L’EMIGRAZIONE DEI MERIDIONALI

Un incontrollato e inarrestabile fenomeno esploso subito dopo l’Unità d’Italia

L’EMIGRAZIONE DEI MERIDIONALI

Il Meridione, violentato e sfruttato in ogni sua parte vitale, reagì alla difficile situazione economica con un esodo di massa in Europa, nelle Americhe e in Australia

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di Rino Duma

Premessa

Quello dell’emigrazione è stato un disastroso e sconvolgente fenomeno che ha interessato l’Italia subito dopo la sua unificazione. Una crisi economica devastante e incontrollabile mise in ginocchio intere popolazioni, a partire da quelle meridionali dell’ex Regno delle due Sicilie, in particolar modo la Campania, l’Abruzzo, la Basilicata e la Calabria, sino a travolgere anche quelle del basso Veneto e del Friuli.

Stranamente il fenomeno risparmiò le zone centro-settentrionali del paese, che furono appena appena sfiorate dall’ondata di carestia, sofferenze, malattie e morte.

Il governo non seppe fronteggiare con opportune e tempestive politiche la preoccupante situazione; tentò di arginarla, ma furono solo interventi di facciata e poco efficaci. D’altra parte cosa poteva mai importare al governo centrale se nel Meridione d’Italia intere popolazioni erano state ‘indotte’ a vivere alla stessa stregua degli animali? o se non trascorreva anno senza che si presentasse a Palermo, a Messina, a Napoli o a Bari il colera, il tifo petecchiale, il morbillo, la scarlattina e quant’altro di peggio? Eppure, durante la presenza borbonica, il Meridione, pur vivendo in condizioni precarie, non aveva mai toccato condizioni di vita così tanto estreme!

La verità – nota solo a pochissimi e che la storia non ci ha mai trasmesso – è che le ricchezze dei Borbone e di altre popolazioni servirono a colmare (solo in parte) l’enormità del debito pubblico piemontese (forse superiore a quello attuale italiano), che di fatto fu poi riversato nel bilancio del nuovo stato unitario ed assunto da tutti gli italiani (ancor oggi stiamo pagando interessi su quel debito sabaudo!). Questo è uno dei principali motivi (se non l’unico) per cui fu fortemente voluta l’Unità d’Italia!

L’inarrestabile emorragia dell’emigrazione

Stante una situazione del genere, l’unico rimedio per le genti disilluse, affamate e sfinite fu quello di abbandonare la propria terra e di migrare in uno stato europeo più ricco o in uno extraeuropeo in via di sviluppo. Inizialmente furono scelte la Francia, la Svizzera, la Germania e l’Austria-Ungheria, mentre in seguito furono preferite le Americhe e l’Australia.

Fu un vero calvario verso cui andarono incontro milioni di contadini di mezz’Italia1, per i quali nulla fu fatto di concreto per scongiurare la tendenza all’espatrio. C’è chi ipotizza che il movimento migratorio fu visto come una panacea dalle autorità politiche dell’epoca e che addirittura fu incentivato. I lorsignori governanti, invece, avrebbero dovuto adoperarsi nelle aree interessate con un’efficace e massiccia politica di rinascita e di sviluppo, in modo da attenuare il divario economico tra le due parti d’Italia. Non lo fecero perché l’unificazione dell’Italia non aveva mai trovato posto nella loro mente, se non per realizzare forti e turpi interessi di parte. Anzi il divario andò via via acuendosi senza alcun controllo.

Perciò si decise di partire “per terre assaje luntane”, dove poter ricostruire pian piano una condizione di vita decente e dignitosa.

Spinti dalla miseria e dalla speranza di un futuro migliore, ma vittime della propria ignoranza ed analfabetismo, molti emigranti (veneti e meridionali) furono facili prede di sfruttatori, la cui propaganda fu spietata e scandalosa, tanto da promettere “ricchezze straordinarie e fortune colossali a quanti si dirigevano in America, dove le strade erano coperte d’oro e si mangiava a sazietà”.

Il lavoro degli agenti d’emigrazione fu impietoso, asfissiante ma anche molto redditizio. Questi uomini, senza cuore e con l’unico intento di ingrossare il portafoglio, arrivarono ad offrire anche il biglietto d’imbarco a quei poveri disgraziati, che furono costretti ad abbandonare la propria terra e gli affetti familiari più cari solo per estrema necessità di vita. Furono perfino consigliati a vendere la casa, le masserizie e il piccolo podere, per procurarsi il denaro per il viaggio e per il primo periodo di soggiorno. L’agenzia di emigrazione era solitamente un’impresa privata che aveva la sede principale nelle città costiere, come Palermo, Napoli e Genova. Gli agenti erano avventurieri che si recavano personalmente nelle zone in cui il tasso di espatrio era consistente per reclutare migranti e indirizzarli verso le compagnie di navigazione, disposte ad offrire provvigioni molto alte per ogni migrante arruolato.

Con la legge del 31 gennaio 1901 la figura dell’agente fu finalmente abolita. Prima di tale legge gli agenti privati dell’emigrazione erano ben 13.000! Il compito di arruolare i migranti fu perciò assegnato a una ventina di compagnie di navigazione, previa autorizzazione ministeriale. Naturalmente, per svolgere il loro lavoro, le compagnie avevano bisogno di subagenti e, soprattutto, di gente molto esperta. Ovviamente fu assunta buona parte di coloro che un tempo esercitavano in proprio la professione di agente. In pratica fu soltanto rivoltato il calzino, ma non sostituito.

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La partenza

I due maggiori porti italiani, Napoli e Genova, si divisero tacitamente i porti di destinazione. Il porto di Genova s’interessava del traffico migratorio verso il Sud America (Brasile, Uruguay, Argentina, Paraguay e Cile). Il porto di Napoli, invece, organizzava i viaggi della speranza verso il Nord America e, successivamente, quelli in Australia.

I primi migranti furono inizialmente rappresentati da persone singole e soltanto verso la fine dell’800 furono raggiunti dai loro familiari.

Le tribolazioni per i migranti iniziavano ancor prima della partenza. Infatti, a differenza dei grandi porti europei dotati di “Ricoveri per emigranti”, quelli di Genova e Napoli non erano adeguati a gestire la grande massa di gente in attesa di imbarco. Infatti, «nelle stazioni marittime gli emigranti sono sottoposti a visita medica e i loro bagagli bonificati. Una volta espletate queste operazioni […] gli emigranti restano sulla banchina in attesa di partire». L’attesa era di non meno di dieci giorni e a volte superava anche il mese.

Con l’entrata in vigore della legge del 1901, le spese ‘in attesa dell’imbarco’ furono a totale carico delle Compagnie di navigazione. Ma anche in questo caso gli agenti, pur disponendo di locande autorizzate al ricovero, preferirono tenerle chiuse ed utilizzare case situate nei quartieri più sudici, ospitando i poveri migranti in ambienti con poca aria e luce, senza acqua, con pochissimi servizi igienici e con la gente che dormiva per terra o su appestati e nauseabondi giacigli. La presenza dello Stato era totalmente assente. Solo nel 1911, dopo il colera di Napoli, fu istituito il ‘ricovero obbligatorio di stato’ presso locande autorizzate, continuamente ispezionate e igienizzate.

Il grande traffico migratorio fu gestito soprattutto dalle compagnie di navigazione straniere, più organizzate e tecnologicamente avanzate, le quali già disponevano di confortanti piroscafi, mentre quelle italiane sfruttavano ancora bastimenti a vela obsoleti e poco idonei alle grandi traversate.

