La mèndula (il mandorlo/la mandorla) 2/3

di Armando Polito

Fillide e Demofonte, olio su tela di Sir Edward Burne Jones, 1870, Birmingham, Museum and Art Gallery
Fillide e Demofonte, olio su tela di Sir Edward Burne Jones, 1870, Birmingham, Museum and Art Gallery

Mantengo fede all’appuntamento che insieme con Filli vi avevo fissato alla fine della prima parte. Proprio la Filli del Sannazzaro, infatti, mi dà l’occasione di passare a qualcosa, mi auguro, di più accattivante per chi ha avuto la pazienza di seguirmi fin qui.

Fillide  ( forma più corretta del poetico Filli) è una figura etimologica rientrante nel novero di quelle vittime d’amore umano o divino che a compensazione della loro sfortuna furono mutate in un albero (tra gli esempi più famosi: Dafne, oggetto del desiderio di Apollo, mutata in alloro e Calamo mutato in canna dopo la morte di Carpo). La nostra Fillide sarebbe stata mutata in mandorlo. Ciò che segue vuole spiegare quel sarebbe e lo farò riportando le testimonianze antiche sul mito in ordine cronologico.

Ovidio (I secolo a. C.-I secolo d. C.), il poeta dell’amore, scrisse, com’è noto, anche Heroides, una raccolta di lettere che egli immagina inviate da eroine  ai loro compagni lontani: la seconda lettera è proprio quella che idealmente Fillide invia a Demofonte. Non la riporto perché essa non aggiunge alcun dettaglio al mito. Lo stesso poeta dedicò, però, alla sfortunata fanciulla i versi 55-56 e 590-609 del Remedia amoris: ”Fillide se avesse seguito i miei insegnamenti sarebbe vissuta e avrebbe percorso un numero maggiore di volte quella via che battè nove volte …  Che cosa se non le oscure selve uccisero Fillide? Certa fu la causa della morte: rimase da sola. Andava, come la turba barbara suole andare con i capelli sciolti celebrando le feste triennali a Bacco trace, e ora quanto poteva scrutava sul mare lontano, ora stanca giaceva sul suolo sabbioso. – Perfido Demofonte! – gridava alle sorde onde e le sue parole erano rotte dal singhiozzo. Vi era un sentiero piuttosto oscuro per la lunga ombra attraverso il quale essa mosse il suo piede verso il mare. Era la nona volta che compiva quel percorso: – Guarda!- dice e divenuta pallida guarda la sua cintura e i rami; indugia e cerca di evitare ciò che osa e teme e porta le dita al collo. O donna di Tracia, allora sicuramente avrei voluto che tu non fossi stata sola: la selva non avrebbe pianto con le chiome abbassate Fillide. Tu uomo offeso dalla tua donna, tu donna offesa dal tuo uomo, temete, sull’esempio di Fillide, i luoghi troppo nascosti!”1 Fillide è ricordata pure nell’Ars amatoria: “Cerca perché un solo percorso è chiamato nove vie e sappi che le selve con le chiome dimesse piansero Fillide”2.

Le immagini che seguono aventi come soggetto il mito di Fillide sono custodite nella Biblioteca Nazionale di Francia.

Fillide abbandonata da Demofonte, miniatura di un manoscritto del XVI secolo delle Eroidi di Ovidio
Fillide abbandonata da Demofonte, miniatura di un manoscritto del XVI secolo delle Eroidi di Ovidio
Fillide scruta il ritorno di Demofonte, miniatura di un manoscritto del XVI secolo delle Eroidi di Ovidio
Fillide scruta il ritorno di Demofonte, miniatura di un manoscritto del XVI secolo delle Eroidi di Ovidio
Fillide scrive a Demofonte, miniatura di un manoscritto del XVI secolo di una traduzione delle Eroidi di Ovidio
Fillide scrive a Demofonte, miniatura di un manoscritto del XVI secolo di una traduzione delle Eroidi di Ovidio
Fillide scrive a Demofonte, miniatura di un manoscritto del XVI secolo di una traduzione delle Eroidi di Ovidio
Fillide scrive a Demofonte, miniatura di un manoscritto del XVI secolo di una traduzione delle Eroidi di Ovidio
Fillide scrive a Demofonte, miniatura di un manoscritto del XVI secolo di una traduzione delle Eroidi di Ovidio
Fillide scrive a Demofonte, miniatura di un manoscritto del XVI secolo di una traduzione delle Eroidi di Ovidio
Il suicidio di Fillide, Miniatura dell’inizio del XVI secolo tratta da una traduzione delle Eroidi di Ovidio
Il suicidio di Fillide, Miniatura dell’inizio del XVI secolo tratta da una traduzione delle Eroidi di Ovidio
Il suicidio di Amata e Fillide, miniatura tratta da una traduzione in francese del XV secolo del De casibus virorum illustrium del Boccaccio
Il suicidio di Amata e Fillide, miniatura tratta da una traduzione in francese del XV secolo del De casibus virorum illustrium del Boccaccio

