Giuseppe Libertini, uno dei più attivi personaggi del Risorgimento salentino

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di Maurizio Nocera

 

Si è celebrato il 140° anno della morte di Giuseppe Libertini, noto personaggio del Risorgimento salentino, insieme a Sigismondo Castromediano, Bonaventura Mazzarella, Epaminonda Valentino, Antonietta de Pace ed altri illustri uomini di stampo liberale.

Giuseppe nacque a Lecce il 2 aprile 1823 da Luigi, ricco proprietario terriero, e da Francesca Perrone. Sin da studente si distinse per i suoi pensieri libertari che gli costarono gridate e punizioni a scuola. Ultimati gli studi inferiori, rimase per qualche tempo nella sua città natale ed ebbe modo di conoscere, frequentando il caffè Persico e la legatoria Bortone, alcuni noti esponenti liberali leccesi, come il medico Gennaro Simini, Gaetano Madaro, Pasquale Persico, Salvatore Stampacchia, Domenico Lazzaretti, Epaminonda Valentino, Carlo D’Arpe e Bonaventura Forleo. In questi luoghi, in verità non molto sicuri, i liberali leccesi discutevano della politica asfittica dei Borbone e dei fermenti liberali provenienti da varie nazioni europee, in particolar modo dalla Gran Bretagna e dalla Francia. Si leggevano e si commentavano i proclami e le epistole di Giuseppe Mazzini, che, erano per buona parte condivise.

Nel 1844 il giovane liberale si trasferì a Napoli e frequentò, senza grande profitto, le lezioni di Economia all’Università. Data la sua intensa attività politica, uscì fuori corso e finì per abbandonare gli studi.  Dopo aver conosciuto il De Sanctis, lo Spaventa e il d’Ayala, Giuseppe compose un dramma a sfondo patriottico, ma le autorità non gli concessero la diffusione e la rappresentazione teatrale. Tornato a Lecce nel 1847, Giuseppe riprese i contatti con gli esponenti del liberalismo salentino.

A fine gennaio 1848, Re Ferdinando II concesse finalmente la tanto invocata Costituzione. In ogni parte del Meridione furono organizzate in pompa magna feste in onore del grandioso evento. A Lecce fu proprio Giuseppe a promuovere l’iniziativa il 21 febbraio in Piazza Sant’Oronzo, che per l’occasione era gremita da una marea festosa di salentini. Ma le promesse del Re, però, per buona parte furono osteggiate dai nobili e dai vari funzionari dell’amministrazione statale. La situazione cominciò a degenerare e i rapporti tra costituzionalisti liberali e i monarchici andarono sempre più inasprendosi. Ciò nonostante, furono indette le elezioni per la costituzione della Camera dei Deputati. Il clima era teso in tutto il Regno perché si temevano eventuali brogli elettorali. Infatti fu proprio Giuseppe uno dei firmatari della protesta presentata al ministero dell’Interno contro alcune irregolarità riscontrate nelle votazioni da parte di alcuni ufficiali della Guardia Nazionale.

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Il clima si fece rovente ed incerto. Il Re tentennava ed era mal disposto a concedere alcune riforme costituzionali ai deputati liberali. Per questo motivo Giuseppe, insieme a Bonaventura Mazzarella, Achille Dell’Antoglietta, Antonietta de Pace ed altri liberali, si recò nella capitale a seguire da vicino l’incerta evoluzione del momento.

All’alba del 15 maggio 1848, non avendo il Re concesso quanto richiesto dai deputati, scoppiò la scintilla della rivoluzione. Le vie intorno al Palazzo Reale furono sbarrate da barricate erette dai liberali, soprattutto in via Toledo e via S. Brigida. La sommossa durò alcune ore, ma i rivoltosi, inferiori per numero e per armamento, furono costretti ad abbandonare le postazioni e a darsi alla fuga. Le guardie svizzere, in modo particolare, si macchiarono di orrendi delitti nei confronti anche della gente inerme. Alla fine rimasero sul terreno i corpi senza vita di quasi mille persone. Giuseppe e i suoi compagni, che avevano combattuto con estremo coraggio sulle barricate, rimasero fortemente scossi da simili efferatezze e giurarono vendetta.

