Gli Emblèmata di Gregorio Messere (1636-1708) di Torre S. Susanna (1/3)

di Armando Polito

Di questo letterato salentino mi sono già occupato indirettamente di recente in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/10/21/il-ritratto-ritrovato-del-monaco-antonio-sanfelice/

Due motivi, uno sentimentale, l’altro, in un certo senso, di giustizia (per quanto io non mi senta affatto deputato ad emettere sentenze, specialmente definitive …), mi spingono oggi a riparlare di lui. Il sentimentale è costituito dal fatto che mio padre era nato nello stesso centro del Brindisino; tuttavia, siccome le  motivazioni personali, specialmente le mie,  saranno irrilevanti per tutti o quasi, passo a quelle  … giudiziarie. Si tratta, però, come si sarà intuito, di una giustizia tutta letteraria da rendere al salentino che, a differenza di altri, pubblicò pochissimo rispetto a quello che avrebbe potuto e senza dubbio meritato il suo ingegno. Dico solo che egli godette della stima  profonda di molti intellettuali del suo tempo e non è da escludere che per volere di uno o più di loro venne sepolto nella cappella della famiglia Pontano, che si trova accanto alla chiesa di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta in Via dei Tribunali a Napoli, vicino al poeta Giovanni che l’aveva preceduto nell’ultimo viaggio due secoli prima1; l’architetto Ferdinando Sanfelice gli dedicò la doppia iscrizione di cui ho parlato nel post precedente e Giambattista Vico, poi, così  ne pianse la morte in un madrigale (cito da Opere di Giambattista Vico, v. II, Napoli, Tipografia della Sibille,  1834, p. 432 ( integralmente consultabile e scaricabile in https://books.google.it/books?id=nq1PAAAAcAAJ&pg=PA432&lpg=PA432&dq=cui+fu+dal+ciel+concesso&source=bl&ots=k-0DKuwwp4&sig=eQ3Qo8ZegKWj0UYLBS53GoSipnY&hl=it&sa=X&ved=0CB8Q6AEwAWoVChMIhbPe5YLOyAIVTFgaCh1uNgF6#v=onepage&q=cui%20fu%20dal%20ciel%20concesso&f=false).

Ho preferito porre in calce al testo, tratto in formato immagine dal link appena segnalato, le mie note di commento relative alle parole che ho sottolineato in rosso, e non nello spazio di coda riservato alle altre per non costringere il benevolo lettore a comprarsi un altro mouse …

ARGEO P(ASTORE) A(RCADE) In seno all’accademia dell’Arcadia i soci erano detti pastori ed ognuno di loro all’atto dell’associazione assumeva uno pseudonimo (formato da uno o due parti), spesso evocante il mondo pastorale, tratto dal latino, ma con ascendenze greche, se non direttamente greco. Lo pseudonimo completo di Gregorio sarebbe stato (si capirà dopo l’uso del condizionale riferito alla seconda parte)  Argeo CaraconasioArgeo è piuttosto ambiguo (e tale ambiguità, forse, anche in questo caso fu assunta ad arte) perché può derivare direttamente dal latino Argeus=argivo (Argo era considerata dai Greci come la loro città più antica), ma Argo era anche il nome del mostro della mitologia greca, fornito di molti occhi (e in senso  figurato può valere come persona alla quale nulla sfugge). Come non pensare, però, al greco ἀργός  che significa splendente, luminoso e al suo omofono che significa pigro? Tutto ciò, secondo me,  è perfettamente in linea col Gregorio ironico ed autoironico tramandatoci dalle biografie, il suo spirito direi socratico, consapevole dei suoi mezzi ma anche dei loro, e suoi, limiti. E questo, sempre secondo me, spiega abbondantemente il fatto che di lui non ci sia rimasta nessuna opera organica, ma solo componimenti occasionali e due lezioni sull’origine e natura della poesia, tenute quando era socio dell’accademia napoletana di Medinaceli , contenute in un manoscritto custodito nella Biblioteca nazionale di Spagna  (n. d’inventario 9222, v. II, leggibile e scaricabile in http://bdh-rd.bne.es/viewer.vm?id=0000096094&page=1), pubblicate in  Lezioni dell’Accademia di Palazzo del duca di Medinaceli, Istituto per gli Studi Filosofici, Napoli, 2005.

Caraconasio è anche, come s’è detto, per chi l’ha letta …) in nota 1, la seconda parte dello pseudonimo di Gaetano Lombardi (traduttore di Cartesio in Trattato dell’anima e del conoscimento de bruti animali, a spese di Gualtiero Fabricio, Colonia, 1676).  Significativo potrebbe essere il fatto che in Vincenzo Lancetti, Pseudonimia ovvero tavole alfabetiche de’ nomi finti o supposti degli scrittori con la contrapposizione de’ veri, Luigi Di Giacomo Pirola, Milano, 1836 (https://books.google.it/books?id=UxVJAAAAcAAJ&pg=PA27&dq=caraconasio&hl=it&sa=X&ved=0CEgQ6AEwCGoVChMIpKC_k5DOyAIVB0oUCh3-iwtW#v=onepage&q=caraconasio&f=false) per il Lombardi compaia solo la prima parte (Emio) e lo stesso è in L’Arcadia del can. Gio. Mario Crescimbeni, Antonio De’ Rossi, Roma, 1708 (https://books.google.it/books?id=ez4dFjf-xsMC&pg=PA323&dq=gaETANO+LOMBARDI&hl=it&sa=X&ved=0CC4Q6AEwBDgUahUKEwjcz76lm87IAhUGuBoKHQwjCS0#v=onepage&q=messere&f=false), dove, peraltro, il nostro Gregorio non è citato; non è da escludere che il Lombardi abbia assunto Caraconasio proprio in omaggio al nostro. E Caraconasio ribadirebbe l’autoironia, di cui ho detto, del Messere, se in esso si nascondesse, deformata, la locuzione greca κάρα καὶ ὅνησις (leggi cara cai ònesis)=testa e utilità (endiadi per testa utile) contaminata con  κάρα καὶ ὄνος (leggi cara cai onos)=testa e asino (endiadi per testa asinina) e magari pure con  κάρα καὶ ὄναρ (leggi cara cai onar)=testa e sogno, endiadi per testa sognatrice). Probabilmente non sapremo mai la verità, per quanto riguarda la presunta autoironia insita in questa seconda parte dello pseudonimo, anche se a breve, come se non bastasse, c’imbatteremo in qualcosa che complica ulteriormente la questione, confermando, pur nel mutamento del dato oggettivo detta autoironia.

prischi latinismo per antichi.

Pane Pan, divinità della mitologia greca, dio delle montagne e della vita agreste.

lungi dietro a te veniva che procedeva a rilento sui tuoi passi; omaggio all’amico ma anche dichiarazione di modestia.

Sebeto fiume che bagnava l’antica Napoli. Da esso la sezione meridionale dei soci dell’Arcadia era detta colonia Sebezia. Su un altro illustre salentino socio della colonia Sebezia vedi Antonio Caraccio, l’arcade di Nardò, in Nardò e i suoi. Studi in memoria di Totò Bonuso, a cura di Marcello Gaballo, edizione fuori commercio pubblicata nelle edizioni della Fondazione Terra d’Otranto, Tipografia Biesse, Nardò, 2015, pp. 41-66.

merto merito.

Timo colto in Attica Una corona funebre fatta non col timo salentino ma con quello della Grecia, seconda patria, per così dire del Messere. Sul timo vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/23/il-timo-pianta-dalle-funzioni-sacrali-mediche-gastronomiche/.

Di seguito, ad integrazione delle immagini presenti nel post segnalato all’inizio, riproduco quella a corredo della citata biografia del Lombardi.

 

La complicazione di cui parlavo prima a proposito della probabile origine di Caraconasio  è procurata proprio dalla didascalia che accompagna l’immagine e dal fatto che la detta biografia in cui è inserita è da considerare un atto ufficiale in quanto reca in calce (p. 58 del testo citato) la dichiarazione di approvazione da parte dell’assemblea dell’Arcadia a firma di Arato Alalcomenio (pseudonimo arcade del leccese Domenico De Angelis).

C(OETUS) U(NIVERSI) C(ONSULTO)

ARGEO CHORAGONASIO EMIUS CHORAGONASIUS

PASTOR ARCAS PRAECEPTORI ET

DECESSORI B(ENE) M(ERITO) P(OSUIT)

OLYMPIAD(E) DCXXI AN(NO) III AB A(RCADIA) I(NSTAURATA)

OLYMPIAD(E)  V AN(NO) II

Per decisione dell’intera assemblea/ad Argeo Coragonasio Emio Coragonasio/pastore arcade al maestro e/predecessore benemerito pose/Olimpiade 621a del terzo anno dall’istituzione dell’Arcadia/Olimpiade sesta anno secondo.

Per quanto riguarda il riferimento alle olimpiadi rinvio a Antonio Caraccio, l’arcade di Nardò, op. cit., p. 58 n. 27. E veniamo allo pseudonimo che qui compare nella forma Choragonasius che si contrappone al Caraconasio presente nella biografia del Lombardi (1710) e nel testo del Lancetti (1836). Che Choragonasio sia la forma esatta invece di Caraconasius me lo fa pensare quanto si legge in Notizia del nuovo teatro degli Arcadi aperto in Roma l’anno MDCCXXVI, Antonio De’ Rossi, Roma, 1727 (https://archive.org/details/notiziadelnuovot00giov), dove, a p. 23, viene riportata tal quale la dedica della nostra immagine e apprendiamo che essa è una delle quaranta epigrafi fino a quella data apposte nella sede romana dell’Arcadia, la prima stabile, il cosiddetto Bosco Parrasio. Di seguito l’immagine tratta dal testo appena citato e quella dell’ingresso attuale tratta da http://boscoparrasio.blogspot.it/search/label/Bosco%20Parrasio.

A questo punto è da concludere che la forma latina corretta è Choragonàsius (cui corrisponderebbe in italiano Choragonàsio o, tutt’al più, Coragonàsio. E questo sarebbe composto dal greco χορός (leggi choròs=danza, danca corale, canto corale) + una forma aggettivale formata sulla radice del verbo ἀγωνίζομαι (leggi agonìzomai=gareggiare, per cui Coragonàsio significherebbe che gareggia nel canto. Anche qui, però, aleggia l’ombra di omofoni in funzione autoironica perché ad ἀγωνίζομαι si potrebbe contrapporre, in un gioco di parole aventi quasi lo stesso valore fonico ma esprimenti concetti opposti, ἀγονέω (leggi agonèo)=essere improduttivo.

Chiarito, almeno spero, perché Caraconasio è errato, non rimane che segnalare al lettore che se si cerca in rete coragonasio non si trova nemmeno una ricorrenza; al contrario, cercando caraconasio ne vengono fuori 60. Pur facendo la tara dei doppioni, ne resta comunque un bel numero, emblema di come l’errore inspiegabilmente prende il sopravvento. Ho detto emblema e questa parola ricorda l’Emblemata del titolo. Quanto a ragione lo dirò nella prossima puntata.