Si trattava di imbarcazioni prossime al disarmo, di vere e proprie carrette del mare. Questi “vascelli della morte” non potevano contenere più di 6-700 persone, ma ne caricavano più di 1.000 e partivano senza la certezza di arrivare a destinazione. Furono in molti a perire in quei tragici viaggi verso la speranza: 576 emigranti, quasi tutti meridionali, nel naufragio dell’’Utopia’, avvenuto nel marzo 1891 davanti al porto di Gibilterra; 549 emigranti, di cui numerosi italiani, nel naufragio del ‘Bourgogne’, avvenuto al largo della Nuova Scozia nel luglio del 1898; 1.198 emigranti, di cui numerosi italiani, nel naufragio dei due ’Lusitania’, avvenuti il primo nelle acque di Terranova nel 1901 e il secondo affondato da un sottomarino tedesco nel 1915; 550 vittime del naufragio del ‘Sirio’, avvenuto nel 1906 sugli scogli della costa spagnola di Cartagena. Ci sono innumerevoli altri casi, ma omettiamo di riportarli per questione di spazio.

In genere i migranti erano stivati in terza classe, in condizioni pietose e con scarsa igiene. In fondo non si trattava che di alcune “tonnellate umane” (così veniva chiamato il carico umano dei migranti) che “accovacciati sulla coperta, presso le scale, col piatto tra le gambe e il pezzo di pane fra i piedi, mangiavano il loro pasto come i poverelli alle porte dei conventi”.

Per dormire, «l’emigrante si sdraiava vestito e calzato sul letto, ne faceva deposito di fagotti e valigie, i bambini vi lasciavano orine e feci; i più vi vomitavano; tutti, in una maniera o nell’altra, l’avevano ridotto, dopo qualche giorno, in una cuccia da cane. A viaggio compiuto, ciò che accadeva spesso, era lì come fu lasciato, con sudiciume e insetti, pronto a ricevere il nuovo partente».

In tali condizioni, contrarre una malattia era molto frequente ed era inevitabile che alla fine di ogni viaggio si contassero diversi decessi.

Si pensi che molti furono i piroscafi a giungere a destinazione con delle perdite umane considerevoli. Il ‘Remo’, partito nel 1893 con 1.500 emigranti, registrò 96 morti per colera e difterite e fu respinto dal Brasile; l’’Andrea Doria’ nel viaggio del 1894 contò addirittura 159 morti su 1.317 emigranti (oltre il 12%); sul ‘Vincenzo Florio’ nello stesso anno i morti furono 120 su 1.321 passeggeri; nel 1894 sul ‘Carlo Riggio’ alla fine del viaggio si contarono ben 206 morti di cui 141 per colera e morbillo.

Oltre alle pessime condizioni igieniche e alimentari dei migranti, va osservato che, durante le avventurose migrazioni, su ogni nave vi era un solo medico, il quale disponeva di pochi medicinali e, paradossalmente, non vi erano né infermieri, né ambulatorio, né farmacia.

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Finalmente l’arrivo!

Una volta giunti a destinazione, i migranti venivano sottoposti a rigorose visite mediche. Quelle effettuate dal personale sanitario statunitense erano accuratissime e prevedevano, inoltre, un periodo di “osservazione” per coloro che non superavano la prima visita medica. La località che ospitava i migranti “rivedibili” era l’isola di Ellis Island, nel golfo di New York. Al termine della “quarantena”, i migranti venivano sottoposti ad ulteriore visita medica e soltanto dopo ricevevano il nulla osta per entrare negli Stati Uniti. Erano in tanti i migranti che non superavano l’ultima visita, per cui erano costretti a tornare in patria. Le donne sole, anche se fidanzate, non potevano essere ammesse e dovevano celebrare il matrimonio con il proprio compagno, con un parente o un conoscente. I minorenni senza genitori dovevano trovare dei garanti e gli orfani dovevano essere adottati, altrimenti erano respinti.

Questo accadeva negli Usa, ma negli altri porti le visite mediche erano fatte con troppa approssimazione, per cui molti migranti portavano con sé a terra malattie gravi che, a volte, creavano veri focolai di epidemie tra le popolazioni locali.

da "Come eravamo"
da “Come eravamo”

In cerca di lavoro

Non appena i migranti toccavano terra, istintivamente erano portati a genuflettersi e ringraziare il buon Dio per averli fatti giungere a destinazione. Anche se affaticati, sporchi e laceri, quei poveri Cristo formavano compatti una sorta di associazione, che, meglio dei singoli, poteva curare i loro interessi e nel contempo difenderli da spregiudicati avventurieri locali. Insieme chiedevano lavoro, insieme si davano da fare per trovare casa e sistemarsi in quartieri dove già era presente una consistente comunità italiana, insieme facevano istanza alle autorità per essere garantiti nei loro principali diritti. Questo tipo di organizzazione diede il più delle volte ottimi risultati. Ed ecco che nelle grandi città americane si formarono spontaneamente le “Little Italy”, come a New York, Chicago, Montevideo, Buenos Aires, Sao Paolo, Sidney, Toronto.

Con pochissimi soldi in tasca ma con la grande voglia di lavorare, gli emigranti italiani non tardarono a trovare impiego. A loro furono riservate le fatiche più pesanti (rifiutate dai residenti), come le grandi opere stradali o ferroviarie, la costruzione di ponti e canali, la perforazione di gallerie, l’abbattimento di intere aree boschive, attività capaci di garantire un guadagno immediato da spedire alle famiglie rimaste in Italia. In questo modo, secondo il Commissariato dell’Emigrazione, negli anni precedenti la Grande Guerra le rimesse degli emigrati, frutto di risparmi, superarono i 500 milioni di lire l’anno (un’immensa fortuna, soprattutto per le banche italiane!).

I primi anni di lavoro furono durissimi, non tanto per il salario inadeguato al lavoro svolto, ma quanto per le assurde spese per acquistare medicinali, per usufruire del servizio medico-sanitario, per procurarsi un adeguato abbigliamento o per riparare la propria casa.

Molti non ce la fecero e s’indebitarono al punto da essere indotti a passare tra le fila dei malavitosi, ai quali si erano rivolti in precedenza per alcuni prestiti. I più continuarono tra mille stenti a portare avanti il lavoro massacrante e a tentare di trovarne un altro meno faticoso. Pochi furono baciati dalla fortuna, forse perché più intraprendenti e più votati al rischio.

Nell’Ovest americano e in Canada l’emigrazione italiana ebbe risvolti positivi in diversi ambiti: dal lavoro nei campi, alla coltivazione della vite e di altra frutta, alla pesca, al piccolo commercio. Nel 1910 le aziende agricole, di proprietà di italiani, erano già 2.500; in California, nel 1908, c’erano già cinque banche italiane, di cui la più famosa era la ‘Bank of America and Italy’.

Anche in Brasile alcuni migranti, dopo un periodo di sacrifici e stenti, riuscirono a costituirsi in cooperativa e ad acquistare la fazenda presso cui avevano lavorato. In pochi anni trasformarono quelle “colonie per dannati” in piccoli paradisi, dotati di ogni comfort, tra cui una chiesa, un piccolo ospedale, una scuola, una piazza in cui ritrovarsi la domenica, un teatro e, in seguito, un cinematografo.

Vi sono anche brutte storie legate ai migranti che racconterò solo superficialmente per non intristire ancor di più il lettore. Voglio soltanto ricordare che il 6 dicembre 1907, nelle gallerie della miniera di carbone di Monongah, cittadina del West Virginia, ebbe luogo il più grave disastro minerario della storia degli Stati Uniti d’America. Vi perirono ben 425 minatori, di cui 171 italiani. Ben più grave di quella di Marcinelle in Belgio (agosto 1956), in cui persero la vita 262 minatori, 136 dei quali italiani (alcuni erano originari di Casarano).

