Ricordi dei tempi di guerra. Gli sfollati del ‘43

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di Emilio Rubino

 

Col termine sfollati venivano indicati, durante la seconda guerra mondiale, i profughi, cioè tutti coloro che, per il verificarsi di eventi bellici, erano costretti ad abbandonare la propria casa o, addirittura, la propria patria per andare in luoghi lontani, risparmiati dalla furia della guerra. Si trattava di gente, di famiglie distrutte, senza ormai alcun bene, che, o volontariamente o d’autorità, erano costrette a trasferirsi altrove.

Dopo l’invasione anglo-americana del 1943, Nardò ospitò enormi masse di sfollati che furono collocate dalle autorità di occupazione nelle tantissime abitazioni requisite, sparse nel suo immenso feudo, in modo particolare ai Massarei, alle Cenate Vecchie e Nuove, a Mondonuovo, a Santa Maria al Bagno e a Santa Caterina. Si trattava prevalentemente di ebrei di varie nazionalità, come serbi, rumeni, polacchi, greci, ecc., sfuggiti alle persecuzioni dei nazifascisti. Rimasero nostri ospiti sino alla fine della guerra; dopodiché poterono tornare nei luoghi di origine o nella biblica terra promessa d’Israele, dove fu fondato il nuovo Stato. Furono decine di migliaia gli stranieri confinati nelle nostre terre, i quali si portarono dietro l’incubo e l’angoscia di aver perduto nella loro patria, oltre che i beni, anche molti dei loro congiunti.

I profughi erano assistiti dalle truppe inglesi, che si avvalevano anche di soldati di colore. Ovunque vi erano servizi comuni di vettovagliamento e di sussistenza. Per tale motivo abbondavano le cucine da campo, i carri-botte per la distribuzione di acqua potabile, i camion per il trasporto di pane, di indumenti e quanto altro necessario. Vi era un continuo via vai di mezzi motorizzati di ogni specie scortati dalle forze armate, che si incrociavano lungo le strade polverose delle nostre contrade. Insomma era stato costituito un immenso campo profughi.

Recarsi da Nardò verso la sua marina era tutto un susseguirsi di case, ville e villette situate in piccoli appezzamenti, quasi sempre circondate da parchi pieni di verde e, lungo le coste, agglomerati urbani e case sparse che si affacciano sull’azzurro dello Ionio. Contrade che ci sono state sempre care e che in quegli anni di guerra furono spesso rifugio di neritini per paura che Nardò fosse colpita dalle bombe o quant’altro.

Poi, con l’arrivo delle truppe di liberazione, dovemmo subire il peso delle decisioni del vincitore: evacuare ogni casa e metterla a disposizione degli stranieri travolti da quella guerra. Guerra che, in verità, anche noi italiani avevamo concorso a scatenare, andando a rompere le scatole (fosse stato solo quello!) proprio a quella gente che ora la faceva da padrone.

Per la verità dobbiamo pur dire che questa “invasione” fu molto salutare per tutti i neritini. La guerra ci aveva ridotti alla miseria e alla fame più nera, che neppure il contrabbando era capace di alleviare. Contrabbando che era alimentato, in particolare, da alcuni proprietari terrieri, i quali, in barba all’ammasso obbligatorio, nascondevano i sacchi di grano, di orzo, di avena, di legumi e i grossi recipienti di olio e di vino, addirittura murandoli in casa o in campagna, per poi venderne piccole quantità per volta a prezzi da strozzini al popolo affamato.

Mancava di tutto e quel poco che il mercato poteva offrire, come indumenti e generi di prima necessità, era sempre insufficiente. Il razionamento, poi, non garantiva neppure il minimo necessario. Ogni alimento o bene di prima necessità era razionato dalle autorità cittadine e, per poter usufruire della quota personale giornaliera di zucchero, olio, latte e pane si doveva esibire la tessera e disporsi in una fila interminabile sotto la pioggia o il sole cocente.

Di pane, ad esempio, ogni cittadino poteva avere 150 grammi al giorno. Era miseria vera, ancor di più acuita da un’insaziabile fame, una fame che cresceva maledettamente sempre di più e che era avvertita in particolar modo dai bambini e dagli anziani. Era una fame senza fine, alla quale non si poteva resistere. E noi, a piedi, come in una processione, andavamo a trovare gli sfollati, casa per casa, villa per villa, a chiedere di venderci del pane e tutto ciò che si poteva mangiare.

Quello che gli ebrei ci vendevano era il pane più buono e più profumato del mondo, un pane benedetto, che mangiavamo con gli occhi, prima ancora di addentarlo con la bocca; pezzi di pane grossi come ruote di traino, bianco come la neve, soffice come gommapiuma: era la manna che gli ebrei dopo millenni si erano portati dietro!

E poi scatolette di carne, legumi, riso, ecc., coperte per confezionare cappotti e stoffe per indumenti e vestiti. Ma tutto doveva esser fatto in poco tempo e con la massima attenzione, perché da un momento all’altro potevano piombare i Carabinieri, se non addirittura la Military Police inglese, per toglierti quello che era stato comprato, rischiando addirittura di finire in prigione, se si era recidivi.

In tali condizioni di estremo bisogno, guardavamo con ammirazione questi stranieri ed avevamo invidia del loro benessere, senza però comprendere il loro grande dramma.

Erano tempi d’oro per i contrabbandieri di ogni risma. C’erano non pochi neritini (quelli più furbi e senza alcuno scrupolo), che si erano messi al servizio degli inglesi o degli americani, accettando di ricoprire perfino lavori molto umili, come veri e propri sguatteri. In tal modo riuscivano, di riffa o di raffa, a ricavare un mucchio di soldi, a procacciarsi della cioccolata, scatolette di carne che distribuivano con parsimonia ad amici stretti e a parenti, ma che vendevano ad estranei a caro prezzo. Facevano anche essi gli stranieri: in pratica emulavano gli americani. E degli americani avevano i vestiti, copiavano il loro modo di fare, scimmiottandoli in tutto, anche nel linguaggio: “Okay… Come on… Tank you!”. Avrebbero potuto girare un film, alla stessa stregua di quello interpretato qualche anno dopo da Alberto Sordi, con una lieve differenza nel titolo “Americani a Nardò”.

Con le truppe di liberazione si fraternizzò immediatamente. D’altra parte il neritino è tutto cuore, assai fraterno ed amichevole, facile nelle relazioni umane.

Ed io, da ragazzino, ricordo che si stava bene anche con i soldati germanici, i primi stranieri che avevo conosciuto in vita mia. Insieme ai soldati tedeschi di sera cantavamo, seduti sul ponte di San Cosimo e nel buio più totale, la famosissima canzone Lily Marlen, al suono di una armonica.

Poi i tedeschi divennero nostri nemici e ci buttarono nelle camere a gas e nei forni crematori, mentre gli inglesi, che in precedenza ci avevano bombardato giorno e notte, diventarono nostri amici. Quanto sono buffi e strani gli uomini: prima si abbracciano e poi s’ammazzano!

Il comando generale degli inglesi era nella dimora più bella delle Cenate Nuove, la villa Lezzi, mentre come spiaggia frequentavano la baia di Porto Selvaggio. A Nardò-centro vi era un loro distaccamento nei pressi del Castello, ove ora c’è la sede “La Fondiaria”.

Ricordo un episodio molto caratteristico, che non dimenticherò mai. Un biondo e segaligno soldato inglese, che frequentava spesso il Cine-Teatro Comunale, era solito “familiarizzare” un po’ troppo con i ragazzi, verso i quali… allungava le mani, ricevendone ingiurie e improperi. Una sera, però, andarono oltre, rompendogli addosso una sedia.

Anche con gli sfollati, accomunati nella stessa grande tragedia della guerra, ci fu subito fraternizzazione, tant’è che alcuni giovani ebrei ebbero a frequentare le scuole pubbliche della nostra Città.

Poi, quando finalmente il conflitto bellico ebbe termine, i profughi tornarono nelle loro rispettive patrie.

Una cosa è certa. Ancor oggi noi ricordiamo il loro volto, anche se un po’ vago e sfumato. Anche essi, nonostante l’incedere dei tempi, non avranno sicuramente dimenticato quell’antica ospitalità, quella solidarietà ed amore, che concedemmo loro a piene mani.

Si sa che l’amore è presente soltanto nella casa dei poveri. Oggi forse avremmo senz’altro familiarizzato con loro, ma non più di tanto.

 

Pubblicato su Il filo di Aracne

Morirà prima lui o prima lei?

la lavandaia, di Camille Pissarro
la lavandaia, di Camille Pissarro

Non si dice, ma si pensa

Morirà prima lui o prima lei?

 

di Emilio Rubino

Anche oggi, così come nei tempi andati, è presente nella mente di ogni marito e moglie il desiderio di sapere chi dei due morrà per primo. Il marito o la moglie?

Alla lunga questo tarlo diventa un vero dramma, perché nessuno dei due è disposto a morire prima dell’altro, neanche nel matrimonio tutto zucchero e miele. Ognuno vuole sempre trapassare dopo di lei o di lui; ognuno desidera ardentemente allungare i propri giorni, ritardare il più possibile l’ultimo istante della propria vita.

E allora, come si fa a conoscere il futuro, se cioè morrà prima lui o prima lei?

È un vero mistero che in ogni tempo e luogo ha assillato e assilla la mente umana. Per questo motivo, la fertile fantasia umana ha escogitato da sempre numerosi sistemi per dare delle risposte plausibili all’inquietante enigma. Addirittura, è stato inventato un procedimento per ogni singola coppia di sposi (si ritiene che sia assolutamente infallibile). In pratica, si tratta di uno stratagemma “ad personam”.

Vediamo un po’ in cosa consiste.

Intanto il sistema è denominato la “Regola del nove”. Come prima cosa, si prendono i nomi (ma non anche i cognomi) dei due coniugi (badate, tutti i nomi anagrafici, anche se sono più di due). Non si prende in considerazione il diminutivo del nome, bensì il nome di battesimo. Ad esempio, se un uomo si chiama Pippi oppure Gigetto, è necessario considerare i loro nomi di derivazione, che sono rispettivamente Giuseppe e Luigi. Stessa cosa, ovviamente, vale per le mogli. Procediamo. Si sommano le lettere di tutti i nomi di entrambi i coniugi. Ad esempio, se i coniugi si chiamano Federico e Margherita, si ha un totale di 18 lettere (8 di Federico + 10 di Margherita). Dalla somma ottenuta, si sottrae il numero fisso 9, oppure un suo multiplo (come nel nostro caso). Se, invece, il totale delle lettere dei loro nomi non dovesse superare il numero 9 (ad esempio con i nomi Ugo ed Eva), si utilizza il sottomultiplo di 9, cioè 3, e lo si toglie dalla somma quante più volte è possibile.

Se il resto ottenuto è un numero pari oppure zero, significa che morrà prima la moglie, se, invece, il resto è un numero dispari, toccherà naturalmente al marito.

Tutto qui? Esatto, tutto qui! È troppo facile, vero?

Se qualcuno di voi, amici lettori, dopo aver applicato la “regola del 9”, si accorgerà che spetta a lui congedarsi dalla moglie e dal mondo, non dovrà prendersela con i propri genitori per non aver avuto un nome con una lettera in più o una in meno, ma, semmai, con il destino. Sì, proprio con il destino. Perché, a voler ragionare sino in fondo, è stato il destino a farlo incontrare con una donna con un nome a lui sfavorevole e viceversa. Magari, bisogna prendersela con se stessi, per non essere stati molto oculati nel momento della scelta del proprio partner. In passato molte persone non si sono azzardate a sposarsi, perché dall’esito della “regola del nove”, è emerso un esito a loro fatale.

Questo sistema è in pratica un “oracolo della Sibilla cumana” applicato ai coniugi.

Domanda. Come si sarebbe dovuta comportare una persona se fosse venuta a conoscenza della “regola” solo a matrimonio avvenuto ed avesse appreso dell’esito a lui o a lei sfavorevole?

La risposta è: niente! Ormai il destino è segnato!

Qualche intelligentone avrà senz’altro pensato che divorziando dal coniuge si potrebbe porre rimedio al problema e, magari in seguito, sposarsi con chi gli avrebbe garantito di morire dopo.

E no!… La “regola” è inflessibile con chiunque e, colui o colei, che si azzarda ad infrangerla, viene castigato ad una morte anticipata rispetto all’altro coniuge, con l’aggiunta che il “furbetto” spenderebbe un sacco di soldi per il divorzio, senza ottenere alcun vantaggio. Come dire: oltre alla beffa anche il danno! Perciò, la “regola del nove” non vale per gli sposati in seconde nozze.

Con questo breve scritto, non vorremmo aver messo la classica pulce nell’orecchio a voi lettori, molti dei quali – siamo convinti – appena finito di leggere l’ultimo rigo di questo articolo, si metteranno a far di conto sommando le lettere del proprio nome con quello del coniuge.

Attenti, però, perché se le sorti vi saranno sfavorevoli, non prendetevela con noi, ma con il fato. Ma se saranno a voi benigne, premiate questa rivista sottoscrivendo un abbonamento annuale!!!

Ora, prima di chiudere il pezzo, vogliamo parlarvi di una caso realmente accaduto a Nardò nel secolo scorso.

Una vecchia casalinga, appena conosciuto il sistema del “nove”, provvide immediatamente ad applicare la regola. I nomi erano tanti da addizionare, per cui doveva ricorrere ad applicare il “multiplo”, ma si trovò subito in grande difficoltà, poiché non ne conosceva il significato. Estremamente imbarazzata, telefonò ad un’amica per chiedere lumi, ma costei, presa alla sprovvista, rispose assai dispiaciuta che non sapeva darle una sicura spiegazione.

