150 anni fa moriva Don Marino Manco, vittima del brigantaggio (*)

 

Melissano, Piazza del Mercato Vecchio. (foto Velotti)
Melissano, Piazza del Mercato Vecchio. (foto Velotti)

di Fernando Scozzi

 

Terra d’Otranto visse solo di riflesso le vicende dell’unificazione nazionale, ma i problemi di quel difficile periodo (fra i quali il brigantaggio) non mancarono di interessare anche la nostra provincia dove Quintino Venneri,  detto “Melchiorre”, costituì una banda brigantesca della quale fecero parte, tra gli altri, Barsanofrio Cantoro, di Melissano, Ippazio Ferrari, di Casarano, Vincenzo Barbaro, di Alliste e Ippazio Gianfreda, di Casarano.

Una delle vittime di questa banda fu il prete Don Marino Manco, giudice conciliatore della Frazione Melissano e nemico dei briganti sia per la sua adesione allo Stato unitario che per vecchi rancori con il compaesano Barsanofrio Cantoro.  Questi confessò in tribunale: Ce l’avevo con lui da tanto tempo perché prima di andare per soldato, amoreggiavo con una giovane di Melissano ed in cena, don Marino, vedendomi ricevuto in quella casa, mi discacciò.

Per Barsanofrio fu facile convincere gli altri briganti dell’opportunità di colpire quel prete che   aveva cantato due “Te Deum” per Garibaldi, Dittatore delle Due Sicilie  e che, spesso, ospitava nella sua casa i Carabinieri di Gallipoli, i rappresentanti di quello Stato sconosciuto al quale si erano ribellati. Così, verso le ore tre della notte del 24 giugno 1863, i briganti, capitanati da “Melchiorre”, penetrarono a Melissano. Alcuni di essi presidiarono le uscite del paese, altri si fermarono in piazza. L’arciprete, don Vito Corvaglia, intuendo le loro intenzioni e riconosciuto il compaesano Barsanofrio Cantoro gli disse: Guardati che il paese non abbia a soffrire qualche disastro per causa tua – ma questi gli rispose: ritìrati.  I briganti, quindi, bussarono alla porta del Manco. Apri, sono un messo di Gallipoli, porto un plico pressante del Sottogovernatore, disse uno di loro con voce affettata da piemontese.  Don Marino – testimoniò la domestica – ebbe qualche sospetto e non voleva aprire, ma al picchiare violento del culacchio dei fucili da far crollare la porta e alle grida “Apri carogna fottuta”, si alzò e aprì. Otto individui, vestiti alla contadina, armati di fucili, sciabole e pistole, irruppero in casa.  Don Marino – disse “Melchiorre” – mi servono mille ducati ebestemmiava dicendogli: “Assassino che sei, ai carabinieri continuamente dai da mangiare e a noi non vuoi dare nulla? Frugarono in ogni angolo della casa e rinvenute solo 170 piastre minacciarono di morte il malcapitato. Per la Madonna del Carmine, non ne tengo più – diceva il prete – ma  i briganti lo obbligarono a chiedere in prestito altro denaro, scortandolo a casa dei suoi parenti. Lo vidi in piazza, in mezzo a due briganti, scalzo, sconvolto, vestito dei soli pantaloni. “Ho bisogno  di  duecento  piastre, voglio salva  la vita, disse Don Marino a Vincenzo Manco che, insieme a Pietro Paolo Corvaglia e all’arciprete raccolsero la somma richiesta. Mentre “Melchiorre” contava il denaro, Barsanofrio disse ad un brigante che voleva uccidere don Marino: Basta! Che altro pretendi? Allontanandosi da Melissano, i briganti frantumarono gli stemmi dei Savoia posti sul corpo di guardia e sul botteghino delle gabelle.