Conclusioni

Mi preme concludere la breve trattazione ricordando che questi “eroi della vita” hanno rappresentato, almeno per chi scrive, la parte migliore degli italiani; è stata gente autentica, fiera, forte, mai rassegnata a subire le sorti della vita, gente che ha osato sfidare “i tempi, il mare, l’uomo con i suoi innumerevoli tentacoli esiziali, un futuro con poche speranze”. Vanno tutti ricordati con grande rispetto e deferenza.

Coloro che rimasero in Italia e nulla fecero per trattenerli sul suolo patrio e farli vivere con dignità vanno messi all’indice, esposti al pubblico ludibrio della storia e… maledetti per sempre!

1 Precisazione – Dal 1870 sino alla Prima Guerra mondiale i migranti italiani furono ben 14 milioni!

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

 

 

In fuga dalla Terra d’Otranto: spunti sull’emigrazione salentina di inizio Novecento

da “Come eravamo”

 

 

di Alessio Palumbo

 

Con l’arrivo dell’estate le campagne tornano ad animarsi. La raccolta di pomodori, angurie e quant’altro, impegna una vasta manodopera, spesso immigrata. Povera gente che, in molti casi, fugge da condizioni sociali ed economiche terribili e cerca di allontanare lo spettro della fame lavorando nelle nostre campagne. Non di rado sono immigrati irregolari, pagati pochi soldi e stipati in alloggi di fortuna. Svolgono quei lavori spesso rifiutati dagli italiani, ma ciò non garantisce loro rispetto o solidarietà. Anzi, in molti casi sono esclusivamente additati come causa di disordini, come autori di atti criminosi. Sono degli indesiderati. Sono le “vittime” di chi ha una scarsa conoscenza delle proprie origini e della propria storia.

Troppo spesso, infatti, confusi da immagini edulcorate sul nostro passato, fermandoci alle rappresentazioni della campagna salentina come luogo sì di lavoro, ma soprattutto di feste contadine e di canti al ritmo dei tamburelli, dimentichiamo che anche i nostri antenati hanno vissuto l’emigrazione, lo sfruttamento, il disprezzo degli altri popoli.

Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900,  l’agricoltura del sud Italia attraversò un periodo di profondo regresso a causa sia di trattati commerciali dannosi per le colture del Mezzogiorno sia di periodiche crisi agricole, dovute tra l’altro alla diffusione di malattie parassitarie. A questa difficile situazione le popolazioni meridionali risposero, in molti casi, con l’emigrazione in Europa ed oltreoceano.

da “Come eravamo”

Nel Salento la crisi fu particolarmente grave, intaccando le due principali colture locali: la vite e l’ulivo. Dal 1892 in poi, interi uliveti furono colpiti da un’epidemia, la brusca, che costrinse i proprietari a sradicare numerose piante, facendole saltare in aria con la dinamite. Nel giro di pochi anni anche la vite fu infettata da una malattia parassitaria, la filossera. Ne derivò un terribile immiserimento per tutti coloro che vivevano del lavoro nei campi:la Terrad’Otranto divenne per molti una terra di disperazione.

Per tutto il primo quindicennio del secolo, una miseria terribile e diffusa impedì a gran parte del proletariato salentino persino di  racimolare il denaro necessario per emigrare oltre confine. Scriveva Francesco Coletti:

M’interessa segnalare una zona delle più disgraziate posta nel Subappennino (nei circondari di Lecce e Gallipoli), la quale ancora non fornisce emigranti: è gente isolata e denutrita, che ha paura dell’ignoto e persino stenterebbe a racimolare il peculio per il viaggio”[1]

Enormi masse di contadini cercarono quindi di sottrarsi alla fame e alla povertà spostandosi nelle campagne del brindisino, del Tavoliere e persino della Calabria. Nei borghi, flagellati dalla malaria e da periodiche epidemie di colera, rimasero le famiglie e quei pochi che potevano far a meno di emigrare. Come dimostrano le numerose inchieste dell’epoca e le denunce dei meridionalisti, gli immigrati dal basso Salento venivano alloggiati in posti di fortuna, costretti a lavorare dall’alba al tramonto, tra il disprezzo e l’astio dei contadini locali. Per i braccianti baresi e foggiani, spesso già organizzati in combattive leghe di lavoro, i leccesi erano soltanto degli affamatori che svendevano per nulla il proprio lavoro, causando così un abbassamento generale dei salari. Le carte prefettizie testimoniano le aggressioni ai danni dei contadini salentini:

“Queste immigrazioni […] danno luogo a incidenti fra gli immigrati e gli indigeni i quali temono ribassi nei salari. La cronaca deve registrare casi non infrequenti di violenze commesse a danno degli immigrati”[2]

“Gli operai giornalieri restano, di regola di notte alle masserie; le condizioni di ricovero variano da masseria a masseria. Nel migliore dei casi gli adulti maschi stanno in un locale, le femmine e i ragazzi in un altro. D’estate per molte masserie anche in siti malarici, si dorme all’aperto tutti quanti o tutt’al più in qualche capanna di paglia, nei cui angoli gli uomini si ammucchiavano”[3]

da “Come eravamo”

Chi rimaneva nei luoghi d’origine molto spesso viveva di stenti. Gli scarsi sussidi del governo, le cucine economiche per i più poveri, l’opera di alcune società di mutuo soccorso e di enti benefici, rimanevano semplici palliativi per una situazione drammatica. Alcune testimonianze dell’epoca possono rendere maggiormente l’idea:

“Prolungamento piogge e deficienza lavori campestri sindaco Cutrofiano invoca concessione sussidio per distribuzione generi alimentari famiglie povere e bisognose […] anche per evitare turbamento ordine pubblico”[4]

“Sindaco Alezio invoca sussidio per impianto cucine economiche a pro contadini disoccupati. Dalle informazioni assunte risulta che causa piogge abbondanti quei terreni sono tutti allagati e quindi effettivamente vi è assoluta mancanza di lavoro con conseguente miseria della classe dei contadini”[5]

“Comune Casarano ove giorno sei corr. verificansi caso accertato colera ed ove occorre intensificare profilassi così nel capoluogo come nell’importante frazione Melissano, essendo deficienti servizi come fu constatati da ispezione medico provinciale. Chiede sussidio”[6]

Fermiamo qui la narrazione. Sono solo degli spunti per riflettere su un passato spesso dimenticato. Volendo, potremmo interrogarci sul perché di questa dimenticanza: si tratta di un passato troppo remoto per essere ricordato? O forse  talmente duro da “dover” essere dimenticato?


[1]Francesco Coletti, Dell’emigrazione italiana, 1911 in R. Villari, Il sud nella storia d’Italia, Roma-Bari, Laterza, 1981

[2]Inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini meridionali e della Sicilia – Puglie, vol III, tomo I: Relazione del delegato tecnico prof. G.Presutti, Tip. Nazionale di G.Berterio, Roma, 1909, p.170, in. F. Grassi, Il tramonto dell’età giolittiana nel Salento, Roma-Bari, Laterza, 1973

[3]Inchiesta sui contadini in Calabria e in Basilicata, in F.S. Nitti, Scritti, Bari, Laterza, 1968, p.182

[4] Telegramma del prefetto di Lecce al Ministro dell’Interno in data 04/03/1910, in Archivio Centrale dello Stato, M.I. Assistenza e beneficenza Pubblica, 1910-12, b.21

[5]Telegramma del prefetto di Lecce al Ministro dell’Interno in data 28/02/1910, ivi

[6]Telegramma del prefetto di Lecce al Ministro dell’Interno in data 10/01/1911, ivi

Rocco Serra emigrato salentino

 di Lucio Causo

   Rocco Serra era tornato in Italia per votare e vi aveva trovato la morte. Questa la drammatica vicenda di un emigrato salentino, il cui cadavere venne rinvenuto sui binari della ferrovia per Lecce, ad una diecina di chilometri dalla stazione. La macabra scoperta era stata fatta dal personale ferroviario, in transito nella zona.