“Cce ssàcciu, cummare mia. Iò no’ sso’ ‘na professoressa o ‘na medichessa. Me pare, però, ca lu multiplu gghete ‘na mìticina. Perciò, vane a lla farmacia e fatti spiecare de lu duttore”.

L’anziana, desiderosa di conoscere il significato di questo benedetto “multiplo”, decise di seguire il consiglio dell’amica.

Arrivata in farmacia, la donna notò che il titolare era impegnato con un’altra cliente. Dovendo fare in fretta, chiese delucidazioni a Miminu, un inserviente suo amico, il quale, ovviamente, le rispose che non aveva mai sentito parlare di simili medicinali.

“Lu Multiplu?!?… No’ ll’àggiu mai ‘ntesa ‘sta miticina!”.

Giunta a casa, la donna raccontò ogni cosa al marito, il quale, sapendo di che pasta fosse la moglie e volendo prenderla in giro, fece finta di contare e ricontare le lettere dei loro nomi e di sottrarre quante più volte era possibile il “nove”. La moglie, intanto, seguiva con molta trepidazione l’andamento della conta. Ma ecco che, dopo un buon minuto di conteggi e riconteggi, finalmente il marito pronunciò, con voce sommessa, il verdetto.

“Mi tispiace, Ninuzza mia, ma tocca a te!”.

La donna, come è logico pensare, scoppiò in un pianto inarrestabile.

Ci pensò il marito a farla riavere.

“Cce hai capitu, Ninuzza!… Tocca a te cu mmi puerti li fiuri a llu campusantu!”.

La donna smise subito di piangere ed un sorriso radioso le inondò il volto.

A voler chiudere definitivamente la pratica, vi dirò che, purtroppo, fu lei a lasciare questo mondo per prima.

 

La ruota degli Esposti

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Il fenomeno era largamente diffuso anche nel Salento

 La ruota degli Esposti

Oggi i neonati ‘indesiderati’ sono abbandonati per strada o, buon per loro, in ospedale

 

di Emilio Rubino

 

Il bambino trovatello, o semplicemente esposto, era per sua sventura un bambino ‘non gradito’, nato dalla relazione di due amanti al di fuori del matrimonio. La gravidanza eraquanto piùpossibile nascostadalla futura madre per non essere umiliata e, a volte, picchiata dai familiari e, peggio ancora, per non essere ‘svergognata’ dai paesani. Per tale motivo la donna, che incautamente era rimasta in cinta, ricorreva ad ogni mezzo per apparire agli occhi di tutti una donna ‘normale’. Soprattutto negli ultimi mesi, quando la gravidanza era molto evidente, la futura madre trovava mille scuse per non apparire in pubblico. La donna preferiva rimanere in casa, appartandosi in una stanzetta per ultimare un lavoro di ricamooppure facendo credere di non sentirsi bene, piuttosto che recarsi in chiesa ad assistere alla santa Messa domenicale o partecipare alla passeggiata pomeridiana per le vie cittadine e correre il rischio di essere ‘scoperta’.

Altre donne, invece, fasciavano con molta aderenza l’addome per diminuirne il volume e, nel contempo, indossavano abiti alquanto larghi e vaporosi. A volte la donna arrivava alla fine della gravidanza senza essere stata scoperta e, dopo aver partorito in un luogo sicuro, magari aiutata da un’amica confidente, avvolgeva in un fagotto la piccola creatura e l’affidava alla “ruota degli esposti” nel più vicino convento di suore.In quei frangenti la donna avvertiva emozioni diametralmente opposte: da un lato si disfaceva definitivamente della prova ‘evidente’ del peccato, dall’altro consegnava alla bontà delle suore quel corpicino tenuto in grembo per tanti mesi e che aveva protetto gelosamente.

In alcuni casi, il neonato era affidato al padre naturale, che poi lo deponeva nella ruota. Si ricorreva a questo espediente per due motivi ben precisi. Innanzitutto per non creare alla madre un forte dolore nel momento del distacco; in secondo luogo, per non esporla ad eventuali rischi di essere riconosciuta.

L’abbandono dei neonati è comunque un fenomeno che si perde nella notte dei tempi.

Anticamente abbandonare i figli indesiderati era un vezzo molto comune presso tutte le popolazioni. Gli Ebrei, ad esempio, consideravano legale l’abbandono o la vendita di figli illegittimi, ma ne vietavano l’uccisione, mentre i Greci consentivano l’uccisione ed anche l’abbandono. Nell’Antica Roma l’abbandono dei neonati si attestava intorno al30%, mentre nella Grecia antica la percentuale scendeva al 10%.Ergo, le romane erano donne a cui piaceva molto l’arte fedifraga in amore.

A quell’epoca il trovatello eraaffidato ad una balia, che, dopo averlo cresciuto ed iniziato al lavoro, lo vendeva ad un mercante di schiavi.

Nel Medioevo tale fenomeno diminuì di colpo per effetto delle rigide regole morali imposte dalla religione cristiana, ma riprese vigore a partire dal 1600.

Nell’Ottocento si ebbe il culmine dei neonati abbandonati ed affidati alla ruota degli esposti. Pare che, in modo particolare in Piemonte e Lombardia, il fenomeno raggiungesseproporzioni consistenti. Addirittura, a Milano un neonato su treera depositato nella ruota degli esposti.

Proprio perché l’andazzo era molto diffuso in tutt’Italia, fu deciso di dotare ogni paese di un luogo sicuro dove abbandonare i neonati ‘indesiderati’. Fu legalizzata la ruota degli esposti, che era collocata nelle vicinanze di una chiesa o di un convento. Il corpicino del neonato veniva appoggiato su un piano in legno che era fatto ruotare intorno per 180%, in modo che entrasse nell’interno della chiesa o del convento. Durante la rotazione, un congegno metteva in movimento una campanella, al cui suono le suoresi precipitavano a prelevare il trovatello.

La ruota era considerata, specialmente dalle famiglie povere, come un dono assistenziale di Dio.

Ora esaminiamo in che modo le suore accoglievano e crescevano gli esposti.

Ovviamente le religiose non potevano allattare i neonati che, pertanto, erano affidati ad una donna, la quale provvedeva a nutrirli e a svezzarli dietro un misero compenso, a volte consistente in indulgenze e modestissimi sussidi.

Nel Salento, la nutrice era chiamata la“rutara”. All’età di cinque-sei anni,i fanciulli erano trasferiti in brefotrofi, dove le condizioni igienico-sanitarie non erano buone, anzi, proprio in questi luoghi si verificava un’alta mortalità di bambini. Da adolescenti, infine, erano affidati a famiglie di contadini, operai o artigiani, che, avendo bisogno di manodopera, ne facevano espressa richiesta.

I cognomi generalmente assegnati agli esposti erano diversi, ma tutti con la particolare connotazione di “buon auspicio”.

Nell’Italia settentrionale i cognomi più diffusi erano: Fortunati, Sereni, Clementi, Diotaiuti, Diotallevi ecc.

Nell’Italia centrale: Innocenti, Degl’Innocenti, Benvenuti, Proietti, ecc. Quest’ultimo cognome deriva chiaramente dal verbo latino “proicio”, il cui participio passato “proiectum”significa mandato fuori, espulso.

Nell’Italia meridionale, Esposito, Onorati, Servodio, Deodato, ecc.

Nei primi anni del ‘900, il fenomeno era ancora ricorrentenel Salento, tanto che l’amministrazione comunale delle varie città provvedeva ad erogare dei contributi alle rutareper la singolare ed importante attività sociale svolta. Anche se tra queste “sante donne” e le amministrazioni comunali non c’era un vero rapporto di pubblico impiego o di subordinazione, il Sindaco era tenuto moralmente ad elargire un contributo. A volte larutara riceveva, oltre ai sussidi comunali, anche dei consistenti donatividi ignota origine, elargiti,evidentemente,da parte della genitrice che, pentitasi di aver abbandonato il proprio figlio, le faceva un dono.

Ci chiediamo perché avvenissero episodi del genere. Secondo alcuni studiosi tutto dipendeva dallo stato d’animo della donna che, per non essere segnata dalla società come donna di facili costumi e rifiutata dalla famiglia per il gesto disonorevole, si lasciava andare all’estremo atto dell’abbandono. Oltretutto nei casi in cui il figlio fossemantenuto nell’ambito familiare nei suoi confronti erano coniati degli epiteti infamanti che lo accompagnavano per tutta la vita. Il trovatello eraregistrato negli atti pubblici comunali con la dicitura“figlio dipadre ignoto” o anche “figlio di N.N.” (Nomen Nescio, cioè “non conosco il nome”), e di conseguenza, a volerci esprimere con termini romaneschi, era deriso come “figlio de ‘na mignotta”. Il termine Mignotta, a sua volta, deriva dall’unione di due altre parole: Mater e Ignota. Poi la “M” fu appuntata ed aggiunta ad “ignota”. E così venne fuori “M.ignota” e poi “Mignotta”.

Fu proprio per questo motivo che un tempo le madri preferivano abbandonare il figliolo alla ruota degli esposti o, addirittura, ammazzarli perché non se ne parlasse più di loro e perché non fossero scherniti per un’intera vita.

Non ci resta che domandarci, alla maniera di Trilussa, se tale madre avesse avuto qualche volta un pizzico di rimorso.

“E io – disse la tigre – ciò er core

Che lui (l’uomo) me paragoni e me confonna

Er core mio cor core de la donna

Ch’ammazza erfijo pe’ sarvà l’onore!

So’ una tigre, è verissimo, ma io

Nu n’assassino mica er sangue mio”.

Oggi, purtroppo, nonostante le migliorate condizioni economiche e le mutate regole di vita, il fenomeno dell’abbandono non è scomparso del tutto.

Gli ambasciatori dell’amore

 

Da "Il mio Sud"
Da “Il mio Sud”

di Emilio Rubino

I menestrelli sono stati nel medioevo i primi ambasciatori d’amore, esibendosi sotto la finestra della “corteggiata” con musiche e canti melodiosi e struggenti.

Ma cosa succedeva nella nostra Nardò negli ultimi due secoli?

In tema d’amore, i “messaggeri” o gli “ambasciatori” (da non confondere con i “traminzani”, con coloro, cioè, che s’interessano di combinare fidanzamenti o matrimoni), assumono un ruolo di primaria importanza, sicché nel solco della tradizione erotico-folklorisitca della nostra gente si è venuto a creare un vero sostrato culturale sinora tramandatoci solo oralmente dai tempi antichi sino ai nostri giorni.

Gli ambasciatori dell’amore sono tanti e tanti, quanti la fantasia dei cuori innamorati ne abbia potuto immaginare attraverso i secoli passati. Gli è perché quel dolce sentimento che tutti chiamiamo “amore”, quand’è sincero, quand’è vero, vive di palpiti, di ansie e di timori, soprattutto al suo nascere. Il vero innamorato è, perciò, timido in partenza, perché non sa se il suo amore verrà corrisposto, se il suo sogno potrà divenire realtà. La persona innamorata, il cui cuore sogna, soffre, piange, trema e si strugge, si è sempre affidata ad un “messaggero” per far giungere all’essere amato i suoi richiami d’amore.

Anche in un contesto sociale poco raffinato o addirittura rozzo, come quello popolare, l’uomo che ama è riuscito sempre ad ingentilire i propri richiami e messaggi d’amore, scegliendo pensieri e sospiri teneri, languidi, sensibili. Si è servito, allora, delle immagini e delle entità più belle, come il vento, le onde del mare, il sole, le stelle, una rondine e quant’altro potesse servirgli per esternare i propri sentimenti.

Sentite che passionalità, che dolcezza e squisitezza ma anche che inventiva di pensiero sono presenti nel canto d’amore di un giovane spasimante!

Sole, quandu ti parti cu tti ndi vai,

salutame la beddhra mia addhò la truei

e ci gh’è notte e no’ la troverai,

sole, ti poggi sulla casa sua.

L’innamorato, poiché crede che la sua amata abbia bisogno d’amore e di calore, invoca il sole e lo prega di fermarsi sulla sua casa per trasmetterle, tramite i caldi raggi, i fremiti ardenti del suo cuore.

Tutto ciò a dimostrazione che, nel passato, l’amore, specialmente nell’ambiente popolare, era spesso considerato irraggiungibile, se non addirittura impossibile; proprio per questo l’innamorato, nella sua povertà materiale ma anche nella sua grandezza spirituale, pensava che, servendosi dei vari elementi della natura, potesse conquistare la sua desiderata. Ci sono canti d’amore, che pur conservando una semplicità primitiva nella loro fattura, presentano un contenuto di sublime e, forse, impareggiabile sentimentalità.

Nel lontano passato, quando ancora i mezzi di comunicazione erano molto limitati e non si poteva disporre del telefono o, meglio ancora, del cellulare, quando ancora imperversava sovrano l’analfabetismo e quindi non si potevano neanche scrivere semplici lettere d’amore, l’innamorato doveva affidarsi esclusivamente alla sua immaginazione e creatività, il più delle volte impensabili e suggestive.

Beh!… sentite con quale sentimentalità e con quanta commozione un innamorato si serve delle stelle per inviare alla sua bella amata alcune dolci parole.

Oh, steddhe, steddhe ca luciti ‘n celu,

catiti a una una e chianu chianu,

sobbra ‘lli musi ti la beddhra mia,

purtàtile li ‘asi ti la bocca mia,

tutti li ‘asi ca nu’ lli pozzu tare.

