A Marittima, Boccadamo presenta “Anita”

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Sabato 21 maggio 2016, alle ore 9.30, presso l’Istituto Comprensivo Statale, in via Roma, 69 a Marittima di Diso (Lecce) sarà presentato il libro di Rocco Boccadamo, “Anita detta Nnita – Lettere ai giornali e appunti viaggi” edito da Spagine – Fondo Verri nel dicembre 2015.

Interverranno e dialogheranno con gli alunni e il pubblico presente, l’autore e il prefatore Ermanno Inguscio. Nell’occasione, Rocco Boccadamo, portando avanti l’ormai decennale iniziativa “Un libro in dono”, consegnerà una copia del volume a ciascuno degli studenti di terza media.

Scrive Ermanno Inguscio: “Il viaggio è sete di conoscenza, è desiderio di allacciare nuove relazioni, è bisogno di comunicazione”; e un viaggio propone l’autore con i quarantasei brani che compongono il volume.

Nella prima parte del libro, Rocco Boccadamo riferisce di fatti e personaggi incontrati in terra veneta, ad Abano Terme, al consumarsi della stagione autunnale 2013; nella seconda, campeggia, tra i ventotto scritti, il racconto salentino di “Anita, detta ‘Nnita”, che dà il nome alla raccolta.

‘Nnita, personaggio tra le tante figure che popolano le narrazioni di capitolo in capitolo: un vecchio parroco, le belle deputate presenti nel Parlamento nazionale, “lu cumpare signurinu”, la Nunziata di Castro”, “Zi’ Miliu” e Vitale…

Storie e memorie che con la scrittura sfidano il Tempo.

A chiudere il volume, il terribile naufragio del traghetto “Norman Atlantic” nel Canale d’Otranto.

Ma su tutto a farla da padrone, sono i molti angoli della terra tra due mari, con Castro Marina, Serrano, Marittima, non senza puntate nella memoria delle esperienze lavorative del giovane autore, bancario, alle pendici dei Peloritani, delle Prealpi Venete e in Brianza.

Il cinema di Luigi Di Gianni ritorna nel Salento

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UN CONVEGNO SUI  SILENZI DEL SUD

di Ermanno Inguscio

Il documentarista Luigi Di Gianni torna ancora una volta nel Salento. Sabato 9 aprile 2016, a Montesano Salentino e a Ruffano, avrà luogo una giornata di studi in suo onore, al cui termine gli sarà conferita una cittadinanza onoraria. Tra i sessanta documentari girati e i vari sceneggiati televisivi, Di Gianni, presidente della Lucana Film Commission e già sodale di Ernesto De Martino, aveva girato, tra il 6 e il 7 agosto 1965, proprio a Montesano Salentino, il cortometraggio “Il male di San Donato”, un documento antropologico unico su pratiche terapeutiche ormai scomparse. Così, Silvana Serrano, sindaco di Montesano Salentino, e Carlo Russo, sindaco di Ruffano, su progetto di Alessandro Turco, in collaborazione con la “Fondazione Notte di San Rocco” di Torrepaduli, con media partner Telerama, hanno reso possibile l’ importante incontro odierno con il regista Luigi Di Gianni, nastro d’argento alla Biennale di Venezia del 1975 per il film “Il tempo dell’Inizio”.

A lui erano state dedicate, infatti, numerose rassegne internazionali presso vari Istituti italiani di Cultura (Vienna, Monaco di Baviera, Stoccolma, Helsinki, Copenhagen). E l’Università di Tubinga, oltre a dedicargli una retrospettiva personale, ha istituito una Fondazione Archivio per la conservazione e la diffusione dei suoi film documentari.

Il Festival di Berlino, nel 2003, lo ha celebrato con la proiezione di cinque sue opere. Anche per questo il ritorno di Di Gianni nel Salento assume un’importanza veramente significativa, cui gli ideatori hanno dato il tema Incontro con Luigi Di Gianni. Il cinema che si ispira all’antropologia. Il Sud del silenzio.

Nella mattinata del 9 aprile, alla presenza di folte scolaresche della scuola dell’obbligo, nel tragitto dalla chiesa matrice di Montesano al Santuario di San Donato, Di Gianni sarà accompagnato e intervistato dall’attrice Rosaria Ricchiuto. Nel pomeriggio, presso il Teatro dell’Oasi di Ruffano, dopo la proiezione di alcuni suoi filmati e i saluti istituzionali di Carlo Russo e Silvana Serrano, sindaci delle due cittadine, seguiranno gli interventi dello storico Ermanno Inguscio, dell’etnomusicologo Pierpaolo De Giorgi ( Comitato Tenico-Scientifico della Fondazione Notte di San Rocco, presieduta da Pasquale Gaetani), del regista Edoardo Winspeare e della conduttrice-regista della serata Rosaria Ricchiuto.

La presenza di Luigi Di Gianni in Salento, mirabile idea-progetto di Alessandro Turco, si configura anche come un omaggio a Ernesto De Martino, che nei suoi studi aveva etichettato questa terra japigia come “ terra del rimorso”, studiando fenomeni etno-antropologici tra Nardò, Torrepaduli, Lecce e Galatina. Luigi Di Gianni, sin dai tempi del suo documentario “Magia Lucana”, si era appassionato alle tematiche che istituiscono interessanti paragoni tra riti e costumi simili del tarantismo, e che per diverse ricerche aveva avuto la consulenza scientifica proprio di Ernesto De Martino.

Immagini e soggetti rappresentati del resto da Di Gianni e da Gianfranco Mingozzi consentono di riconoscere ritualità popolari ormai quasi scomparse e offrono lo spunto per uno studio e comparazione con l’analogo rito tradizionale e popolare della danza scherma, che si svolge ogni anno presso il Santuario di San Rocco di Torrepaduli. La relazione tra San Donato e San Rocco è di pregnante significato, perché si svolge in un’area omogenea di interesse etno-antropologica, nella quale la devozione popolare assume toni, caratteri e comportamenti simili e di un analogo significato terapeutico.

E’ quanto era stato già ribadito nei Meetings internazionali di Lisbona e Montpellier di qualche anno fa ed é proprio ciò che gli studiosi presenti all’incontro cercheranno di rimarcare alle comunità di Ruffano e Montesano Salentino, sotto l’egida storico-culturale del grande documentarista napoletano Luigi Di Gianni.

Unioni civili e identità di genere. Giò Stajano, un precursore del Salento

Gio Stajano

di Ermanno Inguscio

Il tema delle Unioni Civili in Italia, tra i pochi Paesi ancora senza una legge, additato anche dall’Europa come una riforma indifferibile, rimanda alle problematiche poste in ambito sociale sia dalla identità di genere sia dai diritti dei bambini ad avere due genitori. Dopo il divorzio e l’aborto in Italia, la mutata società moderna chiede ancora nuove modificazioni al diritto di famiglia. La questione odierna, specie per l’adozione dei minori da attribuire anche a coppie omosessuali, è abbastanza controversa, Questa, infatti, è una settimana cruciale per i nostri parlamentari. E tra “family day”, “dies familiae” e scontri in Parlamento, il mio pensiero corre a personaggi, come Giò Stajano, antesignano della diversità, transessuale e icona gay degli anni Cinquanta e anch’egli studente sessantottino nell’Ateneo di Lecce. Sono riandato così al mio Sessantotto leccese, al furore di quei giorni, proprio con la lettura di un libro di Giò Stajano, Pubblici scandali e private virtù. Dalla Dolce vita al convento, edito da Manni nel 2007.

Pubblici scandali e private virtù: quasi una parafrasi, nel titolo del volume, di quanto avvenuto nella prima e nella seconda repubblica del Belpaese. Il giornalista, stravagante personaggio, nipote di Achille Starace, noto omosessuale nella Roma felliniana della Dolce Vita, esperto di fotografia scandalistica e giornalista per il settimanale “Big” (1964-1967) e, dal 1969, per “Men” si era rifiondato a Lecce, dopo una ennesima delusione amorosa, con la sua fiammante 500, costretto dal papà ad iscriversi ai corsi della facoltà di Lettere e Filosofia. Fu così che tra l’entusiasmo di non pochi studenti, la baraonda dell’incipiente Sessantotto e le prime occupazioni studentesche, l’arrivo di Giò Stajano a Lecce coincise per le matricole di Lettere con la frequenza al corso superaffollato sul Leopardi minore, tenuto da Mario Marti nell’Ateneo salentino. Ma quella di Stajano si rivelò quasi una meteora di presenza a Lecce. Tra serate (molte) e lezioni e libri (molto pochi) e le sue puntate a Sannicola, ogni tanto, ma proprio dio rado, si rifugiava nel suo appartamentino di venticinque metri quadri, tra servizi giornalistici, foto e irriverenti comparizioni in pubblico. Quasi un’anteprima dei moderni gay pride, come quello di Helsinki, nell’estate del 2011, nel quale capitai tra schiamazzi, sberleffi e osceni richiami. Quanto al contesto rivoluzionario del Sessantotto, circa gli obiettivi della contestazione giovanile propria di ogni ateneo di tutta Europa, le aule e le lezioni venivano occupate ed interrotte vuoi di giorno vuoi di notte sull’onda delle incursioni in ateneo sia di destra sia di sinistra.

Tra i personaggi importati da mezza Italia, da Pisa, da Milano, da Bologna e da Roma, a scaldare la passione degli studenti salentini tra i banchi e le biblioteche e le molte lezioni da saltare, faceva la sua bella figura, Stajano. Lui, salentino doc, nativo di Sannicola, col il suo palmares di anticonformismo, di trasgressioni, di disordini, di arresti, di gossip nazionali e di giornalismo noto nell’intera Penisola. Un’infanzia, la sua, trascorsa tra i ricordi a Roma con il nonno Achille, la villeggiatura al mare, nel mese di luglio, al Lido San Giovanni a Gallipoli; in agosto in montagna all’Abetone o in uno chalet a San Martino di Castrozza, vicino a quello di Costanzo Ciano e di Edda Mussolini con i figli. Nel primo dopoguerra in luglio, sempre al mare, ma al Lido Conchiglie.

Presto Giò scoprì di essere diverso e già nel 1951, a Firenze, poté parlare con Giorgio, per la prima volta della sua omosessualità ed essere così introdotto, con una catena di amicizie e frequentazioni romane negli ambienti dei “diversi”, set cinematografici e night club. Ebbe modo , tra eccessi e prostituzione, di occuparsi soprattutto di editoria pornografica, frequentando il mondo della politica, della cultura e dello spettacolo. A Roma, sempre foraggiato dallo stipendio puntuale del papà, con la frequenza della café-society di Via Veneto, Trinità dei Monti e del mondo artistico-cinematografico e dei night, divenne uno dei personaggi della Dolce Vita.

Ebbe contatti con artisti ( Walter Chiari, Maurizio Arena) attori (Ava Gardner, Linda Christian, Soraya) cantanti (Carosone, Peppino di Capri, Fred Buongusto). Un suo pediluvio, una sera, nella Barcaccia di Piazza di Spagna, fatto in compagnia della modella somala Marilù, rimbalzato sui giornali della Capitale, diede a Federico Fellini lo spunto per la scena più famosa del suo film La Dolce Vita. S’innescò, complice l’attività di giornalista apprezzato in ambito scandalistico, una vita dissoluta di amori da omossessuale. Poi nel 1982, la metamorfosi di Giò Stajano: lifting facciale, seni e l’intervento definitivo di passaggio al genere femminile. A Casablanca, con un costoso intervento chirurgico ad opera del dottor Burou, era nata una foemina tripudians, pronta a scatenare la sua rivincita su tutti i maschi dell’universo.

Al ritorno in Italia, a Sabaudia, fu ben accolta nella famiglia d’origine, ma fu odiata dalle donne, perché vista come pericolosa rivale. Frequentò il Centro Sperimentale di Cinematografia e chiamata da Novella Parigini a scritture con una parte nel film di Caccia all’uomo di R. Freda, con la “consacrazione” come attore omosessuale della Dolce Vita di F. Fellini, la partecipazione al film di A. Sordi Il comune senso del pudore e Nerone di P. F. Pingitore.

Giò Stajano, dunque, autentico pioniere di dichiarata diversità, vissuto nel mondo dello spettacolo, della cultura, dell’arte, della politica e della moda. Dal 1984 signora anagrafata in tutti i pubblici registri come Gioacchina Stajano, dopo il cambiamento di sesso avvenuto a Casablanca nel 1982. Negli anni Novanta, improvvisamente, finì persino, per scelta, col calcare l’acciottolato di un convento. Oggi avrebbe certamente potuto dire la sua nell’odierno dibattito sul riconoscimento dei diritti civili in Italia. Molte associazioni di oggi, infatti, si rifanno alla sua significativa, e scandalosa, esperienza. Quanto a scandali pubblici, del resto, sotto ogni cielo, non ne mancano. Le private virtù, per fortuna, continuano ad esserci. Forse non hanno adeguata visibilità.

Un personaggio singolare Giò Stajano. Non mancò neanche di fascino letterario con qualche sua pubblicazione. Il primo Roma capovolta (1959), il secondo Meglio un uovo oggi (1959), fatti oggetto di puntuale censura. Pubblicò poi Le signore sirene (1961) e Roma erotica (1968) e Il tetto stretto (1973). Nel 1963, durante un soggiorno a Lecce in casa della madre, aveva dato alle stampe Gli uni e gli altri. Nel 1979, con La terra dei nonni, una raccolta di versi, testimoniava il suo affetto per persone e luoghi che non c’erano più, il padre Riccardo, la madre Fanny Starace,i fratelli Francesca, Achille e Candida Maria, il nonno Achille Starace, il vecchio collegio Argento, la sua villa a Sannicola, ma anche il duo Flon-Flons, i suoi quadri acquistati da Fellini, i suoi amici canoisti, paracadutisti e i piloti della Scuola Aeronautica di Galatina. Un mondo di affetti e di trasgressioni, testimone del suo tempo e della sua terra, il Salento.

Gli Ulivi e la Pietra

ulivo, muri a secco

GLI ULIVI E LA PIETRA. SALENTO E BAROCCO  LECCESE NELLA PROSPETTIVA UNESCO

A LECCE  E TARANTO UN CONVEGNO DI STUDIOSI E  DI LIONS DI PUGLIA

di Ermanno Inguscio

Grande fermento in tutto il Salento in una due giorni, il 25 e 26 novembre 2015, dedicata allo studio della pietra leccese e alla tutela dei secolari ulivi salentini, promossa dai Soci Lions di Puglia, su iniziativa di Raffaele Cazzetta, presidente dell’Associazione Olivi secolari e del lions Club di Maglie. Il tema: Gli Ulivi e la Pietra. Salento e Barocco leccese nella prospettiva UNESCO”, è stato annunciato sui maggiori organi di stampa e sui TG di Rai3 Regione.

L’evento s’è svolto tra Lecce (presso le Officine Cantelmo) e Taranto, in un albergo cittadino. Il sindaco di Lecce, Paolo Perrone, in una sua intervista, ha sottolineato la necessità del coinvolgimento dell’intero Salento sul tema della iscrizione all’ UNESCO del Bene culturale “pietra leccese e ulivi secolari”, pena l’inefficacia di uno sforzo di natura sinergica fatto sul territorio. Proprio vero, infatti. Un analogo tentativo fu compiuto in tal senso nel 2006 dal sindaco dell’epoca, on. Adriana Poli Bortone, concluso con un nulla di fatto. Tutto si dissolse tra i meandri della burocrazia.

Da canto loro i Lions di Puglia, con la presenza del Governatore del Distretto, dr. Alessandro Mastrorilli ed un Vicegovernatore, prof. Francesco Antico, hanno coinvolto  alle giornate di studio centinaia di imprenditori e professionisti provenienti dalle zone di Brindisi, di Fasano, di Lecce, di Maglie, di Casarano, di Gallipoli, di Castellaneta, di Grottaglie e di Manduria. A relazionare nel Salone leccese delle Officine Cantelmo il prof, Mino Ianne dell’Università di Bari, l’avv. Giorgia Marrocco (Centro Studi Tecné) e la prof.ssa Tatiana Kirova (Università di Torino), membro permanente del CIVVIH-ICOMOS dell’UNESCO.

Grande attenzione è stata prestata dall’uditorio proveniente dalle tre province di Lecce, Brindisi e Taranto alla prima relazione di Mino Ianne, che ha parlato sul tema :”Ambiente e paesaggio storico-antropologico del Salento”, alla seconda tenuta da Giorgia Marrocco  sul tema “La pietra leccese fra tradizione e innovazione”, e soprattutto alla terza,la relazione  di Tatiana Kirova, tema “Il Salento tra i siti UNESCO: le possibilità concrete”. Se, infatti, grande affidamento, a detta dell’organizzatore Raffaele Cazzetta, si fa nella esperta guida della prof.ssa Tatiana Kirova per il lavoro preparatorio per l’iscrizione del sito salentino ai Beni UNESCO entro il 2017, l’aspetto cruciale consisterà nell’approntare un Piano sinergico di autofinanziamento, una volta raggiunta l’iscrizione, per ogni attività che si intenderà programmare in maniera continuativa sul territorio con possibilità concrete di occupazione giovanile  in questo lembo di terra  tra lo Jonio e l’Adriatico. Una sfida ardua, ma non impossibile.

Tanto vale riprovarci, questa volta con feroce determinazione. Ed è ciò che è stato con chiarezza ricordato agli astanti nelle puntuali conclusioni dell’avv. Raffaele Coppola.

Pietro Marti e Manduria

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MANDURIA, PIETRO MARTI E L’ISTRUZIONE PUBBLICA

                                  IN UN LIBRO DI ERMANNO INGUSCIO

 

Un “filo rosso” lega la cultura cittadina di Manduria all’alfiere del Salento Pietro Marti, intellettuale, giornalista e cultore di storia patria del primo Novecento. Il prof. Marti, infatti,noto in tutt’ Italia in campo critico e culturale anche per aver pubblicato Origine e fortuna della Coltura salentina (1893), era giunto a Manduria l’11 ottobre 1921, chiamato dal sindaco dell’epoca, Giovanni Errico, a dirigere l’istituenda Scuola Tecnica Superiore, divenuto presto un vero gioiello di efficienza scolastica in tutta la Terra d’Otranto.

L’odierna Amministrazione Comunale, guidata da Roberto Massafra, con il supporto della Civica Biblioteca “Gatti”, ha voluto riscoprire la figura di Pietro Marti, giovedì 19 novembre 2015 (Sala Consiliare del Comune, h. 17,00), presentando al pubblico una monografia di Ermanno Inguscio dal titolo Pietro Marti (1863-1933) Cultura e Giornalismo in Terra d’Otranto (2013).

L’evento ha innescato un grande fermento culturale nel centro ionico, anche per merito della Società di Storia Patria per la Puglia, sezione di Oria, dell’Archeoclub d’Italia (Presidente Sergio De Cillis, sezione di Manduria), dell’Associazione Pernix Apulia di Eugenio Selvaggi, della UNITRE cittadina e della Biblioteca “Gatti” (diretta da Carmela Greco). Il folto uditorio ha apprezzato la dotta relazione sulla pubblicazione di Inguscio, affidata alle considerazioni di merito dello studioso Cosimo Pio Bentivoglio.

Quattro le parti del libro ampiamente illustrate ai tanti uditori presenti: Pietro Marti, uomo di cultura; lo storico-erudito e il biografo; il direttore del giornale La Voce del Salento; il cultore d’Arte e di Archeologia. L’Istituzione Comunale di Manduria, dunque, ieri come oggi, ha saputo affidare le sorti della pubblica istruzione dei giovani a intellettuali di tutto prestigio e di eccellente professionalità e ne conserva fedele ricordo.

Sottoposto ben presto alla veemenza del furore fascista cittadino, il preside (oggi dirigente) Pietro Marti, seppe tenere alta la finalità della Istituzione scolastica, difendendo con l’operosità e l’esempio personale la stessa mission della scuola, che dichiarava, sul foglio a stampa Per la verità, dev’essere sacra e superiore a tutte le passioni, personali e politiche. Non è stata certo una meteora, dunque, la permanenza di Pietro Marti a Manduria, durata solo dal 1921 al 1924.

Una sua figlia, Emma, docente all’epoca a San Pancrazio Salentino, era poi andata in sposa a Paolo Dimitri, anch’egli uomo di scuola. Oggi, l’ottuagenario Elio, che ha chiuso da par suo la serata culturale a Manduria, ancora è felice testimone, nell’affetto che lo legava al nonno, della passione storico-culturale che lo contraddistingueva. Quanti opuscoli venivano dati puntualmente in regalo al nipotino ad ogni loro incontro. Regali e cultura permeati da affetti. Ma Elio Dimitri, oggi Presidente onorario della Biblioteca Civica “Gatti”, è lo studioso autore della Bibliografia di Terra d’Otranto dal 1550 al 2003, strumento storiografico fondamentale per ogni ricerca storica sul Salento.

Se a Pietro Marti, suo nonno per parte di madre, con la produzione delle quaranta monografie e la dozzina di giornali (per gran parte fondati e diretti), spetta parte di quell’immortalità che, a dirla con il filosofo francese Jacques Derrida, solo la scrittura può assicurare, all’impegno di  studioso di Dimitri spetta il primato di quel “filo rosso” che lega la città di Manduria all’amore per la cultura delle arti e del bello, che Pietro Marti aveva insegnato nella Penisola e per tutte le contrade del Salento. Manduria e Pietro Marti, uno storico binomio di elevazione civico-sociale, ancora oggi valido per chi sa apprezzare l’insegnamento della storia, maestra di vita.

E’un po’ ciò che lo storico Ermanno Inguscio, nella sua monografia sull’illustre giornalista leccese, presentata a Manduria,  ha per un verso  “costruito un piedistallo su cui ora posa tranquilla la statua ideale di Pietro Marti”, come annotato da Alessandro Laporta, e dall’altro ha inteso tramandare un messaggio di civica passione alle generazioni del mondo globalizzato.

A Manduria si presenta il libro su Pietro Marti

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Presentazione del volume “Pietro Marti (1863-1933). Cultura e giornalismo in Terra d’Otranto”

 

La Società di Storia Patria per la Puglia sezione di Oria e l’Archeoclub d’Italia, sede di Manduria, con il patrocinio del Comune di Manduria e la collaborazione dell’Unitre e della Fondazione “Pernix Apulia” di Eugenio Selvaggi, hanno promosso la presentazione di una importante monografia dedicata a Pietro Marti. Il volume dal titolo: “Pietro Marti (1863-1933). Cultura e giornalimo in Terra d’Otranto” sarà presentato il giorno 19 novembre p.v., alle ore 17.00, nel Salone consiliare del Municipio di Manduria.

Relatore il prof. Cosimo Pio Bentivoglio, noto studioso locale. Autore del libro, edito a cura del dott. Marcello Gaballo, è il prof. Ermanno Inguscio, collaboratore dell’Università del Salento, socio ordinario della Società di Storia Patria per la Puglia. Parteciperà alla presentazione il prof. Pasquale Corsi, docente universitario, Presidente della Società di Storia Patria per la Puglia, oltre naturalmente all’autore ed ai rappresentanti delle istituzioni promotrici. Punto di riferimento la civica Biblioteca “Marco Gatti”.

Va ricordato che Pietro Marti è stata una delle figure più rappresentative della cultura di Terra d’Otranto tra Otto e Novecento e che il suo legame con Manduria deriva dal fatto che negli anni dal 1921 al 1924 è stato il Direttore della prima scuola secondaria (Scuola Tecnica) istituita appunto in Manduria nel 1921.

A Vilnius l’Italia è di casa

   

Vilnius (da turisma.it)
Vilnius (da turisma.it)

 

 di Ermanno Inguscio

Nella capitale baltica lituana, a Vilnius, nei primi cinque giorni di ottobre 2015, si è concluso un gemellaggio internazionale, iniziato nel maggio precedente, ad opera del Lions Club International, tra il Distretto pugliese 108 AB e il Vilniaus Lions moteru klubas, Lithuania. Una delegazione di 22 Soci Lions salentini, molti dei quali di Copertino,  coordinati dal Governatore Alessandro Mastrorilli, ha restituito la visita al Club di Vilnius, presieduto da Ana Trescina. Hanno presenziato alla cerimonia ufficiale di gemellaggio anche  S.E. Stefano Taliani de Marcio, ambasciatore italiano in Lituania e Linas Slusnys, governatore del Distretto 131.

Dopo un volo di 3800 km, a 54° di latitudine nord, un’ora in meno di fuso orario, Vilnius, Bene Unesco dal 1994, nota anche come Gerusalemme del Nord, ha accolto un gruppo di italiani, quasi tutti salentini, tra Chiese e Palazzi monumentali di storico pregio. Una capitale dal respiro europeo a giudicare dai gemellaggi civici tra Vilnius e Varsavia,  Reykjavik, Palermo, Lodz, Danzica, Tirana, e Donetsk.

A margine della cerimonia avvenuta in un albergo cittadino, l’ambasciatore italiano sottolinea l’amicizia tra i due popoli, l’Italia e la Lituania, rimarcata di recente, tra l’altro, dalla presenza dell’Aeronautica  Militare Italiana in esercitazione congiunta con gli Eurofighter, del Made in Italy tanto apprezzato, della dieta mediterranea e dei suoi vini, dell’amore per l’arte e la cultura. Nel commiato di saluto egli ricorda di avere conosciuto la città di Maglie, città di Aldo Moro, raggiunta nientemeno in littorina della Sud-Est. Al governatore Lions lituano, Slusnys, piace sottolineare con quanto fervore, quasi da stadio, gli Italiani cantano l’inno nazionale “Fratelli d’Italia”. E con scottante rimpianto brucia ancora la recente sconfitta della nazionale lituana di basket  (il vero sport nazionale di cui tanto in Lituania si va orgogliosi), contro quella italiana, giunta a sbancare in un ambito sacro alla loro tradizione sportiva e, aiutati come sono dal fattore genetico dell’altezza media tra i giovani. Una Socia del Vilniaus Klubas, al mio saluto, in maniera quasi fulminea, controlla il dizionario e riesce a rispondermi in italiano. Un’altra Socia, accompagnata dal marito, lui salentino, affermano di occuparsi di tradizioni popolari e parlano di musica della “pizzica”. Il più famoso Disco Pub della città, denominato “Salento”, è stato fondato da due giovani salentini, presenti in terra lituana da ben dodici anni. Un centro ricreativo e culturale, frequentatissimo, arcinoto tra i giovani frequentatori.

A Vilnius, dunque, l’Italia è proprio di casa, per il suo appeal esercitato nel mondo in ambito storico e culturale, per il fascino del made in Italy (non escluso il noto marchio automobilistico della Ferrari, primo nel mondo), per la vocazione all’accoglienza, per il sole e il mare, per l’eccellenza di scienziati in ogni campo del sapere e dell’economia. In questa città, Vilnius, arcinota per le creazioni e la produzione di ambra, che brulica nella Via Pilies di negozi e bancarelle di venditori, sostano solo auto di grossa cilindrata (Bmw, Mercedes, Audi, ecc.): una Rolls Royce russa, targata Moscow, è visibilmente guardata a vista dall’autista. Mosca del resto è soltanto a 380 km. Ma la capitale più vicina è però Minsk (Bielorussia). Anche in queste terre si accenna nelle conversazioni all’accoglienza, ma non si vedono in giro ragazzi di colore neanche a cercarli col lanternino. Niente scene di accattonaggio davanti ai supermercati, come in ogni Paese d’Europa. I lituani sono troppo fieri della loro indipendenza, ottenuta  soltanto nel 1990, usciti da un ottantennio di occupazione sovietica. E le quote di ricollocamento dei migranti, allora? Ora il loro Paese è nel consesso degli Stati dell’Unione Europea. Sono anche molto religiosi e lo testimoniano i tanti templi cattolici, dal carattere barocco e neoclassico, a cominciare dalla Cattedrale di Vilnius. Davanti alla caratteristica Torre della piazza ogni giovane coppia si sottopone al rito portafortuna di un volteggio su una mattonella con la testa al cielo: lì dove si annusa la frizzante aria del Baltico e quella del profumo, di recente adozione, della moneta del dio euro.

 

Otranto| Concorso Giornalisti del Mediterraneo

A OTRANTO GRANDE SUCCESSO DELLA 7^ EDIZIONE DEL CONCORSO GIORNALISTI DEL MEDITERRANEO

di Ermanno Inguscio

Nelle ore di furore tennistico nazionale in cui dai campi US Open di New York, l’epico duello della top ten tra Flavia Pennetta e Roberta Vinci convoglia  nei circuiti del mondo sportivo l’ammirazione per lo sport salentino al femminile,  e rafforza, per merito di due atlete pugliesi, anche un pizzico di orgoglio nazionale.  La brindisina Pennetta è per un giorno la regina di New York. A Otranto giornalisti delle due sponde del Mediterraneo a Convegno, decantano le lodi del Salento, della Puglia e del Sud, terra di accoglienza, di integrazione, di pace. Alle falle del Trattato di Schengen  e alle contraddizioni della politica estera dell’Unione Europea, si oppongono i meriti dei salvataggi di vite umane nel Canale d’Otranto e di Sicilia ad opera della Marina Militare Italiana. Due serate di studio e di emozioni. La prima, a Palmariggi; la seconda, nella città dei Santi Martiri sull’Adriatitico.

Prendo parte, venerdì 11 settembre, al Convegno dal tema “Loro del Sud”, organizzato dal Presidente del Lions Club di Maglie, Raffaele Cazzetta, nel suggestivo contesto del Parco degli ulivi secolari della Masseria “Alti Pareti” (Palmariggi), in cui l’editorialista  Lino Patruno punta il dito contro chi continua a mortificare  il Sud, ispirandosi anche, forse, al libro di Roberto Gervaso Lo stivale zoppo. Una storia d’Italia irriverente dal fascismo a oggi, presente alla serata con straripanti esternazioni di ambito letterario e televisivo. Tra i presenti, oltre al 2° Vicegovernatore dei Lions di Puglia Francesco Antico e il sindaco di Otranto Luciano Cariddi, ambasciatori,  Consoli di vari Paesi del Mediterraneo e moltissimi giornalisti, tra cui quelli del Centro Nazionale Stampa della Marina Militare Italiana.

