono la composizione trasognante e mistica, come richiesto da un’opera devozionale barocca che descrive l’evento miracolistico. La tela è animata dai rialzi cromatici delle vesti dei protagonisti; spicca su tutti il panneggio accartocciato rosso fuoco con cui l’angelo focalizza la composizione.

 

Martirio di Santa Lucia
Martirio di Santa Lucia

Altri inediti arricchiscono le sale del Museo Diocesano di Taranto; nella sezione dedicata ai santi, si segnala una tela mistilinea raffigurante il Martirio di santa Lucia, proveniente da una delle stanze del palazzo arcivescovile, fatta affrescare dall’Arcivescovo Capecelatro e ricordata nei documenti come “seconda stanza” piena di quadri piccoli e grandi[19].

La forma e le dimensioni fanno pensare ad un dipinto collocato altrove e successivamente portato nella residenza vescovile, dove è rimasto fino alla nuova collocazione museale.

L’opera ritrae la vergine martire di Siracusa mentre si appresta a ricevere la palma del martirio e una corona di fiori da un gruppo di angioletti che irrompono dall’alto. Suoi attributi iconografici sono gli occhi che Lucia si accinge ad adagiare sopra un piatto sorretto da un angelo in basso a destra; sullo sfondo, a sinistra, la santa stessa viene ritratta durante le persecuzioni contro i cristiani mentre stoicamente prega. A sottolineare il vero supplizio di Lucia è, tuttavia, la ferita inferta al collo che evidenzia lo sgozzamento della santa e non l’estirpamento degli occhi.[20].

Si tratta di un’opera di Domenico Antonio Carella, tipica di quel “solimenismo” mediato da Giaquinto, come felicemente ha sottolineato Galante[21]. Il ductus pittorico, nell’utilizzo di colori dalla stesura liquida, nelle pose languide e nel modo di condurre i cherubini a punta di pennello, riporta alla mente il dipinto di soggetto mitologico collocato sul soffitto centrale del tarantino palazzo Pantaleo[22],  raffigurante La Partenza di Achille da Sciro.

A rafforzare questa ipotesi, basta confrontare il volto di Achille con quello della santa, o lo stesso soldato a cavallo con gli eroi omerici ritratti nella stanza dell’edificio nobiliare. A questo si aggiunga l’angelo colto di profilo, mentre regge il piatto, che riecheggia il san Giovanni evangelista del Compianto su Cristo morto nella chiesa del Purgatorio a Fasano[23].

 flagellazione

Altre due tele mistilinee dal medesimo formato (154 x 227) ed ascrivibili al pittore, sono esposte nella sezione “cattedrale” del museo[24] e in origine collocate sulle pareti laterali della cappella di santa Maria della Pietà.

Si tratta di un breve ciclo della Passione che comprende la Flagellazione di Cristo (Matteo, 27, 26; Marco, 15, 15; Luca, 23, 16 e 22; Giovanni 19, 1) e l’Incoronazione di spine (Matteo, 27, 27-31; Marco, 15, 16-20; Giovanni, 19, 2-3). I dipinti presentano un’inquadratura dal taglio ravvicinato, espediente che doveva coinvolgere emotivamente il fedele, il quale si immedesimava nelle sofferenze del Salvatore.

Nella Flagellazione il Cristo al centro della tela viene suppliziato da tre sgherri, caratterizzati dalla brutalità dei gesti, mentre un soldato, colto in controluce sulla sinistra, assiste vigile alla tortura. In basso a destra un carnefice si volge verso la scena e con un accenno di sorriso, sembra compiacersi del dramma di Cristo; l’altro aguzzino in primo piano è intento a preparare un nuovo fascio di rami per lo strumento di supplizio.

incoronazione di spine

Nell’episodio dell’Incoronazione di spine i carnefici in abiti seicenteschi dominano la scena; il primo, inginocchiato, sbeffeggia Cristo in maniera irriverente, tirando fuori la lingua e porgendogli uno scettro di canna, mentre un soldato con intenti retorici, indica il dramma del Salvatore[25]. Rispetto ad altre opere del pittore, nelle due tele di argomento cristologico si evince un robusto contrasto chiaroscurale, un senso della forma nitido e deciso oltre ad un vibrante cromatismo dato dall’utilizzo di colori vivaci e di rispondenze cromatiche nei panneggi che animano le tele.

Non mancano incertezze nella resa “stilizzata” del corpo di Cristo, riscontrabile anche nella summenzionata tela di Fasano. Qualora le opere venissero confermate a Domenico Carella, anche attraverso una fortunosa ricerca d’archivio, saremmo in presenza di prove fra le più riuscite in termini di qualità, che confermerebbero quella vocazione eclettica dell’artista fatta in primo luogo di prestiti e richiami alla pittura napoletana e romana della seconda metà del Settecento.