Vi era chi, seduto su uno scoglio solitario, si accontentava di lamentarsi malinconicamente in un modo molto originale.

Cu lli undi ti lu mare

‘ulia tti mandu

totte li pene ti lu core mia

cu bèsciu ci capisci ca ndi mueru

cu bèsciu ci capisci lu bene mia.

Naturalmente, sono sempre immagini care e struggenti quelle che costruisce la fantasia dell’innamorato, come quella di affidare ad una rondinella un messaggio d’amore per la sua amata. Messaggio che è scritto con una penna asportata alla stessa rondinella e conservato sotto una sua ala per non rovinarsi.

Oh, lindineddha ci spacchi lu mare

‘ieni quantu ti ticu ‘na palora,

quantu tti tiru ‘na penna ti l’ale

pi’ scrivere ‘na lettra allu mia amore.

La puerti bella bella sotta ‘ll’ale

cu no’ ssi cuasta ddhru scrittu d’amore,

e quandu ‘rrivi addhà no’ lli la tare

ci no’ tti mòscia l’arma e lu sua core.

Topu musciatu l’arma e poi lu core

questa è la lettra ci bene li ‘ole.

Tille cu ssi la ponga ‘n capitale,

cu ssi la legga quante fiate ‘ole.

Qualche altra volta la fantasia dell’innamorato raggiunge vette meno alte, anche se poi, in verità, non viene meno l’afflato poetico, come quando si affidano le speranze del cuore addirittura ad una…

Pòlice, biatu te, quantu pussieti,

quante pussibilità pussieterai,

ca sobbra la beddhra mia faci cce bbuei:

muèzzichi, suchi e nno’ tti binchi mai.

Ti preu, pi’ ll’anima ti li muerti tua,

cu mmi puerti ‘na fiata quandi vai.

Ma ti ‘na cosa sola mi tispiace:

quantu è crudele la morte ca tu faci!

E così, in una civiltà contadina, povera di mezzi e di cultura, anche una piccola pulce diventa, nell’immaginario dell’innamorato, un parassita utile, in quanto considerato un messaggero d’amore, anche se poi – e dispiace tanto – fa quasi sempre una brutta e misera fine.

Oggi, purtroppo, tutto è cambiato in peggio: quella grande sentimentalità d’un tempo ha lasciato via via il posto ad una materialità di “amorosi sensi”, che non fa più sussultare il cuore ma “infiamma” soltanto gli impulsi focosi della sessualità. Troppo poco per parlare di… amore.

 

Pubblicato su Il filo di Aracne

La “Spina” del vescovo

Una torbida vicenda neritina di tanti secoli fa

LA “SPINA” DEL VESCOVO

Anche nei periodi più bui, la giustizia, seppure tra tanti stenti, ha fatto il suo corso

 

di Emilio Rubino

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Qualche volta, quando l’animo umano è tormentato da una forte emozione o dal dolore per una spiacevole traversia, si usa dire che quell’evento “ci ha punto il cuore”.

Cos’è che può provocarci una sensazione così intensa, se non una “spina”?

Di spine ci sono tante, tutte pungenti, tutte dolorose e mai piacevoli.

Ci sono “spine incarnite”, che, in alcuni casi, sono difficili da estrarre, perché penetrate troppo in fondo; ci sono “spine velenose”, che, oltre a provocare un forte dolore, possono, se non estratte immediatamente, determinare una necrosi della parte interessata; ci sono, inoltre, “spine di riccio o di rosa”, e, a voler essere un po’ spiritosi, “spine… elettriche”, anche se, considerato il tempo in cui si svolgono i fatti che stiamo per raccontare, non ve ne erano.

Per non arrovellare più di tanto il cervello dei nostri incuriositi lettori, dobbiamo puntualizzare che la “spina”, di cui stiamo per parlare, è tutta particolare: è una “spina” dolce, una “spina” che, nel lontano XVI secolo, fece girar la testa al vescovo di Nardò, Giacomo Antonio Acquaviva, figlio del turpe e cattivo Signore della città, chiamato spregevolmente dal popolino con l’appellativo di “Guercio di Puglia”.

Giacomo Antonio Acquaviva non era un sacerdote, eppure ne fu investito. Tanto ottenne per potenza di casta, da indurre il Pontefice, Papa Leone X a elevarlo al soglio vescovile di Nardò il 25 febbraio 1521.

Insediatosi nel sontuoso palazzo adiacente alla Cattedrale, il nuovo vescovo si circondò di un nugolo di giovani fedeli. Tutti si amavano come se fossero “Fratelli di Cristo” ma, in quel palazzo, chi si atteggiava a vero Cristo era soltanto lui, il Vescovo, giovane fra giovani, pieno di vitalità, aitante e bello come nostro Signore Gesù.

Nelle segrete stanze di quel palazzo una Spina… punse il giovane Vescovo, ma non fu una spina che provocava dolore, bensì una spina dolce, bella, piacevole, cara e affettuosa, che fece impazzire il vescovo Acquaviva tanto intensamente da farlo suo, per sempre.

Il lettore non si scandalizzi più di tanto. Quella era l’epoca in cui gli “strappi alle regole” erano all’ordine del giorno e che, in un certo qual modo, potevano essere anche tollerati. Di storie di preti e di prelati, che abbandonavano la giovanile vocazione per la Santa Madre Chiesa e si rifugiavano tra le calde braccia di qualche “pia donna” in estasi, ve ne erano a “buzzeffe”, come si usava dire a quel tempo.

Vi è una lunga serie di storie boccaccesche accadute nella nostra beneamata Italia. Sarebbe quasi impossibile enumerarle: forse non basterebbero le pagine di un corposo quaderno. Perciò, limitiamoci a richiamare qualche avventura galante accaduta a Nardò. Qui, di certo, non mancarono “piccanti fatterelli”, anche di una certa importanza, che fecero assurgere, ai… disonori della cronaca, la nostra sonnacchiosa città.

Fu una “torbida tresca” quella stabilitasi tra un ecclesiastico neritino e un’avvenente fanciulla, e, ancora più sporca, fu quella di un giovane sacerdote, che, in barba al voto di castità e al giuramento di fedeltà a Dio e alla Chiesa, si “fidanzò” ufficialmente con una ragazza gallipolina. La storia d’amore tra i due “innocenti fidanzati” fu breve e finì malamente con pugni e calci nel sedere del giovane prete, allorquando i fratelli della ragazza, venuti a Nardò per le usuali informazioni sul fidanzato della sorella, appresero dalla gente che il futuro cognato, più di un “buon giovane”, era un… “buon sacerdote”.

Ma torniamo alla… Spina del nostro vescovo. Come narrano le cronache del tempo e don Emilio Mazzarella ne “La Sede Vescovile di Nardò”, Giacomo Antonio Acquaviva non fu l’unico prelato nella sua famiglia. Altri suoi fratelli furono in seguito “ordinati” vescovi: esattamente Giovanni Battista a Nardò e Giovanni Antonio a Lecce e poi ad Alessano. Evidentemente quella degli Acquaviva doveva essere famiglia molto pia, pura e predisposta al voto di… castità. Sembrava per davvero una “sacra famiglia”.

Il nostro Giacomo Antonio fu nominato vescovo a seguito della (misteriosa) rinuncia del vescovo in carica, e resse la diocesi neritina per ben undici anni sino al 1532, quando, all’improvviso, fu punto dalla… Spina.

Chi fosse costei e come nacque e si sviluppò la strana “love story”, non lo sappiamo, anche perché nulla di scritto ci è stato tramandato. Tutto è stato “trascinato” di bocca in bocca, attraverso cinque secoli, sino ad arrivare intatto e incorrotto alle nostre orecchie.

Figlio di Belisario Acquaviva, umanista ma truce tiranno, come la gran parte dei suoi antecessori e successori, una volta appresa la tresca del figlio-vescovo, ordinò che nulla trapelasse in giro e che tutto si fermasse nell’interno della famiglia. Chiunque avesse osato divulgare, anche tra i più intimi conoscenti, un minimo di quella brutta storia, avrebbe pagato con la vita.

Ed intanto il nostro Giacomo Antonio continuava nella sfacciata e peccaminosa vita tra le ovattate e tranquille stanze dell’Episcopio con la sua dolce Spina, che, guarda guarda si chiamava Giovanna Spina, donna splendida e avvenente.

Però, nonostante gli inflessibili ordini del duca Belisario, nei salotti neritini e tra il volgo non potevano non diffondersi le sconcertanti notizie, solo che erano sussurrate ai conoscenti fidati, dopo aver dato un attento sguardo tutt’intorno per essere sicuri di non essere ascoltati e visti.

La storia tra i due era troppo affascinante da tenerla nascosta: rappresentava un vero e proprio gossip, come quello che si protrae oggi tra uomini illustri e… tante belle ragazze. Per tale ragione, prima con qualche incertezza, e poi sempre più velocemente la notizia dilagò in ogni parte del feudo, sollevando ben presto un grosso vespaio.

La “love story” tra il prelato e la bella Giovanna Spina s’era diffusa a macchia d’olio nell’intero Salento, cosicché le autorità, sia ecclesiastiche sia politiche, non poterono non intervenire.

La rabbia del duca Belisario era tanta e tale da indurlo persino a negare il saluto all’ingeneroso e imprudente figlio. La storia finì di fronte alla Reale Corte che, per non emettere provvedimenti drastici nei confronti dell’infedele vescovo, consigliò il padre a convincerlo alla rinuncia del prestigioso incarico ecclesiastico. Per non perdere l’amore per la sua Giovanna, che intanto continuava a pungere come non mai, Giacomo Antonio preferì abbandonare l’abito vescovile.

Sebbene fosse intervenuta la forzata rinuncia, lo bocche pettegole e lo scandalo andarono via via montando, come le onde in un mare sempre più infuriato. Per tale motivo i due amanti furono costretti ad abbandonare Nardò e a rifugiarsi a Napoli, dove, Giacomo Antonio morì dopo qualche anno, lasciando la diletta e giovane moglie sola, senza figli e in compagnia dei dolci ricordi legati alle insonni e piccanti notti d’amore.

Tutto ciò, però, non impedì al duca Belisario di far nominare, appena quattro anni dopo, suo figlio Giovanni Battista, di appena ventisette anni di età, alla prestigiosa poltrona di vescovo di Nardò. La cerimonia fu tenuta solennemente nella Cattedrale 22 maggio 1536. Anche in questo caso la nuova ordinazione avvenne a seguito della rinuncia (misteriosa) del vescovo in carica. Sulla scorta dell’esempio fraterno, Giovanni Battista si guardò bene dal tradire i sacramenti e il giuramento di castità. In pratica, condusse una vera e castigata vita da… vescovo.

Ancora una volta la giustizia aveva trionfato, seppure tra tante forzature!

Racconti. L’allegra famigliola

asino

di Emilio Rubino

 

Antonio, un buon padre di famiglia, tutto casa e lavoro, una mattina, approfittando della splendida giornata, decise di portare in campagna anche il figliolo, di appena sei anni, e l’avvenente moglie, oltre che l’asina.

Per educazione ricevuta e per gentilezza d’animo, Antonio fece accomodare la moglie in groppa all’asina, mentre lui e suo figlio procedettero a piedi. Per arrivare nel loro piccolo podere, situato al di là della città, dovevano attraversare tutta Nardò. Tutto ciò faceva immenso piacere all’uomo, poiché avrebbe messo in mostra le bellezze corporali della moglie.

Messisi in cammino, dopo pochi metri un gruppetto di persone commentò il simpatico quadretto familiare.

Ecco la madama!… il povero marito, vecchio e zoppo com’è, procede a piedi insieme a quella piccola creatura, mentre lei… lei, la madama, se ne sta in groppa all’asina!” – sentenziò uno di loro.

Forse hanno ragione, Carmelina…” – rispose il marito, dondolando la testa – “…Sarebbe opportuno che sull’asina salissi io”.

Così fu fatto.

Svoltando l’angolo di una strada il povero Antonio fu investito dalle dure parole di un contadino, fermo sull’uscio di casa.

Che vergogna!…” – disse quello – “…Moglie e figlio a piedi, mentre lui comodamente sull’asina!”.

Ha ragione… ha ragione!….” – pensò il marito, che scese immediatamente dall’asina, facendo montare in groppa il figlio – “…Ora nessuno avrà da dire nulla!”.

Ma le cose non stavano affatto bene.

Più in là, i tre notarono un altro gruppo di uomini, intenti a parlottare tra loro.

Che figlio ingrato!…” – dissero tutti all’unisono – “…I poveri genitori a piedi, mentre lui se la gode sull’asina!”.

Non ci avevo pensato!…” – ribatté il povero Antonio – “…Saliamo noi in groppa all’asina e Domenico ci segue a piedi”.

Dopo appena cento metri, la famigliola s’imbatté in gruppo di allegre comari.

Guardate… guardate che spettacolo indegno!…” – disse una di loro – “…Quel povero fanciullo lasciato a piedi mentre loro due in groppa all’asina!… E’ una vera indecenza!”.

Senti, Antonio, facciamo salire anche Domenico!…” – consigliò giustamente Carmelina – “…In questo modo nessuno avrà di che lagnarsi”.

Giusto, dici bene, moglie mia!” – assentì Antonio.

E così fu fatto.

Arrivati in piazza, i tre furono subito investiti da diversi rimproveri e scherni da parte delle tante persone presenti.

