Medico, naturalista, poeta, letterato, patriota. EMANUELE BARBA

gallipoli

Medico, naturalista, poeta, letterato, patriota

 

EMANUELE BARBA

 

Seppe coniugare l’amore per la cultura con l’amore per la Patria. Impegnò ogni suaenergia nella crescita umana della povera gente e ne condivise ogni affanno e sofferenza.

 

di Rino Duma

Ci sono pochissime figure elette nel Salento che possono gareggiare con quella di Emanuele Barba. Il gallipolino ereditò dai genitori, gente brava e onesta, i migliori valori e sentimenti umani, quali l’umiltà, la probità, l’impegno, il rispetto e, soprattutto, l’amore per il prossimo. Fu grande assertore e divulgatore dei principi libertari ed educò i giovani a impegnarsi nel lavoro, a migliorare le fortune della propria terra, a battersi per i valori fondanti della società degli umani e a reclamare i diritti indispensabili per una vita dignitosa. Per tutto ciò fu amato e quasi venerato dai gallipolini.

Sin da fanciullo, Emanuele si prodigò con ogni mezzo per creare situazioni di benessere rivolte soprattutto ai ragazzi di strada, che frequentava con regolarità e nei confronti dei quali si sentiva più legato. La sua colazione o merendina, fatta di fichi secchi o di fette di pane raffermo con alici, spesse volte era condivisa con amichetti bisognosi, che non avevano di che sfamarsi.

Il padre Ernesto era un bravo sarto, ma, nonostante s’impegnasse al massimo nel lavoro, non riusciva quasi mai ad assicurare alla famiglia una vita agiata.

La madre, oltre ad allevare con cura i figli e a trasmetter loro la migliore educazione, aiutava il marito nel faticoso lavoro, sostenendolo spiritualmente e materialmente.

Emanuele nacque a Gallipoli l’11 agosto 1819 da Ernesto, uomo laborioso e onesto, e da Pasqualina Manno. Condusse gli studi primari nella cittadina ionica, riportando un’ottima valutazione in ogni disciplina. Il giovane Emanuele aveva un notevole interesse per il sapere, non disdegnando mai di leggere e di nutrirsi di ulteriori conoscenze, per cui pregò più volte il padre di iscriverlo nelle scuole superiori di Napoli o di Lecce. Vi era, però, un gravissimo impedimento: Ernesto non aveva le possibilità economiche necessarie per accontentarlo e se ne dispiaceva non poco di declinare la richiesta del figliolo prediletto. Ma la divina provvidenza era pronta ad intervenire. Appena adolescente, di Emanuele si presero cura due parenti napoletani, dopo le ripetute lamentele espresse dal ragazzo, in occasione di una loro visita a Gallipoli.

Uno era lo zio materno Gaetano Brundesini, che ricopriva l’importante carica di Consigliere della Suprema Corte di Giustizia, l’altro lo zio paterno Tommaso Barba, che era Presidente della Gran Corte. Dopo le iniziali difficoltà di ambientamento, Emanuele frequentò a Napoli le scuole Medie Superiori di Grammatica, dove si distinse come migliore studente, e in seguito proseguì gli studi letterari e filosofici nella scuola del famoso professore Basilio Puoti, poi diventato membro dell’Accademia della Crusca. Anche qui il gallipolino si distinse per dedizione allo studio e intelligenza, tanto da meritarsi la frequenza gratuita per cinque anni nell’ateneo napoletano. Nel 1838 conseguì, a soli diciannove anni, la laurea in lettere e filosofia.

Mai sazio di sapere e di migliorare ulteriormente la sua già brillante preparazione culturale, continuò a studiare e s’iscrisse alla facoltà di medicina nel Reale Collegio Medico-Cerusico, laureandosi nel 1842 con il massimo dei voti e la lode accademica.

La sua prima importante conferenza da medico ebbe come titolo: “Sui mezzi per evitare i falsi ragionamenti in Medicina“. Grazie a questo molto apprezzato intervento, gli fu assegnato l’incarico di assistente alla Cattedra di Anatomia nel Real Collegio.

