Simboli e credenze sulla madia (mattra), indispensabile attrezzo per le famiglie salentine di un tempo

LA CIVILTA’ CONTADINA NEL SALENTO DI FINE OTTOCENTO

QUELLA BENEDETTA MATTHRA
– simboli e credenze sulla madia –

Il rapporto pane-matthra non era soltanto di ordine allocativo (matthra-dispensa), ma si concretizzava in termini che oseremmo definire fecondativi, tenendo presente come in campo semantico ogni madre di famiglia tendesse a creare una continua simbiosi fra matthra e grembo

“Salento ottocentesco”, archivio di Nino Pensabene (Riproduzione vietata)

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

  

     (…) Nominare la matthra* equivaleva a rifarsi all’archetipo dell’economia popolare, imprigionata nei termini del necessario alimentare e quindi calcolabile – per realtà materiale e per immedesimazione psicologica – in base alla disponibilità del pane, conservato appunto nella matthra. Il rapporto pane-matthra, però, non erasoltanto di ordine allocativo (matthra-dispensa), ma si concretizzava in termini che oseremmo definire fecondativi, tenendo presente come in campo semantico ogni madre di famiglia tendesse a creare una continua simbiosi fra matthra e grembo.

Un’espressione tipica di tale rapporto la ritroviamo in occasione della panificazione casalinga, quando le donne, recandosi la sera presso un forno pubblico a prenotare àsciu ti ‘nfurnàta pi’ llu crài (spazio nel forno per l’indomani), dicevano al fornaio: “Cu lla ràzzia ti Ddiu àggiu ‘mprinàta la matthra” (“Con la grazia di Dio ho ingravidato la madia”), il che stava a significare che avevano crisciùtu lu lliàtu, cioè amalgamato la pallottola di pasta inacidita, conservata dalla precedente panificazione, ad un mucchietto di farina affinché questa, nel prolungato contatto con gli enzimi (una notte intera), si tramutasse in altrettanto lievito. Propagazione del processo fermentativo che, vista come atto d’avvio della panificazione, nel ribaltamento simbolico le portava a connaturarla con l’azione dello spermatozoo, meglio ancora con l’incontro dei due gameti (maschile + femminile = pasta inacidita + farina), motivo appunto primario nella fase generativa. Concetto di fecondità ribadito durante l’impasto, anche questo eseguito nel cavo della matthra – soprattutto se si trattava di pane d’orzo (il loro pane abituale), per la cui buona riuscita si doveva usare molta acqua e quindi impastare su un piano protetto da sponde.

Essendo tale impasto – e per l’apporto dell’acqua e per composizione peculiare della farina d’orzo – tanto vischioso da impiastricciare al massimo le mani della lavorante, questa aveva bisogno di un’aiutante che le versasse gradatamente l’acqua occorrente e, al termine della lavorazione, spargesse nella matthra la farina necessaria per avvoltolare le pagnotte, altrimenti

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