Ma  don   Marino  non  era  persona  che  subiva  senza  reagire. Il giorno seguente, infatti,  denunciò l’accaduto alla giustizia mandamentale di  Casarano, producendo  formale  istanza di punizione di Barsanofrio Cantoro e della compagnia da lui condotta e riservandosi di costituirsi parte civile nell’eventuale giudizio. In questo modo, don Marino sottoscrisse la sua condanna a morte perché i briganti, venuti a conoscenza della denuncia, decisero di vendicarsi.

Il  loro proposito divenne di pubblico dominio e lo stesso don Marino fu avvertito da alcuni conoscenti  di stare in guardia perché si voleva attentare alla sua vita. Tuttavia, egli non adottò particolari precauzioni e prevedendo un altro assalto notturno, dormì nella cantina della sua abitazione. Ma la morte non arrivò di notte.

L’arresto  del  fratello  di “Melchiorre”, accusato ingiustamente  di essere in  possesso  del  denaro  rubato al prete, determinò il tragico epilogo della vicenda. La madre del Venneri si precipitò presso il nascondiglio della banda per avvertire “Melchiorre” di quanto era accaduto. Questi, propose  di “sollevare” la  popolazione  di  Alliste  e  affrontare la   forza   pubblica.  Partirono   immediatamente  ma,  per strada, “Melchiorre” cambiò idea e disse ai compagni: “Andiamo a saziarci di sangue! Ad uccidere Marino Manco”.

Erano le ore 13 del 27 luglio, don Marino uscì dalla chiesa parrocchiale e rientrò nella sua abitazione  perché – affermò una testimone –  diceva volersi recitare l’ufficio. Verso le ore 14, nella piccola borgata immersa nella calura estiva, si sentì urlare: Dov’è il brigante papa Marino? Il prete aprì la porta: due colpi di fucile lo raggiunsero al volto e al petto. La vittima  cadde a terra in una pozza di sangue, il braccio sinistro proteso, il destro piegato sul torace. Io  sono stato il boia, ho tirato il primo colpo – disse Ippazio Ferrari –  Quintino Venneri, il secondo.

Barsanofrio  Cantoro non partecipò all’assassinio e si rifugiò  in campagna. Lo trovai vicino al mio pozzo – testimoniò un contadino – mi chiese da bere. In quel momento sorse un vento così impetuoso che lo stesso Barsanofrio si sorprese dicendo:” Questa è l’anima di papa Marino”. Io gli chiesi:” L’avete ucciso?” E quegli:”Lo lasciavamo…? Poi, il brigante fuggì verso il bosco del Belvedere. Lì fu catturato il 13 novembre 1863; condannato a 30 anni di reclusione, morì in carcere. “Melchiorre”  riuscì ad evadere dalla prigione e dopo numerose azioni delinquenziali rimase ucciso in un conflitto a fuoco con carabinieri, il 24 luglio 1866, dietro la cappella di Santa Celimanna, nei pressi di Supersano. Il suo corpo fu esposto come monito, per tre giorni, sulla piazza di Ruffano.

 

 

(*) La vicenda è stata ricostruita mediante la consultazione degli atti processuali conservati presso l’Archivio di Stato di Lecce.

