Pingula pingula… antiche filastrocche

Albert Anker I bambini

di Armando Polito

Lo spigolautore Rocco Boccadamo proprio all’inizio del suo recente post Un’antica filastrocca e la chiapparata del camposanto riportava il testo che giù riproduco, definendolo una filastrocca alla buona, vuota di significati e nessi e, perciò, leggera, autenticamente d’altri tempi, sopravvissuta a stagioni, abitudini, modi d’essere, soli e cieli lontani.

Pìngula, pìngula, barbarìa,

vi ce dice la mescia mia,

la mescia mia, la Pignatara,

vi ce dice la cucchiara,                

la cucchiara netta netta,

vi ce dice la trummetta,

la trummetta tuu, tuu,

essi fori, ca tocca a tu.

Quanto osserverò è un tentativo di fornire le prove del giudizio che ho citato, anche se io andrei cauto con il vuota di significati e nessi, convinto come sono che anche le più astruse testimonianze del passato ci appaiono tali solo perché ci sfuggono alcuni riferimenti che l’inesorabile trascorrere del tempo ha reso via via più labili fino, paradossalmente, ad indurci nell’errore opposto, quello di attribuire al documento un significato arbitrario in virtù di qualche segnale che ci è parso di dovere interpretare in un certo modo; senza tener conto degli errori di trascrizione e del pericolo, direi congenito ai bambini (solo a loro?…), di deformazione delle parole.

Ma voglio partire da quel sopravvissuta a stagioni, abitudini, modi d’essere, soli e cieli lontani, riportando altri testi (in numerazione progressiva) che rientrano come il nostro nella categoria delle filastrocche popolari finalizzate nei giochi alla fase della conta che si operava da destra a sinistra sillabando, appunto, delle filastrocche e toccando per ogni sillaba ognuno dei giocatori; colui sul quale cadeva l’ultima sillaba ricopriva il ruolo che era stato stabilito all’inizio (capogioco, primo giocatore, etc. etc.).

Mi avvarrò di un maestro del settore: Giuseppe Pitrè.

1) Dal suo Curiosità popolari tradizionali, L. P. Lauriel, Palermo, 18901. Alle pagg. 12-13 (sezione Alcune tradizioni ed usi nella penisola sorrentina): “Pingula! Pingula! è un altro giuoco. Si raccolgono parecchi ragazzetti e si pongono in giro da formare una ruota, e con gl’indici destri sul ginocchio del padrone. Il quale col suo indice destro, toccando su ciascun dito, ad ogni parola, recita:

Pingula pingula, mio Martino,

Cavaliere ‘e la Regina,

Uno vaje pe’ la Spagna,

Pe’ truva’ li quinnece anne.

Io ho la gallina zoppa,

Vaje pe’ la rocca,

Rocca romana,

Sciola a la fontana

Sciola à fontanella,

Iesce tu ca si’ ‘a chiù bella.

Iemme a la sera accatta’ bottune,

N’accattammo ciento e uno,

Ciento e uno  e ‘na patacca.

Uno, lu ruje, lu tre e lu quatto.

Culu cucù, culu cucù,

Ausa l’anca, lu peru e curre.

Chi esce deve andarsene con un sol piede e porsi vicino al muro, solendosi praticare in mezzo alla strada. La padrona, sotto voce, domanda all’orecchio di ciascuna delle altre ragazze: – Tu che vurrisse? ‘Nu canisto r’oro?- -Sì- e la manda via. All’altra: -Vulisse ‘na campana rotta?- -Sì- Ad una terza: –      Lu sierpu ‘nturcenatu vecina a le gambe?- E così a ciascuna, servendo queste parole di segno convenzionale. Chiede a quella, che è uscita: -Vulisse ‘na campana rotta?- Eccetera, eccetera. Quando le piace, si ferma. E costei deve andare a prenderla e portarla sulle spalle. Indi di nuovo la padrona chiede: -Da to ne viene?- – Ra la fornace- -Torna ra qua, torna ra dà, ca staje pace!- Se ne torna nuovamente in ispalla. la padrona rinnova la richiesta. Invece della fornace dice: -Ra lu furniddu- -Torna ra quà, torna ra dà, ca staje friddu!-”.

Non è che la descrizione del Pitrè mi abbia aiutato molto a capire l’effettivo svolgimento del gioco, anche se una trattazione più chiara certamente non avrebbe gettato luce sul senso della filastrocca che, però, pare intessuta di elementi storici, probabilmente politici al tempo in cui nacque (Cavaliere, Regina, Spagna) e della cultura contadina (gallina, fontana, fontanella, bottune), questi ultimi quasi esclusivi della parte, per così dire, dialogata del gioco (canisto, campana, sierpu, fornace, furniddu). Sulle prime due parole della filastrocca (pingula pingula) in comune con quelle del documento di partenza ritornerò dopo.

Dopo la filastrocca campana eccone altre registrate dallo stesso autore nel testo Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, L. P. Lauriel, Palermo, v. XIII, 18832, nella sezione Canzonette e filastrocche dei fanciulli per contarsi.

