Villa Scrasceta a Nardò, una pregevole testimonianza di architettura tardo-barocca e di dimora signorile

di Fabio Fiorito e Maria Vittoria Mastrangelo

Lo Scrasceta in una foto di circa vent’anni fa

Di villa Scrasceta[1] a Nardò diversi testi hanno già ampiamente trattato.

E’ di fatto un monumento  tutelato dalla Soprintendenza di Puglia e soggetto a vincolo con D.M. del 17/09/1981, ai sensi della Legge 1089/1939, “in quanto costituisce una pregevole testimonianza di architettura tardo-barocca e di dimora signorile legata all’attività agricola ed alle strutture socio-economiche dell’area salentina nei secoli XVIII – XIX”[2].

Al di là della doverosa imposizione del vincolo, la villa, oggi abbandonata, resta un esempio schietto di residenza settecentesca con caratteristiche e peculiarità davvero notevoli.

Il feudo detto Strageta è già nominato nei documenti tardo-medioevali[3]; vigneti in località Scrageta, sono riportati nel XVI secolo di proprietà della chiesa della Santa Croce (o del Salvatore, oggi profanata); altri risultavano di proprietà della chiesa di San Giorgio dei Greci (oggi distrutta) nel  1591; ed ancora nel 1637 sempre in località Scrageta risultava un oliveto di diciassette alberi proprietà della chiesa di santa Lucia[4].

Sulla base di tanti antichi documenti possiamo quindi asserire che la località Scrasceta sia sempre stata, così come del resto tramanda la tradizione locale, un’area molto fertile e ben coltivata.

La zona è infatti particolarmente favorevole alle colture, soprattutto vitivinicole: a pochi chilometri dal paese, in direzione ovest, attraversata da un’antichissima strada che collegava Gallipoli a Taranto, protetta dal vento di sud-ovest dall’altura di Porto Selvaggio, è da sempre coltivata prevalentemente a vigneto.

Come ben spiega Antonio Costantini, alla fine del Settecento, cessato oramai il pericolo delle incursioni saracene e divenuto di moda passare la stagione estiva nelle residenze rurali, la ricca aristocrazia salentina costruì diverse ville nelle tenute più fertili di campagna, inizialmente ben separate dall’abitazione dei coloni, con caratteristiche lussuose, evidenziabili da uno studio attento delle planimetrie; solo in seguito, all’inizio del XIX secolo, la villa si trasforma in “casino”, in cui la residenza del padrone viene realizzata al piano superiore dell’edificio, deputando l’uso di quello inferiore alle attività produttive ed abitative del contado. Unico punto d’incontro restava inequivocabilmente la cappella, quasi sempre presente, dove la domenica si celebrava la messa: “…in queste costruzioni già si avverte quel senso di distacco tra casa patronale e fabbricato della masseria, un distacco che è anche la conferma di quella mentalità che nel Mezzogiorno  d’Italia non è mai venuta meno e che ha determinato l’atavica contraddizione tra città e campagna”[5].

La villa prima dell’asportazione del balcone, in una foto di circa trent’anni fa (archivio privato M. Gaballo)

Così infatti si presenta villa Scrasceta: un ingresso elegante, sulla strada, ed il famoso viale incorniciato da una balaustra che sorregge “curiose statue in tufo di uomini a metà busto in atteggiamenti buffi: un portabandiera, suonatori di strumenti musicali: trombone chitarra mandolino, tamburo, clarinetto; altri con una botte sulle spalle, con un fucile a tracolla, con una fetta di melone in mano, con un uccello svolazzante nella mano elevata, con un bicchiere in una mano ed un orciolo nell’altro, con una ruota tra le mani e davanti al petto,  e in vari modi ancora”[6].