Personaggi presenti in Puglia e felicemente coinvolti dagli organizzatori per una mirabile degustazione di prodotti tipici locali nella Masseria della famiglia Cazzetta-Marrocco, sponsor della presente Edizione del Concorso Giornalisti del Mediterraneo, evento in dirittura di arrivo, sabato 12 settembre,  nella vicina città di Otranto. Inutile dire che un maliardo nettare negroamaro della Tenuta Cazzetta, produttrice soprattutto di olio apprezzato in tutto il mondo, imperversa tra i tavoli del buffet approntato a bordo piscina. Un trio di musica popolare, armato di chitarra, tamburello e organetto, intrattiene gli ospiti sino alle ore piccole. La pizzica incanta tutti i presentti. Molti fanno foto, qualcuno filma, qualche intervista. L’intreccio vocale evoca a tratti, a detta di ospiti ispanici presenti, il fremito del fado cantato sulle sponde del Tago a Lisbona. Alla mezza molti ospiti abbandonano la struttura del Parco degli ulivi secolari, facendo ritorno in hotel. Non così una trentina di convenuti tra giornalisti e Addetti Consolari. “Pizzicati” dalla musica del trio, ispirati dai polifenoli del negroamaro, che forse scorre quanto la fontanella della piscina, ballano sotto le stelle davanti ai verdi giganti sacri alla dea Minerva. Quel mentore della serata, oltre che del Premio Caravella 2015, Tommaso Forte, inventa lo stratagemma di un tamburello che passa di mano in mano. Chi più chi meno a rotazione maltratta maldestramente il re della percussione manuale. Venuto il mio turno, da ex compagno di scuola di Amedeo De Rosa, e memore dei suoi insegnamenti, col tamburello riesco a non sfigurare tra la meraviglia degli astanti: tra questi, un conduttore della rassegna stampa serale del TgCom 24, una giornalista di Sky News 24, un inviato de L’Espresso e un altro del Corriere del Mezzogiorno, un ammiraglio della Marina Militare. Un suo addetto stampa del centro Comunicazioni romano dello Stato Maggiore pretende una mia intervista. Illustro per sommi capi il valore terapeutico della pizzica, le varie tipologie e le tecniche. Vogliono saperne di più sulla danza scherma di Torrepaduli e il culto di San Rocco. Rimangono tutti affascinati.  Un gruppo di danzatori salentini (da Maglie e da Lecce), presenti al Concertone del 18 agosto a Torrepaduli, ad opera della Fondazione Notte di San Rocco, ribadisce di aver assistito ad uno spettacolo coreutico-musicale senza eguali. Alla fine un grande cerchio improvvisato di danza, come nei matrimoni, una chitarra in mano all’ambasciatore del Marocco in Italia, tra gente di mezza Europa e Africa, che ha approfondito i legami con la cultura di un magico Salento. Vallo a dire, penso in un lampo,  a quei soliti detrattori di turno.

La sera successiva, sabato 12 settembre 2015, nell’accogliente contesto della Porta Alfonsina del Castello di Otranto si svolge, come da programma,  la 7^  Edizione del Concorso Giornalisti del Mediterraneo. Promossa dal Comune idruntino, la manifestazione riscuote ancora una volta un grande successo  di pubblico e di critica, affidata alla direzione artistica di Chiara Coppola, a Luigi De Luca Vicedirettore di Apulia Film Commission e alla organizzazione del giornalista Tommaso Forte, storico organizzatore  del Premio. Due le sezioni nell’OFFF: la prima European and International Landscape  (La cooperazione culturale per la costruzione della pace nell’area euromediterranea. Giornalisti e Istituzioni a confronto); e la seconda  Short Film & Documentaries, Omaggio al dialogo interculturale. Alle 19,30 di sabato 13 settembre Guest Event. Premio Internazionale Giornalisti del Mediterraneo. Vincitrice della 7^ Edizione è Tamara Ferrari del settimanale Vanity Fair. Vincitori delle due sezioni sono, invece, Michele Sasso de L’Espresso, sezione “Primavera Araba” e Daniele Bellocchio del periodico Nigrizia, sezione “Minori nei conflitti di guerra”. Il Premio Giuria (presieduto da Lino Patruno) è andato a Vincenzo Mattei (Al  Yazeera). Il premio per il miglior racconto è stato assegnato a  Luciana Borsatti (Ansa e AnsaMed). Premio Città di Otranto a Massimiliano Menichetti (Radio Vaticana), Premio Salento da Amare è stato attribuito a Nicola Masetto  (Il Messaggero di Sant’Antonio). Il Premio Caravella 2014 è stato assegnato, tra l’altro, ad Assan  Abouyoub (Ambasciatore del Regno del Marocco in Italia, a Roberto Gervaso (giornalista e scrittore), a Soufiane Ben Farhat (La Presse de Tunisie), a Zouir Louassini (Rai News 24), a Giovanni Valentini (La Repubblica), a Italo Cucci (Italpress), ad Angelo Rossano (Corriere del Mezzogiorno), a Vincenzo Magistà (Telenorba), a Edoardo Winspeare (Regista Cinematografico).

L’evento di Otranto facilita, come è ovvio, incontri, conoscenze, scambi di esperienze. Chi viene nel Salento, terra ormai presa d’assalto dai flussi turistici estivi, porta anche semi di analisi e di confronto; chi al Salento, come noi, è legato per natali ed affetti, per elezione, per cultura è per forza di cose spinto a valicare il mare dell’isolamento, del campanilismo e ampliare i propri orizzonti di relazione in ogni campo. Approcciandosi magari a chi la pensa in maniera diversa, costruendo contesti sociali utili a tutti, in spirito di collaborazione e contro ogni tipo di pregiudizio nocivo alla collettività ad allontanare il rischio che ognuno perda per sempre la propria identità e le comuni radici.

Le notti del Salento

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di Ermanno Inguscio

 

Tre eventi culturali scandiscono ogni anno il panorama culturale del Salento: la fòcara di Novoli, la notte di San Rocco a Torrepaduli e la notte della taranta a Melpignano. Tre appuntamenti che tracciano, sempre nel contesto sacrale della notte, la dimensione mitologica del fuoco, nel culto igneo di Sant’Antonio a Novoli, in pieno inverno, e, in piena estate, quella coreutico-musicale della pizzica-scherma, una nel culto di San Rocco a Torrepaduli e l’altra nella riproposizione della vetrina della tradizione musicale salentina del piazzale dell’ex convento degli Agostiniani a Melpignano.

Due santi della tradizione cristiana europea, Sant’Antonio e San Rocco, a sottolineare l’elemento primordiale del fuoco, a Novoli, e la passione del ballo della danza–scherma, tipica di Torrepaduli e l’appuntamento laico della notte della taranta, giunta ormai alla diciottesima edizione.

Grande festa popolare, il 22 agosto 2015 a Melpignano, che ha visto sul palco del concertone, insieme all’Orchestra Popolare, Luciano Ligabue ed artisti internazionali quali Paul Simonon (fondatore dei Clash, celebre band punk-rock britannica degli anni ’70 e ’80), Tony Allen (fondatore della musica Afrobeat, forse il più grande batterista al mondo, secondo Brian Eno) Andrea Echeverri (famosa cantante e chitarrista, componente degli Aterciopelados) Anna Phoebe (violinista inglese, abile nel cimentarsi in generi musicali diversi) e Raul Rodriguez (grande chitarrista dei Tres Flamenco), sotto la mirabile guida del maestro concertatore Phil Manzanera.

Grande successo mediatico, come da ventennale tradizione nonché di presenze stimate circa duecentomila nella serata conclusiva.

pizzica

Imponente successo di pubblico, oltre sessantantamila presenze, anche a Torrepaduli, il 18 agosto 2015, nello spazio sacro, come spesso definito da Pierpaolo De Giorgi, del Largo San Rocco, nella ottava edizione del Concertone della Notte di San Rocco. Evento organizzato, dal 2008, dalla Fondazione Notte di san Rocco, presieduta da Pasquale Gaetani. Un evento prodotto, come già da un triennio, dal direttore generale Cesare Vernaleone e presentato per le reti di Telerama dall’artista Rosaria Ricchiuto, che per ore fino all’alba del giorno seguente ha presentato ospiti di tutto riguardo, come Michele Placido , Eugenio Bennato e Beppe Fiorello.

Placido ha letto testi di Carmelo Bene; Bennato s’è rifatto alla tradizione musicale napoletana; l’attore Fiorello ha proposto alla platea di spettatori una una intensa rievocazione di canzoni di Modugno.

Una notte di San Rocco, quella di Torrepaduli non nata proprio ieri, attestata storicamente almeno dal 1531, e che presenta tradizione e pizzica, musica e devozione, uniti nel ritmo della festa popolare, che sublima il ferragosto, richiamando decine di migliaia di turisti e devoti del Santo di Montpellier, lanciandoli nell’agone della danza popolare, la pizzica-scherma di Torrepaduli.

scherma torre paduli

Qui canti e stornelli, alla corte del re tamburello, che ammalia e non stordisce mai, tracciano ancora i meandri della civiltà contadina, a riproporre attuali dispute tra studiosi su danza dei coltelli e mimo della rappresentazione della lotta, della danza maschile a mani nude protese a ricordare, forse anche la pizzica del corteggiamento di un tempo. Una danza, che sotto l’ottocentesco campanile di San Rocco, trova la sua massima espressione: qui sta parte del merito della Fondazione Notte di San Rocco, che punta ad innescare, con molteplici iniziative, il salto qualitativo di una cultura del territorio, da tutelare e tramandare, quando non si accontenta di coinvolgere una rete rocchina di feste patronali nell’intero Salento, con manifestazioni diffuse sul territorio e appuntamenti storico-culturali di prestigio.

La “notte” così è una dimensione culturalpopolare, fortemente sentita, e non può ridursi al solo fatidico “15 agosto”, quando la vacanza e il caldo sembrano favorire il formarsi di centinaia di “ronde” accanto al Santuario del Santo guaritore.

La notte di San Rocco, dunque, può dilatarsi per lungo tempo e durare anche fino ai fatidici “Quaranta” di Torrepaduli, quando il simulacro del Taumaturgo, dalla Matrice farà ritorno nella sua Chiesa-Santuario.

E’ questa, forse, la prerogativa assoluta del fascino della festa di San Rocco a  Torrepaduli: un patrimonio di secolare tradizione e di esperienza umana, ancorato alla storia del luogo, e che la Fondazione di Gaetani si ripropone di far conoscere al grande pubblico di fruitori e studiosi, promuovendo, con eventi studiati su base scientifica,  convegni e meetings di carattere internazionale.

Tamburelli, armoniche a bocca, violini e fisarmoniche, anche astraendo dalle moderne contaminazioni, non fanno altro che far sentire al mondo della cultura mediterranea, il trofeo di esperienze umane, sedimentate nella storia, da Torrepaduli, come sottolineato dal sottoscritto nella relazione al Convegno Europeo del 2013 a Lisbona. E allora alla brava regista e attrice Rosaria Ricchiuto, già alla terza esperienza di sapiente conduzione della “notte di Torrepaduli” non è stato difficile, insieme con Attilio Romita direttore del Tg della Puglia, presentare sul palco anche il regista salentino Edoardo Winspeare, Antonio Castrignanò, il Canzoniere Grecanico Salentino ed Enzo Pagliara, Rocco De Santis per ricordare il poeta Antonio Verri, Ruggero Inchingolo allievo di Luigi Stifani, il barbiere violinista delle tarantate, i Tamburellisti di Torrepaduli, i Mariglia Pizzica Salentina, i giovanissimi del gruppo Malià, Rachele Andrioli e Rocco Nigro, gli Sparrosh, la ballerina del Cilento Gessica Alfieri, la Compagnia di Scherma Salentina di Davide Monaco.

L’evento meritava di essere diffuso in diretta sul digitale terrestre delle TV Regionale di Telerama,, Canale 12 e Telesalento Canale 73, ma anche dalla emittente Regionale Viva La Puglia Cnale 93, dall’emittente nazionale Gold Tv Cnale 128 e dalle due reti Sky Made in Italy Cnale 875 e in Streaming su www.nottedisanrocco.it, www.trvews.it, www.regno.fm e su www.irdm.us.

Se batte forte dunque, come, è stato scritto, il ritmo della Taranta nel Salento, a rimarcare l’importanza dell’evento di Melpignano, non meno significativa è la “notte di San Rocco”, che, ricordiamo, è stata antesignana col Presidente Gaetani nella costituzione in Ente di Fondazione, nel 2008.

Soltanto due anni dopo, nel 2010, nel Palazzo Pasanisi di Torrepaduli, il gruppo di Sergio Blasi cominciò a coltivare l’idea di una Fondazione della Notte della Taranta. Del resto richiamare qui primati o primogeniture non avrebbe certo senso. Ma quanto a identità e genuinità di tradizione, in ambito antropologico e musicale, per Torrepaduli  è forse più di una semplice iperbole quanto scritto sul Corriere del Giorno del 1 settembre 2005, da Giovanni Pellegrino: La notte più significativa in estate del Salento e della Puglia è quella di Torrepaduli. Se passasse dal Salento un redivivo Caio Giulio Cesare, preferirebbe essere il primo schermidore di Torrepaduli piuttosto che il secondo organetto di Melpignano. Ciò con rispetto di tutti i professionisti in campo musicale e buona pace di ogni scatenato ballerino estivo.

CRUEL ed AMOS tra giustizia e letteratura

FOTO CRUEL 3

di Ermanno Inguscio

Cruel  (oltre al titolo del libro, pubblicato da Mondadori) è la redazione giornalistica romana nel romanzo thriller di Salvo Sottile, che presenta  l’opera a Maglie, nell’atrio del Liceo Capece, nell’umida sera del 27 giugno scorso. Amos è il nome del cane molecolare, donato dai Lions Club di Puglia al Prefetto di Lecce e al Dipartimento di Medicina legale dell’Università degli Studi di Foggia e del Gruppo K9. Il tutto all’interno di un Convegno dal tema  “Violenza e comunicazione”, dove il conduttore televisivo Salvo Sottile rimarca che la “crudeltà, come tutti i vizi, non ha altro motivo che se stessa: ha soltanto bisogno di un’occasione”. Il cane Amos, abilmente addestrato, sarà un altro validissimo collaboratore nel lavoro investigativo delle Forze di Polizia,utilizzato nei ricorrenti casi di cronaca nera. Proprio come nell’atroce omicidio di Marta Luci, studentessa universitaria, descritto nel romanzo di Sottile, trovata morta in un ex ospedale psichiatrico della Capitale.  Ad occuparsene  vi è anche Mauro Malesani, giornalista della redazione Cruel, divenuta  un vero “ campo gravitazionale del male”, crime magazine  di grande successo, diretto da un carismatico psichiatra di successo. Ad inchiodare l’attenzione degli ospiti, accanto al neosindaco di Maglie, Ernesto Toma e il Presidente del Lions Club Maglie, Sandro Tramacere,  è il giornalista palermitano, già conduttore di “Quarto Grado” di Mediaset e de “La Vita in diretta-Rai Estate”, Salvo Sottile, intervistato da Massimo Gravante, Alba Iacomella e da chi scrive. Nella duplice scansione del programma della serata magliese, prima con la Relazione del Gruppo K9 sull’utilità dell’ausilio dei cani nell’attività investigativa, poi con la discussione sul nuovo romanzo di Sottile, un filo rosso tiene insieme la tematica della spettacolarizzazione della violenza, accolta talvolta troppo enfaticamente nei contenitori dei mass media, condizionati quasi sempre dalla  logica degli ascolti e del numero dei lettori, invogliati all’acquisto dei giornali. Domande e risposte si susseguono con garbo e ironia tra chi intervista  e l’autore di Cruel, il romanzo del noto giornalista televisivo, Salvo Sottile. Molto apprezzate le sue conclusioni, da cui traspare la sua profonda conoscenza del mondo della cronaca nera, maturata in 24 anni di professione giornalistica. Qualcuno ha anche la presunzione, egli dice, di riconoscere il male,di poterlo sconfiggere. Ma come accade nei casi reali, non esiste mai un colpevole certo né una sola verità. Semmai cene sono tante, tutte valide e tutte solide agli occhi della logica. Solide fino a che non arriva una verità più forte, si posa sull’ultima e fa crollare tutte le altre. Chi scrive confida agli astanti,che immaginando di dover rivolgere la parola all’autore del libro, Cruel,  Salvo Sottile, ogni espressione poteva passare tranne che quella di “dottor Sottile”, riferimento a quel personaggio, Giuliano Amato, in odore più volte di elezione al Quirinale per la somma carica della Repubblica Italiana. Con un sorriso autorironico, il giornalista  Sottile, afferma che il suo pensiero oggi è al lavoro in Rai. Più in là, forse, a farsi carico di tutti i problemi  degli Italiani, magari dopo una Presidente donna, ci farà un pensierino. Poi la serata si conclude tra selfie, foto di gruppo e autografi apposti su tante copie del volume acquistato per una avvincente lettura.

Il conventino e la chiesa dei Carmelitani di Torrepaduli

 Frontespizio Conventino

Con la stampa de Il conventino e la chiesa dei Carmelitani di Torrepaduli  (Ruffano, 2015,Tipolit. Inguscio&De Vitis, pp. 40)  Ermanno Inguscio ha posto l’attenzione della comunità  di Torrepaduli sulla necessità della riscoperta e riappropriazione dell’identità cristiana dei nativi, posti nel difficile contesto di un mondo globalizzato, insidiato da pericoli di tipo consumistico, edonistico e, purtroppo, in diverse parti del mondo, da gravi fenomeni di integralismo, che rendono dura ancora oggi la testimonianza cristiana, sottoposta ad attacchi di ogni genere. A tali gravi difficoltà del cristianesimo moderno fanno riferimento gli accorati appelli del Pontefice, Papa Francesco, all’intera Comunità internazionale per contenere i ricorrenti fenomeni di cieca insofferenza religiosa.

Su iniziativa di Franco Melissano, priore  per un decennio (1995-2015) della Confraternita “Madonna delle Grazie e SS.mo Sacramento”, Torrepaduli ha voluto approfondire la conoscenza delle proprie tradizioni storico-religiose, affidando allo storico Inguscio la stampa de  Il conventino e la chiesa dei Carmelitani di Torrepaduli, che mette a fuoco l’importanza della presenza dell’Ordine dei Carmelitani in un centro della vecchia Terra d’Otranto. Risale al 1550, infatti, anno della fondazione di quel convento carmelitano a Torrepaduli, come quelli di Morciano di Leuca,  di Presicce e Miggiano, la presenza di quei religiosi nel Basso Salento. Soppresso nel 1652, per ordine di Papa Innocenzo X e riaperto sette anni più tardi, convento e chiesa hanno rappresentato un simbolo dell’operosità carmelitana  tra i nativi e del processo di cristianizzazione di quelle genti, almeno sino alla soppressione napoleonica delle leggi sulla feudalità e alla tempesta risorgimentale.

L’opuscolo, che sarà presentato ai Soci e al pubblico sabato 2 maggio 2015, proprio nella Chiesa del Carmine, alla presenza di Autorità religiose e civili, prende le mosse dalle fonti della storia, oggetto degli studi di settore di M. Ventimiglia, di E. Boaga, di B. Pellegrino,  di F. Gaudioso e dello stesso mons. Salvatore Palese, cui espressamente l’autore fa riferimento, per descrivere il contesto della Provincia Carmelitana di Puglia nei secoli XVI-XIX e la loro successiva diffusione geografica nella Regione e in Terra d’Otranto.  Si sottolineano poi  i principali aspetti religiosi e sociali della vita in convento ( lo studio, la preghiera, l’apostolato, la severità di “Ordini e Statuti”), l’osservanza della “Regola” e le animosità nei secoli per la nomina dei Padri provinciali. Si descrive l’impegno dei religiosi carmelitani e di quelle popolazioni nel privilegiare innanzitutto l’erezione della struttura dell’edificio sacro, la chiesa, e poi del convento, fatto di biblioteca, foresteria, orto, chiostro e locali per i monaci e conversi. Grande importanza, del resto, veniva attribuita dai Carmelitani alla loro presenza pastorale (predicazione, celebrazioni del culto liturgico) e soprattutto alle espressioni della devozione mariana e della diffusione dello scapolare, anche se per la Puglia, molto rimane ancora da esplorare sulle confraternite dello Scapolare da distinguere da quelle di ordine penitenziale d’ordine medievale. Nell’opuscolo di Inguscio, infine, esistono alcune doverose sottolineature sul conventino di Torrepaduli, specie a partire dalla soppressione murattiana del 1809, privato ormai delle cospicue rendite fondiarie di proprietà di un tempo e della stessa presenza della comunità religiosa. Chiesa e convento in età risorgimentale, adibiti ormai a struttura scolastica  del comune  (di Supersano sino al 1854 e  di Ruffano poi) furono spesso ritrovo abituale di carbonari, con il prete don Antonio De Giorgi (ma anche di Delfino Carletta, di Lucio Cacciapaglia, di Giulio Morieri e  di Vincenzo Giannotta) e l’arciprete Caracciolo, che alimentarono la “serrata antiunitaria” di Torrepaduli del 24 settembre 1860. Dalla fine dell’Ottocento, chiesa di S. Maria del Carmine e convento, divennero sede dell’odierna Confraternita “Madonna delle Grazie e SS.mo Sacramento”. L’antistante Piazza Carmelitani testimonia nel toponimo ancora oggi, nella storia di Torrepaduli, l’antica presenza  della religiosità carmelitana in Puglia e in  questo importante piccolo convento (“conventino”) di Terra d’Otranto.

Fondo Verri e Pietro Marti

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di Gianni Ferraris

Giovedi 19 marzo scorso nell’inesauribile miniera di incontri che è il Fondo Verri, è stato presentato il libro “Pietro Marti (1863-1933)” di Ermanno Inguscio. L’autore ci ha raccontato, “la sua ricerca storica e documentale dedicata alla figura dell’intellettuale e operatore culturale salentino Pietro Marti e si presenta come un corpo unico ma non conclusivo perché, come lo stesso autore sottolinea, “traccia spunti di ulteriore approfondimento per gli studiosi che se ne vogliano occupare”. Il volume gode della prefazione dall’attuale direttore della Biblioteca Provinciale “Nicola Bernardini” di Lecce, Alessandro Laporta (avendo Marti ricoperto, tra altri, anche il ruolo di direttore di quella Biblioteca dal 1929 al 1933) che riconosce a Ermanno Inguscio “il coraggio nell’intraprendere le ricerche e la pazienza nel tentativo di ricostruire un ritratto quanto più possibile fedele all’originale”. Divisa in quattro parti principali, la monografia ha titoli che introducono il lettore nella poliedricità di Pietro Marti: uomo di cultura, fondatore di giornali, conferenziere, polemista, storico erudito e biografo, direttore del periodico La Voce del Salento, cultore d’arte e archeologia; sullo sfondo la realtà salentina nel passaggio tra fine Ottocento e primi del Novecento”, come ha scritto Mauro Marino presentando l’evento.

Sala piena e attentissima alla narrazione di questa figura complessa, poliedrica e importante nell’universo culturale leccese che, a cavallo fra ‘800 e ‘900 dava vita ad un universo di almeno 22 giornali stampati a Lecce e provincia, oltre la metà di quelli stampati nella Puglia intera.

 

Ermanno Inguscio – Pietro Marti (1863 – 1933) – Ed. Fondaz. Terra D’Otranto

Pietro Marti, cultura e giornalismo in Terra D’Otranto

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di Oronzo Russo

Chi ha letto le “Memorie di un cane giallo” dell’americano O. Henry non dimenticherà l’istrionesca figura di Judson Tate, viaggiatore di commercio e frivolo banditore dalla eletta faringe, che semina al suo passaggio storie arabescate di umanissima povertà, di amori, di improbabili fantasie e di più manifeste assurdità, al solo scopo di vendere una scatoletta di pastiglie medicamentose per il mal di gola. Al prezzo neppure tanto simbolico di mezzo dollaro.

Tanto per dire quanto lontano sia Ermanno Inguscio da simile espediente  che, con caparbietà, ci consegna, in “Pietro Marti, cultura e giornalismo in Terra D’Otranto”, una sorta di prontuario della post-unità, frantumato in “certezze”, senza  pretesti narrativi.

Vasta e vertiginosa è, infatti, l’area di scavo, un enorme buco nero, dove il salentino Pietro Marti si muove disposto a parlare e ad ascoltare, perchè forte di una cultura immensa e spregiudicata, per nulla prigioniero di inferiorità meridionale. Sa calarsi, infatti, fra tutti, che siano angeli custodi o eccelsi inquisitori, contrabbandieri o bracconieri per fame, viandanti, assassini o callidi adulatori, i personaggi che incontra e tratta agiscono a ridosso di una normalità in perenne affanno, problematica e lunare, portata alla ribalta, nello spazio scenico e nel verbo teatrale, quasi da un Carmelo Bene del pensiero “dispensato”.

Ed Ermanno s’è saputo calare tra tante corse e diversità con una inusitata sagacia che sorprende. Si ritrova a meraviglia dietro “quell’uomo che nella cultura costruì il suo riscatto economico-sociale con strumenti come istruzione, attività editoriale e giornalistica, puntando alla riscoperta della civiltà della Puglia e del Salento”.

Le vicende della vita di Pietro Marti appaiono così appendici di un romanzo unico ed incompleto; capitoli, pur frammentari, di una vicenda che segue la prima, appena abbozzata, stesura della storia post-unitaria. I personaggi s’incarnano in una narrazione a puntale, che si meteorizza nel “feuilleton” di un quotidiano sociale che mai si presta alla convenzionale oleografia delle rivisitazioni. Pietro Marti, giornalista, editore e scrittore, studioso di Terra d’Otranto non è, comunque, solo una cerniera fra più persone, o più situazioni: rappresenta anche, e soprattutto, il punto di ritrovo concettuale di idee, di aspirazioni, di fallimenti e di successi individuali. Se la confessione è la “psicanalisi dei poveri”, il Marti si evidenzia nel ruolo dell’amico, confidente e complice, presenza discreta, alla ribalta di un illuminismo culturale proiettato, ormai, nel secolo delle certezze. Il novecento si materializza già nelle ultime pagine della storia precedente, da rileggere con il rimorso di chi non è stato protagonista e, forse, neppure comparsa. Gli interventi di Marti risentono di questa frattura, al di là delle singole aderenze culturali e politiche. Sono interventi esistenzialisti, qualcuno anche romantico, e persino byroniano. Che sono poi la denuncia di una crisi personale che sfocia nel campo pubblico, coniugandosi con le poche verità assicurate dall’Italia ottocentesca. Da qui la scoperta di Inguscio che capisce che ogni argomento che Marti tratta nasconde, dietro di sé, un “male” oscuro e imprecisato che emerge, di volta in volta, da una tensione, non solo espressiva, che recita, nel teatro sotterraneo dell’inconscio, un conflitto sociale e gli interrogativi della novità.

Sono interventi che denunciano una profonda solitudine alla quale non cede, con l'”escamotage” di una prova d’appello sempre rinviata ed, alla fine, inevitabile. E non è un caso che il terminale dell’intero carteggio sia l’uomo di un Meridione disaggregato e frenato socialmente, nonostante i suoi numerosi apporti culturali. In questo senso, ogni azione del Marti accetta la precarietà dell’immediatezza e della contiguità fisica, o geografica, per divenire romanzo e racconto: un passo ancora, ed è già storia.

Dicevamo di meriti, veramente tanti. Ma diciamo dell’abilità di Inguscio di incastonare le conoscenze dei luoghi e delle tradizioni, delle credenze popolari e delle sensazioni emotive che solo chi conosce questa terra può descrivere quasi fosse una storia “contenitore”, inventata sul filo di narrazioni fantastiche e leggende popolari per avvicinare tanto lavoro al gradimento.

Un notevole sforzo. Non era facile coniugare la cartapesta con Liborio Romano, i ruderi con la fine arte di Bodini.

Ed invece è venuto tutto così naturale che il libro si legge tutto d’un fiato, a riprova che Inguscio ha saputo presentare Pietro Marti come il campione meridionale capace di evidenziare la metafora esatta del tempo macinato e disintegrato, altrimenti perso, ma anche dell’amicizia, della complicità e del tradimento, della colpa e del rimorso, della fuga e del ritorno, sintesi di una riappacificazione che passa attraverso il filtro della parola e di un’onestà ruvida e incondizionata. Per codici e patti cavallereschi, sempre leale. Il tempo era sempre quello dell’immediato passato e permetteva di osservare ancora moduli ottocenteschi, pur se in fase evanescente.

“Pietro Marti, cultura e giornalismo in terra d’Otranto”, infatti, non è una provocazione, ma un atto d’amore,  una malia,  un incantamento. E un giuramento di lealtà. Incantamento per il giornalismo, innanzitutto, del quale sia Marti e, conseguentemente, Inguscio sono innamorati perduti. Non altrimenti saprei definire questa passione per la parola.

Fare il giornalista, a tutti i costi,  è la dichiarazione di intenti, di un apprendistato erratico e avventuroso che incalzerà Marti per tutta la vita. In ordine sparso, ogni volta un nuovo approdo, rimettendosi in gioco,  in una categoria disastrata da quanti, giornalisti, si credono anche scrittori.

Il resto , in questo libro, è funzionale a questo amore per la scrittura, a questo tacito patto di lealtà con se stesso. E la chiave di lettura del libro segue questo intreccio, si sdoppia, perché è sì la storia di un giornalista, ma è anche la storia speculare di un uomo, Ermanno Inguscio,  dalla caparbia ansia di apprendere, di leggere per apprendere, con l’umiltà di chi ha voglia di cultura., senza ricorrere alle pastiglie medicamentose per il mal di gola da propagandare tra la povera gente.

