Portulaca, porcacchia, erba porcellana, erba dei porci… insomma lu brucacchiu

Lu brucàcchiu

di Armando Polito

nomi italiani: portulaca, porcacchia, erba porcellana, erba dei porci;

nome scientifico: Portulaca oleracea;

famiglia: Portulacaceae

Considerata oggi un’erbaccia per essere infestante, fino a pochi decenni fa era usata pure dalle nostre parti come componente di insalate.

Comincerò a parlarne affrontando la questione molto spinosa (la pianta non lo è, anzi le sue foglioline sono lucide e lisce come porcellana; ecco perchè uno dei nomi italiani è erba porcellana, dirà qualche lettore, troppo frettolosamente come vedremo) dell’etimologia dei nomi.

È evidente che il primo dei nomi italiani, il primo componente del nome scientifico1 e il nome della famiglia hanno tutti la stessa origine: derivano, infatti, dal nome latino della nostra erba, portulàca(m). Di portulaca, ricorrente in un’opera perduta di Varrone (I° secolo a. C.), ci dà notizia Nonio, un grammatico del IV° secolo d. C.: “PORTULACA. Varrone, libro VIII  delle Discipline. La portulaca masticata toglie la sete“2.

Negli altri autori latini successivi a Varrone portulaca si alterna alla variante porcilaca (nella traduzione ho rispettato l’una e l’altra). Riporto ora i passi relativi per saperne di più sull’uso di questa erba al loro tempo:

Plinio (I° secolo d. C.): “Ci sono alcune specie che accompagnano la semina di altre. Infatti il papavero viene seminato con il cavolo e con la porcilaca, e la ruchetta con la lattuga”; “E c’e pure la porcilaca, che chiamano pepli, non molto più efficace di quella che si semina, di cui sono tramandati usi memorabili: presa come cibo è antidoto contro i veleni delle frecce e dei serpenti emorroi e presteri e posta sulle ferite li estrae, allo stesso modo bevuta insieme col succo estratto dal giusquiamo appassito. Quando essa non è disponibile, il suo seme giova col medesimo effetto. Si oppone pure all’inquinamento delle acque, ai dolori di testa e, pestata nel vino e applicata, alle ulcere, sana le altre ulcere mescolata con miele. E così viene posta sul cervello dei fanciulli e sull’ernia ombelicale, con la polenta sulla fronte e sulle tempie di tutti nelle lacrimazioni, ma con latte e miele sugli stessi occhi; la stessa (viene usata) dopo che le foglie sono state tritate insieme  con cortecce di fava, se gli occhi prolassano, per le pustole con polenta, sale e aceto. Masticata cruda placa le ulcere della bocca e il gonfiore delle gengive, allo stesso modo il dolore di denti, il succo di quella cotta le ulcere delle tonsille; qualcuno ci aggiunge un pò di mirra. Infatti masticata cruda rende stabili i denti mobili, rafforza la voce e allontana la sete. Placa i dolori di testa in egual dose con vinello aspro, seme di lino e miele, le malattie delle mammelle con miele e creta del Cimolo, è salutare pure per gli asmatici che ne assumano il seme con miele. Presa nelle insalate corrobora lo stomaco. Viene applicata in empiastro insieme con polenta a chi arde per la febbre e altrimenti mangiata rinfresca anche l’intestino. Blocca il vomito. Contro la dissenteria e gli ascessi viene mangiata con aceto o bevuta con cumino, cotta invece contro i tenesmi. Come cibo o bevanda giova agli epilettici, ai mestrui delle donne nella misura di un acetabolo in mosto cotto, alle gotte calde applicata in empiastro col sale, e al fuoco sacro. Il suo succo bevuto giova ai reni e alla vescica, caccia via i vermi dell’intestino. Viene applicato con olio e polenta per i dolori delle ferite. Rende molli gli indurimenti dei nervi. Metrodoro, che scrisse un Trattato di erboristeria, ritenne opportuno che si dovesse somministrare per i flussi che seguono il parto. Frena la libido e i sogni erotici. C’è un cittadino ragguardevole della Spagna, padre di un pretore, che so portare la sua radice sospesa per un filo al collo a causa di un’intollerabile malattia dell’ugola, eccetto che nei bagni, liberato così da ogni disturbo. Anzi ho trovato pure presso autori che il capo impiastrato con essa non patisce per tutto l’anno il catarro. Si crede tuttavia che la vista si indebolisca”; “(Eliminano) la ruvidezza delle unghie le cantaridi sciolte con pece per tre giorni o le cavallette fritte con grasso di becco, il grasso delle pecore. Alcuni mescolano visco e porcilaca e tolgono il tutto al terzo giorno”3.

Columella (I° secolo d. C.): “Ci sono anche certe erbe che potresti conservare in salsa quando si avvicina la vendemmia, come la portulaca e l’olo tardivo che certi chiamano critamo coltivato. Queste erbe vengono pulite accuratamente e sparse all’ombra, poi, dopo quattro giorni, viene sparso del sale al fondo di un vaso, una per una vi vengono riposte e, versato dell’aceto, di nuovo viene sparso sopra del sale; infatti a queste erbe non si addice l’acqua salata”4.