Briganti di casa nostra

Archivio di Stato Lecce, Pref. Gab. Ctg. 28, fasc. 2636

di Fernando Scozzi

Ancora oggi emerge come siano contrastanti  le interpretazioni che i vari indirizzi storiografici danno del brigantaggio meridionale postunitario. Cosicché, la  storiografia di destra che prima condannava il brigantaggio vedendo in esso la personificazione della reazione borbonico-clericale, oggi  lo  rivaluta  facendolo assurgere a lotta partigiana contro l’invasore  piemontese,  mentre gli storiografi di sinistra, che fino ad un certo periodo hanno  visto  nel  brigantaggio  i  prodromi  delle  lotte  contadine  contro la protervia dei galantuomini, usurpatori dei demani, oggi lo condannano vedendo in esso più l’aspetto delinquenziale che quello politico. In effetti, non fu l’unificazione nazionale a creare il brigantaggio, perché le molteplici cause di questo fenomeno, da sempre esistito, non sono di origine politica, ma di origine sociale. I presupposti per lo sviluppo della rivolta si svilupparono sotto i Borbone e se pure a Napoli e in Campania c’erano delle isole felici, (dovute alla presenza della corte e di alcune industrie manifatturiere) nel resto del Regno delle Due Sicilie e specialmente nelle campagne, si  viveva nella miseria. Il caos politico e sociale scatenato dall’unificazione, la leva militare, le tasse, l’usurpazione dei demani (che i Borbone, comunque, non avevano provveduto a far dividere fra i contadini)  la politica anticlericale del governo, innescarono la miccia. Ma  non ci fu un brigantaggio politico, bensì un brigantaggio utilizzato per fini politici. E’ lo stesso Pasquale Villari a scrivere che il brigantaggio meridionale antico e contemporaneo trae unicamente origine dalla triste condizione delle popolazione, non dagli avvenimenti politici, che se possono aumentargli forza, non basterebbero mai a dargli vita; il brigantaggio altro non è che una questione ardente agraria e sociale. I borbonici, quindi, strumentalizzarono il malessere del Mezzogiorno servendosi del brigantaggio per impedire la stabilizzazione del nuovo ordine. I briganti accettarono il patrocinio politico perché  in  questo  modo  le  loro imprese uscivano dal  novero  delle azioni delinquenziali   e  della mera vendetta contro i signorotti locali per assurgere a lotta politica contro l’invasore piemontese. In realtà, sia i briganti che i borbonici combattevano per scopi diversi e si servivano gli uni degli altri.   La comunanza  di  interessi  si  ruppe  per  il mancato intervento delle Potenze assolutistiche europee nel Mezzogiorno e per il conseguente rafforzamento dello Stato unitario. A quel punto, chi dalle retrovie aveva soffiato sul fuoco della rivolta si dileguò; ma i briganti non potevano tornare indietro e furono fucilati, deportati, massacrati senza pietà.

In Terra d’Otranto non c’erano le condizioni per una rivolta di grandi dimensioni, perché – scriveva un funzionario di pubblica sicurezza al prefetto –  la Provincia di Lecce non sarà mai la prima a ribellarsi contro l’attuale ordine di cose, essendo pronta sì alla parola, ma tarda, anzi nemica di ogni azione. I leccesi hanno buone viscere, calda fantasia, facile parola,  ma tardo il braccio.   In realtà, più che di brigantaggio si può parlare di gravi problemi di ordine pubblico per evitare i quali  era necessario assicurare pane e lavoro ai contadini che, ben presto, iniziarono a manifestare il loro malcontento. Il contadiname del piccolo Comune di Surbo – infatti – falsamente imbevuto dell’idea del rientro in Napoli di Francesco II,  si abbandonava dall’avemaria fino alle ore sette  circa  della sera di domenica 10 marzo, alle maggiori sfrenatezze reazionarie imperocché,  principiando a gridare in piazza “Viva Francesco II , Abbasso la Costituzione”, in più centinaia si davano a percorrere le vie del paese, continuando sempre nelle stesse grida e portando un lenzuolo bianco come vessillo. Nel giro che facevano abbatterono gli stemmi reali, mentre nel corpo di guardia venivano presi e rotti alcuni fucili e bistrattato un militare in servizio che tostamente se la svignava per la paura. Poscia aggredirono diverse persone che avevano fama di liberali arrecando loro molti danni. Al municipio si davano a sconquassare la poca mobilia, rompendo i quadri di Garibaldi e di Vittorio Emanuele, nonché disperdendo diverse carte dell’archivio, molte delle quali bruciarono in piazza. E durante il tumulto alcuni dei più facinorosi gridavano: “ Vittorio Emanuele, che ci dai? Noi moriamo di fame e dobbiamo rivoltare per farci dare lavoro. A Marittima la popolazione insorse il 23 marzo 1861 mentre i tumulti si propagavano nei comuni di Ortelle, Andranno e Spongano. A Taviano, nel corso di un tumulto popolare scoppiato il 7 aprile 1861, fu ucciso Generoso Previtero, primo eletto del Comune, mentre la rivolta si estendeva rapidamente ai limitrofi comuni di Racale, Melissano e Alliste dove  furono  devastati  i locali del municipio e fatto un corteo con l’immagine di Ferdinando  II.

