Achille Starace: il lato tragicomico del fascismo

da: http://www.larchivio.org/xoom/starace.htm
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di Alessio Palumbo 

La storia degli esordi (e non solo) del fascismo italiano si lega all’operato di alcuni leader fortemente radicati sul territorio, i cosiddetti ras. Balbo fece di Ferrara la propria roccaforte, il proprio staterello feudale, Farinacci poté sempre contare sugli squadristi di Cremona, Caradonna su quelli di Bari e così via per i vari Ciano (padre), Grandi, ecc. Il Salento non ebbe un ras vero e proprio, nonostante Gallipoli avesse dato i natali ad una delle figure più influenti dell’intero regime: Achille Starace.

Nato a Sannicola (allora non ancora separata da Gallipoli) nel 1889, trascorse l’infanzia più in strada che nel ricco palazzo del padre o tra i banchi di scuola. Per come viene descritto nella principale biografia a lui dedicata, (A. Spinosa, Starace. L’uomo che inventò lo stile fascista, Milano, Mondadori, 2002), sin da ragazzino si distinse per forza, spirito atletico e la sfrenata voglia di menar le mani. Scoppiata la Grande Guerra vi partecipò con entusiasmo, ricevendo numerose decorazioni. Dopo il conflitto aderì al fascismo, non tanto per motivi ideologici, quanto perché affascinato dalla personalità di Mussolini: una vera e propria idolatria, che non verrà meno neanche quando lo stesso capo del fascismo lo farà arrestare e rinchiudere in un campo di concentramento.

Come detto, a differenza di altri ras, non ebbe mai una vera e propria base territoriale. Nel Salento non fu particolarmente amato e non rare furono le manifestazioni di ostilità nei suoi confronti, anche in pieno regime. Tra i vari aneddoti, motti ed episodi che gli si attribuiscono, c’è ad esempio quello relativo ad una frase fattagli ritrovare dai leccesi di fronte alle finestre di un albergo cittadino durante una sua visita all’indomani della scissione di Taranto dal vecchio capoluogo: “Respira Roma quando Starace parte, esulta Taranto quando Starace arriva. Lecce città dell’arte se ne frega quando arriva e quando parte” (A. SPINOSA, cit., p. 42)

Il gerarca di Sannicola non sembrò, tuttavia, risentire della mancanza di questa base territoriale. La sua carriera si basò esclusivamente sulla fedeltà e dedizione al duce, che lo ripagò nominandolo nel 1926 luogotenente generale della Milizia, oltre che vicesegretario del partito. Sin da subito palesò un carattere da “mastino”: cercò di imporre agli uomini della Milizia lo “stile fascista” fatto di vigoria fisica, pratica sportiva, sprezzo del pericolo, virilità, ecc. A tale stile vanno ricondotte dichiarazioni del tipo: “Mi piace cavalcare. Per questo amo i cavalli e le donne” (A. SPINOSA, cit., p. 139) oppure “Tutti gli organi del partito funzionano: devono perciò funzionare anche gli organi genitali” (A. SPINOSA, cit., p. 277).

Sul piano più strettamente politico non smise mai di tramare contro i gerarchi a lui invisi. Nel corso delle non rare crisi interne al partito, queste doti gli valsero la nomina a segretario del PNF nel 1931, carica che mantenne fino al 1939. In tale posizione scatenò il suo “genio creativo”, dando vita a quello che Spinosa definisce lo stile fascista. Inventò il “saluto al duce”, grido che introduceva ogni apparizione pubblica di Mussolini, organizzò nei dettagli il sabato fascista, estese un controllo capillare sulla gioventù, stabilì le modalità del saluto romano vietando la stretta di mano, impose l’uso del “voi”, definì nei minimi dettagli l’abbigliamento fascista, ecc. Per circa dieci anni i gerarchi a lui ostili cercarono di scalzarlo dalla segreteria del partito sfruttando i ripetuti scandali che lo videro coinvolto, soprattutto a causa delle sue relazioni con donne, attricette e soubrette, che protesse e frequentò, mentre la moglie Ines rimaneva segregata a Sannicola. Tuttavia Starace non cadde, nonostante i tanti grattacapi e seccature creati a Mussolini e al partito.

Non cadde perché, per quanto buffonesche potessero essere le sue trovate, per quanto risultassero ridicole certe manifestazioni imposte agli stessi gerarchi, come il salto nel cerchio di fuoco o sopra una siepe di baionette, dietro questo “stile fascista” in realtà c’era lo stesso Mussolini. Starace era il perfetto esecutore delle volontà di Palazzo Venezia e per questo fu a lungo amato dal capo che non lo stimava, ma lo riteneva “un cretino ubbidiente”. Il gerarca di Gallipoli fu dunque il megafono di Mussolini e, nel caso di critiche, il suo parafulmine.