 

Plinio (I secolo d. C.): “Cremuzio scrive che mai verdeggia l’albero a cui s’impiccò Fillide”.3

Pseudo Apollodoro4 (I secolo d. C.): “Demofonte approda con poche navi presso i Traci Bisalti e la figlia del re innamoratasi di lui con in dote il regno gli viene concessa in moglie dal padre. Egli desiderando recarsi in patria, dopo molte preghiere avendo promesso di tornare, parte; e Fillide lo accompagna fino al posto chiamato nove strade e gli dà una cesta dicendo che vi un’offerta per la madre (Rea) e di non aprirla se non quando avesse perso la speranza di ritornare da lei. Demofonte una volta recatosi a Cipro lì mise casa. E, trascorso il tempo stabilito, Fillide dopo aver lanciato maledizioni nei confronti di Demofonte, si uccide. Demofonte dopo aver aperto la cesta preso dalla paura salì a cavallo e lanciandolo al galoppo muore di morte orribile: sbalzato, infatti, dal cavallo che era inciampato cadde sulla spada”5.

Igino (II-III secolo d. C.): “Si racconta che Demofonte, figlio di Teseo, venne in Tracia accolto in ospitalità da Fillide e che da lei fu amato. Volendo egli tornare in patria le assicurò che sarebbe tornato da lei. Non essendo egli ritornato alla data stabilita si racconta che lei in quel giorno corse nove volte al lido, il che in greco è detto nove strade. Fillide poi a causa del dolore per la mancanza di Demofonte morì. Avendole i genitori eretto un sepolcro, ivi nacquero degli alberi che in un certo tempo piangono la morte di Fillide, per cui le foglie seccano e cadono. Dal suo nome le foglie in greco sono chiamate φύλλα6.

Rutilio Tauro Emiliano Palladio (IV° secolo d. C.): “(Il pero tramite l’innesto) anzi insegnando a Fillide a maturare frutti più grandi offre le sue membra alla dura scorza”; “(Il pesco noce) pone le leggere ombre nel tronco di Fillide e in tal modo apprende ad essere più forte”; “Fillide fissata alla corteccia di un pruno scisso ricopre gli arti odorosi di giovani fiori”7. Siamo in presenza della prima superfetazione che propizierà l’identificazione di Fillide con il mandorlo.

Servio Mario Onorato (IV secolo d. C.): “I fuochi di Fillide. Fillide, figlia di Sitone, fu regina dei Traci. Essa amò Demofonte, figlio di Teseo, re degli Ateniesi, reduce dalla guerra di Troia e lo chiese in sposo. Egli disse che prima avrebbe dovuto sistemare le sue cose e poi sarebbe tornato a sposarla. Così, poiché partito tardava a tornare, Fillide spinta dalla pena d’amore e dal dolore, poiché riteneva di essere stata abbandonata, si impiccò e fu trasformata in un albero di mandorlo senza foglie. Successivamente Demofonte di ritorno, appreso il fatto, abbracciò il tronco che, quasi sentisse il ritorno del promesso sposo, emise le foglie: perciò quelli che prima si chiamavano petali da Fillide furono chiamati foglie. Così Ovidio nei libri delle metamorfosi”8. Nel commentare il nesso virgiliano Phillidis ignes Servio compie la superfetazione finale ed incorre in un doppio errore perché Ovidio nelle Metamorfosi mai trattò di questo mito e il dettaglio della trasformazione in mandorlo non compare nel brano di Remedia amoris che prima ho citato.

