Una nuova edizione per la Fondazione. Nardò e i suoi

Nardò e i suoi

Con cerimonia privata, cui si accede per invito, sarà presentato e distribuito questa sera l’ultimo lavoro inserito tra le pubblicazioni della Fondazione, Nardò e i suoi. Studi in memoria di Totò Bonuso.

Un volume di 400 pagine, cartonato, in formato 24×30 cm, con saggi tutti riguardanti Nardò, a cura di Marcello Gaballo, presentazione di Luciano Tarricone. Edizione non in vendita. ISBN: 978-88-906976-5-4.

Saggi di Francesco Giannelli, Armando Polito, Maurizio Nocera, Gian Paolo Papi, Giuliano Santantonio, Fabrizio Suppressa, Paolo Giuri. Giovanni De Cupertinis, Marcello Gaballo, Stefano Tanisi, Alessandra Guareschi, Alessio Palumbo, Elio Ria, Maurizio Geusa, Pino De Luca, Letizia Pellegrini, Massimo Vaglio, Valentina Esposto, Daniele Librato, Mino Presicce, Pippi Bonsegna.

 

 

Luciano Tarricone, presentazione ……………………….……………………………………. p. 1
Francesco Giannelli, Tracce di preistoria e protostoria nel territorio di Nardò …… 5
Armando Polito, Un toponimo sulla riviera di Nardò: la Cucchiàra ………………….. 11
Maurizio Nocera, Della tipografia e dei libri salentini ……………….……………………. 15
Gian Paolo Papi, La “Madonna di Otranto” in territorio di Cascia
tra i possibili lavori del neritino Donato Antonio d’Orlando ……………………………… 29
Armando Polito, Antonio Caraccio l’Arcade di Nardò ……………………..……………… 41
Giuliano Santantonio, Ipotesi di attribuzione di alcuni dipinti
a Donato Antonio D’Orlando, pittore di Nardò ………………………………………………. 67
Fabrizio Suppressa, Torre Termite, la masseria degli olivi selvatici …………………. 81
Paolo Giuri – Giovanni De Cupertinis, Il seminario diocesano di Nardò dal xvii al xix secolo …………………………………………………………………………………………………….. 91
Marcello Gaballo, Un’architettura rurale impossibile da dimenticare.
Lo Scrasceta, dalle origini ai nostri giorni ………………………………………………………101
Stefano Tanisi, Lo scultore leccese Giuseppe Longo
e l’altare di San Michele Arcangelo nella Cattedrale di Nardò ………………….……… 117
Marcello Gaballo, Achille Vergari (1791-1875) e il suo contributo
per debellare il vajolo nel Regno di Napoli ……………………………………………………. 131
Alessandra Guareschi, L’arte “nazionale” di Cesare Maccari nella Cattedrale di Nardò ………………………………………………………………………………………………………. 147
Alessio Palumbo, Il mito di Saturno in politica: le elezioni del 1913 a Nardò ………………………………………………………………………………………………………. 185
Elio Ria, Piazza Salandra, un esempio di piazza italiana. ……………………………….. 193
Maurizio Geusa, Uno sconosciuto fotografo di Nardò al servizio dell’Aeronautica Militare ……………………………………………………………………………………………………… 199
Pino De Luca, Histoire d’(lio)……………..…………………………………………………………. 227
Letizia Pellegrini, Scritture private e documenti.
L’archivio privato di Salvatore Napoli Leone (1905-1980) ………………………………… 231
Massimo Vaglio, Olio e ulivi del Salento ………………..………………………………………. 257
Maurizio Nocera, Diario di un musico delle tarantate. Luigi Stifani di Nardò …………263
Valentina Esposto – Daniele Librato, L’archivio storico del Capitolo
della Cattedrale di Nardò. Inventario (1632-2010) ……………………..……………………. 289
Mino Presicce, Edizioni a stampa della tipografia Biesse di Nardò (1984 – 2015) …377
Pippi Bonsegna, Ricordo di Totò Bonuso una vita per il lavoro… e non solo

 

La chiesa e la confraternita di San Giuseppe a Nardò

chiesa di san Giuseppe Nardò

Sarà presentato Sabato 26 aprile il sesto supplemento della Collana che arricchisce la collana dei “Quaderni degli Archivi diocesani di Nardò-Gallipoli”,  La chiesa e la confraternita di San Giuseppe a Nardò, edizioni Mario Congedo, aggiungendo un altro importante tassello all’opera di ricostruzione storica del tessuto religioso, sociale e urbanistico di Nardò.

Curato da Marcello Gaballo e Fabrizio Suppressa, il volume di 154 pagine, di grande formato, vede la collaborazione di Stefania Colafranceschi, Giovanna Falco, Paolo Giuri, Salvatore Fischetti, Riccardo Lorenzini, Armando Polito, Giuliano Santantonio,  Stefano Tanisi, che hanno offerto saggi di notevole spessore sul culto, iconografia, studi storici e aspetti artistici concernenti il santo e la chiesa neritina a lui dedicata, nella quale ha sede la confraternita.

la facciata della chiesa (ph Paolo Giuri)
la facciata della chiesa (ph Paolo Giuri)

Vengono ricostruite minuziosamente le vicende dell’edificio, realizzato prima della metà del ‘600 su una preesistente chiesetta di Sant’Aniceto, nel pittagio Sant’Angelo, per espresso desiderio del sodalizio, già costituitosi nel 1621.

Tantissimi i documenti citati nel volume, in buona parte inediti e riportati da rogiti notarili e visite pastorali, grazie ai quali si riesce, finalmente, a ricostruire le vicende della bellissima chiesa, a torto ritenuta tra le “minori” della città.

Notevole il corredo pittorico in essa presente, che per la prima volta viene assegnato a valide maestranze salentine del 6 e 700, tra i quali Ortensio Bruno, Nicola Maria De Tuglie, Donato Antonio Carella e Saverio Lillo.

Centinaia di foto documentano le varie espressioni artistiche che si sono sommate nel corso dei secoli, e nel XVIII secolo in particolare, quando la chiesa fu ricostruita a seguito degli ingenti danni riportati nel terremoto del 1743. I rilievi architettonici dell’edificio e dell’annesso oratorio, la ricchissima raccolta di santini provenienti da collezioni private, le bellissime foto e gli inevitabili richiami al culto del santo nella Puglia, accrescono il valore dell’edizione, lodevolmente sostenuta ed incoraggiata dalla confraternita di San Giuseppe.

l'altare maggiore della chiesa (ph Paolo Giuri)
l’altare maggiore della chiesa (ph Paolo Giuri)

Scrive nella presentazione il direttore dell’Ufficio dei Beni Culturali della Diocesi, don Giuliano Santantonio “…Il pregio del lavoro che si pubblica è quello di offrire, in modo documentato e circostanziato, uno sguardo puntuale e dettagliato sulla Chiesa e sulla Confraternita, dalle origini al presente, capace di far apprezzare le significative peculiarità di realtà, come l’edificio sacro e la comunità che è in esso si riconosce, che nel tempo hanno finito per riorganizzare e caratterizzare anche urbanisticamente l’assetto di un intero quartiere, senza il quale la Città sarebbe altra cosa rispetto a come oggi si presenta.

Di particolare interesse è anche il suggestivo sforzo di inquadrare l’origine e lo sviluppo a Nardò del culto verso San Giuseppe nel contesto di un movimento devozionale più ampio, del quale la Città non ha mancato di cogliere i passaggi più decisivi con una tempistica che manifesta, come il tessuto sociale neritino dell’epoca non mancasse di attenzione verso ciò che andava manifestandosi fuori dalla cerchia delle proprie mura. E’ una bella lezione, che a noi, cittadini di un mondo globalizzato, pone l’interrogativo se la nostra capacità di intercettare il futuro che incombe sia ugualmente desta oppure non si sia alquanto assopita”.

particolare dell'altare maggiore (ph Paolo Giuri)
particolare dell’altare maggiore (ph Paolo Giuri)

fronte

fronte retro

Calcare e calcinari nell’Arneo


di Fabrizio Suppressa

La calce, come affermano le fonti antiche di Vitruvio e di Plinio il Vecchio, fu scoperta molto probabilmente per caso a seguito dello spegnimento di un forte incendio di un edificio costruito in pietra calcarea[1]. Già dal IV secolo a.C. era conosciuta da Greci e Fenici che la diffusero attraverso le loro rotte mercantili in tutto il Mediterraneo.

Dagli scavi archeologici risulta che anche i Messapi utilizzarono la calce, sotto forma di malta, per la realizzazione delle proprie abitazioni; anche se per l’edificazione delle cinte murarie a difesa delle polis preferirono impiegare a secco enormi blocchi in calcarenite locale. E’ però con l’ascesa dei Romani che la calce assunse una qualità maggiore, per la realizzazione di infrastrutture ad ampia luce e di edifici mai realizzati fino ad allora. Nel nostro ambito territoriale, la calce, assieme al tufo, estratto nelle tagghiate, costituisce un connubio perfetto che ancora riesce a caratterizzare l’architettura salentina, sia essa aulica o rurale.

 

ph Fabrizio Suppressa

 

La calce e le calcare

La calce viva si ricavava, fino a pochi decenni or sono, in fornaci tradizionali chiamate calcare o meglio carcare nel vernacolo salentino. Queste primitive attività industriali erano localizzate in aree che avevano due caratteristiche imprescindibili: la presenza di boschi o di macchie per la fornitura di combustibile, come legna da ardere e carbone, e la giusta pietra calcarea per la cottura. Quest’ultima doveva essere, tra tutte le rocce del Salento, quella con formazione cristallina tipo pietra viva e dai

Libri. La chiesa e la confraternita di San Giuseppe a Nardò

chiesa di san Giuseppe Nardò

E’ uscito in questi giorni il sesto supplemento della Collana che arricchisce la collana dei “Quaderni degli Archivi diocesani di Nardò-Gallipoli”,  La chiesa e la confraternita di San Giuseppe a Nardò, edizioni Mario Congedo, aggiungendo un altro importante tassello all’opera di ricostruzione storica del tessuto religioso, sociale e urbanistico di Nardò.

Curato da Marcello Gaballo e Fabrizio Suppressa, il volume di 154 pagine, di grande formato, vede la collaborazione di Stefania Colafranceschi, Giovanna Falco, Paolo Giuri, Salvatore Fischetti, Riccardo Lorenzini, Armando Polito, Giuliano Santantonio,  Stefano Tanisi, che hanno offerto saggi di notevole spessore sul culto, iconografia, studi storici e aspetti artistici concernenti il santo e la chiesa neritina a lui dedicata, nella quale ha sede la confraternita.

la facciata della chiesa (ph Paolo Giuri)
la facciata della chiesa (ph Paolo Giuri)

Vengono ricostruite minuziosamente le vicende dell’edificio, realizzato prima della metà del ‘600 su una preesistente chiesetta di Sant’Aniceto, nel pittagio Sant’Angelo, per espresso desiderio del sodalizio, già costituitosi nel 1621.

Tantissimi i documenti citati nel volume, in buona parte inediti e riportati da rogiti notarili e visite pastorali, grazie ai quali si riesce, finalmente, a ricostruire le vicende della bellissima chiesa, a torto ritenuta tra le “minori” della città.

Notevole il corredo pittorico in essa presente, che per la prima volta viene assegnato a valide maestranze salentine del 6 e 700, tra i quali Ortensio Bruno, Nicola Maria De Tuglie, Donato Antonio Carella e Saverio Lillo.