___________

1 Nella sua biografia scritta dall’arcade Emio Caraconasio (pseudonimo arcade di Gaetano Lombardi) inclusa ne Le vite degli Arcadi illustri , Roma, Antonio De Rossi, 1710, p. 56 si legge: … il suo cadavero fu seppellito nella picciola Chiesetta, e nell’avello stesso del famoso Giovanni Gioviano Pontano; siccome ardentemente  avea in vita desiderato. Fedel testimonianza rende di ciò un nostro onorato Cittadino, affermando, che essendo per alcun bisogno di fabbrica aperto l’avello del Pontano, ed avendo avuto entrambi vaghezza di scendervi; sedettesi Gregorio in una delle nicchie, che son d’intorno alle pareti per riporvi i corpi morti, e disse con una quasi involontaria allegrezza: – E chi sa, se questo è il luogo, che dee a me toccare? –.

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/10/25/gli-emblemata-di-gregorio-messere-1636-708-di-torre-s-susanna-23/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/10/26/gli-emblemata-di-gregorio-messere-1636-1708-di-torre-s-susanna-33/

Il ritratto “ritrovato” del monaco Antonio Sanfelice

di Armando Polito

Questo post è da considerare integrazione di un altro apparso di recente (http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/10/15/antonio-sanfelice-il-monaco-e-il-vescovo/), la cui lettura è indispensabile per comprendere quanto fra poco dirò. Sento il dovere di ringraziare anzitutto l’architetto Giovanni De Cupertinis perché da un controllo esercitato, in seguito alla sua segnalazione in un commento contenente altre preziose informazioni, è risultato presente nello stesso link da me indicato il ritratto di Antonio Sanfelice senior, che inspiegabilmente non avevo visto. Lo riproduco, chiedendo scusa per quel ritrovato che, nonostante le virgolette, potrebbe apparire sparato a mascherare una distrazione e non certo per annunziare un’eclatante scoperta,  e ne parlo perché il corredo testuale che l’accompagna  consente di fare alcune riflessioni e di attribuirgli una datazione, per quanto approssimata.

x

Dopo lo scontato, ma prezioso perché la sua assenza avrebbe posto quanto meno problemi identificativi, F(RATER) ANTONIUS SANFELICIUS ORDINIS MINORUM nella cornice dell’ovale,  si legge nel cartiglio il distico elegiaco O utinam posset pingi, ut mortalis imago/sic genus et Pietas, cuius et ingenium (Volesse il cielo che potessero essere dipinte come immagine mortale così la nobiltà e la pietà nonché il suo ingegno). I due versi recano la firma di D(ominus) Gregorius Messerius.

Scaturisce, così, per caso, come tante volte avviene anche nel campo della conoscenza, l’opportunità di parlare di un salentino illustre. Evito di sintetizzare spacciando come mia elaborazione in qualche modo originale un lavoro altrui e di seguito riproduco l’esauriente biografia che di lui scrisse Andrea Mazzarella da Cerreto, inserita nel tomo IV delle Biografie degli uomini illustri del Regno di Napoli, a cura di Domenico Martuscelli, Gervasi, Napoli, 1817, s. p., preceduta dal ritratto, un’incisione, cosa ricorrente in questa raccolta, di Giuseppe Morghen.

x2

Gregorio Messere, nato a Torre S. Susanna (BR), dunque, visse dal 1656 al 1708 e fu maestro dell’architetto Ferdinando Sanfelice (1675-1748), che gli dedicò un’iscrizione in greco ed in latino. Passo ad esaminarla nel dettaglio dopo averla trascritta con l’aggiunta degli spiriti, degli accenti e degli iota sottoscritti che credo non mancassero nell’originale, nonché con la sostituzione dell’iniziale minuscola che si nota in ελλαδι (il contrario per altre parole in cui la maiuscola non è giustificata; tuttavia è da ritenere che l’iscrizione, com’era prassi, fosse incisa tutta in lettere maiuscole) e con la correzione di quattro errori imputabili, con le imperfezioni appena indicate, al proto: φανᾕ per φωνᾕ e ταῖς per τῆς nella seconda linea, ο per τῷ nella terza e ἀκροανης per ἀκροατὴς nella quarta.

 

Γρηγορείῳ Μεσσέρε Σαλεντίνῳ

Ἐν Ἐλλάδι φωνᾕ εἰς ἄκρον τῆς παδείας ἐληλάκοτι

Ταύτην τὴν Ἁκαδημίαν τῷ ποιήσαντι

Ὀ Φερδινάνδος Σανφελίκιος εὺγνώμων ἀκροατὴς

Τὰ Διδασκάλῳ δίδακτρον  

 

GREGORIO MESSERE SALENTINO

IN GRAECA LINGUA AD SUMMUM ERUDITIONIS PROGRESSUM

DE ACADEMIA HAC OPTIME MERITO

FERDINANDUS SANFELICIUS GRATUS AUDITOR

MAGISTRO DOCTRINAE PRAETIUM

Fornisco la traduzione letterale di entrambe le parti dell’iscrizione, anche se il significato comune è unico.

Per la greca: A Gregorio Messere salentino che con la lingua (che si parlava) in Grecia si spinse verso la vetta della cultura, a colui che creò quest’Accademia1 Ferdinando Sanfelice allievo riconoscente. Queste parole (siano) il compenso per il maestro.

Per la latina: A Gregorio Messere salentino, nella lingua greca progredito al massimo dell’erudizione, benemerito di questa accademia Ferdinando Sanfelice allievo grato al maestro come ricompensa del (suo) insegnamento.

Essendo Gregorio Messere morto nel 1708, si può agevolmente affermare che ritratto e dedica risalgono certamente a prima di tale data e, dunque,  bisognerà attendere almeno diciotto anni perché il ritratto appaia nell’edizione del 1726.  Può apparire poco e scontato, ma se il Messere non avesse firmato la sua dedica nemmeno questo sarebbe stato possibile.

Già nel post di partenza ho riportato la critica avanzata a questo ritratto dall’Onorati nella sua prefazione all’edizione del 1796, dove ne compare uno, secondo lui, più fedele: …  il ritratto posto dinnanzi alla stampa di Napoli del 1726 dee essere assolutamente capriccioso, perché di un carattere alquanto diverso …

Chiudo con la comparazione visiva  dei due ritratti, integrando così, la lacuna del post precedente e lasciando al lettore il giudizio sul giudizio dell’Onorati. Per quanto può valere il mio: credo proprio che l’Onorati abbia cercato, senza trovarlo ma sostenendo il contrario, il pelo nell’uovo, anche se lo sguardo assorto nella meditazione e nella preghiera all’immaginario collettivo poteva e può apparire  più congeniale ad un frate.

y2

 

____________________

1 L’accademia è l’Arcadia, fondata a Roma nel 1690. Il Messere qui ne è definito il creatore, nel senso che il suo nome compare tra quello dei primi soci.

Antonio Sanfelice: il monaco e il vescovo

di Armando Polito

I Sanfelice furono una delle famiglie nobili di Napoli più note e anche più titolate, contando numerosi feudi tra ducati, contee, principati e chi più ne ha più ne metta. La famiglia era ascritta al Seggio di Montagna di Napoli e godeva di privilegi anche nelle altre città del Regno di Napoli e in Francia.

Questo post riguarda due rappresentanti omonimi (vissuti in tempi diversi, uno soltanto in rapporto diretto con Nardò), la cui notorietà sembra aver resistito meglio per il vescovo che per il monaco e credo che ciò sia dipeso proprio dal maggiore o minore spessore pubblico, o, se preferite, di potere, legato ai rispettivi ruoli.

Seguirò l’ordine cronologico, anche perché, fortunatamente, mi consente di dare inizialmente rilievo proprio alla figura meno nota, un monaco appunto, e perciò considerabile, a torto come dimostrerò, meno importante rispetto alla più nota e citata, un vescovo, che, oltretutto, deve proprio alla sua posizione meno defilata, come ho detto, gli indubbi meriti che nessuno gli disconosce, appannati, tuttavia, da un eccesso di fiducia nei suoi collaboratori. Il mancato controllo, infatti, sovente sfocia nella complicità e non è possibile che con la sua cultura non si fosse accorto dell’attività truffaldina dell’abruzzese Pietro Pollidori e del discepolo di questi, il neretino Giovanni Bernardino Tafuri, in corsa a sprecare il proprio talento per confezionare testimonianze antiche che avallassero il prestigio della città di Nardò e della chiesa neretina.

Antonio Sanfelice fu un monaco francescano, erudito e letterato (dettagli tutt’altro che scontati sol perché era monaco …) la cui opera più importante è Campania, un trattato storico-geografico in latino uscito per la prima volta per i tipi di Sultzbach a Napoli nel 1541; mi sarebbe piaciuto riprodurre il frontespizio da http://pbc.gda.pl/dlibra/docmetadata?id=4589&from=&dirids=1&ver_id=&lp=1&QI=, dove il libro è integralmente leggibile, ma un maledetto plug-in che funziona solo con pc a 32 bit (il mio a 64, evidentemente, è troppo avanzato, ad onta della tanto decantata compatibilità verso il basso …) me lo ha impedito. Se qualche volenteroso volesse provarci e ci riuscisse, ce lo faccia sapere.

Se l’importanza di un libro è direttamente proporzionale al numero delle sue edizioni, bisogna ammettere che Campania godette di una grandissima considerazione vivente l’autore e per due secoli e mezzo dopo la sua morte.  Mi accingo a provarlo, non prima, però, di aver aggiunto che nello stesso anno 1541 uscì Clio divina, una raccolta di poesie religiose in latino (altre edizioni per i tipi di Amati, Napoli 1567 e in appendice alle edizioni della Campania del 1596 e degli anni successivi. Di seguito lo scarno, è il caso di dire  francescano, frontespizio tratto da https://archive.org/details/bub_gb_KIINOSR-PN0Cdove l’opera è integralmente leggibile.

 

Ritornando alla  Campania, successivamente al 1541 essa fu pubblicata da Cancer, sempre a Napoli, nel 1562; nell’immagine che segue il frontespizio, altrettanto povero quanto il precedente (immagine tratta da https://books.google.it/books?id=oXODlAyswQMC&pg=PT6&dq=antonii+sanfelicii&hl=it&sa=X&ved=0CEoQ6AEwB2oVChMI6ru1td6yyAIVxdcaCh1h8QOQ#v=onepage&q=antonii%20sanfelicii&f=false).

2

Nel 1596 un’edizione uscì per i tipi di Carlino e Pace. Il credito di cui l’opera godeva è dimostrato dal fatto che essa fu inserita da Andreas Schott, con in coda la poesia De Campano amphitheatro, nella raccolta da lui curata Italiae illustratae seu rerum urbiumque italicarum scriptores varii, In Bibliopolio Cambierano, Francoforte, 1600, dove occupa le colonne 745-784 (https://books.google.se/books?hl=it&id=E9RUAAAAcAAJ&q=sanfelice#v=onepage&q=sanfelice&f=false).

Col titolo di De origine et situ Campaniae uscì per i tipi di Maccarano a Napoli nel 1636 (con biografia di anonimo preceduta dal ritratto del nostro). Più avanti dirò perché non ho potuto riprodurlo.

Nel 1656 un’edizione col vecchio titolo Campania uscì ad Amsterdam per i tipi di Giovanni Blaeu, con aggiunte in testa una tavola della Campania Felix e la dedica a Giuseppe Sanfelice, arcivescovo di Cosenza, governatore di Fermo, Imola e Perugia e nel 1652 nunzio apostolico a Colonia; in coda l’epigramma, sempre in latino,  De Campano amphitheatro. Di seguito il frontespizio, questa volta decisamente meno francescano …, tratto da https://books.google.it/books?id=8Co3H_FET8wC&printsec=frontcover&dq=editions:n21_rlc0aLYC&hl=it&sa=X&ved=0CB8Q6AEwAGoVChMI7PDn9-OyyAIVQ70aCh23pwUF#v=onepage&q&f=false, dove l’opera è integralmente leggibile e scaricabile.