Se a livello professionale si sentiva pienamente appagato e realizzato, non altrettanto lo era a livello umano, anzi Emanuele era continuamente turbato e tormentato dalle condizioni misere, e a volte disumane, in cui versavano molte famiglie del regno, soprattutto quelle lucane e salentine. Spesso, commentando con amici l’allarmante situazione in cui versavano i ceti popolari, sosteneva appassionatamente l’urgenza di intervenire con un’adeguata politica per migliorare, anche se di poco, le condizioni sociali delle plebi, per poi programmare con molta attenzione una politica tesa ad un definitivo riscatto delle stesse.

Solo con un’istruzione scrupolosa e mirata, si può combattere l’ignoranza, la sottomissione, l’abbandono, il fatalismo e la rassegnazione. Solo le genti istruite maturano la consapevolezza dei loro diritti e l’impegno per poterne usufruire, sino alla lotta più dura” – era l’opinione ricorrente di Emanuele, in linea con quella del Mazzini.

A Napoli frequentò assiduamente il Caffè Letteriario, dove si ritrovavano eminenti figure, come Luigi Settembrini, Francesco De Sanctis, Basilio Puoti, Carlo e Alessandro Poerio, Bonaventura Mazzarella, Epaminonda Valentino. Qui si discettava di tutto: dalla necessità di garantire il purismo alla Lingua Italiana, alla critica rivolta agli emergenti scrittori e poeti del momento, come il Manzoni e il Leopardi, sino ad interessarsi di politica, di economia e di rinnovamento sociale. Emanuele non mancava mai di intervenire nelle varie discussioni, argomentando con argute e singolari riflessioni, che quasi sempre ricevevano il plauso dei presenti, soprattutto quando il dibattito era improntato su tematiche socio-politiche.

A metà anni ’40, sollecitato dalla nostalgia per la sua città natale, dalla quale giungevano notizie poco buone, decise di rinunciare alle ottime prospettive di vita nella capitale e di far ritorno tra la sua gente. A Gallipoli conobbe e sposò Addolorata Bono, una donna pia e molto premurosa, che gli diede ben sei figli: Ernesto, Carmelo e Gustavo, che divennero bravi avvocati, Ettore medico, Antonietta (non si hanno notizie di lei) ed infine Egildo, che morì all’età di sette anni, colpito da una grave malattia.

A Gallipoli, pur guadagnando il minimo indispensabile per vivere, svolse contemporaneamente due attività professionali: quella di insegnante e quella di medico, che gli occupavano gran parte della giornata. L’aspetto, però, che più di ogni altro merita di essere ricordato è che Emanuele esercitava gratuitamente entrambe le professioni, campando di sussidi comunali e di elargizioni volontarie. Poi, finalmente, fu nominato docente di Scienze e Lettere nel Ginnasio e nella Scuola Tecnica di Gallipoli, e, successivamente, fu Soprintendente scolastico e Assessore delegato alla Pubblica Istruzione della città ionica.

Nonostante i numerosi impegni, continuò ad insegnare, sempre gratuitamente, nelle Scuole Tecniche serali, svolgendo anche le funzioni di Direttore delle Scuole serali festive degli Adulti, istituite dal Governo. Non aveva un solo attimo di risposo. La sera, quando rientrava stanco a casa, sul viso affaticato portava sempre un sorriso di compiacimento per l’impegno quotidiano, svolto con cura e dedizione.

La nomea di valente professore e di ottimo medico ben presto valicò i confini del Salento, tanto che gli furono conferite diverse attestazioni di stima e di solidarietà per lo spirito di abnegazione e di generosità con cui si donava ai bisognosi. Gli fu assegnata dal Consiglio scolastico provinciale di Bari la nomina di professore di letteratura nel Ginnasio di Trani. Emanuele ringraziò di cuore le autorità scolastiche baresi, ma rinunziò all’allettante offerta per non abbandonare la sua gente, che tanto bisogno aveva di cure e di sostegno.