Centinaia di foto documentano le varie espressioni artistiche che si sono sommate nel corso dei secoli, e nel XVIII secolo in particolare, quando la chiesa fu ricostruita a seguito degli ingenti danni riportati nel terremoto del 1743. I rilievi architettonici dell’edificio e dell’annesso oratorio, la ricchissima raccolta di santini provenienti da collezioni private, le bellissime foto e gli inevitabili richiami al culto del santo nella Puglia, accrescono il valore dell’edizione, lodevolmente sostenuta ed incoraggiata dalla confraternita di San Giuseppe.

l'altare maggiore della chiesa (ph Paolo Giuri)
l’altare maggiore della chiesa (ph Paolo Giuri)

Scrive nella presentazione il direttore dell’Ufficio dei Beni Culturali della Diocesi, don Giuliano Santantonio “…Il pregio del lavoro che si pubblica è quello di offrire, in modo documentato e circostanziato, uno sguardo puntuale e dettagliato sulla Chiesa e sulla Confraternita, dalle origini al presente, capace di far apprezzare le significative peculiarità di realtà, come l’edificio sacro e la comunità che è in esso si riconosce, che nel tempo hanno finito per riorganizzare e caratterizzare anche urbanisticamente l’assetto di un intero quartiere, senza il quale la Città sarebbe altra cosa rispetto a come oggi si presenta.

Di particolare interesse è anche il suggestivo sforzo di inquadrare l’origine e lo sviluppo a Nardò del culto verso San Giuseppe nel contesto di un movimento devozionale più ampio, del quale la Città non ha mancato di cogliere i passaggi più decisivi con una tempistica che manifesta, come il tessuto sociale neritino dell’epoca non mancasse di attenzione verso ciò che andava manifestandosi fuori dalla cerchia delle proprie mura. E’ una bella lezione, che a noi, cittadini di un mondo globalizzato, pone l’interrogativo se la nostra capacità di intercettare il futuro che incombe sia ugualmente desta oppure non si sia alquanto assopita”.

particolare dell'altare maggiore (ph Paolo Giuri)
particolare dell’altare maggiore (ph Paolo Giuri)

Espresso 906

di Fabrizio Suppressa

Metto in disparte, seppur per una breve manciata di righe, le mie pietre e i miei castelli, per poter scrivere una tradizionale avventura che capita di rivivere

ogni qualvolta lascio il mio Salento alla volta della mia Torino. Potrà forse risultare un retaggio dei terribili temi delle scuole elementari dal titolo “Le mie vacanze” o forse un piccolo sfogo sui servizi ferroviari italiani, spero però sia inteso dal lettore come una delle tante infinitesime storie che percorrono quotidianamente le nostre vie ferrate. Devo premettere che per me l’Espresso 906 non è un anonimo mezzo di locomozione, ma piuttosto uno di quei luoghi del cuore o forse uno dei quei luoghi non luoghi. Ne conosco odori e rumori che ripercorro dall’età di tre settimane, quando fui trasportato in fasce a Copertino per poter essere “analizzato” nei particolari dalla folta parentela, alla ricerca della razza a cui più somigliassi.

Come di consueto, l’Espresso 906 lascia la città di Lecce alle nove e venti in un brulicare di mani salutanti dalla banchina ferroviaria. Le carrozze, traboccanti di passeggeri, sono un via vai di persone intente a sistemare i propri bagagli; si respira un’aria d’altri tempi, quella dell’emigrazione, una sensazione forse accentuata dalle stampe d’epoca delle varie Venezia e Pisa messe a decoro dell’arredo interno. Nello scompartimento in cui le valigie non “cacciano” mai a causa del carico di prodotti tipici, vi è sempre qualche salentino, di solito di “sotta lu capu“, che con famiglia si reca dopo le vacanze al Nord a lavorare, nell’attesa di una pensione tarda ad arrivare. Si fa subito amicizia, con i soliti discorsi e luoghi comuni; «mo che arriviamo.. chissà il tempo?!», o sovente vi si accenna una gara per il più lungo ritardo o il peggiore disservizio capitato, o in altri casi si elencano i vari tentativi, riusciti o meno, di furto in treno; quelli si che sono sempre di moda! Passano i minuti e i chilometri, presa confidenza, reciprocamente si va all’attacco con il solito «volete favorire?!» esibendo dentro confezioni richiudibili varie manicaretti che per rispetto ai deboli di cuore ne ometterò la descrizione.

Lungo il tragitto, il tempo cessa di essere affidato alle lancette dell’orologio; al suo posto l’incessante sbattere delle porte. «Sbam!». Con un semplice gesto della mano del capotreno, la porta sbatte, e con lei, le molteplici porte del convoglio. Un fischio, un segnale luminoso e con quella porta chiusa, il treno lascia la stazione appena raggiunta per la sua prossima meta, quante storie, amori, tragedie dietro quel semplice tac: è la porta che parla o che vorrebbe parlare e che nessuno è capace di  ascoltare.

Arrivati a Bari, il treno deve attendere l’innesto delle carrozze provenienti dalla Calabria (perennemente in ritardo). Da questo momento ci si prepara per la notte, si spengono le luci esi allungano i sedili. I due bambini dello scompartimento si stendono uno con i piedi in faccia all’altro, mentre gli altri passeggeri cercano di sistemarsi al meglio. Preferisco prima di mettermi a riposo, fare due passi in corridoio e approfittarne per una tappa alla “ritirata“. Varcato il corridoio mi accorgo di non essere più un passeggero della Freccia Adriatica, ma piuttosto di un Indian Express. Dopo un mega slalom tra valigie, cani, gente coricata a terra, fumatori incalliti di Marlboro e tra rifiuti di ogni genere e tipo, torno al mio posto per usufruire del mio sedile cinquanta per cinquanta di colore azzurro Trenitalia. Si rimane in dormiveglia il più del tempo, riuscire a chiudere occhio è un’impresa da record. Si rimane attenti, impauriti un po’ dai discorsi iniziali sui furti, ma ci si può accontentare di una magra consolazione, possedere il posto sopra al carrello del treno non fa certo addormentare. La notte prosegue lunga e rumorosa, «addò’stamu???» si bisbiglia «bo’!? Bologna?» «Rimini?» ma una voce elettronica inizia a ripetere «Ancona, stazione di Ancona!» il viaggio è ancora lungo. Vi si intravedono da una striscia della tendina non tutta abbassata, luci e teste di persone che camminano. Ritorna il sonno. All’improvviso qualcosa mi sveglia, un leggero colpo in testa e poi sul fianco, focalizzo un po’ rincoglionito, niente; è un calzino (con un piede dentro) del bambino (al quanto sonnambulo) che sta a fianco del mio sedile, gli prendo l’arto e lo riposiziono di nuovo nei pressi del volto di suo fratello. Ne approfitto per capire nei pressi di quale stazione siamo, ma con uno sguardo veloce intravedo molta gente stesa a dormire sul pavimento del corridoio; mi reputo fortunato ad aver trovato in tempo la prenotazione. Sono le cinque e mezza, la posizione da Buddha seduto mi ha reso i legamenti muscolari come un elastico al sole salentino, mi alzo per fare quatto passi in corridoio. Niente da fare; camminata rinviata: uno stramaledetto omino con cappellino rosso e carrellino, incede per le carrozze urlando a squarciagola «caffè, cornetti, birra (birra??), tramezzini, cocacola» svegliando l’intero convoglio, obbligando chi è sdraiato in corridoio ad alzarsi per permettere il passaggio del trabiccolo.  Questo è il segno che siamo alle porte di Bologna, e che per fortuna molti passeggeri devono scendere.

«Bologna, stazione di Bologna»! Cinque e trenta del mattino, scendono molti studenti e molti giovani turisti con sacco a pelo e idee rivoluzionarie. «Menu simu, megghiu stamu!» si sente esclamare in qualche scompartimento (concordo pienamente con quest’anonimo passeggero, sicuramente salentino). Fuori Bologna, alle prime luci dell’albeggiare si intravede dal finestrino un paesaggio agrario quasi estraneo. Distese monotone di granoturco abbinate ad un cielo nuvoloso rendono triste un risveglio non certo dolce. L’Espresso 906 continua il suo percorso accumulando sempre più ritardo ad ogni anonima stazione ferroviaria della Pianura Padana.

Piacenza, Stradella, Voghera, Tortona, Alessandria, Asti, Lingotto… il treno giunge a destinazione, Torino Porta Nuova. Si salutano i conterranei, compagni di sventura di una notte e ci si aiuta tra sconosciuti nella discesa dei bagagli. L’ultimo gradino metallico e il piede poggia Torino …nonostante tutto; a quando la prossima discesa?

Nardò. Torre Tèrmide, la masseria degli olivi selvatici

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La masseria Termide vista da ovest (ph. F. Suppressa)

di Fabrizio Suppressa

 

La masseria fortificata Torre Tèrmide o Termite è situata a pochi chilometri a nord-ovest dal centro abitato di Nardò[1], nell’agro denominato Arneo, il vasto e fertile territorio posto lungo l’insenatura jonica della penisola salentina. Secondo il Costantini, la costruzione appartiene alla tipologia delle “Torri a base scarpata con scala esterna”, conformazione questa tipica dell’area di “affittimento neretina”, in cui la stessa è inserita[2].

L’impianto agricolo, dalla conformazione quadrangolare del suo recinto, ha fondamento su una lieve asperità rocciosa del terreno. Al centro del complesso vi è l’elemento fortificato, il nucleo originario del complesso, databile alla prima metà del XVI secolo[3] e caratterizzato dall’aspetto severo della mole bruno-scura dei suoi conci tufacei. La torre è dotata di due accessi, quello inferiore è costituito da una piccolo passaggio, probabilmente successivo, posto nel basamento del fronte nord. Quello superiore, sempre sul medesimo prospetto, è garantito da una ripida e stretta scala in muratura al cui termine vi è un pianerottolo d’arrivo sostenuto da una volta a botte. Questo originariamente era formato da un ponte levatoio in legno movimentato manualmente in caso di necessità. Il sistema difensivo era inoltre dotato di quattro caditoie poste in asse con le principali aperture e di cinque feritoie adatte all’uso di artiglieria di piccolo calibro, come moschetti e archibugi. Dall’ampio terrazzo, la torre comunicava a vista con le limitrofe masserie fortificate di Abbate Cola, Corsari, Agnano e con la torre costiera di S. Isidoro.

La torre al centro della masseria, parte della scala è recentemente crollata (ph. F. Suppressa)
La torre al centro della masseria, parte della scala è recentemente crollata (ph. F. Suppressa)

 

Piuttosto scarne sono le fonti storiche relative al piccolo insediamento agricolo. Dalle pergamene della Curia e del Capitolo di Nardò emerge come la masseria nel giorno del 6 dicembre 1619 sia soggetta ad un nuovo proprietario. Alessandro Vernaleone di Nardò vende infatti a Lupo Antonio Coriolano e ai suoi figli Lucio, Orazio, Cesare e Gerolamo, per 1000 ducati il complesso agricolo[4]. Dagli stessi documenti emerge anche il nome del primo proprietario di cui si hanno notizie: un tal Ottavio figlio di Giovanni Pietro de Vito di Nardò, da cui Alessandro Vernaleone aveva acquistato anni prima la masseria per lo stesso prezzo di 1000 ducati[5].

Gli affari non sembrano andare bene ai nuovi proprietari; pochi anni dopo, il 12 gennaio 1622, un nuovo soggetto entra in società con i Coriolano. Vengono venduti all’Abate Domizio, procuratore del Capitolo di Nardò, al prezzo di 220 ducati, 19 ducati sulle prime rendite annuali della masseria e altri beni stabili “a scelta del Capitolo[6].

Nella prima metà del XVII secolo la masseria passa alla nobile famiglia neretina dei Sambiasi-Massa (per il matrimonio di Ottavio di Pietro Massa con Veronica Sambiasi) come emerge dallo stemma nobiliare posto sul fronte nord della torre[7].

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Stemma della famiglia Sambiasi Massa (ph. F. Suppressa)

Altrettanto interessanti risultano le cartografie storiche che inquadrano l’area in esame. Un primo documento di estrema rilevanza è certamente l’atlante del 1806 detto del Rizzi Zannoni[8], qui infatti la masseria Termide appare rappresentata immersa in un territorio prevalentemente impervio ed incolto, tra le folte macchie dette di Villanova e di Carignano, a non poca distanza dalla via di comunicazione che parallela alla costa da Taranto conduce a Gallipoli.