Ma la causa scatenante della rivolta è da ricercarsi nella legge per la coscrizione militare, obbligo fino ad allora sconosciuto nel Mezzogiorno d’Italia, che privava le famiglie dell’apporto indispensabile dei figli più giovani i quali non intendevano marciare sotto le bandiere di uno Stato lontano e sconosciuto. A Vernole l’affissione della lista dei reclutabili provocò un tumulto popolare con grida ostili e laceramento della medesima, mentre a Gallipoli un centinaio di popolani e di pescatori, si spinse fino al palazzo municipale fra le grida: Non vogliamo la leva! Abbasso il Municipio, Viva la libertà! La guardia nazionale, prima di essere sopraffatta da una violenta sassaiola, aprì il fuoco; quando la folla si dileguò rimasero sul terreno due morti e numerosi feriti.

Furono quindi i renitenti alla leva, uniti ai soldati sbandati del disciolto esercito borbonico a costituire le prime bande brigantesche anche nel Salento meridionale. Gli ex soldati borbonici, infatti, rientrati a casa col rancore di una perduta carriera, non avevano altra prospettiva che il duro lavoro dei campi e si comprendere benissimo come la possibilità di darsi alla macchia  e spadroneggiare col pretesto della difesa del trono e dell’altare, costituisse per alcuni di loro una valida alternativa.  Fra questi,  Rosario Parata, alias lo Sturno che dopo il 1860, soldato sbandato del disciolto esercito borbonico, ritornò a Parabita. Lo Sturno era un brigante “sui generis” perché non si macchiò mai di delitti di sangue. Si faceva annunciare da uno squillo di tromba e al grido di Viva Francesco II,  irrompeva nei vari centri abitati sventolando la bandiera bianca gigliata dei Borboni e disperdendo i militi della guardia nazionale. Così invase  Supersano, Nociglia, Scorrano e Gagliano, dove prese un caffè e poi attraversò la pubblica piazza con i fucili spianati. Nel 1864, venne catturato. Processato, fu condannato a sette anni di reclusione e a due di lavori forzati. Un anno dopo, a soli 34 anni, fu trovato morto in carcere.

L’esempio dello Sturno fu seguito da alcuni renitenti alla leva di Carpignano, Borgagne e Martano i quali costituirono una banda brigantesca capitanata da Donato Rizzo, alias Sergente e il 7 agosto 1861 penetrarono in Carpignano impadronendosi dei fucili della Guardia Nazionale e ingaggiando un conflitto a fuoco con i carabinieri nel bosco del Belvedere.

Molto più pericolosa si rilevò la banda capeggiata  da Quintino Venneri, detto Macchiorru, di Alliste. Costui,  partito  militare  nel  1859,   ritornò in   Alliste  nel 1860 come sbandato del disciolto esercito borbonico e il 7 aprile 1861 prese  parte al tumulto popolare scoppiato a Taviano. Fu arrestato ed uscito dal carcere l’anno seguente, si diede alla macchia.  Attorno a lui si raccolsero una ventina di persone, fra le quali il melissanese Barsanofrio Cantoro anch’egli sbandato del disciolto esercito borbonico, il gallipolino Scardaffa, Ippazio Gianfreda, alias Pecoraro, di Casarano, Vincenzo Barbaro, alias Pipirusso, di Alliste, Giuseppe Piccinno, di Supersano, detto Mangiafarina. Questa banda, il 25 giugno 1863, penetrò in Melissano per derubare e poi uccidere don  Marino Manco, uno dei pochi sacerdoti della diocesi di Nardò favorevole all’unificazione nazionale. Ma  le azioni delinquenziali del Venneri non finirono qui perché, pochi giorni dopo l’assassinio del Manco, assaltò il carcere di Ugento per liberare suo fratello, ivi recluso; ferì un carabiniere, si rese responsabile di numerosi furti ed estorsioni. Arrestato, riuscì ad evadere dal carcere di Lecce e infine, il 24 luglio 1866, fu ucciso in un conflitto a fuoco con i carabinieri,  dietro la cappella di Santa Celimanna, nei pressi di Supersano.  Il suo corpo fu esposto, come monito,  sulla piazza di Ruffano.