rilievo Fabio Fiorito

Al piano superiore, “l’elemento musicale era fortemente rafforzato dalla presenza sul prospetto principale di una loggia con balaustra-cantoria raffigurante sette piccoli putti (alternati tra musici e danzatori)”[7]. Il viale termina in un’esedra davanti all’ingresso dell’abitazione ed un elegante salone passante fa trasparire al di là la splendida trozza – il pozzo barocco su cui è riportata la data 1746 – ed poi ancora il giardino, di impianto perfettamente simmetrico e studiatissimo. In questo contesto, l’abitazione del colono, con le stalle e gli altri locali restano “nascosti” sulla sinistra dell’ingresso alla tenuta, rasenti la strada, mentre la cappella, costruita dai copertinesi Ignazio Vedesca e Angelo Preite nel 1778[8] e dedicata alla Beata Vergine Immacolata, è posta lateralmente, quasi un incidente sul lato destro dell’esedra punto di raccordo tra la villa ed il viale d’accesso.

rilievo Fabio Fiorito

Dai documenti conservati nell’archivio vescovile di Nardò sappiamo che una casa a volta con due palmenti per vendemmiare e vigne contigue “tutte poste in feudo imperiale in luogo detto Scrasceta”[9] fu venduta nel 1729 da Andrea Pesciulli al seminario vescovile. Con l’approvazione del vescovo  Francesco Carafa, nel 1748 l’economo del seminario vendette la tenuta a don Saverio Giaccari che la cedette l’anno successivo al barone Francesco Personè. La famiglia Personè ne conservò la proprietà fino al secondo decennio del XX secolo ma, mutate le mode e le condizioni storiche del territorio, ben presto la villa venne di fatto abbandonata: “Per molti proprietari terrieri la campagna continuava ad essere intesa soltanto come luogo di villeggiatura e non come fonte d’investimento”[10]. Il tempo e l’incuria fecero il resto: la chiesetta fu profanata, le buffe statue del viale e finanche la preziosa balaustra in leccese della sala al piano superiore, rubate.

Non sappiamo con esattezza quale degli eredi Personè trasformò il vecchio casino rurale nell’elegante villa giunta sino a noi. Probabilmente si trattò di Giuseppe, fratello di Francesco, morto nel 1786[11].

vista dal viale, prima dell’abbattimento dei “pupi”

Poiché nei documenti che attestano i passaggi di proprietà l’abitazione del colono, la cappella ed il giardino non vengono mai menzionati[12], possiamo affermare – anche in base ai numerosi reperti individuati – che i due palmenti venduti nel 1729 da Andrea Pesciulli coincidessero con parte dei locali adiacenti la strada; mentre l’abitazione voltata, menzionata nello stesso documento, sembra individuabile nella parte dei locali dell’attuale villa posti sul retro del lato est, che appaiono più antichi  del resto dell’edificio e asimmetrici rispetto all’impianto generale). Tale podere vineato, con abitazione rurale e due palmenti adiacenti la strada (il cui tracciato era anticamente leggermente diverso dall’attuale), pervenuto ai Personè venne ri-progettato: Giuseppe edificò la villa, inglobando l’antica abitazione,  e mascherandone la parte anteriore con la giustapposizione della cappella che sembra aggiunta in un secondo momento e magari inizialmente destinata a stalla o rimessa (come appare da alcune alterazioni o “ripensamenti” presenti sul prospetto) affidandone la realizzazione ai copertinesi Preite e Verdesca[13].

L’incisione sulla trozza del giardino posteriore reca la data del 1746, indicando come dall’agosto di quell’anno essa emanò regolarmente acqua (probabilmente si scavò più in profondità). L’ipotesi di De Pascalis[14] , che attribuisce al pozzo un’importanza simbolica oltre che strategica, resta peraltro suggestiva e plausibile in un’epoca in cui ancora per poco l’aristocrazia poteva permettersi di ricreare strabilianti giochi d’acqua nei propri giardini.