 

Stralcio del foglio 22 dell’Atlante Rizzi Zannoni
Stralcio del foglio 22 dell’Atlante Rizzi Zannoni

 

Un territorio dalle caratteristiche estremamente differenti da quelle attuali, che giustifica il toponimo “Tèrmide”. Tale vocabolo indica infatti nel dialetto locale l’olivastro, pianta tipica della macchia mediterranea impiegata anticamente per le proprietà di resistenza al clima e alle patologie come portainnesto per gli ulivi da coltivazione; una vera e propria risorsa per la florida olivicoltura di Terra d’Otranto.

Macchie che venivano impiegate anche per il pascolo allo stato brado di ovini e caprini, attività specifica delle masserie dette da “da pecore”, come la nostra in esame, nei cui capienti ricoveri, ingranditi nel corso dei secoli, poteva senz’altro ospitare numerosi capi di bestiame. Anche la cappella dedicata a Sant’Antonio da Padova, protettore degli animali domestici, adiacente al complesso ne è una forte testimonianza di questa importante attività agropastorale.

 

Masseria Termide, cappella di Sant’Antonio Abate (ph. F. Suppressa)
Masseria Termide, cappella di Sant’Antonio Abate (ph. F. Suppressa)

 

Attorno al 1870 la torre della masseria Tèrmide diviene vertice trigonometrico di seconda categoria, per la nascente rete cartografica nazionale redatta dall’Istituto Topografico Militare, viene per questo motivo costruito sul terrazzo, all’angolo di nord-est della torre, un pilastrino in muratura con un centrino in acciaio atto ad ospitare la strumentazione topografica.

Verso la fine dell’Ottocento la masseria risulta accatastata[9], compare l’impianto originario, in cui sono ben individuabili i vari corpi facenti parte dell’insediamento agricolo, i vani accessori, un’aia, una cappella e un cisternone per la raccolta delle acque piovane.

Alla fine della II Guerra Mondiale proprietario del complesso risulta essere il botanico napoletano Gioacchino Ruffo, Principe di Sant’Antimo e Duca di Bagnara e Baranello. Alla morte di costui nel 1947, la proprietà transita alla figlia Maria Lucia, e tale rimane fino al 6 settembre del 1952, quando per decreto dell’allora Presidente della Repubblica[10] Luigi Einaudi, le proprietà (assieme ad altre masserie del Salento, quali Ascanio, Pittuini, Rauccio, Scorpo e li Ronzi) vengono espropriate per 8.347.889,30 di Lire e affidate al neonato Ente per la Riforma Fondiaria di Puglia, Lucania e Molise. Il vasto latifondo[11] dai circa 630 ettari (uno dei più estesi della provincia), viene dapprima dissodato e bonificato, ed inseguito frazionato in “poderi” e “quote” venduti ai contadini assegnatari con patto di riservato dominio.

l vasto latifondo di 630 Ha prima dell’esproprio dell’Ente Riforma
l vasto latifondo di 630 Ha prima dell’esproprio dell’Ente Riforma

La masseria divenne invece un centro di servizio per il patrimonio zootecnico[12] e per questo motivo alcune parti furono demolite per far spazio a nuovi fabbricati e a case coloniche di tipo “Arneo”. Con il fallimento della Riforma Fondiaria, tutto il complesso è entrato in un lento ed inesorabile declino; attualmente di proprietà demaniale, la masseria è saltuariamente occupata da coloni. Lo stato di conservazione è pessimo.

La masseria in una foto degli anni ’70 del Novecento
La masseria in una foto degli anni ’70 del Novecento

[1] La masseria è rintracciabile su Google maps al seguente link: http://goo.gl/maps/kHwTX

[2] A. COSTANTINI, Le masserie fortificate del Salento meridionale, Adriatica, Lecce 1984, p. 30

[3] Ibidem, p. 272

[4] M. PASTORE, Le pergamene della Curia e del Capitolo di Nardò, Centro Studi Salentini, Lecce 1964, p. 28.

[5] Ibidem

[6] Ibidem, p. 30.

[7] M. GABALLO, Araldica civile e religiosa a Nardò, Nardò Nostra, Lecce 1996, p. 65.

[8] G.A. RIZZI ZANNONI, Atlante geografico del Regno di Napoli delineato per ordine di Ferdinando IV Re delle Due Sicilie, Stamperia Reale, Napoli 1789-1808, Foglio 22.

[9] Comune di Nardò, Foglio XLVII, Particella 9 – ringrazio Francesco e Tonino Politano per il prezioso aiuto e per il reperimento delle cartografie catastali

[10] D.P.R. n. 1369 del 6 settembre 1952 e G.U. n. 260 del 10-11-1952

[11] I confini sono così descritti: “A nord, con il limite dei fogli nn. 33 e 34, ad Est, con strada comunale Masseria Console, ad Ovest, con strada vicinale Sant’Isidoro e strada vicinale La Lucia. Sono intersecati nel senso nord-ovest, sud-est dalla strada provinciale Manduria-Nardò e dalla strada comunale Tarantina” G.U. n. 260 del 10-11-1952

[12] A. COSTANTINI 1984, op. cit., p. 102.

Copertino. Il santuario della Madonna della Grottella

 

di Fabrizio Suppressa

Una strofa della pizzica copertinese “lu sciallabbà” recita così: “Gira, gira bella come il vento della Grottella”. Poche semplici parole, cariche di bellezza e di sensualità, descrivono con un colpo di pennello un luogo caro alla memoria degli abitanti di Copertino: il Santuario della Madonna della Grottella.

Santuario della Grottella (ph F.Suppressa)

L’attuale chiesetta sorge nei pressi dell’antico casale di Cigliano, uno dei tanti distrutti durante le invasioni dei Goti e dei Saraceni. Il luogo fu frequentato fin dall’epoca romana, come attesta l’origine prediale del toponimo, ma le uniche tracce antiche rintracciabili sono quelle relative all’epoca dei monaci basiliani. La leggenda narra come nel 1540 un pastorello avendo smarrito un vitello, incominciò in lungo e largo a cercarlo in questa antica terra; lo ritrovò tra cespugli e rovi, inginocchiato davanti l’ingresso di una grotta, dove all’interno due misteriosi ceri accesi  rischiaravano il volto affrescato della Vergine. Il pastore, dopo un attimo di smarrimento, corse subito al vicino paese per annunciare il ritrovamento al Capitolo della Collegiata e a tutta la cittadinanza, che una volta accertata la verità, si recò in processione a venerare la sacra immagine.

Affresco raffigurante il ritrovamento miracoloso

Dietro autorizzazione di Mons. Giovanni Battista Acquaviva, in quel periodo Vescovo di Nardò, fu costruita una piccola cappella; probabilmente si trattava di una piccola costruzione che custodiva l’ingresso del vano ipogeo. In pochi anni dal ritrovamento fortuito dell’immagine, crebbe in tutto il territorio della Terra d’Otranto la devozione verso la Madonna della Grottella. Occorreva quindi un luogo di culto più capiente e dignitoso.

Per questo motivo attorno al 1578 fu costruita per volontà di Mons. Cesare Bovio, Vescovo di Nardò, l’attuale chiesa. Infatti in un manoscritto del 1700 è possibile leggere “l’immagine fu venerata con molte particolari processioni dal clero, e crescendo tuttavia li miracoli, e la di lei fama, si rese in tal maniera celebre non solo in tutta la provincia, ma ancora nel Regno che da per tutto venivano genti a tributarla di doni” e ancora “coll’autorità, e pia munificenza di Monsignore Cesare Bovio (…) fu dalli fondamenti eretta la nuova Chiesa in quella forma, e magnificenza che hora si vede.”

La nuova fabbrica, costruita in piena Controriforma, segue molto dettagliatamente le nuove linee dettate nel 1577 da San Carlo Borromeo e presenti nel suo libro intitolato “Instructiones fabricae et supellectilis ecclesiasticae” ovvero le istruzioni per l’assetto di nuovi edifici di culto. Infatti la chiesa si caratterizza in pianta dalla croce latina a navata unica, con piccoli altari intitolati ad alcuni santi situati lateralmente al posto delle navate laterali. Ed ancora, per garantire un’ottima acustica durante le omelie e le predicazioni, la navata è coperta da una poderosa volta a botte così come prescrivevano le nuove regole. L’unica eccezione è data dal livello del pavimento della chiesa; San Carlo Borromeo stabiliva che le nuove costruzioni fossero elevate di almeno tre gradini al di sopra del piano stradale, la nostra chiesa invece è posta quasi un metro e mezzo al di sotto, e per accedervi dall’esterno, una volta varcata la soglia, è necessario scendere una decina di gradini. Probabilmente questa deroga è dovuta all’antico livello dell’ipogeo, ampliato nel friabile tufo in modo da far poggiare l’altare direttamente sull’antica area sacra e soprattutto per non compromettere la stabilità delle possenti mura perimetrali.

Navata centrale (ph F. Suppressa)

Molto più semplice e pulita la facciata dai lineamenti cinquecenteschi, composta da un profilo a capanna con al centro un ampio rosone decorato con putti, foglie e fiori, e un portale in pietra leccese sormontato da una piccola statua raffigurante la Madonna con Bambino.

All’interno della chiesa non mancano pregevoli testimonianze artistiche, sulla sinistra si susseguono gli altari intitolati a San Leonardo, San Francesco, Sant’Eligio e Sant’Antonio, mentre sulla destra sono presenti gli altari dedicati al Calvario e San Giuseppe Sposo; quest’ultimo attribuito con certezza allo scultore barocco Giuseppe Longo di Lecce. L’altare privilegiato è invece opera dello scultore Donato Chiarello, realizzato in pietra leccese con alcune parti in rilievo dorate e presenta al centro l’affresco ritrovato dal pastorello della leggenda.

Particolare del portale in pietra leccese

Interamente affrescata è la parete dell’abside sinistra, in alto, nel catino, troviamo Santa Cecilia che suona e canta con gli angeli la gloria di Dio, immediatamente sotto vi è la scena del ritrovamento miracoloso, e infine nella parte inferiore vi sono gli affreschi di San Francesco che riceve le stimmate e accanto il mistero della Visitazione.

Come ci ricorda la strofa della pizzica, il luogo è caratterizzato da un particolare venticello, fresco e asciutto nel periodo estivo, costantemente in rotazione da tutti i quadranti. Questa peculiarità avviene grazie alle caratteristiche geografiche dell’area, posta infatti su un piccolo poggio a spartiacque tra la Valle della Cupa e la piana di Copertino. Per questo motivo l’area fu la sede prediletta per la villeggiatura estiva di nobili e prelati e nel 1579 il Vescovo di Nardò, Mons. Cesare Bovio vi aggiunse “un comodo, et opportuno Palazzo fabbricatovi (…) attaccato alla chiesa medesima per divertimento e soggiorno de’ Vescovi Suoi Successori”.

Il 23 Febbraio 1613 la chiesetta passò sotto la tutela dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali grazie all’intercessione di Padre Donato Caputo di Copertino e nel 1618 si diede vita ad una piccola comunità monastica dipendente dal Convento di San Francesco intra moenia. In quegli anni, durante i lavori di ingrandimento del complesso monastico, vi lavorò come manovale il quindicenne Giuseppe Desa che tra quelle pietre maturò l’idea di farsi frate. Qui visse per circa 17 anni prima da oblato, poi da novizio, in seguito da diacono e infine fu ordinato sacerdote a Poggiardo il 18 Marzo 1628. La devozione alla Madonna della Grottella era talmente intensa da portare il frate in estasi; davanti alla sacra immagine, che lui amava chiamare “la Mamma mia”, volava “come ape che coglie il nettare dai fiori”. La fama del frate che volava, aumentò la mole di devoti che accorrevano al santuario, ma insospettì anche la Santa Inquisizione e il 21 ottobre 1638 Padre Giuseppe dovette lasciare la sua amata Grottella per recarsi alla volta di Napoli per comparire dinnanzi al tribunale del Sant’Uffizio. Non tornò più nei suoi amati luoghi, e dopo un lungo peregrinare tra Roma, Assisi, Pietrarubbia e Fossombrone, approdò a Osimo dove morirà il 18 settembre 1663.