Che gran farabutti quei tre!…” – si sentiva dire da più parti – “…Povera bestia, che faticaccia!… Sebbene sia magra e vecchia, deve sopportare il peso di quei tre poltroni!”.

Siete senza cuore!” – urlò un altro, all’indirizzo dei tre.

Chiamiamo i carabinieri, non è possibile assistere a una sconcezza del genere!” – prospettò un altro.

Sì, chiamiamo i carabinieri, in modo che facciano una contravvenzione per eccessivo sfruttamento di animale!”.

O Madonna santissima!…” – esclamò Antonio, stanco ormai di ricevere predicozzi da più persone – “…Forse la migliore soluzione è quella di procedere tutti e tre a piedi. In effetti, l’asina è vecchia e, se continuiamo a starci in groppa, potrebbe crepare da un momento all’altro!”.

Sicuri di non essere più fatti oggetto di derisione, i tre s’incamminarono a passo svelto verso la periferia della città. Nelle vicinanze di una chiesa incontrarono un folto gruppo di persone che, alla vista della famigliola, si lasciarono andare a commenti poco gentili.

Guardate quanto sono stupidi quei tre!…” – ebbe a dire uno dei tanti con tono canzonatorio – “…L’asina se la spassa tranquillamente, mentre loro arrancano per strada!”.

Forse è la loro… dama da compagnia!” –  aggiunse un altro.

Mi sa tanto che la vogliono risparmiare in vista del Natale e del… Presepe!” – brontolò con molto sarcasmo un altro ancora – “…Lui fa da S. Giuseppe, lei da Madonna, il figliolo da Bambinello, l’asina c’è… Peccato, manca solo il bue, altrimenti il presepe sarebbe già pronto!”.

Dopo tante invettive, i tre si trovarono fuori città.

Finalmente, Carmelina… finalmente!… Non sopportavo più di ascoltare rimproveri, richiami e sfottò…” – ebbe a lagnarsi il buon Antonio – “…Forse conviene vendere l’asina: solo in questo modo nessuno potrà mai offenderci”.

Antonio, la tua è un’idea balorda, senza senso, da pazzi!…” – gli rispose a stretto gito la moglie – “…L’asina è importante per noi, anzi, è vitale! Ti rendi conto che grazie a lei puoi arare la terra e puoi portare i sacchi di grano e di patate a casa?!”.

Sì, è vero quel che dici, ma da ora in poi, dovremo sopportare le derisioni della gente!”– le rispose quello.

Tu lascia l’asina sempre in campagna e acquista un’automobile: nessuno mai potrà schernirci!” – propose Carmelina in alternativa.

E i soldi?… chi ci dà i soldi per comprarla?…” – obiettò giustamente il marito.

Basta chiedere un piccolo prestito alla banca!” – ribatté la bella e avvenente moglie.

Come faremo a pagare le rate, se appena appena campiamo con quello che ci dà la campagna?!”.

Andrò io personalmente dal direttore della banca e lo consiglierò con le… buone maniere a farci delle rate piccole piccole!”.

Sì, va bene, ma chi guiderà la macchina, visto che non ho la patente?” – replicò lo sciocco marito, che ancora non aveva afferrato… le buone maniere di cui parlava la moglie.

“Possiamo parlare con Luigi, lui ha la patente”.

Luigi, chi?”.

Luigi, il figlio di Salvatore Sanasi, il falegname… Lui è molto bravo ed è anche un bel giovane!”.

E con quali soldi lo paghiamo?!”.

A tutto ciò penserò io, Antonio!… Basta saper usare il cervello e le… buone maniere!”.

Donne d’un tempo da maritare

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Cosa erano costrette a fare le giovani d’un tempo

Donne da maritare

di Emilio Rubino

Il sogno o il bisogno di avere un uomo tutto per sé inizia a essere avvertito dalle ragazze ancor prima di raggiungere l’età puberale. Infatti, già nella pre-pubertà, la bambina si pone il problema di sapere come nascono i bambini e non è raro che si metta a fare la mamma o la moglie. Quando, poi, l’adolescente comincia a “mpizzutare” (età puberale), quei primi larvati desideri si tramutano in bisogni concreti e assillanti alla ricerca dell’uomo della propria vita.

Ma come procurarselo?

Per arrivare a ciò ogni donna fa ricorso a mille e mille espedienti. D’altra parte, l’esempio della mela con cui Eva ammaliò e sedusse l’ingenuo Adamo è sufficiente a spiegare le armi della seduzione utilizzate dalle donne.

Oggi è molto facile “rimorchiare” un uomo: basta fare gli occhi languidi e vogliosi, una strizzatina d’occhio, un gesto inusuale ma mirato, per fare abboccare il “fiero” maschio. Basta mandare un semplice sms o una mail per arrivare subito al “quantum”. Ma, ieri, quando la società era prevalentemente contadina e involuta, tra maschio e femmina non vi era la possibilità di incontrarsi liberamente e di scambiarsi le rispettive emozioni, perché le ragazze vivevano da recluse le loro giornate entro le “quattro mura di casa”. Per tale motivo progettavano con rabbia propositi vendicativi verso i genitori, e, in modo particolare, verso la madre carceriera. Una simpatica poesiola neritina ne giustifica la portata.

Tegnu ‘na mamma tantu telicata

ca no’ mi lassa nu mumentu sola:

vae alla chiesia e mi tene sirrata

comu nu ceddhru chiusu alla caggiola,

ma ci quarche fiata

ccappa ca mi lassa sola

‘acante fazzu bbacchia la caggiola!

In questi versi si nota il deludente risultato di una rigida e assurda condizione di vita, in cui l’uomo, tra angherie e tabù, era considerato un “pericoloso cacciatore” di donne.

Da qui il bisogno di isolare i due sessi in casa: la stanza delle figlie era nella zona più lontana, a tutela degli sguardi e delle voglie dei maschi. Ciò, però, era possibile solo quando l’ambiente-casa lo poteva permettere, altrimenti bisognava rischiare eventuali incesti. Anche in chiesa gli uomini venivano sistemati da un lato della navata e le donne dall’altro con l’imperioso divieto di comunicare con gesti o anche sguardi. A scuola la situazione non cambiava, anzi peggiorava: vi erano classi maschili e classi femminili, situate rispettivamente in corridoi diversi e i cui insegnanti erano rigidamente dello stesso sesso degli alunni. Roba d’altro mondo!

E gli uomini, che facevano, cosa dicevano? Non è poi vero che siano stati tutti mascalzoni, da cui guardarsi e tenersi lontano. Al contrario, bisognava solo saperli prendere, plasmarli, curarli e amarli.

E le donne? Sempre in maggioranza numerica rispetto agli uomini, in tante rischiavano di restare zitelle e di sentirle cantare lamentosamente:

“E mo spiccia ca sole ristamu

senza mancu cu llu pruamu!”.

Stante questa assurda situazione, la fantasia popolare faceva ricorso a sistemi molto strani e bizzarri grazie ai quali una ragazza poteva prevedere il suo futuro. Ad esempio, il 23 giugno, vigilia del giorno dedicato a San Giovanni Battista, le ragazze, dopo aver raccolto in campagna un “cardunceddhru”, lo passavano velocemente tre volte sulla fiamma viva. Se all’indomani mattina il fiore non era “ammosciato” era un buon presagio, per cui la ragazza avrebbe trovato quanto prima marito, viceversa sarebbe rimasta nubile.

Nonostante questa e altre trovate folcloristiche e nonostante la bellezza di certe donne, spesso accadeva che dei tanto invocati spasimanti non si vedesse traccia, neanche a pagarli a peso d’oro. Erano proprio le belle donne a soffrire le pene dell’inferno e a essere anche schernite.

Beddhre, beddhre, piccete sta’ chiangiti?

mo ci li brutte sontu tutte mmaritate

s’onu pigghiatu li cchiù bbeddhri zziti

e b’onu lassatu li cchiù scartiddhrati!”.

Oltre a San Giovanni Battista, altri santi venivano supplicati per una fattiva intercessione nelle faccende d’amore.

“Sciati addhrà Santu Nicola

e scià chiangiti,

‘na cràzzia cu’ llu core li circati:

Santu Nicola, ci no’ ndi mmariti

paternosci ti nui no’ ndi spittare!”.

Più che un’invocazione era un avvertimento.

Ma l’uomo, il marito, il dispensatore di felicità, come sarà?

Ogni ragazza sognava a 360 gradi e si chiedeva: “Avrò un marito bello oppure brutto?… sarà ricco o povero?… sarà un contadino o un artigiano?… un impiegato o un carabiniere”. Insomma ogni ragazza non smetteva mai di sognare!

Il destino, a volte, riservava sorprese negative, come nel gioco della “pesca reale”. Le ragazze usavano lanciare un sasso in strada, augurandosi che il futuro marito svolgesse la stessa attività del primo uomo che passava dopo il lancio della pietra, accompagnato dalla preghiera:

“Pi’ San Piethru, pi’ San Po’

menu la petra a ci passa mo’”.

Un altro sistema per predire se nel proprio futuro ci fosse un marito, era quello di fondere del piombo e di versarlo in una bacinella piena d’acqua fredda. Solidificandosi, il piombo assumeva varie forme e con un po’ di fantasia si poteva intravvedere la forma di una zappa, di una falce o di un vomere, attrezzi tipici del contadino, oppure una forma di pialla, il che richiamava l’idea del falegname, o di un rasoio o di un pennello, per un marito barbiere, o infine una cattedra, per un marito professore, banchiere o notaio.

Un’altra bizzarra trovata era quella di mettere sotto il guanciale tre fave: una con la buccia, una sbucciata e la terza priva dell’occhio gemmario. Al risveglio la ragazza doveva “pescare” a caso una delle tre fave, senza ovviamente sollevare il cuscino. Se la ragazza avesse pescato quella con la buccia, il suo futuro marito sarebbe stato ricco e l’avrebbe ricoperta di ogni ben di Dio, se avesse prelevato la fava priva della gemma, il marito sarebbe stato così e così, mentre se avesse, ahilei, scelto quella senza buccia, il futuro sposo sarebbe stato un poveraccio, forse anche privo di… mutande.

Infine, un segnale inequivocabile lanciato dalle ragazze neritine era quello di fasciarsi, all’arrivo delle prime mestruazioni, la caviglia destra con una benda per indicare chiaramente di aver raggiunto lo stato di fertilità e quindi far sapere all’intera città di essere già pronta al matrimonio. Una specie di sms “gratuito” inviato a tutti i maschi, belli e brutti.

Oggi le ragazze in amore si comportano in modo molto diverso. Sono intraprendenti, sfacciate, protagoniste della propria vita, anticipano le mosse dei maschietti.

Tutto ciò a dimostrazione che è ormai è stata raggiunta la completa parità dei sessi, almeno in questo ambito. Però, in tutta onestà, è venuto meno quel gran rituale d’un tempo, quando il maschio ricorreva ad ogni mezzo, soffriva, scalpitava, si addolorava, piangeva per conquistare una donna. Lei, invece, forse perché diffidente e insicura, si concedeva a lui poco per volta, sino a costringerlo a dimostrare i propri sentimenti con una pubblica dichiarazione di amore. Ma quelli erano ben altri tempi, molto distanti da quelli attuali. Allora i sistemi di vita erano medievali e assurdi, anche se romantici e sentimentali;  oggi, in piena età moderna e futuristica, sono soltanto goderecci e consumistici.

 

Nc’era ‘na fiata… a proposito di stupidi e creduloni

La gente stupida e credulona la si trova dappertutto

di Emilio Rubino

C’era una volta un signore che aveva due figlie. Un giorno, all’ora di pranzo, il padre chiese alla più piccola di scendere in cantina a prendere un po’ di vino. Mentre riempiva il boccale, la giovane ebbe a pensare che era giunto il tempo di trovarsi un fidanzato, amoreggiare con lui, sposarsi e poi avere un figlio. Ma, mentre così fantasticava, le sorse un dubbio atroce.

E ci poi more?”.

E si sciolse in un pianto incontenibile.

Ahi, ahi, fìgghiu mia… ahi, ahi, fìgghiu mia!”.

E rimase a lungo in cantina a piangere a dirotto.

Il padre, molto preoccupato, allora mandò in cantina la seconda figlia per sincerarsi di cosa stesse succedendo. Giuntavi, trovò la sorella che piangeva, singhiozzava e si disperava. Ovviamente la giovane chiese spiegazione di cosa le fosse accaduto. La sorella minore le spiegò che avrebbe voluto fidanzarsi, sposarsi ed avere un figlio. Non fece in tempo di finire il discorso che la sorella maggiore s’interrogò preoccupata: “E ci poi more?”.

Ed iniziò a piangere anche lei e a ripetere con voce tremula: “Ahi, ahi, nipote mia… Ahi, ahi, nipote mia!”.

Poiché le due giovani tardavano a salire, il padre scese in cantina a farsi spiegare il motivo di tanto ritardo. Quando fu ragguagliato sul perché di quei pianti, l’uomo si mise le mani tra i capelli e concluse: “Chiù fesse de li fili mia no’ nd’aggiu ‘iste a nuddha parte ti lu mundu!”. Così dicendo, prese i suoi effetti personali e andò via di casa per sincerarsi se da qualche parte del mondo ci fossero persone più sciocche e grulle delle sue figlie.

Cammina e cammina, l’uomo arrivò in un paese sconosciuto. Si fermò in un angolo di strada a riposare, quando scorse, non molto distante da lui, un gruppo di persone che si davano un gran da fare e si disperavano, implorando l’intervento divino. Vi si avvicinò e vide un ragazzetto che tentava inutilmente di estrarre un braccio infilato in una piccola giara, inthra ‘na capaseddha come diciamo noi a Nardò. Perciò, tutta la famiglia e i conoscenti più stretti inveivano contro la malasorte.