il pozzo retrostante

Appare peraltro verosimile che Personè, appurata lì la presenza di acqua sorgiva abbia deciso di realizzare la sua “villa di delizie” in quel punto, erigendola proprio attorno al pozzo che ne diveniva così il fulcro: il raffinato disegno mistilineo dell’elegante ingresso sulla strada[15], il viale, l’ampia esedra, il salone passante e le logge decorate con stucchi ed affreschi diventavano la lussuosa cornice della splendida trozza barocca; similmente alle spalle si apriva il proscenio del giardino, con il cancello in ferro battuto perfettamente in asse[16], chiuso a suggellarne le delizie; e poi, nascosti ancora dietro, le fantasiose rampe, il pergolato rettilineo e le edicole simmetriche a cadenzarne il percorso. Uno schema planimetrico, lucido ed essenziale, ma squisitamente leggero ed elegante, che può soltanto essere scaturito da un unico puntiglioso ed organico progetto. Niente viene lasciato al caso. Anche la cappella, che sembrerebbe estranea alla primitiva stesura del progetto, viene poi ad inserirsi armoniosamente, mentre è possibile che la balaustra laterale, delimitante il piazzale ed il viale di accesso con le statue dei bizzarri musicanti, sia di qualche decennio più tarda.

particolare del prospetto

Sicuramente incompiuta sul lato ovest, l’impianto generale di villa Scrasceta appare simile a quello della vicina villa Taverna, datata da un epigrafe su prospetto nord al 1780: sono analoghi i portali barocchi al piano terra e le logge al piano superiore su entrambi i prospetti contrapposti nord e sud, con i saloni passanti alla “veneziana”; diversa invece la destinazione d’uso del piano terra che, mentre allo Scrasceta è già un elegante abitazione decorata con stucchi, affreschi ed forse anticamente anche con specchi, alla Taverna appare deputata ad un uso più pratico, con annessa l’abitazione del fattore e le stalle, restando qui l’ingresso alla villa signorile risolto da un ampio scalone che sale al piano superiore occupando parte del lato ovest dell’edificio.

Totalmente diverso è infine l’impianto del giardino,  che alla Taverna viene lasciato spontaneo (a parte l’orto concluso sul lato est) venendo impreziosito soltanto dalla splendida e famosissima recinzione barocca che a nord delimita la tenuta.

Villa Scrasceta è quindi nel Salento uno dei rari esempi settecenteschi di villa rurale con annesso un giardino di delizie espressamente progettato: oggi non siamo in grado di dire cosa vi fosse coltivato; per analogia, possiamo supporre si trattasse di agrumi, mentre il pergolato poteva venire ombreggiato da un vitigno. Tutto intorno alla tenuta si estendevano vigneti presumibilmente a perdita d’occhio; e forse le eleganti loggette del primo piano furono progettate per goderne la vista e nel contempo controllarne dall’alto i lavori di conduzione. Ma poi l’abitudine di trasferirsi a fine estate dalla residenza al mare a quella in campagna, proprio al momento della vendemmia, passò di moda – forse anche per gli eventi sconvolgenti che unificarono l’Italia. Villa Scrasceta, come molte altre in tutto il Meridione, venne trascurata, nessuno ne curò il completamento e fu infine completamente abbandonata. Così l’acquistò Pantaleo Fonte, in epoca fascista. Così è ancora oggi, silenziosa in mezzo ai vitigni scampati alle promesse della Comunità Europea, ed in attesa di un ripristino che ne racconti gli antichi splendori.

BIBLIOGRAFIA

M. Cazzato, Oltre la porta, 1997

M. Cazzato, a cura di, Paesaggi e sistemi di ville nel Salento, Lavello 2006

A. Costantini, Guida alle ville del Salento, Galatina 1993

A. Costantini, Le masserie del Salento, Lavello 1994

M. Gaballo, Nardò Sacra, Galatina 1999

B. Vetere, Città e Monastero, Galatina 1986


[1]     Il termine deriva probabilmente dall’antico nome di una locale pianta selvatica.

[2]     Relazione della Soprintendenza per i BB. AA. AA. AA. SS. della Puglia al Ministero per i BB. CC., in E. Mazzarella, a cura di M. Gaballo, Nardò Sacra, Galatina 1999, 397 nota.