Altare Privilegiato, affresco della Madonna della Grottella

Nel 1753, in occasione della Beatificazione di Fra Giuseppe da Copertino, fu demolita l’abside destra e vi fu aggiunta la cappella in onore del novello Beato, dove qualche anno dopo fu posta sotto l’altare la cassa mortuaria, donata per l’occasione dai confratelli di Osimo.

Il lento declino del Santuario iniziò dapprima nel 1810 con le leggi napoleoniche; i frati continuarono in ogni caso ad officiare e a vivere in convento fino alla definitiva chiusura del 1867, causata dalla legge di soppressione degli ordini monastici. I beni mobili furono incamerati e venduti dal Regio Demanio, mentre tutto il complesso andò lentamente in rovina fino agli anni ’50 del Novecento, quando i Frati Minori Conventuali ritornarono in possesso del Santuario e si poterono apprestare i primi urgenti lavori di restauro.

Un discorso a parte merita la storia della Grottella durante la Seconda Guerra Mondiale. L’intero complesso fu requisito dalla Regia Aeronautica e trasformato in deposito di munizioni e ordigni a servizio dei vicini aeroporti di Galatina e di Leverano. A partire dal 1940, durante i bombardamenti da parte degli Alleati sui cieli salentini, molti copertinesi venivano a rifugiarsi in questo luogo nonostante la pericolosità e la sensibilità dell’area, probabile obiettivo dell’aviazione nemica.

Le fonti orali narrano di come gli Alleati non bombardarono volutamente il facile bersaglio del Santuario poiché molti piloti italoamericani erano devoti a San Giuseppe da Copertino, Santo protettore degli aviatori. Infatti, tra leggenda e realtà, molti contadini delle nostre campagne sostenevano di aver visto tra le lamiere di alcuni aerei abbattuti medagliette o santini raffiguranti il Santo, come altrettanto riferirono alcuni soldati americani dopo gli sbarchi del 1943.

Ed è così che il “santuario dei copertinesi” entrò a far parte della storia anche in questa occasione.

 

Bibliografia:

P. Bonaventura Popolizio, La Grottella, Santuario mariano del Salento, Copertino, Ed. Il Santo dei Voli, 1958.

F. Verdesca, M. Cazzato, A. Costantini, Guida di Copertino, Galatina, Congedo Editore, 1996.

 

Particolare del rosone (ph F. Suppressa)

Fabrizio Suppressa

Fabrizio Suppressa, è nato a Torino nel maggio del 1987 ed ha origini salentine. Attualmente studia Architettura presso il Politecnico di Torino. Estremamente affascinato dalla Terra d’Otranto ed in particolare dall’architettura e dai materiali lapidei grazie anche alla guida del nonno maestro muratore e scalpellino dilettandosi altresì nella lavorazione di legno d’ulivo e pietra leccese. Nel 2007 fonda con una sua cara amica il sito Ankalè di cui è webmaster e curatore dei contenuti. Spera un giorno di poter praticare la libera professione di architetto nel Salento.

Il castello di Copertino

di Fabrizio Suppressa

Immerso tra il verde degli ulivi salentini e a pochi chilometri dal blu del mare Ionio sorge Copertino, un comune popolato da poco meno di 25000 abitanti. Se dovessimo descrivere questa ridente cittadina con un’immagine che la rappresenta, senz’altro ci lasceremmo catturare dalla mole bruno-carparo del castello cinquecentesco e dal mastio angioino inglobato nella fortezza. Una perfetta macchina da guerra, che seppur svaniti i cupi periodi bellicosi, continua tutt’ora a destare rispetto e meraviglia ai turisti che giungono a visitare il Monumento Nazionale.

veduta aerea di Copertino

Ripercorriamo brevemente le origini del fortilizio celate nelle gagliarde murature, sino ad arrivare all’attuale conformazione del “più grande, bello e forte castello che si vegga nella provincia”, per dirla con le parole del Marciano, opera di Evangelista Menga “Architettore eccellentissimo, (..) della Cesarea Maestà di Carlo V”. 

Delle primordiali origini del castello di Copertino vi sono molte ipotesi, la più avvincente riguarda una possibile fondazione bizantina di un castéllion o di una piccola cittadella fortificata che amministrava fiscalmente e militarmente i limitrofi casali. Nonostante accurati saggi di scavi e rilievi a

L’elegante torre federiciana di Leverano (Lecce)

La torre di Leverano (ph Fabrizio Suppressa)

di Fabrizio Suppressa

Tra le tante torri che svettano sulla penisola salentina, ce n’è una in particolare che racchiude nelle sue geometrie e nelle forme una raffinata eleganza. Stiamo parlando della torre federiciana, emblema dello stendardo leveranese, che da più di 700 anni domina il fiorente abitato della pianura copertinese.

Fu voluta da Federico II di Svevia, il Puer Apuliae, e ultimata nel 1220 come baluardo a difesa dell’abitato e delle coste cesarine, imperversate a quell’epoca da scorribande saracene. Fu posizionata secondo una rete di piazzeforti che proteggeva l’entroterra jonico, assieme alle fortificazioni di Mesagne, Oria e Uggiano Montefusco e collegata visivamente con il primordiale impianto svevo del futuro castello di Copertino (secondo parecchie fonti orali i due fortilizi erano collegati da improbabili gallerie ipogee).

La torre è la più alta della Terra d’Otranto, si erge per 28 metri tra le basse abitazioni circostanti, anche se, originariamente la costruzione sorgeva isolata all’interno delle mura cittadine con un profondo fossato largo alcuni metri.

Varcato l’uscio d’ingresso, posto nel poderoso basamento lievemente scarpato, si raggiunge un ambiente voltato a botte ogivale, dove lateralmente è posta una particolarissima scala a chiocciola a doppia spira (forse unica in tutto il Salento) che si sviluppa nell’anima della muratura per tutta l’altezza della torre.

Raggiunto il primo livello, non si può far altro che alzare gli occhi per ammirare le pareti interne dal colore ambrato, sino alla splendida volta a crociera dai costoloni bicromi. Questa particolarità, realizzata con l’alternarsi di conci in tufo e pietra leccese molto simile al coevo portico dei Cavalieri Templari di Brindisi, denota una chiara influenza orientale, tipica delle strutture duecentesche del Meridione d’Italia.

interno della torre (ph. F. Politano)

L’eleganza della torre risiede nelle raffinate decorazioni e nella perfetta fattura degli apparecchi murari, opere peculiari dell’architettura normanna. Come per esempio i caminetti con le deliziose foglie d’acanto, gli architravi dai precisi incastri e soprattutto le cornici delle finestre con il particolare motivo a zigzag (ornamento a “denti di sega” o a Baton-Rompus secondo Viollet Le Duc). Quest’ultima decorazione, riscontrabile anche nel santuario di Santa Maria della Lizza e nel campanile del Duomo di Nardò, è stata inspiegabilmente privata delle originarie proporzioni nel recente restauro a causa dell’inspessimento delle cornici con fasce in pietra leccese.

La torre era inoltre suddivisa in tre livelli con solai lignei, successivamente crollati o demoliti, come si desume dagli incassi delle travi nella muratura e dagli elaborati caminetti disposti quasi a mezz’aria.

Dall’ampio terrazzo, un tempo protetto da strutture in legno, la torre partecipò alla difesa dell’abitato, come ci ricorda il Marciano nel capitolo dedicato alla sua città natìa:

“Verso il 1220 Federico II vi edificò la torre, (…) acciò dalle scorrerie de’ nemici si difendesse il luogo, il quale per I’arme che si usavano in quelli tempi era fortissimo. E nell’anno 1373, o secondo il Coniger 1378, Francesco del Balzo Duca di Andria, rottosi colla Regina Giovanna I, condusse nel regno di Napoli Giovanni Montacuto capitano Bretone con seimila Brettoni ed Inglesi; ed avendo nella Puglia occupato Canosa, Minervino, Gravina ed Altamura, passò nell’assedio della città di Lecce, e nel passaggio distruggendo quanti luoghi incontrava della Regina distrusse con repentino assalto il Casale Albaro, i cui abitatori si ridussero ad abitare in questa terra.”

Ed ancora, nel 1484 resistette all’assalto dei Veneziani, che in quel periodo avevano occupato Gallipoli e i territori circostanti, mentre nel 1528 riuscì a resistere ai francesi comandati dal visconte di Lautrec.

Con il repentino passaggio delle tecniche difensive da piombante a radente iniziò il triste declino della nostra torre. Il dongione divenuto oramai un facile obiettivo delle artiglierie, fu trascurato dai vari feudatari e trasformato in magazzino per suppellettili e granaglie. Subì ulteriori sfregi quando in seguito, l’ampio locale interno fu trasformato in una vera e propria colombaia mediante l’asportazione, con un disegno a scacchiera, di alcuni conci dalla muratura.

Pericolante a metà ‘800, la torre fu “riscoperta” dai galantuomini più illustri di Terra d’Otranto, tra cui il De Simone, il De Giorgi e l’Arditi. Costoro si attivarono energicamente affinché si intraprendessero i primi lavori di consolidamento statico della volta a crociera e il riconoscimento della torre come monumento nazionale (1870).

Dobbiamo proprio alle loro azioni e alla loro tenacia se tuttora possiamo ammirare e visitare l’eleganza di questa agile costruzione svettante sopra le assolate terrazze della città dei fiori.

Le decorazioni nelle note di Cosimo De Giorgi

Bibliografia:

M. Paone, La Torre, in Tempi, uomini e cose di Leverano, Galatina, Editrice Salentina, 1985.

R. De Vita, Castelli e opere fortificate di Puglia, Bari, Adda Editore, 1974

L’arte di scavare la pietra

di Fabrizio Suppressa

I primi abitanti che popolarono il nostro territorio erano prevalentemente semi-nomadi, si spostavano a seconda dei periodi stagionali con gli armenti al seguito, alla ricerca di pascoli da utilizzare. I loro ricoveri erano costruiti con materiale vegetale (legno, canne, fango, pelli), sul suolo calcareo, come testimoniano i numerosi buchi da palo, scavati nella roccia in aree costiere o sulle alture rocciose.

Con lo stanziamento, le invasioni e l’influenza di altri popoli, nonché con lo sviluppo di nuove tecnologie, l’uomo iniziò a sfruttare ciò che aveva in abbondanza – il materiale lapideo – ricercando nuove soluzioni edilizie adatte ai nuovi bisogni.
Sulle scogliere di Porto Selvaggio è presente una cava, datata all’epoca messapica, da cui si estraeva una roccia calcarea molto compatta e resistente, cavata con un metodo molto antico: venivano scavati i contorni del concio da estrarre e si infilavano al di sotto dei cunei di legno che, bagnati abbondantemente con acqua, dilatandosi provocavano il distaccamento del pezzo dal substrato roccioso;  sono ancora visibili i segni lasciati dagli scalpelli, e numerosi blocchi monolitici, alcuni di notevoli dimensioni, che aspettano da millenni un imbarco, dai resti del sommerso molo d’attracco delle navi.