 



[1] Sul museo diocesano di Taranto cfr. D. Padovano  (a cura di), Guida dei Musei Diocesani di Puglia, Fasano 2005, p. 51; F. Simone – G. Tonti , Il Museo Diocesano di Arte Sacra di Taranto, Mottola 2011.

[2] P. Belli D’Elia, La Cattedrale di Taranto : un problema storico architettonico aperto, in P. De Luca, La Cattedrale di San Cataldo, Mottola 2000,  p. 58.

[3] AA.VV., Iconografia Sacra a Taranto I, Mottola 1986, scheda A2.25, p. 45/ II, tav. 25.

[4] Questo ha creato ulteriore confusione in quanto il dipinto inventariato come Art. 19  è stato schedato come Trinità e san Francesco d’Assisi di ambito napoletano.

[5] Cfr. www.fondazionezeri.unibo.it, catalogo fototeca, numero scheda 63758, serie “Pittura italiana”, numero busta 0589, intestazione busta “Pittura italiana sec. XVIII. Napoli 2”, Numero fascicolo 5, intestazione fascicolo “Francesco De Mura: Nunziatella2.

[6] F. Semeraro, Leonardo Antonio Olivieri (1689-1752), Martina Franca 1989, p. 16.

[7] Ibidem, p. 18.

[8] F. Bologna, Francesco Solimena, Napoli 1958, p. 271.

[9] Ibidem, p. 271.

[10] F. Semeraro, Leonardo Antonio Olivieri, cit., p.30.

[11] Ibidem, p. 24.

[12] Galante nel descrivere il dipinto parla di accentuazione di contrasti chiaroscurali e di luminismo neopretiano che ricorrono nel nostro dipinto.

[13] L. Galante, I Dipinti napoletani della collezione D’Errico (secc. XVII-XVIII), Galatina 1992, pp. 126-129.

[14] L. Galante, La pittura a Martina Franca, in AA.VV., Martina Franca un’isola culturale, Martina Franca 1992, pp.174-175.

[15]  V. Vantaggiato, La vita e le opere di Leonardo Antonio Olivieri.  in  AA.VV., Studi di storia pugliese in onore di Giuseppe Chiarelli, vol. V, Galatina 1980, p.358.

[16] G. Blandamura, Il Duomo di Taranto nella storia e nell’arte, Taranto 1923, p. 64.

[17] F. Semeraro, Leonardo Antonio Olivieri, cit., p. 49.

 

[18] Ibidem, p. 49.

[19] V. De Marco, D. Mancini, Il Palazzo Arcivescovile di Taranto, da mille anni con la città, Mottola 2010,  p. 197.

[20] J. Hall, Dizionario dei soggetti e dei simboli nell’arte, Milano 1983, p. 249.

[21] L. Galante, Domenico Antonio Carella: un pittore del Settecento pugliese, Martina Franca 1978, p. 3.

[22] O. Sapio,  R. Cofano,  Il ponte, l’altare, il barone e altre storie. Cronache tarantine fra ‘600 e ‘900, Taranto, 1997, p.55. Per una più approfondita analisi del dipinto cfr. V. Farella, Il Palazzo Pantaleo. Una singolare residenza aristocratica nella Taranto del Settecento, in AA.VV., “Kronos” n. 10, Galatina 2006, pp. 207-210 fig. 2.

[23] M. Guastella, Opere d’arte pittorica nella chiesa del Purgatorio di Fasano, in AA.VV. La Chiesa del Purgatorio di Fasano, arte e devozione confraternale, a cura del Centro Ricerche di Storia Religiosa in Puglia, Fasano 1997, pp. 165-166.

[24] Inventariati come Art. 03 e Art.04. L’originaria collocazione si deve ad una relazione di V. De Marco che ricostruisce gli antichi arredi delle cappelle smembrate nel duomo di San Cataldo.

[25] Certe caratterizzazioni dei volti in chiave quasi caricaturale richiamano la pittura di Traversi e Bonito, con una ripresa seicentesca nell’utilizzo di effetti chiaroscurali, volti a sottolineare il naturalismo drammatico dell’evento. Inoltre proprio un pittore come Bonito è stato chiamato in causa da Galante (La pittura a Martina Franca, cit., p. 177.) per gli affreschi di Carella nel palazzo ducale a Martina Franca, per sottolineare un’attenzione di tipo realistico del francavillese, che si esprime attraverso un naturalismo più accomodante, dato proprio dal più quotato pittore napoletano della seconda metà del Settecento.

 

pubblicato su Il delfino e la mezzaluna n°2.

