Libri/ Cici Cafaro

a cura di Stefano Donno

Esce per Kurumuny edizioni CICI CAFARO – IO SCRIVO LA REALTA’ (con cd allegato) a cura di Eugenio Imbriani, rinomato studioso di etnoantropologia, con le illustrazioni dello studio B22.

Una testimonianza preziosa, un lungo racconto in cui il flusso dei ricordi sembra riannodare le fila del rapporto tra passato e presente, tra memoria e appartenenza. Un’autobiografia che ci rivela una personalità emblematica e rappresentativa della cultura dell’area grica del Salento. Cici Cafaro è un uomo che sembra aver vissuto dieci vite in una: contadino, ambulante, poi emigrante e soldato, sempre cantastorie instancabile che conosce, come gli antichi aedi, il segreto del ritmo delle parole per incantare.

TRADINNOVAZIONE: il Glocal in Puglia tra musica e danza

Proponiamo di seguito l’ottima introduzione al film documentario di Piero Cannizzaro, scritta e pubblicata da Mauro Marino sulle pagine del quotidiano “PAESE NUOVO” dallo stesso diretto. Ringraziamo per la gentile concessione.

La redazione

di Mauro Marino

Il suono è la via di comunicazione che più facilmente può essere percorsa dalla suggestione, dalla memoria, dal pensiero.

Suoni sono i rumori, i linguaggi, le musiche.

Ogni suono è il segnale di una presenza, il veicolo di un messaggio, la componente essenziale di un territorio, di un paese, di un ambiente.

Un fenomeno caratteristico della corsa alla globalizzazione, ma anche un fenomeno particolarmente rispettoso delle diverse identità locali: si unisce, si mescola senza distruggere.

Magia tarantismo, disse Ernesto De Martino, sono forme arcaiche di cura, nelle quali si leggono aspirazioni e valori, tradizioni ed esigenze ludiche.

Ma oggi che la società contadina è notevolmente cambiata cosa è rimasto di quei suoni? Stiamo assistendo ad un nuovo interesse da parte di molti giovani che suonano e fruiscono di questa “nuova” musica. Suoni che oltre  agli strumenti tradizionali come la voce, il tamburello, i fiati, il violino e le percussioni popolari si aggiungono anche il violoncello, il contrabbasso, la tromba, la batteria, la chitarra, l’ organetto, la fisarmonica etc.

Abbiamo viaggiato nell’Italia attraverso la musica etnica e le sue commistioni, i contatti con le culture e i modi che questa musica alimenta e assorbe per produrre a sua volta altra musica.

Quello che si prefiggono i musicisti (ma anche i danzatori) che abbiamo incontrato, è quello di andare oltre alla tradizione cercando di creare un ibrido tra il passato ed il presente, per rendere ancora oggi viva la tradizione.

Anna Cinzia Villani

In Puglia abbiamo incontrato e ascoltato la cantante salentina Anna Cinzia Villani, il gruppo “Mascarimirì” il cui sguardo è volto alla world music, al raggamuffin, al dub, alla techno, alla contaminazione con esperienze, suoni, voci, ritmi di altri paesi vicini e lontani. La loro idea di fondo è quella di mettere in musica le sensazioni, gli umori e gli odori delle feste tipiche del sud. E il “Canzoniere Grecanico Salentino” che è stato il primo gruppo di riproposta musicale della tradizione salentina ad essersi formato in Puglia nel 1975, ben trentacinque anni fa per

Una recensione di Eugenio Imbriani su Tre Santi e una campagna

  

Intalòra (Ventola) di cartone con manico in legno. Periodo: primi Novecento. Dall'immagine se ne deduce la provenienza: festa patronale di Galatina. (L'originale è presso Nino Pensabene)
 
 

I “TRE SANTI”

DI

GIULIETTA LIVRAGHI VERDESCA ZAIN

Questo libro (“Tre Santi e una campagna”) è un vero e proprio

reportage etnografico;

non è certo il caso di fare paragoni irriverenti, tuttavia, per usare un’espressione molto nota, l’essere là degli antropologi viaggiatori caratterizza anche il viaggio nel tempo, pur sempre per raggiungere un luogo determinato, di Verdesca Zain.

 

 

UN MONDO RISCOPERTO E RACCONTATO

COME MAI FINORA ERA ACCADUTO

di Eugenio Imbriani

Per quanto riguarda la cultura popolare, nei tempi e nei luoghi in cui l’oralità è il canale privilegiato della comunicazione, mi sembra appropriato definire come tradizionale il processo di apprendimento di tecniche (operative, della narrazione, del canto) che avviene essenzialmente attraverso la ripetizione e l’imitazione. Si tratta di un processo selettivo, come è evidente, ricco di varianti, molto più mobile di quanto potrebbe sembrare: naturalmente, lo sviluppo dei bisogni ha accelerato i tempi di tale selezione, e ha favorito l’acquisizione di nuove modalità di vita, come tutti sappiamo. Quella pratica dell’apprendimento rappresentava la via più diretta per la formazione dell’identità, della rappresentazione di sé all’interno del gruppo, per la partecipazione al gioco sociale.

