Dopo il “saccufàe” e il “cazzamèndule” è la volta del “cacamargiàle”.

di Armando Polito

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I tre nomi virgolettati del titolo rappresentano un esempio eloquentissimo della icasticità del dialetto, proprio come succedeva un tempo con i soprannomi affibbiati alle persone, sicché il loro vero cognome aveva un valore puramente anagrafico.  Del saccufàe e del cazzamèndule ho già parlato e siccome,  essendo una spia del rincoglionimento dovuto all’età (e non solo …) il ripetere sempre le stesse cose, non voglio correre il rischio di diagnosi anticipatamente (?) infondate (?), fornisco a chi si è perso il mio sublime e irripetibile (dagli altri, naturalmente …) intervento il link relativo:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/25/cazzamendule-furmicaluru-saccufae-irduleddha-falaetta-e-ciciarra-chi-li-ha-visti/

 

Cacamargiàle è il nome dialettale salentino dell’uccello il cui nome italiano è saltimpàlo e quello scientifico Saxicola torquatus L.; famiglia: Muscicapidae.

Saltimpalo è connesso con la sua abitudine di saltare sui rami per osservare gli insetti di cui si nutre. La locuzione saltare di palo in frasca per passare da un argomento ad un altro che non presenta connessioni logiche con il primo è stata ispirata dal nostro uccello che più di una volta sarà pure saltato non di palo in palo ma di palo in frasca? Le attestazioni più antiche che sono riuscito a trovare risalgono tutte al XVI secolo: Caterina de’ Ricci: Così ha fatto il mio padre astuto; saltato di palo in frasca, ha dato due calci in un pugno, come si dice …1; Agnolo Firenzuola: Oh ve, come salta di palo in frasca!2; Giovammaria Cecchi: … noi siamo saltate, come dir, di palo in frasca …3; … Salta pur ben di palo in frasca.4; …ma tu sei saltato, come s’usa di dire, di palo in frasca …5; Benedetto Varchi: Quando alcuno entra d’un ragionamento in un altro, come pare che abbiamo fatto noi, si dice: tu salti di palo in frasca, o veramente, d’Arno in Bacchillone.6

Il palo risulta sostituito col ramo ne Il Malmantile racquistato di Lorenzo Lippi (XVII secolo): e mi convien saltar di ramo in frasca7.

Possono però essere considerate antenate della locuzione in oggetto la testimonianza di Guido Orlando (XIII secolo) contenuta in un sonetto scritto in risposta ad uno inviatogli da Guido Cavalcanti :  Amico, i’ saccio ben che sa’ limare/con punta lata maglia di coretto,/di  palo in frasca  come uccel volare,/con grande ingegno gir per loco stretto …8 e il petrarchesco (XIV secolo) Così di palo in frasca pur qui siamo9.

In base soprattutto alla penultima testimonianza credo che il nostro modo di dire tragga origine proprio dal comportamento degli uccelli e che, perciò, siano da respingere le altre proposte avanzate in rete,  tra cui la più cervellotica mi sembra quella che scomoda l’araldica: il palo sarebbe l’insegna nobiliare e la frasca quella dell’osteria, per cui passare di palo in frasca significherebbe metaforicamente fare qualcosa di insensato.

Ritorno al nostro saltimpalo e al suo nome scientifico per dire che saxicola ricorre in latino solo una volta e precisamente in Paolino Nolano (IV-V secolo) con il significato di idolatra10.  Linneo nel dare il nome all’uccello non poteva certo fare riferimento ad improbabili tendenze religiose dello stesso ma tenne conto delle due componenti della voce latina e del significato che còlere ha, oltre che di onorare, anche di abitare, per cui saxicola all’allude all’ambiente sassoso in cui l’uccello ama vivere. Torquatus  significa ornato di una collana, allusione al cerchio bianco di piume che il maschio presenta alla sommità del collo.

Muscicapidae è formazione moderna dai classici musca=mosca e dalla radice di càpere=prendere, con riferimento, questa volta, alle abitudini alimentari.

Rimane cacamàrgiale, voce composta da una prima parte che non ha bisogno di traduzione e da margiàle che nel dialetto salentino è il manico in legno di attrezzi come martelli e zappe. E proprio il margiale della zappa è il luogo preferito dal nostro uccellino per soddisfare i suoi bisogni, almeno secondo la logica contadina che certamente gli appioppò quel nome, perché credo che per lui non ci sia differenza tra un manico di zappa, un palo o una frasca.