Rientrati a Lecce, i salentini non intesero perdere l’appena nata Costituzione e fondarono immediatamente il Circolo Patriottico provinciale, al fine di tutelare l’ordine pubblico e difendere le libertà conquistate. A presidente fu eletto Bonaventura Mazzarella, mentre a segretario Sigismondo Castromediano. Giuseppe fu tra i promotori, insieme ad altri influenti cittadini salentini

Il 12 giugno dal circolo partì un atto di Protesta (da alcuni storici l’atto è attribuito allo stesso Libertini e, forse anche, a Carlo D’Arpe e Pasquale Persico) in cui si dichiarava “illegittima, incompatibile, vergognosa la dominazione di Ferdinando II” e si affermava il diritto della nazione di affidare il governo a un comitato provvisorio.

Il 25 giugno 1848, insieme con Giuseppe Simini, Libertini prese parte, come delegato della città di Lecce, all’adunanza convocata dal Circolo costituzionale lucano per promuovere una sorta di federazione fra la Lucania e le province di Salerno, Foggia, Bari e Lecce.

Alla fine della seduta fu redatto un Memorandum (anche questo è attribuito al Libertini), in cui si invocava il mantenimento del regime costituzionale e s’insisteva su un’interpretazione progressiva e dinamica della costituzione. Dopo un infruttuoso peregrinare in alcune province della Calabria e della Lucania, Giuseppe tornò a Lecce, dove organizzò una dimostrazione popolare (15 agosto 1848) in favore della repubblica democratica. Il tentativo non determinò alcun effetto positivo, anzi fu l’inizio della fine. Le truppe borboniche entrarono a Lecce ed arrestarono alcuni noti esponenti liberali salentini, tra cui Sigismondo Castromediano e Epaminonda Valentino. Quest’ultimo morrà di crepacuore nelle fredde prigioni leccesi, dopo qualche mese di detenzione.

Giuseppe fuggì e venne ospitato da alcuni amici, che rischiarono di grosso.

Tornato a Napoli, visse in clandestinità, finché il 16 novembre 1849 fu arrestato e rinchiuso nel carcere di Potenza con l’accusa di “cospirazione per distruggere o cambiare il Governo e di eccitare i sudditi e gli altri abitanti del Regno ad armarsi contro l’Autorità Reale, in maggio, giugno e luglio 1848“.

Venne processato dalla Gran Corte speciale di Potenza e difeso efficacemente dall’avvocato Bodini, tanto che fu assolto. Il successivo e fortuito rinvenimento di documenti compromettenti portò tuttavia a un nuovo processo per cospirazione (febbraio – marzo 1854), che si concluse con la condanna a sei anni di reclusione, commutati in seguito nella pena del confino.

Relegato nell’isola di Ventotene, Giuseppe diede vita in maniera fortunosa e rocambolesca a un lungo carteggio con il vecchio amico Silvio Spaventa (allora detenuto, insieme con Carlo Poerio, nella vicina isola di Santo Stefano) al quale scriveva una volta la settimana sui fatti che accadevano a Napoli e nel Regno. A sua volta lo Spaventa gli forniva altre importanti notizie.

Ottenuta la grazia nel 1856 e fatto ritorno a Lecce, il Giuseppe non tardò a prendere contatto con il comitato napoletano, di ascendenza mazziniana, guidato da G. Fanelli e L. Dragone. Ebbe così modo di svolgere un ruolo importante nella spedizione di Carlo Pisacane a Sapri. Anzi, fu proprio il Libertini a farsi carico di garantire l’appoggio da parte delle province del Salento e della Basilicata, assicurando che “al momento dell’azione diecimila e forse più saranno in campo“. Però gli eventi si svolsero in altro modo e Giuseppe non poté mantener fede alla promessa. La polizia borbonica trovò addosso al Pisacane l’epistola del Libertini, nella quale il nostro esprimeva il pieno appoggio alla causa comune di liberare il Meridione dai Borbone.

Giuseppe fu costretto a fuggire e a rifugiarsi a Corfù (settembre 1857) sotto il falso nome di Enrico Barrè.