Passarono i secoli e dal vicino Oriente arrivarono i monaci Basiliani, portatori di grandi conoscenze tecniche, oltre che della cultura e della lingua. Essi erano dediti prevalentemente all’esercizio spirituale, in ascesi, o in piccoli cenobi. A causa delle persecuzioni iconoclaste e delle scorrerie di pirati e barbari, preferirono realizzare i loro luoghi di culto e le loro dimore in cavità ipogee che scavarono a mano, creando cripte, abitazioni a grotta, depositi per derrate alimentari. Alcuni complessi molto articolati dove si uniscono con splendidi affreschi raffiguranti scene di rievocazioni evangeliche e figure di santi per lo più orientali sono tra i capolavori del Salento. I monaci insegnarono alle nostre genti medievali i benefici di queste tipologie abitative di cui rimangono molte testimonianze nei pressi di Casole a Copertino, come pozzelle e case a grotta, ormai riempite di terra per piantarvi ulivi. Rimangono ancora alcune cripte, come a Veglie quella della Favana, in agro di Nardò quella di Sant’Antonio Abate, a Copertino quella di Masseria Monaci, della Grottella; rimangono anche alcune testimonianze orali, seppur molto fantasiose di lunghe gallerie che collegano varie località, come i conventi.

 

Dal Basso Medioevo agli Anni ’50

Con la necessità di accorpamento della popolazione e la relativa difesa, cresce il bisogno di materiale edilizio per la costruzione delle strutture. Nasce così la nuova figura dello zzoccatore, o del cavamonti, mentre il paesaggio rurale si trasforma; alcune aree adatte all’estrazione vengono trasformate per la nuova attività “industriale”. Lo zzoccatore, era uno dei mestieri più duri e meno pagati, il nome deriva dall’unico attrezzo usato, lo zzueccu; un ferro con due punte, la prima lunga circa 35 cm e stretta, disposta a coltello, serviva per creare i quattro solchi paralleli, che davano i lati al concio, la seconda punta più corta, lunga circa 20 cm, con forma di ascia, serviva ad estrarre il pezzo mediante lievi colpi e facendo leggermente leva alla base, e per livellarne le irregolarità.

Lu zzueccu Esiste ancora a Copertino, il vico degli zoccatori, un rione all’epoca molto povero e con le condizioni igieniche ai limiti della vivibilità, caratterizzato da una strada molto stretta con le case ammassate le une e le altre, situata appena fuori le mura sulla direttrice, stradale che portava alle tagghiate, ovvero alle cave.

In base alle richieste de lu mesciu, il cavamonti estraeva i cuzzetti, i pezzi, che in cantiere in base alle dimensioni prendevano il nome di purpittagnu con sezione quadrata di 25 cm, pizzottu con 30 cm di base, Palmo e mezzo con 35 cm di base. L’altezza veniva definita tagghia, ed era in legno e costante per tutti i zoccaturi (25 cm nel Novecento, ma varia a seconda delle epoche), la lunghezza invece variava a seconda dell’utilizzo e si misurava in palmi.

La qualità del tufo faceva dipendere il prezzo, quello rosso, era di scarso valore poiché il primo strato sotto il terreno era ricco di umidità e molto più friabile, sovente era utilizzato per le fondazioni o scartato, quello bianco, di media qualità veniva estratto dalle parti più basse della cava, quello giallo, per tutti gli impieghi variava di prezzo in base all’area di estrazione, le più rinomate erano presso masseria la Torre (torre te lu fieu) e li Monaci. Infine il materiale veniva trasportato dalla cava al cantiere tramite il trainieri.

Il paesaggio che si viene a creare è molto singolare, le cavità prendono forma a gradini, a causa dell’ingombro laterale dello zzueccu, con un labirinto irregolare costituito di varie stanze, dislivelli, scale e pinnacoli di pietra non estratta poiché di cattiva qualità (con catene o linee di cozza).
Una volta esaurita, la cava veniva recuperata a giardino, pian piano la natura si riappropriava della terra, e crescevano spontaneamente, chiappari, tumi, fichi, ficatigne, mentre in anfratti più ampi venivano piantati ulivi o agrumi; con il materiale tufaceo di scarto venivano realizzati muretti a secco di contenimento o di confine, e furnieddhi per riparo dalle improvvise intemperie.
La natura geologica del tufo permette la creazione di questi miracolosi giardini ad esempio il mantenimento dell’umidità in caso di siccità; questi esempi sono ritrovabili nell’area a sud est di Copertino, ma purtroppo c’è da constatare l’ignoranza di molte persone, che hanno utilizzato questi anfratti per liberarsi di elettrodomestici non più funzionanti, materassi rigorosamente bruciati, carcasse di auto, e l’immancabile “cesso” incontrastato principe delle improvvisate discariche salentine.

Consiglio ai lettori la visione di questo bel documento dell’Istituto Luce, a proposito delle nostre cave:

http://www.youtube.com/watch?v=n1Q8WJcalTY

Girolamo Marciano e la Fata Morgana

di Fabrizio Suppressa

 

Acquitrini, laghi, lame e paludi erano fino ai primi del Novecento elemento caratterizzante del paesaggio salentino. Luoghi scarsamente popolati a causa della diffusione del morbo malarico ma posti occasionalmente frequentati dalle genti locali che vi traevano importanti prodotti naturali utili all’artigianato e al sostentamento alimentare. Aree anche cariche di mistero e magia, patria di “magiare” streghe o fattucchiere che con le zone isolate e con i miasmi degli acquitrini trovavano il luogo ideale per praticare i loro intrugli.

Copertino. Il santuario della Madonna della Grottella

 

di Fabrizio Suppressa

Una strofa della pizzica copertinese “lu sciallabbà” recita così: “Gira, gira bella come il vento della Grottella”. Poche semplici parole, cariche di bellezza e di sensualità, descrivono con un colpo di pennello un luogo caro alla memoria degli abitanti di Copertino: il Santuario della Madonna della Grottella.

Santuario della Grottella (ph F.Suppressa)

L’attuale chiesetta sorge nei pressi dell’antico casale di Cigliano, uno dei tanti distrutti durante le invasioni dei Goti e dei Saraceni. Il luogo fu frequentato fin dall’epoca romana, come attesta l’origine prediale del toponimo, ma le uniche tracce antiche rintracciabili sono quelle relative all’epoca dei monaci basiliani. La leggenda narra come nel 1540 un pastorello avendo smarrito un vitello, incominciò in lungo e largo a cercarlo in questa antica terra; lo ritrovò tra cespugli e rovi, inginocchiato davanti l’ingresso di una grotta, dove all’interno due misteriosi ceri accesi  rischiaravano il volto affrescato della Vergine. Il pastore, dopo un attimo di smarrimento, corse subito al vicino paese per annunciare il ritrovamento al Capitolo della Collegiata e a tutta la cittadinanza, che una volta accertata la verità, si recò in processione a venerare la sacra immagine.

Affresco raffigurante il ritrovamento miracoloso

Dietro autorizzazione di Mons. Giovanni Battista Acquaviva, in quel periodo Vescovo di Nardò, fu costruita una piccola cappella; probabilmente si trattava di una piccola costruzione che custodiva l’ingresso del vano ipogeo. In pochi anni dal ritrovamento fortuito dell’immagine, crebbe in tutto il territorio della Terra d’Otranto la devozione verso la Madonna della Grottella. Occorreva quindi un luogo di culto più capiente e dignitoso.

Per questo motivo attorno al 1578 fu costruita per volontà di Mons. Cesare Bovio, Vescovo di Nardò, l’attuale chiesa. Infatti in un manoscritto del 1700 è possibile leggere “l’immagine fu venerata con molte particolari processioni dal clero, e crescendo tuttavia li miracoli, e la di lei fama, si rese in tal maniera celebre non solo in tutta la provincia, ma ancora nel Regno che da per tutto venivano genti a tributarla di doni” e ancora “coll’autorità, e pia munificenza di Monsignore Cesare Bovio (…) fu dalli fondamenti eretta la nuova Chiesa in quella forma, e magnificenza che hora si vede.”

La nuova fabbrica, costruita in piena Controriforma, segue molto dettagliatamente le nuove linee dettate nel 1577 da San Carlo Borromeo e presenti nel suo libro intitolato “Instructiones fabricae et supellectilis ecclesiasticae” ovvero le istruzioni per l’assetto di nuovi edifici di culto. Infatti la chiesa si caratterizza in pianta dalla croce latina a navata unica, con piccoli altari intitolati ad alcuni santi situati lateralmente al posto delle navate laterali. Ed ancora, per garantire un’ottima acustica durante le omelie e le predicazioni, la navata è coperta da una poderosa volta a botte così come prescrivevano le nuove regole. L’unica eccezione è data dal livello del pavimento della chiesa; San Carlo Borromeo stabiliva che le nuove costruzioni fossero elevate di almeno tre gradini al di sopra del piano stradale, la nostra chiesa invece è posta quasi un metro e mezzo al di sotto, e per accedervi dall’esterno, una volta varcata la soglia, è necessario scendere una decina di gradini. Probabilmente questa deroga è dovuta all’antico livello dell’ipogeo, ampliato nel friabile tufo in modo da far poggiare l’altare direttamente sull’antica area sacra e soprattutto per non compromettere la stabilità delle possenti mura perimetrali.

Navata centrale (ph F. Suppressa)

Molto più semplice e pulita la facciata dai lineamenti cinquecenteschi, composta da un profilo a capanna con al centro un ampio rosone decorato con putti, foglie e fiori, e un portale in pietra leccese sormontato da una piccola statua raffigurante la Madonna con Bambino.

All’interno della chiesa non mancano pregevoli testimonianze artistiche, sulla sinistra si susseguono gli altari intitolati a San Leonardo, San Francesco, Sant’Eligio e Sant’Antonio, mentre sulla destra sono presenti gli altari dedicati al Calvario e San Giuseppe Sposo; quest’ultimo attribuito con certezza allo scultore barocco Giuseppe Longo di Lecce. L’altare privilegiato è invece opera dello scultore Donato Chiarello, realizzato in pietra leccese con alcune parti in rilievo dorate e presenta al centro l’affresco ritrovato dal pastorello della leggenda.

Particolare del portale in pietra leccese

Interamente affrescata è la parete dell’abside sinistra, in alto, nel catino, troviamo Santa Cecilia che suona e canta con gli angeli la gloria di Dio, immediatamente sotto vi è la scena del ritrovamento miracoloso, e infine nella parte inferiore vi sono gli affreschi di San Francesco che riceve le stimmate e accanto il mistero della Visitazione.

Come ci ricorda la strofa della pizzica, il luogo è caratterizzato da un particolare venticello, fresco e asciutto nel periodo estivo, costantemente in rotazione da tutti i quadranti. Questa peculiarità avviene grazie alle caratteristiche geografiche dell’area, posta infatti su un piccolo poggio a spartiacque tra la Valle della Cupa e la piana di Copertino. Per questo motivo l’area fu la sede prediletta per la villeggiatura estiva di nobili e prelati e nel 1579 il Vescovo di Nardò, Mons. Cesare Bovio vi aggiunse “un comodo, et opportuno Palazzo fabbricatovi (…) attaccato alla chiesa medesima per divertimento e soggiorno de’ Vescovi Suoi Successori”.

Il 23 Febbraio 1613 la chiesetta passò sotto la tutela dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali grazie all’intercessione di Padre Donato Caputo di Copertino e nel 1618 si diede vita ad una piccola comunità monastica dipendente dal Convento di San Francesco intra moenia. In quegli anni, durante i lavori di ingrandimento del complesso monastico, vi lavorò come manovale il quindicenne Giuseppe Desa che tra quelle pietre maturò l’idea di farsi frate. Qui visse per circa 17 anni prima da oblato, poi da novizio, in seguito da diacono e infine fu ordinato sacerdote a Poggiardo il 18 Marzo 1628. La devozione alla Madonna della Grottella era talmente intensa da portare il frate in estasi; davanti alla sacra immagine, che lui amava chiamare “la Mamma mia”, volava “come ape che coglie il nettare dai fiori”. La fama del frate che volava, aumentò la mole di devoti che accorrevano al santuario, ma insospettì anche la Santa Inquisizione e il 21 ottobre 1638 Padre Giuseppe dovette lasciare la sua amata Grottella per recarsi alla volta di Napoli per comparire dinnanzi al tribunale del Sant’Uffizio. Non tornò più nei suoi amati luoghi, e dopo un lungo peregrinare tra Roma, Assisi, Pietrarubbia e Fossombrone, approdò a Osimo dove morirà il 18 settembre 1663.

