Una fortificazione moderna: la torre di San Pietro in Bevagna

Chiesa-torre di San Pietro in Bevagna

di Nicola Morrone

 

Tra le emergenze architettoniche più significative del territorio di Manduria  (TA) figura senza dubbio la torre costiera di San Pietro in Bevagna, secolare baluardo militare, eretto con un duplice scopo: quello di proteggere la cappella e il sacello sottostanti (luoghi centrali della religiosità manduriana) e quello di avvistare i navigli corsari, che, soprattutto a partire dal sec. XVI, insidiarono le popolazioni rivierasche. Forniremo al lettore, in questa sede, un ragguaglio architettonico sulla torre, che, con il suo insolito sviluppo planimetrico “stellare”, rappresenta uno dei pochi esempi di torre costiera vicereale di tipo moderno. Seguirà un approfondimento sulla cultura dell’anonimo architetto progettista e, infine, una sintesi della vicenda storica relativa alla costruzione.

Un’architettura insolita

La torre di San Pietro in Bevagna (sec.XVI), diversamente dalla maggior parte delle coeve torri che punteggiano le coste di quello che fu il Regno di Napoli, presenta un’architettura del tutto particolare. Anzichè riproporre la consueta planimetria circolare o quadrangolare, essa ha pianta ottagonale, meglio definita come di “stella a quattro punte” o a “cappello di prete”, per l’effettiva analogia con il berretto che sogliono portare i sacerdoti. Questo tipo di sviluppo, in pianta e in alzato, che la torre di San Pietro in Bevagna condivide con pochissime altre torri costiere e con una ristretta serie di edifici fortificati del sud Italia, deriva dall’applicazione dei nuovi precetti dell’architettura e dell’ingegneria militare, teorizzati per primo dal valenciano Pedro Luis Escrivà (1482 ca-1568 ca). Egli,commendatore dell’Ordine di Malta, definito dagli studiosi il “miglior ingegnere militare della corona spagnola”, fu chiamato a coordinare il sistema difensivo del Regno di Napoli per far fronte al pericolo turco.

Fu in Italia certamente tra il 1528-1535, e passò alla storia per aver scritto il primo trattato di fortificazione moderna, vale a dire la “Apologia y excusacion in favor de las fabricas del Reino de Napoles” (1538), attualmente conservato in due copie (una manoscritta e una a stampa) presso la Biblioteca nazionale di Madrid, e liberamente consultabile in rete, sul sito della Biblioteca stessa (”bdh.bne.es”). Il prototipo italiano della moderna fortificazione a pianta stellare, che supera quella medievale (impostata sullo schema quadrangolare con torri ai lati) è costituito da Castel Sant’Elmo, notissima fortezza napoletana, sulla quale Pedro Luis Escrivà fu chiamato ad intervenire nel sec. XVI.

Il castello esibisce appunto una pianta di stella a sei punte, che stupì non poco gli architetti “tradizionalisti” dell’epoca, dalle accuse dei quali Escrivà si difese attraverso il suo trattato. Ma il nuovo modello di fortezza si rivelò quanto di più efficiente potesse esserci, poichè, giocato sulla introduzione del sistema dei bastioni “a tenaglia”, permetteva un più razionale sistema di difesa ed offesa, anche attraverso la sistemazione delle archibugiere a tiro incrociato. Non è da escludere che l’architetto, nell’escogitare il nuovo sistema “a tenaglia”, abbia ripreso lo stesso motivo presente nello stemma dell’ordine di cui era commendatore, sintetizzando così nella nuova tecnica fortificatoria l’aspetto pratico e quello simbolico, come non di rado accadeva agli architetti di quel tempo lontano. La studiosa A.Camara Munoz, a questo proposito,sostiene appunto che in relazione alla forma stellata delle fortificazioni e’ forse possibile rintracciare un ”simbolismo latente”,  [Cfr.A.Camara Munoz, Las torres del litoral en el reinado de Felipe II, in “Espacio, Tiempo y Forma”,VII, 1990, pp.55-86].

