Sulla campagna profonda

ulivo6

di Eugenio Giustizieri

 

Sulla campagna profonda

gli olivi a guardia

sentono l’aria di sonno,

forse destino che s’incrocia

con l’amato, perso incanto

d’ogni giorno.

 

S’espande un battito d’ali

nel vento delicato

appena nato,

più bianco delle case,

del dolore

d’essermi salvato.

Usque ad limen suspexit: la poesia di Eugenio Giustizieri

calliope

di  Giuseppe Magnolo

Sulla natura e gli esiti imprevedibili della poesia si potrebbe discettare a lungo. In Kubla Khan, stupendo frammento poetico scritto nel 1797 da S.T. Coleridge, l’idea della pulsione poetica è resa  metaforicamente mediante l’immagine dell’acqua che scorre passando per stadi diversi: dapprima sorgente spontanea, poi torrente a cielo aperto, quindi fiume sotterraneo inarrestabile che travolge rocce e scava in profondità, fino a riemergere come enorme corso d’acqua che va a sfociare e si confonde con l’immensità dell’oceano. Lo stato d’animo che genera il sentire poetico ha molto di imponderabile. Possiamo semplicemente dire che esiste (quando realmente esiste), e talvolta ha la fortuna di associarsi a mezzi espressivi che riescono a dargli voce in modo più o meno comprensibile e condiviso. Anche le modalità di tale condivisione sono eterogenee: volute ma anche imposte, a volte ricercate dall’autore ma non altrettanto dal pubblico, o al contrario eluse dal primo e desiderate dai lettori. In tempi come quelli attuali, in cui qualcuno arriva a negare l’importanza della cultura e dell’arte, non è superfluo ricordare che forse nulla quanto la poesia riesce ad esprimere compiutamente le idee e i sentimenti più sublimi che l’animo umano possa concepire.

La poesia di Eugenio Giustizieri[1] costituisce una voce di assoluto rilievo nella realtà culturale salentina. In qualche modo essa può configurarsi come un vero e proprio caso letterario che richiama precedenti illustri, come la raccolta dei sonetti di Shakespeare, che non ha pari in lingua inglese anche se fu da lui distribuita in copie manoscritte soltanto tra pochi amici intimi, oppure le poesie di Emily Dickinson, unanimemente ritenuta una delle più alte voci della poesia americana dell’800, la quale in vita pubblicò solo qualcuno dei suoi numerosi componimenti inviandolo a riviste letterarie a diffusione alquanto limitata. Sostanzialmente analoga è stata la vicenda poetica di E. Giustizieri, che dopo aver esordito con la raccolta giovanile Fogli di Vetro (1978) ha sempre continuato ad avvertire il fascino irresistibile della poesia, astenendosi però dal dare veste editoriale ai suoi componimenti, tranne che in forma di sporadici contributi in riviste letterarie disposte ad accoglierli, oppure inviandone qualcuno in modo assai riservato a pochi amici e conoscenti considerati ‘addetti ai lavori’. Complessivamente egli ci ha lasciato un corpus di ben 127 componimenti (presumibilmente in gran parte inediti), che provvidenzialmente poco prima della sua scomparsa egli ha fatto pervenire in copia informatizzata al direttore di questa rivista, a cui devo sia la conoscenza dell’opera completa che l’esortazione a scriverne su queste colonne.

L’itinerario poetico di Giustizieri si configura come parte di una più ampia ricerca estetica ed esistenziale che abbraccia varie forme espressive, specie in ambito figurativo (pittura, scultura, architettura), che egli affrontava sia sotto l’aspetto creativo che come critico finemente percettivo. Ma è la duplice natura della poesia, da un lato emozionale e dall’altro logico-concettuale, che in qualche modo lo ha indotto a mettere pienamente a nudo la sua vena intimista, nostalgica e tristemente ripiegata su sé stessa, che lo conduceva ad un ineludibile fatalismo, ad una visione sconsolata della vita derivante essenzialmente da un contrasto lacerante tra l’aspirazione classica al bello e al vero in funzione etico-contemplativa e la consapevolezza romantica dei limiti imposti sia alla ricerca individuale di assoluto che alla sua valenza in senso spazio-temporale.