Altare Privilegiato, affresco della Madonna della Grottella

Nel 1753, in occasione della Beatificazione di Fra Giuseppe da Copertino, fu demolita l’abside destra e vi fu aggiunta la cappella in onore del novello Beato, dove qualche anno dopo fu posta sotto l’altare la cassa mortuaria, donata per l’occasione dai confratelli di Osimo.

Il lento declino del Santuario iniziò dapprima nel 1810 con le leggi napoleoniche; i frati continuarono in ogni caso ad officiare e a vivere in convento fino alla definitiva chiusura del 1867, causata dalla legge di soppressione degli ordini monastici. I beni mobili furono incamerati e venduti dal Regio Demanio, mentre tutto il complesso andò lentamente in rovina fino agli anni ’50 del Novecento, quando i Frati Minori Conventuali ritornarono in possesso del Santuario e si poterono apprestare i primi urgenti lavori di restauro.

Un discorso a parte merita la storia della Grottella durante la Seconda Guerra Mondiale. L’intero complesso fu requisito dalla Regia Aeronautica e trasformato in deposito di munizioni e ordigni a servizio dei vicini aeroporti di Galatina e di Leverano. A partire dal 1940, durante i bombardamenti da parte degli Alleati sui cieli salentini, molti copertinesi venivano a rifugiarsi in questo luogo nonostante la pericolosità e la sensibilità dell’area, probabile obiettivo dell’aviazione nemica.

Le fonti orali narrano di come gli Alleati non bombardarono volutamente il facile bersaglio del Santuario poiché molti piloti italoamericani erano devoti a San Giuseppe da Copertino, Santo protettore degli aviatori. Infatti, tra leggenda e realtà, molti contadini delle nostre campagne sostenevano di aver visto tra le lamiere di alcuni aerei abbattuti medagliette o santini raffiguranti il Santo, come altrettanto riferirono alcuni soldati americani dopo gli sbarchi del 1943.

Ed è così che il “santuario dei copertinesi” entrò a far parte della storia anche in questa occasione.

 

Bibliografia:

P. Bonaventura Popolizio, La Grottella, Santuario mariano del Salento, Copertino, Ed. Il Santo dei Voli, 1958.

F. Verdesca, M. Cazzato, A. Costantini, Guida di Copertino, Galatina, Congedo Editore, 1996.

 

Particolare del rosone (ph F. Suppressa)

Il paesaggio dell’Arneo attraverso i segni e i luoghi dell’acqua

di Fabrizio Suppressa

Se c’è un elemento che può descrivere appieno le caratteristiche dell’agro neretino, questo è certamente l’acqua; materia presente e al contempo nascosta, che ha modellato il paesaggio naturale ed umano di quest’angolo di Salento.

Tale rapporto tra territorio e acqua lo si evince già dalle tante leggende. Si narra infatti che l’insediamento di Nardò fu fondato laddove un toro, colpendo con lo zoccolo il terreno, fece zampillare una sorgente d’acqua. Ritroviamo lo stesso legame anche nell’etimologia della parola “Arneo”, poiché secondo alcuni studiosi il termine deriva da Varneus, toponimo che indica un “terreno ricco d’acqua”[1].

Il prezioso liquido, con le sue strutture per l’approvvigionamento, ha disegnato ed impresso la trama della viabilità e della toponomastica dell’Arneo. Nella parte bassa e pianeggiante di questo territorio, pozzi attingevano ad uno dei più vasti giacimenti d’acqua dolce del Salento, ma poiché era difficoltosa sia la natura geologica del suolo sia la pratica di scavare pozzi, il numero di questi scavi nel passato era assai esiguo.

Ed infatti durante il periodo medioevale la maggior parte dei casali si addensa in prossimità di una risorsa idrica esistente e in alcuni casi il nome deriva proprio da questa caratteristica, come ad esempio Pozzo d’Arneo e Pozzovivo. La prima località, che fu in epoca imperiale una villa rustica, conserva ancora l’antico pozzo di fattura romana scavato a mano[2] e fu per secoli punto di riferimento per la viabilità neretina trovandosi in prossimità della via Sallentina. Proprietà termali sembra avessero avuto le acque del profondo pozzo della masseria Messere, nelle vicinanze del secondo casale, tant’è che nel ‘600 molti nobili e prelati neretini venivano a curarsi il così detto “mal della pietra”[3].

Anche nel periodo successivo al Medioevo, l’elemento acqua ha contribuito a variegare la geografia del territorio. Come ad esempio masseria Ingegna, nome che ricorda la ‘ngegna, una noria o ruota idraulica mossa a forza animale, che grazie ad un sistema di pulegge e secchi, sollevava l’acqua dal fondo del pozzo alle colture.

Altrettanto curiosa è l’origine del toponimo “monsignore” dove è sita la famosa masseria Trappeto. La leggenda popolare narra di una ricca ereditiera, proprietaria di tutti quei vasti fondi, che fu rinchiusa dai familiari in un profondo pozzo, poiché voleva donare le estese proprietà alla chiesa e

Tutto in una notte. La guglia di Soleto e la carcara ti li tiàuli

 

di Marcello Gaballo

 

La bellissima guglia di Soleto è uno dei capolavori di Terra d’Otranto ed è ben nota a tutti i pugliesi per la sua storia e per la ricca decorazione che offre.

Chiunque arrivi nelle operosa cittadina è accolto dalla maestosità dell’opera quadrangolare e dal fine lavoro di ornato che sembra scatenarsi dal terzo ordine in poi, per quietarsi nel tiburio ottagonale, librandosi nel cielo del Salento attraverso le maioliche policrome del capolino conclusivo. Indescrivibile la sensazione provata quando lo si osservi al tramonto, quando la luce solare radente esalta ogni minimo ricamo lapideo esaltandone la bellezza e l’originalità.

Le singolari bifore, gli intagli e i numerosi arabeschi, le colonne tortili, i numerosissimi mascheroni zoomorfi e antropomorfi, i superbi grifoni, le cornici trilobate, la straordinaria e delicata balaustra  rendono merito all’orgoglio cittadino soletano e alla sua inclusione tra i monumenti nazionali. Spiace, ancora una volta, constatare quanto l’arte meridionale, e salentina in particolare, sia poco considerata e pubblicizzata.

Tralasciamo le vicende architettoniche della chiesa, che fu ultimata nel 1783 dal copertinese Adriano Preite. Questi addossò la semplice facciata alla guglia, tanto da annullare il quasi totale ed emblematico isolamento della torre[1] dopo circa 400 anni dalla sua costruzione.

Gli studi accreditati di M. Cazzato e L. Manni hanno dimostrato che il nucleo originario della nostra guglia fu edificato dal potente conte Raimondello Orsini del Balzo, proseguito e decorato da suo figlio Giovannantonio, conte di Soleto e principe di Taranto, morto nel 1463. Abbandonate dunque tutte le fantasie e improbabili attribuzioni, compresa quella a Matteo Tafuri, celebre alchimista e filosofo, esperto in esoterismo, ed occultismo e per questo ritenuto il mago di Soleto, che però era nato almeno un secolo dopo il documentato 1397, al quale risale la nostra torre.

La spettacolarità della guglia, ma soprattutto le centinaia di figure umane e bestiali scolpite nella tenera pietra leccese, hanno provocato da sempre la fantasia del popolo salentino, che ancora oggi ricorda come la terra di Soleto sia sempre stata “terra di màcari” e di magie. L’aveva realizzata in una sola notte il mago per antonomasia, Matteo Tafuri, con l’aiuto dei diavoli che, sorpresi ancora al lavoro mentre arrivavano le prime luci dell’alba, furono pietrificati ai quattro angoli della guglia.

Del tutto inedita la novità di tale leggenda, come ho potuto scoprire lo scorso anno, intervistando E. F., un anziano di Nardò. Con aria misteriosa e nel contempo colorita mi ha svelato di conoscere il luogo da cui i diavoli avrebbero prelevato le pietre e la calcina per innalzare in quella notte del 1397 lu campanaru ti lu tiàulu a Sulitu.

Il luogo – mi riferisce sempre il signore – è ancora denominato la carcara ti lu tiàulu e si trova nei pressi della località La Strea, sul litorale che congiunge S. Isidoro e Torre Squillace a Porto Cesareo.  La carcara sarebbe una delle fornaci di cottura sparse nel territorio nelle quali si ricavava la calce e il saggio dell’amico Fabrizio Suppressa  è molto esplicativo.

Ho potuto verificare, grazie alla consulenza preziosa di Salvatore e Antonio Muci da Porto Cesareo, che la leggenda tramandata trova degli elementi validi sul territorio. La carcara esisteva realmente nell’entroterra, poco prima dell’ingresso a Porto Cesareo, giungendo da S. Isidoro, a circa trecento metri dal litorale. Poco distante da questa vi era, almeno fino agli anni 70 del secolo scorso, la petra ti lu tiàulu, un enorme macigno collocato su massi e pietrame di diversa misura, simile ad una “grotta”, purtroppo frantumato in occasione delle costruzioni abusive di quegli anni. Dalle testimonianze raccolte si potrebbe ipotizzare l’esistenza in quel luogo di una tomba preistorica a camera singola ovvero un dolmen, sfuggito alle ricerche e ai censimenti salentini di tali costruzioni megalitiche. La celebre petra poteva dunque essere il lastrone orizzontale del dolmen e le altre petre piccinne i lastroni verticali.

Ma l’immaginario collettivo è andato ben oltre, addirittura tramandando che in quel luogo si potessero udire  li catene ti lu tiàulu, dei rumori strani, sibilanti e roboanti, forse collegabili al rumore del vento attraversante antri o forami evidentemente non localizzati.

A poche centinaia di metri da qui, questa volta sulla costa, ancora due toponimi sono ancora noti al popolo Cesarino: lu puestu ti li tiàulu e la punta ti lu tiàulu, entrambi nelle immediate vicinanze di torre Squillace.  Insomma una precisa localizzazione che ci fa interrogare su cosa realmente avesse inciso sulla fantasia popolare, tanto da perpetuarne la leggenda fino ai nostri giorni.

Effettivamente questi luoghi, che per comodità identifichiamo con la località la Strea (derivante da “la strega”?), hanno ospitato un villaggio protostorico, dell’Età del bronzo, e gli scavi del 1969 condotti dalla Sovrintendenza Archeologica di Taranto hanno rinvenuto diversi oggetti, un anello fenicio, iscrizioni graffite in dialetto laconico, statuette votive, ceramiche micenee e bronzi locali. A qualche miglio fu rinvenuta anche una statua egizia del VII/VI sec. a.C. denominata Cinocefalo, oggi conservata nel Museo Archeologico di Taranto. I ritrovamenti hanno altresì dimostrato la protezione di quel luogo con un muro alto circa 2,50 metri, con andamento istmico fatto da massi regolari sovrapposti a secco.

Forse proprio questi massi, probabili avanzi del Limitone dei Greci, e la calcara sarebbero stati il motivo di tanta meraviglia che ha fatto immaginare orde diaboliche intente a trasportare il materiale fino a Soleto, per erigere la sorprendente guglia in quella magica ed indimenticabile notte di oltre seicento anni fa.

 

Bibliografia essenziale

M. Cazzato, Note di archivio. Lavori settecenteschi alla guglia di Soleto, in “Voce del Sud”, 14 maggio 1983.

L. Manni, La guglia di Soleto. Storia e conservazione, Galatina 1994.

M. Montinari, Soleto una città della Greca Salentina, Fasano 1993.

S. Muci, Porto Cesareo nel periodo contemporaneo, Guagnano 2006.

Civitas Neritonensis. La storia di Nardó di Emanuele Pignatelli ed altri contributi, (a c. di M. Gaballo), Galatina, 2001.