[3]     Nell’inventario dei beni appartenenti al monastero di Santa Chiara in Nardò, redatto su richiesta della regina Maria D’Enghien dalla badessa Dyambra de Persona nella prima metà del XV secolo si legge”… orti due di vigne deserte in feudo Strageta”; in vedi B. Vetere, Città e Monastero, Galatina 1986, 140

[4]     E. Mazzarella, op. cit., 82, 131, 137

[5]     A. Costantini, Le masserie del Salento, Lavello 1994, 293-297

[6]     E. Mazzarella, op. cit., 399

[7]     G. De Pascalis, Dai trattati alle tipologie del villino rurale: modelli e simbolismi dell’abitare nel paesaggio neretino, in Paesaggi e sistemi di ville nel Salento, a cura di M. Cazzato, Lavello 2006. Rubata anni fa, ad oggi non si hanno notizie della balaustra del loggiato, di cui restano solo alcune fotografie.

[8]     M. Cazzato, Oltre la porta, 1997, 19

[9]     P. Giuri, Dimore extraurbane a Nardò: le Cenate fra barocco ed eclettismo, in M. Cazzato, op. cit., 2006, 190

[10]    A. Costantini, op. cit., 291

[11]    In tal caso la Scrasceta risulterebbe edificata contemporaneamente alla vicina villa Taverna, altro splendido esempio di lussuosa abitazione rurale per la villeggiatura.

[12]    P. Giuri, op. cit., 192

[13]    “Sotto questo aspetto la “casina”, così come la “villa”, denota un certo distacco dalle attività agrofondiarie e dall’ambiente rurale […]con soluzioni planimetriche differenti dal tipo “casino”, in quanto generalmente l’abitazione del contadino è disposta in modo da non “disturbare” la privacy della casa patronale. In questo caso l’abitazione del proprietario, risolta, di norma, al solo piano terra e appena rialzata dal piano di campagna, espone il prospetto verso la strada principale e nasconde completamente la più modesta dimora del colono. Spesso la “casina” è una realizzazione di epoca successiva rispetto alla casa del contadino , anche se si appoggia a questa per ragioni di opportunità.” A. Costantini, Guida alle ville del Salento, Galatina 1993, 30

[14]    G. De Pascalis,  op. cit., 180

[15]    U. Gelli, Portali pozzi e cisterne: esperienze di rilievo architettonico, in M. Cazzato,op. cit., 276

[16]    “L’elegante sagoma mistilinea del portale d’ingresso, fa da ouverture al portale del giardino chiuso, il cui recinto è a sua volta impreziosito da alcune edicole.” S. Politano, Portali e recinti di ville nelle campagne salentine, in M. Cazzato, op. cit., 270

pubblicato su Spicilegia Sallentina n°7.

Antiche tipologie abitative a Nardò

centro storico di Nardò

 

Tipologie abitative a Nardò 

Trasformazione di una domus palaciata in pittagio S. Paolo  

 

di Fabio Fiorito 

 

La documentazione iconografica della Nardò medioevale è molto scarsa, ma l’occasione di ripristinare un edificio, analizzando gli elementi costruttivi e documentali, può offrire l’opportunità per meglio comprendere lo sviluppo  urbanistico del centro antico.

L’intervento di restauro di una domus ha consentito di mettere in luce le caratteristiche arcate del suo portico (che nel tempo erano state celate per ricavare dei magazzini) e le antiche coperture in legno.

Le succinte  annotazioni di cantiere che si propongono dimostrano ancora una volta il valore di ogni piccolo lembo dell’antico tessuto edilizio, purtroppo offeso da azzardati interventi, specie negli anni ’60-’70 dello scorso secolo.

L’interesse turistico che si registra da qualche anno e l’aumentata sensibilità dei cittadini si associa alla tendenza di valorizzare adeguatamente la parte più antica di Nardò, così come quella di molti altri centri del Salento. Spesso si evidenzia però un  “congelamento dell’antico” che sfocia in un altrettanto esteso quanto impunito comportamento di elusione di qualunque regola, sia essa giuridica o edilizia.

Ignorando dunque l’antico perimetro urbano, si è concordi nel suo progressivo ampliamento, tanto da considerare tre perimetri di mura: il primo, rapportabile cronologicamente all’XI secolo, con la traccia documentale della fortezza normanna (attuale palazzo Del Prete); il secondo, che avrebbe come limite l’attuale via S. Giovanni; il terzo, individuabile nell’attuale cinta muraria, con le torri cinquecentesche ben evidenziate nella nota cartografia del Blaeu-Mortier  (XVII sec).