A conclusione delle indagini, i Carabinieri dissero che il poveretto, dopo aver votato, si era messo in viaggio per riprendere il lavoro a Berna. Forse aveva aperto per errore uno degli sportelli del vagone nel quale viaggiava ed era precipitato nel vuoto battendo la testa sui “cozzi” che affioravano lungo la ferrovia. Era morto sul colpo.

Al momento della scoperta, Rocco indossava un paio di pantaloni a righe blu e una maglietta rossa. Nel suo portafoglio, oltre al passaporto, furono trovati due biglietti da centomila lire, sessanta franchi ed alcune monete. Dal documento di riconoscimento i Carabinieri erano giunti all’identità dello sfortunato emigrato. La notizia fu presto comunicata a parenti ed amici ed in paese non si parlò d’altro.

Rocco non aveva neppure 17 anni quando emigrò in Svizzera per trovare un lavoro più redditizio. Il padre era malato e non poteva lavorare in campagna, con gli altri contadini del paese.

Il giovane periodicamente lavorava sulla terra di don Antonio Catanese, portando a casa poche migliaia di lire, appena sufficienti per comprare il pane e la farina e per sopravvivere in seno alla famiglia. Non essendo contento di quello che guadagnava, decise di partire con lo zio Vito per lavorare all’estero.

Dopo sette anni trascorsi in Svizzera, si sposò con una giovane di origine tedesca che lavorava nella ristorazione. Non erano ancora passati due anni dal matrimonio quando la moglie rimase incinta. La nascita di Erika, una bimba che si rivelò molto aggressiva e scontrosa, non allietò il già difficile ménage famigliare. Dopo tanti sacrifici e tanta sopportazione, prevalsero le incomprensioni ed i rancori: Erika, all’età di diciotto anni, abbandonò la casa paterna ed andò a vivere con un tedesco separato dalla moglie.

Rocco, col lavoro di giardiniere che svolgeva nelle ville e nei parchi, fuori città, aveva messo da parte un piccolo gruzzolo ed era intenzionato a rientrare definitivamente in Italia, anche da solo, perché la moglie non voleva lasciare la città dov’era nata e cresciuta e dove lavorava da molti anni. E poi in un borgo non lontano da Berna viveva la figlia con i nipotini che andava a trovare ogni fine settimana e durante le vacanze.

Rocco, ogni tanto, nel periodo delle ferie, tornava in Italia per fare i bagni al mare con parenti ed amici. Era sempre triste e non amava parlare del suo lavoro e della sua famiglia, né voleva ricordare i tempi della sua infanzia. Nessuno conosceva la moglie e la figlia, neppure in fotografia. Rocco non ne parlava e se qualcuno chiedeva notizie cambiava discorso. Però guardava ammirato le donne del paese e i ragazzini che giocavano felici nella piazzetta, in campagna e al mare.

La partenza per lui era un momento difficile; soffriva molto quando doveva allontanarsi dalla sua terra e dai suoi compaesani  per tornare in Svizzera. La mattina presto si recava alla stazione da solo perché non voleva farsi accompagnare dai parenti; saliva in silenzio sul piccolo treno locale che lo avrebbe portato in città; poi, dalla stazione di Lecce, sarebbe partito di filato verso il nord, per tornare in quel paese straniero che non aveva mai amato.

Durante la breve permanenza in casa della sorella più piccola, Rocco aveva sottoscritto un compromesso per l’acquisto di un pezzo di terra nella zona del mare. Poveretto, chissà quanto l’aveva desiderato, ma, ormai, non gli serviva più!

Andata e ritorno

di Alessio Palumbo

“Dai Antonio non ci pensare”

“Sì sì, non ci penso”

“Ecco appunto. Stai allegro. Beato te che torni giù. Vedrai che le cose si sistemeranno e, alla fin fine, se proprio dovessero andar male, qualcosa te la trovo io qui. Tranquillo”

“Va bene, ma ora vai, tanto il treno sta per partire”

“Sì, va bene. Allora ciao e salutami tutti”

“Non mancherò”

Luigi si allontanò di corsa, senza voltarsi, sparendo rapido dalla sua vista. Lui poté abbandonarsi sul sedile, stremato, con un senso di angoscia che gli rendeva faticoso persino il respirare. Ma come aveva fatto a giocarsi tutto in un giorno? Tutto!

Appoggiò la testa al vetro freddo. Meglio non pensarci, magari provare a dormire, mentre il treno si lascia Monaco alle spalle e punta verso sud: Innsbruck, il Brennero, Bolzano, Bologna e poi ancora giù Ancona, Pescara, Bari e via via fino a Lecce. Ma come si può dormire quando si è perso tutto per un colpo di testa? E perché doveva capitare proprio a lui? Lui che per stazza e carattere poteva essere paragonato ad un bue: grande, grosso e pacifico.

Giù al paese, mai una rissa, mai una litigata, niente di niente. E invece qui, aveva voluto fare l’eroe e gli era andata male. Quel che più gli rodeva era che la scazzottata, in fin dei conti, c’entrava poco. Vinto o vincitore si sarebbe tutto risolto lì. Ed invece no! Era finita nel peggiore dei modi e a lui non rimaneva che andare via, tornare da dov’era venuto.

Il treno correva, mentre il sole si abbassava rapido sulla destra. Non poté fare a meno di pensare al viaggio di andata, tre mesi prima.

Era partito da Lecce con una grossa valigia, un piccolo dizionario in tasca e tanta rabbia in corpo. Mesi e mesi di lavoro sul cantiere, a rompersi la schiena

Mario Perrotta intervistato da Gianni Ferraris

di Gianni Ferraris

  • Dalle note biografiche di Mario Perrotta sappiamo che è nato nel 1970 a Lecce, dovrà arrivare al 1980 per iniziare a vincere “a chi arriva più in alto”, arrampicandosi sulle impalcature dei palazzi in costruzione raggiungerà il quinto piano, record imbattuto per ben 5 anni. Uno spunto non da poco, stai ancora arrampicando?

Sì, sto ancora arrampicando, poiché quel senso di sfida mi aiuta ancora oggi nel tentare nuove vie (proprio come gli scalatori che cercano di aprire “nuove vie” per scalare lo stesso monte).

In realtà, ho scoperto abbastanza presto che la sfida non era con gli altri ma con me stesso: volevo sapere se ce la potevo fare e, soprattutto, se potevo arrivare a qualcosa rompendo un protocollo o una barriera consolidata nel tempo. La sfida al “questo si fa così da sempre”, al “questo non sei in grado di farlo” è una delle due molle che mi tiene in piedi, quella più infantile, direi. L’altra è l’indignazione civile. E qui non posso che citare Flaubert sul quale sto lavorando in questo momento: “l’indignazione è per me come lo spillone che hanno le bambole nel culo. E’ ciò che le tiene in piedi. Il giorno che dovessi perdere la mia indignazione, cadrei a terra bocconi.”

  • Poi Lo scientifico a Lecce, quindi Bologna, ingegneria, abbandonata per filosofia (laurea con 110 e lode), e la scuola di teatro pagata lavando auto. Bologna la ricca signora, Bologna “busona” o che altro?