G. Stranieri, Un limes bizantino nel Salento? La frontiera bizantino-longobarda nella Puglia meridionale. Realtà e mito del limitone dei greci, in “Archeologia Medievale”, XXVII, 2000, 333-355.


[1] Come giustamente mi ha fatto notare l’amico Gino Di Mitri nelle incisioni del Desprez (Voyage pittoresque ou description des Royaumes de Naples et de Sicile di Vivant Denon) la guglia è mostrata come addossata non alla chiesa, ma a un portico verosimilmente posto sul lato ovest.


Nardò (Lecce). Le mani sulla Sarparea

 

di Fabrizio Suppressa

Lungo quel disastro “eco-estetico” di costa martoriata dall’abusivismo che va da Torre Lapillo a Sant’Isidoro vi è la Sarparea, un uliveto che costituisce l’unica interruzione di costruito lungo 25 km di litoranea. Percorrendo frettolosamente la strada che costeggia i limiti della masseria non ci si rende conto della reale piacevolezza che questo uliveto possiede. Per scoprirla bisogna necessariamente scavalcare quei bassi muretti e addentrarsi nel dedalo formato da nodose pareti di ulivo, per scoprire a pochi metri dal caos estivo, grotte con sorgenti d’acqua dolce, antiche fornaci per la cottura della calce,  stradine selciate senza inizio e senza fine, sino in sommità su di un piccolo poggio dove, con i suoi stili, le sue mura e i suoi inattivi opifici, troneggia la masseria Sarparea de’Pandi.


L’area oggetto di lottizzazione (la si confronti con le dimensioni della frazione di Sant’Isidoro in basso a sinistra)

La Sarparea non è un banale uliveto, come tanti altri di nuovo impianto nella zona, bensì un frammento dell’antica foresta oritana, un bosco di olivastri cresciuti sulla nuda roccia, innestati e addomesticati con tanta fatica durante lo scorrere delle generazioni.

I tronchi nodosi degli ulivi e i muretti a secco hanno temuto per secoli le scorribande che da terra e da mare minacciavano gli averi della proprietà. Sempre da terra e da mare la Sarparea è oggi di nuovo messa in  pericolo; ma non più da Goti o Saraceni, ma da costruttori e impresari promotori di due opere: un impattante resort[1] (versione raffinata del villaggio turistico) e un mega porto turistico da 624 posti barca.

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IL PROGETTO

Veniamo dunque ad analizzare nel dettaglio il primo progetto, quello riguardante la realizzazione del villaggio turistico. Tutto nasce dal PUG di Nardò (Piano Urbanistico Generale) approvato dalla Regione nel 2002, il quale prevede la completa lottizzazione del comparto 65, ovvero quasi tutta l’area a nord della frazione di Sant’Isidoro, area attualmente con due proprietari, i “F.lli Zuccaro” e la “Oasi Sarparea s.r.l.”. Il controverso progetto è stato presentato 3 anni fa dalla seconda figura, l’Oasi Sarparea s.r.l rappresentata dalla signora Alison Deighton, immobiliarista londinese di origini statunitensi. Per dare solo alcuni numeri, nell’area di intervento sono previsti ben 130.868,85 mc di costruzione e 41.023,15 mq di superficie coperta, in un terreno di poco più di 16 ettari.

Piano di Monitoraggio dell’Avifauna e della Chirotterofauna

Il piano di lottizzazione della Sarparea

Dopo un primo progetto che aveva la filosofia della tabula rasa, ne è stata affidata alla Gensler (una sorta di multinazionale della progettazione architettonica) la realizzazione di un secondo elaborato. La chiave del progetto attualmente al vaglio delle autorità è quella di mantenere l’uliveto e costruirci negli spazi vuoti tra un ulivo e l’altro; idea che si rileva al quanto ambiziosa e al contempo irrealizzabile senza compromettere pesantemente la natura del luogo e la tutela degli ulivi centenari. Grazie agli elaborati finora prodotti dalla Gensler, quali dei render (immagini di grafica computerizzata) che falsano la reale portata dell’intervento, il progetto è stato accolto positivamente dalla passata amministrazione comunale di Nardò, che con deliberazione del Consiglio comunale n. 106 del 21 dicembre 2009 ha adottato il piano di lottizzazione.

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L’iter burocratico per l’approvazione definitiva del progetto è ora arrivato alla VAS (valutazione ambientale strategica) presentata due mesi fa dalla LandPlaning s.r.l. (una società spin-off dell’Università del Salento[2]) per conto della società Oasi Sarparea s.r.l. dopo che la Regione in data 8 Marzo 2011 aveva assoggettato il progetto a questa verifica[3]. Per due mesi dalla data di deposito (30 Giugno 2011) chiunque liberamente poteva prendere visione degli elaborati, quali il Rapporto Ambientale e la sintesi non tecnica e presentare delle opportune osservazioni all’ufficio predisposto[4]. Così è stato fatto nella speranza di limitare il più possibilmente i danni e in allegato al fondo pagina vi sono le mie osservazioni presentate in Regione.

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L’aspetto architettonico degli edifici rappresenta forse la parte più impattante del progetto, come d’altronde emerge dagli elaborati grafici; architetture internazionali che non prendono minimamente in considerazione il territorio, ad eccezion fatta del terrazzo. Tuttavia, l’iter burocratico è giunto ad una scala urbanistica, quindi la questione stilistica degli edifici a questo livello poco importa. L’aspetto e la conformazione delle strutture potrà variare nelle successive definizioni di dettaglio. Per dovere di cronaca, il progetto è stato insignito di un premio definito dalla stampa “prestigioso”, il “The American Architetture Award 2010”[5]  assegnato da un ente il “Chicago Athenaeum”[6] così autorevole da sfornare quaranta premi all’anno e avere un sito internet a malapena funzionante (nella foto in basso la prestigiosa sede del premio). In ogni caso, il premio è valutato in base alla concezione statunitense dell’architettura, basata più sulla spettacolarità che sulla qualità del progetto architettonico.

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LE RAGIONI DEL NO

Non è facile opporsi mentalmente a progetti e ad interventi che potrebbero in qualche modo aumentare l’occupazione e lo sviluppo di questa parte del territorio, soprattutto in quest’ultimo periodo di crisi e specie se il progetto si fonda su principi di sostenibilità ambientale. Occorre però domandarsi se vale la pena, in nome della tutela del’uliveto sbandierata nel progetto, modificare pesantemente uno dei territori ancora intatti per offrire al turista un ambiente finto fatto solo di erbettina verde e ombrelloni di paglia. La formula del recinto turistico, per quanto offra servizi e comodità che è difficile trovare al di fuori di esso, non è di per se sostenibile per l’ambiente e per il territorio. Queste sorte di enclave attive solo pochi mesi all’anno, limitano con le loro barriere la scoperta del vero Salento e producono un’occupazione e un tornaconto (per il territorio) altrettanto ridotti, a dispetto del guadagno elevato della società di gestione. Ciò non significa che in nome del turismo sostenibile non bisogna più costruire alcunché, ma al contrario, l’attività edilizia sarebbe senz’altro stimolata dal recupero delle architetture e delle “scenografie” di cui questo territorio è riconosciuto ed apprezzato al di fuori di esso.

Esistono strade sostenibili sia dal punto di vista ambientale e paesaggistico sia economico che investono anche i comuni limitrofi, è un modello turistico aperto tutto l’anno, che non confina il turista in un recinto, ma lo apre alla ricerca del territorio.

LE OSSERVAZIONI

Prima di passare alle osservazioni presentate in Regione, è doveroso sottolineare come il Rapporto Ambientale redatto dalla LandPlaning presenti nelle sue 155 pagine alcuni elementi copiati qua e là dalla rete e da vecchie relazioni tecniche non inerenti all’area in questione. In particolare anche il nostro blog di Spigolature Salentine risulta interessato da tale fenomeno;  a pag. 99 del R.A. nella descrizione architettonica della masseria, alcuni paragrafi sono stati interamente copiati da un mio articolo del 3 Dicembre 2010, relativo ad antichi sistemi di copertura in laterizio[7].

Nardò, 07 Agosto 2011

(…)

Dopo un’attenta ed approfondita lettura del Rapporto Ambientale (R.A.) e della Sintesi non Tecnica, depositati in data 30 Giugno 2011 presso gli uffici regionali e comunali competenti dalla società Oasi Sarparea s.r.l. e relativi al piano di lottizzazione del comparto 65 del PRG del comune di Nardò, adottato con deliberazione del Consiglio comunale n. 106 del 21 dicembre 2009, si vogliono sollevare le seguenti osservazioni:

  • TUTELA DELL’ULIVETO MONUMENTALE. Il Rapporto Ambientale presentato dall’ente proponente sottolinea ripetutamente come il progetto di lottizzazione salvaguardi e valorizzi l’uliveto a sesto irregolare che ricopre quasi tutta l’area del comparto 65. Tuttavia in questo punto si vuole rendere noto come l’uliveto monumentale (BUR Regione Puglia n°41 del 22-03-2011), non sia affatto tutelato dal piano di lottizzazione e al contempo dal suddetto Rapporto Ambientale non vi sia traccia di un esaustivo piano di tutela.

Leggiamo infatti che all’art. 6 (tutela degli uliveti monumentali) comma 3 della L.R. n°14 del 4 Giugno 2007 “Gli uliveti monumentali sono sottoposti alle prescrizioni di cui al punto 4 dell’articolo 3.14 delle norme tecniche di attuazione (NTA) del Piano urbanistico territoriale tematico per il paesaggio (PUTT/P)

Nel punto 4 dell’articolo 3.14 delle NTA del PUTT/P le prescrizione base sono: “Nell’”area del bene” si applicano gli indirizzi di tutela di cui al punto 1.1 dell’art. 2.02 e le direttive di tutela di cui al punto 3.2 dell’art. 3.05; a loro integrazione si applicano le prescrizioni di base di cui al punto 4.2 dell’art 3.10”.

Inoltre, si ricorda che:

  • Gli indirizzi di tutela del punto 1.1 dell’art 2.02 delle NTA del PUTT/P:  “negli ambiti di valore eccezionale “A”: conservazione e valorizzazione dell’assetto attuale; recupero delle situazioni compromesse attraverso la eliminazione dei detrattori
  • Le direttive di tutela del punto 3.2 dell’art. 3.05 delle NTA del PUTT/P: “negli ambiti territoriali estesi di valore rilevante (“B” art. 2.01), in attuazione degli indirizzi di tutela, per tutti gli ambiti territoriali distinti di cui al punto 3 dell’art 3.03, va evitato: l’apertura di nuove cave; la costruzione di nuove strade e l’ampliamento di quelle esistenti; la allocazione di discariche o depositi di rifiuti, la modificazione dell’assetto idrogeologico. La possibilità di allocare insediamenti abitativi e produttivi, tralicci e/o antenne, linee aeree, condotte sotterranee o pensili, ecc., va verificata tramite apposito studio di impatto paesaggistico sul sistema botanico-vegetazionale con definizione delle eventuali opere di mitigazione”
  • Le prescrizioni di base al punto 4.2 dell’art 3.10 delle NTA del PUTT/P: “Nell’”area annessa”, si applicano gli indirizzi di tutela di cui al punto 1.3 dell’art. 2.02 e le direttive di tutela di cui al punto 3.3 dell’art. 3.05; a loro integrazione si applicano le seguenti prescrizioni di base:

 non sono autorizzabili piani e/o progetti e interventi comportanti nuovi insediamenti residenziali o produttivi

non sono autorizzabili piani e/o progetti e interventi comportanti trasformazioni che compromettano la morfologia ed i caratteri colturali e d’uso del suolo con riferimento al rapporto paesistico-ambientale esistente tra il bosco/macchia ed il suo intorno diretto; più in particolare non sono autorizzabili: la formazione di nuovi tracciati viari o di adeguamento di tracciati esistenti, con esclusione dei soli interventi di manutenzione della viabilità locale esistente”.