Castrum Minervae nell’opera di Pietro Marti

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CASTRUM MINERVAE NELL’OPERA DI PIETRO MARTI

In un volume di ERMANNO INGUSCIO

 

Non era difficile per i numerosi intervenuti all’incontro culturale tenutosi nel Salone del castello di Castro Marina, il 29 agosto 2014, ascoltare ragioni a favore, ancora una volta, della tutela e della riscoperta del noto sito archeologico, Castrum Minervae, fatto con la presentazione del volume  Pietro Marti (1863-1933). Cultura e Giornalismo in Terra d’Otranto, di Ermanno Inguscio, su puntuale introduzione del giornalista Rocco Boccadamo.

Una tematica scottante nella perla adriatica, Castro, accostata alla tirrenica più nota Portofino, annunciata dalla puntuale locandina  dell’Associazione  “Castro puoi volare in alto” di Gigi Fersini, se  a tal proposito una attualissima kermesse porta, addirittura, alla eventualità del cambio del nome della bella località turistica salentina sulla base delle nuove acquisizioni archeologiche dell’équipe del prof. D’Andria.  Ciò che era stato già preannunciato da Pietro Marti, nel 1932, già Regio Ispettore ai Monumenti dal 1923 al 1929, nel suo volume  Ruderi e Monumenti nella Penisola salentina. Con molta chiarezza  egli aveva chiesto, nella  Ragione del libro, tra le cinque sue proposte, di dichiarare il Salento inferiore “zona archeologica” di estremo interesse, citando espressamente, accanto a Castrum Minervae, le località di Valentium, Carminianum, Sesinum, Rudiae, Lupiae, Turium o Sybaris, Tutinum, Veretuma, Oxentum, Hydruntum, Bavata, Aletium, Soletum, Galatena e Vasten: solo alcune delle 144 località di città sepolte da esplorare scientificamente.

Alle domande di Boccadamo, l’autore del volume, edito dalla Fondazione Terra d’Otranto di Marcello Gaballo, ha rimarcato quanto scritto da Marti, circa la sua  ansia di ricerca, di tutela e di rivendicazione del noto e dell’ignoto patrimonio archeologico rappresentativo.

Un lavoro di decenni di puntuali segnalazioni e denunce, anche all’interno della Brigata leccese dei Monumenti, ribadito con forza anche nei suoi volumi, a cominciare dal fortunato Origini e Fortuna della Coltura salentina (1893), Lettera a Pompeo Molmenti, La Provincia di Lecce nella storia dell’Arte, Storia e Arte  e Nelle Terre di Galateo, sintesi, quest’ultima opera, dell’attività di conferenziere di Marti in giro per tutta la Puglia.  Mai inerte spettatore, Marti aveva sempre con tempestività segnalato e fatto pressioni sulla Sovrintendenza regionale e sulle Amministrazioni comunali la necessità di una  più larga conoscenza della vita preistorica, messapica, romana, medievale e moderna del Salento e della Puglia.

Una ciclopica battaglia di Marti compiuta anche sui suoi giornali, dal 1887 al 1931, come  “La Democrazia”, “L’Avvenire”, “Il Presente”, “L’Imparziale”, “La Voce del Salento” e “Fede”. Una passione storico-archeologica per la Puglia dimostrata nelle sue Relazioni, nei Discorsi inaugurali delle Esposizioni d’Arte pura e applicata in Lecce e Gallipoli (1924,1925,1926,1928), nei  Bozzetti di Diporti a Carpignano, a Otranto, a Maruggio, a Surbo, a Cerrate, a Giurdignano.

Novità autorevole la sua, ma quasi sempre inascoltata, nelle cinque  proposte-denuncia dello studioso Marti, lanciate, sempre nella  Ragione del libro del volume  Ruderi e Monumenti.

Se, grande è stata l’attenzione dell’uditorio nel Castello di Castro Marina, alla presentazione del volume di Inguscio, si riscopre ancora una volta, un po’ in tutti gli scritti di Marti,  la necessità della nazionalizzazione del Museo Castromediano in Lecce, l’ampliamento e il riordino del Museo Civico di Lecce e del Museo Archeologico di Gallipoli. Ma egli giungeva a chiedere persino la compilazione di un inventario analitico delle opere d’arte conservate nelle chiese della Regione Puglia e nelle gallerie private, ad evitare che tesori dell’arte pugliese, acquistate da facoltosi privati, finissero bellamente nel Museo del Louvre. E, dalle colonne del suo giornale leccese “La Voce del Salento”, chiedeva continuamente alle Autorità preposte il restauro di monumenti come i gioielli della Basilica di Santa Croce, della chiesa delle Scalze a Lecce, di Santa Caterina in Galatina, di Santa Maria di Cerrate, del castello di Acaya, delle cripte di Carpignano e Giurdignano. Un grido di allarme, il suo, sempre attuale. Un’ansia-passione, quella di Pietro Marti, ben descritta nel volume di Ermanno Inguscio.

Quel giornalista salentino, aveva imparato ad amare l’arte alla scuola fiorentina dello scultore Antonio Bortone e  ad occuparsi del recupero di beni storico-ambientali nella sodale frequentazione tarantina con l’archeologo Luigi Viola. Marti, così, nei primi giorni del 1933, già fiaccato nella salute, nell’ accorrere a Rudiae a tentare di fermare la furia devastatrice di contadini e tomabaroli, sotto uno scroscio micidiale di pioggia, riuscì a fermare un ennesimo scempio ai danni della comune memoria. Rientrato nel capoluogo leccese, Marti dovette sostenere un ultimo letale assalto di una sopravvenuta polmonite, che, senza pietà,  per mesi non gli lasciò scampo.

Ma le intuizioni-denuncia di Marti in campo storico-artistico ne fanno un campione di civica modernità: eco di tanta lucida fatica, nella vita di un uomo impegnato come lui, innamorato della sua terra, è nel volume di Ermanno Inguscio, storico e continuatore di quell’antica civica passione, la tutela del nostro patrimonio culturale.

Pietro Marti e la scuola

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Pietro Marti e la scuola

L’alunno, il maestro-professore, il dirigente scolastico

 

 di Ermanno Inguscio

 

A descrivere gli anni della sua infanzia ci viene in soccorso lo stesso Pietro Marti, il quale, nelle sue Memorie, opera incompleta, scrisse i ricordi autobiografici riguardanti il periodo storico compreso tra la sua nascita ed il 1879, anno nel quale ricevette la sua prima nomina a maestro elementare a Ruffano, suo paese natale.

L’opera, dedicata a Gregorio Carruggio, noto scrittore leccese, del quale era buon amico e con cui collaborava anche sulla rivista di quest’ultimo, “Il Salento”, è saltata fuori dal fondo di una biblioteca privata, rimasto nascosto sino al 1992. Il manoscritto steso con la caratteristica sua grafia appare composto di getto, viste le numerose correzioni e s’interrompe a metà di una frase sulla pagine segnata al 29 luglio di una agenda del 1932. Il manoscritto, iniziato nella stesura agli inizi del 1933, registra una interruzione con la frase, nella quale iniziava a descrivere l’incontro con una fanciulla “dalla dolce e pura affettuosità” e trova quasi certamente la sua spiegazione nella improvvisa morte del suo autore, avvenuta a Lecce il 18 aprile 1933. In quelle poche pagine, una quindicina in tutto, Marti descrive la sua infanzia triste e modesta, gli episodi che più colpirono il mondo della sua fanciullezza (l’abbraccio di Giuseppe Pisanelli, l’aurora boreale del 1871, i tristi eventi di miseria del 1873 tra le popolazioni salentine).

E’ una vera confessione che va al di là della esperienza di vita, in cui sembra rivivere il suo romantico immaginario giovanile, e che Marti fa interrogandosi intorno alla dimensione esistenziale dell’uomo nella società e offrendoci l’occasione per considerare  la profondità del suo saldo approdare nel mondo della cultura. Di sé giovanissimo Marti afferma di avere sempre creduto nell’ideale di pace e di giustizia, nell’amore reciproco, sebbene  orfano, povero, sperduto quasi nella solitudine grigia del borgo rurale.

Si smarriva di fronte alle miserie degli umili, considerava la donna vittima della sopraffazione sessuale, trepidava per l’abbandono e la maternità. La sua giovinezza era sbocciata in un’epoca di fanatismo rivoluzionario, ma era convinto  che  l’ideale è legge della vita ed alimento del progresso  e guardava con ripugnanza quanti, bruciando incenso  al Dio Tornaconto, misuravano i propri comportamenti sulla bilancia dell’egoismo.

Sin dalla piena maturità, e prossimo alla fine dei suoi giorni, egli restava turbato di fronte alle forme di cupidigia umana, di pervertimento, di privilegio e di miseria. All’età di tre anni, nel 1866, il piccolo Pietro, per iniziativa della sorella Caterina, venne investito del  “battesimo patriottico”: avvolto in un drappo tricolore e portato dentro una grande sala al pianterreno di palazzo Viva, venne consegnato nelle mani di un reduce garibaldino mutilato, in divisa indossata da Marsala al Volturno, che incitava a seguire Garibaldi per la liberazione del Veneto. Tra gli applausi e come augurio di vittoria, il piccolo Pietro venne mostrato all’assemblea festante tra canti di giubilo.

All’età di cinque anni, nel 1868, Marti venne portato dal padre, una sera,  nel palazzo di Antonio Leuzzi, munifico signore della città natale, ma liberale, che aveva invitato nel salone delle feste amici e personalità del diritto, della politica e dell’arte, per rendere omaggio al grande giurista Giuseppe Pisanelli. Una volta nel salone, dopo l’omaggio del padre al grande personaggio, il piccolo Pietro destò l’interesse del Pisanelli,  che si  mise amabilmente sulle ginocchia il piccolo, scambiando qualche frase con lui e baciandolo, infine, sulla fronte.

Del 1873, anno definito funesto per tutta la regione del Capo di Leuca, Marti rievoca le piogge torrenziali dell’autunno precedente e le grandini dell’estate, ma anche  la triste condizione di cittadine e villaggi, pieni di poveri mendicanti e di malfattori dediti a ruberie e assalti di ogni genere. Nella sua memoria campeggiano il ricordo infantile del pane nero d’orzo, introvabile, e delle erbe del contado, che costituivano l’unica base dell’alimentazione popolare; ma anche le mute privazioni delle sorelle e la cupa rassegnazione dei suoi genitori. Tra gli episodi di violenza  abbastanza inquietante era stato quello dell’assalto all’Ufficio del registro, compiuto da donne travestite da agenti di finanza.

A carestie e calamità si era aggiunta, nell’autunno, la morte del fratello Giuseppe. Aumentato lo stato di bisogno, il fratello Luigi aveva accolto come una vera fortuna la nomina di istitutore nel Convitto Palmieri di Lecce; il fratello Antonio, alunno prodigio del Ginnasio Capece di Maglie, aveva dovuto abbandonare gli studi e accettare anche lui un incarico nell’ insegnamento primario. Illuminante, tra primi ricordi scolastici di Marti, quanto egli scriveva di sé, piccolo scolaro: Spesso mi recavo a scuola senza pane, ma tanta miseria non faceva al mio spirito. Sebbene fanciullo sentivo in me qualcosa che mi faceva guardare con baldanza l’avvenire…, che la dice lunga sulla sua motivazione negli studi e sulla ferma volontà di riscatto personale e sociale. Nel 1874, a undici anni, il Nostro ebbe il modo di trascorrere una giornata trionfale a scuola. Egli, non sempre gratificato come dovuto dall’austero maestro, pur mostrando grande creatività nei testi scritti, viene sottoposto alla stesura di un compito in classe d’italiano (Prodigio di fede  e di costanza), alla presenza del terribile ispettore Calvino. Alla spedita consegna del testo, vergato senza brutta copia, dopo neanche due ore di tempo a disposizione, lo scolaro Marti provocò nell’arcigno ispettore grande meraviglia, per la bontà del prodotto. Questi se ne rallegrò davanti all’intera classe, dispensando lodi al piccolo prodigio e suggellando gl’incoraggiamenti meritati  con un bacio sulla fronte dell’alunno. Marti, per la compiacenza di tanti piccoli amici e il plauso inaspettato dell’Ispettore, riuscì a dimenticare le ingiurie della sorte (l’umiliazione degli abiti rammendati e le scarpe in pessimo stato).

Nel 1879, e per tre anni, ebbe l’incarico di maestro nelle scuole rurali di Ruffano. Una nomina, di gratificante prestigio sociale, all’inizio forse,  e ricevuta soprattutto per benevolenza di un sindaco, il liberale Leuzzi, ma stroncata da un vicesindaco Santaloja, che innescò un grave contenzioso, dopo un licenziamento per assenteismo, e che farà dire a Marti,  con amarezza, che la vita del Maestro di quel tempo fosse spesso un tirocinio di privazioni e di umiliazioni. L’educatore del popolo guadagnava appena tanto da non morire di fame e, soprattutto, il suo stato morale era fatto di servilismo obbligatorio verso tirannelli, spesso analfabeti, che la fiducia del patrio governo elevava alla carica di sindaci e ispettori.

Della sua cittadina di quel tempo, Ruffano, egli amava ricordare ben tre cose: la bellezza fascinatrice del paesaggio, la fraterna intimità di Carmelo Arnisi e la dolcezza pura e affettuosa di una fanciulla. Il clima ostile creatosi in paese  e la conflittualità aperta con l’amministrazione comunale, con esiti fino al Consiglio di Stato, lo costringono ad emigrare con alcuni fratelli nel capoluogo leccese.

Qui fonda un prestigioso ginnasio privato, frequentato da studenti della migliore intellighenzia di Lecce. Ma dopo appena due anni, e prima di fondare i giornali “La Democrazia” e “Il Popolo”, anche il suo ginnasio naufraga sotto i colpi di una dittatura faziosa e violenta. Nel 1893, già direttore de “L’Indipendente”, pubblica a Lecce Origine e fortuna della Coltura salentina, che gli procura notorietà nazionale, e, per “chiari meriti”, ottiene una cattedra per insegnare lettere e storia a Comacchio, nel ferrarese. E’ stato questo il passaggio di Marti da “maestro” a “professore”.

Nel 1895 pubblica a Ferrara il secondo volume de Origine e Fortuna della Coltura salentina, elogiato dallo stesso Carducci in Nuova Antologia.Dopo appena un biennio di esperienza scolastica tra i canali di Comacchio e molti plausi soprattutto in campo giornalistico (come direttore del foglio “Il Lavoro”), Marti, per questioni di salute, farà ritorno in Puglia. Egli sia a Taranto sia a Lecce troverà nel giornalismo e nell’insegnamento i due congeniali canali di realizzazione personale. Nella città ionica si fa apprezzare come operatore culturale (fonda “Il Salotto” e la sezione cittadina della “Dante Alighieri”), a Lecce, oltre che collaboratore di vari giornali, é apprezzato docente in vari tipi di scuola superiore (tecniche, artistiche e classiche).

In tutta la Puglia (Brindisi, Bari, Cerignola, Lecce)  e altrove (Roma) tiene conferenze di vario contenuto  storico-artistico. Accomuna una intensa attività produttiva editoriale a quella dell’insegnamento per un ventennio, sino a registrare anche l’esperienza di dirigente scolastico nella città di Manduria. L’11 ottobre 1921, per iniziativa del sindaco socialista Errico Giovanni, Marti viene designato per istituire a Manduria, in qualità di preside-dirigente, una “Scuola Tecnica privata”, quando a Lecce esercita la sua attività di professore di lettere nell’Istituto Statale d’Arte. Un anno di fruttuose soddisfazioni trascorre con un gruppo di circa 50 alunni iscritti, tra la soddisfazione di amministratori e famiglie. Così almeno sembra, a giudicare da una sua “Relazione” di fine anno, inviata al ministero il 29 luglio 1922.

Nell’autunno dello stesso anno, le mutate condizioni politiche generali e la baldanza della sezione fascista di Manduria rischiano di incrinare gravemente quell’esperienza scolastica, pure giudicata in città particolarmente fruttuosa. I fascisti locali lo accusano di avere percepito indebitamente due stipendi statali, dal novembre 1921 al gennaio 1923, e il clima in città sembra sommergere la buona esperienza del dirigente Marti. Nell’azione di volantinaggio fascista si getta fango sulla sua esperienza, si ipotizza la fine della “Scuola Tecnica Superiore” e il “tradimento” di Marti, come un dirigente scolastico “che se ne vuole andare” e affossare quell’istituto cittadino.  Marti, provocato sul registro della comunicazione a lui congeniale, risponde con suo volantino  a stampa, dal titolo “Per la verità” : nel giungere a Manduria, puntualizza, egli si era naturalmente messo in aspettativa  da professore a Lecce e l’opera diffamatoria della sezione PNF avrebbe portato tutti i responsabili in tribunale, con esiti di rilevanza penale. E nello stesso foglio dichiara: La missione della scuola dev’essere sacra e superiore a tutte le passioni personali e politiche; ed è triste per ogni paese quell’ora in cui si tenta di propinare il veleno della disistima fra discepoli e maestri.

Un’autentica dichiarazione di valore ideale sulla funzione educativa dell’istituzione scolastica e della funzione docente, della necessità di una forte sinergia tra famiglia e scuola, dell’idea del servizio che la politica deve fornire nell’interesse generale della popolazione. Quell’istituzione scolastica a Manduria sopravvisse per il 1922-’23 e Marti, a cui era stato offerto un importante incarico scolastico a Taranto, ritirò la sua decisione. Rimase per un altro anno a dirigere la Scuola Tecnica in quella città, per poi rientrare definitivamente a Lecce nel 1924. Nel 1923 aveva fondato, intanto, l’importante rivista “Fede” (poi trasformata, dal 1926, in “La Voce del Salento”), era stato nominato Ispettore ai Monumenti della provincia di Lecce. Per invito dell’Associazione Pugliese, tiene a Roma una conferenza, riportata su tutti i giornali della capitale.

Nell’estate del 1924 prepara l’organizzazione delle Biennali d’Arte, cui partecipano artisti e cultori della Puglia e dell’intera Italia meridionale. Le Biennali saranno ripetute nel 1926 e 1928, con il consenso del Governo, di stampa e  di critica. Ormai la sua passione di “docente” si affina verso percorsi culturali che lo vedranno, tra le tante opere pubblicate, autore de Ruderi e Monumenti della Penisola Salentina (1932), anche Direttore della Biblioteca Provinciale “Bernardini”, prima di cominciare a scrivere le sue Memorie, preziose, ma rimaste purtroppo incomplete.

Non così la sua figura di docente appassionato in favore della scuola e di ciò che essa d’importante significa per l’intera società di ogni tempo.

Pietro Marti (1863-1933). Cultura e giornalismo in Terra d’Otranto

Pietro Marti (1863-1933) Cultura e Giornalismo in Terra d’Otranto, Fondazione Terra d’Otranto, 2013, pp.  252, di Ermanno Inguscio.

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Della recente pubblicazione di Ermanno Inguscio, una elegante monografia sul giornalista salentino Pietro  Marti, scomparso nella sua Lecce ormai da otto decenni, Alessandro Laporta, direttore della Biblioteca provinciale  “N. Bernardini” rende atto all’autore che viene colmato un vuoto storiografico atto a rievocare la figura e l’opera di un insegnante, bibliotecario, giornalista, critico d’arte e animatore culturale del Salento tra Otto e Novecento. Pietro Marti, infatti, sulla scorta di una cospicua eredità fatta di libri, di articoli di giornali, di eventi e mostre d’arte, ha lasciato un patrimonio culturale che questo volume attualizza e rivaluta adeguatamente.

Inguscio, come scritto nella presentazione di Laporta, “ ha costruito un piedistallo su cui ora posa tranquilla la statua ideale di Pietro Marti”.

Un volume, edito dalla Fondazione Terra d’Otranto e curato dal suo presidente Marcello Gaballo, che risponde con pienezza  alle finalità delle attività di quell’Ente volte alla tutela, promozione e valorizzazione del patrimonio culturale dell’antica Terra d’Otranto.

La pubblicazione, scandita in relazione ai contenuti in quattro parti, presenta oltre alla bibliografia un indice delle molteplici illustrazioni sapientemente distribuite nel testo e soprattutto una puntuale “Cronotassi bio-bibliografica”, nella quale l’intera vicenda culturale ed umana di Marti è analizzata in sette periodi, che contraddistinguono peculiarità specifiche della sua multiforme attività. In successione, nello studio di Inguscio, le quattro parti del volume sul  “cacciatore di nuvole” (come è definito Marti da Cesare Giulio Viola): l’uomo di cultura, lo storico erudito e biografo, il direttore de “La Voce del Salento”, il cultore d’arte e di archeologia. “La parabola culturale e giornalistica di Pietro Marti, scrive l’autore del volume nell’”aletta” in seconda di copertina, figura di intellettuale poliedrico tra Otto e Novecento, si articolò nell’intera Penisola, spaziando dall’insegnamento al giornalismo, dalla ricerca storica al recupero dei Beni culturali di Terra d’Otranto e di Puglia. Originario di Ruffano (1863), ben presto emigrò a Lecce, dove fondò un ginnasio privato e diresse alcuni giornali di prestigio. Con la pubblicazione di  Origine e fortuna della Coltura salentina balzò all’attenzione nazionale con note di merito del Carducci e una cattedra d’italiano a  Comacchio. Soggiornò a Taranto, amico della famiglia dell’archeologo Luigi Viola, pubblicando testi e fondando alcuni giornali (“Il Salotto”), dirigendo importanti istituzioni scolastiche. Rientrato nel capoluogo leccese (1903), affinò l’attività di conferenziere e polemista, assumendo incarichi istituzionali e la nomina a regio Ispettore ai Monumenti e Scavi (1923-29).

Curò le Biennali d’Arte del 1924, 1926, 1928, fondò la rivista “Fede” (1923), divenuta poi “La Voce del Salento”, e infine assunse l’incarico di direttore della Biblioteca provinciale “N. Bernardini” di Lecce (1928-33), curando un apprezzato catalogo bibliografico”. Non meno degni di nota, nella pubblicazione di Inguscio, la riflessione sulla frequentazione familiare e il debutto giornalistico e letterario su “la Voce” del nipote Vittorio Bodini, poeta di rilevo del Salento, dopo gli studi di Antonio Lucio Giannone, compiuti presso l’Università degli Studi del Salento, che per primo ne aveva messo in giusta luce lo spessore letterario e l’ispirazione poetica.  E come per Pietro Marti, nel lavoro di Inguscio, anche per l’opera di Bodini, del resto, ricorre una periodizzazione, di sette fasi biografico-estetiche, riconosciuta dallo stesso critico Oreste Macrì, suo sodale e amico vicino-distante all’epoca delle adesioni-polemiche nell’assunzione del mito salentino, ma la settima, quella futurista di Bodini, fu certamente quella adolescenziale vissuta da Vittorio a Lecce, con il vecchio nonno Pietro, a cui l’irrequieto poeta aveva dedicato, nel marzo del 1933, tra rotative e le sue prime esperienze poetiche, “La processione delle lampadine”, con l’affettuoso sottotitolo “A Pietro Marti. A mio nonno”.

Anche per questo Pietro Marti registra qualche  merito nel panorama culturale pugliese.

Pietro Marti a 150 anni dalla nascita. Il saggista e il polemista

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di Ermanno Inguscio

 

Memorabili tra le sue polemiche quella con Pasquale Guarini sul Problema Morale nel secolo XIX, con Guido Porzio su Lucio Sergio Catilina e su Giulio Cesare Vanini, con Matteo Incagliati e Raffaele De Cesare su Don Liborio Romano e la Caduta dei Borboni. Lo scritto, ripubblicato nel 1909, secondo la Bibliografia di Nicola Vacca del 1949, con una silloge di lettere del Romano a Ercole Stasi, era di tono sicuramente apologetico.

Alla polemica con il senatore Raffaele De Cesare, ragione prima del libro Don Liborio Romano, fecero riscontro attestazioni di apprezzamento, come riferito dal nipote Vittorio Bodini nel 1933: “Nella stratosfera silente degli studiosi di trent’anni fa, si levò gran rumore, uomini che non lo conoscevano trovarono garenzia d’amicizia nel libro…”, che riportò il testo integrale dei messaggi, provenienti dalla Camera dei deputati e dal Senato del Regno, in cui gli onorevoli Enrico Ferri (da Spoleto, 23 luglio 1909) e Guido Mazzoni (da Roma, 25 giugno 1910) rimarcavano l’errata modalità di annessione delle Provincie meridionali al Regno d’Italia secondo criteri che ne avevano aggravato le specifiche problematiche, a suo tempo denunciate da Liborio Romano. Il volume oltre che su Marti, richiamò l’attenzione sulla spinosa questione dell’annessione “forzata”. Napoleone Colajanni pubblicò un lungo articolo su “Rivista Popolare”, Valentino Simiani su “Natura ed Arte”. Persino chi non condivideva la sua tesi sul Romano non poté astenersi dal lodare il volume. Pietro Palumbo, discorde da lui e dal De Cesare, in un accurato studio della polemica, scrisse su “Rivista Storica Salentina”: Per fortuna del buon nome pugliese Pietro Marti gli [al De Cesare]  gli ha contrapposto un suo lavoro, piccolo di mole, ma denso di documenti e di affetto. E’ la glorificazione, direi, è la riabilitazione di don Liborio Ministro di Francesco II. Se questo lavoro non avesse altro pregio, e ne ha parecchi, gli rimarrebbe sempre quello di aver rialzato il buon nome di Terra d’Otranto”. E lo stesso Matteo Incagliati, discorde anch’egli, concluse su “Il Giornale d’Italia”: “Pietro Marti ha reso un alto servizio alla causa della storia nazionale”.

Quando poi l’Incagliati riaprì il dibattito a proposito della polemica sul Romano, Marti scrisse un volumetto, I Naufraghi, supplemento degno del libro e lo ripubblicò poi in Pagine di propaganda civile, affiancando con conferenze e discorsi la passione del suo assunto.

Nel 1912 Marti affrontò nuovamente l’argomento con I Naufraghi (Per don Liborio Romano) Pagine di polemica, con cui si scontrò con M. Incagliati.

L’anno precedente aveva pubblicato, con I Precursori, facendone una strenna sul foglio “La Democrazia”, un nutrito lavoro su alcuni patrioti carbonari, su una Relazione dell’Intendente Cito (1828) e sull’arcidiacono neretino Giuseppe Maria Zuccaro. Infine con Alessandro Cutolo su Maria D’Enghien.

La poliedricità della sua mente, aperta a vari problemi di cultura e d’arte, lo mise in luce negli ambienti culturali della Lecce dei primi del Novecento. Il suo trittico  sulla Origine  e  Fortuna della Cultura Salentina, rappresenta il compendio della sua attività di studioso, sebbene punteggiata a volte da critiche amare, come quella di dilettantismo in materia di storiografia, rivoltagli dal prof. Alessandro Cutolo, a proposito di Maria d’Enghien.

Sulla conferenza che il Cutolo aveva tenuto a Lecce nella Sala “Dante Alighieri” il 28 marzo 1928, sul tema La gran passione di Maria d’Enghien, Marti aveva mosso alcuni rilievi sul suo giornale “La Voce del Salento”, sottolineando l’eccessiva erudizione dell’oratore e una non puntuale documentazione.

Ne nacque una polemica, com’era da prevedersi, le cui pagine furono raccolte da Marti in un volume pubblicato a Lecce, poco prima della sua morte, per i tipi dell’Editrice Italia Meridionale, nel 1931, dal titolo Nella Terra di A. Galateo.

All’accusa di dilettantismo Marti rispose con un lungo articolo nel quale lamentava, in sostanza, che nella conferenza, fosse stata eccessivamente mortificata la personalità storica della sfortunata Contessa. Dopo due giorni il Cutolo replicò, mettendo ancora in  dubbio le doti di storico di Pietro Marti, accusandolo di attenersi più alle cronache che ai documenti, sulle quali egli aveva invece condotto il suo lavoro, consultando gli atti della Cancelleria di Re Ladislao e della regina Giovanna.

La polemica, mentre contribuì a riscoprire aspetti meno noti della personalità di Maria d’Enghien, finì con l’esasperare i due, come accade spesso in queste occasioni, inasprendole a tal punto da far dichiarare al Cutolo, in una sua lettera del 20 aprile, di non voler più rispondere a Marti su quell’argomento.

Tra i due, invero, fu il Nostro a mantenere il garbo e la calma, mentre il Cutolo manifestò la propria impazienza con antipatici riferimenti di sufficienza cattedratica, sebbene mista ad attestazioni di simpatia e stima. Il Nostro non se ne dolse, rispondendo ancora al Cutolo, che aveva inteso chiudere bruscamente ogni tipo di contatto, e rimandando ogni definitiva puntualizzazione alla pubblicazione su Maria d’Enghien che ne sarebbe seguita.

La polemica, in  fondo non giovò neppure a Marti, che se non registrò l’aumento della  sua fama, tuttavia presso gli sprovveduti la vide incrinata, dove invece non c’era d’attendersi necessariamente, in simili diatribe, un vincitore e un vinto, ma rispettabili valutazioni storiche pur su posizioni diverse.

Egli era abituato, però, a mantenere alta la guardia contro denigratori o avversari di turno. Scorrendo le pagine del suo giornale “La Voce del Salento”, è facile rilevare che anche come giornalista di razza fosse sottoposto a continue provocazioni.

Marti dovette rintuzzare i periodici assalti, come quello del cav. Giuseppe Zaccaria, che, dalle colonne del “Corriere del Salento”, avanzava dubbi sulla sua “sincerità politica” nei confronti del fascismo e addirittura sulla sua “educazione giornalistica”. E ciò avveniva nell’ottobre del 1932, ad appena sei mesi prima della sua morte, quando dal suo giornale dovette rispondere per le rime  con due articoli di  fondo, il primo Un chiarimento e il secondo Nel campo della sincerità. Premessa.