3

 

Del dedicatario Giuseppe Sanfelice ecco di seguito un’immagine tratta dal libro di Ferdinando Sanfelice (sento già qualcuno cominciare a parlare di parentopoli, nepotismo ed affini …) Diario dell’elezzione dell’Imperador Leopoldo I, Napoli, 1717, integralmente leggibile in  https://books.google.it/books?id=WctEc9pxGnUC&pg=PA1&lpg=PA1&dq=Diario+dell%27elezzione+dell%27Imperador+Leopoldo+I&source=bl&ots=BuayLO8v8I&sig=JbVQBw9Jaumce-gVdyyx31xdj_w&hl=it&sa=X&ved=0CCUQ6AEwAGoVChMI4v3c3tS1yAIVSWkUCh1VhAf3#v=onepage&q=Diario%20dell’elezzione%20dell’Imperador%20Leopoldo%20I&f=false.

Ancora col titolo De situ et origine Campaniae, l’opera di Antonio venne inserita al terzo posto nella parte I del tomo IX della raccolta curata da Johann Georg Graeve Antiquitatum et historiarum Italiae, Vander, Lione, 1723.  (https://books.google.it/books/ucm?vid=UCM531796946X&printsec=frontcover&redir_esc=y#v=onepage&q&f=false)

Nel 1726 uscì per i tipi di Paci a Napoli Campania con le note del vescovo Antonio1. Di seguito il frontespizio tratto da https://books.google.it/books?id=Y4UqAO-bSwIC&printsec=frontcover&dq=antonii+sanfelicii+campania&hl=it&sa=X&ved=0CDMQ6AEwBGoVChMIxpOYs9m1yAIVAvFyCh07Gg5A#v=onepage&q=antonii%20sanfelicii%20campania&f=false, dove l’opera è integralmente leggibile e scaricabile.

Nel 1796 ancora Campania per i tipi di Orsini a Napoli in un’edizione con il testo originale e la traduzione di Girolamo Aquino, a cura di Nicola Onorati; di seguito il frontespizio tratto da https://books.google.it/books?id=5DhYAAAAcAAJ&pg=PR67&dq=antonius+sanfelicius&hl=it&sa=X&ved=0CEEQ6AEwBWoVChMIlbz8guayyAIVw9caCh2y8Ab_#v=onepage&q=antonius%20sanfelicius&f=false, dove l’opera è integralmente leggibile e scaricabile.

Il volume è corredato all’inizio del ritratto dell’autore che di seguito si riproduce.

Dalla didascalia apprendiamo che il nostro era soprannominato Plinio, il che conferma, secondo me, ciò che ho detto sulla considerazione di cui godeva. Interessante quanto sul ritratto riporta l’Onorati a p. XV: “Il ritratto si è ricavato da un antichissimo bassorilievo di stucco, esistente nelle case de’ Sanfelici abitate per secoli nel borgo degli Vergini; dal quale bassorilievo io son di avviso che avesse fatto disegnare il Reggente Sanfelice quello, ch’ei premise alla sua ristampa del 1636, che, sebbene sia mal disegnato, e peggio inciso (qual era lo stato delle arti allora tra di noi); pur mostra assai chiaro di venire dal detto bassorilievo, o da pittura a quello somigliante: che il ritratto posto dinnanzi alla stampa di Napoli del 1726 dee essere assolutamente capriccioso, perché di un carattere affatto diverso; né al bassorilievo, né a quello datoci dal Reggente Sanfelice per niente somigliante; dal quale, come da monumento quasi che sincrono, volendosi il novello Editore dipartire; avea l’obbligo d’indicare donde ci avesse tirato il suo, come non fece.”.

Purtroppo non posso riportare il ritratto dell’edizione del 1636, irreperibile in rete e della quale l’Opac mi segnala l’esistenza di un solo esemplare nella Biblioteca universitaria di Bologna; nessun ritratto, invece, è risultato presente nell’edizione del 1726 consultata al link già indicato.

Comunque, il ritratto dell’edizione del 1796 fu poi ripreso, anzi copiato e firmato, da Giuseppe Morghen nell’incisione a corredo della biografia del nostro, a firma del citato Onorati, inserita nel terzo tomo (integralmente leggibile e scaricabile da https://books.google.it/books?id=M_xpH6MzQ20C&printsec=frontcover&dq=editions:nyGnSFQfGQMC&hl=it&sa=X&ved=0CFMQ6AEwCGoVChMIpb_4rNu1yAIVRtoaCh3sBgSl#v=onepage&q&f=false) di Biografie degli uomini illustri del Regno di Napoli, a cura di Domenico Martuscelli, Gervasi, Napoli, 1816, da cui è tratta l’immagine che segue.

A p. XVI il curatore così si esprime, sempre a proposito dell’edizione del 1726: “Sonovi pure lunghe annotazioni fatte al testo da Monsignor Antonio Sanfelice, Vescovo di Nardò; ma lunghe tanto, che opprimono lo stesso testo, scritto con quella mirabile sobrietà, che ne forma il pregio maggiore: son poi queste annotazioni quasi tutte tolte di peso con pochissima fatica dall’Apparato di Cammillo Pellegrino”.

Una stroncatura senza appello del vescovo, dunque, per quanto riguarda questo suo intervento da letterato operato sul lavoro di un suo ascendente. E mi piace  chiudere, per rendere meno greve l’atmosfera, con l’ausilio proprio del nostro monaco e del suo De rhinocerote già citato in nota 1.

Ricordato che il nostro rinoceronte deriva dal latino rhinocerote(m), di cui il rhinocerote del titolo è il caso ablativo, che la voce latina è dal greco  ῥινόκερως/ῥινοκέρωτος (leggi rinòkeros/rinokèrotos) composto da ῥίνος (leggi rinos=naso)+κέρας (leggi keras=corno) e che la n del nostro rinoceronte probabilmente è dovuto ad influsso di elefante, non mi resta che riprodurre il testo della poesia, tradurla e commentarla. Debbo però premettere che essa fu ispirata da un distico elegiaco che lo stesso Paolo Giovio (1483 circa-1552) asserisce, nel suo libro di nota 1, posto nell’atrio del suo museo (inteso come residenza in cui gli piaceva circondarsi di opere a lui care) in cui degli affreschi illustravano la natura di alcune creature viventi. Il distico recitava: Humanos elephas retinet sub pectore sensus/Rhinoceros nunquam victus ab hoste redit (L’elefante nasconde in petto sentimenti umani/Il rinoceronte mai torna vinto dal nemico).

Ecco la poesia di Antonio, 12 esametri, in cui il rinoceronte parla in prima persona e si contrappone all’elefante.

 

Io sono il rinoceronte strappato al  nero Indo3 ; da qui, dove (sono)  il vestibolo della luce e le porte del giorno, salii su una nave dell’Esperia4, vele temerarie che osarono andare a vedere nuove terre ed un altro sole. La città (Roma) un tempo aveva assistito allo spettacolo dei nostri scontri nello spettacolo del circo e l’arena aveva presentato come (nostro) nemico l’elefante5. Questo, massa che fida nello smisurato corpo, sfoga con me le patrie ire e le eterne lotte. Ma (noi rinoceronti) siamo corazzati6 da una triplice pelle e (sono nostre) armi una forza eccezionale e un corno dall’invincibile punta. Cade lo stesso elefante; mentre una freccia si conficca nell’addome, la solerte prudenza (dell’uomo) espugna le (sue) stupide forze.

______________

1 A parte Clio divina di cui si è già detto, fu autore di componimenti in latino sparsi qua e là: Ad illustrem Paschalem Caracciolum epigramma, in Pasquale Caracciolo, La gloria del cavallo, Giolito de’ Ferrari, Venezia, 1567, s. p. (https://books.google.it/books?id=KctWAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=pasquale+caracciolo+la+gloria+del+cavallo&hl=it&sa=X&ved=0CCIQ6AEwAWoVChMIgfW79OK1yAIVAgwaCh0OAA01#v=onepage&q=pasquale%20caracciolo%20la%20gloria%20del%20cavallo&f=false); De rhinocerote, in Paolo Giovio, Gli elogi, Torrentino, Firenze, 1551, p. 207 (https://books.google.it/books?id=YyIBfYj26bsC&pg=PA319&dq=paolo+Giovio+gli+elogi&hl=it&sa=X&ved=0CCUQ6AEwAWoVChMI_YST4uS1yAIVhj8aCh3gEgqI#v=onepage&q=paolo%20Giovio%20gli%20elogi&f=false).

2 Vescovo di Nardò dal 1707 fino al 1736, anno della morte), fratello maggiore di Ferdinando (Napoli, 1675 – Napoli, 1748), architetto,  uno dei maggiori esponenti del barocco napoletano.

Ritratto del vescovo; dipinto di proprietà privata (immagine tratta da http://www.europeana.eu/portal/record/08504/23F03A0A2021CC373FBB1DD775168392F56AA434.html?start=1&query=antonio+sanfelice&startPage=1&qt=false&rows=24)

Ritratto dell’architetto; immagine tratta da wikipedia (https://it.wikipedia.org/wiki/Ferdinando_Sanfelice), dove si legge Probabile ritratto del Solimena. Non so se l’estensore della scheda, o chi prima di lui, sia stato condizionato nell’attribuzione, per quanto probabile, dal fatto che l’architetto fu suo allievo o da motivazioni di carattere stilistico, ma, ad ogni buon conto, avrebbe fatto meglio a farci sapere da dove l’immagine è stata tratta; lo stesso rilievo  va fatto per l’immagine che si vede tal quale (cambia solo la didascalia che, in corsivo, appare evidentemente aggiunta a mano: Ferdinando San Felice/Architetto Napolitano contro FERDINANDUS SANFELICIUS/PATRITIUS NEAPOLITANUS/AETATE SUAE LX) in http://www.nobili-napoletani.it/sanfelice.htm

Sul vescovo vedi:  http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/03/il-conservatorio-della-purita-a-nardo-e-il-vescovo-antonio-sanfelice/Marta Battaglini, I paramenti sacri del vescovo Antonio Sanfelice descritti nella visita pastorale del 1719, Congedo, Galatina, 1989; ; AA. VV., Un vescovo, una città. Antonio Sanfelice e Nardò (a cura di Maria Teresa Tamblè e Benedetto Vetere) Negroamaro, s. l.,  2012 (estratto degli atti del convegno del 9-10 dicembre 2002); sul vescovo e sull’architetto vedi Antonio e Fernando Sanfelice. Il vescovo e l’architetto a Nardò nel primo Settecento, a cura di Marcello Gaballo, Bartolomeo Lacerenza e Fulvio Rizzo, Congedo, Galatina, 2003; sull’architetto: Mario Cazzato, Un inedito di Ferdinando Sanfelice, in Nardò nostra, Studi in memoria di don Salvatore Leonardo (a cura di Marcello Gaballo e Giovanni De Cupertinis), Congedo, Galatina, 2000.