In uno dei suoi scritti di critica estetica così egli si esprimeva a proposito delle finalità dell’arte: ”L’anelito alla poesia della forma non può restare vuoto, deve racchiudere un codice interpretativo, deve rappresentare un esempio di morale con tutto il bagaglio di tormenti e di ferite, dovute alla profondità dei temi trattati”. Se proviamo ad invertire i termini iniziali leggendo “forma della poesia” possiamo trovare in questa affermazione il suo stesso credo poetico, che essenzialmente include tre elementi fondamentali: una concezione dell’esperienza poetica come aspirazione alla perfezione formale secondo una prospettiva estetizzante che conduce al culto della bellezza sublimando il vissuto individuale e collettivo; la precondizione di un fondamento etico che sorregge la ricerca poetica, da intendersi non come banale moralismo bensì come profondità ed autenticità assoluta di sentimenti che possono conferire valore universale all’espressione artistica; infine l’accettazione di un inevitabile bagaglio di sofferenza a cui il destino del poeta sembra fatalmente legato. Fortunatamente questa conclusione pessimistica non preclude esiti finali di pacata arrendevolezza di fronte ai propri limiti, per giungere ad una volontà di rassegnazione, forse anche ad una possibilità di fiduciosa speranza.

I motivi tematici presenti nella sua produzione poetica sono inscindibili da una costante proiezione in senso intimista, che lo portava alla riflessione e all’ascolto interiore, generando una necessità impellente di isolarsi temporaneamente dal mondo per guardarsi dentro. Dialogando con sé stesso egli ha potuto cogliere sentimenti ed emozioni connessi allo scorrere del tempo e delle stagioni (Attesa, Né qui né altrove, Due nomi, Voglio essere voce, La spiaggia, Aspettando l’alba), e ai rimpianti generati dalla memoria (Nostalgia del fuoco, Stagione, Come prima, Profilo, Mutazioni, Ricordami, Tessere, Messaggio).

Assai intenso risulta anche il legame con la terra-madre attraverso l’eco che ne dilata i confini (Parole strette, Labili confini, Dopo l’allegria, A Sud di Lecce, Paesaggio, Il mio paese, Quadri di fumo, L’ulivo, Appunti, Adesso, La mia terra). Questo rapporto tuttavia a volte diventa complesso e problematico, come nella lirica  Non porgo più la mano, in cui esso è percepito come intollerabile e asfittica segregazione (La luna danza aspra / nella luce che taglia / con lame di fiele / questo paese senza mura).

In molte poesie emergono le pulsioni affettive dell’anima, e tuttavia l’eros propende non tanto verso il richiamo dei sensi, quanto invece verso un recupero sommesso dei momenti magici che hanno scandito il rapporto amoroso. Lo si constata in poesie assai intense come I nostri anni, Viene, Rimani così, Parlo di te, Filo di rosario, Fuochi, Ritratto, Sino a ieri, Da stella a stella, Legàmi. Su questo tema può essere esemplificativo Petalo di rosa, un componimento che riesce a rendere con grazia e lievità estrema un empito di passionalità scandito dal ritmo di un breve fraseggio, condensando il suo messaggio nel secondo verso che risulta un endecasillabo perfetto:

Graziosa, piccola, fragile

tu allarghi gli orizzonti del mio mare.

Liberi vuoti di una vita,

mescoli sfumature alle viole,

anche solo parole

fra l’ansia e il tuo amore.

Altrove l’amore assume valenza universale, diventa agàpe, desiderio di umana simpatia, bisogno di fratellanza, afflato solidale alla condivisione come unica àncora che può in qualche modo attenuare l’incombere di una sorte avversa (Diamoci la mano, Diario del silenzio, Turchese, Dalla terra). Né manca in alcuni componimenti un profondo anelito religioso, che spesso rimane in bilico tra speranza e smarrimento (Scorrere, Il silenzio, Passo d’addio, Il cancello del cielo, Ad occhi aperti, Lo specchio dei colori), ma talvolta fa affiorare echi della pietas virgiliana nel suo docile inchinarsi ai segni del destino (Verrà il tempo, Minima, Frammenti d’anima, Azimut, So di amarti) .