Quando sono partito per l’Università (1988), Bologna era il paese dei balocchi di ogni Lucignolo meridionale, quindi la scelta fu facile. Bologna però, era anche sufficientemente lontana per poter dire che andavo a vivere da solo e che me la dovevo vedere con me stesso, senza contare sulla vicinanza fisica della famiglia. E ancora: era un percorso inconscio sulle orme dell’emigrazione poiché è nel DNA di ogni meridionale l’idea che, lontano da casa, è più facile trovare lavoro. Come una condanna dell’anima che ci portiamo addosso da secoli.

Infine, era anche il desiderio adolescenziale di sprovincializzarmi, un desiderio che mi fece abbandonare anche Bologna (nel 1998) per Roma. E dopo qualche anno romano, capii che, per essere centrato e in pace con me stesso, dovevo tornare a casa. Come ho detto spesso, un ritorno dell’anima non del corpo che, invece, continua a vivere in giro per alberghi ma con le sue origini ben

I salentini a Civita Castellana / Ritorno alla Tenuta Terrano: le foto di ieri e di oggi.

Tenuta Terrano a Civita Castellana. La foto a colori è dell’aprile 2012, quella in b/n risale al 1968: le due foto con lo stesso scenario.

di Alfredo Romano

Nel 1965 la mia famiglia emigrò da Collemeto nel Salento a Civita Castellana per la coltivazione del tabacco. Si calcola che almeno cinque mila salentini a quel tempo siano emigrati nell’arco di 15 anni nel Viterbese. I primi due anni furono durissimi, l’alloggio cui ci aveva destinato il primo proprietario terriero era malsano, privo di servizi, praticamente una stalla. Dopo due anni ci trasferimmo nella Tenuta Terrano dove il nuovo proprietario ci fece alloggiare in una casa da cristiani. Nella Tenuta c’era un concentramento di almeno 500 salentini. Coltivammo tabacco per altri otto anni, fino al 1975, quando i miei genitori decisero di tornare a Collemeto. Noi figli restammo perché nel frattempo avevamo trovato un lavoro. Per tanti anni non sono più passato dalla Tenuta Terrano e questo benché dalla mia finestra scorgo ogni giorno in lontananza la torretta della villa dell’allora proprietario terriero. Negli anni Sessanta ero munito di un’irrisoria macchina fotografica in b/n grazie alla quale, però, ritrassi i miei e lo scenario che si presentava alle loro spalle che documenta la vita ordinaria nella Tenuta e alcune fasi della lavorazione del tabacco. Ma ecco che uno di questi giorni, munito di buona fotocamera stavolta, mi sono messo in cammino per arrivare alla tenuta. Il cuore mi batteva forte quando ho fatto ingresso nel viale che portava ai tanti caseggiati, compreso il mio: vi alloggiavano in ordine sparso tante famiglie salentine e alcune calabresi. Dall’ingresso della Tenuta la mia vecchia casa distava un chilometro. Non ero sicuro di riuscire a dirigermi

Irene Mancini intervista Alfredo Romano sull’emigrazione salentina a Civita Castellana. ULTIMA PARTE.


di Irene Mancini

C’era il progetto di tornare giù o si pensava di rimanere qui a Civita?

“Alcuni si fermavano a Civita solo per il lavoro stagionale del tabacco, da marzo a settembre, ma i restanti mesi li trascorrevano nel Salento. Altri prendevano fissa dimora qui a Civita col solo obiettivo di trovare delle opportunità di lavoro che non fossero quelle del tabacco. Il tabacco non costituiva un avvenire. I miei genitori sono rimasti qui per dieci lunghi anni, fino a quando io e i miei fratelli non siamo diventati economicamente autonomi. Sono stato io stesso a incoraggiarli a tornare al paese. «È tempo che torniate, che ci fate più qui? Giù avete un pezzo di terra, una bella casa, c’è gente che parla come voi…». Sono tornati e hanno vissuto più da ‘cristiani’ gli anni che gli rimanevano da vivere. Ma quante lettere ci siamo scritti e quante telefonate. Spesso tornavo giù a sorpresa, anche dopo un anno. Erano emozioni, era festa, irripetibile la gioia”.

Oggi tornerebbe a vivere giù?

“No, non tornerei giù… o almeno non so… È che ormai, sradicato dal paese, sono diventato un cittadino del mondo… Anche se poi in effetti a Civita Castellana ho messo radici: il lavoro, le persone, gli amici di sempre, le conoscenze, i luoghi… Sono sicuro che se dovessi allontanarmi da Civita Castellana, finirei per relegarla nel mito. In fondo, 35 anni non sono pochi: ho amato, ho avuto tante cose belle qui… alla biblioteca comunale ho dato molto, ma poi sono stato ‘ricambiato’ in qualche modo. Di esperienze brutte, a Civita, ne ho avute tante, ma anche tantissime belle. E sono queste ultime che ti restano”.

Ho trovato dei leccesi che come ritmi, come orari, hanno preso la piega dei civitonici…

“Sì, lo capisco, anche nello stile di vita. Per tanti il bisogno di integrazione è stato così forte, da diventare, come si dice, più realisti del re, cioè più civitonici dei civitonici. La ricerca di un’identità è qualcosa di molto complesso, e non mi meraviglio se talvolta il diritto alla sopravvivenza passa per la perdita delle proprie radici: certo, è un prezzo troppo alto per integrarsi. Io ho un’idea di integrazione diversa, che non passa per il diventare civitonici a tutti i costi, anche perché civitonici non si diventerebbe mai, per via che le radici sono un imprimatur che non si cancella. L’integrazione passa

Retaggi culturali salentini

particolare di un dipinto eseguito da un seguace di Francesco Maggiotto (1738-1805) (da: http://www.anticoantico.com/)

di Sonia Venuti

Sembra ancora ieri, quando i nostri padri emigravano in nazioni come Germania e Francia, per poter migliorare il loro status sociale,con l’ausilio di un lavoro che la madre patria non riusciva ad offrirli.

Durante i loro ritorni in patria, al paese, facevano “incetta” di quei beni di prima necessità, come il caffè da portare con sé in quei paesi freddi e senza sole, dove la cultura dell’espresso all’italiana, andava prendendo piede lentamente,  in sordina, e dove per poter accedere a quel gusto bisognava organizzarsi.

Le madri , le nonne ed i parenti, quando i loro familiari partivano, iniziavano un piccolo via vai, quasi come  fosse una processione di quelle in cui si rende onore  al santo , e si portavano in dono pacchi di zucchero e caffè, indispensabili per la “sopravvivenza” di coloro che si apprestavano a partire.

Quando l’emigrante si sedeva davanti a quella tazza di bollente liquido di color nero intenso, si inebriava di quel profumo, che lo trasportava indietro, nella sua terra d’origine facendogli  rivivere momenti d’appartenenza, indispensabili per poter proseguire quel percorso intrapreso per migliorare se stesso e la famiglia, privandolo del beneficio primario che poteva donargli la sua terra.

Retaggi d’altri tempi, qualcuno oserebbe pensare, e invece no, se ci guardiamo intorno ci accorgiamo che sono più vivi che mai, a dispetto del tempo che è trascorso e della tecnologia che ha preso il sopravvento, e dal fatto che gli emigranti non sono più gli italiani in cerca di lavoro all’estero, ma gli extracomunitari che vengono a lavorare da noi, come mano d’opera a basso prezzo o come badanti.

