Secoli tra gli ulivi

Da “Secoli tra gli ulivi”, il capolavoro di Fernando Manno:

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L’orizzonte
Da secoli, da millenni forse, i salentini ordinano pietre in città, ordinano pietre in campagna. E ne hanno fatto i due volti della loro terra, quello splendido e fulvo della città e quello faticato e paziente delle campagne. Sotto l’inganno fastoso della natura e della luce mediterranea, cova la pena e la fatica delle terre dure ed amare, quelle a cui ci si lega con acerbo amore e furore caparbio.
I globi opalini dei peschi già in fiore in inverno, la mareggiata degli uliveti fra l’Adriatico e lo Jonio, i vigneti che anche in autunno, quando arrugginiscono e si mummificano, danno un sentore di lietezza residua, sono la gran fiaba paesistica, l’illusione ottica d’una terra aspra e nodosa. È un’asprezza di vene, di nocche, di grumi di sassi da ossario geologico. L’aratro li deve aggirare, la zappa, se vi piomba su, si sdenta in uno sciame di scintille.

particolare del muro sul lato sud
Da generazioni e generazioni, i contadini con antica pazienza e antica stizza rastrellano questa maledizione di sassi, uno ad uno, ordinandoli in quelle muricce campestri che chiudono poderi, giardini, campi come in una rete di cortili per alberi. Fantasia e necessità. È una tristezza di geometrie. E le hanno utilizzate, anche, le pietre, per farsi queste capanne nuragiche, sepolte sotto gli uliveti per ricovero, nelle notti, a guardia contro ladruncoli e caprai, i nemici della terra, questi, gli oppositori secolari dell’istinto di possesso dei contadini. Ora, in tempi di latte industriale e di occaso delle greggi caprine, sono nuraghi che vanno diroccandosi, resti di vita e di costumi spenti per consumazione.
E fra muricce sono costrette e impedite le strade campestri, scavate nei boli rossi come ferite sanguigne. E le strade maestre anche hanno una confidenza agreste. Erano una volta bianche di polvere e foruncolose di brecciame, oggi sono nere di asfalto e nel cavo della pianura corrono verso l’infinito, anche se non per incontrare le Muse come quelle di Ercole d’Este, ma diano un senso di malinconia, di non so che perdentesi e indefinito.
Ma le città, le borgate, i casolari sono biondi, il colore del tempo nel Salento, il colore del suo letto di calcare che è grasso e madido appena scoperchiato da un’epidermide terrosa e si fa caldo e placido sotto i secoli. Le cave di pietra non tagliano monti. Il Salento è un piano fiordo sotto il sole. Il suo fondo sa ancora di mare recente, chiude una salsedine morta, un sepolcro di fossili marini e conchiglie che lo scolaro che ha marinato la scuola facilmente cava col temperino. Infatti il temperino fece parte dell’attrezzatura più seriosa e indaffarata della nostra infanzia.

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Il nostro dialetto non ha parole per esprimere concetti eccessivi, estremi. È il dialetto d’una gente di fatica paziente e d’esperienza concreta e bonaria. E nemmeno per il durissimo lavoro d’estrarre la pietra dalle cave usa parole grosse: le chiama tagghiate. Non so se sia discrezione o rassegnazione alla fatica, senza drammatizzazione. Dice tagliare la pietra che tagliare, docilmente, si fa.
Appena fuori Lecce, già qualche strada rabbrividisce fra voragini immense, accecanti di giallore bianchiccio: le tagghiate. Da Brindisi a Leuca, da Gallipoli a Otranto o a Taranto, spesso t’imbatti in queste miniere della povertà geologica che dà ai salentini da sempre solo pietre per costruire. Possono alla fantasia servire da surrogati di voragini lunari, di giogaje di vuoto che ci diano un po’ l’illusione e la vanità di avere nel nostro paesaggio emozioni intense.
È una storia di pietre fissata da quando comincia. Fra Ennio e Capitano Black non ricca è la nostra anagrafe poetica. Le pietre vanno più oltre. Cominciano coi dolmen, coi menhir, con le specchie, monumenti d’un passato opinabile e corrusco, che segnano la terra e il paesaggio come i segnalibri alle pagine di illustrazioni favolose. La sterpaglia malarica del litorale adriatico che ora cede la sua angoscia antica e aspra alla povera tristezza di pinete impossibili e rachitiche, invase e rose ab antiquo i segni megalitici dei Messapi e li ridusse a tracce di ruderi cancrenosi. Muore, su quelle plaghe marine di pesce gustoso, dove l’impennata scogliosa dell’ultimo Salento adriatico si sgonfia in un livido arenile, il paesaggio d’Italia.