Mentre sotto l’aspetto esistenziale e gnoseologico il sentire di Giustizieri richiama per molti versi la visione di Leopardi, sul piano stilistico e formale la sua poesia evidenzia una attenta messa a frutto della lezione ermetica non solo nel preferire una assai contenuta articolazione espressiva, ma anche e soprattutto nel rivelare una concezione suggestivo-evocativa della parola rispetto ad un uso discorsivo o descrittivo del linguaggio poetico. Ogni componimento obbedisce ad una sapiente architettura (sic!), a cominciare dal titolo, sempre concepito in funzione dinamico-propulsiva o persino contrastiva rispetto al testo, ma anche per quanto concerne la versificazione, gli effetti timbrico-fonetici, l’uso delle assonanze, alcune correlazioni di natura ossimorica (e.g. parole strette, destino deserto, tela di pietra, assordante vuoto, gioia arrugginita, bianco dolore), la punteggiatura, fino alla chiusa che anziché definire e completare il margine semantico dell’evento poetico, tende invece a creare come degli spazi vuoti, dando spesso al lettore la sensazione di esser proiettato sul ciglio di un dirupo oltre il quale non si può discernere.

Chi è il destinatario di questa poesia? La domanda non è oziosa, non soltanto in considerazione di quanto già rilevato sulla mancata pubblicazione della raccolta, ma anche per un motivo più sostanziale costituito dal fatto che chi scrive ha spesso in mente sia un interlocutore (reale o fittizio) che rappresenta quasi una controparte in ogni singolo componimento, come anche un potenziale lettore che può diventare compartecipe dell’esperienza del poeta. Le dramatis personae idealmente presenti nella raccolta sono varie: l’alter ego del poeta, la realtà naturale, la donna amata, l’uomo-fratello, l’assoluto universale, Dio-padre. In primis è a loro che la voce del poeta è diretta, ma egli è anche fiducioso che vi siano delle anime gemelle che possono ascoltare, comprendere, forse anche condividere i suoi sentimenti.

Le componenti sul piano metaforico del discorso poetico di Giustizieri sono congruenti con il tessuto concettuale ed emotivo su cui vengono ad innestarsi, talvolta in funzione di pura analogia, ma non di rado caricate anche di una valenza simbolica che ne giustifica anche la reiterazione con significative varianti contestuali. Si tratta in prevalenza di elementi naturali, floreali, oppure paesaggistici. Ad esempio il petalo di rosa nella poesia omonima simboleggia il volto dell’amore, il gelsomino allude alla linfa vitale (Da una stanza all’altra), come il geranio all’energia (Sull’acqua), il vento diventa simbolo della forza propulsiva della natura, la nuvola  è metafora della libertà nella solitudine, la luce sprigiona il senso del divino, la stella  è l’emblema della speranza. E’ proprio grazie a questi referenti che si possono comprendere fasi e mutazioni del divenire esistenziale dell’autore. Si pensi alla metafora cangiante della stella che tenta di scendere sulla terra, ma subito risale smarrita e preferisce tornare nel firmamento (Solo), immagine che altrove diventa due stelle ‘perdute nella tristezza’ ad indicare la visione spenta che si presenta ai suoi occhi (Scritto sull’acqua), mentre nell’ultimo componimento troviamo un “campo di stelle” che punteggia la volta celeste prefigurando l’essenza del divino.

Come era inevitabile, l’evoluzione finale dell’itinerario poetico del Giustizieri ha risentito della prova terribile a cui egli è stato sottoposto sul piano fisico, psicologico ed esistenziale. Negli ultimi componimenti si constata quanto profondamente i colpi della sorte avversa si riverberino sul suo modo d’essere, condizionando anche il processo creativo che conduce alla poesia. Infatti si può affermare che la vena di tristezza che è presente sin dall’inizio della raccolta non è generalmente tale da precludere al poeta la possibilità di assaporare la vita nei momenti di abbandono e stoica rassegnazione,  mantenendo in qualche modo un canale aperto di empatia ed interlocuzione con un potenziale lettore. Tuttavia avvicinandosi alle poesie più tardive si avverte un fatale incupirsi degli orizzonti dell’autore, sicché la poesia stessa ad un certo punto diventa documento personale del proprio calvario, quasi negazione di sé stessa, dato che non esiste appiglio di sorta che salvi dalla disperazione (Non Tendo più la mano, Non ho eredità, Non aspetto nessuno). E così l’assurdità del vivere invade il pensiero cosciente, rendendo il linguaggio teso e talvolta impenetrabile a qualsiasi tentativo di analisi razionale. Soltanto gli ultimi componimenti (Eco d’amore, Luce, Ti riconosco) rivelano un riconquistato equilibrio comunicativo, come effetto di un progressivo distacco dalla realtà per raggiungere uno stato di sospensione che prelude alla trascendenza. A queste differenti condizioni psicologiche corrisponde una sempre più accentuata essenzializzazione del linguaggio, come è evidente in Campo di stelle che chiude la raccolta:

Ogni mattina

il cuore batte

dietro un campo

di stelle.