2) A pag. 28, per Ragusa:

“Spinguli spinguli s’arrimina

‘N capu ‘u lettu d’’a rigina.

Rigina spagnola;

Tiritàppiti, nesci fora!

Fora quaranta,

Tuttu lu munnu canta,

Canta lu jaddu

Appisu alla finèscia

Cu tri palummi ‘n testa:

Jaddu, jaddina, Palermu e Missina”

Ancora elementi storici (rigina spagnola) e della cultura contadina (jaddu, palummi, jaddina). Il Pitrè stesso  a pag. LXIII  di Giuochi fanciulleschi siciliani, L. P. Lauriel, Palermo, 1883scrive: “Nella canzonetta ragusana Spinguli spinguli s’arrimina non è fuori del probabile la ricordanza di Simone Chiaramonte, che volle assediare la regina spagnuola Bianca, e poi fu appiccato alla finestra di una torre; ma non oserei affermarlo”. Debbo dire che apprezzo questa dichiarata mancanza di audacia dal momento che tutte le fonti che ho consultato parlano della morte di Simone Chiaromonte poco tempo dopo che per intrighi di potere gli venne precluso il matrimonio (il volle assediare del Pitrè deve essere letto metaforicamente?) con la principessa (non regina!) Bianca, sorella del re; fra l’altro, si sparse la voce che si fosse suicidato per la delusione o che, addirittura, fosse stato avvelenato (e qui l’interpretazione metaforica, ammesso che ci fosse, di appiccato alla finestra di una torre diventerebbe veramente problematica…).

3) a pag. 29 per Alcamo

“Pingula pingula maistina

Di Palermu la Rigina,

Centu quaranta

Tuttu lu munnu canta;

Canta lu gaddu,

Rispunni la gaddina.

Manna la Francischina

Affacciata a la finestra

Cu tri palummi ‘n testa,

Bianca bianchina

Palermu e Missina”

4) a pag. 31 per Palermo

“Pingula, pingula maistina,

‘Na paletta di rigina

Cu l’aneddu ppiscaturi

Chi ti vegna ‘u bon amuri!

Bon amuri e tricchitrà:

Un, dui, tri e quà”

Nella stessa pagina l’autore invita ad un confronto con:

5) il canto n. 24 della raccolta di G. Amalfi e E. Correra Cinquanta canti popolari napolitani, Ambrosoli, Milano, 1881

“Spincula spincula San Martino;

O cappelletto ra regina,

O cappelletto re spade,

L’ainiello va jettanne,

Va jettanne e tricche tracche

Una, roie, tre e quatte”

6) il canto abruzzese riportato da Antonio De Nino in Usi e costumi abbruzzesi, v. II, Barbera, Firenze, 18814, pag. 91 (reperibile all’indirizzo http://www.archive.org/stream/usiecostumiabruz02ninouoft#page/88/mode/2up) pag. 91

“Pinguija, pinguija, San Martino;

La cavalla de la regine.

È menùteju spaccaterre

Pi sparti’ la robba bella”

7) La Corsa di Pontelagoscuro, in Giuseppe Ferraro, Canti popolari di Ferrara, Cento e Lagoscuro, Taddei e figli, Ferrara, 1877, pag. 1425; riporto direttamente dal testo originale (insieme con la descrizione del gioco) perché la citazione del Pitrè contiene alcuni errori e stranamente6, un taglio che ha salvato solo i primi due versi:

“Mìngula màngula,-Par matina,

Son la fiola – Dla regina,

E mo gnuda, – To surela

A spartir, – La roba bela.

Gran gron –Rampin Giuda.

Cava la rava,- Mettla int la busa.

Si fa un circolo di ragazze. La direttrice del giuoco le tocca una per una, pronunciando uno dei suddetti mezzi versi; colei, su cui cade l’ultimo deve inseguire le compagne alla corsa fino a tanto che tutte non le abbia toccate”.

Il Pitré ha riportato dal testo indicato al n. 5 solo la cantilena in cui è nominato San Martino; io  riporto anche le altre tre in cui compare la voce iniziale del testo da cui è partita la nostra indagine:

8) pag. 90

“Pingula, pingula sotto la spina,

Mina ferrà, ‘ntona de là.

Cippe palumme, cippe palumme,

Mena la palma lu mese de giugne”

9) pag. 91

“Pingula, pingula,

Caccia la spingula;

Fuse e cucchiare,

Patella e callare”

10) “Pingula, pingola, ammattonà

Ca va ‘lletto la regina.

Damme ‘nu ba’, damme ‘nu ba’,

Tienghe ‘na figlia che sta gioca’;

E se gioca le ventiquattre,

Uno e due e tre e quattre”

È tempo di tornare al documento iniziale, che riproduco per facilità di lettura, e di trarre le conclusioni.