Un inedito dipinto ugentino attribuibile a Giovanni Andrea Coppola

Fig. 1. Ugento, ubicazione sconosciuta, Giovanni Andrea Coppola (attr.), Figura femminile (dipinto su tela, sec. XVII) (foto Archivio Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici Diocesi di Ugento)
Fig. 1. Ugento, ubicazione sconosciuta, Giovanni Andrea Coppola (attr.), Figura femminile (dipinto su tela, sec. XVII) (foto Archivio Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici Diocesi di Ugento)

 

di Stefano Tanisi

 

 

Nell’Archivio dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici della Diocesi di Ugento, nel riordinare dei fascicoli contenenti delle stampe fotografiche degli anni Settanta del secolo scorso, è stata rinvenuta una foto in bianco e nero di una tela, in cattivo stato di conservazione, raffigurante un’interessante figura femminile (fig. 1), opera di cui sembrerebbe aver perso le tracce. Poiché il dettaglio fotografato non riprende attributi iconografici, è difficile risalire con esattezza all’identità del soggetto raffigurato. Bisogna pur notare che il volto e il corpo di questo personaggio femminile sono impostati nella direzione del braccio sinistro in tensione e sembrerebbe che nella mano poteva reggere qualche peso: alla luce di queste considerazioni si potrebbe trattare di Giuditta con la testa di Oloferne o di Salomè che mostra la testa del Battista.

Nel retro della foto è annotata a matita “Ugento – esistente in soffitta chiesa…”, indicazione che purtroppo non ci dice in quale chiesa ugentina la tela era un tempo ubicata, né tantomeno ci specifica l’autore, la dimensione e l’epoca di realizzazione del dipinto.

Fig. 2. Ugento, ubicazione sconosciuta, Giovanni Andrea Coppola (attr.), Figura femminile, particolare (dipinto su tela, sec. XVII)
Fig. 2. Ugento, ubicazione sconosciuta, Giovanni Andrea Coppola (attr.), Figura femminile, particolare (dipinto su tela, sec. XVII)

Esaminando questa inedita immagine dal punto di vista stilistico appare chiaro il modellato assai plastico e solido, un disegno incisivo nei contorni e nei tratti fisiognomici. La ripresa fotografica infatti ci restituisce l’ottima definizione pittorica di questo dipinto: la dettagliata descrizione del volto e dei capelli denota una finezza esecutiva che s’incontra nelle opere certe del seicentesco pittore gallipolino Giovanni Andrea Coppola (1597-1659). Difatti la stessa levigatezza del volto la si può notare nelle molteplici figure femminili e negli angeli adulti che il Coppola ha realizzato in diverse sue opere, in cui emerge una chiara elaborazione del viso su un modello classico di bellezza. Il volto (fig. 2) in questo inedito dipinto ugentino, ad esempio, pare molto simile a quello di una delle figure (fig. 3), il probabile san Giovanni Evangelista, che appare a destra, accanto all’anziano Apostolo, nel bel dipinto dell’Assunta (fig. 4) della Cattedrale di Gallipoli. Mettendo a confronto i due volti, infatti, ci accorgiamo subito delle molteplici affinità tanto da ritrovare gli stessi lineamenti (come il profilo del naso, la bocca carnosa, il mento affilato) e lo stesso trattamento delle ciocche dei capelli, ma anche il medesimo modo di concepire le luci che sembrano ripetersi in entrambi i dipinti nella zona retroauricolare, in quella periorbitaria e alla base del collo.

Fig. 3. Gallipoli, Cattedrale, Giovanni Andrea Coppola, Assunta, particolare (olio su tela, sec. XVII)
Fig. 3. Gallipoli, Cattedrale, Giovanni Andrea Coppola, Assunta, particolare (olio su tela, sec. XVII)

«Picturae perquam studiosus» con queste parole, spigliatamente si firmava il Coppola nella nota tela delle Anime purganti della Cattedrale di Gallipoli. Da queste parole cogliamo un uomo-artista probabilmente compiaciuto dal suo diletto per la pittura. Un artista che non smette mai di deliziarci come in questo sconosciuto dipinto di Ugento, la cui ubicazione attuale ci è ignota, che si spera di recuperare e di restituirlo alla collettività.

 

Fig. 4. Gallipoli, Cattedrale, Giovanni Andrea Coppola, Assunta (olio su tela, sec. XVII)
Fig. 4. Gallipoli, Cattedrale, Giovanni Andrea Coppola, Assunta (olio su tela, sec. XVII)

Pubblicato su Il delfino e la mezzaluna n°2

Intervista a Roberto Ferri: l’artista e l’uomo

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di Marcello Gaballo

 

Due persone in una, la semplicità di Roberto nella genialità di Ferri, il tutto svelato in una veloce intervista fatta al giovane talento tarantino.

Poche domande di un innamorato dell’arte portano alla luce un quadro inedito fra i tanti della produzione pittorica di Roberto Ferri, il suo ritratto umano.