Dolmen Caroppo I e II
Dolmen Caroppo I e II (ph Oreste Caroppo)

C’era ancora posto per un romanticismo da butteri. Ma la cancellazione della malaria e dei pascoli e l’offerta dei proprietari di quelle terre infeconde per suolo edificatorio fanno dilagare le borgate marine, una specie d’urbanesimo vernacolo rivierasco, fortunatamente in gaio disordine paesano, che conservi un senso agrario e piscatorio.
Poi vengono le grandi epoche certe e il Romanico, il Rinascimentale, il Barocco, il Rococò nostri, inconfondibili, per tanti lati indivisibili. Il nostro barocco è la bibbia del nostro sentire, la indigena visione del mondo. È parte del paesaggio, come l’Orlando Furioso può esserlo del paesaggio fisico e umano del Rinascimento.
Il Salento è di senso orizzontale. Il paesaggio, la architettura arborea come la spirituale si dispiegano per spazi, per superfici. O per nembi, come gli uliveti. Non ci sono alberi di senso acuto: un platano, un pioppo, un cipresso, un’araucaria sono ospiti vegetali, capricci esotici. Eppoi, sentono di acqua, d’umido di proda fluviale, sconosciuto da noi. Il cipresso i salentini lo evitano come albero mesto, perché in noi anche la malinconia è volume grosso, viluppo di lunghi, perduti itinerari, sino al lievito della paura.

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Il campanile di Lecce, quello di Soleto bucano l’aria, come se appendano il Salento al cielo. Ma la pianura resta orizzontale, schiacciata, con le terrazze mozze e quadrate delle case, le borgate che irradiano satelliti di casolari, giardini, masserie. Borgate linde, bagnate di pioggia o di luce, con le icone ai cantoni sempre onorate d’un mazzo di fiori campestri o di gerani, con le vie rarefatte nelle ore di lavoro. La guardia municipale gira per le strade paziente ai quesiti, alle rimostranze e spesso alla fraseologia d’oltraggio degli amministrati. Consiglia, tollera, rimprovera, ammicca. Una polizia da parentado generale. Un unico campanile tenta d’alzarsi al cielo, e sono, per lo più, campanili falliti che aspettano da decenni o da secoli confraternite e fondi per il coronamento cuspidale. In generale si son rassegnati allo scorno di quella specie d’eterno provvisorio. Ma non importa. I mediterranei, i rivieraschi tutti del Mediterraneo, non sentono l’ascensionale. Persino i saluti, da noi, non salgono mai dal basso in alto o scendono dall’alto in basso. Ci si scambia un saluto augurale e festoso, poco interrogativo, affettuosamente esclamativo: salute! oppure uèhhh!. È bonario e familiare anche quando è pieno di «distanza».

campagna salentina (ph Fondazione TdO)
campagna salentina (ph Fondazione TdO)

La lindura campagnola delle borgate, la forza civile di questa cordialità panica, la concretezza poetica del linguaggio che prende dalla natura bellezza ed efficacia d’espressioni, è un tutto nell’intima compostezza ed eleganza del paesaggio salentino – fatti panoramici e fatti spirituali – che l’ospite stranio deve scoprire anche quando esso esplode in vegetazioni dionisiache o si strema in lunghi sfibramenti di soste.
Ed anche il paesaggio, come gli uomini la domenica, se mmuta, mette il vestito festivo, addobba la sua flora utilitaria e fruttifera, di monili inutili, lussuosi: le ville.
Chi pensa più oggi a farsi una villa? Ma molte ne fecero i nostri nonni, specie fra gli ultimi Borboni e l’epoca umbertina. Le incastonarono fra vigneti e uliveti come sigilli gentilizi. Le più belle nel Capo. Esprimevano un gusto di uomini d’antica cultura, educati al vecchio liceo classico, censo raffinato, senatoriale. Spesso dal fondo della dotta provincia teneva scambi e contatti con Napoli, la Corte. Ne riportava novità e certo stile. Poi, con l’unità, trasferì cultura e censo al Regno d’Italia.
Molte di queste ville sono ormai in disarmo, blasoni paesistici d’un’anagrafe terriera costretta da guerre e crisi e pestaggio del fisco a più oculati concetti amministrativi.