Nella zona di Alliste operava anche la banda di Salvatore Coi che nel 1865 arruolò soldati sbandati nei Comuni di Racale, Alliste e Felline, con la promessa di quattro carlini al giorno e di saccheggio delle abitazioni dei liberali. I briganti costrinsero quindi il sindaco di Alliste a consegnare 12 fucili e dopo aver requisito altre armi si diressero verso Melissano, ma si scontrarono con i carabinieri e si diedero alla fuga. La banda fu poi catturata dalle forze dell’ordine nei pressi della masseria “Campolusio”, in agro di Ugento.

Con la morte dello Sturno e di Macchiorru  e con la cattura del Coi,  il brigantaggio nella nostra provincia poteva dirsi esaurito; rimanevano i problemi di una terra cui occorreranno decenni per uscire dalle nebbie del sottosviluppo.

Solo un’autentica rivoluzione popolare avrebbe potuto risolvere il problema agrario, coagulando intorno al nuovo Stato il consenso delle masse contadine.  Ma nel Mezzogiorno, l’Italia nasceva per opera di una minoranza che, assediata dal malcontento, consegnò le province napoletane alla monarchia sabauda. I meridionali si rassegnavano ancora una volta alla fame e alla miseria, mentre la borghesia celebrava il trionfo della sua rivoluzione.

Lettera minatoria al sindaco di Laterza per la mancata divisione dei demani comunali.

Uno sconosciuto insediamento rurale tardo antico tra Melissano e Racale

 di Stefano Cortese

Tra i tanti racconti che mio nonno Paolo mi tramandò ha sempre suscitato nel sottoscritto una certa curiosità la scoperta di alcune tombe e reperti in ceramica che lo stesso, insieme a suo fratello Antonio, ebbero modo di rinvenire lavorando il terreno di “donna Rosa Panico”, al fine di impiantare alcuni uliveti negli anni ’50.

Si tratta di una contrada sita tra le masserie Cuntinazzi e Cutura, tagliata dalla provinciale Melissano-Felline, sul confine amministrativo tra la stessa Melissano e Racale.

Ebbi modo di segnalare l’episodio sulla personale tesi di laurea magistrale (Cortese 2009, 22-23) in quanto questa contrada, a personale avviso, doveva essere lambita dal  percorso che da Ugento portava al monastero italo-greco di santa Maria del Civo, per poi proseguire in direzione Alezio.

L’amico Fernando Scozzi (2009, 10), in un suo contributo inerente la masseria Cutura, accenna inizialmente alla storia della masseria e del suo passaggio di proprietà alla famiglia Panico (con istrumento del 12 febbraio 1896), poi ha modo di riportare una fonte orale, quella di Giuseppe Cortese, il quale ricorda che in questa contrada, denominata Spagnuli, furono scoperchiate delle tombe che si diceva facessero parte di una necropoli di un non meglio precisato convento degli “Spagnuli”.

Grazie alle sue ricerche, il professore Scozzi segnala che il toponimo Spagnuli era già presente nel catasto onciario dell’università di Racale del 1754, tra i possedimenti del duca Basurto, segnalando come sulla stessa contrada insistesse il toponimo monte d’Ercole e quello di calcara di Cola, a causa appunto di una calcara ancora viva nella memoria degli anziani.