3 Si sente l’eco del niger Indus di Marziale, Epigrammi, VII, 29.

4 Esperia è dal greco Ἐσπερία (leggi Esperìa)=terra occidentale, da ἐσπέρα (leggi espèra)=sera, regione del tramonto, ovest. Non credo sia casuale la contrapposizione, pur messa in bocca al coccodrillo, tra l’oriente e l’occidente, in cui l’alba e il tramonto diventano metafora della vita e della morte …

5 Nel 1514 un elefante bianco (chiamato Annone, in onore del generale di Annibale) giunse a Roma, dono del re del Portogallo al papa Leone X per la sua incoronazione. Dopo due anni lo stesso re donò allo stesso papa un rinoceronte. Quest’ultimo fu più fortunato perché perì per il naufragio nel golfo di La Spezia della nave che lo trasportava, al contrario di Annone che morì di angina due anni dopo il suo arrivo nella capitale. Ho definito il rinoceronte più fortunato dell’elefante perché la morte gli risparmiò la convivenza con l’uomo, profondamente convinto come sono  che nessun essere vivente, neppure un albero, debba essere eradicato e trapiantato senza la sua volontà, se non per il suo bene o per cause di forza maggiore, condizioni che, nella fattispecie, come in tante altre vicende dei nostri giorni, non mi sembrano assolutamente ricorrere. Vedi anche la nota precedente.

6 Traduco così loricamur, prima persona plurale dell’indicativo presente attivo del verbo loricare, non attestato nel latino classico ma in quello medioevale (e con entrambi  il nostro monaco giocava in casa …) , nel quale, oltretutto, loricati (participio passato di loricare) erano chiamati (cito dal glossario del Du Cange) Monachi sanctiorisas vitae, qui pro mortificatione, ut vocant, loricam ferream jugiter ad cutem induebant, nec pro quavis necessitate deponebant. Hos inter eminuit S. Dominicus cognomento Loricatus, a lorica ferrea quam per annos 15 ad carnem detulit (I monaci di vita più santa, che per mortificazione, come la chiamano, indossavano continuamente a fior di pelle una corazza di ferro e non se ne liberavano di fronte a qualsiasi necessità. Tra di loro eccelse S. Domenico detto il loricato, dalla corazza ferrea che per 15 anni indossò a contatto con la pelle).

 

30 novembre 2013. Un francobollo delle Poste Italiane celebra la Cattedrale di Nardò

Ancora un francobollo per ricordare il sesto centenario della Cattedrale di Nardò. Questa volta delle Poste Italiane

 

 Cattedrale nardo lecce[1]

 

 

di Marcello Gaballo

 

 

Ed anche le Poste Italiane per la prima volta nella storia della filatelia onorano la città di Nardò e la sua Cattedrale emettendo un francobollo del valore di 70 centesimi, che si aggiunge ai cinque emessi dalle Poste Vaticane il 7 novembre scorso.

L’emissione, autorizzata dal Ministero dello Sviluppo Economico, è di oggi, 30 novembre, accompagnata da un annullo speciale, da una cartolina e da un bollettino illustrativo, tutti stampati a ricordo del pluri-festeggiato sesto centenario della elevazione della chiesa abbaziale benedettina di S. Maria de Nerito in Cattedrale, con l’insediamento del vescovo Giovanni De Epiphanis (1355-1425), e contestualmente dell’elevazione della “Terra” di Nardò al rango di Città.

L’anniversario è stato solennemente celebrato l’11 gennaio 2013, data in cui fu emessa  la relativa bolla dal pontefice Giovanni XXIII nell’anno 1413, documento che si conserva in originale presso l’Archivio Storico della Diocesi e dal quale è stato tratto il motto “Ecclesiam in Cathedralem, Terram in Civitatem Neritonensem” riportato sui valori bollati.

Il francobollo ordinario, del valore di 0,70 €, è uno dei cinque emessi nello stesso giorno, tutti appartenenti alla serie tematica “il Patrimonio artistico e culturale italiano”, dedicati alla Mole Antonelliana in Torino, alle mura rinascimentali di Lucca, al sito archeologico di Alba Fucene (L’Aquila) e al complesso monumentale di Santa Sofia in Benevento.

Stampato dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, è in calcografia, su carta bianca, patinata neutra, autoadesiva, non fluorescente; grammatura 90g/mq; il supporto è carta bianca, autoadesiva Kraft, monosiliconata da 80 g/mq; l’adesivo è del tipo acrilico ad acqua, distribuito in quantità di 20 g/mq (secco). Il formato carta è di mm. 40×48, mentre il formato stampa è di mm. 36×44. Il formato tracciatura è di mm. 47×54. La dentellatura è 11 effettuata con fustellatura, ad un colore.

I fogli sono di ventotto esemplari, per un valore di € 19,60.

La leggenda per il nostro è CATTEDRALE, NARDò, oltre la scritta ITALIA.

Il bozzetto del francobollo è di Rita Fardini. Il testo riportato sul bollettino illustrativo è a firma di Mons. Luigi Luperto.

La vignetta raffigura la facciata della Cattedrale, alta 21 metri, eretta dal vescovo Antonio Sanfelice su disegno del fratello, il celebre architetto napoletano Ferdinando.

Completata nel 1725, è rivolta a occidente e presenta tre portali, di cui il mediano è più alto, posti in corrispondenza delle tre navate.

La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice
La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice

Come si legge nel recente volume di Giuliano Santantonio Ecclesia Mater “è ripartita in tre ordini. L’ordine inferiore presenta sei lesene in carparo con le loro basi, tra le quali sono inserite le tre porte in modo tale che ai lati della porta maggiore vi sono due lesene accoppiate per parte, alle quali seguono rispettivamente le due porte laterali affiancate ciascuna da una lesena semplice. Sulle porte minori vi sono due finestre circolari con vetri che consentono di illuminare le navate laterali. Sulle lesene vi sono capitelli scolpiti e una cornice marcapiano composita che corre orizzontalmente da un estremo all’altro, sopra la quale si eleva il secondo ordine della fabbrica, al centro del quale tra due lesene si apre una finestra quadrangolare più grande con vetri, da cui entra luce in tutta la basilica. Agli estremi laterali, sui due plinti che reggevano due statue di marmo, è riprodotto lo stemma del vescovo Sanfelice. Al di sopra della grande finestra centrale vi è un’altra finestra ovoidale a vetro assai più piccola, che all’epoca serviva per illuminare la parte soprastante il soffitto a lacunari della chiesa. Anche le lesene del secondo ordine sono munite di capitelli e sostengono un’altra cornice orizzontale, che separa questa parte della fabbrica dal fastigio. Tutto il prospetto ha forma quasi piramidale. In alto al centro vi è lo stemma del papa Benedetto XIII e ai due lati estremi del frontone vi sono i simboli araldici dei papi Clemente XI e Alessandro VII, mentre al centro della cornice superiore, sopra un plinto, si elevava la statua marmorea dell’Assunta. Le porte erano in noce, dipinte. Al di sopra della porta maggiore vi era un’epigrafe su lastra di marmo:

D.O.M.

CATHEDRALEM BASILICAM

IN HONOREM

DEIPARAE IN COELUM ASSUMPTAE DICATAM

VETUSTATE AC TERRAEMOTU LABENTEM

ANTONIUS SANFELICIUS EPISCOPUS

A FUNDAMENTIS RESTITUIT

NOVAMQUE FACIEM ADIECIT ET ARAM

ANNO SALUTIS MDCCXXV”.

 

L’annullo speciale è stato realizzato da Filatelia di Poste Italiane.

copia-di-cattedrale-centenario

Il francobollo e i prodotti filatelici correlati saranno posti in vendita oggi, sabato 30 novembre 2013, nell’Ufficio postale centrale di Nardò (Corso Garibaldi) (orario ufficio) e nel pomeriggio dello stesso giorno, dalle 16 alle 19, nel locale ubicato all’inizio di Corso Galliano.

 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/11/06/cinque-francobolli-per-ricordare-il-sesto-centenario-della-cattedrale-di-nardo-e-della-civitas-neritonensis/

Finalmente riemerge il dipinto del Solimena nella cattedrale di Nardò

di Marcello Gaballo

 

Occorre tornare sulla determinazione del già citato don Giuliano Santantonio, parroco della Cattedrale di Nardò, che continua a recuperare le memorie artistiche dell’Ecclesia Mater neritina, magari sollecitato dall’appuntamento del 2013, atteso evento che celebrerà i 600 anni del massimo tempio religioso cittadino[1].

La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice

Questa volta si è restituito all’ antico splendore un dipinto raffigurante un san Bernardino da Siena[2] sul pulpito della basilica, quasi rispondendo all’appello lanciato da Milena Loiacono in un suo saggio di qualche anno fa: Un’opera da salvare: il San Bernardino da Siena attribuito a Francesco Solimena[3]. L’Autrice sottolineava “il pessimo stato di conservazione” e “al fine di arrestarne il lento ed inevitabile degrado, sarebbe auspicabile un intervento di restauro che consentisse di giungere anche ad una più approfondita conoscenza dei materiali e quindi ad una più corretta lettura del manufatto”.

Il dipinto di nostro interesse, distinto dall’altro affrescato nel 1478 sulla parete della navata sinistra e del quale si è già trattato[4],  è ubicato sul dossale del solenne pulpito, addossato al quinto pilastro della navata centrale, in cornu evangelii.

Il pulpito della cattedrale di Nardò

La presenza in questo luogo, un tempo deputato alle predicazioni più che alla proclamazione della Parola di Dio tenuta dall’ambone[5], fu scelta dal vescovo Antonio Sanfelice[6], per tramandare ai posteri, ancora una volta, che in  questo sacro tempio predicò il santo senese (*Massa Marittima, 8 settembre 1350 – +L’Aquila, 20 maggio 1444). Celebre per la straordinaria capacità oratoria e le ferventi prediche tenute in moltissime città italiane, tanto da essere ancora considerato il più illustre predicatore italiano del secolo XV, il frate Minore avrebbe predicato nella cattedrale di Nardò nel 1433, probabilmente chiamato dal vescovo dell’epoca, suo confratello, monsignor Giovanni  Barella o Barlà, in carica dal 1423 al 1435.

La tribuna, il dossale e il baldacchino del pulpito della cattedrale di Nardò

Prima di accennare al capolavoro riemerso, forse è utile qualche cenno sul pulpito che lo ospita. Poggia questo su  quattro colonne marmoree policrome, delle quali le anteriori a base circolare e le posteriori, addossate al muro, a base rettangolare. Particolarmente elaborata la tribuna, sempre in marmo policromo, con i due stemmi angolari del vescovo Sanfelice e il monogramma bernardiniano nella parte centrale, tutti e tre altorilevati. A sinistra di chi guarda una porticina d’accesso lignea, inserita nell’interruzione della tribuna,  mette in comunicazione il ridotto spazio della stessa con la scala in ferro che consente di salirvi; un elemento decorativo, anche questo ligneo, riprende il controlaterale in marmo. Il dossale su cui è posto il nostro lavoro sorregge il baldacchino, sul cui soffitto è dipinto lo Spirito Santo, sotto forma di splendida colomba ad ali spiegate al centro di una raggiera.

La scala in ferro che conduce al pulpito. In primo piano particolare del marmoreo portacereo pasquale, coevo con il pulpito
particolare con le colonne e lo stemma del vescovo Sanfelice, sempre in marmi policromi, che si ripete ai due angoli della tribuna
particolare della tribuna e spessore murario (di colore bianco) sopravvissuto nei restauri di fine Ottocento, quando di svestì la cattedrale delle opere architettoniche realizzate da Ferdinando Sanfelice
base della tribuna
porticina lignea che separa la tribuna dalla scala

L’eccezionalità dell’evento, ritenendo da più parti quella neritina come l’unica tappa del santo nella nostra regione, fu giustamente rimarcata dall’instancabile Sanfelice, che commissionò il lavoro ad uno dei più grandi artisti napoletani a lui coevi, il celeberrimo Solimena, che lo eseguì con pittura ad olio su marmo.