Prima di andar via, stipulò un compromesso con il fratello Vincenzo, il quale assunse l’impegno di inviargli 40 ducati al mese, impegno che non fu sempre onorato. Infatti, nei mesi di esilio greco, per poter sopravvivere Giuseppe si barcamenò tra mille difficoltà finanziarie.

Nel marzo 1858, si trasferì a Malta, e qui Nicola Fabrizi, dopo averlo spronato a scrivere un opuscolo sulla situazione politica nel Sud d’Italia, lo spinse ad andare a Londra per incontrare Giuseppe Mazzini. Giunto in Inghilterra nel luglio del 1858, incontrò l’eroe genovese, che lo nominò redattore del periodico Pensiero e azione. Nel primo numero (settembre 1858), Libertini pubblicò l’articolo “I nostri a Salerno”, in cui si scagliava contro i giudici che avevano condannato alla pena capitale i superstiti della spedizione di Sapri.

Molto efficace fu anche un blocco di articoli, pubblicati tra febbraio e marzo 1859, sull’imminente conflitto dei Franco-Piemontesi contro l’Austria.

Nell’agosto 1859, Giuseppe Libertini, insieme a Rosolino Pilo e Alberto Mario, fece finalmente ritorno in Italia, con l’obiettivo di suscitare un movimento rivoluzionario insurrezionale nel Mezzogiorno, ma senza ottenere alcun esito. Il nostro fu costretto a rientrare in Inghilterra in quanto la sua presenza in Italia era a forte rischio. Nell’isola rimase per poco tempo, dopo le buone notizie che giungevano dall’Italia sul felice progetto di Garibaldi. Nell’agosto 1860 si trasferì a Napoli, stavolta da uomo libero, poiché Re Francesco II gli aveva concesso l’amnistia, cancellandogli la condanna all’ergastolo, inflittagli dalla Corte speciale di Salerno per i fatti di Sapri.

Agendo di concerto con Garibaldi, Giuseppe organizzò e coordinò diversi gruppi d’azione insurrezionali in Puglia, Basilicata e Calabria, in appoggio alle truppe garibaldine. In seguito, costituì con G. Pisanelli (settembre 1860) il Comitato unitario nazionale, che s’interessò, dopo la fuga di Francesco II a Gaeta, di governare per poche ore Napoli sino all’arrivo di Garibaldi (7 settembre 1860). Il dittatore, per ricompensa, gli affidò la conduzione del Banco di Napoli. Il nostro, però, rifiutò senza troppo pensare, asserendo che il suo impegno era dettato esclusivamente dall’amor patrio.

Qualche mese dopo, fondò insieme a Ricciardi, Nicotera ed altri, l’Associazione Unitaria Italiana, i cui fondamenti programmatici erano l’Unità nazionale e Roma capitale, da conseguire mediante l’azione rivoluzionaria e non quella diplomatica. Anche questo intento fallì miseramente e, addirittura, Giuseppe fu arrestato, ma dopo pochi giorni fu rimesso in libertà.

Il 27 gennaio 1861 Libertini venne eletto deputato al Parlamento nazionale per il collegio di Massafra. Si schierò con la sinistra, ma non prese mai parte attiva ai lavori, anche perché limitato da una leggera balbuzie. Nei primi anni successivi, Giuseppe riversò il suo interesse all’azione extraparlamentare.

Fu uno dei più abili ed efficaci organizzatori dell’impresa garibaldina di Aspromonte (agosto 1862), che, però, non sortì l’effetto sperato. Accettò il ruolo di intermediario nei rapporti segreti intercorsi nel 1863-64 fra Mazzini e Vittorio Emanuele II, in vista di una possibile azione per la liberazione del Veneto, ma anche questo impegno non conseguì alcun effetto positivo. Per questo motivo, Giuseppe rassegnò le dimissioni da deputato e si ritirò a Lecce insieme alla moglie Eugenia Basso.

Da quel momento abbandonò poco per volta la politica, interessandosi di fatti prettamente provinciali.