Colluto (VI secolo d. C.): “Subito oltre le cime del tracio Pangeo vide la tomba nascente di Fillide innamorata del marito e vide il percorso a nove giri dell’ingannevole via dove camminando Fillide piangeva il marito aspettando il ritorno di Demofonte sano e salvo, quando fosse ritornato dal popolo di Atene.9 

Cometa Cartulario (prima del X secolo d. C.): “Fillide volgeva gli occhi a cercare la nave, il giuramento vagava lontano e Demofonte le era infedele. Ora eccomi qui, il tuo Demofonte fedele, sulla riva del mare; ma come mai sei tu, Fillide, diventata infedele?”10

Per dovere di completezza va detto che Fillide era stata celebrata anche da Callimaco (III secolo a. C.) negli Ἄιτια , ma sfortunatamente del componimento ci resta solo il seguente frammento: “ …o sposo Demofonte, ospite infedele.”11

La superfetazione di Servio ebbe credito e fortuna nel tempo: l’immagine di Fillide impiccatasi ad un mandorlo nel passo citato del Sannazzaro viene ripresa da Giovan Battista Marino (XVII secolo): “Il mandorlo gentile,/qual già sotto l’incarco/della sospesa Fillide gli avenne,/tutto si ringemmò d’arabi fiori12  e, più fedelmente al commento serviano, da Giuseppe Parini (XVIII secolo): “Il macinato di quell’arbor frutto/che a Rodope fu già vaga donzella,/e chiama invan sotto mutate spoglie/Demofoonte ancor, Demofoonte.13

Se all’arte in generale e alla poesia in particolare si perdona tutto, lo stesso non posso fare con le mistificazioni moderne, anche se esse dovessero avere il lodevole intento di nobilitare le origini. E la povera Fillide oggi, lungi dall’essere celebrata da qualche poeta contemporaneo, sbarca in internet come fondatrice della città di Amandola in un italiano, peraltro, in cui latitano, come il lettore potrà constatare, un paio di maiuscole, alcune virgole e pure la consecutio temporum: Secondo la leggenda, Fillide, figlia di Licurgo Re di Sparta, era andata in sposa al bel Demofonte, partito per la guerra di Troia. La guerra era terminata ma demofonte tardava a tornare dall’amata, alla quale era giunta la falsa notizia che il suo sposo, invaghitosi di un’altra fanciulla non sarebbe più tornato. Fillide disperata scappò dalla Grecia e giunta sui sibillini nel luogo dell’antico Castel Leone si tolse la vita e il suo corpo si tramutò in un mandorlo, un grande albero, bello ma privo di foglie. Demofonte fa ritorno a casa e, non trovando la donna amata decise di mettersi in viaggio alla sua ricerca. Giunto anch’egli su Castel Leone apprende la tragica fine di Fillide, non gli restò altro da fare che abbracciare il tronco di quel mandorlo che, come per incanto, divenne subito frondoso e ricco di gemme. Da quel mandorlo antico, nato sull’altura di Castel Leone, prese il nome la città di Amandola.25

 

– Da quale pulpito viene la predica!26–  potrebbero esclamare gli amici marchigiani che abbiano avuto l’occasione di sentir parlare di Giovanni Bernardino Tafuri. E avrebbero ragione da vendere; solo che il falsario di Nardò ha avuto da sempre un nome e un cognome, il creatore o i creatori della versione campanilistica del mito di Fillide no, almeno fino ad ora (se ci siete battete almeno un colpo …!).  Mi consolo con un gioco di parole:  siccome mentre scrivo fa freddo e il poncio non basta, per riscaldare oltre al corpo pure lo spirito (infatti non devo dimenticare di metterci un po’ di grappa …)  vado a prepararmi, anche se la bevanda in questione valeva soprattutto contro la tosse e la pertosse,  un poncio, quello della nonna, in cui uno degli ingredienti fondamentali erano i fichi secchi e le bucce, pure loro secche  (non il mallo ma, come dice chi sa parlare …, l’endocarpio lignificato),  della mandorla.