Un’epigrafe immortalava l’opera e l’autore: S. Bernardinus Senensis/ qui suis concionibus/ illustriorem reddidit/ basilicam hanc/ ad uiuum expressus[7]/ a celeberrimo Solimena/ Anno D(omi)ni MDCCXXXIV.

l’epigrafe sanfeliciana posta sotto il dipinto

 

lo Spirito Santo sotto forma di colomba dipinto sulla volta del baldacchino

Marina Falla Castelfranchi[8], pur non avendo potuto visionare il dipinto per il pessimo stato in cui versava, lo ha attribuito alla maturità di Francesco Solimena. Dell’artista, ben noto al vescovo e a suo fratello Ferdinando, si conservano a Nardò almeno altre due opere: la Madonna in gloria tra i Santi Pietro e Paolo (cappella privata del vescovo) e San Michele Arcangelo, sull’altare omonimo in Cattedrale, di cui si legge la paternità in una delle visite pastorali[9].

S. Bernardino da Siena (1734) di Francesco Solimena nella cattedrale di Nardò

La perizia dell’operatore Valerio Giorgino ha restituito un’opera molto interessante, che certamente sarà esaminata e descritta dagli studiosi del Solimena. Il santo, vestito di un abbondante saio minoritico e stretto in cintura dal cingolo, è raffigurato per tre quarti. Con l’indice della mano destra mostra l’oggetto, forse ligneo, che è tenuto dalla sinistra; sul fusto si innesta una cartella ottagonale su cui è inciso il trigramma IHS[10], con la croce innestata sull’asta trasversale della H e con i tre chiodi della Passione alla base delle lettere. Se nell’affresco neritino di cui si è già fatto cenno il santo viene raffigurato in età avanzata, qui invece ha una età media, con il capo leggermente volto a destra e lo sguardo verso il riguardante, quasi ad invitarlo alla contemplazione del simbolo da lui stesso ideato.

Ci auguriamo che l’azione di recupero e di restauro continui per le tante altre ricchezze di cui può gloriarsi la cattedrale neritina, così che si presenti all’appuntamento, ormai prossimo, nella sua migliore forma.


[2] Sul san Bernardino da Siena affrescato a Nardò si veda la relativa scheda di restauro pubblicata su “Il delfino e la mezzaluna”, a. I, n. 1 (luglio 2012), pp. 146-148. Cfr. inoltre R. Poso, La cultura del restauro pittorico in Puglia nella seconda metà del XIX secolo, in Storia del restauro dei dipinti a Napoli e nel Regno nel XIX secolo, Atti del Convengo Internazionale di Studi (Napoli, 14-16 novembre 1999), a cura di M.I. Catalano e G. Prisco, volume speciale 2003 del “Bollettino d’Arte”, pp. 273-286.

[3] In “Kronos”, n°4 (2003), pp. 145-146, Congedo Editore.

[5] Furono le Instructiones fabricae del cardinale Borromeo a stabilire che il pulpito dovesse trovarsi in tutte le chiese, a circa metà della navata, sopraelevato rispetto all’assemblea, così che il predicatore potesse essere visto e udito da tutti.

[6] Napoletano, XXIV vescovo della diocesi, in carica dal 2/11/1707 sino al 1/1/1736, data della sua morte. Sull’attività del presule si veda anche http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/03/il-conservatorio-della-purita-a-nardo-e-il-vescovo-antonio-sanfelice/

[7] Da leggersi ad vivum expressus = rappresentato realisticamente, al naturale. Ringrazio Armando Polito per la corretta interpretazione.

[8] M. Falla Castelfranchi, Monumenti di Nardò dal XIII al XVIII secolo, in Città e Monastero. I segni urbani di Nardò (secc. XI-XV), a cura di Benedetto Vetere, Galatina 1986, p. 253. Del dipinto ne aveva già scritto M. D’Elia in due suoi lavori: Mostra dell’Arte in Puglia dal Tardo Antico al Rococò, Roma 1964, p. 185; La Pittura Barocca, in La Puglia tra Barocco e Rococò, Milano 1982, p. 279.

[9] La tela è in restauro e si spera che questo confermi l’attribuzione.

[10] IHS, le prime tre del nome greco di Gesù, oppure forma abbreviata di “Iesus Hominum Salvator”. Il simbolo, più tardi adottato anche dai Gesuiti, conteneva la devozione al Nome di Gesù. Venne rappresentato in moltissimi luoghi religiosi e civili, pubblici e privati, e risulta che esso campeggiasse sulle antiche porte della città di Nardò. Risalta anche sulla tribuna del nostro pulpito, inserita nel sole raggiante.

Riemerge un Sant’Onofrio tra gli affreschi medievali della Cattedrale di Nardò

 

Un Sant’Onofrio tra le iconae depictae della Cattedrale di Nardò.

Il santo eremita egiziano riemerge nel corso degli ultimi restauri

di Marcello Gaballo

Non si può che plaudire la determinazione e la costanza con le quali don Giuliano Santantonio, parroco della Cattedrale di Nardò, ha dato impulso – da oltre un anno a questa parte – ai lavori di restauro degli affreschi dell’Ecclesia Mater neritina. I recenti interventi, effettuati dai restauratori Januaria Guarini e Gaetano Martignano, hanno restituito al loro antico splendore gli affreschi raffiguranti il san Bernardino da Siena[1] su uno dei pilastri della navata sinistra, il Cristo alla Colonna sul lato destro del presbiterio, e il meraviglioso trittico con san Nicola, la Vergine col Bambino e la Maddalena, conservato nella navata sinistra, in corrispondenza della base del campanile.

Attualmente il paziente lavoro di recupero sta interessando alcune porzioni di affresco collocate sulla parete meridionale della Cattedrale, in direzione della piazza principale della città. Uno di questi affreschi (l’ultimo in ordine di restauro) occupa lo spazio della parete destra compreso tra la cappella di San Michele Arcangelo e la porta laterale.

Posto sull’originario muro perimetrale, il dipinto ha suscitato particolare interesse per il soggetto rappresentato, finora inedito, reso tuttavia quasi illeggibile sia per le cadute di colore, sia per uno strato d’intonaco con tracce di affreschi che lo ricopre nella zona intermedia. In aggiunta a questo, l’affresco reca danni evidenti anche a causa delle manomissioni subìte dal tempio nel corso dei secoli, soprattutto durante l’episcopato di mons. Fabio Fornari (1583-1596); periodo al quale risale la demolizione di numerosi altari – alcuni dei quali collocati in ogni angolo e a ridosso dei pilastri – e con essi la distruzione delle iconae depictae che li ornavano, poi riemerse in buona parte a fine Ottocento, durante i lavori di restauro finalizzati a rimuovere le strutture settecentesche realizzate da Ferdinando Sanfelice.

L’affresco in oggetto ritrae un santo olosomo, in piedi con le mani giunte, inserito in una cornice lineare ocra su una campitura blu. Il soggetto – raffigurato nudo, con il capo circondato da un nimbo giallo – esibisce una folta barba e una lunga e fluente capigliatura. Meglio leggibili gli arti inferiori, ugualmente privi di indumenti e caratterizzati dalla presenza di tre steli di un elemento vegetale (forse una palma) che, dai piedi, si innalzano fino alle cosce del santo, culminando in tre ampie foglie.

Ai lati della figura si intravedono alcuni caratteri di una duplice iscrizione disposta in senso verticale, all’altezza del volto: a destra si legge “[…] F […] YS”;  a sinistra la sola lettera “S”.

Il riquadro con l’effigie del santo era originariamente accostato ad una seconda riquadratura (all’interno della quale sopravvivono pochi brani), come si evince da una porzione di cornice ornata da girali vegetali, che sovrasta entrambi i riquadri.

La perizia degli operatori ha restituito un’interessante iconografia che si presta a diversi spunti di riflessione sui quali è utile soffermarsi. La nudità del soggetto farebbe pensare ad un santo anacoreta, vissuto nel deserto sull’esempio di san Giovanni Battista e del profeta Elia, i cui attributi iconografici, assenti nell’affresco neritino, autorizzano ad escluderli da un’ipotesi interpretativa.

Le poche lettere sopravvissute e soprattutto l’irsutismo della figura[2] permettono di identificarvi sant’Onofrio, un eremita vissuto nel V secolo che, per oltre settant’anni, si ritirò in solitudine nel deserto, nutrendosi di erbe e riposando nelle grotte presenti attorno al suo eremo di Calidiomea, il luogo dei palmizi. La leggenda narra che, quando i suoi abiti diventarono lisi al punto da ridursi a pochi brandelli, il Signore fece crescere su tutto il corpo del santo un abbondante pelo, per proteggerlo dalla rigidità del clima, mentre un angelo, ogni giorno, si recava da lui per portargli del pane come unico alimento.

Le vicende del santo anacoreta furono narrate da Pafnuzio, un monaco vissuto nel V secolo in Egitto, che lo incontrò più volte e ne scrisse nella Vita greca, asserendo che l’eremita morì l’11 giugno (anche se il santo è celebrato il 12 giugno nei sinassari bizantini)[3].

Alla luce di questi pochi elementi, l’iscrizione potrebbe dunque essere completata e letta come “[ONO]F[R]YS”; più ardua, invece, l’interpretazione dell’apparentemente singola lettera “S”, che potrebbe essere la lettera finale di Onofrius o di Sanctus.

Riuscire a decifrare il significato di questi caratteri è, dunque, di estrema importanza ai fini dell’esatta datazione dell’affresco che, in ogni caso, merita uno studio approfondito da parte degli specialisti di arte medievale e bizantina, sia per la comparazione di questo con i restanti affreschi, sia per una migliore definizione dell’intero ciclo pittorico.

L’identificazione del santo egiziano rimanda ad un inusuale culto neritino nel Medioevo, del quale non si conosce nulla, sebbene l’eremita fosse ben noto nel Salento, considerata l’esistenza di numerose altre sue rappresentazioni in questa terra, tra le quali si citano quelle di Santa Maria di Cerrate a Squinzano (in cui era dipinto su uno degli archivolti nella chiesa), dell’abbazia di San Mauro sul litorale ionico (dove l’anacoreta è affrescato sull’intradosso di uno degli archi), nella basilica di Castro[4]. Più celebre il bel sant’Onofrio dipinto nella chiesa galatinese di Santa Caterina, dov’è raffigurato con i canonici attributi iconografici che lo caratterizzeranno nel corso dei secoli[5].

Alla luce di questo importante rinvenimento e dei numerosi affreschi tuttora conservati nel massimo edificio religioso neritino, ci si augura che la sensibilità del sacerdote – evidentemente supportata da generosi offerenti – possa proseguire nella meritoria opera di recupero di queste importanti testimonianze pittoriche, anche in vista dell’eccezionale evento che ricorrerà il prossimo 2013, quando la Diocesi di Nardò celebrerà il secentenario dell’istituzione della cattedra episcopale (11 gennaio 1413) ad opera di papa Giovanni XXIII (il pontefice scismatico Baldassarre Cossa), il quale nominò primo vescovo l’abate Giovanni de Epifanis.