Nel 1864 fondò la loggia massonica “Mario Pagano” e ne diventò il Gran Maestro Venerabile. Da questo momento in poi s’impegnò con ogni energia a diffondere l’importanza della massoneria in Terra d’Otranto e riuscì a creare una rete articolata di logge massoniche, tanto che nella pubblicistica locale si cominciò a parlare, sempre più convintamente, di “Terzo partito” repubblicano, dopo quello liberale moderato e quello dei neri, filoborbonico e clericale.

A partire dal 1868 Libertini e i suoi incontrarono la durissima opposizione del prefetto Antonio Winspeare, inviato in provincia proprio per combattere il suo potere o quanto meno sminuirlo. Ma invano.

All’inizio degli anni settanta Libertini, un po’ malandato e svuotato d’ogni entusiasmo, soprattutto per la morte del suo caro Mazzini, si chiuse in se stesso e in un silenzio che lo accompagnò sino alla morte, che lo colse all’età di soli 51 anni. Tutti i leccesi si strinsero attorno alla sua bara in un corteo di migliaia di persone, a testimonianza dell’amore e della stima a lui riservata. Attestazioni che arrivarono non solo da parte di amici, ma anche di coloro che gli furono i rivali politici più accesi.

Oggi il grande risorgimentista è ricordato a Lecce con un monumento, eretto nella piazza a lui intitolata, sita alle spalle del castello Carlo V. Anche altri paesi salentini gli hanno dedicato strade e piazze.

La radice massonica da lui costituita e, soprattutto, fatta crescere e sviluppare oggi conta sul territorio varie diramazioni.

 

Devo molte di queste notizie al libro di Mario De Marco (discendente del Libertini per parte di madre) intitolato Giuseppe Libertini. Patriota e Fondatore delle Logge Massoniche in Terra d’Otranto/ Testi e Documenti (Lecce, Edizioni del Grifo, 2009, pp. 704)

 

Pubblicato su “Il filo di Aracne”

EPAMINONDA VALENTINO

Di origini napoletane ma gallipolino d’adozione

EPAMINONDA VALENTINO

di Rino Duma

Epaminonda Valentino è da considerare uno tra i più determinati e attivi perasonaggi del Risorgimento salentino. Epaminonda (chiamato Mino dai familiari e amici) nacque a Napoli il 3 aprile 1810 da Vito, consigliere d’Intendenza di Napoli e da Maria Cristina Chiarizia, i cui familiari parteciparono ai sommovimenti che precedettero la Repubblica Partenopea del 1799.

La famiglia Valentino si trasferì ben presto a Gallipoli per motivi di lavoro. Il padre Vito, essendo molto facoltoso, acquistò il palazzo Doxi-Stracca (oggi palazzo Fontana, in Via Micetti) e il casino di campagna Stracca, a poca distanza da Villa Picciotti (l’attuale Alezio).

Il ragazzo crebbe in una famiglia di spiccate idee liberali, cosicché, sin dall’infanzia, fu influenzato notevolmente nella sua formazione culturale e spirituale. Da giovane studente frequentò scuole tra le più famose del napoletano e del Salento, in cui insegnavano i migliori educatori, che contribuirono ancor di più a fortificargli l’idea repubblicana. Aveva in odio il sovrano Ferdinando I di Borbone, il quale, rimpossessatosi del Regno di Napoli, dopo il periodo di occupazione francese, si lasciò andare a una repressione spietata nei confronti dei liberali e, soprattutto, dei giacobini.

Sin da giovane, entrò a far parte dei movimenti settari napoletani, e, forse anche, si iscrisse alla setta carbonara gallipolina “L’Utica del Salento”, capeggiata dai fratelli Antonio e Gregorio de Pace. Questa setta, mitigata negli atteggiamenti politici, era antagonista di un’altra setta cittadina “L’Asilo dell’Onestà”, molto più attivista e intransigente, i cui aderenti si macchiarono di alcuni omicidi nei confronti di gallipolini “Calderari”, fedeli al sovrano.