Sorte noscia, cce piccatu, l’imu tagghiare lu razzu!… Cce discrazia, sorte noscia, cce discrazia!… Fanni ‘na cosa ti li mani tua, Ggessu mia!”.

Tagliare il braccio?” – si domandò l’estraneo – “Ma è da pazzi tagliare il braccio per un motivo così banale!”. Perciò, dopo aver chiesto permesso ai familiari, l’uomo si avvicinò al ragazzo e gli chiese: “Cce puerti a manu?”.

Sei nuci” – rispose subito quello.

Lassande toi e tira fore lu razzu!”.

Il ragazzetto ubbidì, ma il braccio continuava a rimanere incastrato nella giara. Peggio di peggio: i familiari erano ancor di più disperati.

Cce discrazia, sorta noscia, cce discrazia!” – continuavano quelli, afflitti e disperati più che mai. L’uomo riparlò ancora al bimbo.

Quanti nuci tieni ‘ncora a manu?”.

Toi!” – rispose secco il fanciullo.

Lassande unu e tira lu razzu fore!”.

Anche questa volta il ragazzo ubbidì e, meraviglia delle meraviglie, il braccio venne fuori dalla giara per la gioia di tutti i presenti.

Miraculu, miraculu!… Quistu è nu santu, quistu è nu santu!”. – gridarono tutti all’unisono. E così dicendo colmarono di doni il forestiero, che andò via nella convinzione che gente stupida ci fosse dappertutto.

Cammina e cammina, arrivò nei pressi di una chiesa di un altro paese. Tutt’intorno vi erano molte persone che si lamentavano e piangevano per un problema che ritenevano di difficile soluzione.

Piccatu, piccatu!… l’imu tagghiare l’anche, se no nu’ trase!” – imprecavano alcuni.

“…oppuru l’imu tagghiare la capu!” – suggerivano altri. Ed era un pianto generale.

Era successo che una sposa, data la sua notevole altezza, non riusciva ad entrare in chiesa, la cui porta d’ingresso era più bassa di lei. Da qui il dilemma: o tagliare le gambe della sposa oppure la testa.

L’uomo allora, facendosi largo tra la gente, si avvicinò alla sposa e, allontanati i presenti, le disse: “Piècate nu picca… nu picca ancora… ancora ‘n addhu picca. Eccu, mo’ poti trasire!”.

E la donna riuscì ad entrare in chiesa. Gli applausi fioccarono da più parti, tanto che l’uomo fu preso, sollevato e portato in trionfo come un vero eroe.

Comu ha’ fattu, comu ha’ fattu!Tu si nu santu, si nu santu!” – si compiacquero tutti quanti.

Colmatolo di doni e di denaro, lo ossequiarono ripetutamente con inchini regali.

Il forestiero riprese la strada e, cammina e cammina, entrò in un altro paese. Si accorse subito che una donna, pensosa e triste, se ne stava seduta sul limitare di casa. L’uomo salutò e tirò dritto, ma quella lo bloccò immediatamente.

Tu nu’ ssi di qua, veru?!… Mi pari tantu stranu, come se sta bbeni de l’addhu mundu!… Me ssamiji a ‘n’anima bbona!” – suppose la donna.

Quello istintivamente annuì.

Oh, cci bellu!… Addhra ssobbra ha’ bbistu pe’ ccasu l’anima ti la figghia mia?!… Dimme, l’ha’ bbista?!”.

L’uomo assentì una seconda volta.

T’ha dittu ca ‘ole quarche cosa?… Timme, cci t’ha dittu la figghia mia?!”.

L’uomo, avendo intuito di trovarsi di fronte a persona molto credulona, le rispose: “Ha’ dittu ca li sèrvanu moti sordi, percè ‘ole cu ssi ccatta l’indurgenza ti li santi”.

Subito la donna si precipitò in casa, prese trenta monete d’oro e le consegnò al forestiero, il quale ringraziò, assicurandola che le avrebbe date… all’anima della figlia.

L’uomo andò via, gongolando dentro di sé e pensando che quanto più si gira per il mondo tanto più emergono ed aumentano gli sciocchi. Per tale motivo decise di ritornare a casa, convinto più che mai di non essere l’unico ad avere delle figlie stupide e tonte.

Come dire… “mal comune mezzo gaudio”.

Le uova dei galli e il basilisco

Un piccolo rettile al centro di una stupida credenza neritina dei secoli scorsi

 

ATTENTI AL BASILISCO!

Chiunque avesse incrociato il suo sguardo, sarebbe rimasto paralizzato o morto all’istante

basilisco

di Emilio Rubino

Il basilisco (vasiliscu per gli amanti del dialetto salentino), nome di derivazione greca (βασιλίσκος), è un piccolo rettile che a malapena raggiunge i 50 cm. di lunghezza. Oggi è quasi del tutto scomparso. I pochi esemplari superstiti s’incontrano immobili sulle pietraie o nei campi incolti a godersi il caldo sole d’estate. A vederli, sembrerebbero delle bestiole insignificanti per le modeste dimensioni e per l’innata paura dell’uomo.

Avevano tutt’altra opinione i popolani di Nardò dei secoli andati, molti dei quali prestavano fede ciecamente a una stupida credenza, che dipingeva l’animaletto come un’orrenda bestia da cui stare alla larga. La leggenda nasce, presumibilmente, per via dell’ispida cresta che, partendo dalla testa dell’animale, si protrae per tutto il dorso, sino ad arrivare in prossimità della coda, e per gli occhi un po’ sporgenti e arrossati. Per tali caratteristiche, il basilisco sembra un piccolo drago, pronto a sputare fuoco e a creare seri problemi a chi ne venga investito. E invece, si tratta di una bestiola timida e inoffensiva che ama vivere nei luoghi isolati. Come tutti i rettili, va in letargo durante il periodo invernale e si risveglia in primavera ai primi tepori del sole d’aprile, uscendo di tanto in tanto dalla tana per brucare la tenera erba o cibarsi di qualche incauto insetto. La sua attività più intensa è svolta d’estate, sia per fare un carico di sole sia per dedicarsi, come ogni specie vivente, all’accoppiamento.

Ma torniamo alla leggenda neritina.

Basilisco

Pare, secondo la superstizione popolare di quel tempo, che la bestiola nasca da un uovo.

Beh!… su questo non ci piove, considerato che i rettili sono animali ovipari. La stranezza sta nel fatto che l’uovo è deposto, non già da una “basilisca”, ma… udite, udite… da un gallo!

No, non mi sto sbagliando!…

Qualcuno potrebbe obiettare che non dovrebbe trattarsi di galli, ma, al limite, di galline, giacché sono queste a deporre le uova. E invece, no: si tratta proprio di galli!

Ma di quali galli?!…

Stando sempre alla leggenda neritina, gli unici a deporre uova così strane, sarebbero i galli di età superiore ai sette anni, i quali, per uno strano e incomprensibile sortilegio, una volta superata quest’età, sono condannati da Madre Natura a una pesante punizione, cioè procreare basilischi. Perché ciò avvenga è necessario che il gallo deponga l’uovo sul letame e che in seguito sia fecondato da un rospo. Dopo pochi giorni di incubazione, nasce il basilisco, una creatura con la testa di gallo, dalla cresta squamosa rossa, grandi ali spinose e coda di serpente. Il suo sguardo incenerisce, secca le piante, contamina le acque; il suo alito uccide, brucia l’erba ed è velenoso. Il basilisco può autoincenerirsi, se, per sua sfortuna, si guarda in uno specchio. Questa figura, per certi versi mitologica, ha due nemici mortali: le donnole e i galli, il cui canto le è letale. Stando a questa nefasta credenza, avevano ben ragione i salentini, e maggiormente i neritini degli anni andati, ad aver enorme paura dei basilischi.

Proprio per questo motivo tutti i galli prossimi ai sette anni venivano ammazzati e mangiati; anzi, per non correre troppi pericoli, i contadini li uccidevano ancor prima dei cinque anni. Capitava, però, che qualche imprudente neritino, non sapendo far la conta, lasciasse superare all’animale i fatidici sette anni e allora… apriti cielo!

Se in una determinata zona della vasta campagna neritina morisse qualcuno in circostanze misteriose o per cause ignote, allora c’era sempre un Tizio o un Caio che tirava in ballo la storia del basilisco.

Sapiti comu è muertu cumpare Gricoriu?…E’ muertu ca l’ae sfiatatu ‘nu vasiliscu!”1.

E tutti a diffondere la notizia per la città. Sta di fatto che erano in molti a non avvicinarsi più alla campagna di Gricoriu, per non fare la sua stessa fine.

Perciò in ogni famiglia si badava bene a non far sopravvivere un gallo oltre il settennio per non incorrere nel malefico mostriciattolo e creare un’infinita serie di luttuosi accadimenti.

Narra una leggenda nella leggenda che, alla fine del Settecento, nella masseria Tagghiutisu, in agro di Nardò, della quale oggi non si ha più notizia (forse per la strana storia del basilisco), la massara ebbe a dimenticarsi dell’età di alcuni galli (forse perché colpita da un’incipiente forma di Alzheimer), per cui un bel giorno uno dei pennuti, avendo superato il limite d’età, depose il “fatale” uovo, ma non nel pollaio, bensì su un mucchio di letame. La sfortuna volle che un rospo se ne accorgesse e lo fecondasse. Il nuovo “nato”, per non incappare nel canto malefico di altri galli, preferì allontanarsi in tutta fretta dalla masseria e nascondersi nelle vicine pietraie. Il basilisco crebbe sino a raggiungere l’età matura. Con fare baldanzoso e prepotente, decise di abbandonare il sicuro ricovero della tana e visitare la masseria. E’ inutile dirlo che, una volta entratovi, l’animale fece strage di tutti coloro, uomini e bestie, che sfortunatamente lo incrociarono con lo sguardo. In un primo momento si pensò che un’improvvisa malattia si fosse abbattuta in quel luogo, ma, dopo che alcuni contadini superstiti rinvennero le impronte e gli escrementi dell’orrenda bestia, tutti abbandonarono la masseria, ormai ritenuta luogo maledetto, per non farvi più ritorno.

E così, divulgatasi di bocca in bocca la ferale notizia, la gente, annichilita e terrorizzata, non osò per molti decenni frequentare quella contrada, mantenendosi alla larga per un raggio di un chilometro.

Quelle terre, abbandonate per tanti anni, non furono più coltivate e si inselvatichirono al punto da essere considerate come luoghi preferiti dai basilischi. Solo dopo oltre mezzo secolo qualcuno cominciò a ricredersi.

Salvatò, sta’ bbìndinu la massaria “Tagghiutisu”!”2– ebbe a dire una giovane moglie al marito, alquanto danaroso.

E cce bbuei cu ndi la ccattamu?!3”.

Salvatò, ‘òlinu picca ducati!… Ete ‘nu veru affare!4”.

Ci no’ nc’eranu li vasilischi, la ccattava subbitu!…” – gli rispose quello – “…None Cuncettina, nu’ mbògghiu cu ffazzu la fine c’hannu fattu tanti cristiani!”5.

In seguito, grazie all’incidere della civiltà e dopo ripetute visite di alcuni uomini coraggiosi in quella masseria, si intuì che la storia del “micidiale basilisco” fosse soltanto frutto di una stupida superstizione popolare. Finalmente, all’inizio del Novecento, quei luoghi ritornarono a essere frequentati e coltivati come un tempo.

Perciò, meditate gente, meditate!… e ricordate che soltanto grazie a un’adeguata istruzione è possibile abbattere l’ignoranza e, soprattutto, la stupidità delle super- stizioni.

Da allora i basilischi vissero felici e contenti, ma i galli, sebbene fosse stata sfatata la superstizione, continuarono a essere ammazzati, così come gli agnelli, le anguille, i capitoni e altri animali, che, per altre incrollabili credenze, subirono e subiscono tutt’oggi, in certi periodi dell’anno, un’inconcepibile mattanza.

Bisogna lavorare tanto per sconfiggere definitivamente le lucide pazzie dell’uomo moderno… moderno per modo di dire, perché, a mio modesto avviso, si vive ancora nell’Alto Medioevo, nonostante le numerose conquiste mediche, scientifiche e tecnologiche.

Racconti. La capu ti muertu

di Emilio Rubino

 

Questo aneddoto  non è un racconto immaginario, partorito dalla fervida fantasia di un buontempone, ma un avvenimento realmente accaduto nelle campagne neritine all’inizio dello scorso secolo.

Vi era un giovane contadino, che, sobbarcandosi a enormi sacrifici quotidiani, era riuscito a impiantare un orto nel suo piccolo podere. L’uomo, infatti, dopo aver “scapulatu” da altri fondi, cioè dopo aver compiuto una faticosa giornata di lavoro presso terzi, soleva recarsi ogni giorno presso il suo appezzamento di terra. Senza neanche passare da casa a consumare un frugale piatto di legumi, il buon contadino preferiva prendersi cura delle proprie piantine, sarchiarle, annaffiarle, concimarle con del buon letame almeno una volta al mese e farle crescere rigogliose e sane, come se stesse allevando un proprio figliolo.

Ogni giorno la stessa canzone, ogni giorno lavorava per oltre tredici-quattordici ore. Una vita dura, la sua, un’esistenza da povero diavolo!