Celso (I° secolo d. C.):”(Sono estratti) di qualità media…la portulaca…”; “Ma stimolano l’intestino…la portulaca…”; “Ma nello stesso tempo calmano e rinfrescano…la portulaca…”; “Se (il sangue) esce dalle gengive basta masticare la portulaca”; “Soprattutto per questo (per il mal di milza) serve il seme del trifoglio o il cumino o il serpillo o il citiso o la portulaca…: infatti queste erbe sembrano trarne molto agevolmente l’umore”5.

Dopo essere rimasti sorpresi dall’uso polivalente di quest’erba e un po’  spiazzati dal fatto che non compare tra gli afrodisiaci e che anzi, a detta di Plinio, ha l’effetto opposto, torniamo all’etimologia. La proposta più antica che io conosca risale ad Adriano Turnebo (XVI° secolo), per il quale portulaca deriva da *pòrtulata e questa da pòrtula=piccola porta6.

Successivamente Claudio Salmasio (XVII° secolo) congetturò la derivazione da porculata, da pòrcula=piccola scrofa, quasi erba di cui i porci sono ghiotti7.

La filologia moderna apparentemente se ne lava le mani ma, secondo me più correttamente, parla di etimologia incerta, sicché anche l’erba porcellana (uno dei nomi italiani indicati all’inizio) finisce per diventare ambiguo, dal momento che porcellana forse è da porcella, con allusione alla forma della conchiglia.

Ho lasciato per ultimo proprio la voce dialettale neretina brucàcchiu, che è figlia di questa trafila: portulàca(m)>portulàca>*portlàca>*porcàcla> *purcàcchia> *burcàcchia>*brucàcchia> *brucàcchiu; non mi sentirei di escludere, poi, un incrocio  nel tempo prima con porco (il che varrebbe anche per i sinonimi italiani porcacchia, erba porcellana ed erba dei porci) e successivamente con brucare.

Dopo i ricordi antichi quelli, in lingua, un po’ più vicini a noi nel tempo: Michele Savonarola (XV° secolo): “Portulaca se pone freda perfin al terzo, humida nel secundo ed è megiore quella che sè de foglie larghe, che in sé ha uno poco di acetosità. Tolta in cibo dà poco nutrimento e non bono, il perché è fredo humido e viscoso, et dura da padire, debilisse l’apetito, ma pur conferisse al stomaco caldo e reprime la colera e il vomito, tole l’apetito dil coyto. Ultimo remove il stupor di denti quando ill è cum quelli masticata”8 e Giuseppe Gioacchino Belli (XIX° secolo): “Guitto scannato, e cche!, nun te conoschi/d´èsse ar zecco, a la fetta e a la verdacchia?/Stai terra-terra come la  porcacchia ,/abbiti a Ardia in casa Miseroschi”9 e “Vecchia nun zò, ma!… la miseria abbacchia;/E ppe cquanto se studia e sse sciappotta,/se sta ssempr’accusì, ssora Carlotta:/giù tterra-terra come la  porcacchia10.

E voglio consolare la nostra erba avvilita da questa similitudine (che colpa ha del suo portamento prostrato?) ricordando che essa, secondo gli ultimi studi, al di là di altre importanti benemerenze che può vantare, è tra le migliori fonti vegetali di Omega-3.

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1Il secondo (Oleracea) significa erbosa.

2De proprietate sermonis, XVIII: “PORTULACA. Varr. Disciplinae lib. VIII. Manducata portulaca sitim tollit”.