Con ogni probabilità, frequentando la setta carbonica, ebbe la possibilità di conoscere Rosa de Pace, figlia di Gregorio e sorella della più famosa Antonietta, con la quale stabilì, sin dal 1830, un rapporto sentimentale segreto (Rosa aveva all’epoca solo quindici anni). Qualche anno dopo (1836) i due decisero di convivere, anche perché la sua compagna era rimasta incinta. Nel mese di settembre di quello stesso anno nacque il figlio Francesco, che morirà nell’estate del 1866, all’età di trent’anni, nella battaglia di Bezzecca, al seguito di Garibaldi, nella terza guerra d’indipendenza. Non essendo ancora sposati, al figlio fu assegnato momentaneamente il cognome di Onorati e solo dopo il loro matrimonio, avvenuto nel 1838, gli fu attribuito il cognome del padre. Nel 1841 nacque la secondogenita Laura.

A cavallo degli anni ’30 e ’40, la coppia risedette ora a Napoli ora a Gallipoli, per via dell’attività commerciale dell’uomo, ma soprattutto per la sua intensa attività politica.

Epaminonda tesseva le relazioni tra i repubblicani salentini e quelli napoletani, rischiando il più delle volte di essere arrestato dalla gendarmeria borbonica, perché in possesso di documenti molto compromettenti. Il giovane repubblicano si spostava in continuazione da Napoli verso le varie città salentine e da queste ritornava nella capitale per tenere vivi e costanti i contatti tra gli affiliati.

Ben presto s’iscrisse alla “Giovine Italia” napoletana e divenne personaggio di spicco, insieme al tarantino Nicola Mignogna, al leccese Giuseppe Libertini e ai concittadini Bonaventura Mazzarella, Francesco Patitari ed Emanuele Barba, tre eminenti personaggi gallipolini, insieme ai quali costituì una sezione cittadina legata al movimento mazziniano.

In questa importante opera di “tessitura politica” fu aiutato dalla cognata Antonietta de Pace, che salirà alla ribalta della cronaca per l’intraprendenza e il coraggio evidenziati durante la sommossa napoletana del 15 maggio 1848 sulle barricate di Via Toledo e in occasione del processo contro di lei intentato e dal quale si salvò grazie ad un verdetto “pari” dei giudici napoletani.

Epaminonda e Antonietta formarono un binomio importantissimo nella lotta antiborbonica, tanto che ogni operazione politica era vagliata dai due, prima della necessaria autorizzazione a procedere.

Per l’intensa attività politica, la polizia borbonica aveva incluso nella lista delle persone “attendibili” di Gallipoli Epaminonda, insieme a Stanislao de Pace (zio di Antonietta) e ai fratelli Francesco e Giuseppe Patitari.

Nonostante tutto, Epaminonda fu proposto, in alcune circostanze, come il più “desiderato” a occupare la carica di sindaco della città: una prima volta nell’agosto del 1838, una seconda nel luglio del 1842. In entrambi i casi il suo nominativo fu categoricamente scartato dall’Intendente cittadino.

Sebbene ci fosse stato il netto rifiuto dell’autorità borbonica, nell’agosto del 1844, il Decurionato di Gallipoli ripropose il suo nome alla prima carica cittadina. Il Valentino, convinto che l’Intendente avrebbe rifiutato ancora una volta la sua nomina, scrisse a costui un’ampia e dettagliata lettera, in cui esponeva le ragioni della rinuncia, addebitandole ai numerosi impegni di vita e alle sue non perfette condizioni di salute. L’Intendente inviò la lettera al Decurionato perché ne prendesse atto e presentasse, in sua vece, un altro nominativo. Il massimo collegio cittadino, riunitosi il 1 ottobre di quell’anno, invalidò le motivazioni addotte dal Valentino, sicché ripropose all’Intendente la sua candidatura, ma, ancora una volta, da questi fu rigettata. Anche nel 1845 Epaminonda ebbe un’ulteriore bocciatura in occasione del suo ingresso nel Consiglio Provinciale.

Nel 1848, subito dopo la concessione della tanto agognata Costituzione da parte di re Ferdinando II, Epaminonda, insieme ad Antonietta, Bonaventura, Emanuele, Giuseppe Libertini, Achille dell’Antoglietta, Luigi Settembrini e Nicola Mignogna, combatterono eroicamente sulle barricate a Napoli, dopo che re Ferdinando II s’era rifiutato di apportare alcune modifiche alla appena nata Costituzione. La guerriglia tra la Guardia Nazionale (a difesa dei Liberali) e la polizia borbonica fu impari. In poco meno di un’ora furono spazzate via le barricate a colpi di cannone e sulle strade rimasero i corpi esanimi di quasi mille rivoluzionari.