Pìngula, pìngula, barbarìa,

vi ce dice la mescia mia,

la mescia mia, la Pignatara,

vi ce dice la cucchiara,                

la cucchiara netta netta,

vi ce dice la trummetta,

la trummetta tuu, tuu,

essi fori, ca tocca a tu.

Va notato che rispetto alle altre cantilene la nostra dal punto di vista metrico è meno reprensibile (due quartine, la prima di novenari, la seconda di ottonari; tutti i versi sono a rima baciata). Quanto al contenuto, noto  i soliti riferimenti al mondo di allora, dal mestiere (pignatara7, lo scriverei con l’iniziale  minuscola), all’ attrezzo domestico (cucchiàra8) al giocattolo (trummetta).

Dico brevemente della voce che ripetutamente mi sono riservato di esaminare alla fine: pìngula.

Considerando che essa compare in cantilene per lo più riguardanti la conta e che la stessa cantilena doveva essere recitata dal “maestro” o dalla “maestra” del gioco, non mi pare azzardato supporre che il dito protagonista indiscusso fosse metaforicamente un pungolo e che, sostanzialmente, pìngula sia una variante di spìngula (spillo), dal latino tardo spìnula(m), diminutivo del classico spina, attraverso spignula (variante di Carovigno). Non credo, invece, che vada presa in considerazione la locuzione camenare pìngulipìnguli registrata dal Rohlfs col significato di camminare lentamente e con incertezza e tratta da Enrico Bozzi, I tesori del nostro dialetto. Libro per gli esercizi di traduzione dal dialetto leccese, parte III, Milano, senza anno.

traduzione dal felino in neretino:

*Pingula pingula, a Armandu Politu/li face tantu schifu lu bollìtu/quantu invece pi nui la scatuletta,/no queddha marcata, ggh’è pperfetta./Pingula pingula cumpare mia,/osce pacenzia e cusì sia!/Ha dittu la conta ca sî sfurtunàtu:/la scatoletta tua m’àggiu mbac-ca-tu!

** No tti  pinsare ca standu cu Ppolitu/mi faci ddivintare rimbambìtu./La fazzu iò la conta quand’è ccrai/ e la scatoletta tua tocca mmi tai.

traduzione dal neretino in italiano:

*Pingula pingula, a Armando Polito/fa tanto schifo il bollito/quanto invece per noi la scatoletta,/ non quella economica, è perfetta./Pingula pingula, compare mio, oggi pazienza e così sia!/Ha detto la conta che sei sfortunato: la scatoletta tua ho divorato!

Non pensare che stando con Polito/mi fai diventare rimbambito. La faccio io la conta quand’è domani/e mi dovrai dare la tua scatoletta.

________

1 http://www.archive.org/stream/curiositpopola08pitruoft#page/12/mode/2up

2 http://www.archive.org/stream/giuochifanciull00pitrgoog#page/n0/mode/2up

3 http://www.archive.org/stream/giuochifanciull00pitrgoog#page/n5/mode/2up

4 http://www.archive.org/stream/usiecostumiabruz02ninouoft#page/88/mode/2up

5 http://www.archive.org/stream/cantipopolaridi00ferrgoog#page/n4/mode/2up

6 Non vorrei che fosse stata esercitata una forma di censura che in uno studio scientifico è assolutamente inconcepibile; lo dico in virtù delle allusioni che (forse mi sbaglio) trovo in  E mo gnuda to surela a spartir la  roba bela intervallate da due quasi bestemmie [Gran gron (Il gron, leggo nel Vocabolario domestico ferrarese-italiano di Carlo Azzi, Buffa, Ferrara, 1857, è una specie di erba cattiva); rampin Giuda] e, ripeto, forse mi sbaglio, riprese in Cava la rava, mettla int la busa.

7 Antonio De Nino, Usi…, op. cit, pag. 86: “Nelle provincie meridionali, abbiamo sempre pignata e pignataro con una sola t. La pignatara, cioè una donna che fa o vende le pignatte, si sente dire soltanto nei giuochi de’ fanciulli. E abbiamo appunto qui un giuoco, dove c’entrano le pignate  e la pignatara. E che credete voi chi siano le pignate? Sono anche fanciulle e fanciulli; e la pignatara è la più svelta fanciulla. Questa pignatara mette in ordinanza le sue pignate, e attende i compratori. Passa una donna. La pignatara dice:-Dove vai?- Risponde l’altra:- Vado a comprare il prosciutto-. Ripiglia a dire la venditrice: -Me ne dai un poco?- Risponde sì o no…”

8 Come la pignatàra per quello che s’è detto nella nota precedente evoca una sorta di contaminazione tra aree diverse, cucchiara non può, attraverso l’oggetto intermedio non citato (pignata) non evocare il nostro proverbio Li quai ti la pignàta li sape la cucchiàra (I guai della pignatta li conosce la cucchiaia). Il ruolo egemone della pignatara (direi nella realtà, nella metafora e nel gioco) è ribadito dal proverbio calabrese  A mastra pignatara metti ‘u manicu aundi voli (La maestra pignatara mette il manico dove vuole).

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com

error: Contenuto protetto!