La sua preparazione culturale era talmente vasta da parlare correttamente l’inglese e il francese, ed essere un ottimo conoscitore della lingua latina e un rinomato purista della lingua italiana.

Nel 1848 Emanuele si distinse per l’assidua assistenza prestata ai tantissimi ammalati di febbre tifoidea, epidemia che improvvisamente si diffuse in tutto il Salento per via delle scarsissime condizioni igieniche e la situazione miserevole di vita in cui versavano i ceti popolari più bassi. Il morbo fece una mattanza di vite umane in ogni ceto sociale. Anche il vescovo di Gallipoli, Mons. Giuseppe Maria Giove, accorso al capezzale degli infermi per portare aiuto e conforto spirituale, ne pagò le conseguenze. Nella circostanza, Emanuele fu nominato direttore provvisorio dell’ospedale di Gallipoli e si avvalse dell’aiuto del dott. Emanuele Garzya e dei farmacisti Giuseppe Sogliano e Saverio Greco, nonché di Antonietta de Pace. Grazie al loro intervento furono salvate numerose vite.

Anche successivamente nel 1866, in occasione della diffusione del colera, Emanuele intervenne drasticamente, scongiurando la propagazione e la falcidia del morbo. Non mancarono attestazioni, onorificenze e una medaglia d’oro, conferitagli dall’amministrazione comunale.

In occasione dell’abrogazione della costituzione da parte di re Ferdinando II, Emanuele criticò duramente l’illiberalità del sovrano e si schierò a difesa dei liberali, condividendone gli ideali e le azioni. Per questo fu processato, condannato all’esilio e in seguito incarcerato per tre anni dalla Gran Corte di Terra d’Otranto. In carcere non mancò di propagare le idee liberali ai compagni detenuti, intervenendo, durante l’ora d’aria, con accorati comizi che gli crearono ulteriori punizioni. Sempre in carcere, scrisse e pubblicò il Proclama agli Italiani, che fu distribuito clandestinamente in quasi tutte le carceri del regno.

Dopo il periodo detentivo, crebbe ancor di più in lui il “dovere” di schierarsi al fianco delle classi più umili e più deboli, divenendo il loro strenuo difensore.

Nel 1861, subito dopo l’unificazione del paese, Emanuele avvertì il bisogno di fondare a Gallipoli la Società di Mutuo Soccorso ed Istruzione degli operai. Mai domo di iniziative a favore del popolo, fondò il periodico popolare Il Gallo, su cui venivano trattati i problemi legati agli operai e alle masse popolari.

Per pubblico concorso vinse il posto di Bibliotecario comunale, pubblicando immediatamente un bollettino bibliografico. Ma le sue “imprese sociali” non erano certamente finite. Qualche anno dopo fondò il Museo di Storia naturale e di Archeologia.

Non bisogna dimenticare, però, che Emanuele, oltre ad essere naturalista, medico e patriota, era anche un letterato e un valente poeta, anche vernacolare, di cui si serbano alcuni simpatici proverbi e poesiole. Tra i tanti suoi componimenti, scrisse “Un sospiro di Garibaldi” (versi di ispirazione patriottica, stampati e pubblicati nel 1875) e il “Sonetto all’Italia”.

Non mancò di delineare i tratti biografici dei personaggi gallipolini più illustri. Inoltre, di grande importanza sono alcuni lavori, mai pubblicati, sui Canti popolari e Proverbi gallipolitani e un Vocabolario del dialetto gallipolitano, tradotto in lingua italiana, francese e inglese.

Tra tanti onorificenze e riconoscimenti, Emanuele visse sino all’età di 68 anni, meritandosi le premure dei figli e dei suoi amati gallipolini, ai quali donò l’essenza prima della sua vita.

Il 7 dicembre 1887 si spense serenamente, non prima di aver raccomandato i suoi familiari ed amici di continuare ad adoperarsi per il bene e la felicità di tutti, in particolar degli ultimi.

Così scrisse lo “Spartaco” alla sua morte: “In tempi in cui l’Umanità con uno sforzo titanico aveva dato al mondo una generazione di giganti, Egli lavorò per la Scienza, per la Patria e per l’Umanità“.