Dopo lunghe peripezie, i nostri gallipolini ritornarono nel Salento e costituirono un comitato d’azione in difesa della Costituzione, momentaneamente sospesa dal sovrano.

In tutta la Terra d’Otranto ci furono grandi manifestazioni di piazza che portarono alla destituzione delle autorità locali, nei confronti delle quali non fu però torto un solo capello. Fu armata sufficientemente la Guardia Nazionale che soppiantò la polizia borbonica, alla quale fu tolto ogni tipo di arma per neutralizzare una potenziale reazione.

Epaminonda e Bonaventura, insieme a Sigismondo Castromediano, costituirono a Lecce il Circolo Patriottico Provinciale, cui seguì la nascita, in quasi tutti i paesi del Salento, dei circoli patriottici cittadini. In pochi giorni l’intero Salento era pronto a reggere un eventuale urto delle forze borboniche che da Napoli si muovevano verso le terre in agitazione.

L’euforia era tanta ma la paura di essere attaccati dall’esercito borbonico cresceva in ogni salentino con il trascorrere dei giorni. La resistenza, che prima era compatta e determinata, ora iniziava a scricchiolare, soprattutto per le notizie che provenivano da Napoli attraverso la stampa. Un esercito di ventimila uomini (era di soli quattromila) e una flotta di navi da guerra muovevano verso la Calabria e la Puglia. I liberali moderati (erano in tanti) che facevano parte dei vari Circoli Patriottici decisero di rinunciare alla rischiosa impresa, anche perché erano stati sobillati dalle autorità borboniche esautorate. Epaminonda e Antonietta si recarono in diverse città salentine per mantenere alta la tensione e unita la resistenza. Ma ogni cosa fu inutile.

Dopo alcuni mesi il Salento ritornò nelle mani dei Borbone.

Epaminonda, Bonaventura, Sigismondo e tanti altri eroi della resistenza furono ricercati e alcuni incarcerati. Bonaventura fuggì a Corfù, Sigismondo fu arrestato non opponendo alcuna resistenza, Epaminonda si diede alla macchia.

Anche durante questo periodo il Valentino continuò nell’opera di riorganizzazione della resistenza. Purtroppo, tradito dall’Eletto di San Nicola, Giuseppe Rajmondo, fu scovato nella sua stessa casina di Stracca e arrestato.

L’arresto di Epaminonda fu dovuto al caso. Infatti, avvertito per tempo dell’imminente arrivo della polizia, l’uomo, alquanto grassottello e malato di cuore, non potendo fuggire a cavallo insieme ai suoi amici, fu calato attraverso una stretta botola in un granaio, al di sopra del quale fu sistemato un grosso lastrone. All’arrivo dei gendarmi, la moglie Rosa, fortemente preoccupata, volgeva lo sguardo in continuazione verso il granaio. Il tenente borbonico, accortosi dello sguardo fisso della donna in quella direzione, decise di togliere il lastrone. Solo in questo modo fu scoperto il nascondiglio dell’uomo.

Tradotto nelle carceri leccesi dell’Udienza, umide e scarsamente arieggiate, Epaminonda cominciò a sentirsi poco bene. Nonostante le suppliche dei familiari e del medico militare, l’uomo fu tradotto insieme a Sigismondo e ad altri liberali arrestati, in una zona del carcere ancora più fatiscente, dove non filtrava un solo raggio di luce. L’uomo si aggravò sempre più e la notte del 30 settembre 1849, dopo aver chiesto invano “datemi aria… aria!”, spirò tra le braccia di Sigismondo.

Si concluse in questo modo orrendo la bella vita di Epaminonda Valentino: uomo coraggioso, fiero, amante della libertà e “figlio del vento”, come ebbe a definirlo qualche giorno dopo l’avv. Antonio d’Andrea, durante l’omelia tenuta nella chiesa di Gallipoli.

Il corpo di Epaminonda fu sepolto nel cimitero di Lecce, dove, molti anni dopo, fu tumulato anche quello del figlio Francesco.