Ma ancor maggiore eco ebbe a Lecce e nell’intero Meridione, in campo storico-culturale, la polemica sostenuta da Marti, dalle colonne del suo giornale “La Voce del Salento”, contro la prestigiosa opera enciclopedica della “Treccani”, sulla quale, con ferree argomentazioni si denunciavano gravi omissioni di contenuti (quando non errori e abbagli madornali) in relazione a personaggi della storia del Salento e della Puglia intera, a firma di studiosi pur riconosciuti in campo nazionale. Il giornale leccese divenne la roccaforte delle puntuali contestazioni rivolte a spada tratta, e senza alcuna concessione di sorta, al prestigioso Comitato redazionale, nonché alla Direzione, dal giugno all’agosto del 1932, con la puntigliosa riproposizione di una rubrica, a firma di Ellenio, Rilievi e Polemiche. Lagune, granchi e… papere nella Enciclopedia Treccani. La polemica assunse i toni di una virulenza tale che per stemperare i caustici “rilievi” di Ellenio, graditi all’intero panorama culturale salentino e meridionale, pensò bene di scomodarsi lo stesso filosofo Giovanni Gentile. Questi  indirizzò ad Ellenio (pseudonimo, per il filosofo, un po’ troppo comodo) una puntuale lettera di precisazione circa i contenuti e le modalità editoriali dell’intera opera enciclopedica, pubblicata sul periodico leccese il 31 luglio 1932. Nelle ficcanti osservazioni di Marti, pesanti e puntuali come macigni, che rischiavano di mettere alla berlina studiosi di fama conclamata alla stregua di distratti scolaretti, si additavano omissioni, nelle voci “campanile” e “chiesa”, quali la mancata citazione della Guglia di Soleto del 1397 e il Tempio dei SS. Niccolò e Cataldo di Lecce.

In altro articolo si contestavano le sole cinque righe assegnate a Cosimo De Giorgi dall’estensore, prof. Stefano Sorrentino, che pure aveva pubblicato nel 1876 le Note Geologiche della Provincia di Lecce. In altro intervento, alle voci “Arditi” e “Briganti”, Marti considerava assolutamente inaccettabile la mancata citazione dell’Arditi e del gallipolino Tommaso Briganti (1691-1772). Come non mancava di sottolineare, il 24 luglio 1932, il pressapochismo della linea editoriale Treccani, per cui non si diceva assolutamente nulla di personaggi come Oronzo Massa, di Filippo Lopez y Royo, arcivescovo di Palermo, e di Francesco Antonio Astore, una delle vittime più illustri della repressione borbonica del 1799.

Nella lettera di Giovanni Gentile, dal filosofo si contestarono le “omissioni” denunciate dal giornale leccese che altro non erano che il frutto di scelte editoriali obbligate in forza del carattere universale della Enciclopedia, nella quale non potevano confluire tutte le voci di “abbazie, campanili, chiese e personaggi storici”: altro, dunque che “lagune, granchi e papere”. A tali “omissioni”, tuttavia, Gentile annunciava ad Ellenio (ma chi si celava sotto quello “pseudonimo”?) la promessa della compilazione e stampa di un apposito “Dizionario biografico degli Italiani”. Al direttore del foglio leccese “La Voce” se piacque l’annuncio del promesso Dizionario Biografico, non mancò l’ardire di respingere però al mittente l’ammiccante accusa di giornalista “mimetizzato” sotto le ali di uno pseudonimo. E in una conclusiva replica sulla faccenda della Treccani, a comprova della sua coraggiosa militanza giornalistica di un intero cinquantennio di battaglie contro la sordità di Sovrintendenze e Istituzioni, attacchi di giornali e scontri in campo amministrativo, rimarcava che le lacune, una volta accertate, rimangono tali e i granchi e le papere non si possono improvvisamente dissolvere in altro. Il pezzo si concludeva con la firma Pietro Marti e, tra parentesi, lo pseudonimo Ellenio. La prima e unica volta in cui il direttore del giornale leccese decise di apporre, su “La Voce”, ambedue le indicazioni.

Ma ai colpi mancini della fortuna Marti era abituato, sin dalla fanciullezza, quando, rimasto a sei anni orfano di padre, impiegato presso la Pretura di Ruffano, con l’aiuto dei fratelli maggiori, era riuscito, con grande sacrificio a conquistare il patentino di maestro rurale. Qui cominciò col misurarsi con le scolaresche del natìo paesello, dove pure entrò in conflitto con la locale amministrazione, il cui sindaco Santaloja gli interruppe lo stipendio, per essersi assentato dal servizio, per motivi di studio. Ne nacque un contrasto infinito, con ricorsi legali sino alla Corte dei Conti e che lo fece decidere vieppiù ad allontanarsi dall’amata terra di origine, trasferendosi presso gli istituti scolastici di Comacchio. Con la sua multiforme attività giornalistica si fece apprezzare nell’intera Penisola, più tardi anche come Direttore della Biblioteca provinciale “Bernardini” e come Ispettore onorario ai Monumenti per la Provincia di Lecce.

Tornò a Ruffano un’ultima volta, il 24 aprile 1927, per tenervi il discorso inaugurale per il Monumento ai Caduti, La Vittoria alata, opera offerta alla cittadinanza dal suo grande concittadino, l’artista Antonio Bortone.

Questi soltanto alcuni degli aspetti di Marti giornalista, conferenziere e polemista. Ciò era doveroso rimarcarlo, ma è soltanto parte di quanto si può riferire del suo battagliero e creativo giornalismo, della sua profonda cultura in ordine ai temi di rilevanza civile, trattati nelle conferenze in giro per la Puglia e l’intera Penisola, e della stessa virulenza delle polemiche innescate in nome del suo amore per il Salento, la Puglia, l’Italia. Altri interessanti aspetti verranno degnamente sottolineati nel preannunciato Convegno nazionale da celebrarsi ad inizio estate 2013, tra Lecce e  Ruffano, da valenti studiosi come Alessandro Laporta e il prof. Antonio Lucio Giannone. Il primo, infatti, in qualità di direttore della Biblioteca provinciale “Bernardini” di Lecce approfondirà tematiche bibliografiche anche in ordine al “Catalogo” del suo predecessore Marti; il secondo compulserà aspetti più tipicamente letterari, che appunteranno la riflessione sulla poesia del grande salentino Vittorio Bodini.

 

(Pubblicato su Presenza Taurisanese, a. XXXI, aprile 203, pp. 8-9)

Pietro Marti a 150 anni dalla nascita. Un convegno a Lecce e a Ruffano per ricordare la personalità e l’opera

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di Ermanno Inguscio

                                                        

Doppio anniversario nel 2013 per Pietro Marti (Ruffano, 1863 – Lecce, 1933), uno relativo alla nascita (150 anni), l’altro alla morte (80 anni). Marti, il cui nome completo era Pietro Luigi, dominò la scena culturale salentina a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Fu insegnante, giornalista, cultore d’arte e di storia, ispettore ai Monumenti di Terra d’Otranto e infine direttore della Biblioteca Provinciale “Bernardini” di Lecce. Ma fu soprattutto fondatore e direttore di giornali, da Taranto a Comacchio e alla stessa Lecce, dove visse la sua vita di lavoro e di affetti per quasi un intero cinquantennio. Da direttore della Biblioteca Provinciale produsse un importante “Catalogo”, in cui sono comprese anche le sue opere, una quarantina, che rappresentano la testimonianza  di un’appassionata difesa e valorizzazione delle patrie memorie del Salento e dei Salentini.

A giugno ci sarà un Convegno Nazionale di Studi, patrocinato dalla Provincia, dalla Biblioteca Provinciale di Lecce e dal Comune di Ruffano, organizzato dall’Università del Salento e dalla Società di Storia Patria per la Puglia. In quella sede i relatori metteranno in risalto i suoi tanti aspetti di studioso e di propagatore di cultura.

***

Tra gli aspetti minori della personalità di Pietro Marti va considerata la frenetica, ed apprezzata, attività di conferenziere, che egli ebbe ad esprimere un po’ in tutto il suo peregrinare per la Penisola,  già da giovane insegnante nelle terre delle inclementi nebbie di Comacchio, e in varie città italiane, dalla capitale Roma e per l’intero Meridione.

Per il suo costante impegno culturale, che lo portava presso circoli d’impegno sociale (sezioni di Società di Mutuo Soccorso, circoli cittadini, Società “Dante Alighieri”, ecc.), e per la notorietà di giornalista e direttore di testate da lui fondate un po’ dappertutto, egli fu apprezzato quale conferenziere d’un certo successo.

Nel 1896, dopo la breve parentesi di permanenza in Alta Italia, fiaccato dalle nebbie di Comacchio, e dopo aver pubblicato nella sua nuova residenza a Taranto l’interessante opuscolo La modellatura in carta, lesse la conferenza Il sorriso nell’arte, in cui sorprese gli uditori per l’acutezza d’interpretazione e per la facilità di spostarsi dall’enciclopedismo alla piacevolezza dello svolgimento. Ma la sua attività letteraria non gli impedì un’intensa vita politica, giornalistica ed umana. Fondò così nella città ionica “Il Salotto” Biblioteca tascabile, foglio dettato dal bisogno di dare linfa al languore letterario locale. Furono suoi collaboratori Luigi Marti, Scarano, Gigli e molti altri, i quali favorirono una produzione editoriale volta ad ostacolare la congerie della cattiva produzione in poesia e in  prosa che veniva d’Oltralpe.

La sua produzione attinse alla fonte dell’abbondanza interiore. Nel 1903, dopo la pubblicazione di un altro libro Giuseppe Battista e i poeti Salentini del secolo XVII, in cui disegnò con acutezza critica il Seicento e l’Arcadia del Salento, tornò a Lecce, a commemorare, invitato dal Circolo Artistico, il grande Dante. La conferenza, interamente pubblicata dalla rivista “Rinascenza”, porse occasione a lusinghieri commenti come quello del “Corriere Meridionale”: “Poche volte si può provare un senso di maggiore godimento intellettuale, come scorrendo quelle pagine, entro cui si fonde la geniale severità dell’osservazione con la luminosa e affascinante immagine poetica”.  Ma già Matilde Serao aveva scritto di Marti: ”Tra questi studiosi serii, notevoli per profondità di pensiero, dalla parola ampia, vibrante ed eletta è da annoverarsi l’egregio autore di questa “Visione”.

A Lecce, nel 1910, nel pieno dell’infuriare della polemica scatenata (con l’Incagliati) dal volume su “Don Liborio Romano”, Marti tenne una conferenza, presso la “Sala Dante”, dal titolo Popolo e Principato nell’Epopea Nazionale, la cui eco comparve nella stampa dell’intero Salento.

Delle relazioni preparate (e spesso lette) abbiamo, invece, un ampio elenco a stampa, pubblicato nella raccolta Storia ed Arte (Conferenze  e discorsi), dalla tipografia La Modernissima nel centrale Palazzo leccese Andretta.

Se non mancò l’opportunità di misurarsi nella capitale, Roma, nell’aprile del 1924, con la relazione Nella terra di Melo su invito dell’Associazione Pugliese, addirittura massiccia fu la sua presenza nelle principali città meridionali e della Puglia in particolare. Nel maggio del 1917 tenne una prima volta a Bari la conferenza dal titolo La terra di Melo, su invito dell’Università popolare. In altra conferenza nella stessa città, trattò il tema Le sorgenti della coscienza civile in Terra di Bari.

A San Severo, nel marzo del 1921, dove si era spostato in qualità di Direttore delle Scuole Tecniche “Zanotti”, su invito dell’Università popolare parlò de Il dovere civile e Giuseppe Mazzini. E nella stessa città, che lo aveva visto alcuni anni anche docente nelle Scuole superiori, nell’aprile dello stesso anno, in occasione del VI Centenario della morte di Dante Alighieri, fu invitato a conferire con la relazione dal titolo La missione del vate. Nel 1922 parlò de La guerra otrantina e A. Galateo. Nel 1923, anno in cui notissimo era Marti per la fondazione del foglio “Fede”, tenne una conferenza a Lecce, Nella Terra di Tancredi, a beneficio del Padiglione cittadino “E. Mussolini”; nel settembre di quello stesso anno, a Taranto, città dove aveva soggiornato, condiviso l’amicizia dei Viola, fondato e diretto alcuni giornali di prestigio, inaugurò un Corso di conferenze cittadine presso il Circolo “Giacosa” con la citata relazione Nella terra di Tancredi.

In quello stesso anno, nel dicembre del 1923, con Sorrisi dell’Arte e del pensiero, nella città ionica di Gallipoli inaugurò un Corso di conferenze all’Associazione “Amatori d’Arte”. Con la stessa relazione tenuta nella città-perla dello Jonio, nel giugno del 1924, si spese con grande successo in una serata a favore del Liceo scientifico del capoluogo salentino. Con Sibilla di Lecce, nel febbraio del 1925, riscosse grande successo presso la casa Apostolico, alla Brigata degli Amici dei Monumenti. Il 15  aprile di quell’anno, sempre a Lecce, tenne il discorso inaugurale, in Piazza Duomo, per la posa della Fontana Monumentale. Nell’estate di quell’anno, il 15 luglio 1925, a Gallipoli, in occasione della III Mostra d’Arte Moderna, tenne il discorso inaugurale dell’importante evento.

Nella stessa raccolta citata, Storia ed Arte, egli pubblicò tre saggi, autentici reportages di viaggio, dal titolo Escursioni, il primo Alla Limini (1908), il secondo  A Carpignano (1909), il terzo A Maruggio (1922), in cui esprime interessanti osservazioni su tematiche di carattere naturalistico e paesaggistico. Ma le conferenze del Nostro non furono soltanto queste citate, perché espressamente pubblicate a stampa in un volume. Di altre, e diverse, abbiamo un’eco in alcune delle più note testate giornalistiche di Taranto, Lecce e Bari degli anni Venti.

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Al giornalista, saggista, cultore d’arte e di storia patria non mancò la connotazione di polemista efficace e battagliero, caratteristica riconosciuta da tutti a Marti sin dal suo primo apparire sul panorama salentino della cultura storico-letteraria.

A tale aspetto della sua forte personalità fece riferimento Pasquale Sorrenti nel suo Repertorio bibliografico (ed. 1976), quando citò, nel lungo elenco delle sue opere, due scritti di Marti, Verso il nuovo secolo (Pagine di polemica) del 1905 e I naufraghi (per don Liborio Romano). Pagine di polemica del 1915, entrambe stampate a Lecce presso la Tipografia Sociale.

Marti fu sempre un grande lottatore in ogni ambito della sua esistenza. Da insegnante, conquistando giorno per giorno i titoli sufficienti al riconoscimento ufficiale, passando da maestro rurale al ruolo di professore pareggiato ed ordinario nelle Scuole Tecniche, negli Istituti magistrali, nei Licei scientifici e Classici, anche per cattedre speciali come quella della storia dell’Arte. Da conferenziere originale e geniale trattò i temi più vari a Lecce, Brindisi Taranto, Bari e Roma. Da storico e letterato, dal pensiero profondo, dalla cultura enciclopedica, dalla forma agile e chiara, che gli fece produrre oltre quaranta tra libri, monografie e saggi.

Da giornalista egli fu irresistibile ricercatore della verità, fiero nell’arengo politico e letterario, dando vita ad un vero popolo di periodici e di riviste, che spesso determinarono indirizzi nuovi nei vari ambienti. Notevoli tra tutti La Democrazia, Il Popolo e Storia ed Arte a Lecce, Il Lavoro a Ferrara, L’Avvenire, L’Indipendente, La Palestra e il Salotto (biblioteca tascabile) a Taranto.

E proprio in campo giornalistico Marti si trovò a scontrarsi con Nicola Bernardini, altro giornalista di razza, all’epoca in cui, ceduta la proprietà di Democrazia al senatore Tamborrino, dal 21 ottobre 1919 al giugno del 1920, scrivendo da direttore contro il suo rivale. Ne nacquero polemiche personali asperrime, violentissime, che Pietro Marti sostenne contro Bernardini, dal quale venne ricambiato con egual moneta dalle colonne della sua “Provincia di Lecce”. Polemiche ripetutesi ad intervalli per un trentennio e che spesso finirono in processi da cui Marti uscì sempre assolto.

 

(Pubblicato su Presenza Taurisanese, a. XXXI, marzo 2013, p. 11)

tra “tracce di ellenismo” nel Basso Salento e il culto di San Rocco nell’area mediterranea

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di Ermanno Inguscio*

 

Accogliamo oggi, nella nostra Comunità di Ruffano e Torrepaduli, una nutrita delegazione di cittadini ateniesi, a ravvivare quel “fil rouge” che lega la nostra civiltà occidentale alla “classica grecità” di concittadini europei, in visita nel Salento, il quale si configura nella storia come un’autentica esclave griko-ellenofona, che presenta ancora oggi, al di là dei centri noti della Grecìa “grika”, significativi resti culturali in campo archeologico-artistico, in campo storico-linguistico e nel contesto antropologico delle tradizioni popolari. Nel linguaggio comune dei nostri dialetti persistono ancora parole di chiara derivazione ellenica. Non è infatti, la nostra, quella del Salento, secondo l’espressione del De Martino, la “terra del rimorso”: un autentico grosso chiodo (detto “cintrune”, in ambito popolare,  “kentron” in greco, ad indicare un’idea fissa, che ti perseguita), piantato nella coscienza collettiva, sulla quale la musicoterapia della pizzica, genere musicale popolare in contatto proprio a Torrepaduli con il culto di San Rocco, cerca da secoli di addolcire il disagio interiore personale e spesso di una collettività intera? E non mancano altri termini, ancora in uso in ambito popolare, come matthra, cuddhura,limmu,stompu, vespra, pitta, pittule,,mantili  e canduscia e, in quello botanico-culinario,  come cirasa, milu,tolica, cicora, cutugnu, sita e carrofulu.

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L’isola linguistica dell’Hellas otrantina” non si riduce nel Salento soltanto all’area delle nove comunità ellenofone della “Grecìa salentina”, su cui oggi è stato abilmente innestato il marchio commerciale de “La Notte della Taranta”. Essa fu innegabilmente molto più vasta e interessò tutti i centri abitati di quella magica “terra tra i due mari”, lo Jonio e l’Adriatico. La storia delle nostre tradizioni popolari, delle arti figurative e delle scienze umane salda in un unico snodo strategico, su molti territori del Bacino mediterraneo, e del Salento in particolare, le radici greco-romane della nostra civiltà e la stessa tradizione del culto a Santi dell’era cristiana, come quello a San Marco Evangelista, a San Paolo, a San Teodoro d’Amasea, a San Rocco di Montpellier. L’innesto sulla matrice religiosa pagana del culto cristiano ai Santi, trovano espressione la cultura e la fede popolari, espressioni autentiche di identità civile. Non è dunque fuori luogo accostare espressioni tipiche della fede religiosa (celebrazione del momento festivo, danze popolari, ricerca di relazione tra simili e ricerca dell’Assoluto) con lo studio delle civiltà mediterranee, che, come quella della Grecia antica, impose ai forti romani e alla loro tradizione giuridica, il primato del pensiero e della filosofia classica in ogni campo dello scibile umano.

Ecco perché oggi, davanti agli eredi della civiltà ellenica, che ci onorano della loro presenza, per un intero giorno, non possiamo che definirci fortunati fruitori di una relazione speciale. Come speciale dovette essere la coesistenza tra generazioni di nostri antenati in era magno-greca e bizantina, che fecero la civiltà dell’Italia Meridionale, toccando eccellenze in ogni campo. Antenati che seppero comunicare in un contesto bilingue, l’uno di derivazione dialettale, l’altro certamente “griko”, gustando le affinità e le differenze di idiomi divenuti una seconda lingua madre, a cui ci si accostava con ancestrale fiducia e capacità comunicativa. Si viveva, per secoli di contatti con il mondo bizantino-greco, in un contesto linguistico apprezzato e trasmesso di generazione in generazione a perpetuare le caratteristiche della propria civiltà, divenuta una ed amata. Quella lingua “grika”, anche a Ruffano e Torrepaduli, era un comune strumento linguistico almeno sino agli inizi del Settecento, quando poi venne edificata la Chiesa Matrice della “Natività” sul preesistente sito di rito greco. Ciò è confermato da mons. Giuseppe Ruotolo, che scrivendo nel 1969 sul culto greco a Ruffano, riportando il De Rossi (1711), attestava lo stile greco della chiesa parrocchiale, l’osservazione del rito greco e i rettori greci come ricordato da don Gabriele Capasso, sacerdote greco. Estremamente significativa è poi stata la presenza dei numerosi copisti nel  Salento di manoscritti greci, come quello di Giorgio da Ruffano, conservato nella Queriniana di Brescia e studiata dallo stesso André Jacob. Proprio allo studioso belga, bizantinista di fama mondiale, avevo scritto, in un suo breve soggiorno romano, per avere notizie circa l’antica grancia  su cui insisteva la chiesetta di San Teodoro di Amasea a Torrepaduli. Covavo infatti la segreta speranza che l’insigne storico mi potesse dare traccia, magari nell’Archivio Segreto Vaticano, per uno studio a tal proposito più approfondito e documentato. Non ebbi risposta scritta, ma egli di persona, in un Convegno di studi ad Andrano, qualche tempo dopo, mi suggerì di perseverare nella ricerca archivistica, poiché, in tale campo, parole testuali, “le sorprese sono sempre dietro l’angolo”. V’è da immaginare, dunque, quanto lavoro di ricerca ci resta da fare. E in tal senso, da tempo, mi spinge alla ricerca l’etnomusicologo Pierpaolo De Giorgi. Ma nella stessa direzione, quanto a impegno finanziario-editoriale, dovranno sostenerci la “Fondazione Notte di San Rocco” e il suo Presidente Pasquale Gaetani.

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Quanto all’ambito artistico, campo sconfinato di testimonianze storico-documentali presenti sul nostro territorio, l’esempio più grande di testimonianza di arte bizantina nella diocesi di Ugento-S. Maria di Leuca, è proprio l’affresco della cripta di San Marco a Ruffano (sec. XII), nel quale il Diehl  aveva stabilito una relazione tra pittura parietale e illustrazione libraria dei codici miniati: qui il modello in ambito monumentale risulta un fenomeno artistico di “trasferimento” diretto dalla decorazione libraria. L’impronta dell’Evangelista Marco, già attestata nel IV secolo dell’arte del periodo romano, è un modello riscontrabile in diversi codici miniati cristiani. L’affresco ruffanese di San Marco, insieme alla raffigurazione di San Pietro, venne realizzato al tempo  in cui il Salento, con l’Abbazia di Casole, visse la “rinascenza-resistenza” culturale bizantina, tra l’ultimo  venticinquennio del XIII secolo e l’inizio del XIV, periodo che “segna il momento più intenso della produzione di libri greci in Terra d’Otranto”.  Il fenomeno dei manoscritti italo-greci, ad opera di copisti salentini, è la testimonianza di una intensa attività intellettuale, che vide il Salento come crocevia culturale tra l’Italia Meridionale e l’Oriente.

E concludiamo, spendendo almeno una parola per questo tempio, Chiesa-Santuario dedicato a San Rocco di Montpellier, retto oggi da don Mario Ciullo. Davanti all’ottocentesca facciata della chiesa del Pellegrino francese, ogni anno a Torrepaduli, nell’ampio sacro contenitore, area dello spazio tempo per il rito del “ballo di San Rocco” e della “notte della pizzica scherma salentina”, si perpetua il rito di una danza infinita, fatta nelle “ronde” di suonatori-guaritori e attori-ballerini alla ricerca di se stessi e di un contatto con la folla.

convegno san rocco

Assoluta protagonista, la folla di intenditori, sin dal 2008, il 18 agosto di ogni anno, nella celebrazione  della “Notte di San Rocco, tamburello, pizzica e scherma in ronde”, ad opera del Concertone della omonima Fondazione. Ma un tempo, sin dal 1531, tra i due centri abitati, noti per il detto popolare “Manci a Turre e bivi a Rufano”, vi era soltanto una chiesetta “extra moenia”, ricovero di pellegrini , di ammalati, di animali, di bambini “esposti” alla carità di una famiglia disposta ad accogliere alla vita un nuovo essere umano. In quella chiesetta, per secoli, hanno trovato asilo e conforto religioso, come negli ostelli della Via Francigena verso Roma e Santiago de Compostela, pellegrini, preti di rito latino, papas di rito greco, viandanti, sulla “via della perdonanza”, forse in cerca di avventure e imbarcarsi per Gerusalemme. In quei luoghi di culto e di passaggio, sulla direttrice Sud, che da Roma portava, via Gargano, a Gerusalemme, anche le chiesette di San Rocco costituivano tappe obbligate per rinfrancarsi e fare il punto per la propria meta.

Qui, almeno sin dall’anno Mille, al tempo delle grandi Crociate, si incanalavano flussi di mercanti-avventurieri, pellegrini-guerrieri, imbattendosi in contrade dove l’idioma “griko” richiamando il fascino di città ricche come Bisanzio, ne aumentava il desiderio di conquista. Oggi quel patrimonio linguistico resiste ancora, pur con i pericoli della globalizzazione, nei paesi della Hellàs otrantina. Ma nei paesi circostanti, come Ruffano, la storia greca forse giace ancora tra le pieghe polverose dei documenti d’archivio, che invece, andrebbero  squarciati dalla luce della ricerca. E chi vi parla ricorda ancora, da bambino che frequentava a Corigliano d’Otranto l’ultimo anno di scuola elementare, l’affascinante e oscuro dialogo tra paesani, davanti al quale si dilatava la mia curiosità infantile. Quella curiosità-meraviglia di uno scolaretto, che aveva dovuto, per motivi familiari, abbandonare una classe di compagni, frequentata tra i banchi anche dall’indimenticabile Amedeo De Rosa. Lo avevo ritrovato da adolescente a rincorrere il pallone sul “campu te Santu Roccu” e da adulto, sul palco delle performances dei “Tamburellisti di Torrepaduli”.

L’incipit di quel vecchio campo comunale, da sempre area fieristica per la fiera di San Rocco, è scandito da una stele-ricordo, ad opera dell’Amministrazione comunale, in ricordo del tamburellista De Rosa, che aveva contribuito a rendere onore alla nostra terra, con la musica della pizzica-scherma di Torrepaduli, sino in Cina e in Canada.

San Rocco

Quanto a San Rocco, sotto la cui ala devozionale prendevano forma la creatività artistico-musicale di Amedeo De Rosa e la mia passione di futuro storico, affinata in decenni di insegnamento nei licei statali della Penisola, mi capita, da qualche tempo, di prendere parte a simposi internazionali e meetings scientifici su tematiche rocchine. In quei prestigiosi contesti, in giro per l’Europa, come a Montpellier nell’estate del 2012 e più di recente a Lisbona, nell’ottobre del 2013, ho relazionato, nella capitale lusitana, sulle tracce di cultura correlate al culto di San Rocco nei Paesi del Bacino mediterraneo e sul riverbero di quelle in ambito antropologico e sociale. Ho comunicato così l’entusiasmo delle popolazioni del Meridione d’Italia per il Santo Pellegrino, patrono della peste; ho rimarcato la specificità della tradizione religiosa e culturale del Santo guaritore di Torrepaduli; ho esposto le caratteristiche della magia della “notte di San Rocco” e della sua tipica danza scherma, a fronte del vanto della “danza dei bastoni”degli spagnoli delle Asturie di Llanes e dei festeggiamenti al Santo a Cidad Velha nelle Isole di CapoVerde.

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Soprattutto ho avuto modo di prospettare ad un pubblico di studiosi provenienti da tutta Europa e persino dal Brasile, le potenzialità di un turismo religioso e culturale, volto alla fruizione giovanile, secondo le “direttive” del Consiglio d’Europa, a cui meritoriamente si ispirano molte iniziative, come quella dello scambio Italia-Grecia di oggi, della “Fondazione Notte di San Rocco. Tamburello, pizzica scherma in ronde”, sotto la regia del presidente Gaetani. Agli amici Greci, al cui capo di Governo è oggi affidata la guida del primo semestre europeo del 2014, noi sentiamo di dover confermare quei sentimenti di amicizia espressi questo pomeriggio dal sindaco, Carlo Russo, nella nostra Sala Consiliare del comune di Ruffano. A loro, a tutti noi, resta l’impegno, non di poco conto, di tenere alto il valore di una Europa, “casa comune” di tanti popoli, che, con modalità diverse, hanno fatto la storia della nostra civiltà e di riscoprire e rinsaldare i vincoli di pace e solidarietà per affrontare le problematiche impellenti di un pianeta esposto alle sfide della globalizzazione.

 

* testo della relazione pronunciata in occasione dello Scambio Culturale Italia-Grecia. Ruffano, 07 gennaio 2014. nella Chiesa-Santuario di San Rocco in Torrepaduli.

Pietro Marti (1863-1933) direttore di giornali

di Ermanno Inguscio

Pietro Marti  ( Ruffano,1863- Lecce,1933) fu saggista, studioso di storia, arte e archeologia, giornalista, docente, ispettore onorario ai Monumenti, e direttore della Biblioteca Provinciale “Bernardini” di Lecce, nella quale si conservano una quarantina di sue apprezzate opere, volte al recupero delle memorie patrie della Terra di Salento.

La vivacissima attività giornalistica di Pietro Marti, iniziata poco più che ventenne e alimentata per l’intero arco della sua esistenza, si manifestò con un innato spirito creativo tale da farlo misurare subito alla direzione di qualche foglio, da lui fondato e diretto, senza quasi passare dalla fase di semplice pubblicista, appassionato dello strumento della comunicazione cartacea di riviste e giornali.

La sua attività, nel complesso, si articolò lungo due principali filoni produttivi: la collaborazione a giornali affidati alla direzione di altri colleghi e le prestigiose iniziative, fatte su diverse testate, di fondazione e direzione di giornali e riviste d’ampio respiro, compito assunto in prima persona, con costanza e ardito piglio giornalistico.

Egli era nato a Ruffano il 15 giugno 1863, dal padre Pietro, occupato come cancelliere presso il regio giudicato di quel circondario e dalla madre Elena Manco, contadina quarantanovenne, che dovette presto occuparsi da sola della sua educazione per la prematura scomparsa del padre. Compiuti i suoi primi studi in patria e poi a Lecce, conseguì con profitto la patente di maestro elementare. Ottenne la prima nomina in una pluriclasse del comune di nascita, Ruffano, ma contrasti con quella amministrazione comunale (e la sospensione dello stipendio nel luglio 1883), per i quali produsse ricorsi persino al Consiglio di Stato, lo spinsero a spostarsi presso scuole di Comacchio. Qui, accanto all’attività d’insegnamento e alla proficua produzione delle prime monografie di ambito storico, affiancò presto una febbrile attività giornalistica. Successivamente si spostò a Taranto e Lecce, dove fondò e diresse diverse giornali e riviste.