Sulla parte alta della camera ardente, gli amici gallipolini affissero il memorabile distico
Nato dal popolo
Per il popolo si adoperò.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

Garibaldi e il Salento


di Maurizio Nocera

Il Salento, l’ottocentesca Terra d’Otranto, è stata una terra dove grandi e dure sono state le lotte per il conseguimento dell’Unità d’Italia. Qui, agirono figure di livello nazionale, come Bonaventura Mazzarella, Sigismondo Castromediano, Luigi Libertini, Antonietta De Pace, altri ancora. Fra di essi, sicuramente va annoverato anche Emanuele Barba, patriota e uomo insigne di Gallipoli, che ebbe relazioni con Giuseppe Garibaldi, Victor Hugo e altri scienziati e patrioti dell’epoca.

Fu soprattutto con Garibaldi che il Barba di Gallipoli tenne buoni e lunghi rapporti, rilevabili ancora oggi da documenti dell’epoca conservati nell’archivio romano dei Barba, tra cui Eugenio Barba, il famoso regista dell’Odin Teatret danese. Per lo più si tratta di manoscritti e materiale iconografico facente parte di una collezione di «ricordi garibaldini» che il Barba si era proposto di raccogliere a partire dal l882, anno della morte di Garibaldi e che chi qui scrive, nel 1982, anno del centenario della morte dell’Eroe dei Due Mondi, ebbe modo di studiare e trarre da essi alcune riflessioni, in parte poi pubblicate su «Il Corriere Nuovo» di Galatina (anno V, n. 5-6, 1982), diretto allora dal compianto Carlo Caggia.
Garibaldi e il Salento

Qui nel Salento è noto che il Barba fu un sincero patriota e che per tutta la vita rimase fedele agli ideali del Risorgimento. Egli, nel maggio 1848, aveva partecipato ai moti insurrezionali dando un non secondario contributo alla costituzione del Circolo patriottico gallipolino, sezione coordinata del Circolo patriottico leccese.

Per questa sua attività fu perseguitato e più volte incarcerato dalla polizia borbonica.

Fino a che non vide l’Italia unita, lottò sempre, partecipando a tutte le iniziative che nel Salento e nella Puglia vennero  prese a favore della liberazione dell’Italia del sud dal governo dei Borboni. Fu garibaldino della
prima ora, nel senso che si prodigò qui, nella sua terra, a propagandare e sostenere le azioni militari e politiche ispirate o dirette dal generale Garibaldi. La prima volta che manifestò pubblicamente l’ammirazione per Giuseppe
Garibaldi fu in occasione della prima “Festa patriottica”, svoltasi a Gallipoli all’indomani dell’unità nazionale. Sotto la statua dell’Italia turrita fece appendere la seguente epigrafe: «A Garibaldi unico/ l’Italia una.// La sua vita fu olocausto/ il suo nome/ sarà/ simbolo della libertà/ dei popoli».Questa targa marmorea, della quale non c’è più traccia nella città ionica, fu apposta a ricordo del grande contributo dato da Garibaldi alla causa dell’Unità d’Italia. Emanuele Barba, infatti, non dimenticò mai le numerose iniziative che l’Eroe dei Due Mondi più volte intraprese, soprattutto per liberare il Sud dai Barboni.