Ad ogni modo, secondo l’autorevole parere di Oronzo Brunetti, dal modello della fortezza “stellare”di Sant’Elmo deriverebbero quello dell’omonima fortezza di Malta, di alcune fortezze toscane, e quelli di alcuni esempi minori, vale a dire il castelletto di Melendugno, la masseria Pettolecchia a Fasano, il casino dell’Arso a Mandatoriccio (CS) [Cfr.O.Brunetti, A difesa dell’Impero, (Galatina 2006), p.37].

A questi esempi gli studiosi hanno aggiunto le torri costiere vicereali di San Pietro in Bevagna presso Manduria (TA), di Santa Sabina presso Carovigno (BR), di Torre della tonnara di Cofano presso Custonaci (TR), le uniche tra le oltre trecento del Regno ad avere forma di “stella a quattro punte”. Tutte le altre, pur concepite da valenti ingegneri (ad es. Giovanni Tommaso Scala) sono state realizzate con il tradizionale sviluppo planimetrico circolare o quadrangolare.

 

Pianta Torre San Pietro in Bevagna
Pianta Torre San Pietro in Bevagna

L’anonimo architetto

Allo stato attuale delle ricerche, non disponiamo di documentazione probante circa la originaria vicenda costruttiva della torre di Bevagna. Sappiamo solo che essa fu fatta costruire dai monaci benedettini di San Lorenzo d’Aversa a protezione del sacello e della cappella di San Pietro, e fu acquisita dall’autorità vicereale intorno al 1578 “a beneficio del regno e del popolo, per tenere i soldati e difendere la zona contro i corsari “[Cfr. P.Coco, Porti, castelli e torri salentine (Roma 1930), p.113]. Le carte conservate nell’Archivio di Stato di Napoli, ben note agli studiosi, sono infatti essenzialmente di natura fiscale, e rappresentano fedi di pagamento del personale, forestiero ed autoctono, che si successe nel servizio alla torre e alla relativa fascia costiera (torrieri, cavallari, pedoni, ecc.).

Va comunque ancora esplorato l’Archivio General de Simancas (Madrid), che conserva, oltre a fondi specifici, anche un interessante raccolta di disegni relativi a torri e castelli del “Reino de Napoles”. Per il momento, per comprendere le scelte progettuali che furono alla base della realizzazione della torre di Bevagna, dobbiamo fare esclusivo riferimento alla struttura del manufatto, che fornisce comunque, di per sé stessa, alcuni interessanti elementi di valutazione. L’anonimo architetto, che, per ragioni squisitamente cronologiche, non può essere stato lo stesso Pedro Luis Escrivà, si potrebbe identificare con uno dei due architetti salentini che furono a contatto con lo stesso, e ne svilupparono le novità progettuali. Essi furono, principalmente, Giangiacomo dell’Acaya (morto nel 1570) e Evangelista Menga (morto nel 1571). La cronologia relativa ai due capomastri conforta la nostra ipotesi, poichè, come risulta dal documento riportato dal Coco, la torre di San Pietro in Bevagna fu quasi certamente eretta a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 del sec. XVI, quando le novità progettuali introdotte da Escrivà, ampiamente dibattute a livello mediterraneo (segnatamente nei cantieri di Napoli e Malta) erano già state assimilate dai tecnici del Regno.

Al modello avanzato di fortificazione (a pianta stellare, bastionata, con muri laterali “a forbice” ed archibugiere a tiro incrociato) si ispirò dunque anche l’anonimo architetto della torre bevagnina, che potrebbe essere stato salentino, e forse anche, come lo stesso Escrivà, appartenente all’ordine dei Cavalieri di Malta. L’ordine forniva infatti al Viceregno i migliori architetti ed ingegneri militari, e favoriva “canali privilegiati per diffondere saperi militari ed architettonici” [Cfr.O Brunetti, op.cit., p.34]  E, se affiliato all’ordine, non è da escludere che l’architetto sanpietrino fosse in contatto con la vicina Commenda magistrale di Maruggio, anche se la torre di San Pietro ricadde sempre, di fatto, nelle pertinenze del comune di Manduria.