Nella sua casa leccese costituì grande figura di riferimento per il giovane nipote, l’adolescente Vittorio Bodini. Al piccolo Vittorio, infatti, figlio di Anita Marti, era mancato irrimediabilmente il rapporto con la giovane mamma, approdata a nuovo matrimonio con  Luigi Guido, e costretto a rimanere per tutta l’infanzia in casa del nonno materno, e lontano dai quattro fratelli nati dal patrigno.

Così, stando alla traccia biografica dell’esegeta e amico della prima ora, suo conterraneo, Oreste Macrì, Bodini visse con Pietro Marti la prima delle sue “sette vite”, quella dell’infanzia e dell’adolescenza futurista.

A Lecce, accanto al nonno, l’inquieto Bodini apprese a conoscere menabò e ogni fase di allestimento d’un giornale, e da cui fu certamente spinto a compiere i primi approcci con l’attività scrittoria, che tanto lustro diedero alla letteratura di tutto il Salento.

Pietro Marti produsse nella sua vita una quarantina di opere di carattere storico-artistico, tra cui le più famose “Origine e fortuna della coltura salentina”, oltre a tenere decine di conferenze in tutta la Puglia. Per oltre un ventennio raccolse attorno a sé giovani artisti salentini, che si prodigò di far conoscere al grande pubblico. Divenne poi Ispettore onorario dei Monumenti e Scavi per la Provincia di Lecce e direttore della Biblioteca Provinciale “N. Bernardini”, per cui lasciò un prezioso “Catalogo bibliografico delle Opere di scrittori salentini” (1929). Morì a Lecce il 18 aprile 1933, lasciando un grande vuoto negli ambienti storico-artistico e giornalistico dell’intera Puglia.

Interessante è  soffermarsi, a questo punto, sull’attività giornalistica affrontata da Marti in qualità di direttore, cui non riusciva difficile fondare di sana pianta nuove testate, quasi in ogni città che l’avevano visto vagare su e giù per la Penisola.

Prestigiosa, agli occhi di molti estimatori, apparve la sua attività  giornalistica di direzione-produzione di fogli di grande respiro e di forte impatto culturale nell’intero Salento e nelle maggiori città di Puglia.

Appena ventiseienne Pietro Marti, alla luce anche dell’esperienza del collezionista Nicola Bernardini, che l’anno precedente, nel 1896, aveva suscitato scalpore con la ghiotta pubblicazione sulla storia del giornalismo leccese (Giornali e Giornalisti Leccesi, Lecce, Ed. Lazzaretti, 1896) dal 1808 al 1896, intraprese l’avventura della direzione in città del settimanale “La Democrazia”. Grande era infatti, nel capoluogo leccese  l’esigenza d’una grande spinta all’informazione periodica, sebbene le statistiche ufficiali ponessero Lecce tra le città italiane con maggiore presenza di testate.

La rivista fu sospesa per alcuni anni, durante i quali Marti, trasferitosi prima a Comacchio, poi a Taranto, dove aveva fondato altri giornali come “Jonio (1896), “Il Lavoro” (1898), “La Palestra” (1902), aveva continuato la sua vivace attività di giornalista, oltre che quella di docente nelle Scuole pubbliche. Il settimanale leccese, “La Democrazia”, riprese le nuove pubblicazioni con due numeri di saggio, il 6 e il 13 dicembre 1902, ma col sottotitolo di “Pugliese”, poi soppresso, stampato nella Tip. di L. Carrozzini e M. Ghezzi. Con il numero 4 uscì dalla Tipografia Garibaldi, col numero 16 fu aggiunto il sottotitolo di “Corriere Salentino politico amministrativo, commerciale letterario”, presso la Tipografia Giurdignano.

Subì poi interruzioni ed ebbe riprese editoriali; ma la regolarità delle pubblicazioni

non fu sempre rispettata. Nel 1913, anche se per breve tempo, figurò direttore Pietro Massari.

“La Democrazia”, ceduta in proprietà al senatore Tamborrino, uscì, sempre sotto la direzione di Marti, in edizione quotidiana, durante il periodo elettorale dal 21 ottobre 1919 fino al giugno 1920 dalla Tip. Leccese Bortone e Miccoli. Memorabili le polemiche personali asperrime, violentissime che Pietro Marti sostenne contro Nicola Bernardini, che lo ricambiò con eguale moneta sulla sua “Provincia di Lecce”, polemiche ripetutesi ad intervalli durante un trentennio, e che spesso finirono in processi da cui Marti ne uscì sempre assolto.

Intanto, nel 1891, Marti aveva diretto il foglio settimanale leccese L’Indipendente , che trattò ambiti di politica amministrativa, commerciale e naturalmente anche di arte. Vi collaborò Giuseppe Petraglione e i numeri furono stampati presso gli stabilimenti Scipione Ammirato e  Garibaldi.

 Nel periodo di permanenza a Taranto, Marti volle subito misurarsi in quel contesto con la direzione di alcuni giornali.  L’esperienza maturata a Lecce, infatti, costituirono una grande premessa per risvegliare la città jonica dal torpore nel quale sembrava fosse da tempo precipitata.

Cominciò  nell’aprile del 1896  con “Il Salotto”, una sorta di biblioteca tascabile, stampata presso l’Editore Salvatore Mazzolino.

Un foglio, dal titolo analogo, diretto da Niccolò Foscarini, aveva avuto breve vita a Lecce, dall’ottobre 1885 al novembre 1886.

Il primo fascicolo jonico, di trenta paginette, uscì il primo aprile 1896. Il numero complessivo delle uscite, stando alla testimonianza di Nicola vacca, ammonta a otto. Nella pubblicazione trovarono spazio anche poesie di Emilio Consiglio, Luigi Marti, Giuseppe Scarano e Giuseppe Gigli; conferenze di Alessandro Criscuolo e Angelo Lo Re, un dramma di un atto di Michele De Noto. Ciò a comprova dell’interesse per la letteratura di Pietro Marti e di tutti i suoi collaboratori. Tra questi, il prof. Giuseppe Gigli, in una sua conferenza del 3 maggio 1890, letta nella sala dell’Associazione Giuseppe Giusti in Lecce e data alle stampe, per  i tipi dei Fratelli Spacciante, aveva toccato ampiamente “Lo stato delle lettere in Terra d’Otranto”.

Nel maggio dell’anno successivo, Marti fondò a Taranto e diresse, in qualità anche di proprietario, “L’Avvenire”. Si trattò di un periodico bisettimanale, edito dalla Tipografia del Commercio, che stampò il primo numero il 3-4 maggio 1897.

Nel luglio del 1898 egli fece stampare un altro periodico, “Il Presente”, presso lo Stabilimento Tipografico di F. Leggieri: gli ambiti trattati andarono dal politico-amministrativo al commerciale, senza mai trascurare quello letterario.

Al periodo del suo ritorno a Lecce risale l’altra pubblicazione da lui diretta nel 1900, “L’Imparziale”, un periodico settimanale, che trattò argomenti politico-amministrativi, commercio e arte. I numeri pubblicati, videro la luce presso la Tipografia  litografica dei Magazzini Emporio.

Un’altra importante direzione di Marti fu quella della rivista quindicinale d’arte e di cultura,  “Fede”, pubblicata per Lecce e Taranto, a partire dal 1 dicembre 1923. Col primo numero dell’anno III (1 gennaio 1925), il formato divenne più ampio. I primi due fascicoli, di 16 pagine in 8°, si stamparono nella Tipografia Sociale di Oronzo Guido, i successivi nella Tip.-Litogr. Giuseppe Guido. L’ultimo fascicolo (16-17 dell’anno III) uscì il 15 novembre 1925.

Si trasformò poi, in giornale settimanale dal titolo “La Voce del Salento”, sempre diretta da Marti, a partire dal 15 gennaio 1926, per i tipi della Tip. Prim. “La Modernissima”, che fece sentire il proprio peso sull’opinione pubblica salentina sino all’anno della morte di Marti, avvenuta nel maggio del 1933. Vi collaborarono tra gli altri, Gregorio Carruggio, Pasquale Camassa, E. Alvino, Elia Franich, Luigi Paladini, P. Maggiulli, N. Vacca, presso cui fu reperibile l’intera collezione della rivista.

Alla scomparsa di Pietro Marti, non fu soltanto Lecce a perdere un’epigone del giornalismo militante, votato alla riscoperta e alla rivalutazione delle peculiarità storico-artistico-culturali di Terra d’Otranto, ma l’intera Puglia  e la stessa Italia, nelle quali egli, sin da giovane e per diverse stagioni della sua esistenza, aveva operato battendosi con passione nel campo dell’istruzione, dell’informazione, della storia e dell’arte.

 

pubblicato nel bimestrale “Terra di Leuca”, Tricase, a. VII (novembre 2010), n. 39, p. 6.

Il giornalista ruffanese Pietro Marti (1863-1933)

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di Ermanno Inguscio

 

Dopo un primo contributo sul direttore della Biblioteca  provinciale “Bernardini”, Pietro Marti (1863-1933), descritto nella sua preziosa attività di direttore di giornali, in questo secondo intervento si lumeggerà la sua attività di giornalista, sua seconda attività, dopo quella di giovane docente a Ruffano e a Comacchio, lungo il suo peregrinare per la Penisola  tra fine Ottocento e il primo trentennio del Novecento.

La vivacissima attività giornalistica di Pietro Marti, iniziata poco più che ventenne e alimentata per l’intero arco della sua esistenza, si articolò lungo due principali filoni produttivi: la collaborazione a giornali diretti da altri, di cui qui si riferisce, e le prestigiose iniziative, diverse, già presentate su questo foglio, di fondazione e direzione di giornali e riviste d’ampio respiro.

Quanto alla “collaborazione” giornalistica di Marti, anticipata dalla prestigiosa direzione a “Democrazia”, iniziò con una lettera al Comitato di curatori del numero unico “ 2 Giugno”, composto da studenti e operai democratici leccesi. Il foglio aveva visto la luce a Lecce nel 1889, per i tipi della Tipografia Campanella. Su quelle colonne, accanto a diversi interventi sulla figura di Garibaldi, erano riportate altre due lettere, sempre rivolte al Comitato, ad opera di A. Saffi e di F. Rubichi.

Significativamente dedicato nel sottotitolo (“A Giuseppe Garibaldi”), dell’eroe dei due mondi, su “2 Giugno” era riprodotto il testo di un suo biglietto, indirizzato a Carlo Arrighi, il 7 aprile del 1862.

Dal 1891  Marti collaborò alla stesura del settimanale di Vincenzo Giosa, “Il Messaggero  Salentino”, con interventi giornalistici forniti per undici anni,  quasi quanto tutta la durata del foglio leccese, pronto a dare manforte all’impostazione già battagliera e scopertamente votata  a favore di Pellegrino. Suoi collaboratori nella più che decennale impresa furono Pietro Trinchera, G. Pellegrino, Francesco Rubichi, ecc.

Clemente Antonaci, Giuseppe Petraglione. Il giornale ebbe una ripresa nel 1908 e col numero del 23 giugno uscì sotto la direzione di Francesco Forleo-Casalini e dopo di Duilio Guglielmi. Di fatto era direttore e redattore principale Vincenzo Giosa e, dopo il 1898, fu vivamente antipellegriniano. Col numero 3 dell’anno VII (1897), iniziò la pubblicazione delle Cronache di Lecce dal 1591 al 1775 del Braccio, del Panettera e del Cino, da uno zibaldone del Duca Castromediano. Nella Biblioteca provinciale si conservano i numeri delle prime cinque annate, della VII, X e XII.

Marti fu poi partecipe allo stuolo di collaboratori de “La Cronaca Letteraria”, diretta da Giuseppe Petraglione, pubblicata a Lecce dal 1 gennaio 1893, presso la Tip. Lazzaretti e Figli.

Il giornale sospese le pubblicazioni col numero 8 del 16 aprile 1893. Le riprese il 2 maggio 1894. Dopo sei numeri cessò definitivamente il 5 agosto 1894. La seconda serie uscì per i tipi della Tip. Cooperativa, Editore Vincenzo De Filippi. Vi collaborarono, oltre il Petraglione, Clemente Antonaci, Carmelo Arnisi, di cui abbiamo ampiamente riferito nella monografia  Carmelo Arnisi. Un maestro-poeta dell’800 (Congedo Ed., 2003), Francesco Bernardini, Alessandro Criscuolo, Cosimo De Giorgi, Francesco D’Elia, Giuseppe Gigli, Trifone Nutricati, Arturo Tafuri, Vincenzo Ampolo, ecc.

Due mesi dopo, nel marzo del 1891, con Giacomo Gridi, Marti fu assiduo redattore del settimanale satirico leccese  “Don Ficchino”, diretto da Giuseppe  Carlino. Si trattava di un giornaletto di piccolo  formato, ma di grande impatto su ogni fascia di lettore, anche di tipo popolare, molto noto per le sue punzecchiature velenose, mimetizzate sotto il velo d’una leggera ironia, non sempre pietosa, che di rado mancava il bersaglio. Ai deputati al Parlamento Brunetti e Monticelli  non furono mai risparmiati gli strali della critica, ma non sfuggirono alla gogna gli avvocati socialisti, gli acquirenti di titoli nobiliari e, come allora si diceva, gli spacciatori di carte false. Sebbene i numeri pubblicati non superarono la decina, i vespai nati si rivelarono tuttavia così virulenti, da suggerire presto ai redattori, rimasti all’inizio pure anonimi, il pensiero del’interruzione della stampa del periodico. Cosa che puntualmente avvenne, a conferma dell’estrema pericolosità della satira politica per i propri ideatori.

Dal 7 giugno 1896, all’epoca del soggiorno nella città jonica, sotto lo pseudonimo di “Ellenio”, Marti produsse diversi interventi, richiesti dal direttore-proprietario Alfredo Guariglia della pubblicazione “Jonio”, organo delle provincie meridionali. Il taglio era di carattere politico, commerciale e letterario. Agli articoli furono spesso accostate delle piccanti vignette, che miravano a colpire soprattutto l’on. Nicola Re.

Del periodo del soggiorno “tarantino”, preceduta già dalla direzione de “Il Salotto” dell’aprile del 1896 e del periodico bisettimanale “L’Avvenire” (1897), di cui figurò anche proprietario, fu sua la collaborazione al foglio indipendente “Il Lavoro”, che usciva con cadenza settimanale, a partire dal 1898, e per cinque anni, diretto da Antonio Misurale.

Sempre a Taranto, dal maggio del 1902, il Nostro collaborò alla stampa del settimanale “La Palestra, diretta da Achille Trisolari. Purtroppo, ebbe a lamentare Nicola Vacca, anche di quella pubblicazione non si conservano che pochissimi esemplari.

Oltre agli interessi di carattere storico-artistico, non mancò a Marti quello per le manifestazioni d’ordine letterario. Dal 1905, infatti, collaborò alla rivista quindicinale “Calliope”, diretta da Luigi De Simone, su cui furono affrontate questioni relative alla produzione poetica, alla prosa ed al teatro. Suoi compagni di avventura furono V. D. Palumbo e Francesco Capozza.

Marti non mancò di essere nello stuolo dei protagonisti delle vicende editoriali

della “Rivista Storica Salentina”, fondata nel 1903 dal direttore Pietro Palumbo. Il prestigioso mensile fu stampato prima presso la Tipografia Giurdignano, poi presso la “Dante Alighieri”. La rivista fu sospesa coi numeri 1-2 dell’anno X (1915) per la morte del direttore Palumbo. Riprese le pubblicazioni, il 20 luglio 1916, sotto la direzione di Salvatore Panareo e Cosimo De Giorgi, stampata dall’editore Gaetano Martello nella Tipografia Salentina.

Con la morte del De Giorgi, avvenuta nel dicembre 1922, rimase direttore Salvatore Panareo. Con l’ultimo fascicolo del 1920 si pubblicò in Maglie nella Tipografia Messapica di B. Canitano. Le pubblicazioni cessarono definitivamente con l’anno XIII, nel dicembre del 1923.

In Appendice si pubblicarono le Cronache Leccesi del Braccio, del Panettera, del Cino e del Piccinni. Nell’anno X vi è l’indice del decennale, compilato da Panareo e una commossa necrologia di Pietro Palumbo, dettata da Cosimo De Giorgi.

La rivista, creata con i soli mezzi finanziari del Palumbo, verso il quale insensibili furono le pubbliche amministrazioni, avare di aiuti nel difficile periodo dell’anteguerra, costituì un’importantissima rassegna di studi storici regionali per serietà, costanza di propositi e cospicui risultati raggiunti.

Il Palumbo seppe radunare intorno alla sua rivista i migliori studiosi tanto da farne per molti anni il centro propulsore di autorevoli studi storici salentini. Tra i maggiori collaboratori non mancarono, oltre al direttore, Pietro Marti, F. Bacile, Luigi e Pasquale Maggiulli, Amilcare Foscarini, Cosimo De Giorgi, N. Bernardini, Umberto Congedo, il can. Francesco D’Elia, Salvatore Panareo, Baldassarre Terribile, Giovanni e Ferruccio Guerrieri, Giuseppe Blandamura,, Giovanni Antonucci, Nicola Argentina, G. F. Tanzi, Rodolfo Francioso, Giuseppe Petraglione, V. De Fabrizio, M.A. Micalella, P. Coco, C. Massa, F. D’Elia, T. Nutricati, E. Pedìo, A. Perotti, F. Ribezzo, G. Ceci,, F. Barberio,L. Bianchi,. P. Camassa, G. Della Noce. V.D. Palumbo, G. Porzio, A. Anglani, ecc.

Il Vacca notava che questa rivista era la più ricordata e la più ricercata dai collezionisti, lettori e studiosi. La sua collezione completa, che per fortuna è presente nella Biblioteca provinciale, è quotatissima, anche perché ormai introvabile.

Altra interessante collaborazione di Marti fu quella che egli fornì al foglio Arco di Prato, che cominciò le sue pubblicazioni  a Lecce nel 1928. Esso vedeva la luce una volta l’anno, la sera del Veglione della Stampa, quando veniva presentato al pubblico leccese. Tra i principali redattori dei primi anni vi furono Ernesto Alvino, Nicola Vacca e Mario Bernardini. Spesso non fece mancare la sua collaborazione anche Pietro Marti, Memorabili, tra le caricature che non mancavano quasi mai, quelle di Ernesto Alvino e Pippi Rossi.

Nel 1932 fu scritto in Almanacco Illustrato (Il Salento, 1932) il contributo non firmato, ma certamente  fornito da Pietro Marti, dal titolo “Giornali e giornalisti di altri tempi: nel decennio del trasformismo”. Nella nota giornalistica si faceva un quadro del decennio trasformista nella provincia di Lecce e soprattutto, ed è ciò che depone in favore della sua paternità, l’apologia del giornale “La Democrazia”, che il giornalista ruffanese aveva diretto.

Questa, dunque, la serie completa, forse, dei fogli, delle riviste e dei periodici che videro Pietro Marti, accanto ad altri prestigiosi intellettuali salentini, misurarsi con la nobile arte del giornalismo, fatto di serietà e di passione, con le quali egli illuminò non poco il panorama culturale della sua Lecce e dell’intera Puglia, con tracce significative da lui lasciate anche in altre città della Penisola, come a Comacchio, dove egli aveva soggiornato e scritto, sempre con l’intento di recuperare e riproporre il patrimonio storico-artistico delle nostre genti salentine.

 

pubblicato nel  bimestrale  “Terra di Leuca”, Tricase, a. VIII (2011), n. 40, p. 7.

L’attività giornalistica di Pietro Marti. Il direttore, il giornalista (1863-1933)

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di Ermanno Inguscio

Pietro Marti  ( Ruffano,1863- Lecce,1933) fu saggista, studioso di storia, arte e archeologia, giornalista, docente, ispettore onorario ai Monumenti, e direttore della Biblioteca Provinciale “Bernardini” di Lecce, nella quale si conservano una quarantina di sue apprezzate opere, volte al recupero delle memorie patrie della Terra di Salento.

La vivacissima attività giornalistica di Pietro Marti, iniziata poco più che ventenne e alimentata per l’intero arco della sua esistenza, si manifestò con un innato spirito creativo tale da farlo misurare subito alla direzione di qualche foglio, da lui fondato e diretto, senza quasi passare dalla fase di semplice pubblicista, appassionato dello strumento della comunicazione cartacea di riviste e giornali.

La sua attività, nel complesso, si articolò lungo due principali filoni produttivi: la collaborazione a giornali affidati alla direzione di altri colleghi e le prestigiose iniziative, fatte su diverse testate, di fondazione e direzione di giornali e riviste d’ampio respiro, compito assunto in prima persona, con costanza e ardito piglio giornalistico.

Egli era nato a Ruffano il 15 giugno 1863, dal padre Pietro, occupato come cancelliere presso il regio giudicato di quel circondario e dalla madre Elena Manco, contadina quarantanovenne, che dovette presto occuparsi da sola della sua educazione per la prematura scomparsa del padre. Compiuti i suoi primi studi in patria e poi a Lecce, conseguì con profitto la patente di maestro elementare. Ottenne la prima nomina in una pluriclasse del comune di nascita, Ruffano, ma contrasti con quella amministrazione comunale (e la sospensione dello stipendio nel luglio 1883), per i quali produsse ricorsi persino al Consiglio di Stato, lo spinsero a spostarsi presso scuole di Comacchio. Qui, accanto all’attività d’insegnamento e alla proficua produzione delle prime monografie di ambito storico, affiancò presto una febbrile attività giornalistica. Successivamente si spostò a Taranto e Lecce, dove fondò e diresse diverse giornali e riviste.

Nella sua casa leccese costituì grande figura di riferimento per il giovane nipote, l’adolescente Vittorio Bodini. Al piccolo Vittorio, infatti, figlio di Anita Marti, era mancato irrimediabilmente il rapporto con la giovane mamma, approdata a nuovo matrimonio con  Luigi Guido, e costretto a rimanere per tutta l’infanzia in casa del nonno materno, e lontano dai quattro fratelli nati dal patrigno.

Così, stando alla traccia biografica dell’esegeta e amico della prima ora, suo conterraneo, Oreste Macrì, Bodini visse con Pietro Marti la prima delle sue “sette vite”, quella dell’infanzia e dell’adolescenza futurista.

A Lecce, accanto al nonno, l’inquieto Bodini apprese a conoscere menabò e ogni fase di allestimento d’un giornale, e da cui fu certamente spinto a compiere i primi approcci con l’attività scrittoria, che tanto lustro diedero alla letteratura di tutto il Salento.

Pietro Marti produsse nella sua vita una quarantina di opere di carattere storico-artistico, tra cui le più famose “Origine e fortuna della coltura salentina”, oltre a tenere decine di conferenze in tutta la Puglia. Per oltre un ventennio raccolse attorno a sé giovani artisti salentini, che si prodigò di far conoscere al grande pubblico. Divenne poi Ispettore onorario dei Monumenti e Scavi per la Provincia di Lecce e direttore della Biblioteca Provinciale “N. Bernardini”, per cui lasciò un prezioso “Catalogo bibliografico delle Opere di scrittori salentini” (1929). Morì a Lecce il 18 aprile 1933, lasciando un grande vuoto negli ambienti storico-artistici e del giornalismo dell’intera Puglia.

Interessante è  soffermarsi, a questo punto, sull’attività giornalistica affrontata da Marti in qualità di direttore, cui non riusciva difficile fondare di sana pianta nuove testate, quasi in ogni città che l’avevano visto vagare su e giù per la Penisola.

Prestigiosa, agli occhi di molti estimatori, apparve la sua attività  giornalistica di direzione-produzione di fogli di grande respiro e di forte impatto culturale nell’intero Salento e nelle maggiori città di Puglia.

Appena ventiseienne Pietro Marti, alla luce anche dell’esperienza del collezionista Nicola Bernardini, che l’anno precedente, nel 1896, aveva suscitato scalpore con la ghiotta pubblicazione sulla storia del giornalismo leccese (Giornali e Giornalisti Leccesi, Lecce, Ed. Lazzaretti, 1896) dal 1808 al 1896, intraprese l’avventura della direzione in città del settimanale “La Democrazia”. Grande era infatti, nel capoluogo leccese  l’esigenza d’una grande spinta all’informazione periodica, sebbene le statistiche ufficiali ponessero Lecce tra le città italiane con maggiore presenza di testate.

La rivista fu sospesa per alcuni anni, durante i quali Marti, trasferitosi prima a Comacchio, poi a Taranto, dove aveva fondato altri giornali come “Jonio (1896), “Il Lavoro” (1898), “La Palestra” (1902), aveva continuato la sua vivace attività di giornalista, oltre che quella di docente nelle Scuole pubbliche. Il settimanale leccese, “La Democrazia”, riprese le nuove pubblicazioni con due numeri di saggio, il 6 e il 13 dicembre 1902, ma col sottotitolo di “Pugliese”, poi soppresso, stampato nella Tip. di L. Carrozzini e M. Ghezzi. Con il numero 4 uscì dalla Tipografia Garibaldi, col numero 16 fu aggiunto il sottotitolo di “Corriere Salentino politico amministrativo, commerciale letterario”, presso la Tipografia Giurdignano.

Subì poi interruzioni ed ebbe riprese editoriali; ma la regolarità delle pubblicazioni

non fu sempre rispettata. Nel 1913, anche se per breve tempo, figurò direttore Pietro Massari.

“La Democrazia”, ceduta in proprietà al senatore Tamborrino, uscì, sempre sotto la direzione di Marti, in edizione quotidiana, durante il periodo elettorale dal 21 ottobre 1919 fino al giugno 1920 dalla Tip. Leccese Bortone e Miccoli. Memorabili le polemiche personali asperrime, violentissime che Pietro Marti sostenne contro Nicola Bernardini, che lo ricambiò con eguale moneta sulla sua “Provincia di Lecce”, polemiche ripetutesi ad intervalli durante un trentennio, e che spesso finirono in processi da cui Marti ne uscì sempre assolto.

Intanto, nel 1891, Marti aveva diretto il foglio settimanale leccese L’Indipendente , che trattò ambiti di politica amministrativa, commerciale e naturalmente anche di arte. Vi collaborò Giuseppe Petraglione e i numeri furono stampati presso gli stabilimenti Scipione Ammirato e  Garibaldi.

 Nel periodo di permanenza a Taranto, Marti volle subito misurarsi in quel contesto con la direzione di alcuni giornali.  L’esperienza maturata a Lecce, infatti, costituirono una grande premessa per risvegliare la città jonica dal torpore nel quale sembrava fosse da tempo precipitata.

Cominciò  nell’aprile del 1896  con “Il Salotto”, una sorta di biblioteca tascabile, stampata presso l’Editore Salvatore Mazzolino.

Un foglio, dal titolo analogo, diretto da Niccolò Foscarini, aveva avuto breve vita a Lecce, dall’ottobre 1885 al novembre 1886.

Il primo fascicolo jonico, di trenta paginette, uscì il primo aprile 1896. Il numero complessivo delle uscite, stando alla testimonianza di Nicola vacca, ammonta a otto. Nella pubblicazione trovarono spazio anche poesie di Emilio Consiglio, Luigi Marti, Giuseppe Scarano e Giuseppe Gigli; conferenze di Alessandro Criscuolo e Angelo Lo Re, un dramma di un atto di Michele De Noto. Ciò a comprova dell’interesse per la letteratura di Pietro Marti e di tutti i suoi collaboratori. Tra questi, il prof. Giuseppe Gigli, in una sua conferenza del 3 maggio 1890, letta nella sala dell’Associazione Giuseppe Giusti in Lecce e data alle stampe, per  i tipi dei Fratelli Spacciante, aveva toccato ampiamente “Lo stato delle lettere in Terra d’Otranto”.

Nel maggio dell’anno successivo, Marti fondò a Taranto e diresse, in qualità anche di proprietario, “L’Avvenire”. Si trattò di un periodico bisettimanale, edito dalla Tipografia del Commercio, che stampò il primo numero il 3-4 maggio 1897.

Nel luglio del 1898 egli fece stampare un altro periodico, “Il Presente”, presso lo Stabilimento Tipografico di F. Leggieri: gli ambiti trattati andarono dal politico-amministrativo al commerciale, senza mai trascurare quello letterario.

Al periodo del suo ritorno a Lecce risale l’altra pubblicazione da lui diretta nel 1900, “L’Imparziale”, un periodico settimanale, che trattò argomenti politico-amministrativi, commercio e arte. I numeri pubblicati, videro la luce presso la Tipografia  litografica dei Magazzini Emporio.

Un’altra importante direzione di Marti fu quella della rivista quindicinale d’arte e di cultura,  “Fede”, pubblicata per Lecce e Taranto, a partire dal 1 dicembre 1923. Col primo numero dell’anno III (1 gennaio 1925), il formato divenne più ampio. I primi due fascicoli, di 16 pagine in 8°, si stamparono nella Tipografia Sociale di Oronzo Guido, i successivi nella Tip.-Litogr. Giuseppe Guido. L’ultimo fascicolo (16-17 dell’anno III) uscì il 15 novembre 1925.

Si trasformò poi, in giornale settimanale dal titolo “La Voce del Salento”, sempre diretta da Marti, a partire dal 15 gennaio 1926, per i tipi della Tip. Prim. “La Modernissima”, che fece sentire il proprio peso sull’opinione pubblica salentina sino all’anno della morte di Marti, avvenuta nel maggio del 1933. Vi collaborarono tra gli altri, Gregorio Carruggio, Pasquale Camassa, E. Alvino, Elia Franich, Luigi Paladini, P. Maggiulli, N. Vacca, presso cui fu reperibile l’intera collezione della rivista.

Alla scomparsa di Pietro Marti, non fu soltanto Lecce a perdere un epigone del giornalismo militante, votato alla riscoperta e alla rivalutazione delle peculiarità storico-artistico-culturali di Terra d’Otranto, ma l’intera Puglia  e la stessa Italia, nelle quali egli, sin da giovane e per diverse stagioni della sua esistenza, aveva operato battendosi con passione nel campo dell’istruzione, dell’informazione, della storia e dell’arte.