Pochi tratti salienti.

L’intervistatore usa toni rispondenti alla ricchezza simbolica e grafica dell’autore ricreando lo stesso rapporto esistente tra la sua ispirazione creatrice e la messa in opera della stessa, essenziale e naturale la prima, complessa e travolgente la seconda.

Il messaggio personale affidato alle opere contribuisce a fare di Roberto Ferri, prima che un personaggio, una persona vera.

Straordinaria infatti la sua comunicatività diretta con l’interlocutore, sorprendente l’empatia con quell’umanità comune che gli restituisce il conforto di sentimenti condivisi e il privilegio dell’unicità nell’esprimerli.

 

melodia fatale, olio su tela 130x90, 2010
melodia fatale, olio su tela 130×90, 2010

Il web mi ha permesso di conoscerla e dopo aver visitato il suo sito, godendo delle straordinarie e numerose opere, non ho più difficoltà a riconoscere un suo dipinto. Anche solo un’immagine di piccolissimo formato mi consente di attribuirla immediatamente. Uno stile inconfondibile, che si sta imponendo nella pittura contemporanea. La apprezzano e la seguono migliaia di fans, in Italia e all’estero, tanto da creare viva attesa nel conoscere la prossima mostra che ospiterà anche solo una delle sue opere. La critica è generosissima nei suoi confronti. Solo impressioni da parte di chi la segue da lontano o celebrità di cui lei è consapevole?

E’ un fenomeno di cui sì, sono al corrente, perchè le mie opere parlano direttamente al cuore, sono sincere, parlano di ciò di cui ognuno di noi ha bisogno. La libera espressione di se stessi.

Mi par di capire che il suo iter formativo, in fondo a disposizione di tutti coloro che vogliono interessarsi di pittura e disegno, parta da molto lontano. Dove nasce questa particolare sensibilità e originalità, che evidentemente vanno ben oltre il liceo artistico e l’accademia?

Il tutto nasce dalla mia antica passione per la pittura. Da quando ero bambino ad oggi non ho smesso mai di studiarla, amarla, viverla.

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Potendo scegliere la frequentazione amichevole dei grandi della pittura a cui lei spesso si ispira, con quale di essi preferirebbe trascorrere un viaggio in diligenza da Taranto a Roma o viceversa?

hahaah bella domanda. Non so…forse proprio col Caravaggio, perchè credo non parleremmo di pittura, di arte…ma di vita.

 VIZIO E VIRTU'__

Ai tanti ammiratori e critici che la seguono, quale approccio lei consiglierebbe di avere dinanzi alle sue opere?

Consiglierei semplicemente di viverle, così come si vive una bella storia con una donna. Un’opera ti parla, trasmette intensità e racchiude un gran segreto.

La pittura di Ferri la si può collegare maggiormente al mito, all’onirico, alla fantasia, al demoniaco o al religioso?

Mi servo di tutto, pur di raccontare me stesso. Anche se comunque, sono affascinato naturalmente dall’eterno conflitto tra il bene e il male, tra angelico e demoniaco..

Le tante incredibili pose a cui ricorre per le sue figure sono indice di complessità della vita terrena o piuttosto emblemi della psicomachia?  

Sono l’esternazione di un conflitto interiore, la forma sensibile di un pensiero, di un sentimento…di un’emozione.

 

16 TRISTEZZE DELLA LUNA 3

Si metta ora nei panni dell’osservatore attento ad una sua opera. Come vorrebbe che lasciasse la sala espositiva: sgomento, sorpreso, lieto o estasiato?

Ciò che mi ha lasciato più felicemente impressionato, è stato quando ho visto un guardiano di una mia mostra, piangere per ciò che gli era stato trasmesso dalle mie opere… Non mi aspetto nulla, spero solo qualunque osservatore non rimanga indifferente.

 Angelo caduto

Qual è l’ambiente che la circonda nel dipingere? La luce o il buio? Il silenzio o un sottofondo musicale? Ai modelli è concesso dialogare con Roberto Ferri che li ritrae? Può esserci interferenza e ispirazione nell’opera o è già tutto predeterminato?

Sono immerso nella penombra, credo di essere fotofobico. Amo la musica come sottofondo, dalla classica al rock-metal e qualsiasi cosa contribuisce alla nascita di un’ opera. Anche una battuta con i modelli a volte..

 

Ed infine, ha mai esposto in Puglia o perlomeno nella sua Taranto? Mi auguro che il celeberrimo “nemo propheta in patria” non valga per lei.

Beh quest’anno esporrò al MUDI a Taranto, in una mostra curata da Sara Liuzzi, e ne sono molto felice. Qualcosa a Taranto si sta svegliando.