3 Naturalis historia, XIX, 167: “Sunt quaedam comitantia aliorum satus; papaver namque cum brassica seritur ac porcilaca, et eruca cum lactuca”; XX, 210-215: “Est et porcilaca, quam peplin vocant, non multum sativa efficacior, cuius memorabiles usus traduntur: sagittarum venena et serpentium haemorrhoidum et presterum restingui pro cibo sumpta et plagis inposita extrahi, item hyoscyami pota e passo expresso suco. Cum ipsa non est, semen eius simili effectu prodest. Resistit et aquarum vitiis, capitis dolori ulceribusque in vino tusa et inposita, reliqua ulcera commanducata cum melle sanat. Sic et infantium cerebro inponitur umbilicoque prociduo, in epiphoris vero omnium fronti temporibusque cum polenta, sed ipsis oculis e lacte et melle; eadem, si procidant oculi, foliis tritis cum corticibus fabae, pusulis cum polenta et sale et aceto. Ulcera oris tumoremque gingivarum commanducata cruda sedat, item dentium dolores, tonsillarum ulcera sucus decoctae; quidam adiecere paulum murrae. Nam mobiles dentes stabilit commanducata [cruda sedat] vocemque firmat et sitim arcet. Cervicis dolores cum galla et lini semine et melle pari mensura sedat, mammarum vitia cum melle aut Cimolia creta, salutaris et suspiriosis semine cum melle hausto.  Stomachum in acetariis sumpta corroborat. Ardenti febribus inponitur cum polenta, et alias manducata refrigerat etiam intestina. Vomitiones sistit. Dysinteriae et vomicis estur ex aceto vel bibitur cum cumino, tenesmis autem cocta. Comitialibus cibo vel potu prodest, purgationibus mulierum acetabuli mensura in sapa, podagris calidis cum sale inlita et sacro igni. Sucus eius potus renes iuvat ac vesicas, ventris animalia pellit. Ad vulnerum dolores ex oleo cum polenta inponitur. Nervorum duritias emollit. Metrodorus, qui Epitomèn ton rizotomumènon scripsit, purgationibus a partu dandam censuit. Venerem inhibet Venerisque somnia. Praetorii viri pater est, Hispaniae princeps, quem scio propter inpetibiles uvae morbos radicem eius filo suspensam e collo gerere praeterquam in balineis, ita liberatum incommodo omni. Quin etiam inveni apud auctores caput inlitum ea destillationem anno toto non sentire. Oculos tamen hebetare putatur”; XXX, 37: “Unguium scabritiam cantharides cum pice tertio die solutae aut locustae frictae cum sebo hircino, pecudum sebum. Aliqui miscent viscum et porcilacam, alii aeris florem et viscum ita, ut tertio die solvant”.

4 De re rustica, XII, 13, 2: “Sunt etiam quaedam herbae, quas adpropinquante vindemia condire possis, ut portulacam et holus cordum, quod quidam sativam battim vocant. Hae herbae diligenter purgantur et sub umbra expanduntur, deinde, quarto die, sal in fundis fideliarum substernitur et separatim unaquaeque earum componitur acetoque infuso iterum sal superponitur; nam his herbis muria non convenit”.

5 De medicina, II, 20, 1: “…medii…portulaca…”; II, 29, 1: “At alvum movent…portulaca…”; II, 33, 2: “At simul et reprimunt et refrigerant …portulaca…”; IV, 9, 5: “Si ex gingivis exit, portulacam manducasse satis est”; IV, 16, 1: “Praecipueque ad id valet vel trifolii semen vel cuminum vel apium vel serpullum vel cytisus vel portulaca…: haec enim inde commodissime videntur umorem deducere”.

6 Adversariorum libri, Quercetano, Aureliopoli, 1604, libro VIII, cap. 23, pagg. 152-153: “Portulaca etiam portulata dici deberet, quod foliis portulas imitetur, et portulas habere videatur. Atque hoc quidem ratio postulat, nec exempla quorundam antiquorum voluminum desunt, in quibus et securiclatam et pastinatam repperi: tamen ut lorica pro lorita dicitur (nam initio e loris fiebat) sic arbitror securiclacam et verbenacam pro securiclata et verbenata dictum esse: ut alterum ratione, alterum consuetudine defendi possit” (Oltre a portulaca dovrebbe esser detto pure portulata, poiché con le foglie imita delle piccole porte e sembra avere piccole porte. E questo rivendica certamente la ragione, né mancano gli esempi di certi antichi volumi, nei quali ho trovato e securiclatam e pastinatam: tuttavia, come si dice lorica invece di lorita (infatti si faceva di corregge) così credo che si disse securiclacam e verbenacam invece di securiclata e verbenata: come l’una cosa potrebbe essere convalidata dalla ragione, l’altra dalla consuetudine). Debbo dire che, a parte le discutibili acrobazie filologiche del Turnebo, io nelle foglie della portulaca non vedo ombra di piccole porte.

7 Plinianae exercitationes, Morello, Parigi, 1629, pag. 1054: “Immo traiectione syllabarum citocacia pro cicutacia. Sic Portulacam vulgus indigerat, quae Porculata esse debuit, a porcis nomine imposito. Nam porcelliam et porcaciam alii vocarunt. Graeci recentiores choirobòtanon. Nicomedes Iatrosophista: choirobòtanon, andrachne” (Dunque per trasposizione di sillabe citocacia per cicutacia. Così il popolo pronunzia Portulacam quella che dovette essere Porculata, messo il nome dai porci. Infatti altri la chiamarono porcelliam e porcaciam. I Greci bizantini choirobòtanon. Nicomede Iatrosofista: choirobòtanon, andrachne). Aggiungo che la parola bizantina è formata dalle classiche choiros=porco e botàne=erba e che la parola andrachne compare già in Teofrasto (IV°-III° secolo a. C.), De causis plantarum I, 10, 4: “La portulaca e il cetriolo e in generale le piante siffatte sono molto umide e fredde”.

8 Libreto di tutte le cosse che se magnano, Biblioteca italiana, Roma, 2004, pag. 30.

9 Sonetto 122, vv. 1-4.

10 Sonetto 2176, vv. 5-8.

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