Il tessuto urbano fra il XV e XVII secolo era composto da costruzioni raggruppabili in un definito numero di tipi[1]: apothecae, cellaria, domus terranea, domus palaciata, domus cum curte, hospicium.

Le apotecae e i cellaria erano rispettivamente i laboratori artigiani ed i magazzini; gli hospicia erano invece la più alta espressione dell’edilizia residenziale, strutture complesse comprendenti unità abitative e produttive insieme.

La domus rappresentava  il tipo più comune di abitazione; quella ubicata a piano terra (domus terranea) poteva avere degli “accessori” di pertinenza, tanto da potersi definire cum furno oppure cum curte, puteo, pila, horto[2]. Le singole abitazioni, nel tempo si sono spesso aggregate nella tipologia a corte, con modalità legate alla disponibilità di terreno o ai vincoli familiari ed economici.

Come descritto da Costantini, la domus palaciata rappresentava una sorta di evoluzione della domus terranea. La scala ne era il principale elemento caratterizzante, in quanto presente solo nella domus palaciata, non veniva realizzata con intenti scenografici ma meramente funzionali[3]. Caratteristica della domus palaciata era talvolta anche la presenza di un loggiato su archi e colonne (fig. 1).

A partire dal XV  secolo l’abitato neretino fu diviso in quattro pittagi [4],  quartieri  articolati nelle unità più piccole di vicinio e ramo. Nel pittagio denominato San Paolo –  attualmente individuabile con la zona del centro che comprende la chiesa del Carmine, l’Osanna ed una porzione urbana posta a nord di questi monumenti –  le mura hanno subito delle modifiche di varia entità. Gli studi mostrano come esso  fosse il meno ricco di rilevanti architetture civili, con netta prevalenza di cellaria e di apotecae e quindi  abitato in massima parte dalla classe artigiana e commerciante[5].

Il tessuto urbano di Nardò, come molti  centri del Salento, mutò in maniera sensibile dal 1550 al 1700, a seguito dell’impatto economico e sociale avuto dalla battaglia di Lepanto (1571). Poi il sisma del 1743 contribuì in maniera quasi radicale a variare l’aspetto (o la struttura) di molti edifici sia pubblici che privati.

* * *

L’abitazione oggetto dell’intervento di restauro occupa  in tutta la sua profondità l’isolato di forma allungata posto fra il dismesso convento del Carmine e la fascia edificata sul tracciato delle ultime mura. Affacciata su Via Fanti e su Via Pellettieri, è quindi prospiciente quella che è attualmente chiamata Piazza delle Erbe (fig 1).

Dall’esterno questa domus appare come un unico blocco edilizio che invece si rileva piuttosto articolato dopo aver varcato il portone di ingresso: ci si trova infatti in un cortile con vari ambienti e da esso si accede al piano superiore. Gli elementi formali e i documenti inquadrano questa casa nella tipologia della domus palaciata[6]: la costruzione a piano primo è infatti circondata sui lati ovest e sud da un portico. Si tratta di un elemento che, considerando le attuali residenze nel centro antico, si può ritenere decisamente inconsueto, ma anticamente doveva far parte del paesaggio urbano della città quando, non ancora edificati i palazzi settecenteschi, le domus palaciatae erano certamente più comuni. Nel nostro caso il porticato presenta leggere differenze: più classico nelle proporzioni e nella forma sul lato sud, sul lato ovest si presenta con un muro bucato da finestre che si affacciano su Piazza delle Erbe.

Al piano superiore si ha accesso tramite una scala in pietra che immette nel portico che si svolge attorno alla casa.  Oltre le quattro arcate che si aprono sul cortile, un lungo corridoio voltato a botte consente l’accesso a vari ambienti della casa e consente l’affaccio su Piazza delle Erbe attraverso finestre rettangolari di gradevole proporzione.

All’interno la casa ha una pianta rettangolare, divisa in sei vani di forma regolare, in origine coperti con la tradizionali coperture a falda di incannucciato e coppi.