La vivacissima attività giornalistica di Pietro Marti, iniziata poco più che ventenne e alimentata per l’intero arco della sua esistenza, si articolò, come detto, lungo due principali filoni produttivi: la collaborazione a giornali diretti da altri, di cui qui si riferisce, e le prestigiose iniziative, diverse, di fondazione e direzione di giornali e riviste d’ampio respiro.

Quanto alla “collaborazione” giornalistica di Marti, anticipata dalla prestigiosa direzione a “Democrazia”, iniziò con una lettera al Comitato di curatori del numero unico “ 2 Giugno”, composto da studenti e operai democratici leccesi. Il foglio aveva visto la luce a Lecce nel 1889, per i tipi della Tipografia Campanella. Su quelle colonne, accanto a diversi interventi sulla figura di Garibaldi, erano riportate altre due lettere, sempre rivolte al Comitato, ad opera di A. Saffi e di F. Rubichi.

Significativamente dedicato nel sottotitolo (“A Giuseppe Garibaldi”), dell’eroe dei due mondi, su “2 Giugno” era riprodotto il testo di un suo biglietto, indirizzato a Carlo Arrighi, il 7 aprile del 1862.

Dal 1891  Marti collaborò alla stesura del settimanale di Vincenzo Giosa, “Il Messaggero  Salentino”, con interventi giornalistici forniti per undici anni,  quasi quanto tutta la durata del foglio leccese, pronto a dare manforte all’impostazione già battagliera e scopertamente votata  a favore di Pellegrino. Suoi collaboratori nella più che decennale impresa furono Pietro Trinchera, G. Pellegrino, Francesco Rubichi, ecc.

Clemente Antonaci, Giuseppe Petraglione. Il giornale ebbe una ripresa nel 1908 e col numero del 23 giugno uscì sotto la direzione di Francesco Forleo-Casalini e dopo di Duilio Guglielmi. Di fatto era direttore e redattore principale Vincenzo Giosa e, dopo il 1898, fu vivamente antipellegriniano. Col numero 3 dell’anno VII (1897), iniziò la pubblicazione delle Cronache di Lecce dal 1591 al 1775 del Braccio, del Panettera e del Cino, da uno zibaldone del Duca Castromediano. Nella Biblioteca provinciale si conservano i numeri delle prime cinque annate, della VII, X e XII.

Marti fu poi partecipe allo stuolo di collaboratori de “La Cronaca Letteraria”, diretta da Giuseppe Petraglione, pubblicata a Lecce dal 1 gennaio 1893, presso la Tip. Lazzaretti e Figli.

Il giornale sospese le pubblicazioni col numero 8 del 16 aprile 1893. Le riprese il 2 maggio 1894. Dopo sei numeri cessò definitivamente il 5 agosto 1894. La seconda serie uscì per i tipi della Tip. Cooperativa, Editore Vincenzo De Filippi. Vi collaborarono, oltre il Petraglione, Clemente Antonaci, Carmelo Arnisi, di cui abbiamo ampiamente riferito nella monografia  Carmelo Arnisi. Un maestro-poeta dell’800 (Congedo Ed., 2003), Francesco Bernardini, Alessandro Criscuolo, Cosimo De Giorgi, Francesco D’Elia, Giuseppe Gigli, Trifone Nutricati, Arturo Tafuri, Vincenzo Ampolo, ecc.

Due mesi dopo, nel marzo del 1891, con Giacomo Gridi, Marti fu assiduo redattore del settimanale satirico leccese  “Don Ficchino”, diretto da Giuseppe  Carlino. Si trattava di un giornaletto di piccolo  formato, ma di grande impatto su ogni fascia di lettore, anche di tipo popolare, molto noto per le sue punzecchiature velenose, mimetizzate sotto il velo d’una leggera ironia, non sempre pietosa, che di rado mancava il bersaglio. Ai deputati al Parlamento Brunetti e Monticelli  non furono mai risparmiati gli strali della critica, ma non sfuggirono alla gogna gli avvocati socialisti, gli acquirenti di titoli nobiliari e, come allora si diceva, gli spacciatori di carte false. Sebbene i numeri pubblicati non superarono la decina, i vespai nati si rivelarono tuttavia così virulenti, da suggerire presto ai redattori, rimasti all’inizio pure anonimi, il pensiero del’interruzione della stampa del periodico. Cosa che puntualmente avvenne, a conferma dell’estrema pericolosità della satira politica per i propri ideatori.

Dal 7 giugno 1896, all’epoca del soggiorno nella città jonica, sotto lo pseudonimo di “Ellenio”, Marti produsse diversi interventi, richiesti dal direttore-proprietario Alfredo Guariglia della pubblicazione “Jonio”, organo delle provincie meridionali. Il taglio era di carattere politico, commerciale e letterario. Agli articoli furono spesso accostate delle piccanti vignette, che miravano a colpire soprattutto l’on. Nicola Re.

Del periodo del soggiorno “tarantino”, preceduta già dalla direzione de “Il Salotto” dell’aprile del 1896 e del periodico bisettimanale “L’Avvenire” (1897), di cui figurò anche proprietario, fu sua la collaborazione al foglio indipendente “Il Lavoro”, che usciva con cadenza settimanale, a partire dal 1898, e per cinque anni, diretto da Antonio Misurale.

Sempre a Taranto, dal maggio del 1902, il Nostro collaborò alla stampa del settimanale “La Palestra, diretta da Achille Trisolari. Purtroppo, ebbe a lamentare Nicola Vacca, anche di quella pubblicazione non si conservano che pochissimi esemplari.

Oltre agli interessi di carattere storico-artistico, non mancò a Marti quello per le manifestazioni d’ordine letterario. Dal 1905, infatti, collaborò alla rivista quindicinale “Calliope”, diretta da Luigi De Simone, su cui furono affrontate questioni relative alla produzione poetica, alla prosa ed al teatro. Suoi compagni di avventura furono V. D. Palumbo e Francesco Capozza.

Marti non mancò di essere nello stuolo dei protagonisti delle vicende editoriali

della “Rivista Storica Salentina”, fondata nel 1903 dal direttore Pietro Palumbo. Il prestigioso mensile fu stampato prima presso la Tipografia Giurdignano, poi presso la “Dante Alighieri”. La rivista fu sospesa coi numeri 1-2 dell’anno X (1915) per la morte del direttore Palumbo. Riprese le pubblicazioni, il 20 luglio 1916, sotto la direzione di Salvatore Panareo e Cosimo De Giorgi, stampata dall’editore Gaetano Martello nella Tipografia Salentina.

Con la morte del De Giorgi, avvenuta nel dicembre 1922, rimase direttore Salvatore Panareo. Con l’ultimo fascicolo del 1920 si pubblicò in Maglie nella Tipografia Messapica di B. Canitano. Le pubblicazioni cessarono definitivamente con l’anno XIII, nel dicembre del 1923.

In Appendice si pubblicarono le Cronache Leccesi del Braccio, del Panettera, del Cino e del Piccinni. Nell’anno X vi è l’indice del decennale, compilato da Panareo e una commossa necrologia di Pietro Palumbo, dettata da Cosimo De Giorgi.

La rivista, creata con i soli mezzi finanziari del Palumbo, verso il quale insensibili furono le pubbliche amministrazioni, avare di aiuti nel difficile periodo dell’anteguerra, costituì un’importantissima rassegna di studi storici regionali per serietà, costanza di propositi e cospicui risultati raggiunti.

Il Palumbo seppe radunare intorno alla sua rivista i migliori studiosi tanto da farne per molti anni il centro propulsore di autorevoli studi storici salentini. Tra i maggiori collaboratori non mancarono, oltre al direttore, Pietro Marti, F. Bacile, Luigi e Pasquale Maggiulli, Amilcare Foscarini, Cosimo De Giorgi, N. Bernardini, Umberto Congedo, il can. Francesco D’Elia, Salvatore Panareo, Baldassarre Terribile, Giovanni e Ferruccio Guerrieri, Giuseppe Blandamura,, Giovanni Antonucci, Nicola Argentina, G. F. Tanzi, Rodolfo Francioso, Giuseppe Petraglione, V. De Fabrizio, M.A. Micalella, P. Coco, C. Massa, F. D’Elia, T. Nutricati, E. Pedìo, A. Perotti, F. Ribezzo, G. Ceci,, F. Barberio,L. Bianchi,. P. Camassa, G. Della Noce. V.D. Palumbo, G. Porzio, A. Anglani, ecc.

Il Vacca notava che questa rivista era la più ricordata e la più ricercata dai collezionisti, lettori e studiosi. La sua collezione completa, che per fortuna è presente nella Biblioteca provinciale, è quotatissima, anche perché ormai introvabile.

Altra interessante collaborazione di Marti fu quella che egli fornì al foglio Arco di Prato, che cominciò le sue pubblicazioni  a Lecce nel 1928. Esso vedeva la luce una volta l’anno, la sera del Veglione della Stampa, quando veniva presentato al pubblico leccese. Tra i principali redattori dei primi anni vi furono Ernesto Alvino, Nicola Vacca e Mario Bernardini. Spesso non fece mancare la sua collaborazione anche Pietro Marti, Memorabili, tra le caricature che non mancavano quasi mai, quelle di Ernesto Alvino e Pippi Rossi.

Nel 1932 fu scritto in Almanacco Illustrato (Il Salento, 1932) il contributo non firmato, ma certamente  fornito da Pietro Marti, dal titolo “Giornali e giornalisti di altri tempi: nel decennio del trasformismo”. Nella nota giornalistica si faceva un quadro del decennio trasformista nella provincia di Lecce e soprattutto, ed è ciò che depone in favore della sua paternità, l’apologia del giornale “La Democrazia”, che il giornalista salentino aveva diretto.

Questa, dunque, la serie completa, forse, dei fogli, delle riviste e dei periodici che videro Pietro Marti, accanto ad altri prestigiosi intellettuali salentini, misurarsi con la nobile arte del giornalismo, fatto di serietà e di passione, con le quali egli illuminò non poco il panorama culturale della sua Lecce e dell’intera Puglia, con tracce significative da lui lasciate anche in altre città della Penisola, come a Comacchio, dove egli aveva soggiornato e scritto, sempre con l’intento di recuperare e riproporre il patrimonio storico-artistico delle nostre genti.

 

 Testo pubblicato in: “Note di storia e Cultura Salentina”, Lecce, Grifo Ed., a. XX (2012-2011), pp. 227-234. 

Boccadamo e Una matinée al Santalucia

boccadamo

di Ermanno Inguscio

 

L’intero corpus della cinquantina di brani riportati nel volume, frutto di abile scrittura piegata sempre a fissare emozioni, ricordi e riflessioni personali, ridisegna una scansione temporale, quella di un anno, cara alla sensibilità dell’autore, Rocco Boccadamo, secondo cui l’unicità dell’esperienza umana, a fronte dell’eternità del cosmo, travalica proprio con la brevità della vita, lo stesso infinitamente grande. E, forse, sembra affermare l’autore, svetta, sull’accostamento tra infinitamente piccolo e infinitamente grande, la potenza dell’intelligenza umana, per ciò che ha saputo costruire nei secoli, e tuttavia, anche distruggere con la guerra, i genocidi e il pericolo del dissolvimento degli equilibri planetari.

Il brano “Una matinée al Santalucia”, individuato da Boccadamo come titolo dell’intera raccolta, assurge emblematicamente a sintesi del suo messaggio scrittorio: l’amore  riproposto come  motore della vita, la genuinità dei valori di un tempo (tra cui la “complicità” trans generazionale), l’importanza della vita di relazione, il peso degli affetti familiari, la determinazione  e la costanza nell’impegno dello studio e del lavoro, l’amore per la propria terra natale, il Salento.

L’ultimo nucleo narrativo dell’opera, che forse è il primo, è costituito dalla descrizione di emozioni vissute nel Salento: una terra magica, un “tacco” tra due mari, il fascinoso Ionio e l’affollato Adriatico. E’ la sua terra natale, con i suoi miti e le sue tradizioni, la sua particolare luce, il suo vivido cielo, i suoi olivi, connotazioni tanto decantate, col lapis sul suo immancabile taccuino, dallo stesso Gabriele D’Annunzio. E sotto i riflettori, sono proprio i centri abitati, già cantati dal poeta Bodini, come Marittima, Castro,  Santa Cesarea Terme, Otranto e persino la piccola Torrepaduli, dove il furore ferragostano della danza scherma (nota come “ballo di San Rocco”) fa convenire migliaia di turisti – pellegrini a danzare per una intera notte, il 15 agosto, al ritmo folle di tamburelli e armonica a bocca. E poi lo stupore di fronte ai grandi flussi turistici verso le città d’arte come la regina del barocco, Lecce, e verso i tesori artistici degli edifici sacri di tanti grossi centri, come Gallipoli, Nardò, Maglie, Tricase, Galatina. Per non parlare dello splendore delle marine  salentine, sullo Ionio e sull’Adriatico, insignite spesso da autorevoli riconoscimenti in ordine al rispetto dell’ambiente, della flora e della fauna del territorio. Se, dunque, l’autore ha riportato ben ventinove interventi, su cinquantuno dell’intero corpus scrittorio del volume, sul tema del Salento, deve esserci più di una ragione. La prima: i centri di Marittima e di Castro Marina, l’abbiamo osservato in altre occasioni, sono i due poli affettivi del primo “luogo dell’anima” di Boccadamo. Un autentico topos della scrittura di questo ex dirigente bancario, oggi felicemente prestato al giornalismo, la cui verve creativa gli ha permesso di recente, di cominciare ad inanellare qualche prestigioso riconoscimento nel non facile ambito della comunicazione, giustappunto, giornalistica. La seconda: l’amore per la sua terra, il Salento, archetipo mitico di una esperienza umana, accesa con il mistero della nascita, ingigantita da una quarantennale assenza con il girovagare per la Penisola, per motivi d’ordine professionale, e ripresa nell’attuale fase della sua vita, in ambito scrittorio. A tal proposito, infatti, a partire dal 2008, nella 1^ manifestazione “Castro – Estate”,  Boccadamo  è stato insignito del Premio Cultura de “Il Giglio d’Oro”, per avere redatto pagine appassionate per la sua Castro, la perla dell’Adriatico meridionale. Riconoscimento che non è l’ultimo e, in verità, l’autore dovrà cominciare ad abituarsi, visto il recente premio riconosciutogli dal Gruppo editoriale de “L’Espresso”, nella Edizione 2013 dei  “Racconti di agosto”: con il racconto “Quell’indimenticabile spettacolo audace nella controra”. Boccadamo ha avuto ancora un prestigioso riconoscimento di qualità in ordine alla sua intensa attività pubblicistica su “Affari Italiani”, il più grande giornale italiano on line. Una terza ragione, per spiegare l’onnipresenza tematica del Salento, nelle pubblicazioni di Rocco Boccadamo, è costituita dalla riflessione, fatta con sapiente modalità affabulatoria tra l’onirico e il fantastico, su una serie di “siti” terrestri e marini, in un Salento, posto  a cavallo di due trati di mare che da sempre ispirano, in vario modo, la sete del racconto dell’autore. L’Ariacorte, l’ Acquaviva, il “palummaru”, il promontorio  di Santa Maria de Finibus Terrae, il Pizzo Mucurune, le vestigia dell’antico casale Ciddrini, la litoranea  Santa Cesarea-Castro-Andrano-Tricase-Ciolo, assumono una valenza quasi antropomorfica e catartica d’interpretazione del mondo. Sono siti dove la fantasia dell’autore, in ogni angolo di scogliera o di cielo, appare capace di riaccendere la frenesia della mitologia classica, pronta a far prendere corpo a miti come quello del vecchio guerriero Ulisse, a consuntivo del suo eterno peregrinare, in cerca della sua Itaca. Emozioni che l’autore sa rinverdire di persona ogni estate sull’Adriatico, con la vela della sua piccola barca “My three cats”, con il vento dell’ignoto a placarsi alla vista del promontorio di “Castrum Minervae”. Per non parlare dell’umile pescatore descritto a preparare il suo “conzu”, del vecchio suonatore d’organo, del contadino sudato nel rito della ientulatura, del venditore di nastrini colorati alla fiera di San Rocco di Torrepaduli, del venditore di tamburelli alla festa di San Pietro e Paolo di Galatina, della venditrice di noci, delle raccoglitrici di tabacco o di olive, dell’ultimo impagliatore di sedie o del raccoglitore di giunchi di Lido Marini (marine di Ugento): tutti personaggi, come l’abbraccio dei due ragazzi, effigiati da Colella in copertina, all’ingresso del cinema leccese Santalucia, presenti nella memoria dell’autore, rivisitati con la lente della pacata maturità al di là del tempo e dello spazio, ormai ingigantiti nel ricordo e nella consapevolezza  dell’inesorabile fluire delle stagioni della vita.

L’illustrazione, in prima di copertina, dell’artista leccese Carlo Colella assolve alla sua funzione didascalica, non in senso deteriore, mettendo subito in relazione la curiosità del lettore con il nucleo contenutistico della nuova fatica editoriale di Rocco Boccadamo. L’abbraccio della giovane coppia, ritratta di fronte al proscenio dello storico cineteatro leccese, il Santalucia appunto, gremito di spettatori, occupa cromaticamente il primo piano dell’illustrazione, vivificata, nell’intento pittorico di Colella, dalla folla assetata di spettacolo e di relax. E però quell’immagine della passata giovinezza, una mattinata di effusioni rubata all’impegno scolastico, non si chiude nello sterile ricordo della trascorsa gioventù, ma riprende vigore nell’animo dell’autore per riscoprire il mondo con animo nuovo.

 

Il tarantismo nel Salento di ieri

 

Antidotum Tarantulae. Dal Magnes sive de magnetica  arte (1644) del P. Atanasio Kircher
Antidotum Tarantulae. Dal Magnes sive de magnetica arte (1644) del P. Atanasio Kircher

 di Ermanno Inguscio

Sembra trascorso un secolo da quando lo studioso Ernesto De Martino, calato nel Meridione con la sua  équipe di studiosi, interessandosi con perizia scientifica al fenomeno del tarantismo, aveva finito col definire il Salento “terra del rimorso”. Egli aveva così inseguito e rintracciato gli ultimi esempi viventi, donne provenienti da ceti popolari, ma anche uomini,  che legavano i propri disagi psicofisici al mito dell’onnipotente  paterfamilias  e si rifugiavano nell’illusione della cappellina di San Paolo in Galatina (Lecce), per mezzo del ballo della pizzica pizzica,  che fosse l’unico strumento di sollievo e persino di guarigione dai propri mali. Ed era quasi impossibile avere testimonianze dirette  o riferite delle contraddizioni della vecchia civiltà contadina al cui interno, e sembra passato più di un secolo, esplodevano conflittualità di ruoli socio-familiari e di contesti economico-culturali di un tempo ormai svanito dietro la massificante opera dei mezzi della odierna comunicazione sociale.

Ma è proprio di ieri, in quel di Ruffano, dove oggi la locale biblioteca comunale “Don Tonino Bello” organizza un incontro culturale con l’Università del Salento dal titolo  Racconti di una tarantata. Ruffano e il tarantismo di Michela Margiotta, che mi è occorso di dover ascoltare una storia singolare di un mio vecchio compagno di scuola. Costui, non me ne aveva mai fatto cenno, nel ricordarmi di fare un salto in biblioteca ad ascoltare sul tema l’antropologo Eugenio Imbriani, moderatrice Monia Saponaro, mi riferisce di essere rimasto orfano di madre in tenerissima età, una tarantata con tipici disturbi ricorrenti, finita suicida in un pozzo d’acqua, dopo che le preghiere al Santo dei serpenti e della tarantola, San Paolo di Tarso, fatte ogni anno a Galatina, nella sua cappellina, accanto al “pozzo dei miracoli”, si erano tragicamente rivelate vane.

L’amico mi racconta con foga che lo scetticismo del padre lo aveva portato,  anche per dare un taglio all’appuntamento annuale con la visita al Santo,  da fare in traino col cavallo fino a Galatina, a cercare di dissuadere la povera moglie spesso in preda  alla micidiale trance: da un  muretto di pietre era sbucata una serpe nera, che si era attorcigliata attorno alle gambe della povera donna. Se n’era liberata soltanto dopo avere promesso di tornare a pregare il Santo dei tarantolati. L’allora bambino di tre anni, finito poi in collegio come conseguenza dell’orfanezza, solo da adulto aveva potuto più volte  ascoltare il racconto del triste destino della povera madre.

Sono rimasto di sasso  all’ascolto di tale tragica esperienza e ho dovuto rimarcare che il tema del convegno, il fenomeno del tarantismo nel nostro Salento, che mi ha visto impegnato in ottobre scorso  in un  Convegno Internazionale a Lisbona, non è poi una tematica tanto lontana dalla nostra vita.

In effetti spunto dell’incontro lo ha offerto un vecchio libro di Annabella De Rossi,  Lettere da una tarantata (De Donato Editore, 1970), che nel proprio nel1963, venendo a Ruffano, nel territorio dove insiste Torrepaduli , nota per la pizzica scherma del “ballo di San Rocco”, aveva conosciuto Michela Margiotta, anch’essa tarantata,  e ne aveva trascritto le lettere, appuntate dalla povera vecchia ormai quasi settantenne, tra errori grammaticali ed espressioni idiomatiche, che pure riuscivano ad aprire uno squarcio su  delicati dissidi interiori.

Typus Tarantiacorum saltantium. Dalla Phonurgia nova del   P. Kircher (1673)
Typus Tarantiacorum saltantium. Dalla Phonurgia nova del P. Kircher (1673)

Ma “la Margiotta”, Michela Margiotta, per noi ragazzini terribili dissacratori di ogni cosa, al tempo della cosiddetta infanzia felice, era l’oggetto dello  scherno e degli schiamazzi nella vecchia piazza del paese ad ogni suo passaggio per recarsi in qualche suo podere. Faceva un po’ paura, di bassa statura, vestita di nero, scura in volto e baffuta, con una sporta di vimini dove qualche adulto vociferava albergassero aracnidi di ogni tipo e talvolta piccoli rettili, tagliava in un baleno lo slargo “Carmelitani”, dopo avere indicato le campane della vicina Confraternita e minacciando i più discoli di farli sparire nel sacco di iuta sulle sue spalle. Un vero terribile spauracchio, utilizzato dalle giovani mamme di fronte ai capricci dei più piccoli. Ma per  quegli scavezzacollo di ragazzini più grandicelli, il passaggio in paese della Margiotta costituiva una implacabile palestra dello sberleffo. Quel micidiale coraggio dello scherno gratuito non allignava in me, ragazzino, che osservava dietro le finestre di casa il passaggio di quello strano personaggio, nella centrale via San Rocco.

Non ho mai saputo, da bambino, che in Michela si celassero disagi e dissidi degni almeno di umana pietà e commiserazione. Oggi il convegno, voluto nella sua patria, all’interno della rassegna culturale “Librare tra storia, cultura e società”, mette sotto la lente dell’analisi storica un personaggio della nostra società di ieri. Non vi era certo il benessere di oggi, ma era tuttavia il tempo del vero focolare domestico, tra il calore del camino e i racconti dei nonni, tra le caldarroste di San Teodoro e una fetta di pane arrostito all’olio appena  prodotto nell’oliveto di famiglia.

Ricordi di adulti, ricordi di bambino, come quello mio personale quando, e fu l’unica volta della vita, in cui accompagnai mia madre, negli anni Sessanta, alla festa di San Paolo a Galatina. Tanto caldo, tanta gente sconosciuta, odore rancido di candele bruciate nella chiesa parrocchiale, ne riferii nel mio volume “La Pizzica scherma di Torrepaduli” (2007): ho visto donne, vestite di nero, strisciare con la lingua sul pavimento a chiedere la grazia ai Santi Pietro e Paolo, come le ho poi riviste soltanto a Madrid nel 2005 e piccoli venditori di nastrini colorati da utilizzare nelle danze delle tarantate.

Nella festa del Santo delle “pizzicate”, San Paolo, non ho visto serpi far capolino dal pozzo, né donne in cerca di guarigione né in trance né danzare né con violinisti, tantomeno con guaritori e parenti. Ma ho nelle orecchie, ancora oggi, il fremito assordante dei tamburelli, forse a mimetizzare tragedie sopite e da nascondere. Come mi nascondevo io al passaggio di Michela Margiotta, che per me non era certo una tarantata. E dire che pensavo di non averne mai conosciute: nell’anno Duemila, poi,  non potevano essercene.

Ma mi sbagliavo. Le tarantate erano tra noi, vicino alle nostre dimore. Ma quell’amico, che ha perso da bambino sua madre suicida nel pozzo,  la tarantata, l’essere che gli aveva dato la vita, glielo vedo negli occhi, ce l’ha ancora nell’anima.

Sardegna, il terzo volo

da centrometeoitaliano.it
da centrometeoitaliano.it

di Ermanno Inguscio

 

Nel profondo Salento, fino a qualche anno fa, come nella insidiosa “conca di Torrepaduli”, non infrequenti erano le alluvioni, che allagavano anche il santuario di San Rocco, presso cui abitavo, ridotto spesso, nelle testimonianze fotografiche, a una  moderna arca con la chiglia nel fango. Memorabile quella dell’ottobre 1981, che mi ha visto giovane protagonista in lotta con le forze della natura e, più volte, con i latitanti consorzi di bonifica, che non intervenivano mai sul territorio. E quella grande piazza, nell’agosto di ogni anno, era il magico contenitore della danza scherma della “notte di San Rocco”.

Di alluvione, dunque, conosco in prima persona  le problematiche e mi sento ferito, ancora una volta, alla vista di ciò che le avverse condizioni climatiche hanno scatenato di recente in Sardegna. Terra magica, di tradizione e cultura, a cui l’Università di Lecce (oggi del Salento), aveva offerto, negli anni Settanta, con il mio fresco titolo professionale, un altro intellettuale in cerca di lavoro.

Con la recente alluvione,  dunque, l’isola del turismo d’élite, del paesaggio incontaminato, della fascinosa Costa Smeralda, è letteralmente in ginocchio, sommersa dalla tragedia di perdite umane e da colluvie di detriti, che io, in quattro anni di insegnamento,  nella scuola secondaria dell’isola, non ho mai visto tutto insieme. Olbia, Torpé, rio Posada, Uras, Golfo Aranci, Tempio Pausania, e tante belle località isolane, ieri terra di turismo e (per chi scrive) di lavoro, sono  oggi, invece, di drammatica attualità. Gli elementi di una natura scatenata, improvvisamente divenuta matrigna, hanno flagellato città e territori un tempo sinonimi di esplosione edilizia e alberghiera, dove relax e confort la facevano da padrone.

Esse riempiono in questi giorni gli spazi dei media a ricordare all’uomo comune che la ricostruzione è impegno di tutti. Non di tutti era il privilegio, nel 1973, di lavorare nell’”isola dei ricchi”, anche se con la retribuzione di un docente di scuola, alloggiato in una struttura alberghiera a pensione completa, al servizio di tanta gioventù e a conoscere fieri allevatori dal conto in banca spaventoso, albergatori-banchieri, costruttori di ville e resort che aggredivano con  calcestruzzo ogni caletta, da Orosei a San Teodoro, da Santa Teresa di Gallura all’isola di San Pietro e di Sant’Antioco: chilometri di costa mozzafiato e di fondali marini degni di vincoli di un parco marino da istituire tutto intorno all’isola. Ero sbarcato, la prima volta, da Roma al Venafiorita, vecchio aeroporto di Olbia, il mio primo volo, su un fokker di 40 posti ad ammirare dall’alto il mar Tirreno e a sudare freddo ad ogni vuoto d’aria dall’alto di soli tremila metri di quota di rotta. Poi mesi d’impegno scolastico nelle aule, a Torpé, a Budoni, a Brunella, a Macomer. Golfo Aranci e Olbia costituivano gli approdi con traghetto o nave della società Tirrenia, in entrata o uscita dall’isola dei sogni, che garantiva, anche se per concorso nazionale a cattedra, una salda collocazione lavorativa a ripagare, dopo il mirabile contatto con i giovani, anni di studio e di sacrifici.

Non vi era ancora la moderna superstrada Olbia-Nuoro, ma una sinuosa provinciale che la fiammante “500 L” percorreva più volte per condurci al cinema e ammirare le isole di Tavolara, Molara e Molarotto, a giocare a tennis con qualche industriale arabo, a rincorrere il pallone, con italica passione, in partite alunni contro professori. E quei bagni sul litorale di perla del rio Posada, tra San Teodoro e Siniscola, iniziati ogni anno con l’incoscienza giovanile il 19 di marzo, a Pasqua o al massimo il 1 di maggio: si ritornava in Salento con una abbronzatura che scoraggiava amici e parenti a credere che si fosse stati in Sardegna a lavorare. In ambito educativo la scuola costituiva un laboratorio di confronto e di esperienze di ogni tipo: ragazzi provenienti in genere da contesti agricolo-pastorali, genitori laboriosi e legati alle proprie tradizioni, colleghi provenienti da ogni contrada d’Italia: Salerno, Bologna, Bari, Genova, Gubbio, Palermo, Napoli, Roma, Lecce. Sistemazioni logistiche le più varie: chi in abitazioni private, chi in albergo, chi in collina, chi al mare. Nei pomeriggi, almeno sino ai tempi della crisi arabo-israeliana  del Sinai che fece impennare i costi del carburante, quante borgate scoperte tra i monti, tra i profumi della macchia mediterranea e la visione di calette, a ingozzarci di ricci di mare o a collezionare pinne giganti, quanti raduni a degustare il porcetto cotto alla maniera dei pastori, le degustazioni di formaggi e prosciutti di cinghiale a Gavoi.Tra le colleghe una sarda, bionda, che si atteggiava ad attrice professionista, per aver fatto da controfigura a Mariangela Melato nel film della Wertmuller, Sperduti per un insolito destino nell’azzurro mare di agosto , con la magistrale interpretazione di un giovane Giancarlo Giannini

L’avevo salutata in nave da Olbia, la Sardegna, senza più tornarci per un trentennio, in un radioso primo di luglio del 1976, in un mare blu, inseguito da centinaia di delfini impazziti, mai immaginando di tradirla, per un’incolpevole  assenza di  lunghi anni, e una carriera scolastica, come dicono i Sardi, spesa in tutto “il continente”. Per decenni mai un ritorno, né da singolo né con i familiari né con gli amici né per vacanza né per lavoro. Nella primavera del 2011, finalmente, nel magico periodo pasquale, un secondo duplice volo in aereo, dal Continente nella terra dei nuraghi, delle mie due figliole: con la mia auto, in Sardegna per via marittima Civitavecchia-Olbia, recupero la prima all’aeroporto “Costasmeralda”, proveniente da Catania, e nello stesso giorno corro ad accogliere ad Alghero “Fertilia”, la seconda, proveniente da Milano  Malpensa. Per loro e per mia moglie è la prima volta che possono ammirare la terra di Grazia Deledda, per me è il primo ritorno, nel quale ammiro ancora una volta gli arenili di San Teodoro, di Posada, le calette di Codacavallo, un po’ meno la noiosa nuova autostrada Olbia-Nuoro. Una (ri)scoperta per noi, la macchia mediterranea di Orosei e di Santa Teresa di Gallura, gli armenti sulle amene montagne, i  murales  di Orgosolo e i simpatici anziani, dai tradizionali vestiti di velluto scuro e l’immancabile coppola maschile sulla fronte. Ciò mi riporta a scene  analoghe vissute  nel Salento della mia fanciullezza: donne vestite di nero, artigiani della terracotta e del rame, carretti a trainare botti piene d’uva matura, profumo di fichi dai forni di pietra, merende con fette di pane e olio d’oliva, contadine semicurve tra filari di verde tabacco.