Ho lasciato per ultimo l’etimo di margiale nella speranza che all’improvviso si accendesse la famosa lampadina. Il Rohlfs non propone alcuna etimologia dopo aver riportato i significati di manico di zappa, piccone o scure e la locuzione farsi lu margiàli usata nel Tarantino a Sava come sinonimo di masturbarsi.

Nella nota 3 di un post di qualche tempo11 fa il lettore troverà cosa sull’etimo di margiàle a suo tempo proposi. Nel frattempo altro è venuto fuori (forse ad accrescere i dubbi che già non erano pochi …) ed ecco le tappe che mi hanno consentito di raggiungere un risultato non certo eclatante ma neppure, credo, da buttar via.

Sinonimi siciliani di cacamargiàle sono pigghiamùschi, cacasipàli, cacapàlu e cacamarrùggiu. Lasciando da parte pigghiamùschi che è la traduzione di Muscicàpida (singolare del Muscicapidae già esaminato) analizziamo gli altri nomi: cacasipàli è formato da un primo componente già più che noto e sipàli, voce che è usata tal quale (il singolare è sipàle12) nel nostro dialetto col significato di siepe; cacapàlu non ha bisogno di commento; per cacamarrùggiu mi soffermerò (s’era capito …) su marrùggiu.

Ecco quanto si legge nel Vocabolario siciliano etimologico italiano e latino di Michele Pasqualino, Dalla Reale St amperia, Palermo, 1789, v.III, pag. 116

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Secondo il Pasqualino, dunque, marrùggiu (che semanticamente corrisponde al nostro margiàle) deriva dal latino manùbrium=manico, che, aggiungo io, è a sua volta da manus=mano, secondo la stessa tecnica di formazione seguita per ludìbrium=scherno, che è da ludus=gioco. Se la semantica non fa una piega è, invece, la fonetica molto traballante perché non si spiega come -rr- sia nato da -n-.

Molto prima di me, però, l’aveva già notato Giacomo De Gregorio il quale considera la voce derivata da marra. Ecco quanto si legge in Studi glottologici italiani, Loescher, Torino, 1899, v.I, pag. 125: marra. Oltre all’italiano marra, marrone (non però nel senso di “castagna”), etc, abbiamo l’italiano “marrano”, zotico, villano, sp. “marrano”, messin. “marrabèliu”, badile, piccone, sfr. “marrabieu”, sic. “marruggiu”, manico della zappa. L’italiano “marrone”, sbaglio, non appartiene a questa famiglia (v. marrjan).

E nel v. VII uscito nel 1920, a pag. 225: marrubium (da marra), manico della zappa. Sic. “marruggiu”, manico della zappa. È un derivato da “marra” che già segnalai in St. gl. it. I, 125. Per giustificare ciò debbo aggiungere che non puossi sostenere l’etimo “manubrium”, additato da Pasq. Perché il “-rr-“ non può provenire da “-n-“ e perché la uscita “-uggiu” ci conduce a “-ubium” (o anche “-uvium”). Per bi+voc in “g” palatino (“ggi”) cfr. “raggia”, rabies, “aggiu”, habeo.   

Il De Gregorio mi sembra, però, alle prese con una coperta troppo corta: dopo aver sistemato con marra il problema fonetico suscitato da manubrium, lascia scoperta, cioè irrisolta, la questione di –uggiu che suppone, come lui stesso dice, un latino ubium o uvium. Si tratterebbe di un suffisso (aggettivale?). Tuttavia, non è attestato in latino un solo esempio in cui tale segmento appaia come suffisso e non è difficile smontare anche esempi molto suggestivi come il latino tardo quadrùvium (variante del classico quadrìvium (composto da un derivato di quattuor=quattro+via=strada) che ha dato vita al lombardo caròbi (crocicchio) italianizzato poi in carrobbio o carrugio. Dopo questo smontaggio appare evidente che il segmento finale (-ùvium) non è un suffisso ma ciò che resta della vocale finale del primo componente (-u– da –i-) + la radice del secondo componente (vi-) + il suffisso (questo sì) aggettivale –um.