Tale antica copertura era realizzata con una struttura portante in travi di legno, su cui era sistemato l’incannucciato in modo da formare un piano regolare su tutta la superficie delle falde, su cui si posavano i coppi  su un impasto formato da terra rossa (bolo)[7] misto a detriti e/o calce[8].

Anche la pavimentazione è oramai quasi ovunque alterata dall’apposizione di moderni mattoni in cemento e scaglie di marmo, ma in alcuni vani resta, sia pur frantumato, l’antico battuto di calce ed inerti.

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La casa di nostro interesse poggia su una costruzione più antica, senz’altro degna di attenzione, con ambienti che sembrano quasi degli ipogei; si percepisce immediatamente la profondità del piano pavimento rispetto al piano basolato di Piazza delle Erbe. Tali vani sono costituiti da stanzoni coperti da una volta a botte che abbraccia la distanza fra la piazza anzidetta e via Fanti con un’unica luce (fig. 3) .

Alcuni di questi spazi sono stati usati sino agli anni ’50  come frantoio e lo  confermano le due anguste stanze che recano tracce di comunicazione con il piano superiore: si tratta verosimilmente delle “sciaghe”, una sorta di silos in cui venivano versate dall’alto le olive in attesa della molitura.

Si notano grandi differenze negli elementi costruttivi rispetto al  piano superiore: la fattura delle volte appare approssimativa e sono presenti grandi archi di rinforzo realizzati in un’epoca successiva ed imprecisata. Si tratta di archi di forte spessore che presentano al centro un elementi di chiave realizzati in maniera inconsueta, in sostanza delle biattabande[9] costruite con vari elementi accostati e posti alla sommità dell’arco. Esse presentano degli intagli (fig. 4) alle estremità che forse servivano  per il posizionamento di travi lignee (fig. 5).

Come accennato la costruzione dal lato di via Pellettieri è in buona parte interrata e sorprende il notevole spessore[10] delle murature che dall’esterno presentano una sensibile inclinazione tanto da far pensare ad un elemento di fortificazione.

Nel periodo compreso fra il 1255 circa ed il 1350[11] circa si hanno diverse integrazioni delle mura urbane.

Si tenga presente che, sino agli anni ’40 del secolo scorso, sul lato prospiciente via Fanti non vi era alcuna apertura, che era invece presente su Piazza delle Erbe. Se la funzione difensiva della costruzione fosse reale, come ipotizzato,  vuol dire che si è avuto in questa area un ampliamento delle mura. Il perimetro delle ultime mura è infatti ora ravvisabile con le costruzioni prospicienti Viale Grassi.  L’epoca di tale ampliamento si potrebbe collocare in un periodo immediatamente successivo  al bombardamento francese del 1528[12].

Ricercando nella citata veduta del Blaeu Mortier la domus di nostro interesse (fig. 6), colpisce la straordinaria similitudine fra il suo prospetto di casa Colopi e quello disegnato dal cartografo nella medesima posizione e come l’isolato sia parallelo alla linea delle mura della Città, oltre al giardino dei Carmelitani.

Di grande aiuto per meglio interpretare l’architettura si è rivelato un rogito di compravendita del 1609 del notaio Tollemeto, in cui Bernardino Tafuri e la sorella Maddalena vendono a Francesco Acquaviva un immobile così descritto: ..tunc deputata pro cellario cum cisterna intus, cum orticello retro e domuncula lamiata ante portam principalem dicti cellarii et cum scala lapidea..[13].

In altro atto del 1570 Giacomo  di Giovanni Gaballo permuta con Margherita de Pandi la sua casa palaziata qui ubicata, confinante con horto e convento dei Carmelitani, con giardino e apoteca di Domenico e Giovanni D’Orlando, il giardino dell’abate Domizio Montefuscoli e delle sue sorelle.