Sarò grato, come sempre, a chiunque mi segnalerà la fesseria (lo dico non solo per ricollegarmi al sottotitolo della prima parte) , magari l’unica (ma quando mai?) , in cui dovessi essere incorso fin qui. Però, se la critica dovesse risultare infondata, per lui saranno m…andorle amare, non quelle di cui parlerò nella terza ed ultima parte.

 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/02/17/la-mendula-il-mandorlola-mandorla13/

Per la terza: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/02/21/la-mendula-il-mandorlola-mandorla-33/

 

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1 Vixisset Phyllis si me foret usa magistro,/et per quod novies, saepius isset iter …Quid, nisi secretae laeserunt Phyllida silvae?/Certa necis causa est: incomitata fuit./Ibat, ut Edono referens trieterica Baccho/ire solet fusis barbara turba comis,/et modo, qua poterat, longum spectabat in aequor,/nunc in harenosa lassa iacebat humo./-Perfide Demophoon!- surdas clamabat ad undas,/ruptaque singultu verba loquentis erant. Limes erat tenuis longa subnubilus umbra,/quo tulit illa suos ad mare saepe pedes./Nona terebatur miserae via: -viderit!- inquit,/et spectat zonam pallida facta suam,/aspicit et ramos; dubitat, refugitque quod audet/et timet, et digitos ad sua colla refert./Sithoni, tum certe vellem non sola fuisses:/non flesset positis Phyllida silva comis./Phyllidis exemplo nimium secreta timete,/laese vir a domina, laesa puella viro.

2 III, 37-38: Quaere, novem cur una viae dicantur, et audi/depositis silvas Phyllida flesse comis.

3 Naturalis historia, XVI, 45: Cremutius auctor est numquam virere arborem ex qua Phyllis se suspenderit. Cremuzio Cordo (I secolo a. C.-I secolo d. C.) scrisse  Annales opera per le sue idee politiche mandata al rogo per volontà di Seiano funzionario di Tiberio.

4 Nome convenzionale per distinguerlo da Apollodoro di Atene (II secolo a. C.) al quale erroneamente fu attribuita la Biblioteca in parte perduta ma della quale ci è stata tramandata un’epitome che consente la ricostruzione pressoché integrale del suo contenuto.

5 Epitome, VI, 16-17: Δημοφῶν δὲ Θραξὶ Βισάλταις μετ’ὀλίγων νεῶν προσίσχει, καὶ αὐτοῡ ἐράσθεῖσα Φυλλὶς ἡ θυγάτηρ τοῡ βασιλέως ἐπὶ προικὶ τῇ βασιλείᾳ συνευνάζεται ὑπὸ τοῡ πατρός. Ό δὲ βουλόμενος εἰς τὴν πατρίδα ἀπιέναι, πολλὰ δεηθεὶς ὀμόσας ἀναστρέψειν ἀπέρχεται καὶ Φυλλὶς αὐτόν ἄχρι τῶν Έννέα ὁδῶν λεγομέων προπέμπει καὶ δίδωσιν αὐτῷ κίστην, εἰποῡσα ἱερὸν τῆς μετρὸς ʹΡέας ἐνεῑναι, καὶ ταύτην μὴ ἀνοίγειν, εἰ μὴ ὅταν ἀπελπίσῃ τῆς πρὸς αὐτὴν ὰνόδου. Δημοφῶν δὲ ἐλθὼν εἰς Κύπρον ἐκεῑ κατῴκει καὶ τοῦ τακτοῦ χρόνου διελθόντος Φυλλὶς ἀρὰς θεμένη κατὰ Δημοφῶντος ἑαυτὴν ἀναιρεῑ: Δημοφῶν δὲ τὴν κίστην ἀνοίξας φόβῳ κατασχεθείς ἄνεισιν ἐπὶ τὸν ἵππον σφαλέντος κατενεχθεὶς ἐπὶ τὸ ξίφος ἔπεσεν.