Non so se in base a queste considerazioni o ad altro è stata formulata la soluzione, prospettata (come di solito avviene in questi casi, procurandomi un senso di fastidio, in modo non dubitativo) in Manlio Cortellazzo-Carla Marcato, I dialetti italiani: dizionario etimologico, 1998, pag. 273: marrùggiu, s. m. (siciliano; calabrese; anche “marùggio”), Manico, di zappa, scure, o altri strumenti. Da un incrocio tra il latino “marra”, strumento per radere il terreno superficialmente e “manubrium”, manico.

Il lettore noterà come questa soluzione sia diplomatica, nel senso che dà ragione in un colpo solo, sia pure parzialmente, all’ipotesi più antica (Pasqualino) e alla successiva (De Gregorio), delle quali costituisce, a tutti gli effetti la contaminazione. Peccato che essa non spieghi come foneticamente si sia passati da –ùbrium a –ùggiu.

Partendo dalla convinzione  che margiàle sia etimologicamente connesso con il siciliano marrùggio Giovanni Colasuonno in Storie di parole pugliesi, lessico etimologico grumese aggiunto e corretto, saggio lessicale dei dialetti baresi, s. n, s. l., 1980, pag. 47 considera la nostra voce forma sincopata da marruggiàle.  Aggiungo che bisognerebbe supporre un doppio scempiamento (*marruggiàle>*maruggiàle>*marugiàle>margiàle) e faccio notare che, comunque, rimane irrisolto il problema dell’etimo di marrùggio.

A questo punto al lettore sarà venuto in mente il toponimo Maruggio (in provincia di Taranto).  Non credo che ci sia collegamento con la voce siciliana e, quindi, col margiàle e neppure con marrùbbiu, altra voce siciliana di origine ignota, che indica una rapida e lieve variazione del livello del mare causata dal vento e dalla pressione atmosferica (in italiano marròbbio o marrùbbio); può darsi, invece, come succede spesso nella toponomastica, che Maruggio sia connesso con il marrùbio o marròbbio (questa variante non ha nulla a che fare con il precedente legato al mare), dal latino marrùbium, erba che proprio nel Tarantino (a Lizzano e a Manduria) ha il nome di marrùbbiu, o, come vuole una recente ipotesi, con i Mori.

Il fatto poi che il marrubio in siciliano sia marròbiu esclude che bersaglio dell’uccellino possa essere quest’erba e non il manico della zappa, come pure poteva indurre a pensare il sinonimo cacasipàli, anche perche è difficile immaginarsi una siepe di marrubio, dal momento che la pianta non supera i quaranta cm. di altezza.

Quanta voglia di conoscenza e quanti dubbi suscitati dalla semplice cacca di un uccellino! Forse l’unica gradevole certezza sarebbe apprendere che esso è ancora presente nelle nostre campagne e l’unico che ci possa fornire qualche notizia in merito è un mio attento lettore, Giuseppe Cesari, che ringrazio anticipatamente. Che il Signore ce la mandi bona!, come da qualche decennio sono solito dire e, non so perché, mi viene subito in mente Manuela Arcuri. Una battuta da osteria? Si, ma solo nel senso che, per restare in tema, come il nostro uccellino son saltato pure io di palo (nonostante l’idea della nobiltà di sangue mi faccia venire l’orticaria e il vomito) in frasca …

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1 Da una lettera, purtroppo senza data. Cito il testo da: Cesare Guasti, Le lettere spirituali e familiari di S. Caterina de’ Ricci, Guasti, Prato, 1861, pag. 81.

2 Trinunzia, atto II, scena V; cito il testo dall’edizione Capurro, Pisa, 1816, tomo III, pag. 74.

3 Lo sviato, atto II, scena I; cito da Commedie di Giovammaria Ricci, a cura di Gaetano Milanesi, Le Monnier, Firenze, 1856, v. II, pag. 416.

4 L’esaltazione della croce, atto V, scena I; cito il testo dall’edizione uscita a Firenze nel 1589 per i tipi di Bartolomeo Sermartelli, pag. 88.

5 La stiava, atto I, scena IV; cito il testo dall’edizione uscita a Firenze nel 1585 per i tipi di Giunti, pag. 6.

6 L’Ercolano; cito dall’edizione uscita a   Milano nel 1804 per i tipi della Società tipografica de’ classici italiani (v. I pag. 187, v. VI delle opere). Il Bacchillone è un fiume del Vicentino e l’espressione che qui lo riguarda è tratta da Dante (Inferno, XV, 112).