Le  descrizioni sembrano coincidere con  la domus palaciata di nostro interesse, che al momento ci appare fra le poche in cui siano sopravvissuti i caratteri originari (fig.7), per quanto celati dalle trasformazioni susseguitesi nel tempo.

pubblicato su Spicilegia Sallentina n°2


[1] Per meglio chiarire il concetto e limitare i fraintendimenti, è necessario puntualizzare che cosa si intenda per “tipologia” o, più correttamente, per “tipo”, entrambi termini estremamente diffusi e comunemente usati nel linguaggio corrente. La nozione di “tipo” a cui faccio riferimento di seguito è quella correntemente adottata in architettura per descrivere una struttura formale. “Il tipo è di natura concettuale non oggettuale” ed individua, quindi, una famiglia di oggetti che posseggono tutti le stesse condizioni essenziali, senza fare riferimento ad alcuno in particolare (cfr. C. Martì Aris, Le variazioni dell’identità, CLUP 1990 p.19-22).

[2] Lo  spazio aperto retrostante la casa.

[3] A. Costantini, La casa a corte nel salento leccese, Lecce 1979, p.42.

[4] Castelli Veteris, Sant’ Angelo, San Salvatore e San Paolo.

[5] B. Vetere, Città e Monastero, Galatina 1985, p.179-185.

[6] B. Vetere, Città e Monastero, Galatina 1985, IX-XX.

[7] E. Allen, Pietre di Puglia, Bari 1969, p. 15.

[8] Questo impasto, quando dosato con sapienza, aveva notevoli doti di impermeabilità e poteva quindi resistere per decenni, sebbene, per la naturale deperibilità del materiale usato, le coperture a incannucciato (cannizzu) fossero comunque soggette a periodiche manutenzioni e rifacimenti.

A casa Colopi, secondo testimonianze dirette, l’ultimo rifacimento della copertura risale al dopoguerra: purtroppo in questa occasione si decise di sostituire parte dei tetti con moderni solai piani.

[9]La piattabanda è un elemento orizzontale, a forma di arco molto ribassato che scarica lateralmente il peso della muratura soprastante. I conci di una piattabanda sono disposti a raggiera come quelli di un arco tuttavia l’estradosso della piattabanda è piatto come quello di un architrave.

Nella piattabanda realizzata in conci di  tufo questi hanno di forma trapezoidale. In alcuni  casi, al di sotto della piattabanda è presente un architrave in legno, in pratica una “forma persa” usata nella costruzione della piattabanda stessa.

[10] Sul versante di via Fanti, supera i due metri.

[11] G.D. De Pascalis, Nardò, Il centro storico, Nardò 1999, pp.127-130.

[12] Idem, p.134.

[13] Ringrazio l’amico Marcello Gaballo per avermi fornito questi documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Lecce.

Da Sancta Maria de Nerito a cattedrale. Un millennio di storia nella chiesa madre di Nardò (le origini)

di Maria Vittoria Mastrangelo

Fin dai primi secoli del Cristianesimo Nardò (Neretum), dominio dell’Impero Romano di Bisanzio, è stata sede vescovile. Come l’intero Salento era rimasta legata a Costantinopoli anche in seguito alle invasioni barbariche dell’Italia e, ai tempi dell’iconoclastia (VIII sec), divenne il rifugio di alcuni dei monaci basiliani che lasciarono Costantinopoli per sfuggire alle persecuzioni.

ruins of the original building (picture Delli Noci)

Le origini dell’attuale Cattedrale si perdono nella leggenda, che ne attribuisce la fondazione al conte Goffredo, conte normanno di Conversano, conquistatore della città  nel 1054. All’epoca, sul luogo dell’attuale Cattedrale esisteva già una chiesa di probabile fondazione basiliana, nota come Sancta Maria de Nerito.

Sotto i dominatori normanni, che soprattutto per motivi politici appoggiavano la chiesa latina, S. Maria de Nerito fu ricostruita e trasformata in abbazia benedettina e tale restò fino al XV secolo. In quanto avamposto dell’espansione benedettina, fu sempre sostenuta dai normanni con donazioni e privilegi.

– plan (phase 1); the today’s church plan is outlined in the background – existing traces – hypothesis

 

La costruzione fu iniziata nel 1080 e la chiesa fu consacrata il 15 novembre 1088: orientata secondo la direttrice est-ovest, come vuole la tradizione, e costruita sopra la basilica precedente, aveva una larghezza circa pari

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