 

3 Nella morte avvinti, olio su tela, 2010

Pubblicato su Il Delfino e la Mezzaluna n°2

 

Roberto Ferri, pittore della magia, filosofo della seduzione

3 Nella morte avvinti, olio su tela, 2010

Ninfa, olio su tela, 2010
Ninfa, olio su tela, 2010

 

di  Raffaella Verdesca

 

C’è chi per comunicare usa la parola, chi le figure.

Roberto Ferri, giovane pittore contemporaneo, nella sua Taranto ha imparato a parlare e a disegnare. Vogliamo immaginare una sorta di contemporaneità tra i due processi, urgenza di un linguaggio plastico e verbale da parte di un genio creativo.

Roberto nasce a Taranto nel 1978 e qui, diciotto anni dopo, si diploma al Liceo artistico “Lisippo” per poi approdare a Roma, nel 1999, dove conosce e si fa conoscere, meraviglia e rimane meravigliato.

La laurea con lode all’Accademia delle Belle Arti romana non si fa attendere e nel 2006 sancisce il traguardo fortunato dei suoi studi, gli ultimi tre anni dei quali arricchiti dalla presenza di Gaetano Castelli, l’ultimo anno da quella di Francesco Zito.

Le forme espressive di Roberto Ferri sono battezzate dalle esperienze pittoriche infantili, dai vecchi pennelli del nonno, fino ad arrivare a quel grado di osservazione e sperimentazione che lo porta alla scoperta del passaggio segreto utile a interiorizzare la bellezza e la nefandezza della vita. Roberto è infatti un passionale, si forma nell’idea che lo studio e la rappresentazione del corpo umano possano diventare parola e quindi esprimere attraverso le immagini i suoi sentimenti, i pensieri, il proprio credo filosofico, le ossessioni e i fantasmi del vivere quotidiano.

melodia fatale, olio su tela 130x90, 2010
melodia fatale, olio su tela 130×90, 2010

La sua arte s’ispira dunque a quella classica rinascimentale eleggendo a massimo personaggio di riferimento il Caravaggio.

Di lui acquisisce e riproduce in maniera personale e strabiliante le tecniche pittoriche, tanto da guadagnarsi l’epiteto di neocaravaggista.

Roberto Ferri non copia, ma interpreta e rivisita il grande autore seicentesco traducendo i temi antichi e classici in chiave moderna, secondo un’interpretazione intimista. È proprio questa sua bizzarra e splendida unicità ad attirare l’attenzione di molti galleristi che pertanto lo chiamano e se lo contendono rendendolo protagonista d’importanti eventi nazionali e internazionali.

Finora le esposizioni delle sue opere hanno abbracciato molte città tra cui Roma col suo Complesso Vittoriano, Londra con l’Istituto di Belgrave Square e perfino New York.

Un astro, quello dell’arte ferriana, asceso in breve tempo ai cieli della cultura oltre confine. Alcune sue opere, infatti, impreziosiscono importanti collezioni private a Roma, Milano, Londra, Parigi, New York, Barcellona, Miami, S. Antonio (Texas), Qatar, Dublino, Boston e Provenza.

Non v’inganni, dunque, la giovane età del nostro artista perché a volte il genio si manifesta senza voler perdere tempo.

Angelo Ferito
Angelo Ferito

A questo punto, proveremo a svelare il mistero di tanta fama e gradimento.

Riferendosi all’opera di Roberto Ferri non si può dire che si tratti di un tipo di pittura ragionevole, quanto piuttosto di una sontuosa arte visiva che contorna l’invisibile, al pari di una suggestiva magia. Facendo riferimento alla dimensione mitica dell’arte con creazione di nuovi miti e manipolazione di quelli già esistenti nella civiltà classica, il giovane pittore pugliese materializza il sogno, ricorre al surrealismo delle figure dando voce ai metalli e carne e ossa alle angosce, ai deliri, alle inquietudini, al terrore, al dolore, all’attrazione lussuriosa e all’erotismo «della carne, della morte e del diavolo». C’è infatti nel prodigioso artista la tendenza all’allucinazione che celebra lo splendore e l’estremo della passione umana sotto le vesti di visionarismo, di quella dimensione impossibile che si addomestica solo dinanzi al corpo e alla sua seduzione. Ecco dunque il trionfo della carne, di quel corpo considerato unica dimensione possibile per l’uomo, laddove il paganesimo dell’autore insiste nell’esaltazione della realtà materiale dell’esistenza, di quegli Inferi in cui tutto torna, a cui tutto anela, dove tutto ha senso. I luoghi disertati dalla passione non esistono, infatti, poiché è questa la sola forza capace di donare movimento ai corpi, significato alle posture e vittoria all’umano su tutto ciò che, disertato da questo turbine, rimane informe.