7 Canto X, ottava 32, verso 3.

8 Cito il testo da: Guido Cavalcanti, Rime, a cura di D. De Robertis, Einaudi, Torino, 1986.

9 È il verso 85 di una frottola del Petrarca tratta dal libro VI del v. I delle Lettere di Pietro Bembo indirizzate a M. Felice Trofimo, arcivescovo teatino, pubblicate da Gualtero Scoto nel 1552; cito il testo da Parnaso classico italiano, Dalla libreria all’insegna di Pallade, Firenze, 1821, pag. 90.

10 Poemata, XIX, 168: … saxicolis polluta diu cultoribus … (… a lungo insozzata da devoti adoratori di pietre); traduco alla lettera con adoratori di pietre (cioè idolatri) saxicolis che è composto da saxum=sasso+la radice di còlere=onorare. Cito il testo latino dal v. 61, pag. 525, della Patrologia latina del Migne.

11 http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/10/01/il-sentimento-e-la-tecnologia/

12 Per l’etimo: http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/05/23/sempre-caro-mi-fu-questermo-collee-questa-siepe/

Cazzamèndule, furmicalùru, saccufàe, irdulèddha, falaètta e ciciàrra: chi li ha visti?

di Armando Polito

Anzitutto ringrazio i sei  presunti dispersi perché con un semplice cambiamento del numero mi hanno consentito di evitare l’accusa di pubblicità ad una trasmissione televisiva che, pur non rinunciando talora all’enfasi e alla spettacolarizzazione, forse è l’unico esempio di tv di servizio.

Mi occupo oggi di sei uccelli frequentissimi dalle nostre parti al tempo della mia infanzia. Non so se il provvido istinto ha suggerito loro di cercare altri lidi meno pericolosi o se, come temo, quella attività sportiva (?) che pure un cerebroleso si guarderebbe bene dal praticare e che si chiama caccia li ha cancellati da ogni angolo della Terra. Se qualche cacciatore ha intenzione di denunciarmi per calunnia, faccia pure; sappia che nel momento conclusivo del processo taciterò il mio avvocato (purtroppo, per motivi tecnici, dovrò, per quanto formalmente, servirmene) e dimostrerò il mio assunto con prove così fondate che anche un giudice fanatico cacciatore sarà costretto a darmi ragione, nonostante questo comporti  di conseguenza pure per lui la conferma della mia diagnosi e a quel punto dovrò pubblicamente riconoscere che sarà pure cacciatore ma che nell’esercizio delle sue funzioni pubbliche  ha il grande pregio di essere leale e sportivo…

Sarà mia compagna nello stilare queste poche righe quella stessa tristezza che ti prende quando pensi a qualcosa  (tanto più quando si tratta di un essere vivente…) legata al tuo passato e che non rivedrai più.

Resta, magra consolazione, il fascino semplice dei loro nomi dialettali che evocano tempi in cui il cemento e l’asfalto non erano diventati ancora esiziali metastasi di quel cancro che abbiamo introdotto nell’ambiente affannandoci a nutrirlo e a moltiplicarlo anziché ostacolarne la proliferazione.

Cazzamèndule

http://www.migratoria.it/enciclopedia-online/frosone/

Il nome (alla lettera: schiacciamandorle) la dice lunga sulla particolare abilità con cui era (uso l’imperfetto per lui e per i successivi in funzione scaramantica…) in grado di soddisfare i suoi gusti alimentari, bisogna riconoscerlo, non comuni e che non trovavano soddisfazione nella plebea consumazione di un altrettanto plebeo lombrico e simili. Piuttosto generico appare il nome italiano,  frosone o frusone, che è dal latino tardo frisiòne(m)=della Frisia, col suo evidente riferimento al luogo di provenienza.  Chi avrebbe sospettato che più aderente al nome dialettale fosse quello scientifico? Coccothraustes coccothraustes L., infatti, deriva dal greco kokkos=granello, chicco, pillola+thràuo=spezzare.