 


[1] Sul san Bernardino da Siena si veda la relativa scheda di restauro pubblicata su “Il delfino e la mezzaluna”, a. I, n. 1 (luglio 2012), pp. 146-148. Cfr. inoltre R. Poso, La cultura del restauro pittorico in Puglia nella seconda metà del XIX secolo, in Storia del restauro dei dipinti a Napoli e nel Regno nel XIX secolo, Atti del Convengo Internazionale di Studi (Napoli, 14-16 novembre 1999), a cura di M.I. Catalano e G. Prisco, volume speciale 2003 del “Bollettino d’Arte”, pp. 273-286.

[2] Con tale aspetto “santu ‘Nufriu u pilusu” è raffigurato nella Cappella Palatina di Palermo, dov’è annoverato tra i comprotettori della città ed oggetto di un culto molto intenso. Come riferisce il Pitrè, il santo era anticamente invocato da parte delle fanciulle in cerca di marito, diversamente da quelle salentine che, invece, rivolgevano le loro preci a san Nicola di Myra.

[3] Su sant’Onofrio cfr. A. Borrelli, in http://www.santiebeati.it/dettaglio/56850; M.C. Celletti, Sant’Onofrio, in Bibliotheca Sanctorum, Roma 1967, IX, coll. 1187-1099.

[4] Mi comunica a tal proposito l’amico Emanuele Ciullo: “il S. Onofrio della basilica bizantina di Castro è stato rinvenuto nel corso dei recenti restauri cui è andata soggetta la basilica, che è la chiesa cattedrale di Castro, è una figura stante ubicata nel sottarco dell’arcone centrale della navata destra (l’unica porzione in elevato dell’edificio) al centro di altre due figure per complessivi sei santi (tre da un lato e tre dall’altro, il disegno è perfettamente “>speculare) divisi da una fascia a fregio vegetale al centro dell’arco. La figura naturalmente è completamente nuda e ha il nome iscritto affianco. Datazione incerta (X-XI?)”.

Ringrazio per la segnalazione l’altro amico Angelo Micello.

[5] Qui il santo, barbuto e con fluente capigliatura che ricopre buona parte del corpo, si appoggia con la mano sinistra su un bastone che termina in una croce a “T” (Tau) nella parte superiore; con la mano destra stringe un singolare rosario, i cui grani (circa 35), di colore marrone, sembrerebbero ghiande. Ai piedi del santo una corona rammenta agli astanti la rinuncia di Onofrio alla sua probabile stirpe regale e, comunque, alla gloria terrena, in favore di quella celeste attraverso l’eremitaggio.

Il conservatorio della Purità a Nardò e il vescovo Antonio Sanfelice

di Marcello Gaballo

 

 Nardò

 

L’ edificio del Conservatorio e dell’ annessa chiesa di S. Maria della Purità fu pensato, voluto realizzato da monsignor Antonio Sanfelice, napoletano, XXIV vescovo della diocesi, in carica dal 2/11/1707 sino al 1/1/1736, data della sua morte.

Di nobili natali e molto agiato economicamente, la nomina avuta da Clemente XI a vescovo della diocesi di Nardò fu accettata con rassegnazione

…Perchè quando in castigo della nostra povera diocesi fossimo eletti Vescovo di questa Chiesa, trovammo l’ Episcopio non solo spogliato, ma ridotto in istato che ebbimo da far porte, finestre e le chiavi medesime delle porte…

Nonostante l’ estremo disagio in cui versava la chiesa locale il Sanfelice si adoperò con ogni modo per ridarle lustro e onore, attingendo molto spesso al patrimonio personale e della sua famiglia.
A meno di un anno dalla sua nomina, speso per rimediare allo stretto necessario per l’ episcopio, concepì il disegno di realizzare una struttura in grado di ospitare le fanciulle in pericolo:
il quale havendo dal principio del suo presulato fondato un Conservatorio di sacre vergini in questa città di Nardò sotto il titolo di S. Maria della Purità  

per havere un luogo sicuro cui potesse tanto Sua Signoria Ill.ma, quanto i suoi successori custodire e dar refuggio à quelle povere vergini che potessero pericolare, tanto della città quanto della diocesi di Nardò…

La struttura fu realizzata e terminata nel 1710, facendo venire a sue spese da Meldola nella Romagna la madre suor Paula Maria della Volontà di Dio, con due altre sue compagne,

al fine di far tenere dalle vestite dell’ habito religgioso la scuola pubblica per istruttione delle zitelle, specialmente di questa città nelli rudimenti della fede e vita christiana, quanto in lavori proportionati à donne, e perchè si imbevessero di buone massime e fossero educate christianamente, come ha veduto pratticare con infinito frutto in molte città, di Napoli e di Italia…

La struttura per il suo funzionamento fu dotata di rendite personali del vescovo, col santo indendimento di spogliarci in vivo di quel che abbiamo per vivere secondo la legge del nostro stato, benchè siamo miserabili, e per ogni caso manchevoli

oltre a fornirlo delle

elimosine, che questuando Sua Signoria Ill.ma per la città e Diocesi à conseguito, e quel di più che da tempo in tempo ha donato al medesimo Conservatorio, et ha procurato
 

Per il grande amore che have portato e porta al detto Venerabile Conservatorio, stante il medesimo è stato fondato dal medesimo et alla bo(na) me(moria) della Vergine della Purità, have deliberato nella sua mente di donare quo titulo di donatione irevocabiliter frà vivi al detto Ven. Conservatorio… alcuni debiti del marchese di Oria: dovendo conseguire somme considerevoli alla povertà di nostra Chiesa non alle ricchezze, dal Sig. Marchese d’ Oyra, così per i danni fatti a Noi, seu alla nostra Chiesa…le doniamo al Venerabile Conservatorio di S. Maria della Purità eretto in questa nostra città in tempo nostro

la masseria di Donna Menga coi suoi beni:
 

applicare al Conservatorio tutta la dote della masseria di Donna Menga consistente in animali, carri ed altri utensili… costringendo le Religiose ed altre fanciulle del suddetto Conservatorio à vivere secondo la Regola da noi fatta, e purchè si mantenghino per sempre nello stato di Conservatorio…

e diversi altri beni come:
 

il calice inferiore che abbiamo col piede indorato, con i corporali, palle, tovaglie della nostra cappella e tutte le tovaglie dà mano, che non sono d’ orletto, e de corporali noi intendiamo del più nobile con miglior merletto fatto tutto d’ un pezzo, riservandocene l’ uso durante la nostra vita delli utensili sudetti.

e persino:
 

il proprio nostro letto, fornito di matarazzo, lenzuole e coverta, che potrà servire per qualche povero infermo, non permettendo con povertà delli infermi d’ ammalarsene l’ altre sane.
 

Inoltre, scrive sempre il vescovo nel suo testamento del 1725:

doniamo e vogliamo che restino incamerate le poche robbe che si descriveranno appresso, cioè tutti i quadri a olio, che sono nelli appartamenti inferiori, con immagini di alcuni Santi, del Sommo Pontefice […], nostro insigne benefattore, con cornice intagliata e dorata, di molti signori Cardinali, le sedie di corame e di paglia, i due grandi cantarani (cassapanche) d’ oliva e pero, tutti i baulli, carte forastiere messe in telaro ò che pendono dà bastoni, il quadro della SS.ma Visitazione di Nostra Signora, giorno della nostra nascita, fatta dipingere in Roma, destinato da noi per la cappella superiore dell’ Episcopio secondo il nostro disegno, cioè che dovrà venire sopra il secretario della nostra S. Basilica, e vicino le stanze che decidiamo di fabricare sopra il nuovo Archivio. Doniamo tutti gli altri letti à nostri successori, seu l’ incameriamo descritti in un inventario solenne prima che andassimo in Roma per difesa della nostra S. Chiesa. Doniamo tutti i nostri libri, che ò ci sono stati donati ò abbiamo comprato in Roma, ò che aspettiamo da Napoli

Il tutto…

sperando dal Signore la restituzione delle migliaia di scudi, che hà speso la nostra Casa dà che son Vescovo e di quel che di robba di casa ho donato… perchè non essendoci approfittati di un carlino della robba di nostra Chiesa, anzi come habbiamo dato alla Chiesa di proprio, il Signore ce lo renderà centuplicato secondo la sua divina promessa.

Per il buon funzionamento del luogo pio il presule aveva…

dato le regole varie ordinazioni sin dal principio della fondatione, fra le quali che non possa mai eriggersi in monastero claustrale, essendocene a sufficienza in detta città, necessitando à Vescovi un luogo senza clausura per i sudetti motivi di dar refuggio a pericolante vergini di questa città e diocesi

Realizzato il Conservatorio, dunque, fu necessario erigervi una chiesa accanto per comodità delle sue ospiti. Avviata nel 1719, su progetto dell’architetto Ferdinando Sanfelice, la chiesa fu infatti portata a termine nel 1722, come si evince dall’epigrafe incisa sull’architrave del portale.

Quindi con l’ intendimento

che stimiamo più utile à Vescovi per avervi un luogo di refugio per povere vergini pericolanti in occasione di bisogno; e questa è la nostra precisa volontà e per questo abbiamo stabilito nella nostra città di Nardò questa nuova casa pia

Al Conservatorio si aggiunse poi l’ opera pia disposta da Francesco Saverio Vernaleone .
Riconosciuta Ente Morale e Giuridico con R. Decreto del 5/8/1920, fu amministrata fino al 1937 dalla Congregazione di Carità, poi dall’ E.C.A., fino al giugno 1978, quindi sottoposta alla disciplina delle II. PP. A.B, così come avvenne per diverse altre opere e legati trasformate in titoli di Stato.
Nel 1985 il Consiglio di amministrazione racchiuse in un unico statuto il regolamento delle due distinte opere pie, le uniche rimaste, e cambiò le denominazioni, Orfanotrofio Femminile Vernaleone e Opera Pia Conservatorio in una unica: Istituto femminile Vernaleone.


Così avvenne la cancellazione della chiara volontà del vescovo Sanfelice, che a sue spese aveva realizzato quel bene
che ancora oggi può vedersi tra le Vie Sambiasi e San Giovanni, che mai come IPAB era stato trasferito per competenza al Comune di Nardò.

Con delibera del 31/1/2000 (n° 7/2000) il Consiglio Comunale di Nardò ha dichiarato l’estinzione dell’Istituzione così trasformata e la contemporanea attribuzione in proprietà al Comune di Nardò del patrimonio dell’ Ente, tra cui lo stabile di cui sopra.

La delibera faceva seguito a quella del 26/10/99 del Consiglio di Amministrazione del Vernaleone, nella quale si prendeva atto dell’ impossibilità a proseguire gli scopi statutari, evidenziando che le spese di gestione ordinaria non venivano coperte dagli introiti, ultimamente rappresentati esclusivamente da quelli rinvenienti da alcuni progetti attivati con l’ Amministrazione Comunale di Nardò, venendo a mancare i minori da ospitare come in precedenza, per una nuova volontà politica della provincia e dei Comuni di affidare i minori con difficoltà non più alle Istituzioni, ma alle famiglie.

Ci piace concludere con quanto mons. Sanfelice scrisse nel suo citato testamento del 1725 a proposito della sua creazione, il Conservatorio di S.Maria della Purità:

…e ci rimettiamo alla carità di quei che ne averranno cura; et à nostri successori di farci fare quei suffragii per l’ anima nostra, che ad essi parerà, lasciandolo à loro arbitrio.

Santi patroni e filantropi nel “cielo” ligneo della Cattedrale di Nardò

di Paolo Giuri

Ricostruendo le vicende del restauro ottocentesco della cattedrale di Nardò sono emersi, contestualmente alle discussioni tecniche e metodologiche, momenti di intima religiosità che aiutano a focalizzare ulteriormente l’attività pastorale di mons. Giuseppe Ricciardi, vescovo di Nardò (1888-1908).