D’altra parte, che cosa non si fa per la propria famiglia?

Ma una vita così stressante non poteva certamente durare a lungo. Infatti, il bravo contadino, tutto casa e lavoro, ben presto si ammalò gravemente. Il verdetto non poteva che essere infausto: broncopolmonite cronica, giunta ormai all’ultimo stadio! La malattia era stata contratta quasi sicuramente nel suo podere durante le ore di lavoro straordinario. Il poveretto morì in capo a una settimana tra tanto dolore e disperazione della giovane sposa, che portava nel ventre il frutto del loro amore. La donna rimase vedova e sola, senza l’aiuto di parenti (non ne aveva), con quella creatura che stava per nascere e che sarebbe rimasta orfana per tutta la vita, con quel podere abbandonato, con lo spettro della miseria e della solitudine eterna.

Era terribile al solo pensare: una tragedia del genere non poteva finire così. E non finì così, perché ci fu un altro giovane, anch’egli contadino, che, sebbene non avesse mai osato dichiararsi a una donna per via della sua innata timidezza, decise, tra molti tentennamenti e perché spinto da un parente che gli prospettava l’imperdibile occasione, di fare il difficile passo. La donna, pur tra tanto rossore e vergogna, accettò la proposta, giacché il dichiarante era per davvero un bell’uomo.

E “si nsurara” (si sposarono) subito, anche perché a quei tempi, a differenza di quelli attuali, non era necessario attendere che trascorressero i trecento giorni di lutto vedovile. Il matrimonio si poteva contrarre immediatamente con la sola condizione che, qualora entro i predetti trecento giorni, fosse nato un bambino, questo doveva considerarsi figlio del defunto.

Nel frattempo l’orto era stato abbandonato a se stesso, le erbacce lo stavano infestando, le pianticelle stentavano a crescere. Un provvidenziale acquazzone, seguito da un caldo rigenerante, fece rinvigorire meravigliosamente l’orto, tanto che i due sposi previdero un raccolto eccezionale. Quando, poi, i pomodori, le zucche, le melanzane, i peperoni e le angurie iniziarono a ingrossare e a suscitare la meraviglia dei vicini e dei passanti, i due sposi decisero di non limitarsi a sporadiche visite di controllo, ma di stabilirsi definitivamente nel campo, al fine di evitare eventuali furti.

Il giovane sposo, allora, realizzò, nel punto centrale del podere, una “pagghiara” (un pagliaio), dalla quale si poteva controllare l’intera zona.

In quel piccolo ambiente i due coniugi vissero giorno e notte per tutta l’estate, senza mai abbandonarlo un solo istante per non vanificare ogni attesa. Nella pagghiara i due avevano fissato la propria dimora, confortati soltanto dai servizi necessari alla famiglia: due conci di tufo su cui appoggiare la “pignata” o la “firsòra”, sotto alla quale si accendevano dei rami secchi per cuocere i cibi, una fossa rudimentale ove compiere i bisogni più intimi, la “menza” e lu “mbile” (recipienti) per conservare l’acqua, una bottiglia di vino, una di olio, una sacchetta appesa quanto più in alto possibile, dentro cui era custodito il pane, lontano da mosche, lucertole e formiche.

Nel piccolo podere, lavorando duramente per diverse ore al giorno, sotto i raggi martellanti e implacabili del sole estivo, i due vivevano una vita meravigliosa fatta di sudore e di tanto amore.

E intanto le piante crescevano e mettevano in mostra i frutti della loro breve esistenza. Troppi occhi estranei, però, ogni giorno puntavano sempre più vogliosamente lo sguardo verso quelle succulente e invitanti leccornie.

Ci fu chi organizzò con inganno un furto a regola d’arte.

Una notte, mentre i due coniugi dormivano profondamente nella pagghiara, alcuni ladri scesero da due traini e, dopo aver superato il piccolo steccato, s’intrufolarono furtivamente nel podere. Uno di questi raccolse una grossa zucca e con un coltello la svuotò dei semi e della polpa; poi intagliò gli occhi, il naso e la bocca con la perizia del provetto artigiano. Accese una grossa candela e la inserì nell’interno, simulando il volto di una strega o di un fantasma. L’uomo cominciò a dondolarla fra le mani e a emettere con la bocca strani suoni, mentre intanto si dirigeva lentamente, seguito dagli altri ladri, verso la capanna. Dopo qualche minuto i due coniugi avvertirono una voce cavernicola che sembrava giungere dall’oltretomba. Preoccupati, si vestirono in tutta fretta, si affacciarono all’esterno della pagghiara e, sorpresa delle sorprese, videro una testa illuminata ondeggiare lentamente e sempre più avvicinarsi alla capanna. Quando ormai era giunta a pochi metri da loro, ai due sembrò certo che si trattasse di un teschio umano illuminato dall’interno. I coniugi rimasero senza parole per qualche attimo; non sapevano cosa fare, anche perché pietrificati da quell’immagine terrificante. Tutto a un tratto la “la capu ti muertu” (la testa di morto) smise di ondeggiare e di lanciare suoni lugubri e iniziò a parlare, mantenendo alla voce un tono cupo e profondo.

Io so’ lu pathrunu ti l’uertu

no’ mi l’àggiu cututu de vivu

mo’ ‘ògghiu mi lu cotu de muertu!”1

Quella voce lugubre non poteva che appartenere al primo marito, il quale era venuto a vendicarsi con i due: con la moglie, che aveva osato tradirlo subito dopo la sua morte, e contro chi gli aveva usurpato il posto accanto alla sua ex-donna, appropriandosi del raccolto, frutto dei suoi sacrifici. Quindi, non c’era alcun dubbio: quella “capu ti muertu” apparteneva al fantasma del primo marito e quella era la sua voce, che intimava perentoriamente ai due fedifraghi di allontanarsi da quel posto.

Marito e moglie si guardarono terrorizzati per alcuni istanti negli occhi e, senza proferire parola alcuna, se la diedero a gambe levate, maledicendo “l’uertu e cinca l’era chiantatu” (l’orto e chi lo aveva piantato).

Mentre i due lasciavano precipitosamente il podere, i ladri continuavano a ripetere il ritornello con voce sempre più alta e profonda.

Una volta al sicuro, i marioli fecero man bassa di tutto quel ben di Dio, caricandolo sui traini.

Sulla via del ritorno, ormai contenti per il colpo riuscito, uno di loro si mise a cantare.

Io no’ so’ lu patrunu muertu

ma so’ quiddhu ca si mangia l’uertu!”2

1 Io sono il proprietario del podere / non me lo sono goduto da vivo / voglio godermelo da morto”.

2 Io non sono il proprietario morto / ma son quello che si mangia l’orto”.

LA “PINDANGA”

A lungo andare la natura e il carattere di una persona vengono a galla

 

LA “PINDANGA”

di Emilio Rubino

Quello che stiamo per raccontare è un episodio veramente accaduto a Nardò nel 1865.

Un giorno di quell’anno un tale Mongiò, cittadino della vicina Galatina, assieme alla propria consorte, si recò a Santa Caterina, marina di Nardò, per acquistare del pesce. Una barca aveva da poco attraccato al piccolo molo e il pescatore esponeva con cura il pescato, sistemato in tre ceste. In una vi era del pesce azzurro, in un’altra del buon pesce da zuppa e nell’ultima delle triglie di scoglio di buona pezzatura.

Il Mongiò, dopo aver riflettuto attentamente, decise di acquistare due chili di triglie, scegliendone le più belle e accordandosi, dopo una prolungata contrattazione, per la consistente somma di quattro lire.

Proprio in quell’istante si avvicinò una giovane donna di belle fattezze in compagnia di alcuni baldi giovani, giunti a Santa Caterina per una scampagnata.

La donna, denominata la “Pindanga” (termine che, ancora oggi, sta ad indicare una donna sciatta, trascurata nel vestire e nei comportamenti), era assai nota ai cittadini di Nardò per i suoi facili costumi o, se a voi lettori piace meglio, molto generosa nel “donare” il proprio corpo agli altri in cambio di…

Costei aveva seguito il mercanteggiare tra il galatinese e il pescatore, il quale stava per consegnargli le triglie. La Pindanga, però, resasi conto della bontà e freschezza del pesce, bloccò la contrattazione, sostenendo con voce perentoria.

Fèrmate, fèrmate!… A ’na pezza lu chilu, resta tuttu a me!”1.

A quei tempi, la “pezza” stava ad indicare una moneta d’argento del valore di cinque lire. Perciò, ammiccando un sorrisetto di finto dispiacere, il pescatore si strinse nelle spalle e, rivoltosi al forestiero, si giustificò semplicemente dicendo.

Mi tispiace, ma ci jeri statu tu allu postu mia, jeri fattu lo stesso ti comu sta fazzu iò!”.2

E consegnò alla Pindanga tutte le triglie pescate, circa sei chilogrammi per complessive 6 “pezze”.

Il povero Mongiò rimase malissimo, come se avesse ingoiato del fiele. Purtroppo non poteva farci nulla: l’offerta di quella donna era notevolmente superiore alla sua e perciò dovette rassegnarsi e subire l’affronto, senza proferire parola alcuna. Volle, però, sincerarsi chi fosse mai quella persona così tanto sfacciata, chiedendo informazioni ad alcuni passanti. Apprese che la Pindanga era amica prediletta di un suo intimo amico di vecchia data, il signor Gianvincenzo Dell’Abate, uno dei sette fratelli proprietari della masseria “Brusca”.

Il galatinese, allora, maggiormente mortificato per l’affronto, anche perché subito in presenza di sua moglie, montò sul calesse e ordinò all’imbarazzato cocchiere di dirigersi alla masseria dell’amico, sita in agro di Porto Cesareo. La strada, polverosa e molto accidentata per le numerose buche sparse qua e là, fu percorsa dal veicolo alla massima andatura e tra tanti sobbalzi. Ad alleviare le pene degli occupanti ci pensò lo spettacolo della meravigliosa riviera che da Santa Caterina, attraversando Porto Selvaggio, si protrae sino a Porto Cesareo. All’arrivo, il Mongiò, imbufalito più che mai, raccontò per filo e per segno lo sgarbo ricevuto all’amico Gianvincenzo e non mancò di dileggiare ripetutamente la Pindanga.

Anche il Dell’Abate rimase molto male, non tanto per le ottime triglie che il povero amico non aveva potuto acquistare, ma quanto perché apprese dal Mongiò che la sua “favorita” se la intendeva spudoratamente con altri uomini.

Nonostante ciò il Dell’Abate comprese il dramma che stava vivendo l’uomo e per trarlo dall’impaccio, mandò un suo dipendente in città ad acquistare delle triglie, vino e tarallucci. Ovviamente la coppia rimase a pranzo, cocchiere compreso. In questo modo i galatinesi sbollirono quasi del tutto la rabbia e, prima che facesse sera, se ne ritornarono, a lenta andatura e con l’umore per buona parte ritrovato, a Galatina.

Gianvincenzo, invece, pur avendo gradito l’ottimo pesce, ben preparato dalla governante, non riuscì a mandar giù l’amaro boccone del tradimento della sua “prediletta”. Per tale motivo non chiuse occhio per tutta la notte, tanto da voltarsi e rivoltarsi di continuo tra le lenzuola, senza trovare pace. All’indomani decise di scrivere una dura lettera all’infame traditrice, invitandola a sparire definitivamente dalla scena.

La Pindanga, essendo analfabeta, fece leggere quello scritto ad un tal Pasquale Bruno, guardia municipale di Nardò, suo intimo confidente ed anche suo… Dalle prime righe della lettera emerse subito l’intimazione di definitivo ripudio, il tutto condito con aspri e irriferibili termini di dileggio.

La Pindanga rimase indifferente e non versò, come era facile intuire, neanche una sola lacrima, ma si limitò a fare alcune strafottenti considerazioni, attestanti la sua innata maleducazione e natura.

No’ mmi face né cautu e né friddu!”3.

Se la storia fosse finita qui, non ci sarebbe stato nient’altro da raccontare, ma il guaio è che la lettera andò a finire (non si sa come) nelle infide mani di un certo don Angelo Pinna, un poetastro vernacolare neritino dalla penna, anzi dalla “pinna”, molto mordace e salace. In seguito l’uomo ebbe la bella idea di trasformare il contenuto dello scritto in versi osceni e molto piccanti. Una poesia che, purtroppo, non abbiamo reperito e che in seguito fu “trasformata” in canzone dialettale con accenti e toni ancora più duri. La canzonetta, è ovvio, percorse in lungo e in largo l’intera Nardò e paesi limitrofi e fu canticchiata in tutti gli ambienti del comprensorio, come nei mercati, botteghe, cantine, masserie e perfino sulle spiagge a scherno e scorno della malcapitata Pindanga, che in preda ad una vergogna infinita, decise di non uscire più da casa, se non per accaparrarsi lo stretto necessario a vivere. Durante l’estate, per non esporsi a sberleffi e pettegolezzi da spiaggia, preferì frequentare lidi posti sul versante adriatico, come Otranto e Santa Cesarea terme.

Ogni volta che metteva piede fuori dall’uscio di casa, però, c’era sempre qualcuno che, notando la sua furtiva presenza, intonava ad alta voce la canzonetta, in tal modo richiamando l’attenzione di altre persone presenti nei paraggi e invitandole ad unirsi allo scherno.

La Pindanga, amareggiata e distrutta, era costretta a fare ritorno a casa e ad abbandonarsi ad un copioso e rigenerante pianto.

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

1  “Fèrmati… fèrmati, lo acquisto tutto io ad una pezza al chilo!”.