Nel 1860 Garibaldi, alla testa dei Mille, dopo aver sconfitto l’esercito borbonico ed aver conquistato la Sicilia, aveva reso possibile l’unità nazionale, non riuscendo però a liberare Roma ancora sotto governata dallo
stato pontificio. L’obiettivo del generale, però, piuttosto che quello di Camillo Benso, conte di Cavour, e di Casa Savoia, era quello di vedere Roma capitale dell’Italia unita; per questo, nel 1862, egli  intraprese nuovamente, ripartendo dalla Sicilia, un’azione militare, questa volta però interrotta sull’Aspromonte dalle truppe regolari del nuovo regno d’Italia governato da Torino dai Savoia. È noto che, in quella impresa, lo stesso generale, nel corso di quella operazione, fu ferito e fatto prigioniero. Nelle sue “Memorie” è lo stesso Garibaldi che così ricorda quegli avvenimenti: «dopo marce disastrose, per sentieri quasi impraticabili, l’alba del 29 agosto 1862 ci trovò sull’altipiano di Aspromonte, stanchi ed affamati […]. Giunsero i nostri avversari, e ci caricarono con una disinvoltura sorprendente […]. Noi non rispondemmo. Terribile fu per me quel momento. Gettato nell’alternativa di deporre le armi come pecore, o di bruttarmi di sangue fraterno! […]. Io ordinai non si facesse fuoco, e tale ordine fu ubbidito, meno da poca gioventù bollente alla nostra destra, agli ordini di Menotti […]. La posizione nostra nell’alto, con1e spalle alla selva, era di quelle da poter tenere dieci contro cento. Ma che serve, non difendendosi, era certo che gli assalitori dovevano presto raggiungerci. E siccome succede quasi sempre, essere fiero chi assale, in ragione diretta della poca resistenza dell’avverso, i bersaglieri che ci marciavano sopra, spesseggiavano [replicavano] maledettamente i loro tiri, ed io che mi trovavo tra le due linee per risparmiare la strage, fui regalato con due palle di carabina, l’una all’anca sinistra, e l’altra al malleolo interno del piede destro» (cfr. G. Garibaldi, “Memorie”, Avanzini e Torraca editore, Roma 1988, pp. 452-53).

A causa di questa ferita Garibaldi, dopo essere stato condotto a Varignano (forte militare nei pressi de La Spezia) fu condotto a Pisa, dove gli fu estratta la pallottola. Quindi, per evitare altre inconvenienze,  contrastanti con la monarchia sabauda, fu costretto a rifugiarsi a Caprera laddove, «dopo tredici mesi – scrive ancora nelle sue “Memorie” – cicatrizzò la ferita del piede destro, e sino al ’66 condussi vita inerte ed inutile» (cfr. Op. cit., pag. 454).

Però, occorre dire che proprio inerte ed inutile la vita trascorsa in quell’occasione da Garibaldi a Caprera non fu, in quanto il pensiero della liberazione di Roma rimase in lui più vivo che mai. Della liberazione di Roma, in quegli anni, si occuparono molti altri patrioti. Già il IX° Congresso delle Società Operaie (Firenze, settembre 1861) aveva deliberato, a conclusione dei suoi lavori, il massimo rafforzamento e la più ampia estensione dei Comitati di Provvedimento per Roma e Venezia, sorti dalla trasformazione dei preesistenti Comitati di soccorso a Garibaldi per Napoli e Sicilia, che avevano svolto un ruolo determinante prima e durante la lotta per fare unità l’Italia.

A Gallipoli, l’anima propulsiva di tali Comitati fu indiscutibilmente anche quella del dottor Emanuele Barba. Da molto tempo, infatti, egli si dedicava alla raccolta di fondi, tramite sottoscrizioni pubbliche, che periodicamente inviava all’organizzazione centrale. Di questa attività rivoluzionaria, dà notizia egli stesso su «Il Gallo», giornale popolare gallipolino, del 22 maggio 1862, da lui fondato e diretto con lo pseudonimo di Filodemo Alpimare. Scrive:
«Il nostro Comitato di Provvedimento per Roma e Venezia, il quale da 15 mesi [era stato costituito nel febbraio 1860] ha dato opera allo installamento di altri Comitati filiali in molti paesi del Circondario, in men di due alla distribuzione di più migliaia di Azioni pel Fondo Sacro, ha iniziato nella nostra Città una soscrizione» (cfr.  «Il Gallo», anno 1, n. 1, Stabilimento Tipografico, Lecce 1862, quarta pagina).