In vista della pubblicazione “Nei Borghi dei Tolomei. Formazione e caratteristiche dei centri storici di Racale, Alliste e Felline” (Cortese 2010), ho avuto modo di compiere un sopralluogo in zona per poter meglio delineare le caratteristiche di questo insediamento. Nel fondo dove furono trovate delle tombe è presente oggi una piccola cava e molto probabilmente, se le tombe non erano terragne, almeno parte della necropoli è andata distrutta; dall’altro lato della strada, in un terreno adibito a giovane oliveto, i fondi sono cosparsi una grande quantità di ceramica di datazione tardo antica, a partire soprattutto dal II-III secolo d. C.

Tra la ceramica rinvenuta, laterizi, ceramica anforaria e da mensa (in particolare sigillata africana C). Poca, ma presente, la ceramica bizantina (non si esclude una residualità d’uso di ceramica romana imperiale nell’età bizantina), mentre è assente la ceramica invetriata.

La vocazione agricola del piccolo insediamento rurale romano viene corroborata dalla testimonianza orale fornitami da Giuseppe Cortese, il quale ricorda di aver visto il negativo, nel terreno, di due grandi contenitori, probabilmente due grandi pithoi o dolia. Non sappiamo il toponimo del sito, ma la vicina toponimo prediale Ruggiano e la presenza a poco meno di un centinaio di metri di distanza di almeno 3 tracce di centuriazione romana (direzione sud-sudest), testimoniano l’antropizzazione della contrada.

Infine, ci fu mai una comunità monastica sul sito? Il toponimo Spagnuli, a personale avviso, è da riferirsi alla caratteristica erba selvatica conosciuta nel volgo con tale nome, oppure alla origine spagnola dei proprietari della contrada, cioè i Basurto. Nessuna fonte, purtroppo, ci autorizza a pensare la presenza di un’antica comunità monastica in zona, anche se in un vicino sito analogo già frequentato, leggermente più ampio (un probabile vicus), si insediò la comunità italo-greca di Civo, reimpiegando, come accadeva spesso, i conci dagli edifici romani.

E’ grazie all’archeologia del ricordo che è emerso l’ennesimo insediamento rurale romano (fattoria?) che costellavano il nostro territorio in epoca imperiale, scoperta il cui input va tributato al  mio compianto nonno.

BIBLIOGRAFIA

-Cortese S. 2009, L’insediamento monastico di Santa Maria del Civo fra indagine storica ed archeologica, tesi di laurea magistrale in topografia medievale, relatore prof. Paul Arthur, a. a. 2008/09

-Cortese S. 2010, Nei Borghi dei Tolomei. Formazione e caratteristiche dei centri antichi di Racale, Alliste e Felline, edito dal CRSEC Le/46 Casarano, tip. Martignano, Parabita

-Scozzi F. 2009, “La masseria “Cutura” note di storia e di archeologia” in Rosso di sera, a cura della Pro Loco, Melissano gennaio 2009, p. 10

La parrocchiale di Melissano a 110 anni dalla dedicazione

F. Campasena, 1885. Disegno della chiesa di Melissano

di Fernando Scozzi

Una chiesa, una comunità: la parrocchiale di Melissano a 110 anni dalla dedicazione

D.O.M.

Precum effusio

Datori bonorum omnium

et indefessa populi

largitio

ad exitum opus duxerunt

die 8 februarii 1902

In questa scritta, che leggiamo all’ingresso della chiesa parrocchiale di Melissano, è riassunta la storia del sacro edificio, di cui, alcuni giorni fa, abbiamo ricordato il 110° anniversario della dedicazione. La Fede, le preghiere e l’instancabile generosità dei nostri Padri edificarono questa chiesa i cui lavori iniziarono nel 1885, quando Melissano contava appena 1500 abitanti: un agglomerato di casupole affacciate sulla campagna, pochi vicoli ricalcanti gli antichi sentieri campestri e due chiese, fra le quali l’antica parrocchiale, dedicata al Protettore S. Antonio e non più adeguata al culto.