Così Ferri celebra i corpi interpreti dell’inconscio attraverso una perfetta resa anatomica di ugual valore in bellezza e genesi seduttiva sia al femminile che al maschile.

Deposizione, olio su tela, 2010
Deposizione, olio su tela, 2010

Ne nasce un esercito di figure nate dalla fervida fantasia dell’autore e dal mito: sirene, centauri, satiri, Pan e Dioniso, angeli, demoni, efebi e femmine fatali, tutti parte di una superumanità che l’artista contrappone a una dimensione terrena ormai priva di energia e volontà di sfida.

La vita sembra dunque incapace di elaborare ed esibire il pathos necessario ad accendere le sue creature, perciò Ferri sintetizza la sua religione artistica, quella secondo cui l’arte accorre in aiuto dell’uomo trasferendo la potenza primigenia della vita stessa nella riproduzione artistica di corpi depositari di verità, pulsioni e corporeità, qualità spesso sbiadite o perse nell’ordine del quotidiano e del reale.

Da qui l’opulenza dell’arte, «Tutto si ritrova nell’arte» per Ferri, definizione che ci fa pensare visivamente all’opera “Aurora”, dea rappresentata con tali rotondità al femminile, da essere descritta dal critico Isman come «un’orgia di carne pronta ad iniziare il nuovo giorno».

crepuscolo del mattino
crepuscolo del mattino

La passione carnale che anima personaggi e figure nelle opere di Roberto Ferri, li spinge nell’attività creativa ritenendola unico palcoscenico possibile. Il Teatro dell’Arte. È qui che la carne, aspirando all’infinito, lo colma solo attraverso l’eccesso e il superlativo che il pittore è l’unico a saper evocare. A tal proposito ci viene in mente la gigantesca tela de “Le delizie infrante”, 2 metri x 3, esecuzione che partendo dalla casualità di una puntura che colpisce un bambino divino, innalza una cattedrale delirante di corpi che s’intrecciano nella bellezza, nell’Eros e nella lussuria, costruzione che rimanda di getto all’idea di tormento e alla riflessione che nel dolore alberga l’intima e complessa trama della follia della vita.

L’occhio di Roberto, nelle figure, non si ferma mai allo studio superficiale della pelle, chiara e morbida nelle donne, muscolosa e pulsante negli uomini, ma ne porta alla luce il contenuto ricavandolo da quell’ombra avviluppata alla trasgressione, affacciata sul precipizio del peccato e del piacere, mantello di esistenze piegate dalla repressione della morale e dall’esaltazione dell’istinto naturale.

In molte figure della produzione artistica del geniale contemporaneo è stata tolta la testa a simbolo dell’ablazione dello spirito, così come è stato sfumato e corrotto il volto ad impedimento del contatto con l’anima: esaltazione della carne e del desiderio. Tra le tele più rappresentative a riguardo il “De Profundis clamavi”, “Il dannato”, “Vizio e Virtù”, “Genesi”, “Angelo infernico”, “Adoratio mortis”.

Angelesse demoniache si fanno strumento di fascinazione sessuale e via diretta per gli Inferi intesi come regno indiscusso della passione umana. (“Porta Inferi”, “Angelo Infernico”, “Dall’Inferno”)

Femmine fatali soggiogano uomini e sono a loro volta soggiogate dal destino, quello pittoricamente reso dalle catene metalliche attorno a molte figure, marchingegni questi che insieme ad astrolabi, sestanti, ingranaggi di orologi, bilance e ruote dentate, servono a prolungare il pensiero e il desiderio nel tempo, oltre che ad enfatizzare il movimento dei corpi fino ad assurgere al ruolo di strumenti di tortura. La vita e l’amore sono infatti spesso sofferenza, ferite che si accettano come destino impossibile da rimuovere. (“La Bellezza uccide il Tempo”, “Gaia”, “Vizio e Virtù”, “Circe”, “Ultimo addio”, “Eros Anteros”)

In quale modo più originale Ferri avrebbe potuto rappresentare la malinconia e la celebrazione del dolore? La stessa sua fervida forza inventiva nasce da una frenesia che è anche dolore e malessere, sensazioni di cui il maestro vuole liberarsi sublimandole nella rappresentazione pittorica di posture stravaganti, posizioni talvolta drammatiche, altre ancora estreme.

Potere catartico dell’arte, liberazione dal tormento creativo e interiore dell’artista.

Roberto Ferri, come un ‘Dioniso ebbro’, cerca nella pittura il mezzo per varcare il confine tra la realtà e il sogno, tra il fluire del tempo e l’eternità. Allo stesso modo fanno i modelli a cui lui si ispira, nel passaggio dal mondo reale che li vede normali individui in carne ed ossa, al mondo visionario del pittore che li trasforma in entità dalla concretezza anatomica meravigliosa, fatta di sangue e muscoli, di pelle e simboli, di mito e vitalità.