Il 4 novembre 1863, una delle tante somme raccolte dal Barba venne personalmente inviata a Giuseppe Garibaldi ancora in ritiro a Caprera per i postumi della ferita subita sull’Aspromonte. Dalla sua isola, l’Eroe dei Due Mondi rispose, ringraziandolo così: «Caprera, 12 novembre 1863. Signor Dottore Emanuele Barba. Ho ricevuto il vaglia di L. 287.39 pel fondo sacro Roma e Venezia e la prego ringraziarne per me i generosi oblatori.  Suo G. Garibaldi».
Due anni dopo, nel 1865, si costituì nuovamente un altro organismo simile al primo, il Comitato Unitario Costituzionale, questa volta con 1’obiettivo di sostenere, nelle elezioni parlamentari, i deputati della Sinistra. Su proposta del Barba, che in Gallipoli in quel momento assumeva l’incarico di vicepresidente dell’Associazione Elettorale Italiana, il Comitato locale venne intestato a Giuseppe Garibaldi.

Sul finire di quello stesso anno,  il Barba, con l’apporto di altri suoi compatrioti, fondò la Società Operaia di Mutuo Soccorso ed Istruzione della città, della quale divenne segretario a vita e compilò uno dei primi Statuti e Regolamenti delle società operaie e di mutuo soccorso di tutta Terra d’Otranto.

Anche in questa occasione, Emanuele Barba dimostrò di essere un fervente garibaldino. Agli operai e ai patrioti di Gallipoli, riunitisi il 4 dicembre 1865 per la fondazione della società, disse: «Fratelli Operai, confortati dagli esempi splendidissimi di altre città italiane, voi volete costituirvi in società di mutuo soccorso ed istruzione, del cui statuto e regolamento vi piacque commettermi la compilazione. Ebbene a ringraziarvi per tant’onore e fiducia vi dirò poche e franche parole, quali si addicono a leale operaio in libera terra. A me pare che col volervi affratellare in questa maniera, mostrate di essere capaci e degni di ogni bene, perché volete onestamente usare dei due primi e più antichi diritti dell’uomo, che sono la libertà e l’associazione. Io spero ancora che voi conseguirete ogni bene, perché volete compiere i due primi doveri dell’uomo sociale, che sono lo scambievole soccorso e l’istruzione. Io anzi affermo che voi già possedete i due maggiori beni che possono avere quaggiù gli operai cristiani, cioè la volontà di perseverare nel lavoro, il quale è l’origine più santa di ogni proprietà, la fine di ogni miseria, e il desiderio di uscir dall’ignoranza, la quale è il più funesto retaggio delle classi laboriose, la cagione precipua d’ogni loro sciagura. Voi dunque potete andare alteri d’imitare in ciò l’eroe più caro d’Italia nostra, Giuseppe Garibaldi» (cfr. “Statuto e Regolamento della Società Operaia di Mutuo Soccorso-Istruzione di Gallipoli”,  Tip. A. Del Vecchio, Gallipoli, 1866).

Di questo periodo della vita del Barba, dei suoi rapporti con Gariba1di, in modo più preciso e dettagliato riferisce anche l’avv. Stanislao Senape-De Pace, che scrisse queste parole:«Scettico in politica dopo il ’60, sentì ancora fremere potentemente il sentimento patriottico al 1866, quando tutta Italia sorgeva animosa a pugnare pel riscatto dell’antica martire delle Lagune, quando Garibaldi gridava: “A Vienna, a Vienna” e ricorrendo al Comitato per la liberazione di Roma e Venezia, che fu uno dei primi a costituirsi in Gallipoli, mandò all’esule di Caprera il contributo dei nostri conterranei. E sotto il governo italiano, ebbe ancora 1’onore d’essere sospettato di troppo liberalismo, tanto che dopo Aspromonte, ricevè varie perquisizioni domiciliari, perché si temeva, ed era vero, che facesse parte del Comitato per 1’arruolamento dei Garibaldini». (cfr. “Albo ad Emanuele Barba”, Tip. G. Campanella, Lecce 1888, p. 85).