     A differenza di questa “piccola tradizione”, come è stata chiamata, la tradizione dotta è per antonomasia codificata, fissata nella scrittura, e svolge una funzione, molto importante, che consiste essenzialmente nella giustificazione di determinati comportamenti attraverso il riferimento a una necessità culturale che trova il suo fondamento in avvenimenti solitamente collocati in un passato molto lontano, se non mitico, ai quali vien fatta risalire l’istituzione dell’identità di un popolo, o di un gruppo, o che avrebbero autorizzato un sistema di potere. Si è parlato molto, a questo proposito, della tradizione inventata, delle false credenze, del nocciolo ideologico di esse.

     La scoperta e la valorizzazione della tradizione non sono mai atti puri; l’assegnazione stessa della patente di tradizionalità ai fatti culturali nasce dall’opportunità di valorizzare, per vari motivi, alcune situazioni rispetto ad altre: si pensi al ritorno turistico che molte manifestazione “folkloristiche” comportano, all’esplosione generale delle sagre estive, alla rivalutazione del “tipico” proposto in tutte le salse. Nella società della comunicazione di massa il folklore e in genere tutto quanto appartiene alle culture tradizionali ed etnologiche entrano nel contenitore mediale e si propongono ai clienti dell’informazione in modo frammentato e la fruizione non può che essere superficiale. La tradizione da bere, in questo modo codificata, è consegnata alle figure di saltimbanchi travestiti in modo pittoresco, ai rigurgiti prodotti dalla

Come ci inventiamo una cultura: il caso della Notte della Taranta

di Pier Paolo Tarsi

Possiamo partire da un’interessante intervista (interamente disponibile al seguente link: http://www.vincenzosantoro.it/nottedellataranta.asp?ID=233) rilasciata il 13 agosto 2005 a Carla Petrachi da Eugenio Imbriani, docente di Antropologia Culturale all’Università del Salento, studioso serio del tarantismo e non solo. È opportuna anzitutto una precisazione: Imbriani, per anni impegnato nel seno dell’Istituto Diego Carpitella, al momento in cui l’intervista è stata rilasciata si era già volontariamente allontanato da questo ente, battezzato “nell’estate del 1997 con il proposito di studiare e valorizzare il patrimonio artistico e culturale del Salento” (fonte: sito dell’Istituto Diego Carpitello: http://www.lanottedellataranta.it/istituto_carpitella.php) e poi finito per diventare di fatto, con un evidente restringimento dei vasti intenti sopra indicati e a scapito in specie dell’attività di ricerca scientifica, semplicemente (o almeno, soprattutto) il promotore e l’organizzatore della famigerata Notte della Taranta, cioè – eventualmente qualcuno avesse passato gli ultimi anni su Marte e non lo sapesse – della estiva kermesse musicale itinerante per vari comuni salentini che conclude il suo ciclo a Melpignano, ove raggiunge il suo clou nel mega-concertone e show-mediatico finale negli ultimi giorni di agosto. Data la situazione descritta, il detto antropologo, interessato ovviamente più che altro alla ricerca e allo studio, finalità purtroppo “fagocitate” dalla Notte della Taranta che, per sforzi e risorse economiche e organizzative richieste, “cannibalizza” necessariamente tutto il resto delle attività per cui era sorto l’Istituto stesso, se ha inteso come anticipato prendere a suo tempo le distanze da questo, non ha ritenuto opportuno sollevare polemica alcuna. Imbriani infatti ribadisce spesso nella sua intervista di voler rimanere assolutamente lontano dalle polemiche su un eventuale “tradimento” dell’ampiezza di finalità per cui l’Istituto si era costituto e in particolare di voler astenersi da polemiche sul fagocitante e totalizzante evento mediatico (che vede almeno tanti detrattori, per ragioni molto diverse e spesso distanti tra loro, quanti sono i tifosi, motivati da ragioni anche qui molto variegate, ragioni che per continuità tematica non interessa ora analizzare).

Scelta arguta questa astensione dalle polemiche che non è dovuta (come si potrebbe pensare) ad una sobria pacatezza della persona in questione, a indifferenza o addirittura a una accondiscendenza remissiva e arrendevole della stessa, quanto al fatto, ben più interessante e istruttivo qui per noi, che Imbriani, con la mentalità tipica dello studioso, è interessato più a

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