 

Cronologia

Sec.XVI: Il Monastero di San Lorenzo d’Aversa fortifica il sacello e la cappella di San Pietro in Bevagna facendo costruire una torre a protezione degli stessi dagli assalti dei pirati turchi.

1578: La Regia Corte espropria la torre, corrispondendo ai Benedettini d’Aversa la somma di 807 ducati

1845: Con suo decreto,Francesco II di Borbone Re di Napoli cede la torre al Vescovo di Oria, per dimora del Rettore del Santuario o del custode

1860: Con l’incameramento dei beni di proprietà ecclesiastica da parte del Regno d’Italia, la torre diventa di proprietà demaniale.

1900: Con atto di compravendita, il Demanio statale cede la torre al Comune di Manduria (TA).

Il castello di Corigliano d’Otranto (Lecce)

di Maurizio Nocera

 

Il Castello di Corigliano d’Otranto (Lecce, Edizioni del Grifo 2009, pp. 290, euro 28), a firma di Giuseppe Orlando D’Urso e Sabrina Avantaggiato.

Si tratta del primo volume della collana Helios, diretta da Harvé A. Cavallera. Il libro come prodotto in sé è ben confezionato con numerose illustrazioni ed una copertina cartonata stampata, “vestita” da una sovraccoperta similare. La grafica editoriale e la copertina sono di Federico G. Cavallera, mentre le immagini provengono dalla Foto Video Serra di Corigliano d’Otranto. Hanno patrocinato l’edizione: la Sezione di Maglie, Otranto e Tuglie della Società di Storia Patria per la Puglia, della quale il D’Urso è socio; e la Cartolibreria di Gino Giannachi di Corigliano d’Otranto.

Chi sono i due autori? Giuseppe Orlando D’Urso, «attivo e presente nella vita e sociale del territorio […] ha animato diversi gruppi teatrali e culturali, per poi rivolgere la sua attenzione alla ricerca storica»  con diverse pubblicazioni, alcune con la stessa casa editrice, come “Corigliano d’Otranto. Memorie dimenticate” (2000); “Le strade del Signore sono ferrate. Corigliano d’Otranto 1901-2001. Significatività Sociale dell’Opera Salesiana” (2001); “Corigliano d’Otranto. L’Arco Lucchetti, il Castello, la Chiesa Matrice” (2005); mentre con la Casa editrice EditSantoro ha pubblicato “Corigliano d’Otranto. Famiglie (Comi-Maggio-Gervasi-Peschiulli”) (2005); “Gaetano Papuli e le Sette Antichità di Corigliano d’Otranto” (2005). Sabrina Avantaggiato invece è architetta ed è alla sua prima pubblicazione.

In quarta di copertina c’è l’abstract del volume che così commenta: «Con

Il castello di Copertino

di Fabrizio Suppressa

Immerso tra il verde degli ulivi salentini e a pochi chilometri dal blu del mare Ionio sorge Copertino, un comune popolato da poco meno di 25000 abitanti. Se dovessimo descrivere questa ridente cittadina con un’immagine che la rappresenta, senz’altro ci lasceremmo catturare dalla mole bruno-carparo del castello cinquecentesco e dal mastio angioino inglobato nella fortezza. Una perfetta macchina da guerra, che seppur svaniti i cupi periodi bellicosi, continua tutt’ora a destare rispetto e meraviglia ai turisti che giungono a visitare il Monumento Nazionale.

veduta aerea di Copertino

Ripercorriamo brevemente le origini del fortilizio celate nelle gagliarde murature, sino ad arrivare all’attuale conformazione del “più grande, bello e forte castello che si vegga nella provincia”, per dirla con le parole del Marciano, opera di Evangelista Menga “Architettore eccellentissimo, (..) della Cesarea Maestà di Carlo V”. 

Delle primordiali origini del castello di Copertino vi sono molte ipotesi, la più avvincente riguarda una possibile fondazione bizantina di un castéllion o di una piccola cittadella fortificata che amministrava fiscalmente e militarmente i limitrofi casali. Nonostante accurati saggi di scavi e rilievi a

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