Nel 1892 lo stato di conservazione della cattedrale neretina indusse il vescovo ad escludere qualsiasi ipotesi di conservazione a favore di una nuova costruzione su progetto di Filippo e Gennaro Bacile di Castiglione.

L’ultimo rilevante intervento, curato dall’architetto napoletano Ferdinando Sanfelice (1725) durante il vescovato del fratello Antonio (1708-1736), era stato finalizzato al consolidamento della navata principale, alla realizzazione della facciata e all’adeguamento stilistico dell’edificio, avendo cura di preservare rispettosamente la memoria architettonica[1].

Di fatto, nel corso dei lavori preparatori alla demolizione, su insistenza di Ricciardi e dell’ing. Antonio Tafuri, furono eseguiti alcuni saggi conoscitivi ed inaspettatamente apparvero tracce più antiche.

Ricciardi, persona dotata di una singolare coscienza conservativa[2], non esitò a richiedere l’intervento del competente Ministero della Pubblica Istruzione, nonostante la forte opposizione di alcune rappresentanze cittadine e del progettista. Avvenne cosi l’incontro tra il lungimirante prelato e Giacomo Boni[3], Ispettore presso la Direzione Generale Antichità e Belle Arti, incaricato di recarsi a Nardò per esaminare e relazionare sulle inattese scoperte.

navata centrale della cattedrale di Nardò (ph P. Giuri)

Boni osservò accuratamente l’edificio e giudicò la Cattedrale come «l’anello di congiunzione tra le due forme di architettura, la greca e la saracena, che hanno popolato di monumenti le provincie meridionali; essa è pure un prezioso monumento, nobile e severo nella linea, grandiosamente semplice, dei suoi pilastri e delle sue arcate»[4], la cui alterazione non si poteva tollerare.

Con il consenso ministeriale si procedette all’eliminazione delle superfetazioni e lungo la navata maggiore vennero alla luce alcuni dipinti murali trecenteschi, i pilastri e semicolonne con archi a sesto acuto (lato nord) e a tutto sesto (lato sud), l’arco trionfale, le antiche finestre e il tetto a capriate, sino ad allora occultato dal soffitto a cassettoni voluto dal vescovo Orazio Fortunato (1678-1707).

L’ispettore ministeriale fu tra i primi ad osservare attentamente le trentaquattro incavallature e a rilevare le decorazioni policrome e le iscrizioni a grandi lettere gotiche sul lato di alcune travi-catene; i riferimenti espliciti al Principe di Taranto Roberto d’Angiò e all’abate Bartolomeo consentirono a Boni di datare la realizzazione tra il 1332 (anno in cui Roberto assunse il principato) e il 1351 (anno di morte dell’abate), periodo storico confermato anche dai caratteri dell’iscrizione[5].

L’importanza dei rinvenimenti indusse il vescovo ad accantonare il progetto Bacile e ad assegnare all’ing. Antonio Tafuri il compito di redigerne un altro, attenendosi alle prescrizioni di Boni filtrate dall’istituzione ministeriale.

Come azione preliminare, al fine di garantire la staticità architettonica, furono sostituiti i pilastri in pietra leccese a sostegno degli archi a tutto sesto (lato sud della navata maggiore), «schiacciati e deviati» rispetto ai corrispondenti in carparo «solidi e ben conservati» (lato nord)[6]. Seguirono numerosi altri lavori per i quali rimando alla specifica letteratura, ad eccezione dell’intervento per le capriate della navata maggiore, il cui rifacimento fu necessario soprattutto per il pessimo stato di conservazione delle catene, «guaste e tarlate nei punti di appoggio alla muratura»[7].

L’interesse per questa fase di lavori prescinde dalle disamine tecnico-costruttive e si sofferma sulla singolare valenza religiosa e devozionale documentata da una inedita cronaca. Boni, per conto del Ministero, acquistò da Venezia 127 metri cubi di legno di larice (243 travi di cui 190 nuove acquistate dalla ditta Lazzaris e 53 provenienti dai restauri del Palazzo Ducale veneziano), mentre da Taranto pervennero le trentaquattro travi-catene (di metri 10.20) di pick-pine fornite dalla ditta Luigi Blasi e C.

Rimosse le travi policrome[8], il 13 agosto del 1895 si procedette alla messa in opera e il vescovo Ricciardi, come riferisce il documento citato, «accompagnato dal suo Capitolo e Clero, si faceva ad inaugurare la copertura del tetto della nave maggiore della Chiesa con la Benedizione della prima capriata»[9].

Iniziò, dunque, una speciale funzione religiosa solennemente allietata:

«Difatti dopo il canto del Laudate pueri Dominum, del Nisi Dominus custodierit civitatem, del Lauda Jerusalem Dominum, s’intonò l’Ave Maris Stella e si benedisse la capriata dedicandola alla Vergine Santa Maria titolare Assunta in Cielo. E quando l’abile manovra dei carpentieri tarantini sollevava tutta armata ed intera la capriata, si sciolse il Cantico del Magnificat alla Vergine al suono di tutte le campane della Città.

Colla copertura del tempio si fanno voti affinché si abbrevi il tempo che priva la Città della sua Cattedrale, e che si inauguri al più presto la solenne sua destinazione al Culto colla Consacrazione.

Le altre capriate saranno dedicate con questo motto; la seconda: Sancte Michael Arcangele defende nos in praelio; la terza: Sancte pater Gregori esto memor nostra; la quarta: Sancte Antoni ora pro nobis; la quinta: Sancte Sebastiane ora pro nobis; la sesta Sancte Joseph a Cupertino ora pro nobis; la settima: Sancte Joannes Elemosynari ora; l’ottava: Sancte Roche ora; la nona: Sancte Georgi ora; la decima Sancte Quintine ora; l’undecima: Sancte Leuci Martyr ora; la duodecima: Sancte Paule Apostoli; la tredicesima: Sancte Nicolae ora; la quattordicesima: Sancte Martine; santi questi protettori della Città e luoghi della Diocesi.

Le altre venti capriate si avranno il nome delle famiglie benefattrici della Cattedrale, con i nomi celesti del principale di famiglia: quindi la decima quinta capriata avrà il nome: O Emmanuel Salvator noster; la decima sesta Sancta Marianna ora pro nobis; la decima settima Sancte Aloysi ora pro nobis; la decima ottava: Sancte Raymonde ora pro nobis; la decima nona Sancte Ferdinande ora pro nobis; i quali titoli o nomi celestiali corrispondono alle rispettive famiglie di questa cospicua e nobilissima Città di Nardò, cioè alle benemerite famiglie De Pandi-Dellabate, Tafuri, Vaglio, Personè.

Quando si salì la prima capriata, incominciando dall’ingresso maggiore a man destra, si pose una deca di piombo legata con fettuccia celeste, con suggello dall’impronta dello stemma di Monsig. Ricciardi contenente l’effigie del Sacro Cuore di Gesù, della Vergine Santa Immacolata, di S. Giuseppe Patriarca e S. Michele, di S. Benedetto e del Sommo Pontefice regnante Leone XIII.

La Vergine Santa come assistette Monsig. Ricciardi nel salvare dall’ultima rovina già decretata questo suo tempio normanno, così lo compisca a Suo onore e gloria»[10].

Il documento non è datato o firmato, ma quasi certamente il redattore fu testimone dell’evento e «al suono di tutte le campane della Città» condivise con i fedeli neretini la contentezza per l’approssimarsi della fine dei lavori poiché sin dal 1892 la chiesa era stata interdetta al culto e le lungaggini dovute alla scelta delle metodologie appropriate e alle difficoltà economiche avevano accresciuto il desiderio della riapertura.

annullo postale centenario della dedicazione della cattefrale di Nardò (coll. priv.)

La dedica alla Vergine Assunta, titolare della chiesa cattedrale sin dalla fondazione, rinsaldava la devozione della cittadinanza e del clero diocesano due giorni prima della celebrazione ufficiale (15 agosto)[11]; l’intitolazione al patrono civico e ai due compatroni s. Michele e s. Antonio da Padova[12] rinnovava l’invocazione alla santa protezione suggellata dalla presenza simbolica degli altri patroni diocesani riuniti sotto lo stesso cielo ligneo[13].

Con gli eponimi santi sarebbero stati ricordati ed onorati anche i rappresentanti delle famiglie benefattrici che sostennero il completamento del restauro: i fratelli De Pandi-Dell’Abate commissionarono il pavimento e il restauro della cappella di s. Marina, la nobildonna Clementina Personè offrì il nuovo organo e la famiglia Vaglio la balaustra del presbiterio[14].

La deposizione della teca con le sante figure è il documento tangibile a ricordo dell’evento e per una inaspettata similitudine riporta all’antica tradizione di riporre l’effige di un santo, quella del protettore cittadino o al quale si è votati, sulla sommità di un edificio al termine della costruzione come segno di ringraziamento e richiesta di protezione[15].

L’invocazione finale schiude al lettore l’intima preghiera del cronista affinché la santa intercessione, guida e sostegno spirituale per il vescovo, possa sostenere il compimento dell’opera, la cui riconsacrazione (27 maggio del 1900) culminò con la celebrazione pittorica del Maccari nel catino absidale[16].

La cerimonia rientra, dunque, nel processo di evangelizzazione avviato dal vescovo al fine di infondere una pratica religiosa ed una partecipazione cristiana «fortemente sentiti e vissuti senza cedimenti a manifestazioni formali ed esteriori che immiseriscano e svuotino di significato e contenuto spirituale il sentimento religioso»[17].

Non di rado l’intransigenza religiosa coincise con una azione di restaurazione culturale e di recupero della coscienza identitaria, quale presupposto indispensabile per una migliore cultura conservativa. L’acceso confronto sui temi della tutela e della conservazione che il vescovo Ricciardi promosse in città con il conforto di Giacomo Boni fu la conseguenza positiva del nuovo clima intellettuale a sostegno del recupero dei beni culturali[18].


[1] G.B. Tafuri, Dell’origine sito ed antichità della Città di Nardò. Libri due brevemente descritti da Gio. Bernardino Tafuri in Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Gio. Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò. Ristampate ed annotate da Michele Tafuri, Napoli 1848, 501-508, E. Mazzarella, La Cattedrale di Nardò, Galatina 1982, 67-84; cfr. M.V. Mastrangelo, L’intervento dei Sanfelice sulla cattedrale neritina. Storia di un restauro “illuminato”, in «Spicilegia sallentina», 2 (2007), 69-76. Per la storia della cattedrale si veda pure B. Vetere, S. Maria di Nardò: un’Abazia Benedettina di Terra d’Otranto. Profilo storico critico, in C. Gelao, a cura di, Insediamenti benedettini in Puglia, Galatina 1980, I, 199-254; C. Gelao, Chiesa Cattedrale (già Chiesa Abbaziale di S. Maria Assunta). Nardò, in C. Gelao, a cura di, Insediamenti benedettini in Puglia, Galatina 1985, II, 2, 433-440.