6 Fabulae, 59: Demophoon Thesei filius in Thraciam ad Phyllidem in hospitium dicitur venisse et ab ea esse amatus. Qui cum in patriam vellet redire fidem ei dedit se ad eam rediturum. Qui die constituta cum non venisset, illa eo die dicitur novies ad littus cucurrisse quod ex eo ἐννέα ὁδοὶ Graece appellatur. Phyllis autem ob desiderium Demophoontis spiritum emisit. Cui parentes cum sepulcrum constituissent, arbores ibi sunt natae, quae certo tempore Phyllidis mortem lugent, quo folia arescunt et diffluunt. Cuius ex nomine folia graece φύλλα sunt appellata. Al singolare in greco foglia è φύλλον qui messo in connessione con Fillide che in greco (Φυλλὶς al nominativo, Φυλλὶδος al genitivo) è attestato  anche come nome comune col significato collettivo di fogliame in Geoponica (una compilazione risalente al X secolo), VII, 18, 1 e con quello di insalata  in Δειψονοφισταί (Sapienti a banchetto), II, 66d e II, 120d di Ateneo di Naucrati (II-III secolo d. C.); quasi sei secoli prima di Ateneo, Teofrasto  in Ricerca sulle piante, VII, 2, 6 quasi sei secoli ne aveva ricordato la dolcezza delle radici. E proprio il significato generico di insalata mostra  come il nostro fògghie (verdura), che pure formalmente è trascrizione di foglia (ma quest’ultima in dialetto è fugghiàzza) sia semanticamente legato alla voce greca.

7 De re rustica, XIV, 61-62 ; 97-98 e 149-150.

8 Commentaria in Vergilii Bucolica, V, 10:  PHILLIDIS IGNES Phillys, Sithonis filia, regina Thracum fuit. Haec Demophoontem, Thesei filium, regem Atheniensium, redeuntem de Troiano proelio, dilexit et in coniugium suum rogavit. Ille ait, ante se ordinaturum rem suam et sic ad eius nuptias reversurum. Profectus itaque cum tardaret, Phyllis et amoris impatientia et doloris impulsu, quod se spretam esse credebat, laqueo vitam finivit et conversa est in arborem amygdalum sine foliis. Postea reversus Demophoon, cognita re, eius amplexus est truncum, qui velut sponsi sentiret adventum, folia emisit: unde etiam φύλλα sunt dicta a Phyllide, quae antea πέταλα dicebantur. Sic Ovidius in metamophorseon libris.

9 De raptu Helenae, 213-218: … αἶψα δὲ Θρηικίοιο μετὰ ῥία Παγγαίοιο/Φυλλίδος ἀντέλλοντα φιλήνορος ἔδρακε τύμβον/καὶ δρόμον ἐννεάκυκλον ἀλήμονος εἶδε κελεύθου,/ ἔνθα διαστείχουσα κινύρεο, Φυλλίς, ἀκοίτην,/δεχνυμένη παλίνορσον ἀπήμονα Δημοφόωντα,/ὁππότε νοστήσειεν Ἀθηναίης ἀπὸ δήμου.

10 Antologia Palatina, 265: Ὅμματα Φυλλὶ ςἔπεμπε κατὰπλὸον·ὅρκοςἀλήτης/πλάζετο, Δημοφόωνδ’ἦενἄπιστοςἀνήρ./Νῦνδὲ, φίλη, πιστὸςμὲνἐγὼπαρὰθῖναθαλάσσης/Δημοφόων·σὺδὲπῶς, Φυλλὶς, ἄπιστοςἔφυς;  L’Antologia Palatina è una compilazione, risalente al X secolo d. C., di epigrammi greci di autori noti e meno noti, tra i quali ultimi rientra il nostro.

11 Frammento 556 Pf: νυμφίε Δημοφόων, ἄδικε ξένε …

12 La sampogna. Idilli favolosi. Orfeo, I, 842-845.

13 Il giorno. Il mattino,244-247.

14 http://www.prolocoamandola.org/la_storia.htm

15 A proposito di predica: mischiando un po’, almeno secondo la logica cattolica, il profano con il sacro, non posso trascurare di ricordare la mandorla mistica detta anche vesica piscis (vescica di pesce), cioè la grande aureola a forma di mandorla  che circonda l’immagine di Cristo in tante raffigurazioni dell’arte bizantina e romanica.….

 

 

 

 

 

 

 

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