Furmicalùru

http://xoomer.virgilio.it/filpo/animali/uccelli/torcicollo.htm

A differenza del precedente preferibilmente vegetariano, il suo pasto prediletto, come indica il nome dialettale, erano le formiche; credo che dovesse avere anche una grande pazienza nel rimediare un pasto completo, viste le dimensioni non certo ragguardevoli delle formiche nostrane. Pare, però, che il suo nome italiano, torcicollo, non alluda alle conseguenze di questa sua attività né ad una postura che per la stessa sembrerebbe obbligata ma alla capacità di storcere il collo quando viene disturbato o spaventato. Tuttavia, sulla Treccani on line, il nome è collegato alla facoltà di allungare il collo e volgere la testa di 180°, dettaglio non da poco per il tipo di caccia da lui praticato. Il nome scientifico, Jynx torquilla L., allude, invece, almeno in parte, ad altro.  Jynx deriva dal greco ìunx=torcicollo (proprio il nostro uccello, non l’inconveniente), incantesimo, seduzione, dal verbo onomatopeico iùzo=gridare, urlare, ronzare (per le api); va detto, però che il significato di torcicollo fu assunto per ultimo, cioè, quando Iunx, figlia di Pan e di Eco, fu trasformata nell’uccello per aver suscitato in Zeus l’amore per Io e da allora la bestiola venne utilizzata (e ti pareva…!) per incantesimi d’amore. Torquilla è dal latino medioevale torquìlla (o tòrtula), che nel Du Cange, tomo VIII, pag. 133 ha questa definizione: torquilla, tortula, avis ita dicta quod collum crebro torqueat (torquilla, tortula, uccello così detto perché torcerebbe spesso il collo). Per completezza ricordo che torquilla si ricollega al latino classico torquère=torcere,  tòrtula al suo supino tortum e non ha nulla a che fare con la tortora che è dal latino tùrture(m), di origine onomatopeica.

Saccufàe

http://www.fotoplatforma.pl/fotografia/it/3935/

Debbo confessare, anche se posso sembrare presuntuoso e sadico, che questo uccello,  da quando sono diventato grande e le parole hanno cominciato a

Il guardiano dei tacchini

di Wilma Vedruccio

Da bambino aveva fatto il guardiano dei tacchini.

Li aveva rincorsi quando, appena fuori dal pollaio, liberi finalmente ed affamati, s’erano diretti verso l’aia dove s’accumulavano i covoni d’avena, i covoni di grano. Li rincorreva gridando per scoraggiarli ma era lui scoraggiato ed impaurito di non riuscire a tenerli a bada. Li raggiungeva alfine quando s’erano già accaniti a beccare le fascine che crepitavano sotto i loro colpi ed era costretto ad un assalto caotico e disordinato, frammisto di urla, lanci di sassi e gesticolazioni per dissuaderli e allontanarli dai covoni.

Finalmente li menava verso i pascoli concessi, il loro passo era cadenzato come di chi obbedisce malvolentieri, e lo scontento si esprimeva nei versi che gli animali facevan rimbalzare l’un con l’altro.

Il nostro eroe aveva riacquistato dignità, si era munito di un bastone di fortuna e riusciva ora anche a fischiare se era necessario. Li lasciava poi liberi in un campo di stoppie dove avrebbero cercato fra la terra riarsa chioccioline e spighe non raccolte.

   Si poteva distrarre finalmente, guardava le nubi che s’alzavano a occidente, fiutava il vento e progettava di salire sull’albero di fichi di laggiù, vicino al pozzo. Quando poi le bestie pennute, un po’ sazie un po’ vinte dalla calura, s’accoccolavano fra la polvere, il pastorello s’allontanava per salire sull’albero dai frutti dolci come il miele.

Passava di ramo in ramo agile come felino, coglieva i frutti che rosseggiavan fra le fronde, li portava alla bocca, li gustava con i denti, col palato, con la lingua e l’ingoiava avido come se fosse stata acqua di sorgente, fin quando ne scorgeva ancora uno.

Oh no, quei dannati tacchini hanno assalito l’orto dei pomodori…..

Giù dall’albero, corre all’impazzata agitando il bastone e lanciando pietre e fischi. S’affanna un po’ prima di scoraggiare quelle bestie. Vola qualche piuma e molti sono gli schiamazzi.

Era costretto a lunghe camminate sotto il sole in campi di stoppie perché quegli uccelli dal collo troppo lungo, troppo nudo  e troppo avido insieme,

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