2  “Mi dispiace, ma se ti fossi trovato tu al posto mio, ti saresti comportato allo stesso modo mio!”.

3Non mi fa né caldo né freddo!”.

 

Storia di un prete furfantello alto poco più di un metro e quaranta. “PAPA GIUCCULATERA”

Storia di un prete furfantello alto poco più di un metro e quaranta

PAPA GIUCCULATERA

di Emilio Rubino

 

Il titolo non sta a indicare la marca di un piccolo elettrodomestico, o meglio di un utensile casalingo di uso comune, bensì rappresenta un appropriato nomignolo rivolto a un sacerdote neritino vissuto nella prima metà dell’Ottocento. La sua minuscola statura, neppure un metro e mezzo di altezza, dava l’impressione di trovarsi davanti a quel cosetto metallico che, messo sul fuoco, produce una calda e profumata bevanda, che riscalda le membra e il cuore.

Bastava usare questo soprannome per individuarlo subito, mentre, utilizzando il solo patronimico, difficilmente sarebbe stato identificato.

Il nomignolo “Papa Giucculatera” non era per niente offensivo della persona, ma necessario per qualificare quell’uomo che, intabarrato nel nero abito talare, dava l’immediata impressione, o meglio riportava subito alla mente quel piccolo aggeggio casalingo.

Da seminarista, sempre per la sua modesta statura, era considerato dai suoi coetanei come un giocattolino o, peggio ancora, come un cagnolino con cui trastullarsi e che trasmetteva tanta tenerezza e affetto.

Con il trascorrere degli anni e dopo aver preso gli ordini sacerdotali, il nostro “pretuccio” acquistò la consapevolezza di essere diverso dagli altri, poiché era cresciuto solo in età ma non certamente in altezza e nel fisico. Era rimasto tale e quale, così com’era da bambino: piccolino, bassino, insignificante. Il che, per lui, rappresentava un vero handicap, non solo perché tra la folla in chiesa e nelle processioni, piccoletto com’era, scompariva alla vista di tutti, ma soprattutto perché, nel celebrare la Messa, l’altare della chiesa di San Domenico, ove era stato assegnato, lo nascondeva quasi interamente ai fedeli. Riusciva a leggere il grosso messale solo stentatamente, poiché era posto su un piedistallo molto più alto di lui. Insomma “Papa Giucculatera”, da poco arrivato in quella chiesa, stava vivendo un profondo dramma. Grazie al perspicace intuito del sacrestano, fu rimosso il grosso ostacolo mettendo, alla base del piedistallo, un apposito scannetto che, finalmente, consentiva al pretuccio di celebrare in santa pace le funzioni religiose. Doveva, però, prestare la massima attenzione nel porre i piedi al centro dello scannetto per non correre il rischio di perdere l’equilibrio e rovinare per terra.

Anche nei rapporti interpersonali egli provava non poche difficoltà; infatti, nel guardare in faccia le persone, era costretto a sollevare il capo e… i piedi, mentre i suoi interlocutori rivolgevano lo sguardo all’ingiù.

Tutto ciò lo indispettiva assai, anche perché aveva spesso notato sul viso dei parrocchiani un malizioso risolino di scherno, a dileggio della sua piccola statura, come se volessero insinuare che fosse piccolo… in ogni sua parte fisica.

Anche per strada capitava, a volte, di incontrare qualcuno che, avendo il pensiero rivolto a ben altre cose, tirava dritto senza degnarlo di un semplice sguardo. Il prete, sbagliando, riteneva che la gente lo ignorasse per la sua inconsistenza fisica. Insomma, la sua era ormai una vera fissazione, una malattia che s’aggravava ogni giorno di più, perché ogni giorno riteneva di scoprire negli altri il ghigno della derisione e dello scherno.

Proprio per questo, Papa Giucculatera era sempre arrabbiato con tutti, maggiormente con i santi della chiesa che permettevano una simile insolenza a suo danno.

Per non cadere anche noi nella lugubre tristezza che caratterizzava la sua vita, raccontiamo un episodio che ebbe ad interessarlo direttamente.

Egli era proprietario di un podere appena fuori Nardò, su cui aveva edificato una graziosa casetta. Tale proprietà confinava con un certo don Ciccio e, sempre sullo stesso lato, con un bravo contadino. Proprio ai margini della zona di don Ciccio cresceva una vecchia pergola che ogni anno fruttificava in gran quantità. Don Ciccio faceva dono di quei succulenti grappoli a sua figlia, che, puntualmente, nel mese di settembre veniva a trovare il genitore a Nardò. Don Ciccio si recava spesso al podere a osservare quei bei grappoli d’uva e li “cresceva con gli occhi”, come si usa dire dalle nostre parti. Un bel giorno ebbe l’amara sorpresa di non vederli più: qualcuno aveva fatto man bassa.

E chi poteva essere stato, se non quel rude contadino confinante?

Non avendo le prove, si limitò a mantenere una certa distanza da lui e a non rispondergli neppure quando, incontrandolo, quell’uomo gli rivolgeva un compassato e doveroso saluto.

Il buon contadino colse con amarezza tale offensivo silenzio e ben presto intuì che il motivo dello strano comportamento di don Ciccio era rappresentato verosimilmente dal furto dell’uva.

Mal tollerando l’incresciosa situazione, il contadino decise di affrontare don Ciccio e di raccontargli ogni cosa.

Io so perché non rispondi al mio saluto, ma sappi che non sono stato io a rubarti quell’uva. Io so chi è stato…”.

E allora, che aspetti, dimmelo! – incalzò veemente don Ciccio.

Il contadino allora si sfogò, raccontandogli d’aver visto un meriggio Papa Giucculatera arrampicarsi faticosamente sul muro di confine e, credendosi non visto, raccogliere furtivamente quasi tutti i grappoli d’uva, ormai maturi.

In preda ad una rabbia inconcepibile, don Ciccio stava lì lì per andare in escandescenze, ma si sforzò di restare calmo. Del resto, che poteva mai fare nei confronti di un prete-ladro e, per giunta, per pochi grappoli d’uva? Se avesse denunziato il furto ai gendarmi, avrebbe squalificato il prete e, soprattutto, avrebbe sollevato un polverone inaudito in tutta la città. Perciò, pensò bene di vendicarsi nel momento opportuno. D’altra parte, la vendetta è un piatto che si serve sempre freddo.

Ormai l’estate se n’era quasi andata e il tempo ora prometteva, quasi ogni giorno, pioggia e vento. Una mattina don Ciccio incontrò per strada il prete, il quale, simulando indifferenza e volgendo gli occhi al cielo, nero come non mai, disse innocentemente: “Compare, pensi che piova?”.

E don Ciccio, con il viso pieno di livore e rabbia, gli rispose: “Mi auguro proprio di sì!… Ho pregato tanto in questi giorni perché piovesse…”.

Bravo… bravo, don Ciccio! Bisogna sempre avere il pensiero rivolto a Nostro Signore” – gli rispose il pretuccio, senza sapere che si stava cacciando in un mare di guai – “…Pregherò anch’io per te, in modo che esaudisca le tue preghiere”.

Ma io mi sono rivolto a san Gregorio e non a Nostro Signore!…”.

Beh, se dall’alto dei cieli sono in due a intervenire, sta’ certo che ogni richiesta sarà accolta” – aggiunse amorevolmente il prete.

Mi raccomando, prega quanto più puoi: ho bisogno che si avveri la mia supplica!” – gli ribatté furbescamente don Ciccio.

Puoi star sicuro, grazie alla mia intercessione tutto si avvererà!”.

Speriamo… speriamo di cuore!”.

Ora, posso conoscere il vero motivo che ti spinge a chiedere la pioggia?… ormai piove quasi ogni giorno!… Don Ciccio, non stiamo mica in estate, perché tanto pregare?” – gli domandò dubbioso il sacerdote.

È poca, molto poca l’acqua venuta giù in questa settimana!”.

Ma che dici, don Ciccio!… le campagne sono quasi allagate e tu ti metti ancora a pregare?” – concluse a giusta ragione il pretuccio.

Ho pregato con tutto il cuore San Gregorio perché scatenasse su Nardò, per ore e ore, un temporale d’inaudita violenza, in modo da far venire giù tanta di quell’acqua da superare un metro e cinquanta d’altezza, necessario a far affogare tutte le mezze cannette della città!”.

Papa Giucculatera capì l’antifona, piegò la testa e divenne più pallido che mai, al pensiero che quel metro e mezzo d’acqua lo avrebbe ricoperto interamente… e, forse anche, condannato per l’eternità dalla scure infallibile di Nostro Signore.

La Repubblica Neritina

Il 9 aprile 1920 i contadini di Nardò si sollevarono contro lo strapotere dei latifondisti

LA REPUBBLICA NERITINA

Al grido di “pane, lavoro e libertà” oltre cinquemila rivoltosi, capeggiati da Giuseppe Giurgola e Gregorio Primativo, occuparono il Palazzo di Città e tennero testa per un’intera giornata alle forze dell’ordine accorse in gran numero dal capoluogo

Nardò, piazza Salandra, l’antico palazzo municpale


di Emilio Rubino

Per attirarsi le benevolenze e i favori del popolino e per mantenerlo nell’alveo dell’ordine pubblico e del quieto vivere, i governanti di ogni epoca e di ogni luogo puntavano essenzialmente al raggiungimento di due obiettivi di estrema importanza. Come prima cosa, essi garantivano a ogni cittadino una razione giornaliera di pane per tacitare i languori di stomaco e, soprattutto, eventuali pericolose contestazioni; in secondo luogo, organizzavano di tanto in tanto delle feste, degli intrattenimenti pubblici, delle gare sportive, dei tornei popolari per infondere nel loro animo la necessaria contentezza, buon viatico per affrontare il duro lavoro quotidiano. Insomma applicavano alla lettera l’antico motto “Panem et circenses” dei nostri padri latini. Aveva ben ragione Lorenzo il Magnifico quando asseriva che pane e feste tengono il popolo quieto. Nel regno delle due Sicilie i Borbone attuarono un sistema ancora più mirato, la cosiddetta politica delle tre F: Feste, Farina e Forca. In presenza di questi necessari elementi, la vita pubblica di ogni comunità cittadina non poteva che scorrere tranquillamente.

Ci sono stati casi, purtroppo, in cui le sorti di una nazione sono state completamente sovvertite dalla rivolta popolare per la scarsa lungimiranza, l’incuria e l‘arroganza di certi regnanti. La storia, magistra vitae, ci ha tramandato alcuni esempi, il più eclatante dei quali è la Rivoluzione Francese. Scaturita dalle tante ingiustizie sociali, dalla corruzione dilagante e dalle continue vessazioni alle quali era sottoposta la gleba, esplose in modo cruento e sanguinoso allorquando i cittadini, da giorni in agitazione per la mancanza di pane, si sentirono ancor di più umiliati e vilipesi dalla regina Maria Antonietta che, ad un loro accorato appello, aveva risposto incautamente e con distacco: ”Non hanno pane?… allora che mangino brioches!”. Poi, sappiamo bene come sono andate a finire le cose.

Una situazione analoga, anche se di proporzioni molto ridotte, accadeva all’inizio del secolo scorso in diversi comuni del Salento e, in modo particolare, a Nardò. Grandi masse di contadini, muratori e braccianti vivevano in condizioni di estrema miseria e tra tante sofferenze. Sfruttati dai latifondisti, dovevano chinare la testa e accettare mestamente ogni tipo di maltrattamento e mortificazione. I governanti dell’epoca, purtroppo, stavano dalla parte dei “padroni”, tolleravano ogni loro sopruso, addirittura li proteggevano e nulla si poteva fare o dire contro di loro per non ritrovarsi senza il minimo necessario alla sopravvivenza. Mancava il lavoro, nonostante ci fossero a disposizione immensi campi incolti di proprietà dei “signori”, i quali preferivano non coltivarli piuttosto che sobbarcarsi al pagamento di un salario giornaliero di £ 7 a contadino. Questa era la paga pro-capite pattuita con il Prefetto di Lecce.

Era difficile, assai difficile campare con quei padroni, i quali, nonostante tutto, continuavano a retribuire i contadini alla vecchia maniera, dando loro un salario di una lira e mezza al giorno. La povera gente, per non inimicarsi il padrone strangolatore, era costretta, obtorto collo, ad accettare le imposizioni e a mantenere un silenzio omertoso.

veduta settecentesca di Nardò

Riportiamo un’eloquente testimonianza di un funzionario di Pubblica Sicurezza rilasciata nel 1922, esattamente due anni dopo la sanguinosa rivolta neritina: “La mentalità dei signori di Nardò è tuttora arretrata, come ai tempi del duca di Conversano, che, giungendo in città nel 1647, rimase attonito per l’eccessiva tolleranza con cui si trattavano i servi della gleba, nonostante questi vivessero in condizioni disumane, come un branco di bestie moleste e dannose”.

Lo stesso Tommaso Fiore annotava in un suo scritto: “I padroni della gleba sono avidi, gretti, bigotti sino all’assurdo, reazionari, nemici acerrimi della gente povera”. Noi aggiungiamo che i “signori”, ed anche i loro pupilli, abusano delle donne, soprattutto di quelle che avevano estremo bisogno di portare avanti la propria famiglia.

Con tanta rassegnazione nel cuore e nella speranza che la situazione potesse migliorare, i contadini e i braccianti, sconfitti e umiliati, continuavano a subire ogni genere di sopraffazione e a masticare l’amarezza delle loro sofferenze.