Se Roberto Ferri è il mago creatore del suo stile, inconfondibile e folgorante, è impossibile non farsi sedurre dal suo messaggio di luce e di tenebra, intinto nei corpi e disteso nelle mille sfumature dell’umana fragilità.

 

Pubblicato su Il Delfino e la Mezzaluna n°2

Gli argenti della Cattedrale di Nardò, una raccolta straordinaria

cattedrale di nardò

di Marcello Gaballo*

 

Per la prima volta si dedica ampia attenzione agli argenti della Cattedrale di Nardò, quasi mancasse in città una raccolta o, perlomeno, una collezione che testimoniasse l’importanza rivestita da tali preziose suppellettili nella vita religiosa e sociale dell’antichissima Civitas. Del resto, non potevano essere esenti dal commissionare o fare utilizzo di calici, pissidi, turiboli e quant’altro i numerosi vescovi succedutisi sul soglio episcopale neretino negli ultimi sei secoli, i conventi e monasteri presenti a Nardò, le potenti famiglie aristocratiche che si sono avvicendate nel governo cittadino per oltre un millennio, nonché un ceto medio alquanto facoltoso, la cui devozione tanto contribuì a dotare di arredi sacri il considerevole numero di chiese cittadine.

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La fortunata combinazione dell’importante anniversario del massimo tempio cittadino (già abbazia benedettina, quindi sede episcopale dal 1413) con la sensibilità del vescovo Mons. Domenico Caliandro e con la disponibilità del parroco don Giuliano Santantonio, ha consentito di portare alla luce un incredibile patrimonio – tenuto celato ai più – che per secoli è andato accumulandosi, nell’ammirazione di pochi privilegiati, all’interno dei grandi armadi in larice conservati nella tesoreria della Cattedrale di Nardò.

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Questa pubblicazione, fortemente caldeggiata dalla Fondazione Terra d’Otranto, offre per la prima volta al lettore i capolavori dell’oreficeria e dell’argenteria meridionale che costituiscono il Tesoro della Cattedrale, smentendo peraltro quanto sostenuto da alcuni detrattori, più propensi a relegare Nardò entro un ambito di riferimento culturale localistico e periferico, assai distante dagli aggiornati orientamenti artistici della Capitale del Regno. Al contrario, gli abili orafi e argentieri neretini (o salentini) hanno lasciato prodotti di altissima qualità, che rivelano l’inequivocabile influsso esercitato dall’ambiente napoletano (si pensi anche alla coeva produzione architettonica, pittorica e scultorea neretine), come si evince dalla puntuale e sistematica catalogazione effettuata da Giovanni Boraccesi, uno dei massimi studiosi di argenti dell’Italia meridionale, nonché componente del Comitato scientifico della Fondazione Terra d’Otranto, il quale ha vagliato, studiato e catalogato i singoli pezzi del Tesoro della Cattedrale, illustrati nel presente volume. L’indubbia preparazione e la puntuale ricognizione che l’amico esperto ha effettuato su questo prezioso materiale guidano il lettore alla conoscenza e all’agevole fruizione di un patrimonio di elevato valore artistico, culturale, simbolico e materiale, solo sporadicamente menzionato in alcuni testi, nella genericità delle indicazioni artistiche.

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Una raccolta straordinaria che si è costituita a partire dal Cinquecento, continuando ad arricchirsi nel corso dei secoli successivi, fino al Novecento con l’aggiunta di manufatti preziosi, realizzati dagli argentieri della stessa Nardò o provenienti da altri fiorenti centri italiani.

Frutto di una meravigliosa convergenza di uomini e poteri, di devoti e artigiani, di istanze religiose e culturali, questa raccolta d’arte può, a buon diritto, essere inclusa tra le più importanti collezioni di oggetti sacri e liturgici esistenti in diocesi. Il volume curato da Giovanni Boraccesi rappresenta, pertanto, un doveroso omaggio all’Ecclesia Mater e alla città di Nardò, che proprio nel 2013 celebrano il VI centenario dell’elezione a Cattedrale, la prima, e a Civitas, la seconda.

 

 

*Presidente della Fondazione Terra d’Otranto

Questa sera presentiamo il secondo numero de Il delfino e la mezzaluna

copertina delfino e la mezzaluna

Questa sera, alle ore 19.30, nella Sala Roma (di fronte alla Cattedrale di Nardò), presenteremo il secondo numero della rivista della Fondazione “Il delfino e la mezzaluna”.

216 pagine, ricchissimo di illustrazioni e foto (tra queste opere di Stefano Crety, Mauro Minutello e Paolo Giuri), 16 pagine a colori, vede tra gli Autori qualificati studiosi, docenti universitari, dottorandi e addottorati.