Oggi sgomento stento a credere, davanti a tanta distruzione e terribili disagi, che si tratti proprio della nostra isola di Sardegna, con una sorte da diluvio universale, toccata pure alle lontane isole delle Filippine, e le raccolte di fondi solidarietà si rincorrono, mirabili iniziative tra esseri umani, sul ritmo binario di bip, di sms di milioni di cellulari, di computer, di smartphone e di immagini televisive. Io sono ancora là, con il mio terzo volo, purtroppo solo quello di skype,  a deglutire impotente immagini che rimangono in gola. Ma il cuore mi dice che l’orgoglio del popolo sardo cancellerà lutti e ferite e rifioriranno gli aranceti di Torpé, i pascoli di Budoni e di Oristano.Torneranno soprattutto a sorridere sui volti delle donne i coralli rossi-rosa dei fondali di Alghero e di Bosa Marina. Una natura non più matrigna, permetterà solo qualche nottata di maestrale invernale sulle insidiose Bocche di Bonifacio. Ma lentisco, timo ed alloro continueranno ancora a fare compagnia a migliaia di armenti in cerca di erba sulle colline.

Le feste di San Rocco nel mondo

ITINERARI DI TURISMO CULTURALE                                      

         A Lisbona  un Convegno Internazionale di studiosi di sette Paesi

convegno san rocco

di Ermanno  Inguscio

Un Convegno Internazionale a Lisbona, la città natale di Sant’Antonio, per  gli Italiani il Santo da Padova, su “Le feste di San Rocco nel mondo: tracce di cultura”, dal 4 al 7 di ottobre 2013, non è sembrata da subito un’iniziativa azzardata per gli organizzatori lusitani, l’Irmandade da Misericordia e di San Rocco, l’Università Nuova e il Centro Italiano di Cultura della città. Vi hanno, infatti, partecipato delegazioni e “conferencistas” provenienti dal Belgio, dalla Francia (Montpellier), dalla Spagna (Llanes), dalle Isole di Capo Verde (Città Velha), dal Brasile, dal Canada (Toronto e Montréal), dal Portogallo e naturalmente dall’Italia (Venezia, Cremona, Torrepaduli, Sarmato, Voghera).

L’obiettivo, finalità primaria del meeting, era dato dalla possibilità d’indicare strategie comuni per nuovi itinerari di turismo culturale. E in Portogallo, terra storica di naviganti e scopritori dell’evo moderno, non era difficile confrontarsi su uno schema di riflessione orientato al viaggio come nucleo di conoscenza e aggregazione tra genti diverse. L’incontro internazionale si è articolato per tutto il sabato, 5 di ottobre u.s., nell’Auditorium del Museo Nazionale della Farmacia, dove i diversi relatori, ciascuno nella propria lingua, hanno esposto il proprio punto di vista con il considerevole supporto della traduzione simultanea in cinque lingue (portoghese, francese, italiano, spagnolo e inglese), irradiata dalla cabina di regia. I contributi della prima parte dell’Incontro, nella mattinata,  dovevano rimarcare “la valorizzazione e la diffusione del patrimonio culturale materiale e immateriale delle Associazioni di San Rocco”.

San Rocco

Dopo la presentazione del tema della giornata da parte di Edoardo Cordeiro Concalves ed Helena Concalves Pinto, membri della Commissione Scientifica, da Montpellier la presidente Anne-Marie Conte-Privat ha riferito su “Azioni, esperienze e testimonianze dell’Associazione Internazionale di San Rocco di Montpellier” e  Claudio Braghieri sulle “Attività svolte e le nuove prospettive di ricerca” dell’Associazione Italiana da lui presieduta. Paolo Ascagni, direttore del Centro Studi Rocchiano (Cremona-Italia) ha aggiornato i numerosi convenuti sui risultati di decenni di studi storici e biografici su San Rocco, anche a nome dello studioso Pierre Bolle, direttore del Centro Culturale di Charleroi (Belgio) e i suoi importanti studi fatti in questo ultimo decennio.

Il portoghese Joao Neto, direttore del Museo della Farmacia, ha tracciato, da un punto squisitamente laico, una netta distinzione tra l’ambito devozionale della Fede e l’area scientifica della cura delle malattie, prendendo spunti dalle conoscenze delle antiche culture tribali e da quelle coeve delle società occidentali dell’epoca moderna, tutte in lotta per il miglioramento sanitario della condizione umana. L’architetto veneziano Franco Posocco, “Guardian Grando della Scuola Grande di San Rocco”, ha illustrato con maestria la pregnanza di quello scrigno artistico,  nella città lagunare, definita autentica “Sistina di Venezia”.

Per la seconda parte della giornata di studi, “Le feste di San Rocco, patrimonio culturale e religioso mondiale per un dialogo interculturale”, il Commissario Culturale, Capitano di Vascello della Marina Militare portoghese, José Rocha e Abreu, ha rivelato novità archivistiche sulla Cappella di San Rocco nell’Arsenale Reale della Riviera della Navigazione. Il museologo  della Camera Municipale di Lisbona, Joao Alpuim Botelho e Antonio José Morgado, tesoriere dell’Irmandade (Regia Confraternita), hanno riferito sulla Cappella di San Rocco di Viana del Castello.

Per la parte più specificamente orientata alle nuove possibilità di turismo culturale, da Llanes, cittadina nelle Asturie spagnole, non lontana da Santiago de Compostela, ha relazionato Anìbal Puròn Sànchez, Presidente del Bando (Confraternita) di San Rocco della sua città, offrendo in chiusura un ottimo video su “San Rocco di Llanes; Festa di interesse turistico nazionale”. Dalla Città Vecchia delle Isole di Capoverde, l’ing. Elìsio Correira Lopes, Presidente dell’Associazione Generale dei Pescatori e dei Pittori di Cidade Velha, ha anch’egli riferito, con slides e uno spettacolare filmato, sulla festa di San Rocco in quelle lontane isole dell’Oceano Atlantico.

Per l’Italia, a chiusura della Giornata Internazionale di confronto, con il supporto di un centinaio di slides proiettate  nell’Auditorium, chi scrive ha parlato ai numerosi presenti  della “Tradizione e danza popolare nel ballo di San Rocco nell’Italia Meridionale”, fenomeno etno-musicale, nel caso delle tre modalità di pizzica-pizzica, che coniuga aspetti coreutico-terapeutici con particolari simbologie gestuali e cromatiche, sulla base degli ultimi studi scientifici dell’ultimo mezzo secolo.

Ermanno Inguscio al convegno di Lisbona
Ermanno Inguscio al convegno di Lisbona

Con la sottolineatura della pizzica-scherma, danza rituale praticata ogni ferragosto, sin dal 1531, presso il Santuario di San Rocco in Torrepaduli, nel contributo si è fatto riferimento al concetto di itinerario culturale tra i giovani, che superando devozione e sentimento popolare, dovranno approdare all’obiettivo privilegiato di organizzare attività per lo sviluppo della cittadinanza europea, arricchita dalle sue diversità. Un meeting internazionale saldamente organizzato, in definitiva, quello di Lisbona, in un mite inizio d’ottobre, nel quale ogni delegazione di studiosi stranieri, europea o extra europea, ha apportato interessanti contributi d’analisi su nuove opportunità di turismo culturale.

san rocco

Questo, infatti, può spesso alimentarsi anche nelle tradizioni e nella devozione popolare, di genti, come quella portoghese, che da secoli, per vocazione, a dirla con le parole dell’Ambasciatore d’Italia in Portogallo, dott. Renato Varriale, nell’incontro con tutte le delegazioni avvenuto lunedì 7 ottobre u.s., è con la mente all’Europa di Bruxelles e con il cuore  sempre ai venti delle rotte oceaniche dei suoi Storici navigatori. E l’estuario del Tago, sulle cui sponde si diffondono a Lisbona le struggenti note del “fado”, trova, ogni giorno, nell’Oceano Atlantico, il suo rinnovato abbraccio fatale.

Un convegno internazionale sul culto di San Rocco nel mondo

convegno san rocco

A LISBONA UN CONVEGNO INTERNAZIONALE

SUL CULTO DI SAN ROCCO NEL MONDO

  (Lisbona, 4-7 ottobre 2013)

 

di Ermanno Inguscio

 

Dal 4 al 7 di ottobre 2013, nella capitale lusitana, nel Bairro Alto, si ritrovano studiosi di una decina di Paesi di due Continenti, l’Europa e l’America, del Sud e del Nord, per confrontarsi su “Le Feste di San Rocco nel Mondo. Tracce di cultura”, un tema proposto dalla Irmandade de Sao Roque di Lisbona, che fa gli onori di casa per tutto il tempo in cui i convegnisti esporranno i loro approfondimenti, nella grande Sala del Museo Nazionale della Farmacia. Scopi del meeting storico-culturale sono lo studio e la comprensione interdisciplinare centrato sulla identità territoriale e l’incentivazione dei valori religiosi, culturali e patrimoniali, materiali e immateriali, riscontrabili in tale ambito. Le feste di San Rocco nel mondo possono così tramutarsi in prodotto di valorizzazione turistica e culturale, veicoli di scambio e di relazioni integrate.

Nella città  battuta dai venti dell’Oceano Atlantico, in terra di Estremadura, Lisbona, alla foce del fiume Tago, dove non di rado, in autunno, nei giorni di sole i giovani d’ogni età giocano con le onde tra le spiagge di Cascais o di Oeiras, studiosi provenienti da Belgio, Francia, Spagna, Italia, Isole di Capo Verde, Canada e Brasile e naturalmente dal Portogallo, espongono le loro importanti comunicazioni, sulle modalità del momento festivo relativo al Santo Pellegrino di Montpellier e mettere in rete, tra comunità e popolazioni diverse, esperienze culturali legate alla fede, alla devozione, al folklore, alla vita di pubblica relazione.

Sono quasi tutti giunti in aereo, con le compagnie più disparate, i convegnisti, a vivere questa esperienza storico-culturale, in una capitale europea di circa seicentomila abitanti, con il fuso orario di Greenwitch e un abbigliamento consono alle turbolenze del clima tipicamente oceanico, che s’ispira a grande prudenza. Oltretutto è la città dei tram, dei traghetti, di “elevadores” (funicolari o ferrovie a cremagliera), di ponti (spettacolare il ponte di Vasco de Gama) e delle tre linee di metropolitana. “Lisboa  Em”, la rivista mensile della città, è un’affidabile guida per conoscere tutte le proposte artistiche e culturali della capitale.

San Rocco

Tra gli ospiti d’onore, oltre alla sindaco di Montpellier (città natale di San Rocco), madame Mandroux, e ai sette ambasciatori dei Paesi di provenienza dei convegnisti, vi è anche  il direttore del Centro Italiano di Cultura, ch’è ospitato in una palazzina del XVII secolo, in Rua do Salitre. Del Convegno Internazionale, specie il 5 ottobre ch’è sempre giorno festivo in Portogallo, scrivono tutti i principali giornali in edicola, il “Publico”, il “Diario de Noticias”, “A Capital”, e  il “Diario de Manhà”. Qualche interessante passaggio anche su uno dei canali della “Televisao Portuguesa” e di alcune emittenti televisive locali. Lisbona, nel nome il ricordo di un’origine misteriosa. Dai primi insediamenti di epoca preistorica ubicati  a Monsanto, Olisipo, vocabolo pre-romano da cui deriverebbe il nome della città (città fondata da Ulisse nel suo peregrinare prima del ritorno nella sua Itaca), o Alis Ubbo, che significa “amena insenatura”, di derivazione fenicia o la voce celtiberica  Lysus (più il suffisso fenicio –ippo), che significa “bellezza”: tra le leggende l’unica cosa chiara è la condizione marinara marcata nelle sue origini. Il fiume Tago, da sempre “porta di Lisbona” e lo sconfinato oceano, che celava per secoli un Continente inesplorato, Le Americhe, la fanno ancora da padroni, nei venti, nel clima, nel regime delle precipitazioni. Come per secoli questa terra lusitana era stata dominata, dopo i Romani, da Alani, Svevi, Visigoti e Arabi. Dopo la riconquista degli eserciti crociati, con Don Afonso Henriques, primo re del Portogallo, nel 1147, il destino della città portò alle scoperte dei navigatori portoghesi, delle Isole Canarie, Madeira e Azzorre. Dopo sciagure ed invasioni, una splendida rinascita: Colombo fissa la sua residenza in Spagna (1486), Bartolomeo Diaz doppia il Capo di Buona Speranza. Dopo le lotte per l’indipendenza dal potere spagnolo, con il Trattato di Tordesillas  (1494), diviso il mondo tra Spagna e Portogallo, i navigatori lusitani giungono in Groenlandia (J. Fernando Labrador), in India (Vasco de Gama), in Brasile (P. Alvares Cabral). Con l’oro brasiliano arrivato da Oltreoceano, non fu difficile lo scambio culturale con la madrepatria, ivi compreso il culto dei Santi, come quello di San Rocco. E proprio nel primo pomeriggio del 4 ottobre 2013, le delegazioni straniere invitate sono accolte nella  Sala della Lotteria della Santa Casada. Nel Bairro Alto di Lisbona la prima escursione dei convenuti con la statua di San Rocco e il cane. Dopo la visita al Museo della Chiesa di San Rocco, nella tarda serata, una grande emozione di sentimenti per tutti nella Messa cantata con cantori di fado, musica popolare tipica di Lisbona. Commistione artistica tra lundun  brasiliano,  morna  di Capo Verde, modinhas  e influenze nordafricane e la storia stessa delle navigazioni, che fa amare questa musica dalle classi elevate a quelle dei quartieri poveri dell’Alfama: una forma espressiva che molto si avvicina alla definizione dell’identità nazionale portoghese. E il pensiero corre a “Segredo” della cantante Amalia Rodriguez e della sua acrobazia vocale, al servizio della espressione pura. Sabato, 5 ottobre 2013, in due sedute, l’una mattutina e l’altra pomeridiana, è il giorno del Convegno Internazionale, nella splendida location dell’Auditorium del Museo della Farmacia, dotata di ogni supporto audio televisivo, traduzione simultanea in cinque lingue, in cui ogni “conferencista” espone il frutto di studi e pubblicazioni.

san rocco

Per l’Italia Meridionale, e dal Salento in particolare, l’argomento trattato è “Tradizione e danze popolari nel “ballo di San Rocco”, dove si illustrano ai convegnisti le peculiarità della pizzica salentina, ed in particolare la modalità della “danza scherma” di Torrepaduli, all’interno del complesso apparato dello svolgimento del momento festivo. In serata è la volta di una novena al Santo, nella chiesa di San Rocco, animata col canto del coro della Cappella Patriarcale, diretta dal maestro Joao Vaz.

La solennità del Santo Pellegrino ricorre e si festeggia a Lisbona, domenica 6 ottobre: una affollatissima Messa Patriarcale e una folkloristica processione per le strade del Bairro Alto, con l’ostensione di una  venerata reliquia del Santo, che risale storicamente al 1506. Tutti i convenuti, abitanti di svariati quartieri della città, devoti, turisti a seguire trionfalmente il simulacro di San Rocco. Ogni sasso, ogni volto, ogni suono, ogni sapore (delle osterie popolari, dei caffè liberty), ci ricorda incessantemente che in questa città scorre sangue misto. Quello di un popolo ospitale, tra i più tolleranti e meno razzisti del mondo, che si prende il “suo” tempo per allineare Lisbona al profilo di capitale europea. E mentre fa posto ai grandi centri commerciali, alle grandi strutture dell’Expo 98, i suoi vicoli, noti perché girando attorno agli angoli permette di ascoltare un’infinità di rumori, sono un dedalo di viuzze rotto da spazi monumentali, ai cui lati, locali d’ogni genere impastano note di fado con le zaffate di pesce fritto. Lisbona, divisa in città bassa (Baixa) e città alta (Bairro Alto), ci permette nell’Alfama, il quartiere più antico, di vivere le emozioni di un abitato povero e affascinante, un tempo arabo, oggi abitato dai profughi delle colonie (retournados), ritenuta come la Soho di Lisbona, talmente trendy da non esserlo più, e presa d’assalto a tutte le ore da orde di turisti. Con una puntata al Chiado, area di shopping e di caffè schic, la processione sfiora Estrela, zona popolare e ridente, e Lapa, pirotecnica e rutilante di notte, riuscendo a consegnare anche il caratteristico “pane di San Rocco”.

Il terzo giorno, lunedì 7 ottobre 2913, è giornata riservata al giro panoramico della città per tutte le delegazioni straniere intervenute al Convegno Internazionale.  E via ad ammirare l’espansione urbanistica della città, posta anch’essa su sette colli, i suoi nuovi viali e gli edifici ricoperti di azulejos, gli alberi dell’Avenida da Libertade, chiese , monumenti ed edifici pubblici, come la Casa da Moneda, Piazza Marques de Pombal, Piazza de Saldanha, il Campo Grande (con la Biblioteca Nazionale  e il Laboratorio Nazionale di Ingegneria Civile), l’Avenida de Berna, Palàcio Marques de Fronteira, la Torre de Belém, dal caratteristico baluardo poligonale e la torre quadrangolare e, infine, il Padrao dos Descobrimentos, monumento alle scoperte.

E’ facile ammirare questa capitale lusitana; con un paio di bus appositamente noleggiati, l’Irmandade lusitana, anche se in una breve mattinata, permette a tutti gli ospiti di rivisitare, o di prendere per la prima volta visione di una città, nata nella zona portuale sul fiume Tago, protagonista di grandi scoperte nella storia umana, e il cui baricentro (non solo notturno) è sull’acqua. Con sapienti interventi di archeologia industriale, dai Docas, un tempo magazzini mercantili, oggi pullulano bar, ristoranti e discoteche, frequentati da giovani che giorno fanno quartiere generale alla esplanada Graca e a quella di santa Lucia. Il desiderio di sole dei Lisboeti, anche in ottobre, è appagato dal verde dei 25 ettari nel cuore della città, Parque Eduardo VII, dove i giovani si rincorrono in bici o giocando a freesbe e i vecchi giocano alla “bisca lambida”, un lancio di carte, seguito da esclamazioni incomprensibili. Concluso il tour, poco prima dell’ora di pranzo, i convegnisti sono ricevuti in maniera ufficiale dal Presidente della Camera Municipale di Lisbona, dr. Antonio Costa, nella Sala Nobile. Presenziano  D. Manuel Clemente, Patriarca lisboeta; il dr. Pedro Santana Lopez, Provedor de SCLM; il dr. Pedro Pestana de Vasconcelos, Provedor Irmandade da Misericordia e di San Rocco di Lisbona; la sindaco della città francese di Montpellier, Hélène Mandroux e M. Leopold Beaulieu, Presidente-direttore della Generale FonAction CSN. I sette ambasciatori dei Paesi partecipanti all’importante meeting, ringraziano, a nome del le Delegazioni intervenute, le autorità civili, religiose e delle Associazioni Europee di San Rocco. E poi la volta dei saluti dei Presidenti dei Centri Nazionali di Cultura, tra cui  il dr. Guilherme  d’Oliveira  Martins, Presidente del Centro Nazionale di Cultura portoghese, che hanno dato man forte alla manifestazione ottobrina sul culto del Santo. A pranzo ogni ospite, oggi  in una delle caratteristiche  tascas , osterie tipiche, degusta i prodotti ittici freschi, tipici della cucina lusitana. Essa presenta, infatti, l’ingrediente di base, il pesce, in particolare il baccalà, proposto in due versioni veramente appetitose. Ma non manca chi si orienta sui piatti di carne, zuppe rustiche e dolci che più dolci non si può. Il tutto innaffiato dal principe delle tavole lisboete, il Porto secco o dolce, o dal Clarete, un rosato intenso, che anche in questo locale spilla direttamente dalle botti. Ma nei giorni scorsi la fantasia culinaria portoghese è venuta incontro agli ospiti con buona parte dei piatti tipici della cucina lisboeta: Acorda (zuppa di mollica con carne, pesce e frutti di mare), Carne de Poirco, Feijoada, Mariscos, Peixinhos da horta, Pipis, Caldo verde, Touchn do ceu (dolce a base di zucchero, mandorle e uova).

Nel pomeriggio, tutti a sciamare verso Portela de Scavem, il vicino aeroporto della Capitale portoghese, tramite cui parte farà ritorno in patria nelle città della vecchia Europa, e per altri, prima di farlo, dovrà rassegnarsi alla trasvolata transoceanica dell’Atlantico e tornare ad immergersi o nel tepore della primavera brasiliana o ripiombare nel brivido verde-ghiaccio di boschi e lande sterminate dei freddi autunnali dell’emisfero canadese.

 

Il Risorgimento a Ruffano e Torrepaduli

 

di Paolo Vincenti

Il Risorgimento nella periferia del Mezzogiorno. Ruffano e Torrepaduli dalla rivoluzione giacobina all’Unità (1799-1861), per la collana “Cultura e Storia” della Società di Storia Patria – Sez. di Lecce, è l’ultima fatica dello studioso Ermanno Inguscio (Edipan 2011).

Dedicato al “maggiore pilota Michele Cargnoni, comandante degli ‘Otto Angeli Azzurri’ dell’84° S.A.R. Aereo Aereonautica Militare Italiana”, il libro vanta una Prefazione del professor Mario Spedicato, Presidente della S.S.P.- Lecce nonché docente di Storia Moderna presso l’Università degli Studi del Salento, e una Postfazione dello studioso ruffanese Aldo de Bernart, decano degli storici salentini, maestro e donno del Nostro. Nell’anno delle celebrazioni per l’unità d’Italia, quindi, un ulteriore tassello, nel grande mosaico della conoscenza storica del Risorgimento locale, che tanti studiosi hanno contribuito a comporre. In effetti, mai c’è stata messe più foriera di nuovi spunti e stimoli di dibattito e ricerca storica nell’ambito degli studi salentini, della copiosa produzione editoriale del 2011, grazie alla quale le vicende politico-amministrative che interessarono Terra D’Otranto durante gli anni dell’unificazione sono state a lungo lumeggiate.

Il volume che qui si presenta va appunto in questa direzione, vale a dire cerca di far luce su fatti e personaggi minori del periodo risorgimentale, nello specifico dei due paesi Ruffano e Torrepaduli, nella ormai consolidata e condivisa consapevolezza che la microstoria sia intrecciata indissolubilmente alla macrostoria, nel tessuto connettivo della nostra storia nazionale.

Dopo la Prefazione di Spedicato, nel libro compare una Premessa dell’autore e quindi il corpus della narrazione storica, suffragata da documenti d’archivio, nella compulsazione dei quali Inguscio è un esperto, come dimostrano i suoi numerosi precedenti lavori editoriali, tutti mirati alla conoscenza storica e all’approfondimento delle principali tematiche sociali, economiche, politiche e culturali che hanno interessato le nostre comunità d’appartenenza nei secoli andati.

Il libro di Ermanno Inguscio ci dimostra ancora una volta che il Risorgimento italiano non fu fatto solo dai grandi nomi che abbiamo imparato a conoscere sui libri di scuola , ma anche dal contributo di tanti e tanti uomini e donne i cui nomi sono meno noti, conosciuti solo a livello locale o, a volte, del tutto ignorati, ma che hanno partecipato fattivamente, spesso dando la propria vita, alla causa nazionale. Così anche nell’ambito degli studi storici di Terra D’Otranto, ai nomi tanto celebrati di Sigismondo Castromediano, Liborio Romano, Antonietta De Pace, Giuseppe Libertini, e via dicendo, dovremmo aggiungere quelli dei tanti sconosciuti eroi che, in ogni piccola o grande municipalità della nostra provincia di Lecce, si spesero per la giusta causa e sui quali nomi, libri come questo che abbiamo tra le mani, fanno luce, meritoriamente.

Patrioti come Giuseppe Marti, Antonio Leuzzi, Francesco Villani, Vito Santo, Vincenzo Marchetti, Samuele Gaetani, Raffaele Viva a Ruffano, e Delfino Caretta, Piacentino Occhiazzo, don Antonio De Giorgi a Torrepaduli, vengono messi in risalto in questa pubblicazione, e tornano a parlarci della storia della nostra comunità che anch’essi hanno contribuito ad edificare, con la loro idea forte di patria unita, di nazione. Questo libro potrebbe costituire il prequel, come si direbbe con un termine tratto dal linguaggio televisivo delle fiction, dell’altro libro di Inguscio, “La civica amministrazione di Ruffano. Profilo storico 1861-1999” (Congedo Editore, 1999), nel senso che approfondisce il periodo storico immediatamente precedente a quello trattato in quel libro. Ciò offre una visione d’insieme sulla storia ruffanese degli ultimi due secoli Ottocento e Novecento.

Nella sua Premessa, Inguscio spiega quali sono le fonti (tantissime) da lui consultate per la redazione di questo volume e quali anche le difficoltà incontrate nel percorso di studio a causa della mancata reperibilità di alcuni documenti fondamentali. Nella Prima Parte (“Il 1799 tra rivoluzione e restaurazione”), Inguscio si occupa dei riflessi della Repubblica Partenopea del 1799 in Terra D’Otranto, nello specifico con riferimento alle “Università” di Ruffano e Torrepaduli, e ci parla delle mortalità e natalità nel nuovo stato civile di Ruffano e Torrepaduli (che, all’epoca era aggregata a Supersano). Nella Seconda Parte ( “Decennio francese, Nonimestre, Società segrete”), si occupa delle riforme che avvennero in Terra d’Otranto dalla Rivoluzione Partenopea all’eversione della feudalità (1799-1806), sempre con specifico riferimento al nostro comune, quindi dell’istituzione delle Conclusioni Decurionali di Ruffano e della nascita delle società segrete.

Passa poi ad occuparsi dei demani, dei catasti e del contenzioso amministrativo nel comune di Torrepaduli in età murattiana (1806-1808), della carboneria torrese di Antonio De Giorgi, con la “vendita” di Torrepaduli nell’ex Convento dei Carmelitani , e delle vicende amministrative che interessarono Ruffano durante quegli anni davvero “caldi” per il nostro Paese. Si fanno i nomi di diversi settari ruffanesi, con il movimento carbonaro nell’ex Convento dei Cappuccini.

Nella Terza Parte (“ ll 1848. Fermenti e sommosse”), Inguscio si occupa del periodo che va dal 1830 al 1840, con il propagarsi delle idee mazziniane in Terra D’Otranto, focalizzando le figure di alcuni liberali ruffanesi fra i quali in primis il patriota Raffaele Viva.

Con l’Unificazione, e siamo nella Quinta Parte del libro, anche a Ruffano e Torrepaduli si tiene un Plebiscito per l’Unità, con ben 877 “si” all’Italia unita.

Una parte dello studio è riservata ai mercati e fiere, fra cui la Fiera di San Marco a Ruffano e l’altrettanto nota e antica Fiera di San Rocco a Torrepaduli. Nel biennio decisivo per l’Unità d’Italia (1859-1861), viene approfondito il fenomeno del legittimismo reazionario, in particolare con lo scontro, a Torrepaduli, fra le figure dell’arciprete Caracciolo e del Sindaco D’Urso. In effetti furono molte le manifestazioni filo borboniche nel nostro comune e disordini, in quegli anni agitati, se ne registrarono in tutto il Salento , con processi politici che interessarono anche il Circondario di Ruffano.

E con le Conclusioni, termina il libro, che riporta una serie di fotografie dei più importanti monumenti, palazzi e strade di Ruffano. Dopo la Postfazione di Aldo de Bernart, in “Appendice” vengono riportati: una tavola sinottica delle cose più notevoli in età preunitaria (fatti, luoghi e nomi) di cui si è parlato nel libro, e l’intero elenco degli 877 elettori del plebiscito del 21 ottobre 1860 a Ruffano e Torrepaduli.

Lascio che a chiudere questo pezzo siano le significative parole dell’autore stesso: “Nell’anno delle mille celebrazioni, giustamente programmate nella Penisola, in occasione del 150° dell’Unità D’Italia, nel pieno fiorire nel contesto globale della realtà dell’Europa Unita, è parso utile dotare il lettore di una minuscola tessera di riappropriazione storica d’identità, di due piccole comunità… che, con l’umile contributo dei propri antenati (patrioti, liberali, legittimisti e diffidenti), hanno contribuito al raggiungimento di un’unica patria, dove ciascuno sia protagonista della propria esistenza e della ricerca collettiva del bene.”