“Cusì ‘ole Diu!” – erano soliti dire, a giustificazione delle loro pene.

Poi giunse la Grande Guerra.

“Difendete la Patria e sarete ricompensati!” – fu promesso loro prima di partire per il fronte e combattere contro gli Austriaci in difesa degli interessi della “casta degli eletti”, ma non certamente di tutti gli Italiani.

Furono in molti a perire sul Piave o sui monti della Carnia e pochi, soltanto pochi, a riabbracciare la moglie, i figli, i genitori. In cambio non ottennero nulla. Non un pezzetto di terra da coltivare in proprio (nonostante le iniziali promesse), non una sussistenza che potesse lenire i tanti disagi, ma soltanto una misera medaglia di rame o una croce di bronzo e, tutt’al più, una modestissima pensione d’invalidità, a ricordo di una guerra che era stata prodiga soltanto di lutti.

Ritornarono le paghe basse, ritornò lo sfruttamento dei ricchi proprietari, ritornarono prepotentemente a riaffacciarsi la solita miseria e la solita fame. Tutto come prima, se non più di prima.

Era comprensibile, quindi, come a questi umili uomini covasse nel cuore un giustificato risentimento di odio e di riscatto nei confronti dei ricchi proprietari e accogliessero con favore coloro che si battevano per la loro causa e per la costruzione di una società più giusta e socialmente più avanzata. Pian piano si cominciò a parlare di Socialismo e si dette vita alle Leghe. Sorse, entro le vecchie mura di questa sonnacchiosa città, la “Lega di Resistenza dei Contadini”, il cui animatore fu il neritino Eugenio Crisavola, ottimo persuasore e agitatore, e, per tale motivo, inviso sia ai ricchi signori sia al clero locale che, di socialismo, non volevano nemmeno sentir parlare. Quest’uomo era considerato un sobillatore di coscienze, era il diavolo vestito di rosso, che metteva zizzanie nella mente del popolino.

Si badi attentamente che, in quegli anni, i signori, pur retribuendo il bracciantato con paghe misere, che a malapena consentivano l’acquisto del pane, si facevano pagare l’olio ed altre necessarie cibarie (di scarsa qualità, ovviamente) a prezzi esagerati; allo stesso modo, imponevano per le anguste case date in locazione (più che altro tuguri) affitti salatissimi, da veri strozzini.

Nardò, piazza Salandra con il Sedile e la guglia

Ben presto si manifestarono i primi malcontenti di piazza e le dure contestazioni allo strapotere della classe agiata. Le forze dell’ordine riuscirono facilmente ad avere il sopravvento sui dimostranti e a disperderli nelle campagne, anche perché erano poco organizzati.

Un delegato di Pubblica Sicurezza, disgustato dallo spropositato intervento delle forze dell’ordine, ebbe a scrivere al Prefetto di Lecce: “Non è giusto, né opportuno, né possibile usare la forza contro disoccupati che non chiedono altro che il lavoro… I signori pretenderebbero avvalersi della loro disoccupazione per farli lavorare nei loro terreni con pochi denari, ed esigono che l’Autorità, con la forza, li protegga”.

L’intransigenza dei padroni, nonostante tutto, continuava a persistere come prima e più di prima.

Nel frattempo, il 7 aprile 1920, accadeva nell’interno della Lega dei Contadini un avvenimento decisivo, che avrebbe stravolto da lì a poco l’intera vita della città. Si erano verificati gravi contrasti tra il Crisavola, che voleva trattare con i padroni, e Gregorio Primativo e Giuseppe Giurgola, entrambi favorevoli ad uno scontro frontale. A spuntarla furono i secondi. L’8 aprile si preparò lo sciopero generale, si studiò nei particolari il piano per isolare completamente la città e per far cadere il governo municipale. Alla rivolta aderì anche la Lega Muratori. Tra gli scioperanti nacque l’idea di proclamare, a battaglia vinta, “La Repubblica Neritina”, retta dai proletari rivoluzionari. Si diede vita ad un corpo di polizia denominandolo “Guardie Rosse”, al quale aderirono numerosi giovani, e fu nominata una Commissione Permanente di Agitazione, a presidente della quale fu chiamato il carismatico Giuseppe Giurgola.

Nella notte tra l’8 e il 9 aprile furono tagliati i fili del telefono e della luce, s’innalzarono barricate agli ingressi principali della città, fu bloccata la stazione ferroviaria, disarmati i carabinieri e il delegato di Pubblica Sicurezza, di modo che Nardò fu totalmente isolata.

Alle sette della mattina successiva, la città si sollevò dalle sue ataviche sofferenze e una folla di oltre cinquemila persone si riversò nella Piazza del Comune, mentre i ricchi proprietari si rinserrarono nei palazzi insieme alla servitù, rimasta loro fedele. Alcuni baldi giovani salirono sulla loggia del Municipio per ammainare il tricolore e issare la bandiera rossa. Un consistente manipolo di dimostranti sfondò il portone di palazzo Personè e dai magazzini furono trafugati grano, vino, olio, formaggi e salumi in abbondanza.

Verso le tre pomeridiane arrivarono in città settanta soldati e trenta carabinieri, armati di moschetti, pistole e bombe a mano. L’ordine impartito dal Prefetto di Lecce era stato perentorio: repressione!

Intanto la folla dei rivoltosi si era radunata nei pressi della “Porta ti lu pepe”. In prima linea alcune donne iniziarono a lanciare pietre e quant’altro capitasse nelle loro mani contro i militari, che si avvicinavano a ranghi serrati. Un soldato puntò contro la folla il fucile senza però sparare. Immediatamente il militare fu assalito da cinque dimostranti che lo disarmarono e lo pestarono duramente. La scintilla della sommossa era ormai scoccata. Di fronte al furore incontenibile dei rivoltosi, i militari indietreggiarono mentre la folla, scatenata e agguerrita, continuava a scagliare pietre ed oggetti di ogni dimensione. Ben presto i soldati, vistisi alle strette, lanciarono contro i manifestanti due bombe a mano. Fu una vera strage: persero la vita cinque uomini, un sesto morirà dopo alcune ore. I feriti furono ventisette, alcuni dei quali in condizioni gravi, mentre tra le forze dell’ordine si contò un solo morto.

La guerriglia terminò dopo tre ore, intorno alle sei di sera, quando i rivoltosi furono accerchiati e presi tra più fuochi. Intanto continuavano a giungere da tutta la provincia altre forze dell’ordine (un migliaio in tutto) che rincorsero i manifestanti, dividendoli e disperdendoli nelle vicine campagne. Alla fine i militari arrestarono ben duecento persone, grazie anche all’aiuto dei servi dei padroni, che in seguito si lasciarono andare ad ogni azione delittuosa nei confronti dei contadini che abitavano nei casolari di campagna.

Gregorio Primativo fu arrestato il 20 aprile. Mandati di cattura furono spiccati anche contro il Crisavola e altri personaggi di spicco, fra cui il noto avvocato galatinese Carlo Mauro, colpevole di aver partecipato alla costituzione della Lega di Resistenza dei Contadini.

Il mitico Giuseppe Giurgola si rifugiò nella Repubblica di San Marino, che gli dette asilo politico. In seguito, si trasferì esule in Francia, dove morì nell’agosto del 1938 in un incidente sul lavoro.

La repressione dei padroni si scatenò con ferocia inaudita sui contadini e muratori rivoltosi tra l’inspiegabile indifferenza delle forze dell’ordine.

La mattina del 10 aprile i ricchi proprietari organizzarono una contromanifestazione per le strade cittadine. I palazzi furono bardati col tricolore e ornati a festa. Una folla di 1500 persone sfilò per le vie più importanti di Nardò, con in testa gli agrari più ricchi (Zuccaro, Personè, Giannelli, Muci, Fonte, Vaglio, Colosso, Arachi, Saetta, ecc.).

Cinque giorni dopo, esattamente il 15 aprile, alcuni signori si riunirono nel Palazzo Comunale e fondarono il “Fascio d’Ordine”, i cui componenti si vantarono di aver represso la sommossa e affossato la Repubblica Neritina: un’istituzione vissuta solo ventiquattro ore, ma che poi rinacque più forte e più bella vent’anni dopo.

Quella dei rivoltosi sottoposti al giudizio del Tribunale Penale di Lecce è un’altra brutta pagina di storia, sulla quale ci soffermeremo in un prossimo articolo.


Fatti e misfatti dello spiritello domestico salentino

Lu munaceddhu tispittusu. Fatti e misfatti dello spiritello domestico salentino

 

di Emilio Rubino

Uno dei personaggi più curiosi ed originali che la storia del nostro folklore pare abbia cessato di tramandarci è il munaceddhu (in altri luoghi – come vedremo – diversamente nominato). Questa vuol’essere un’antologia dei mille e mille episodi di cui il munaceddhu è stato protagonista; essa intende raccogliere in un unico blocco alcuni aspetti, in parte da me già pubblicati una ventina d’anni fa su «La Voce di Nardò», con l’aggiunta di altri esilaranti episodi e nuove considerazioni. Questo revival è pertanto la riedizione ampliata ed abbellita per la novità di episodi accaduti, ad opera di confratelli del munaceddhu, oltre i confini nazionali.

Sul munaceddhu non vi sono dei trattati – come è stato riscontrato – se non solo una deliziosa e breve raccolta fatta da Carlo Levi nel suo pregevole Cristo si è fermato ad Eboli; Eboli, un oscuro paesetto di questo profondo sud, nel quale la vita ed il progresso si son fermati alle porte cittadine così come nostro Signore Gesù  Cristo.

L’elenco che son riuscito a comporre supera di poco la trentina di nomi di “confratelli” (così mi vien da dire) del munaceddhu, compresi i nostrani e gli stranieri: in buona parte, tutti agivano in maniera scherzosa e tutt’al più dispettosa, mentre solo una piccola parte aveva caratteri improntati ad una immotivata cattiveria.

Donne gravide nella tradizione popolare salentina

di Marcello Gaballo

Per il nostro popolo la gravidanza era un evento voluto sì dalla coppia, ma sempre “con la mano di Dio”, senza il cui intervento nulla sarebbe potuto accadere. Si poteva richiedere l’intercessione di Sant’Anna, la mamma di Maria, protettrice delle partorienti, alla quale si sarebbero accese lampade e rivolte preci, fino all’ottenimento della grazia. In verità la santa poteva riuscire nella determinazione del sesso del nascituro, meno nella gravidanza, atto più sublime e perciò di competenza di chi “stava più in alto di lei”.

Una volta scoperto lo stato interessante le gravide primipare, senza esperienza, raccoglievano avvertimenti e precauzioni, che avrebbero osservato nei nove mesi. Principali informatrici erano le madri, poi le suocere, quindi le amiche intime e per ultime le vicine, come al solito invidiose, anche se apparentemente gentili.

Ecco allora una serie di norme che esse dovevano rispettare, con dei pregiudizi e credenze che ai giorni nostri fanno certamente ridere, ma che allora venivano presi come sacrosante verità, tanto da sentirsi in obbligo di trasmetterle oralmente alle proprie figlie.

Se una donna durante la gravidanza avesse bevuto in un otre il parto sarebbe stato certamente difficoltoso; non poteva neppure tenere al collo catenine o collane, che avrebbero causato un attorcigliamento del funicolo ombelicale sul collo del bambino, con conseguente morte per asfissia durante il parto.

Secondo un’altra credenza se la madre e il figlio sono nati entrambi in un anno bisestile, quest’ultimo sarà sfortunato in vita, così come lo sarà anche quello concepito in un anno bisestile.

In passato le donne salentine per pudore non ostentavano mai la gravidanza, se non quando si fosse al V-VI mese, in quanto indice di inevitabile attività sessuale col coniuge e quindi di facili costumi o comunque di scarsa serietà. Dell’evento, almeno per i primi tre mesi, venivano informati solo il marito, la madre e la suocera.

Se mai la gravidanza fosse capitata a una nubile si può facilmente immaginare lo scandalo: la sfortunata doveva fasciarsi il ventre per celare l’evento, fino ad arrivare al parto senza che nessuno avesse mai saputo nulla dello stato interessante, che nel frattempo aveva portato a termine nella segregazione domestica, adducendo malattie gravi della poveretta, pur di non rendere manifesta la sua imperdonabile “scappatella”.

Chi seguiva la donna nel corso della gravidanza era sempre l’ostetrica, riservando il consulto medico solo per i casi difficili. Quando ci si sarebbe dovuti rivolgere al ginecologo, lo si sarebbe fatto di nascosto dalle solite curiose vicine e dai parenti, che venuti a conoscenza, sarebbero stati portati a pensare a “malattia fiacca”.

Di analisi cliniche o visite di controllo neanche a parlarne, perché, sempre per il popolo, solo le donne sane e forti avrebbero potuto condurre a termine una gravidanza.

Esistevano anche dei pronostici, gettonatissimi, riguardo al sesso del nascituro; l’elemento principale era costituito dal profilo della pancia materna: se la pancia risulta pizzuta, come si dice essere la lingua delle donne, nascerà certamente una femmina, mentre se la pancia avrà la forma schiacciata nascerà un maschio. Per questo si recitava una quartina, assai nota:
Entra pizzuta
porta la scupa;
entre cazzata
porta la spata
.
A tal proposito, scrive Emilio Rubino nel III numero di Spicilegia Sallentina, spada e scopa, come la forbice e il coltello, sono i simboli più veri che sin dall’antichità sono stati presi a significare le attività casalinghe per la donna e quelle virili e marziali proprie dell’uomo.

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