Sono i datori di lavoro,  gli amici e le varie conoscenze (nei rapporti  che ognuno di loro è riuscito a costruire) che,  nel momento in cui o viene il familiare a trovarli in Italia o sono loro stessi a partire per tornare al paese d’origine per un periodo più o meno breve, rinnovano  la processione del “caffè” , rimasta  immutata nel tempo, a dispetto delle regole e dei limiti che impone oggi la tecnologia nei mezzi di trasporto, e in quei15 kgdi bagaglio massimo che ognuno può portare con sé in aereo, troveremo sempre un pacco di “caffè” italiano, che intraprende un lungo viaggio verso paesi e culture lontane.

Irene Mancini intervista Alfredo Romano sull’emigrazione salentina a Civita Castellana. TERZA PARTE.

di Irene Mancini
So che venivano impiegati anche i ragazzi nella lavorazione del tabacco, lei che ricordo ha?

“La maggior parte delle famiglie aveva figli piccoli. Di ragazzini che infilzavano tabacco e che aiutavano i grandi anche sul campo raccogliendo i mazzi raccolti, ne ho visti a iosa. Ma chi aveva 12 anni circa già lavorava come un adulto. Io, ‘fortunato’, ho cominciato a 16, Eugenio, mio fratello più piccolo, a 11; Aldo e Angelo a 12. Il primo ricordo (la cosa mi fa ancora tenerezza) è quello di certe mattine quando ci svegliava la pioggia. Eravamotalmente ragazzi che, quando al risveglio sentivamo la pioggia per noi era una festa: quella mattina non si sarebbe raccolto il tabacco, perché bagnato. Un dono poter dormire qualche ora in più. Eravamo proprio incoscienti noi ragazzi, perché in testa ai nostri desideri c’era sempre la pioggia a ogni risveglio. E un anno venne la grandine che spazzò via tutto il tabacco alto e rigoglioso. Mio padre e mia madre piangevano, noi ragazzi, invece, di nascosto, a fregarci le mani per la gioia, ignari e felici. Alzarsi ogni mattina prima dell’alba era dura. Mio padre si svegliava ch’era ancora buio e si recava a perlustrare la striscia di terra per la raccolta, quella con le foglie di tabacco più mature. La pianta veniva sfogliata dal basso in alto; per ogni pianta si sfogliavano 6-7 foglie; tutto il campo veniva mediamente passato 6 volte. Le foglie, a seconda della loro altezza, avevano un nome: frunzone quelle più basse, poi, salendo, quarta, terza, seconda, prima e primiceddha. Le prime raccolte ci costringevano a stare più chini. Per sopportare il piegamento, s’appoggiava l’avambraccio sinistro sulla coscia sinistra dell’anca, che così reggeva il peso del corpo. Nel punto d’appoggio si formava un vero e proprio callo. Con l’ultima raccolta, prima e primiceddha, finalmente si raccoglieva stando in piedi e sembrava quasi una passeggiata; così veniva anche più facile parlare e cantare, avendo come colonna sonora il monotono ticchettio delle foglie sfrondate. Si raccoglieva la mattina fino alle 10, quindi si tornava a casa con una fame da lupi. Quelle fette di pane leggermente bagnate e condite con olio, pomodoro, origano, sale e spicchi di cipolla, erano la nostra colazione. E anche se oggi sono passato a colazioni più ‘civili’ come latte e biscotti, il sapore di quel pane e pomodoro non è stato ancora superato”.

Ma la scuola?

“Mio fratello Aldo, il secondo, quando è arrivato a Civita aveva appena preso la licenza media. Lui avrebbe voluto continuare, ma non gli fu possibile. Ancora

Irene Mancini intervista Alfredo Romano sull’emigrazione salentina a Civita Castellana. SECONDA PARTE.

di Irene Mancini

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Ma c’erano salentini che abitavano nel centro storico? non stavano tutti nelle campagne?

“Abitare nel centro storico, per i salentini, era una conquista: significava aver rotto i legami col tabacco e aver trovato un lavoro più da cristiani, un lavoro preferibilmente in ceramica, ma anche nelle cave di tufo o nell’edilizia. Tutti miravano a uno di questi traguardi, dipendeva dalla composizione del nucleo familiare. Là dove c’erano figli piccoli, l’unica risorsa era il tabacco, e in tal caso anche i bambini davano una mano, ma, giunti i figli in età da lavoro, e trovata un’occupazione, cambiava il tenore di vita, fino al punto di poter dire addio al tabacco e potersi affittare o comprare una casa nel centro storico. Certo, si trattava di case spesso fatiscenti che i civitonici avevano abbandonato per case o villette più comode in periferia, ma il costo a quei tempi non era eccessivamente caro. Oggi, con gli immigrati stranieri, c’è speculazione, gli affitti sono vergognosi ed è più difficile comprare una casa. Al nostro posto adesso ci sono i rumeni nel centro storico; anche tunisini, marocchini, latino-americani e altri. C’è un avvicendamento. I salentini ormai sono bene integrati, anche loro hanno raggiunto sistemazioni più comode in periferia. A dire il vero c’è anche un fenomeno inverso: quello di civitonici che ristrutturano una vecchia casa e decidono di tornare a vivere nel centro storico. Si tratta di una scelta culturale, perché il centro storico dà il senso della comunità: si apre la finestra e si può parlare col dirimpettaio, ci si può sedere sotto casa e chiacchierare coi vicini, ci si scambiano i primi piatti, il sale, il prezzemolo, una bottiglia di vino. Fuori dal centro storico, invece, ma più in periferia, abbondano case e villette quasi tutte con recinto e cane da guardia. Qui è esclusa la possibilità di comunicare, e ognuno si gode, si fa per dire, la sua piccola isola”.

Chi viveva nel centro storico era privilegiato rispetto a chi viveva nelle case coloniche?

“Lo era soprattutto perché non coltivava più tabacco, perché era finita una maledetta schiavitù, perché, cambiato lavoro, era pure migliorato il suo tenore di vita; in paese poi c’erano più spazi per la socializzazione. Ma qualche rimpianto restava per quella vita all’aria aperta, o per quel pezzo d’orto che era una genuina fonte di frutta e verdura e al tempo stesso di svago; il rimpianto anche per amici e parenti lasciati lassù nella tenuta. C’erano circa 45 famiglie su a Terrano: occupavano altrettanti casali divisi per caseggiati; la distanza tra un caseggiato e l’altro era pressappoco di300 metrie ognuno era intitolato a un santo: il mio si denominava San Massimo. Qui eravamo tutti parenti, il cognome prevalente era Romano, per cui finirono per chiamarlo il ‘casale dei Romani’. D’inverno, quando non si lavorava il tabacco, di domenica pomeriggio, ci si incontrava talvolta con quelli degli altri caseggiati, e allora si ballava, si faceva la pizza insieme, ci si ritrovava a far festa insomma. Era difficile d’altronde

Irene Mancini intervista Alfredo Romano sull’emigrazione salentina a Civita Castellana. PRIMA PARTE.

Irene Mancini

di Irene Mancini

L’intervista è tratta dal libro I leccesi a Civita Castellana: storia di emigrazione e di tabacco, edito dalla Biblioteca Comunale di Civita Castellana nel 2008. L’autrice, Irene Manciniè nata a Civita Castellana. Vive e lavora a Viterbo, dove insegna sociologia e svolge il ruolo di operatrice sociale presso la casa circondariale. Si è laureata in Lettere alla Sapienza di Roma (Ndr.).