Fin dal 1877, infatti,  il parroco, don Vito Corvaglia, scriveva al Papa Pio IX facendosi ardito a presentare a Sua Beatissima la preghiera come appresso: lo stesso trovasi parroco di una meschinissima chiesa, indegna al culto di Dio e neppure idonea a contenere una popolazione crescente di giorno in giorno:

Luigi Corvaglia (Melissano, 1892 – Roma, 1966) non solo letterato

Luigi Corvaglia: non solo letterato

Impegno sociale e fedeltà agli ideali repubblicani caratterizzarono la vita dell’autore di Finibusterre

 

di Fernando Scozzi

“Prigioniero del compito”. Luigi Corvaglia nella sua biblioteca di Melissano

Di Luigi Corvaglia (Melissano, 1892 – Roma, 1966) si conoscono le opere filosofiche e letterarie, lo spirito critico e l’ardore polemico; ben pochi conoscono, invece, il suo impegno sociale che si manifestò non solo nell’attività di amministratore comunale, ma anche in quella  di imprenditore.

Fin dal 1910, studente universitario del primo anno di Giurisprudenza, si iscrisse al P.R.I. rimanendo fedele per tutta la vita all’Idea mazziniana di Giustizia e Libertà. (1) Rivendicò i diritti della comunità melissanese spesso sacrificati alle esigenze del Comune capoluogo e agli interessi di pochi notabili locali.  Nel suo opuscolo Melissano (edito nel 1910) Luigi Corvaglia invitò i concittadini all’unità: Unitevi figli del popolo, emancipate la frazione elevandola a Comune indipendente.  Auspicò l’associazione dei  lavoratori nei rischi e nei vantaggi della proprietà terriera; chiese ai contadini di mandare  i propri figli a scuola, tutti i figli, sopportando anche la miseria, poiché nella evoluzione progressiva della società, li renderete capaci di seguire il progresso universale. Accusò il sindaco di Casarano di aver privato la frazione di servizi pubblici indispensabili: per due anni, o Signori, Melissano è rimasta senza guardie, senza custode pel cimitero, senza spazzino e perfino senza levatrice.

 In realtà, le critiche di Luigi Corvaglia non erano dirette all’amministrazione comunale, ma all’avv. Felice Panico (assessore delegato della frazione) il cui potere economico pervadeva la società melissanese e impediva l’affermazione di una classe di professionisti che intendeva guidare lo sviluppo della comunità melissanese.

In occasione delle elezioni politiche del 1915, Luigi Corvaglia si schierò con Nicola Marcucci ed avversò il deputato uscente Antonio De Viti De Marco perché – scrisse in un manifesto –  il Collegio esige che sia liberato dall’incubo che  l’opprime: l’ambizione, il disprezzo verso gli umili, il favoritismo agli alti eunuchi del privilegio.(2)

Con una serie di fogli pose all’attenzione degli amministratori comunali e soprattutto dei suoi concittadini (dei quali auspicava la redenzione umana e civile) le esigenze della Comunità melissanese, evidenziando la necessità dell’approvvigionamento idrico dell’abitato, l’importanza del piano regolatore, della pubblica illuminazione, della viabilità urbana e rurale. Nel 1920, di fronte alla volontà dell’amministrazione comunale di impegnare le risorse finanziarie in tutt’altra direzione, Luigi Corvaglia propose un referendum  per conoscere se prima di erogare il denaro pubblico in opere voluttuarie non convenga, per per senso di dignità e di igiene, provvedere alle esigenze più urgenti e sistemare le vie interne, rese per l’abbandono impraticabili. Se non convenga di più dare al paese il suo accesso logico alla stazione ferroviaria, ordinando lo sviluppo delle vie che di giorno in giorno si sviluppano senza nesso e sistema. Se prima delle opere sciagurate progettate dal Comune di Casarano, giovi un edificio scolastico e lo sanno i figli dei poveri ed i poveri insegnanti, che marciscono d’inverno e soffocano d’estate, in abituri miserabili. (3)

In vendita. Dopo la morte della figlia, Maria, la casa di Luigi Corvaglia è in vendita; che fine farà il materiale bibliografico e documentario dell’autore di Finibusterre?