Nel paese fu uno dei gerarchi più odiati e derisi perché, come ben intuì Galeazzo Ciano, gli italiani “mentre sono disposti a perdonare persino chi ha loro fatto del male, non perdonano chi li ha scocciati”. Partecipò alla guerra d’Etiopia, riuscì a far attribuire al duce ed al re il titolo di Primo Maresciallo, che di fatto li equiparava. Sotto la sua ala nacquero le leggi razziali (e del resto non perse mai occasione per palesare il suo arrogante antisemitismo, come quando commentò il suicidio dell’editore Formiggini dicendo “E’ morto proprio come un ebreo: si è buttato da una torre per risparmiare un colpo di pistola” (A. SPINOSA, cit., p. 201))

Qualcosa però, alla fine degli anni ’30, si incrinò. Donna Rachele non lo sopportava, molti gerarchi continuavano a manovrare contro di lui e, nell’ottobre 1939, lo stesso Mussolini lo escluse dalla segreteria del PNF, indirizzandolo nuovamente al comando della Milizia. Durante la guerra i rapporti tra i due peggiorarono. Fu vittima di nuovi complotti, mentre si cercò di demolirne anche la famiglia: i fratelli rimasti nel Salento furono accusati di affarismo, come del resto il figlio Luigi, avvocato a Milano.

Dal maggio 1941, escluso da qualsiasi carica, iniziò il periodo più nero della sua vita. Disoccupato, visse con i pochi risparmi e con i prodotti della campagna salentina che la figlia Fanny gli inviava periodicamente. Fino alla fine non rinunciò però a correre, a cavalcare e a dedicarsi a svariate pratiche sportive. Continuò a scrivere al duce che ancora venerava, ma Mussolini non gli rispose mai e anzi lo fece arrestare, prima nel carcere di Verona (novembre 1943 – aprile 1944) e poi addirittura nel campo di concentramento di Lumezzane. Uscitone, visse gli ultimi mesi di guerra a Milano, povero ed errabondo. Il 28 aprile 1945 venne catturato dai partigiani, durante la solita corsetta quotidiana. Processato presso il Politecnico, fu fucilato in piazzale Loreto, dove morì inneggiando al duce.

Fedele fino alla fine, come un mastino, non gli erano bastati i calci ricevuti (la defenestrazione, gli arresti, le inchieste, le umiliazioni) per potere odiare il proprio padrone. Moriva in quel modo uno tra i gerarchi più detestati dell’intero regime. Lo avevano disprezzato gli italiani, gli antifascisti e gli stessi fascisti. Neanche Lecce lo aveva mai amato. La famiglia, a parte la figlia Fanny, lo aveva abbandonato.

Il figlio Luigi tornò a vivere nel paese natio, mentre i nipoti Achille e Luisa rinnegarono persino il cognome Starace. Un’ultima nota di colore, in questo scarno profilo, la si può associare a suo nipote, il celebre omosessuale Giò Stajano, il quale in un’intervista rilasciata in età avanzata al giornalista Francesco Caridi, alla domanda “Chissà che direbbe tuo nonno Achille Starace se ti vedesse, lui che voleva tutti gli italiani maschi e forti…” senza scomporsi rispose: “Direbbe che dopo tanta virilità in famiglia, un po’ di relax ci vuole”.

Da Profico a Caputo: l’avvento del fascismo nel Salento

 

di Alessio Palumbo

 

Nel giungo di novanta anni fa, esattamente il 15 di giugno, Cosimo Profico, un contadino, ex combattente, vicino alle posizioni del neonato partito popolare e attivo fautore delle leghe contadine organizzate da don Vito Marinuzzi e mons. Vito De Razza, incontra in piazza Colonna, ad Ugento, Luigi Ancora.

Ancora è un procaccia postale, un fascista facinoroso, distintosi per gli attacchi ai popolari e per alcune scritte minacciose ed offensive sull’abitazione del De Razza. In piazza Colonna gli animi si surriscaldano facilmente: tra i due scoppia una lite ed il procaccia estrae la pistola. Profico tenta allora di darsi alla fuga, ma quattro colpi di pistola lo raggiungono alla nuca, uccidendolo. Ancora fu arrestato ma, a distanza di due anni quasi esatti (24 giugno) “beneficiando di un decreto di amnistia emanato dal governo Mussolini nel dicembre del 1922, era stato assolto dalla Corte d’Assise di Lecce in quanto l’omicidio di Cosimo Profico (iscritto al Partito Popolare) era stato qualificato come omicidio politico” (S.Coppola, Politica e violenza nel Capo di Leuca all’avvento del fascismo, Lecce, Grafiche Giorgiani, 1999, pp.10-11).

L’omicidio Profico non era certo il primo in ordine di tempo. Il quattro novembre dell’anno precedente degli squadristi di Galatone avevano ucciso Giuseppe Manta, contadino di Sogliano. Tre mesi dopo fu la volta di Salvatore Giuppa

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