Un’altra prova di ammirazione per l’Eroe dei Due Mondi, Emanuele Barba lo manifestò pubblicamente nel 1873 quando, assieme ad alcuni amici poeti, fra i quali Forleo-Casalini, Forcignanò, Prudenzano, Adele Lupo, Minervini ed altri ancora, pubblicò un opuscolo di poesie e racconti brevi, sul quale fece stampare un suo componimento poetico, dal titolo “Garibaldi su la tomba di Ugo Foscolo nel 21 aprile 1864”: «Sotto ciel nebuloso e brulla terra/ Giace lung’ora, ahimè! colui che s’ebbe/ Da ignari e da tiranni eterna guerra:/ Di quei che in Grecia nato Italo crebbe/ Le sacre ossa ignota gleba serra:/ Chi di Pindo e Valchiusa al fonte bevve,/ Chi combattèa dei despoti le brame,/ Dei “Sepolcri il cantor” moria di fame!// Volgon più lustri – e l’Anglica nazione / Plaude festante al Forte di Caprera;/ Muto ristà dei liberi il campione/ All’aurà popolar – Ei tutto spera/ In un pensier di patria religione/ Che rifulge qual Sol che non ha sera:/ E colui che i due mondi onoran tanto/ D’Ugo il sepolcro confortò di pianto.// E dopo il pianto con pietosa mano/ Depone una corona in su l’avello;/ Poi togliendo al divin Carme un brano/ Di suo pugno lo incide su di quello;/ E alla tomba del Pindaro italiano/ Esclama alfin, Macedone novello:/ Ad Ugo al generoso al grande al forte/ Giusta di glorie dispensiera è morte.// E quel grido ripetesi da un’eco/ Che alla voce risponde degli eroi;/ Si ripercuote il grido in ogni speco,/ Quel grido già commove il petto a noi/ Che di Foscolo il genio italo-greco/ Ereditammo, perché figli suoi;/ E… Italia grata omai alzi una voce:/ Ugo riposa eterno in Santa Croce» (cfr. E. Barba, in  “Strenna del giornale «L’Araldo Gallipolino» per l’anno 1873”, p. 63).

Appena due anni dopo, Emanale Barba, nel commemorare a Gallipoli il 19° Anniversario dell’Unità d’Italia, dedicò un nuovo componimento poetico – “Un sospiro di Garibaldi nella festa nazionale del 1875” – con versi che ovviamente riflettono lo stato d’animo di quei patrioti desiderosi di vedere Roma capitale
d’Italia.
Questi stessi versi, scritti su un foglio volante e distribuito in Gallipoli come un volantino, Emanuele Barba li inviò anche a Garibaldi, che così gli rispose: «Prof. Emanuele Barba – Gallipoli. Grazie per la vostra lettera del 7 luglio e per i vostri bei versi. Vi stringo la mano e sono Vostro G. Garibaldi. Frascati, 10 – 7 – 75».
Era il 1875, Garibaldi aveva 68 anni e, la maggior parte del suo tempo, lo trascorreva a Caprera. L’Italia era ormai unita e Roma ne era la capitale. Anche Emanuele Barba non era più il giovane rivoluzionario risorgimentalista del 1848 e la sua vita (ha 56 anni) trascorreva prevalentemente fra i libri della Biblioteca Comunale di Gallipoli, della quale era stato nominato bibliotecario a vita, Le sue preoccupazioni maggiori erano rivolte ad arricchire di libri gli scaffali della biblioteca e, nello stesso tempo a dare corpo a quella splendida istituzione da lui stesso creata e che a tutt’oggi è il Museo naturalistico gallipolino, una delle istituzioni pubbliche più importanti dell’intero Salento. Questi suoi interessi, però, non gli impedirono di continuare ad avere come faro della sua azione l’Eroe dei Due Mondi. Quando Garibaldi morì a Caprera, il 2 giugno 1882, Emanuele Barba dedicò un nuovo componimento poetico, intitolato “Il Forte di Caprera”, VI° Canto dell’ “Album di dolore sulla tomba di G. Garibaldi”, pubblicato a cura dell’amico patriota Luigi Forcignanò.