La realizzazione di strade, parcheggi, costruzioni, e la modifica del suolo va quindi in netto contrasto con la L.R. sulla tutela degli ulivi monumentali.

  • TUTELA DELL’ULIVETO MONUMENTALE. Il piano di lottizzazione prevede le nuove costruzioni negli interstizi tra un ulivo e un altro. Tali spazi destinati all’edificazione sono stati identificati tramite delle recenti ortofoto (strisciate effettuate nel 2006) che immortalano l’uliveto dopo le pesanti potature avvenute negli anni precedenti; operazioni culturali comunque necessarie alla corretta conduzione agricola ma che al contempo hanno ridotto notevolmente il volume delle fronde quasi al solo tronco. Ad integrazione di quanto appena segnalato si vuole illustrare la seguente figura 5.7.2. tratta dal Rapporto Ambientale  a pagina 78.

Piano di Monitoraggio dell’Avifauna e della Chirotterofauna

Le due foto satellitari, la prima del 1954 la seconda del 2006, mostrano come la tesi “presenza di substrato non idoneo alla piantumazione e dalla perdita di esemplari nel tempo” enunciata a pag. 78 del R.A. sia totalmente errata e che nella realtà l’aumento degli spazi disponibili tra un ulivo e un altro siano da attribuirsi esclusivamente a potature e da incendi avvenuti negli anni precedenti lo scatto dell’ortofoto. A completamento si vogliono allegare alcune foto dell’uliveto tratte sempre dal R.A. a pag. 79  che mostrano lo stato attuale degli ulivi potati e il relativo minimo volume.

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Quindi le aree destinate all’edificazione previste nel piano di lottizzazione dovrebbero tenere conto del reale volume degli ulivi nelle normali fasi di coltivazione (con un diametro del volume variabile dai 8 – 10 metri) di conseguenza tali aree dovrebbero ridursi di dimensione.

  • TUTELA DELL’ULIVETO MONUMENTALE. Il Rapporto Ambientale non menziona in quale modo e con quali metodi intende proteggere gli ulivi monumentali durante le fasi di cantierizzazione. Il passaggio di macchinari ingombranti, quali gru, camion, caterpillar e betoniere per la realizzazione di strade e costruzioni, potrebbe infatti danneggiare in maniera irreversibile l’uliveto, non ultimo si ricorda che tale probabilità potrebbe essere maggiore laddove la vegetazione di presenti più fitta e ramificata. In aggiunta si vuole ricordare come all’art. 10 (divieti) comma 3 della L.R. n°14 del 4 Giugno 2007 sia rammentato che: “E’ vietato il danneggiamento, l’abbattimento, l’espianto e il commercio degli ulivi monumentali inseriti nell’elenco regionale di cui all’articolo 5”.
  • TUTELA DELL’ULIVETO MONUMENTALE. Si ricorda che l’area in questione è stata percorsa in data 17 Giugno 2008 da un incendio che ha distrutto o danneggiato quasi 200 piante (a proposito vi è depositata un interrogazione parlamentare n. 3-00650 presentata da Adriana Poli Bortone nella seduta n.183 in data giovedì 26 marzo 2009). Il piano di lottizzazione va dunque in contrasto con la legge n. 353 del 2000 che, all’art. 10, comma 1, testualmente recita: “Le zone boscate ed i pascoli i cui soprassuoli siano stati percorsi dal fuoco non possono avere una destinazione diversa da quella preesistente all’incendio per almeno 15 anni (…) È inoltre vietata per dieci anni, sui predetti soprassuoli, la realizzazione di edifici nonché di strutture ed infrastrutture finalizzate ad insediamenti civili ed attività produttive, fatti salvi i casi in cui per detta realizzazione l’autorizzazione sia stata già prevista, in data precedente l’incendio dagli strumenti urbanistici vigenti a tale data“.

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  • PARTECIPAZIONE E CONSULTAZIONE. In relazione alla Direttiva comunitaria 2001/42/CE e il D.R.A.G. regionale, si rammenta come non vi siano stati intrapresi percorsi di partecipazione e consultazione che interessassero gli abitanti della stagione estiva della marina di Sant’Isidoro (in prevalenza di comuni limitrofi, quali Copertino e Leverano, e per la maggior parte all’oscuro del progetto), i commercianti o i residenti delle aree limitrofe. Inoltre l’unico momento di presentazione del progetto al pubblico è stato effettuato al di fuori della stagione turistica e all’interno del Consiglio Comunale in data 21/12/2009, come segnalato a pag. 139 del R.A.
  • Inoltre si segnala che nelle pagine seguenti (pag. 140-141) nella tabella delle osservazioni del capitolo 10.3 vi siano delle osservazioni di copianificazione (con esito considerato!) totalmente fuori luogo e probabilmente frutto di un copia e incolla da altre relazioni tecniche. In particolare si fa riferimento ad un “complesso dell’incoronata”, ad un “centro storico e la fascia circostante” e di “un villino sub urbano di inizio secolo” totalmente estranei al contesto geografico e sociale della Sarparea e della Marina di Sant. Isidoro. Ancor peggio si fa più volte menzione della “Sopraintendenza per i beni ambientali architettonici artistici e storici della Provincia di Brindisi”, ente territorialmente estraneo alla Provincia di Lecce.

(…)


[1]  Pur non essendo ancora iniziati i lavori di costruzione del resort è già attivo il sito internet: http://deightonuk.com/

[2] http://www.landplanningsrl.unisalento.it/

[3] http://www.regione.puglia.it/index.php?page=burp&opz=getfile&file=20.htm&anno=xlii&num=64

[4] http://urbanistica.nardo.puglia.it/index.php?option=com_content&task=view&id=192&Itemid=2

[5] http://www.comune.nardo.le.it/index.php?option=com_content&task=view&id=615&Itemid=67

[6] http://www.chi-athenaeum.org/default.htm

[7] http://spigolaturesalentine.wordpress.com/2010/12/03/antichi-sistemi-di-copertura-per-le-abitazioni-salentine/

Antichi sistemi di copertura per le abitazioni salentine

Nardò nel 1732

di Fabrizio Suppressa

 

I motivi di una così diffusa tecnica di copertura sono da ricercarsi esclusivamente nell’esiguo costo dei materiali impiegati, rispetto alle ben più costose e complesse volte in muratura; ma ciò non significava affatto che tale tecnica sia stata in passato appannaggio delle architetture più semplici e povere. Sovente, anche i palazzi nobiliari possedevano all’ultimo piano tali coperture, anche se mascherate da alti frontoni, come ad esempio Palazzo Castriota a Melpignano, Palazzo Rescio a Copertino o tanti altri esempi, riconoscibili ai giorni nostri per l’ultimo piano a “cielo aperto”.

Anche la campagna non era da meno; nel libro dei conti della masseria S. Chiara in agro di Nardò, leggiamo infatti che nel 1684 si ebbe modo di rifare l’acconcio delle capanne, e per tale scopo venne chiamato un mastro dalla vicina città di Veglie[1]. Le capanne, ovvero gli elementi pertinenziali, quali abitazioni e magazzini, non erano i soli elementi realizzati con tali semplici tecniche costruttive. In alcuni casi, anche la torre, l’elemento fortificato al centro di ogni complesso masserizio, possedeva alla sua sommità due falde inclinate, anche se ciò comprometteva un’abile manovra di difesa piombante. Per rimanere in ambito neretino, questo è il caso della masseria Nucci; dove purtroppo dobbiamo constatare l’introduzione durante i lavori di ristrutturazione di tegole non appartenenti alla nostra tradizione costruttiva, stese al di sopra di una vistosa soletta in cemento armato su di una torre del XV sec. Un ultimo esempio è una particolare architettura spontanea nata dalla fusione degli elementi tipici di città e campagna: la caseddhra. Una costruzione a secco a pianta rettangolare con una stretta somiglianza all’immagine dei nostri trulli, ma al contrario di questi ultimi, non coperta da una falsa cupola bensì da un tetto formato da una rustica struttura di legno, canne e tegole.

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Caseddhra (dis. F. Suppressa)

Le caratteristiche di deperibilità e fragilità dei materiali impiegati erano tali che ciclicamente si doveva provvedere allo smontaggio e alla ricostruzione del tetto. E’ difficile quindi trovare ai giorni nostri opere che abbiano più di cento anni. Forse l’unica eccezione è racchiusa all’interno delle mura del Santuario di San Giuseppe da Copertino; la costruzione eretta dal maestro Adriano Preite nel 1754 conserva intatta l’umile stalletta dove nel 1603 il Santo venne alla luce.

La tecnologia, come già detto, era semplice e rapida. Un sistema di travi di legno chiamati murali poggiante sulle esili pareti di tufo, ospitava in senso ortogonale un assito di tavole su cui gravitava il manto di tegole. Solitamente a causa del costo più elevato, si ricorreva ad un “surrogato” delle tavole di legno, ovvero un cannizzo su cui veniva posta della malta (mista a paglia o pula di grano) per uno spessore di circa cinque centimetri. Nonostante la tecnica era ad uso di ambienti più umili, la copertura incannucciata garantiva un apprezzabile isolamento termico (le canne palustri e la malta mischiata con paglia, sono infatti materiali sostenibili impiegati oggi nella bioedilizia). In caso di ampia superficie da coprire, la struttura lignea diveniva molto più elaborata, l’Arditi nel suo “L’Architetto in Famiglia”, edito a Matino nel 1894, ci ricorda le varie parti dell’intelaiatura, che a seconda della funzione prendono il nome dialettale di monaco, braccia, razze, asinello e panconcelli.

Copertura Incannucciata
Copertura incannucciata, masseria Sarparea de’ Pandi (ph. F. Suppressa)

Altrettanto curioso è il termine dialettale usato per indicare la tegola, ovvero l’imbrice (irmice o ‘mbrice in alcune varianti). L’assonanza ricorda la parola embrice, tegola piatta diffusa nell’area tirrenica nella tradizionale copertura alla romana, eppure la nostra tegola dalla forma concava corrisponde alla parola italiana coppo. In soccorso interviene il Marciano (anch’egli abitava in una casa con tetto a capanna), che nel capitolo del suo libro dedicato al regno minerale ci scrive quanto segue:

“Si trova anche in questa Provincia la Rubrica Sinopia eccellentissima, e la fabbrile dell’una e dell’altra specie in abbondanza, e l’argilla, ovvero creta bianca, della quale si lavorano e fanno i tetti per coprire le case, che il volgo chiama imbrici, imitando l’etimologia ed il nome latino Imbrices, ab imbrium defensione, (..)”[2].

Tali laterizi venivano realizzati in centri urbani specializzati nelle produzioni ceramiche, come Cutrofiano, Grottaglie, Lucugnano e San Pietro in Lama; non a caso, quest’ultima località era conosciuta in passato anche con il nome di San Pietro degli èmbrici[3].

A fine Ottocento, con l’aumento dell’attività estrattiva dei materiali edilizi e il perfezionamento delle tecniche costruttiva inizia la rapida scomparsa dallo scenario urbano di questo tipo di copertura. Il cocciopesto, un impasto di malta e cocci finemente triturati, utilizzato per secoli per impermeabilizzare i terrazzi di edifici di notevole importanza, viene rapidamente sostituito dalla tecnica del lastrico composto da chianche in pietra di Cursi e cemento; tuttora abilità fiore all’occhiello delle maestranze salentine.


[1] Antonio Costantini, Le masserie fortificate del Salento meridionale, Galatina, 1984, p. 74

[2] Spero in una conferma Prof. Polito!

[3] http://spigolaturesalentine.wordpress.com/2010/11/24/piccole-storie-nascoste-di-ceramisti-neretini-i-perrone/

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