La parola poetica si fa disadorna, quasi priva di determinanti ed aggettivazione, sino a diventare phanopoeia, segno intelligibile che tende ad un effetto di evocazione-astrazione usque ad limen, fino ed oltre il confine della realtà sensibile, verso una condizione puramente visionaria. Vi sono nella raccolta di Giustizieri alcuni momenti di rilievo assoluto, in cui la facoltà creativa della poesia riesce veramente ad assumere valenza universale, dando al lettore la magica sensazione di trovare nella voce del poeta l’espressione di sentimenti che appartengono a tutti, ma solo pochi sanno esternare e comunicare in modo indelebile. Uno di tali momenti si può certamente trovare nella lirica Poesia, che nella sua icastica brevità quasi rappresenta il testamento artistico dell’autore, e che ha dato spunto per il titolo del presente saggio:

Ti sentirò fuoco

fino al sole

e  per gioco

consumerò la vita

già domani,

trovando parole

cadute

sul tuo confine,

dove più m’arrendo

e mi perdo

irraggiungibile.

 

(G.M., novembre 2010)

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne

 


[1] Eugenio Giustizieri, nato a Sannicola (LE) nel 1957, è venuto tristemente a mancare a maggio del 2010 a soli 53 anni, a causa di un male che in breve tempo non gli ha dato scampo. Era architetto libero professionista, docente di storia dell’Arte, critico, specialista dell’arte italiana del ‘900. Per scelta è vissuto sempre nella sua terra d’origine. Sia in ambito artistico che letterario egli ha ottenuto significativi riconoscimenti in Italia e all’estero. Sue opere figurano in collezioni pubbliche e private in Europa e in America.

Salvatore Carbone. L’arte come rivelazione

di Eugenio Giustizieri

 

Se, in qualche modo, non si entra nella deliberata ma utile complessità di Salvatore Carbone, si rischia di non intendere il suo magnifico e seducente modo di fare arte. Guardare le opere di grafica, di pittura, di scultura spiega poco dell’unicità e diversità dell’artista, che è rappresentato soprattutto dal metodo, dal processo ideativo, da un sistema tutto personale. Una diversità che ha origini storiche; fra le altre cose, sta dentro la sua formazione da autodidatta, in un atteggiamento “altro”, ancora oggi, rispetto al sistema dell’arte e del suo consumo che pone al centro del proprio lavoro la questione del senso del progetto del mondo contemporaneo, del ruolo dell’artista che sembra debba essere sempre al servizio della collettività. L’artista sottopone alla comune riflessione desuete parole-ideali, come dignità, uguaglianza, necessità di coniugare qualità e produzione artistica.

Salvatore Carbone propone una sfaccettata configurazione dello spazio con l’intenzione di far emergere quanto sta dietro e attorno al lavoro progettuale e produttivo; articola la sua ricerca in tre punti di allegorie, che illustrano rispettivamente il disegno, le riflessioni concettuali, il percorso dell’arte moderna. Tre momenti che in realtà poi s’intrecciano organicamente in una metodologia unitaria. Ne ha collocato il percorso dentro il suo lavoro e le sintesi allegoriche all’interno di una pietra d’ambra, che come la divinità greca della luce Elettra, illumina figure e oggetti svelandone altre implicazioni, diversi possibili livelli di lettura per il fatto che insinua dubbi e propone riflessioni.

La pittura, come la scultura, deve essere soprattutto confessione, diario, mezzo di scandaglio o di protesta, messaggio. Salvatore Carbone elabora un segno che sa cogliere l’attimo fuggente, nel quale profonde il suo coraggio, la sua volontà di parola. Crede in un’arte che sia impuramente compromessa con la vita, testimone delle sue sofferenze, delle sue battaglie, della sua moralità.

Sembrerebbe che obiettivo principale di ogni sua opera sia l’etica. L’artista porta alle estreme conseguenze il suo linguaggio, fatto di archetipi primordiali, in cui la cultura mediterranea e salentina, con i suoi segni severi, si fonde con gli stimoli culturali elaborati nel tempo.