[2] Per il profilo biografico si veda G. Falconieri, Discorso commemorativo di S.E.Rev.ma Mons. Giuseppe Ricciardi per la traslazione della salma nella Cattedrale di Nardò, in «Bollettino Ufficiale della Diocesi di Nardò», 1 (1955), 61-74; O.P. Confessore, Zelo pastorale e attività civile di Mons. Giuseppe Ricciardi, vescovo di Nardò (1889-1908), in «Rivista di Storia della Chiesa in Italia», XXVI (1972), 436-471; C. Rizzo, L’Episcopato di Mons. Giuseppe Ricciardi (1888-1908), in A. Cappello, B. Lacerenza, a cura di, La Cattedrale di Nardò e l’Arte Sacra di Cesare Maccari, Galatina 2001, 57-64.

[3] Per il profilo biografico si veda E. Tea, Giacomo Boni nella vita del suo tempo, Milano 1932, 2 voll.;E. Tea, Giacomo Boni nelle Puglie, in «Archivio storico per la Calabria e la Lucania», 28 (1959), fasc. 1-2, 3-34, 193-224.

[4] Tea, Giacomo Boni nelle Puglie, cit., 204

[5] Tea, Giacomo Boni nelle Puglie, cit., 219-220.

[6] A. Tafuri di Melignano, Ripristino e restauro della Cattedrale di Nardò, Roma 1944, 19.

[7] Tafuri di Melignano, Ripristino e restauro, cit., 30.

[8] Il vescovo e Boni si preoccuparono sin dai primi momenti della loro conservazione e fu proposto di impiegarle per la copertura di una sala dell’episcopio e poi per la sacrestia. Ma, nonostante l’approvazione dei progetti dell’arch. Ettore Bernich da parte del Consiglio Superiore di Belle Arti, l’intervento non fu eseguito ed ignota rimane la sorte delle antiche travi la cui esistenza è documentata nel 1936 quando furono ispezionate dai funzionari della Soprintendenza (Mazzarella, La Cattedrale di Nardò, cit., 13). Fortunatamente l’arch. Pier Olinto Armanini e il pittore Primo Panciroli copiarono in parte le decorazioni policrome per riprodurle sulle nuove travature (cf C. Boito, G. Ricciardi, G. Moretti, In memoria di P. O. Armanini. La Cattedrale di Nardò. La Cascina Pozzobonello in Milano, Milano 1898; P. Panciroli, Raccolta dei motivi decorativi appartenenti alla distrutta travatura della Cattedrale di Nardò, Roma 1904).

Per lo studio iconografico e iconologico delle decorazioni si veda C. Gelao, Un capitolo sconosciuto di arte decorativa. «Tecta depicta» di chiese medievali pugliesi,  «I quaderni dell’Amministrazione provinciale», n. 9, Bari, s.d.; M. Gaballo, Per Visibilia ad Invisibilia. Un bestiario sulle antiche travi, in M. Gaballo – F. Danieli, Il mistero dei segni, Galatina 2007, 21-63. Tuttora nella cattedrale neretina sono visibili solo dodici travi antiche che coprono la volta del presbiterio, mentre una è depositata presso il vicino Seminario (cf M.V. Mastrangelo, La distrutta travatura della Basilica Cattedrale di Nardò. Note tecniche, in Gaballo – Danieli, Il mistero dei segni, cit., 65-72).

[9] A.S.C.N. (Archivio Storico della Curia Vescovile di Nardò), B. 14, s.d.

[10] Ivi.

[11] Tafuri, Dell’origine sito ed antichità, cit., 508

[12] Sant’Antonio di Padova fu il primo protettore della città poi detronizzato in un periodo non definito da s. Michele Arcangelo. L’origine di questo patronato fu chiarita da G.B. Tafuri: «essendo decaduta la città dal diritto viver cristiano, un giorno verso il mezzodì oscurata l’aria, con tuoni e fulmini diedesi a divedere il cielo irato, e da certe nubi distaccavansi alcuni globi di fuoco, i quali facevan mostra di cascare sopra della città. Atterriti i Neretini di si spaventevole veduta invocaron con fiducia l’aiuto dell’Arcangelo S. Michele. Incontanente si vide quel potentissimo principe Angelico frapporsi fra quelle fiamme, e trattenerle, e dopo poco spazio di tempo il cielo si fece sereno».

I Neretini a ricordo dell’evento fecero coniare una moneta e lo dichiararono protettore della città (Tafuri, Dell’origine sito ed antichità, cit., 346-347). Nel IX secolo il patronato civico passò a San Gregorio Armeno, le cui reliquie furono traslate a Nardò nella seconda metà del VIII sec.. Il coinvolgimento devozionale per il santo Illuminatore subì un forte rinnovamento con il processo di evangelizzazione post-tridentina (mons. Cesare Bovio curò la conservazione della reliquia del braccio in un teca d’argento) e proseguì con i vescovati di Luigi De Franchis (dichiarazione della festa dedicata al Santo il 1 ottobre), Girolamo de Franchis (dedicazione di un altare della cattedrale), Orazio Fortunato (la costruzione del cappellone di San Gregorio sul lato sud della cattedrale e il reliquiario d’argento dorato a braccio) e mons. Antonio Sanfelice (nel 1717 donò alla città il prezioso busto reliquiario). L’intervento salvifico dalla distruzione del terremoto del 20 febbraio del 1743, palesato dal movimento della statua del santo posta sul Sedile della piazza, rappresentò il definitivo suggello del forte legame tra il santo armeno e la città (Mazzarella, La Cattedrale di Nardò, cit., 118-120; M. R. Tamblè. Il culto di San Gregorio Armeno a Nardò, in 20 febbraio 1743-1993. 250° Anniversario, 10-14; B. Vetere, Il patronato civico di S. Gregorio Armeno, in «Neretum», 1 (2002), 7-16).

[13] Alliste: San Quintino; Aradeo: San Nicola di Myra; Casarano: San Giovanni Elemosiniere; Copertino: San Sebastiano (solo dall’Ottocento San Giuseppe da Copertino); Felline: San Leucio Martire; Galatone: San Sebastiano; Matino: San Giorgio (dal Novecento, compatrona Madonna del Carmine); Melissano: Sant’Antonio di Padova; Nardò: San Gregorio Armeno (compatroni San Michele Arcangelo e Sant’Antonio di Padova); Neviano: San Michele Arcangelo (compatrona Madonna della Neve); Parabita: San Sebastiano (compatrono San Rocco e solo dal Novecento patrona Madonna della Coltura); Racale: San Sebastiano; Seclì: San Paolo Apostolo; Taviano: San Martino di Tours (ringrazio don Francesco Danieli per le notizie sui santi patroni). Per la cronistoria della Diocesi di Nardò, di Gallipoli e poi di Nardò-Gallipoli (dal 1986) si veda F. Danieli, Nardò-Gallipoli, in S. Palese – L.M. de Palma (a cura di),  Storia delle Chiese di Puglia, Bari 2008, 251-270.

[14] Cf Falconieri, Discorso commemorativo, cit., 68-69; Tafuri di Melignano, Ripristino e restauro, cit., 98-111.

[15] Il rito si concludeva profanamente con il “capocanale”, un banchetto di ringraziamento per tutti gli operai che avevano partecipato all’impresa (M. Congedo, Il Capocanale, in «Apulia», IV (dicembre 2005).

[16] Cf A. Cappello – B. Lacerenza, La Cattedrale di Nardò e l’arte sacra di Cesare Maccari, Galatina 2001.

[17] Confessore, Zelo pastorale e attività, cit., 443.

[18] P. Giuri, Alcuni contributi alla storia del restauro del patrimonio storico-artistico nel Salento, in R. Poso(a cura di), Riconoscere un patrimonio. Storia e critica dell’attività di conservazione del patrimonio storico-artistico in Italia meridionale (1750-1950), Atti del Seminario di studi (Lecce, 17-19 novembre 2006), Galatina 2007, 169.

pubblicato su Spicilegia Sallentina n°6

“Itineraria”, guide brevi monotematiche dedicate ai principali monumenti del Salento

Un viaggio attraverso le eccellenze artistiche, architettoniche e ambientali del territorio salentino è quello che intende presentare la Fondazione Terra d’Otranto con la pubblicazione della collana “Itineraria”, serie di guide brevi monotematiche dedicate ai principali monumenti del Salento.

Per ogni opuscolo – aggiornato rispetto a contenuti, fonti, bibliografia e iconografia – la collana propone un identico schema: si parte da una breve introduzione storica, volta a contestualizzare l’analisi delle singole opere (delle quali sono sinteticamente delineate le vicende costruttive e artistiche, fino ai più recenti restauri), per poi passare alla visita guidata vera e propria, dove ad essere illustrati sono i singoli elementi costitutivi del monumento, dell’opera o del luogo trattato, quasi fossero tappe virtuali di un itinerario. L’apparato iconografico accompagna costantemente il testo, focalizzando l’attenzione su manufatti, dettagli e decori di particolare pregio, mentre una planimetria dettagliata del monumento consente di seguire agevolmente la guida in loco.

Il primo numero della collana è dedicato alla Cattedrale di Nardò, eccezionale

Libri/ Antonio e Ferdinando Sanfelice

“Antonio e Ferdinando Sanfelice. Il vescovo e l’architetto a Nardò nel primo Settecento”
 

a cura di Marcello Gaballo, Bartolomeo Lacerenza e Fulvio Rizzo, Lavello (Potenza), Congedo Editore-Galatina, 2003. 315×220 mm., 152 pagine, con 119 tra rilievi e fotografie b/n di Raffaele Puce. Supplemento I della collana “Quaderni degli Archivi diocesani di Nardò e Gallipoli”. 20 Euro.

Prefazione di B. Lacerenza, preside dell’Istituto Statale d’Arte. Contributi di S. Bove Balestra, A. Campo, R. Casciaro, G. De Cupertinis, D. Falconieri, M. Gaballo, L. Galante, V. Manca, F. Musumeci, P. Peri, F. Rizzo

Davvero fortunata ed interessante la serie di volumi curati dall’Istituto Statale d’Arte di Nardò. Il primo riguardava la chiesa ed il convento dell’Incoronata, il secondo la cattedrale di Nardò e le pitture di Cesare Maccari nel coro dello stesso edificio. Ora la scuola ha lavorato per un superbo progetto, l’analisi delle opere dell’architetto Ferdinando Sanfelice (Napoli, 1675-1748) in città, in concomitanza con l’episcopato del fratello Antonio (Napoli, 1660-Nardò, 1707), XXIV vescovo della diocesi di Nardò, in carica per circa trent’anni.

Questo volume, ben curato e con illustrazioni di effetto, illustra l’operato e l’attività pastorale dei due fratelli che cambiarono lo spirito e l’arte a Nardò nei primi decenni del Settecento.

Ben inseriti nel contesto napoletano (la loro famiglia era tra le più in vista nella capitale del regno), trasferirono a Nardò stuoli di maestranze e capolavori dei più grandi artisti napoletani, tra i quali opere di Olivieri, De Matteis, Luca Giordano e Francesco Solimena, maestro ed amico di Ferdinando.

All’elenco delle opere artistiche tuttora esistenti in città si affianca lo studio più approfondito della chiesa del Conservatorio, che Antonio volle realizzare per le fanciulle ospiti nell’istituzione e per conservare i suoi resti mortali.

Progetti, rilievi, studio di particolari eseguiti dagli studenti della scuola ed esauriente documentazione fotografica ne fanno un testo importante.

Non è da meno la ricerca archivistica, che vanta la riproduzione dei disegni dell’architetto conservati nel museo napoletano di Capodimonte e la pubblicazione integrale dell’inedito testamento del vescovo, ritrovato negli atti notarili dell’archivio di Stato di Lecce.

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com

error: Contenuto protetto!