Premessa dell’autrice
Alfredo Romano è nato a Collemeto, una frazione di Galatina in provincia di Lecce, nel 1949. È arrivato con la sua famiglia a Civita Castellana nel 1965 per la lavorazione del tabacco. Dal 1970 dirige la biblioteca comunale ‘Enrico Minio’ di Civita Castellana. È autore di vari volumi (poesie, racconti, due romanzi, raccolte di tradizioni popolari salentine) e articoli su periodici nazionali e locali. Ispirandosi alla storia dei suoi paesani a Civita Castellana e ai temi della tradizione salentina, ha portato in scena degli spettacoli dove narra e canta accompagnandosi con la chitarra e il tamburello. Ha dato uno spettacolo anche a Roma, al mitico Folkstudio, e a Wholen, in Svizzera, per gli immigrati italiani. Negli incontri periodici con i ragazzi della scuola dell’obbligo, oltre al compito di far loro conoscere i servizi della biblioteca, li intrattiene con letture animate di poesie e racconti, nonché cantando delle filastrocche su testi di Gianni Rodari, che lui stesso ha messo in musica. Lo incontro diverse volte. Poter raccontare la sua storia lo appassiona. Mi aiuta a cercare tutto il materiale possibile sull’argomento, perché l’idea che qualcuno faccia conoscere le vicende della comunità salentina immigrata a Civita Castellana, gli sembra un lavoro molto importante per la memoria storica non solo dei salentini, ma anche dei civitonici [abitanti di Civita Castellana. Ndr.]. Partecipa all’intervista con manifesta sensibilità, passando dall’ironia alla malinconia, fino alla commozione.

Come si arrivava a Civita Castellana?

“In genere, come nel caso della mia famiglia, perché qualcuno c’era già stato, e, tornando una volta l’anno al paese natio, ti invogliava a partire. Fu gente di Collemeto emigrata a Civita alcuni anni prima a capacitare mia madre; mio padre invece era restio. E non gli si poteva dare torto, visto che emigrare a 52 anni, quanti ne aveva allora, non era cosa semplice. La verità è che papà da qualche tempo aveva perso il lavoro (commerciava in tufi da costruzione) e a casa si attraversava un momento difficile. Perciò Civita Castellana apparve come una soluzione. Ho saputo in seguito che a quei tempi ogni proprietario terriero usava sborsare circa 50 mila lire di premio a chiunque convincesse una famiglia salentina a migrare a Civita per lavorare nella propria azienda. Nel 1965 erano soldi! Per cui, chi ti sollecitava a partire aveva un qualche interesse

Emigrazione/ I leccesi a Civita Castellana (Viterbo)

di Alfredo Romano


Qualcuno si chiederà come mai molti leccesi abbiano scelto come luogo d’emigrazione Civita Castellana e non le tradizionali città del Nord. Non si tratta, innanzitutto, di una scelta, ma del risultato di una congiuntura economica nel mercato delle braccia.

La coltivazione del tabacco

Ci fu a Civita Castellana, dal dopoguerra in poi, una forte richiesta di manodopera specializzata nella coltivazione del tabacco. Il risveglio dell’economia ceramica aveva provocato una carenza di salariati e brac­cianti. I proprietari terrieri erano per ciò costretti a ripiegare su colture estensive, per lo più seminativi e pascoli che, se da una parte non ri­

Parlava la lingua dell’orto – il salento maruggese

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VIVA  IL  DIALETTO, TUTTI  I  DIALETTI

 di Francesco Lenoci

Sono nato a Martina Franca, in Puglia,  nel 1958. Vi ho trascorso un’infanzia felice e una giovinezza altrettanto felice. Dopo aver conseguito la maturità scientifica, sono andato a Siena per gli studi universitari e, poi,  a Cagliari, dove ho prestato  il servizio militare. Dal 1983 vivo,  lavoro e insegno nella  seconda, per numero di abitanti, città pugliese d’Italia: Milano.

Il mio Amico Emilio Marsella è nato a Maruggio, in Puglia, ha studiato come me anche a Martina Franca e si è affermato professionalmente, come il sottoscritto, a Milano.

Non credo di sbagliare affermando che Milano è la città dove generazioni di  pugliesi hanno dato il meglio di sé. Perché Milano ti accoglie, ti stimola, ti offre un’opportunità . . .   che non puoi non cogliere . .  .  se hai “occhi di tigre”, “orecchie alla Dumbo” e voglia di fare strada.

Viviamo da tanti anni lontani dalla Puglia, ma “la lontananza” – come cantava Domenico Modugno – “spegne i fuochi piccoli e accende quelli grandi”. Non temo di essere smentito affermando che ai nostri nomi  non sarà mai affiancato il proverbio maruggese “Pi iddu, pi iddu, ognunu penza pi iddu”. La speranza è che trovi applicazione l’altro proverbio maruggese citato nel Libro: “Ci busca e dai a Mparatisu vai”.

Per promuovere il Libro di Emilio Marsella “Parlava la lingua dell’orto – il salento maruggese prima degli anni 30/40 del millenovecento e dopo” ED INSIEME, giugno 2009, ho, inter alia, creato un gruppo su Facebook denominato “Maruggio….Martina Franca….Milano….Maruggio”.

Sono i nidi ove è ambientato il Libro. Cominciano tutti con la lettera “M” . . . come Marsella.

Maruggio sta all’inizio e alla fine della denominazione del gruppo: ha la valenza di due nidi. Mi hanno chiesto in tanti. . . . perché? Lo rivelo questa sera, utilizzando l’incipit della recensione del Libro che un grande giornalista, un grande Amico mio e di Emilio Marsella, Franco Presicci, ha pubblicato su La Gazzetta della Puglia di aprile-luglio 2009.

Scrive Franco Presicci: “Difficile dimenticare il proprio nido. Ci sono uccelli che vi tornano sempre. E se il vento o la pioggia lo hanno irrimediabilmente disfatto, loro ne fanno un altro, ma nello stesso posto: lo stesso albero, un buco dello stesso fabbricato come i passeri, o  sotto lo stesso tetto come le rondini. Emilio Marsella non ha dimenticato la sua Maruggio. Il suo cuore batte sempre per Maruggio,  che campeggia  spesso nei suoi discorsi”.

Ho letto una prima volta “Parlava la lingua dell’orto” nel mese di gennaio 2009 a Milano. Da quella lettura è scaturita la mia prefazione al Libro. L’ho riletto la settimana scorsa a Martina Franca. Come diceva don Tonino Bello, mutuando un’espressione di Max Weber, “Un libro che non è degno di essere letto due volte, non è neppure degno che lo si legga una volta sola”.

Nel Libro giganteggia la figura della nonna di lu Miliu: nonna Checca. Il perché è spiegato a pag. 87: “Nel nido in cui accolse il figlio e i nipoti (dopo  la prematura morte della nuora) non fu più solo la nonna. Ma in assoluto la loro mamma Checca. I piccoli nipoti la chiamavano, infatti, sempre mamma: come la chiamava il figliolo. E lei fu sempre loro madre e nonna insieme”.

Ritengo  che giganteggi perché a me, proprio a me, fa venire in mente tanti ricordi. Nonna Checca aveva un figlio emigrato in Argentina, a Buenos Aires. Anche mia nonna, morta quattro anni prima che io nascessi, aveva un figlio emigrato a Buenos Aires. Prima di partire mio zio Giovanni diceva sempre: “Tutto andrà male….non mangerò più  fave…. che lui odiava”.

La nonna di mia madre – mammà – mi vide nascere; percorreva a piedi circa un chilometro per potermi tenere in braccio. A 93 anni ballava ancora la pizzica. A pag. 122  del Libro si apprende (per i ragazzi di oggi queste cose sono in gran parte sconosciute) che “Il gallo era per nonna Checca il primo segnale naturale del nuovo giorno  e della notte, che si era ormai conclusa all’apparire della luce. Udendolo cantare ancora, l’assecondava – Tuni cuntinui a rùsciri! Nui sapimu ca jè giurnu!