Dagli anni Novanta ad oggi i segni della memoria fluiscono come continuità della vita e attivano all’interno dell’immaginario una sorta di campo sensitivo infinito. Sembra che la pittura non possa più vivere mimando la realtà, si vuole invece un’arte che si fondi sulle ragioni autonome della propria esistenza. Ne escono tele di sofferta concentrazione, mentre nel manto di colore s’inibisce ogni preoccupazione di grazia, s’ascolta quasi la voce d’un animo che vive in una proiezione continua oltre se stesso, finché non si manifesta in un “oltre” che è insieme fisico e concettuale.

Le reminiscenze sono metafore del vissuto, luogo dell’intimo, meccanismi osservatori di immagini che costruiscono il pensiero soggettivo. In questa zona di recessi e delle derive s’incontrano ombre e respiri inquieti, si rivelano e si svelano enigmi imperscrutabili, esplodo desideri ineguagliabili, che diventano passione desiderante, intensità visiva, vertigine visionaria.

Le sue opere raccontano mondi rinvenuti, disegnano corpi in caduta libera, delineando sagome. Il ricordo si scandisce attraverso la durata e la memoria ricompone l’essere, diviene territorio anarchico, una zona di confine, dove immaginazione ed esistente s’intersecano per ricomporre frammenti. È soprattutto l’inconscio che in questo stratificato procedere rende incandescente il ricordo, deopalizzando le immagini di istanti della propria esistenza e costruisce universi nati da sguardi amati, da voci sentite, da umori vissuti che, una volta manipolati dall’effetto decostruttivo del procedimento artistico, modificano la vaghezza del ricordo in disidentità.

L’immagine diventa oggettiva, tende a perdere la familiarità con se stessa, diviene icona inedita e ineffabile. Perché ognuno ha il suo posto e il suo procedere, il mondo è sinfonico e, nelle sfumature cromatiche, la varietà dei destini si placa e riposa. Il verde tenero della primavera, il bianco calcinato delle case e della luna, il rosso acceso del tramonto e, su tutto, la patina di ruggine, che riporta al Sud, ad ogni sud del mondo, al cullare del tempo e della storia.

Credo che Salvatore Carbone veda i colori così come visti dagli antichi Greci, rinviando non al linguaggio della pittura ma a quello della poesia, dove l’oggettivo risponde più a un sentimento che a una percezione. Questo vale anche per l’evoluzione della pittura moderna: perché alle percezioni cromatiche dell’impressionismo, con il suo occhio visivo, è subentrato il sentimento deformante dell’espressionismo, con il suo occhio interiore. Così che i colori irrealistici del linguaggio della poesia greca ritornano, in chiave diversa, nel linguaggio della pittura moderna.

Cosciente del potere dirompente di tale visione, Carbone, forte dei risultati ottenuti con la creatività impiegata nella prima parte della sua parte della sua vita artistica, inventa un secondo momento creativo conseguenza obbligatoria, faticosa, a tratti eccitante. Tutti aggettivi che connotano la libertà stessa.

L’impressione è che l’inventiva dell’artista abbia trasformato, il già labirintico processo mentale, in un percorso in cui perdersi nel continente dei sogni perduti. Il buio, il silenzio e le grandi dimensioni delle immagini contribuiscono a creare un’atmosfera coinvolgente di grande impatto visivo, carica di liricità e introspezione, essenziale e ricercata allo stesso tempo. È come se una geniale teoria cosmologica aprisse la possibilità di un nuovo, immenso universo accanto a quello che si credeva totale.

È questo che sfolgora nell’opera di Salvatore Carbone: l’arte come rivelazione, prima ancora che fonte di nuova felicità. Eppure la voce diventa sempre più roca, flebile quasi, sommessa, venata di malinconia e abitata da un senso di sperdutezza profonda. I personaggi che popolano questi lavori divengono maschere, qua e là bagnate di colore: stanno a testimoniare l’ambiguità, la doppiezza, la vanità che, forse, più ineluttabilmente d’ogni altra condizione, segnano la vita e i suoi rapporti. Né tremende, né profetiche ma soltanto dolenti svelano la realtà d’un Carbone segreto che continua a non perdersi, perché continua a credere.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

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