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La villa è un sentimento dei salentini. Esprime il desiderio d’una natura più ordinata e pacata dentro la vivacità della spontanea. Dai grandi esemplari, la villa discende infatti ai piccoli e modesti e ha dato alla terra quella coloritura piccolo-borghese, di stampo antico, di possesso e chiusura che le resta indelebile. Il «cittadino» dal bilancio familiare di piccolo cabotaggio, riuscito a covare con decenni di cocciuto risparmio un gruzzoletto, l’impiegato benestante in pensione, il massaro danaroso coi figli alle scuole medie e le figlie grandicelle che hanno amici «civili», comprato un poderuccio, un casolare, vi inventavano «la villa»: due oleandri, due gaggie, la scanzonata audacia di due cipressi magari, due alberi che facessero purchessia decorativo ce li piantavano, ai lati d’un ingresso volenterosamente allungato in «viale», ed era «la villa». E con essa il week end avant la lettre, o il riposo per la vecchiaia o il segno ostentato che la famiglia rompeva l’embrione sociale iniziale per cominciare la scalata al più alto, verso la borghesia.
Spesso «la villa» era questo grado della crescenza sociale. E con la villa c’era – c’è ancora, dove gli inizi sono socialmente ab imo e economicamente robusti, – il figlio prete, la cravatta la domenica, l’inutile scrivania in casa fra gli attrezzi di lavoro, il gatto di porcellana di Lucca accanto alle forbici da potatura e una sfumatura di maggior confidenza nel tratto coi «signori». Ora questi risparmi, questi sintomi, questi gradi trovano altri alvei: la macchina, la televisione, il buon sarto, il turismo. La villa minima era la stasi, il segno della fissazione radicata al paese natale, da consegnare con la piccola fortuna agli eredi.
Macchina, televisione, turismo, sono il segno nuovo degli avventi sociali: il moto, l’indistinto e l’ansioso. E il rumore, uno dei segni perentori e appassionati della ricchezza moderna. Radio a tutto volume, scappamento aperto, senso di potere al rimbombo ritmato delle rotaie sulle traversine! Sarà l’acquisto del gusto del silenzio che segnerà la completa maturazione di queste leve moderne della borghesia.
Fama e gloria nordica, di terre dionisiache godono le nostre. E certo la menzogna climatica la favorisce.

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Mite per freddo e geli è l’inverno, ma madido, d’una umidità spugnosa, imperlato di cupi scirocchi e di ponenti malvagi. L’estate muore in un autunno lucente, allibito, sotto un sole che di rame s’è fatto d’argento. I boli assetati e pulvurulenti dall’arsura estiva s’addolciscono e si tumefano sotto le prime piogge settembrine e il soffio del simun che ha galleggiato dall’Africa sin quassù. Per campi e tratturi gli asfodeli, gli asfodeli dell’Ade, mummificano gli steli in una plumbea secchezza. Proserpina ritorna a Plutone. Il mito riconferma eternamente la sua concretezza d’intuizione. La luce sfibrata gestisce, coi primi presentimenti autunnali, le solitudini invernali. Poi precoce, gratamente anacroniscita, già a febbraio la primavera, l’esplodere fiorito dei primi alberi. E in aprile l’odore del trifoglio, il tremolare dei grani adolescenti, il trillo di miriadi di papaveri. Le gemme tenere sugli alberi hanno un’acerbità carnale. Paesi, borghi asciugati dal sole, brillano d’un luccichio minerale, brunito, lo stesso delle ariste nelle messi estive.
A un tiro di voce, di qua e di là, il mare, che non ha niente di immaginoso e romantico, un mare casalingo e mangereccio, un mare da gite e da scorpacciate di pesce. Non un grande porto che dia l’ansito delle genti, del traffico, lo spiraglio oceanico. È un mare intimo, senza echi affaristici ed esotici. Un azzurro cortile del Tallone per divertircisi, fare i bagni, buono al massimo per fantasticarvi mirando un po’ lontano. Non è un mare da Colombo o da Butterfly.

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Da Taranto a Brindisi se ne va pigro a giocare con gli arenili dello Jonio, a mordicchiare le scogliere dell’otrantino, a ristagnare in spiagge meschine. Le vecchie torri di scolta sveve, angioine, aragonesi lo guardano decrepite. Gli danno un orlo di pathos, di storia consumata. Si freme ancora della pagina eroica e tragica dei Turchi a Otranto. Ma non più flotte turche e navi pirate saracene può scorgere la sentinella di scolta. Vigili sono solo ora i finanzieri a caccia di pescatori di frodo. Il resto è antico, lontano.
Un sepolcro di memorie è quella pianura azzurra ove s’affacciano le strade asfittiche di Otranto, di contro al cammeo bruno degli Acrocerauni oltre il canale. Il mare salentino orla di tristezza serica quella rude della terra che stringe.”

 

 

 

Libri/ Secoli fra gli ulivi

 

Fernando Manno
Secoli fra gli ulivi

a cura di Antonio Errico

Descrizione: Secoli fra gli ulivi è libro di memoria individuale, ma non solo; è anche libro di memoria generazionale, ma non solo; è ricostruzione di una civiltà contadina, ma non solo.

Questo è libro di memoria della terra, intesa come sistema complessivo e complesso la cui struttura portante è costituita da natura e cultura, mito e storia, umanità e geografia, religione e linguaggio, uomo e paesaggio.
Antonio Errico
 

Fernando Manno nacque a San Cesario di Lecce il 6 dicembre 1906. Direttore degli Istituti di Cultura Italiana in Romania, Spagna, Portogallo, Guatemala, negli anni Cinquanta fu tra i protagonisti del mondo culturale nel gruppo di Maria Bellonci, a Roma, dove morì il 31 maggio del 1959.

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