 

N.B. Articolo pubblicato su Il filo di Aracne, la cui direzione si ringrazia per averne autorizzato la riedizione.

Antonietta De Pace, patriota gallipolina

 

di Gino Schirosi

 

Gallipoli ha l’obbligo morale di celebrare con orgoglio, soprattutto oggi, la sua figlia più illustre: Antonietta De Pace. Una piccola donna, ma una grande eroina, una patriota mazziniana, fervente e intrepida rivoluzionaria, collaboratrice di Garibaldi e Pisacane, Poerio e Settembrini, Valentino, Libertini e Castromediano.

Singolare e indomita figura femminile che nella vicenda risorgimentale occupa un posto di primo piano, assieme con i grandi della patria, nell’universo storico e politico dell’800, un secolo difficile per le incomprensioni, le diffidenze e le ostilità. Notevole risulta la sua intensa attività politica contro le forze di polizia della potente dinastia borbonica.

La sua lotta è tesa solo ad affermare la propria ideologia, la propria fede politica in opposizione alle forme di governo retrive e repressive di ogni libertà. Propugna il senso di giustizia sociale, la propria avversione ad ogni tipo d’illegalità o sopraffazione a difesa di emarginati ed oppressi, dei più deboli della società. Il suo impegno civile, unicamente dedito a contribuire alla nascita dell’Unità nazionale e inteso a modificare il corso degli eventi, non conosce tentennamenti né compromessi, ma le cagiona, tra ostacoli e rischi, la detenzione nelle tristemente note galere borboniche, insieme con altri suoi compagni di lotta.

Una donna antesignana del femminismo moderno e protagonista del suo tempo nella periferia del regno, personaggio inflessibile e coraggioso, intrepido e indomito nell’affermare i suoi princìpi liberali e democratici, i suoi ideali romantici e risorgimentali di italianità. Partecipa in prima fila all’impresa garibaldina fino a festeggiare la liberazione di Napoli. Entra in città cavalcando insieme con Garibaldi attraverso via Medina in direzione della reggia.

Figura apparentemente leggendaria, ma vera e autentica, umana e poetica, modello di ben altro protagonismo che oggi è solo miraggio, ma che va additato ad esempio di forza morale e civica in un mondo, quello attuale, che ha snaturato ogni ideologia, ha smarrito o non conosce più i valori della storia patria e delle nostre radici.

Da tale testimonianza i nostri giovani dovrebbero dedurre una nobile lezione di vita, conoscere anzitutto i segreti che si celano nel sogno di questa gallipolina, una donna sulle barricate del nostro Risorgimento. Dalla sua città tuttora non è stata debitamente gratificata se non con l’intitolazione di una via. Forse non si è abbastanza compreso che, in qualche modo, anche

25 Aprile. Il contributo dei Salentini alla liberazione dell’Italia dal Nazifascismo

 

di Maurizio Nocera*

Ricorre quest’anno il 64° anniversario della promulgazione della Carta Costituzionale, entrata in vigore l’1 gennaio 1948. Si tratta di una data storica per il popolo italiano, che ancora una volta si vede costretto a dover lottare per difenderla da chi la vorrebbe stravolger  e deturpare. Per avere un’idea del periodo incredibile che stiamo vivendo, si pensi, ad esempio, all’ultima assurda proposta di un disegno di legge da parte di cinque dissennati parlamentari del partito di Berlusconi, che avrebbero voluto depennare la XII norma finale della Costituzione, che vieta la ricostituzione del disciolto partito fascista.

C’è chi crede che basti rivedere e cambiare qualche titolo ad un libro di storia oppure raccontare una favola in più nel tanto chiassoso, fastidioso, retorico e continuo apparire in pubblico, per stravolgere il significato di eventi storici così grandi e così alti nella coscienza civile degli italiani. Coloro che intendono stravolgere i significati profondi della nostra storia e i principi sacrosanti della Carta fondamentale dello Stato si sbagliano, perché la lotta di Liberazione e la Resistenza partigiana, condotte  con spirito di abnegazione da centinaia di migliaia di uomini e donne in ogni parte d’Italia, a volte fino all’olocausto della propria vita, sono tuttora valide,

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