Dopo la grande guerra, alla quale partecipò con il grado di tenente,  si impegnò per l’autonomia della frazione e quando nel 1923 Melissano divenne Comune, fu nominato assessore. Era l’occasione per far recuperare al paese il tempo perduto in secoli di dipendenza amministrativa;  invece, 

Quintino Sicuro: una vita diversa

Quintino Sicuro: una vita diversa

Ricordo del sacerdote-eremita di Melissano

a 42 anni dalla morte

 

di Fernando Scozzi

Il 26 dicembre 1968, sulle pendici del Monte Fumaiolo, muore don Quintino Sicuro, sottobrigadiere della Guardia di Finanza, eremita e sacerdote. Nato a Melissano nel 1920, si arruola nelle Fiamme Gialle  e nel 1941 partecipa alle operazioni di guerra sul fronte greco-albanese. Nel 1946 è promosso sottobrigadiere, ma l’anno successivo si congeda dalla Guardia di Finanza ed entra nel convento dei Minori Francescani di Ascoli Piceno. Il mondo non può darmi quella pace spirituale che si gusta all’ombra di una casa religiosa; e per questo, solo per questo – dice Quintino Sicuro – ho deciso di abbandonare il mio attuale regime di vita e mettermi sulla buona strada.

Quintino Sicuro, sottobrigadiere

Tuttavia non è ancora quello che vuole  e nel 1949 abbandona anche il saio francescano e i con i panni della Provvidenza, da vero sposo di Madonna Povertà, si ritira sull’eremo di San Francesco, a Montegallo (AP) dove vive nella preghiera, nella solitudine  e nella più assoluta indigenza.  Da qui, dopo diversi mesi, scrive alla madre una delle lettere più belle per spiegare un cambiamento così radicale nella sua vita, una scelta che non può essere compresa dai familiari. Quintino lo sa e scrive: Avrei tante cose da dirvi onde giustificare il passo fatto e per pacificarvi del mio nuovo stato di cose, eppure mi astengo, perché superfluo, e vi dico semplicemente  di avere fatto la volontà di Dio e di stare bene, perché sulla mia strada.

Quintino Sicuro, eremita

L’eremo costituisce una tappa importante per la ricerca di quella pace spirituale che Quintino spera di trovare pregando e facendo penitenza. Abbandona tutto, comprese le persone più care e proprio questa scelta costituisce la prova dell’autenticità della vocazione. La vita dei Santi, infatti, è costellata da chiamate e cambiamenti repentini: Gesù chiama e gli apostoli lo seguono abbandonando familiari e occupazioni; San Francesco, per rimarcare la separazione dalla famiglia, restituisce a suo padre perfino i vestiti; San Paolo cambia improvvisamente la sua vita sulla via di Damasco. Quintino Sicuro modifica radicalmente la sua esistenza tanto da rinunciare ad ogni preoccupazione della vita e quindi  poco importa se la gente mi dice

Libri/ Lavoro in movimento – Storie, volti, documenti dell’emigrazione melissanese

Associazione Pro Loco Melissano

 
 
Sabato 23 ottobre, alle ore 18.30, presso il circolo culturale “Q. Scozzi”, sarà presentato il libro di Fernando Scozzi: “Lavoro in movimento – Storie, volti, documenti dell’emigrazione melissanese“.
 

La S.V. è invitata a partecipare.

Libri/ I Melissanesi nella seconda guerra mondiale

Storia e memoria di una Comunità: i melissanesi nella seconda guerra mondiale, di Fernando Scozzi, a c. della Pro Loco di Melissano, pp.84, 113 foto b/n, Grafiche Giotto, Melissano 2009.

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com

error: Contenuto protetto!