Libri / Quando il gallo cantava la mattina

Sono un ragazzo di ieri e, insieme, un comune osservatore di strada; alla fine d’ogni anno, raccolgo i pensieri, le impressioni, le opinioni e le immagini che, man mano, si affacciano e/o mi circondano.

E’ qui allegata la foto della copertina dell’ultimo volume “Quando il gallo cantava la mattina” appena dato alle stampe, insieme con la prefazione, curata, al solito, dall’amico prof. Ermanno Inguscio.

 

Quando il gallo cantava la mattina

 

Prefazione

 

Questa raccolta di scritti di Rocco Boccadamo si apre, secondo la consueta scansione dei contributi pubblicati nell’arco di un anno solare, dal 9 aprile al 21 dicembre 2011, e con il consueto sottotitolo Lettere ai giornali e appunti di viaggi, con il racconto di una prigionia subita da un italiano in Tunisia nel Secondo Conflitto mondiale.

Nell’incipit di questa formula scrittoria, che il lettore ha già gustato da qualche anno, vi è la sintesi della visione prospettica di un mondo, che parte dal promontorio dell’antica Castrum Minervae, nel Salento, ma si allarga nel mare Mediterraneo (e alle sue popolazioni rivierasche) a proporre temi di scottante attualità per tutti.

Quella prigionia, dunque, vissuta dal militare Gino, in terra straniera e con modalità quasi amicali, offre il destro all’autore per un’apertura di carattere interculturale ai fini di una riflessione su grandi temi che lo appassionano, il divario Nord Sud, il villaggio globale, l’economia dei mercati, ecc. Una prigionia, che riporta per forza di cose ad un contesto di vicissitudini belliche, ma stranamente vissuta in mezzo a una popolazione mite, composta da discendenti degli antichi punici, storici nemici di Roma: i tunisini, ieri ospiti di compare Gino, oggi emigranti in massa a causa della “primavera araba”, che ha scatenato l’incendio politico-sociale in tutto il mondo islamico del Nord Africa (Libia, Egitto, Tunisia, ecc.). Ed è il mare Mediterraneo ad unire ancora una volta, più che a dividere, persone, mentalità e consuetudini di mondi apparentemente lontani e diversi.

A spiegare il titolo, è lo stesso Boccadamo, quando scrive: Il percorso esistenziale era un tempo poggiato su scansioni naturali, accettate, condivise: fra esse il primo posto alle nascite, i matrimoni e, presto o tardi, il commiato dalla vita terrena.E tale affermazione rischia solo per un momento di qualificarlo come un laudator temporis acti: un giornalista con la mente al passato e con gli occhi chiusi al presente. Così evidentemente non è.

Il mondo ideale e di affetti di Boccadamo, invece, si sviluppa con realistica lucidità, pur nel groviglio intricato del quotidiano, nell’alveo meraviglioso della vita, accettata con la nascita, riproposta con l’amore coniugale, interrotta con la morte. Ecco perché in tutto ciò che scrive l’autore, spesso affiorano l’amore per la natura e il mito dell’infanzia, l’amore sponsale-parentale ed amicale, il rimpianto per persone ormai scomparse, peggio se prematuramente. Egli sembra voler esorcizzare, nell’attività scrittoria, la negatività della morte con la riproposizione del ricordo del bene fatto da quanti hanno creduto nella vita (specie genitori e amici) e dal nugolo di nipotini, la cui vitalità è benaugurale toccasana contro l’inesorabile volgere del tempo. In tale visione delle cose, anche la stessa morte si tramuta in un semplice “commiato”, un temporaneo “addio”, un “arrivederci”, che prelude ad una concezione ottimista-fideista dell’esistenza umana. L’augurio di un ritorno al chicchirichì, deve configurarsi come viatico di ottimismo per affrontare gli alti e bassi del presente… E le stesse terribili contraddizioni della società dell’intero pianeta possono essere superate soltanto con il dovere dell’impegno comune. Ciascuno nel proprio ambito, in famiglia, nei campi, nelle fabbriche, negli uffici, nelle istituzioni. Non c’è economia o società in crisi che possano fare a meno della necessità dell’impegno ad ogni livello. Concezione della vita non certo di un burocrate annidato dietro una scrivania, ma di una persona abituata a rimboccarsi le maniche di fronte all’individuazione dei problemi di ogni giorno…Oggi non si ode più il canto del gallo: può sembrare un paradosso, ma succede come se l’esordio, il debutto di ciascun nuovo mattino avesse perduto l’applauso di incoraggiamento più schietto e sincero…

Il prorompente canto del gallo, nell’illustrazione iconografica della copertina di Carlo Colella,imperversa nella composizione cromatica e nella dimensione spazio-temporale, quasi a farsi “re” del paesaggio circostante, circoscritto in un orizzonte, luogo dell’anima dell’autore, dove il cielo, la pietra della “pajara” e la stessa “lamia” costituiscono una piattaforma-astronave da cui lanciare l’urlo di liberazione.

Al viaggio, grande strumento di conoscenza e di riflessione, fanno riferimento diversi contributi di questa raccolta: nella seconda parte del sottotitolo del volume, come detto, l’autore non rinuncia mai ai suoi appunti di viaggi. Grande spazio alla voglia scrittoria dell’autore è concesso ad una sua puntata in Cina, forse la sua prima esperienza in Estremo Oriente, compiuta nell’autunno del 2011 in compagnia della dolce consorte. Nella caotica capitale Pechino, avvolta nello smog e stritolata da un diabolico intreccio di arterie stradali, Boccadamo individua subito la generale gentilezza di tutti, la cortesia dei tassisti, il numero smisurato dei grattacieli e degli abitanti, le vie dello shopping di lusso, i saloni di bellezza, l’apertura operativa degli esercizi 24 ore su 24. Sottolinea pure la rarissima conoscenza dell’inglese o di altre lingue occidentali tra la popolazione, ad eccezione degli addetti alla reception in hotel, le elevate tariffe al ristorante e la sorprendente presenza di imprenditori o manager italiani nelle contrade dell’ex Impero Celeste. Tra le tante “gocce di positivo stupore” registrate in terra cinese, l’autore non ha paura, nell’impatto generale con lo smog, di aver fatto fatica a dialogare con le stelle, esercizio fatto spesso in terra patria, a Castro Marina, in confidenza con gli astri, nelle interminabili notti estive.

A quella stessa terra salentina di Castro, il nonno M., volontario arruolato nella Regia Marina militare e maresciallo di prima classe nel Ventennio fascista, un secondo riferimento alla Cina, di stanza in Istria (all’epoca) italiana, aveva tuttavia accompagnato, in una lunghissima crociera in Cina, Edda  Mussolini e il conte Galeazzo Ciano, in rappresentanza dell’Italia presso l’Impero Celeste. Quel personaggio a tutti noto in paese, s’era poi congedato e vivere in un trullo, a ridosso della magica insenatura Acquaviva, le “Scarpe”, la “marina di Diso”, presso la Villa Meris, in un fazzoletto di marina, difesa da bassi fichi, fichidindia, viti, carrubi ed allietato da un piccolo orto coltivato a patate e ortaggi.

La stessa visione del mondo, nell’attività scrittoria di Boccadamo, non è mai miope, sebbene alcuni suoi contributi appaiano abbarbicati, per mera prevalenza contenutistica, al microcosmo di una piccola comunità come quella fatta da Marittima, Diso, Castro Marina e Andrano:“luoghi dell’anima, ma già nel sentire dell’autore,“esempi di piccola globalizzazione. Ma ciò ch’è piccolo non rimane mai tale,tutto è filtrato nella coscienza con un’attenta attività riflessiva attraverso cui esperienze e fatti si ricompongono in una coerente visione della vita. Quei piccoli centri urbani, nelle mille descrizioni di Boccadamo, non scompaiono mai nel grande mosaico della società globale, spesso costituiscono essi stessi un’illuminante lente con cui analizzare il mondo, individuare il bene nascosto e schivare le insidie tipiche di una società modernamente organizzata. Vecchie torri colombaie (palummaru), una via vecchia (per Andrano), un piccolo appezzamento di terreno (noto dell’Arciana) assurgono a monito contro i pericoli del moderno inquinamento e dell’insensata cementificazione di coste e (peggio di) siti storici. Anche in paesi abbastanza piccoli languono i processi di coinvolgimento collettivo e d’interazione allargata. Scompaiono così figure storiche di personaggi come il ciabattino, nella cui bottega s’intessevano relazioni umane, il fornaio che direttamente trasformava in pane la materia prima prelevata in casa del coltivatore, il vecchio cacciatore pur sempre pronto a salvaguardare la natura. Per non parlare dei due anziani coniugi, zi’ Franciscu (Francesco) e Pietrice (Beatrice), che amavano far dono all’autore, nel giorno dei Santi Medici (27 settembre) d’un paniere di noci novelle e di grappoli d’uva del loro pergolato. E toponimi come “Punta Mucurune”, “Porticelli”, “Serriti”, “Acquaviva”,“Marine dell’Aia”, “Loggetta piccinna”sono luoghi e pietre palpitanti del paesaggio salentino e della sfera esistenziale dell’autore. Il paesaggio di pietra interagisce con il mare e scopre nella ricca falda freatica l’oro dell’acqua un tempo trasportato a spalla in grandi otri di terracotta (ozzi). Fichi, carrubi, vigneti (cippuni), olivastri e distese di macchia mediterranea sono le mute sentinelle tra i resti di roccia, mummificati in austeri muretti di confine. Quanto ad Acquaviva, oltre alla pajara (caratteristico trullo in pietra a tronco di piramide) ed al suo orticello, dentro cui viene custodita gran parte dei ricordi d’infanzia e di gioventù di Boccadamo, rimangono luoghi privilegiati della sua anima: una chiesa di Castro Marina  l’ha visto convolare a nozze, in quel magico specchio di mare, di fronte a Castrum Minervae si aggira per tutte le estati il suo legno a vela,“My three cats”, e proprio il seno di mare di Acquaviva è assurto, nella leggendaria ricostruzione popolare, a sito sacro del recupero dei simulacri dei Santi di Diso, i Ss. Filippo e Giacomo, che nel tripudio dei soli fedeli di Diso, si sono lasciati trasportare in paese. I Santi nosci, come ancora oggi vengono conosciuti e chiamati, sono i patroni di Diso, presso cui, ogni anno,grandi celebrazioni religiose e civili ne sottolineano l’importanza, tra l’altro con la grande gara pirotecnica diurna, che richiama da tutt’Italia grande concorso di visitatori. Liaison di fede e di appartenenza identitaria, il sito La cappiddruzza, per la sosta dello storico corteo con i due simulacri recuperati, dai marosi dell’Acquaviva, attraverso le campagne fra Castro, Vignacastrisi e la destinazione finale (scelta…dai Santi Nosci) di Diso. In questo microcosmo, fatto di piccole ma forti comunità, grande è il respiro globale della gente che ci vive, un tempo con le difficoltà della civiltà contadina e l’ancestrale legame tra quotidiano e sfera del divino, oggi con l’apertura all’accoglienza dei flussi turistici e migratori, con l’attenzione alle moderne sinergie per favorire una migliore qualità della vita a livello istituzionale (Unione di Comuni) e di aggregazione sociale. Con la stessa disponibilità al viaggio, come sempre più spesso fatto da Boccadamo, che guardando (e scrivendo) con apprensione alla propria terra natia, non disdegna avventurarsi così tra i vicoli di Castro antica o di Dublino, come tra le insidie degli hutong di Pechino o nelle sicure grandi piazze di Monaco di Baviera. Non canta il gallo con il chicchirichì mattutino nelle teutoniche città tedesche o nelle metropoli della Mitteleuropa, dove il disordine è dato dalle storture dei sistemi economici e finanziari, dai macigni dell’evasione fiscale, dalla sperequazione della ricchezza e dal rampantismo manageriale; e assolutamente mortificato risulterebbe il suo verso (del gallo) anche nelle odierne città dell’Estremo Oriente, come Pechino, dove covano i mostri (per gli occidentali) del sorpasso economico, dopo quello, ormai scontato, registrato in campo demografico. Ma l’autore non ha paura di catastrofici sovvertimenti geopolitici e finanziari o di contrapposizioni di modelli culturali proposti di qua o di là da qualche intraprendente popolo in qualche parte del globo. A lui preme soprattutto che si preservi, a cominciare dalla propria patria, la dimensione distintiva di ogni realtà storico-culturale, che si perpetui l’attenzione alle realtà dei valori  assoluti, propri di ciascuno (la famiglia, il lavoro, la coesistenza pacifica, la condivisione per l’umanità intera dei risultati delle ricerche in campo medico-alimentare), ma soprattutto l’intimo convincimento che l’odierna società del benessere non possa prescindere dalla constatazione della preziosità dei sacrifici e dei progressi fatti dagli antenati e dal genere umano durante la storia.

                                                                                  Ermanno Inguscio

 

Incontri d’autunno, Mogol: 50° di attività professionale

 

 

 

di Ermanno Inguscio

L’impatto mediatico sull’attività professionale di artisti della parola (e della musica) come quella del milanese Mogol (pseudonimo di Giulio Rapetti, aggiunto dal 2006  all’originario cognome) non è mancato, né era facile annullarlo, noto com’è il personaggio presso il grande pubblico se non altro per il sodalizio istituito a suo tempo con Lucio Battisti. In questi giorni di novembre, infatti, emittenti televisive e testate della carta stampata hanno dato grande risalto all’importante traguardo raggiunto in Italia dall’artista milanese, il quale, in un pomeriggio domenicale, il 4 novembre 2012, con un ristretto gruppo di amici, ha lasciato la fredda Milano per rifugiarsi a Saronno, in anonimato, nel Santuario della Vergine dei Miracoli, grande contenitore di opere d’arte del Cinque e Seicento italiano. Qui, l’abbiamo incontrato di persona, apprezzandone soprattutto l’umiltà e la cordiale semplicità dei grandi.

 

L’umida sera novembrina a Saronno, cittadina del varesotto lombardo, scivola verso la sua conclusione di domenica trascorsa con persone care e con emozioni vissute in ambito familiare. Un tappeto autunnale di foglie d’acero cadute in terra ci porta, dall’abitazione di una delle mie figliole, sino al Santuario mariano della Vergine dei Miracoli, sul cui sagrato si assiepa già una delegazione ufficiale di quel Comune, pronta per entrare nel tempio.

 

Tra i tanti convenuti ci sono  Mogol e uno sparuto gruppo di suoi amici. Capitiamo per caso, nelle prime file di banchi, seduti accanto nello stesso banco, subito dopo la selva di stendardi municipali e le numerose Associazioni combattentistiche. Il comune bisogno di raccoglimento e l’emozione per la data del 4 novembre, che riporta al sacrificio dei tanti Caduti, c’impediscono, all’inizio, persino quel pizzico di curiosità che ti abilita a distrarti nella individuazione delle persone presenti. Solo in fase di saluto finale ci siamo finalmente resi conto a chi avevamo stretto la mano. Proprio a Giulio Rapetti Mogol. Egli festeggia, infatti, proprio in questi giorni, i suoi 50 anni di fervida attività professionale. Figlio d’arte (suo padre Mariano era un importante dirigente della Casa editoriale musicale Ricordi), cominciò la sua avventura come impiegato della Ricordi Radio Record. Si era subito imposto all’attenzione del pubblico, come autore di testi musicali, ottenendo sin dal 1961 successi al Festival di Sanremo con Al di Là, scritta con il maestro Carlo Donida e interpretata da Luciano Tajoli e Betty Curtis. Misuratosi come traduttore di testi dall’inglese specie di musica di colonne sonore di films  e di brani di Bob Dylan e David Bowie, nel 1965 istituì il fortunato sodalizio musicale con Lucio Battisti. Interrotto nel 1980 il rapporto con quest’ultimo, operò come autore di testi con Riccardo Cocciante e Gianni Bella. Alla fine degli anni 1990 divenne autore di molti dei testi di canzoni di Adriano Celentano. Dal 1975 ha fondato (con Morandi, Mengoli e Baglioni) La Nazionale italiana Cantanti, con cui ha avviato l’importante Centro Europeo Toscolano (CET), sede di riferimento per artisti, cantanti e musicisti.

 

La sera del 4 novembre, con  Gabriella Marazzi ed un gruppo di amici milanesi, egli  recato a far visita alla “Madonna dei Miracoli” del famoso Santuario mariano lombardo. Lui che è, per noi mortali, fruitori di musica, uno dei “miracoli” della buona musica italiana.

Non mi aveva sorpreso, all’ingresso nella Basilica di Saronno, l’ordinato corteo presieduto di persona dal sindaco, Luciano Porro, con tanto di fascia tricolore, tra stendardi del Comune e quelli delle Associazioni di Combattenti (Esercito, Marina ed Aviazione). Tutti s’erano immessi nel silenzio del tempio, rotto dal grave fragore delle campane in cima alla superba struttura del campanile (1511) di Paolo della Porta, ritenuto uno dei più bei campanili lombardi. E’ toccato proprio al “Santuario della Vergine dei Miracoli”, quest’anno, essere il contenitore, il 4 di novembre, della celebrazione comunale in Saronno per la Festa delle Forze Armate. In breve resta vuoto il sagrato dell’imponente Santuario mariano, sotto il vigile sguardo del tiburio di Antonio Giovanni Amadeo (1505), che sovrasta la grande cupola e domina la parte rinascimentale della chiesa e la maestosa facciata disegnata da Pellegrino Tibaldi. All’interno il tempio è gremito di cittadini, autorità, delegazioni civili e militari, sotto le tre navate di Vincenzo Seregni (1566), mentre l’organo a canne, suonato da un abile maestro, sottolinea ogni passaggio dell’intera manifestazione liturgico-celebrativa. Un vero scrigno d’arte questo Santuario mariano, che ho imparato ad amare da una decina di mesi a questa parte, dacchè ritorno periodicamente in Saronno per  raggiungere la mia secondogenita. Confesso di distrarmi facilmente, ora, all’interno della chiesa e di sottrarre spesso tempo al raccoglimento, mentre con il naso all’insù ammiro le opere di scultura (specie lignea), di pittura e di decorazione dei più importanti maestri lombardi, al colmo della loro piena maturità artistica: Bernardino Luini (affreschi dell’abside, del presbiterio e dell’ antipresbiterio), Gaudenzio Ferrari (il Paradiso festante della grande Cupola, del 1535) con gli affreschi di 86 angeli cantanti e musicanti, 30 puttini danzanti e 10 cherubini, soggetti raffigurati, con ben cinquanta diversi strumenti musicali; Bernardino Lanino (1547) con i dipinti delle serliane e dell’organo. E poi gli intagli, nelle nicchie del tamburo, di Giulio Oggioni delle ventidue statue di profeti e sibille.

Si fa ascoltare il celebrante, il nuovo Rettore del Santuario fresco di nomina, don Sebastaino Del Tredici, nell’omelia nella quale si ricorda che il 4 di novembre è anche la festa di San Carlo Borromeo, che da cardinale aveva dimorato per due giorni proprio in Saronno ed aveva rivolto ai suoi abitanti un accorato appello alla frequenza e devozione al già rinomato santuario mariano. Il tempo vola in fretta, quasi più del solito delle Messe vespertine frequentate di domenica, e già mi trovo,  dopo l’omelia, così è nella liturgia ambrosiana che vige anche a Saronno, a dover “scambiare un segno di pace” con i vicini di fila e gli sconosciuti della fila davanti e di dietro. Il sottrarsi a tale compito sconfesserebbe  chi si reca in chiesa e lo collocherebbe tra i campioni della maleducazione. Un signore alto, attempato, ma distinto e affiancato da una signora, che dev’essere sua moglie, si gira e mi rivolge il saluto di rito, che ricambio. Non lo riconosco, pur avendo appreso che è presente in Santuario anche un gruppo di milanesi, che ha chiesto al Rettore di poter visitare, in questo pomeriggio novembrino, il famoso Santuario della Vergine dei Miracoli. Mentre io sono assorto nell’ammirare, alla recita comunitaria del Padre Nostro, l’Ultima Cena lignea (1531) dell’intagliatore Andrea da Milano e le decorazioni di Alberto Meleguli, opera di spicco di una delle Cappelle Laterali (da me distante appena due metri), quel signore ha chiesto di tenere nella sua sinistra la mano destra di mia moglie, e nell’altra quella della compagna, per la durata della preghiera cristiana per eccellenza. A conclusione della serata quel garbato signore ci saluta con una stretta di mano e ci tiene a dire, in modo affabile, e spera, che la richiesta del gesto di fratellanza non abbia infastidito nessuno.

 

Un incontro inaspettato e sereno, il nostro, con un personaggio,  il paroliere Mogol, ch’è si è subito diretto verso la sua Milano, dietro un sorriso, sciamando leggero, con un pugno  di suoi amici, tra il cadere delle foglie rossicce sul sagrato a rinnovare il miracolo dell’autunno.                                      

 

 

 


Ermanno Inguscio e il mestiere dello storico (profilo bio-bibliografico)

di Paolo Vincenti

Ermanno Inguscio, storico, giornalista e docente di materie letterarie. Ermanno Inguscio è un ruffanese e un caro amico, che ha concentrato la maggior parte delle proprie energie nella riscoperta e nella valorizzazione di quell’enorme patrimonio demo-etno- antropologico custodito nel piccolo grande borgo di Torrepaduli, frazione di Ruffano, il paese che lo ha visto nascere, crescere e formarsi. Nella frazione di Torrepaduli, nelle antiche “terre di Maria D’Enghien”, da secoli la devozione popolare tributa onori al santo taumaturgo, San Rocco di Montpelier, il cui culto è talmente importante da avere quasi oscurato quello di San Teodoro, che di Torrepaduli è il patrono ufficiale. Nel cerchio magico della piazza del Santuario di San Rocco,  infatti, dove nella notte fra il 15 e il 16 agosto  si balla la meravigliosa danza scherma, nel vibrare della pelle dei tamburi e nel fendere dei coltelli nell’aria rovente del caldo agostano,  si celebra ogni anno un rito uguale e diverso, una messa laica, a latere di quella sacra celebrata nel Santuario, di cui officianti sono i tanti e tanti visitatori che si accalcano nello slargo di San Rocco e che, con le loro sgargianti magliette e vaporose capigliature, con i loro simboli stravaganti e la loro chiassosa allegria, fanno da contrappunto alla composta, quasi mesta, presenza dei pellegrini, questuanti del Duemila. Qui, i devoti da ogni parte del Salento e non solo, vengono a chiedere una grazia al Santo spadaccino, Rocco da Montpelier, o a ringraziare per averla ricevuta, mentre i giovani coreuti,  anche extra-comunitari ( ma tutti  comunitari del grande villaggio globale di questa contemporanea civiltà), ballano e cantano, suonano i loro improvvisati strumenti e si confondono insieme nel grande spasimo della festa che, nelle ore centrali della notte, raggiunge il culmine. Le loro voci e i loro respiri si confondono con il sudore,  l’aria della notte diventa salmastra e le vibrazioni che la tagliano, quasi percettibili al tatto, i commercianti sono stremati dalla fatica e dal caldo ma con la speranza di vendere ancora qualche pezzo della loro mercanzia e le donne devote dormono sui bordi della piazza, ai lati esterni del Santuario, fiaccate dalla stanchezza del lungo pregare e dall’afa. E il Santo

Libri/ “La Pizzica Scherma di Torrepaduli” di Ermanno Inguscio

di Paolo Vincenti

La pizzica scherma  è la principale attrazione della festa di San Rocco di Torrepaduli, frazione di Ruffano. Nella magica notte agostana della danza delle spade, infatti, la piccola frazione diventa il centro del mondo per migliaia e migliaia di visitatori e turisti che, fra il 15 ed il 16 agosto, si riversano nelle affollate contrade di questo paesino del medio Salento.

Per l’occasione, Torrepaduli diventa via vai di commercianti, che alla secolare fiera di San Rocco espongono i loro prodotti,  di fedeli, che si recano nel Santuario torrese per pregare davanti alla statua del Santo di Montpellier, ed  incrocio di culture e scambio vitale e prezioso di pareri, idee, esperienze che si confrontano, in questi tre giorni, nel segno del protettore degli appestati, Rocco, il santo spadaccino. Nella notte dei tamburelli e dei coltelli, girano nelle danze i destini degli uomini e delle donne che ballano al centro della piazza, sotto lo sguardo vigile del Santo, il quale, ogni anno, benedice questa festa, che rende Torrepaduli un punto di riferimento nell’ambito del folklore e delle tradizioni popolari salentine, sia per gli amanti del nostro territorio che per gli studiosi. I ricercatori, infatti, hanno sempre qualcosa da scoprire su questo culto e su questa danza antica e misteriosa che ancora non ha svelato del tutto il suo fascino segreto ma continua ad ammaliare con un sibilo lungo che difficilmente le nuove tecnologie offerte dalla modernità massificante e la omologazione culturale di questi ultimi anni riusciranno a spegnere.

Fra gli studiosi più attenti, vi è Ermanno Inguscio, il quale all’ombra del Santuario torrese è nato e cresciuto e al fenomeno della danza delle spade ha dedicato diversi libri, come quest’ultimo: La pizzica scherma di Torrepaduli. San Rocco: la festa, il mito, il santuario, edito da Lupo (2007). Questo libro, patrocinato dal Comune di Ruffano,  con una Prefazione di Gino

Libri/ Tuglie nel XX secolo

di Paolo Vincenti

E’ stata pubblicata nel 2004, l’opera in due volumi “Tuglie nel XX secolo”, di Lucio Causo, Salvatore Coppola ed Ermanno Inguscio (E.G.S. Edizioni), a cura dell’Amministrazione Comunale di Tuglie e con il patrocinio della Provincia di Lecce, vide la luce dopo circa tre anni di intensissimo lavoro da parte degli autori, tutti e tre componenti del Consiglio Direttivo della Società di Storia Patria per la Puglia-Sezione di Maglie, Otranto e Tuglie: Salvatore Coppola, che ne era all’epoca  il Presidente, e già docente di Storia e Filosofia presso il Liceo Classico “Capece” di Maglie; Ermanno Inguscio, già docente di Letteratura Italiana e Storia nel Liceo Classico “Dante Alighieri” di Casarano e collaboratore del settimanale cattolico leccese “L’Ora del Salento”; Lucio Causo, unico tugliese, ragioniere in pensione, che collabora con il quindicinale “Il Galatino” e con il settimanale “Voce del Sud”.

Lodevole lo sforzo degli autori di ricostruire, con puntigliosità ed onestà intellettuale, gli ultimi cento anni di storia di Tuglie, attraverso la consultazione di una miriade di fonti, quali i documenti conservati nell’Archivio di Stato e nell’Archivio comunale, i giornali locali, gli atti degli Enti ecclesiastici e quelli delle Associazioni di assistenza e beneficenza, gli archivi privati, le fonti orali, e così via, nella consapevolezza che la storia locale, la cosiddetta microstoria, non si può comprendere se non la si colloca nel contesto della macrostoria, cioè nel contesto regionale e nazionale nel quale la stessa è inserita.

Il primo volume, intitolato “Gli anni difficili- 1900-1950”, tratta gli avvenimenti che vanno dalla fine dell’Ottocento al secondo dopoguerra, attraverso una analisi del contesto economico-sociale del Mezzogiorno d’Italia, la Prima Guerra Mondiale, i conflitti sociali e politici nel primo

Spigolature ruffanesi

di Paolo Vincenti

Sul fronte degli studi ruffanesi, dobbiamo segnalare, innanzitutto, alcune pregevoli plaquettes, recentemente date alle stampe dal più noto studioso ruffanese, Aldo de Bernart.

Si tratta di alcun brevi saggi storici, che fanno parte della collana “Memorabilia”, stampati in una tiratura fuori commercio di n.99 copie.

Fra le ultime, due, in particolare, ci sembra giusto menzionare.

La prima è: Note sull’arte medica in Ruffano tra Cinque e Settecento (Tipografia Inguscio e De Vitis) in cui l’autore ricorda la figura di Altobello Grasso, medico ruffanese e capostipite di una generazione di medici in Ruffano fra il Cinque e il Settecento, autore di una pregevole opera di carattere tecnico, dedicata al gesuita leccese Padre Bernardino Realino, e il cui frontespizio viene riportato nell’opuscolo, insieme ad una immagine dell’Altare dell’Immacolata, con lo stemma della famiglia Grassi, che si trova nella settecentesca chiesa matrice di Ruffano.

Una citazione dal Foscolo ammonisce: “Spiar ne’ guardi medici speranza lusinghiera della beltà primiera”.

La seconda plaquette è In margine al V Centenario –1507 = 2 aprile = 2007- della morte di San Francesco di Paola (Tip. Inguscio e De Vitis) in cui de Bernart si sofferma su un culto molto sentito in provincia di Lecce, quello di San Francesco di Paola, che a Ruffano viene ricordato da una statua lapidea che si trova in una nicchia sopra l’ingresso della cappelletta di San Francesco di Paola, sita nella piazza omonima.

La statua, opera dello scultore Valerio Margoleo, del XVIII secolo, che oggi necessiterebbe di un appropriato restauro poichè ormai resa quasi irriconoscibile dall’incuria e dall’usura del tempo, viene ripresa in fotografia nell’ultima di copertina dell’opuscoletto in parola; sulla seconda di

Libri/ Carmelo Arnisi, un maestro-poeta dell’800

di PaoloVincenti

Nel 2003, è stato pubblicato da Congedo, per la Collana “Biblioteca di Cultura Pugliese, il volume  “Carmelo Arnisi, un maestro-poeta dell’800”, sulla figura di questo intellettuale ruffanese, vissuto a cavallo fra i due secoli Ottocento e Novecento, che, fino ad allora, era poco conosciuto.

Questo libro, a cura di Aldo de Bernart, Ermanno Inguscio e Luigi Scorrano, è stato pubblicato con il patrocinio dell’Amministrazione Comunale di Ruffano e su impulso della Pro Loco e dell’allora suo Presidente, prof.Cosimo Conallo che, nell’Introduzione, sottolineava come fosse giustamente ormai tempo di riscoprire la figura di questo poeta ruffanese, a cui a Ruffano è stata

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