Più tardi, accanto al pollaio, reagiva debolmente, senza cattiveria, alle galline che la beccavano saltandole addosso  e strappandole dalle mani il mangime che spargeva. Il padre di Emilio, allorché si accorgeva che il pollame vorace  diventava aggressivo  e assaliva  nonna Checca graffiandola, subito interveniva per allontanarlo. Affettuosamente la esortava anche a stare attenta a non farsi pizzicare”.

Anche mia nonna aveva le galline in campagna: una, alla quale  era particolarmente affezionata, la portava anche in Paese. Quella sciagurata usciva dalla gabbia e andava in giro fino a quando veniva intercettata dai vigili urbani, che facendo sciò…sciò riuscivano a risalire alla casa da cui si era allontanata. Mia nonna era sempre riuscita ad evitare la multa.

Un brutto giorno, però, la gallina anziché coccodè cominciò a fare il verso del gallo. Era un presagio di sventura, come disse alla nonna tutto il vicinato. Mia nonna, a malincuore, ammazzò la gallina una mattina. Poche ore dopo, sul far della sera,  mia nonna morì, vittima di un incidente stradale.

Un tema che pervade il Libro è il rapporto docente/studente. Emilio Marsella ha incontrato docenti non bravi e docenti bravi. È un tema complicato: mi permetto solo di dire che quello del docente è un ruolo difficilissimo. Chi vi parla è un docente universitario che, spesso, ripete una meravigliosa preghiera di don Tonino Bello:

“Salvami Signore:

  • dalla presunzione di sapere tutto;
  • dall’arroganza di chi non ammette dubbi;
  • dalla durezza di chi non tollera ritardi;
  • dal rigore di chi non perdona debolezze;
  • dall’ipocrisia di chi salva i principi e uccide le persone”.

Continuerei a leggere parti del Libro, a  commentarle  e a ricordare per ore, ma non posso e non devo  farlo, perché siamo qui riuniti, soprattutto, per ascoltare Emilio Marsella e, quindi,  mi avvio alle conclusioni.

Che cos’è un maestro di cultura?

Come dimostra da par suo, Emilio Marsella, anche con “Parlava la lingua dell’orto”, è colui che ha la capacità di viaggiare nel tempo e nello spazio, discernendo le cose positive nella pittura, nella scultura, nella poesia, nella letteratura,  nella musica, nella storia. . . . nella vita quotidiana.

E perché un maestro di cultura utilizza anche il dialetto?  Semplicemente perché il dialetto esprime al meglio, da sempre,  ciò che l’uomo è.

Grazie, grazie di cuore, Amico mio.

Un punto fermo.  Non c’è partita tra la capacità espressiva del dialetto, di ogni dialetto, e della lingua italiana. Provo a spiegarlo ricorrendo a degli esempi. Ho prestato il servizio militare, tanti anni fa, a Cagliari e, precisamente, nella caserma “Monfenera”  nel 51° Reggimento Fanteria “Sassari”. Il motto di noi  “Sassarini” era ed è: SA VIDA PRO SA PATRIA. Non c’è traduzione che renda con altrettanta forza, musicalità  e immediatezza tale motto.

Emilio Marsella mi ha portato copia del Libro nel mio studio a Milano. Dalle finestre dallo studio si vede la Madunina tuta d’ora e piscinina.  Sappiamo tutti che tale definizione è tratta dalla celeberrima canzone di Giovanni D’Anzi:

O mia bela Madunina che te brillet de lontan

tuta d’ora e piscinina, ti te dominet Milan

sota a ti se viv la vita, se sta mai coi man in man…

Lo ribadisco: non c’è traduzione che renda con altrettanta forza, musicalità e immediatezza ciò che rappresenta la Madonnina per chi vive a Milano.

Un  secondo punto fermo. Se  perdiamo la memoria delle tradizioni, cui è imprescindibilmente legato il dialetto, perdiamo tanto . . .  quasi tutto.

Nella prefazione al Libro trovate  un esempio riferito al periodo di  Carnevale che, come noto, precede la Quaresima. Ebbene, non penso di sbagliare  molto affermando che, ai giorni nostri, il Carnevale e la Quaresima sono scaduti alla condizione di pure espressioni nominali. Fino a qualche anno fa non era così! Non mi stancherò mai di ripeterlo: le tradizioni sono un dono immenso dei nostri avi su cui occorre puntare per assicurare un futuro a noi e ai nostri figli, avendo presente ciò che diceva un grande compositore e direttore d’orchestra austriaco, Gustav Mahler: “Tradizione non è culto delle ceneri, ma custodia del fuoco”.

Sono più che convinto che se si affievolisce la vitalità del dialetto . . . la conseguenza è una ed una sola: la scomparsa di un bagaglio di saggezza unico al mondo: la nostra identità culturale. Favorendo l’affermazione, in esclusiva, di un idioma sintetico. . . . stiamo distruggendo l’originalità delle nostre radici storiche e culturali. Nel libro biblico dei “Proverbi” si legge che “I detti popolari valgono a conferire al fanciullo avvedutezza e al giovane sapere e intelligenza. Il saggio che li ascolta diventerà più saggio e l’intenditore possederà di che governarsi”.

Mettendo per un attimo il berretto da economista, mi permetto di sottolineare che rinunciare alla nostra identità culturale ha come conseguenza immediata il venir meno di un  “vantaggio competitivo”. E allora . . . . grazie di cuore a coloro che si impegnano per la salvaguardia dei dialetti, tra cui Emilio Marsella.

Mi avvicino alle conclusioni, rivelandovi un segreto: che cos’è il dialetto per noi.

Un terzo  ed ultimo punto fermo.  Il dialetto è  un’esplosione di gioia. Ho fatto gli studi universitari a Siena. Eravamo in tanti di Martina Franca. Ebbene,  c’era un mio amico che studiava a Firenze: appena poteva, correva a Siena…. per poter parlare in dialetto con noi. Ho lavorato in una multinazionale americana. Mi dicevano i miei insegnanti di inglese: il segreto per poter parlare bene la lingua inglese….è pensare in inglese; mai pensare in italiano e poi tradurre! Non ho mai avuto il coraggio di confessare ai miei insegnanti che pensavo in dialetto, traducevo in italiano e, quindi, traducevo in inglese. La mia fortuna era che, avendo il dialetto nel DNA, riuscivo ad essere veloce….non mi facevo scoprire.

I miei genitori hanno messo al mondo due figli: mia sorella, che ha sei anni più di me e il sottoscritto. Sapete come mi chiamano? Mi chiamano:  u peccinne.

Un famoso slogan pubblicitario di qualche anno fa recitava: “Una telefonata. . . . allunga la vita”. A me fa molto. . . molto di più. Se telefono da Milano o Chicago a Martina Franca, quando mio padre comunica a mia madre che al telefono c’è  u peccinne,io, che ho più di cinquant’anni e  peso più di  novanta chili, grazie alla magia del dialetto, riesco a viaggiare nel tempo e nello spazio, tornando  .  . .  bambino . . .  a Martina Franca . . . con i miei genitori.

Sia lode e gloria al dialetto, a tutti i dialetti! Sia lode e gloria a Emilio Marsella che, con “Parlava la lingua dell’orto” suscita una nostalgia  che prende il cuore e lo riempie, allo stesso tempo….  di malinconia per il tempo che fu e le persone a noi care …. di amore, tanto amore, verso la nostra terra d’origine.

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