Particolarmente appetitosa la sezione dedicata al nostro artista conterraneo, Roberto Ferri, tarantino, sul quale abbiamo più volte trattato nel sito, che ha concesso in esclusiva alcune riproduzioni delle sue bellissime opere e al quale è dedicata la copertina del numero, che riproduce “Taras”.

Il volume non è in vendita, ma è riservato ai soci e simpatizzanti della Fondazione, che nel corso della serata potranno rinnovare l’iscrizione per il 2013 o aderire ome nuovi soci. Per tutti, oltre al volume, è riservato il depliant-pieghevole a colori sulla Cattedrale di Nardò. Ai vecchi soci sarà donata una monografia sulla Cattedrale di Gallipoli, ai nuovi il volume su Salvatore Napoli Leone.

I contenuti saranno illustrati dal prof. Paolo Agostino Vetrugno, dal dott. Pino de Luca (vice direttore de Leccellente) e dal direttore della rivista dott.  Pier Paolo Tarsi.

La serata sarà allietata dall’ottima musica dei Petrameridie, che si concederanno con esclusivi pezzi e accompagneranno il rinfresco offerto ai presenti.

La quota sociale per il 2013 ha sempre come minimo 30 Euro di contributo, che potrà essere versato nel corso della serata.

 

Questo è l’Indice del numero che presenteremo:

 

Roberto Spaventa, Fragmenta Corsani. Parcellizzazione feudale di Corsano (Lecce) dal XIII al XVII secolo

Maurizio Nocera, Divagazioni storico-bibliografiche sul castello di Copertino

Francesco De Paola, Un poeta alla corte dei Del Balzo: Rogeri De Paciencia de Neritò e un festoso pageant rinascimentale della nobiltà salentina

Domenico L. Giacovelli, Est autem fides sperandarum substantia rerum. Ipotesi per una possibile identificazione di un inedito soggetto iconografico

Marino Caringella, Intorno a Girolamo Imperato

Marcello Gaballo-Armando Polito, L’arco Lucchetti, il misterioso portale di Corigliano d’Otranto

Ugo Di Furia, Nuovi documenti sulla guglia dell’Immacolata di Nardò

Giorgio Cretì, Il muto

Maurizio Carlo Alberto Gorra, Tauro, non bove. Legami e influenze tra simboli arcaici e iconografia araldica

Brizio Montinaro, Tarantismo (vero, falso) e servizio militare

Angela Calia-Antonio Monte, Le maioliche di Angelantonio Paladini nel Salento. La produzione, i materiali costituenti e lo stato di conservazione

Marcello Gaballo, Intervista a Roberto Ferri: l’artista e l’uomo

Raffaella Verdesca, Roberto Ferri, pittore della magia, filosofo della seduzione

Maria Grazia Presicce, La donna salentina e la tessitura

Gino L.  Di Mitri, Tarantismo, possessione e stati modificati di coscienza nel Mediterraneo d’Antico Regime

Giulietta Livraghi Verdesca Zain,  Riti agresti nell’antico Salento: il grano in alcune formule propiziatorie dell’abbondanza

Giovanni Invitto, Intorno a Carmelo Bene

 

Restauri. La Madonna del Carmine della chiesa matrice di san Giovanni Battista in Parabita (Lecce) (Giuseppe Leopizzi), 177. Risparmio energetico negli immobili storici vincolati: l’impianto di illuminazione a gestione domotica della cattedrale di Nardò (Lecce) (Cristina Caiulo-Stefano Pallara), 179.

Archeologia in Terra d’Otranto. Le statue di due imperatori romani a Otranto (Alfredo Sanasi), 183.

Epigraphica in Terra d’Otranto. Un’epigrafe a Corsano (Armando Polito), 186.

Araldica in Terra d’Otranto. Un insolito stemma borbonico a Giuggianello (Lecce) ( Lucia Lopriore), 189.

Segnalazioni. Variazioni azzoliniane sul tema dell’Angelo Custode (Marino Caringella), 190). Un inedito dipinto ugentino attribuibile a Giovanni Andrea Coppola (Stefano Tanisi), 193. I dipinti di Paolo De Matteis (1662-1728) nella cappella del seminario di Lecce (Stefano Tanisi), 195. Aggiunta a Leonardo Antonio Olivieri e tre proposte per Domenico Antonio Carella (Nicola Fasano), 197. Il sansificio di Spongano (Lecce) (Giuseppe Corvaglia), 202. Appello per due chiese abbandonate a Taurisano (Stefano Cortese), 206. Note e vicende architettoniche della chiesa matrice di Casarano (Maura Lucia Sorrone), 208. Un logo per i 600 anni della cattedrale di Nardò (1413-2013) (Sandro Montinaro), 213).

 

 

 

 

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

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