Ad avvisarlo della morte dell’Eroe erano stati il garibaldino Timoteo Riboli e l’amica Antonina Ceva-Altemps, sposata Stampacchia, due personaggi importanti della prima Italia unita. Timoteo Riboli (1808-1895) era medico e patriota di Colorno, fedelissimo di Garibaldi il quale, nella prefazione alle sue “Memorie”, lo ricordò con queste parole: «Ai cari D.ri Prandina, Cipriani, Riboli, io devo pure una parola di gratitudine, siccome al D.re Pastore. Il D.re Riboli in Francia, chirurgo capo dell’esercito dei Vosges, fu contrariato da indisposizione seria ed accanita. Così stesso, egli non mancò di prestar opera utilissima» (cfr. G. Garibaldi, “Memorie”, Op. cit., pag. 39).

Il Riboli, che fu pure massone come Sovrano Commendatore della Giurisdizione italiana del Supremo Consiglio del Rito scozzese antico e accettato, ebbe anche il delicato compito, affidatogli da Garibaldi, di collocare il manoscritto de “I Mille” presso un editore. Corrispose con Emanuele Barba sin dal 1880. Antonina Ceva-Altemps Stampacchia era la moglie del patriota salentino e medico di Casa Savoia Gioacchino Stampacchia.

Entrambi questi due amici del Barba, dopo la morte dell’Eroe, continuarono ad informarlo di tutte le iniziative organizzate in Italia nel nome di Garibaldi.  Per anni gli inviarono lettere e fotografie del generale, con le quali il Barba iniziò a formare quella collezione di «Ricordi garibaldini» (oggi conservata a Roma nel ramo della famiglia Barba colà stabilitasi), alla quale rimase affezionato per il resto della vita. Egli aveva formato un piccolo faldone di carte, chiuso con un biglietto inviatogli dall’amico Luigi Castellazzo (1827 – 1890), patriota e garibaldino sin dal maggio ’48, che aveva preso parte alle campagne militari per l’Unità d’Italia del 1859 e del 1860 come ufficiale di Giuseppe Garibaldi. Il Castellazzo fu pure deputato, e cominciò a corrispondere col Barba a partire dal 1884.
Sul biglietto, che chiude il falcone, c’è scritto un pensiero, secondo me di estrema attualità. Eccolo: «Se Garibaldi rivivesse, Egli, nella sua magnanima e fiera natura di Patriota e di Eroe, imprecherebbe a questa Italia degenerata, che lo commemora a parola, gli erige monumenti di pietra, ma non sa imitarne le
virtù, proseguire l’opera e compierne i sublimi ideali».

NdR: Pubblicato su Il filo di Aracne, la cui direzione si ringrazia per la concessione

Emanuele Barba, medico, patriota e cultore di Lettere e Arti, e la salute fisica e mentale del popolo gallipolino

di Luigi Cataldi

biblioteca pubblica

 ” forza vitale per l’istruzione, la cultura e l’informazione”

“….agente indispensabile per promuovere la pace

 e il benessere spirituale delle menti di uomini e donne”.

Manifesto UNESCO 1995

 

Emanuele Barba, medico, naturalista, poeta, letterato e patriota, nacque a Gallipoli l’11 agosto dell’anno 1819. Figlio di un modesto sarto, dopo le scuole primarie si trasferiva a Napoli presso uno zio della madre e compiuti gli studi di medicina conseguiva la laurea nel 1842. La sua prima conferenza ebbe come tema l’argomento trattato nella tesi: “Sui mezzi per evitare i falsi ragionamenti in Medicina”.

Tornato a Gallipoli realizzava con entusiasmo e competenza la sua opera di medico: nel 1848, durante il diffondersi dell’epidemia tifoidea, fu prescelto dall’Autorità competente quale Direttore dell’Ospedale provvisorio di Gallipoli, e così, in circa cinque mesi di prolungata epidemia tifoidea curò e salvò la vita a circa tremila conterranei ammalati. Nel 1866, a causa dell’epidemia colerica, il Municipio lo incaricaricò ancora della Direzione

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