Certi cardi! (2/2)

di Armando Polito

Virgilio (I secolo a. C.): Invece della delicata viola e del purpureo narciso nascono il cardo e il paliuro dalle acuminate spine1.

Plinio (I secolo d. C.): Infatti annovererei il loglio, i triboli, i cardi, le lappole, nonché i rovi tra le malattie delle messi piuttosto che tra i flagelli della stessa terra2. Il cardo ha le foglie e il gambo con lanugine spinosa. Ugualmente l’acorna, il leucacanto, il calceo, il cnico, il poliacanto, l’onopisso, l’elsine e lo scolimo. Il cameleone non ha spine nelle foglie. C’è anche la differenza che alcuni di loro hanno molti gambi e rami , come il cardo. Il cnico ha un solo gambo senza rami. Certi sono spinosi solo all’apice, come l’eringio. Alcuni fioriscono in estate, come il tetralice e l’elsine. Anche lo scolimo fiorisce tardi e a lungo. L’acorna si distingue solo per il colore rossiccio e per il succo più grasso.  Tale sarebbe pure l’atrattile se non fosse più bianco e non emettesse un succo color del sangue. Perciò da alcuni è chiamato fono, ha un odore pesante e il seme matura tardi, non prima dell’autunno, sebbene ciò si possa dire di tutte le piante spinose. Tutte queste piante possono nascere dal seme e dalla radice. Lo scolimo del genere dei cardi differisce da loro perché la sua radice si mangia cotta. Fenomeno meraviglioso è che senza pausa per tutta l’estate uno in un genere fiorisce, un altro concepisce, un altro ancora si apre e lascia andare i semi. Gli aculei, seccando la foglia, smettono di pungere. L’elsine si vede di rado e non dappertutto: è fogliosa fin dalla radice, dal cui centro esce fuori come una mela coperta dalla sua fronda. La cima contiene una lacrima di dolcissimo sapore, chiamata resina acantice3.

Fin qui tutte le piante ricordate sono chiaramente selvatiche. Il pezzo che sta per seguire, invece, si riferisce ad una varietà coltivata, identificabile, se non con il nostro carciofo (Cynara cardunculus scolymus L.), almeno con il Cynara cardunculus L. (nella foto).

immagine tratta da http://www.actaplantarum.org/acta/galleria1.php?id=1319
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Sembrerebbe che si sia parlato di tutto ciò che è in pregio, se non restasse una cosa di grande guadagno, da dire non senza vergogna. Certo è che presso Cartagine la grande e soprattutto a Cordova i cardi da piccole aree rendono seimila sesterzi l‘anno, poiché adattiamo alla gola pure i portenti della terra, pure quelli che gli animali consapevolmente evitano. I cardi si coltivano in due modi: per pianta in autunno e per seme prima del 7 marzo e le piante che ne nascono si trapiantano prima del 13 novembre o in luoghi freddi quando comincia a spirare lo scirocco. Si concimano, se piace agli dei, e crescono meglio; si condiscono con aceto e miele con aggiunta di radice di lasere e di cumino affinché non ci sia giorno in cui manchi il cardo4.

La cota è llonga da scardàre (la coda è lunga da squamare), mi vien da dire adattando il proverbio neretino la cota è llonga da scurciàre (la coda è lunga da scuiare), ma siamo quasi alla fine e, contravvenendo al proverbio, a quello originale e al suo adattamento, non ci metterò molto a concludere.

Appare quasi spontaneo pensare che scardàre sia composto da s– (dal latino ex con valore privativo)+cardo, se si pensa alla squama assimilabile nella forma alle spine del cardo o, ancor più, alle brattee del carciofo. Questa etimologia ha la voce italiana (che significa liberare la castagna dal riccio o cardo) ma non la dialettale, che è solo omofona, derivando dal latino tardo scarda(m), voce di origine germanica, che in italiano ha dato scarda e i suoi derivati scardina, scardola, scardova, tutte voci designanti un pesce caratterizzato dalle squame molto dure.

Da cardo in italiano oltre al ricordato scardare derivano:

carda o scardasso, la macchina per pulire la lana; in origine l’operazione era fatta con il cardo dei lanaioli o degli scardassatori (Dipsacus fullonum L.); da scardasso è derivato scardassare.

cardellino, diminutivo di cardello (in dialetto neretino cardillu), da un latino *cardellu(m), deformazione del classico carduelis, forma aggettivale da carduus; l’uccello è particolarmente ghiotto dei semi di questa pianta.

immagine tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/File:Gold_Finch.jpg
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carlina (Carlina vulgaris L.), alterazione di cardina, diminutivo di cardo, per accostamento al nome Carlo perché secondo una leggenda un angelo indicò a Carlo Magno la pianta come rimedio contro la peste.

immagine tratta da http://www.actaplantarum.org/acta/galleria1.php?id=2399
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garzare, nell’industria tessile, operazione di apparecchiatura eseguita con la garzatrice e consistente nel sollevare una peluria superficiale sui tessuti mediante trattamento per via umida (con garzi vegetali sul tessuto inumidito), o per via secca (con garzi metallici); la voce è da un latino *cardiare, da carduus.

immagine tratta da http://www.culturaitalia.it/opencms/opencms/system/modules/com.culturaitalia_stage.liberologico/templates/viewItem.jsp?language=it&case=&id=oai%3Aculturaitalia.it%3Amuseiditalia-work_6964
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garzo e garza, da garzare.

Probabilmente diminutivo di carza (garza) incrociato con cazzettu (dimutivo di calza) è il neretino carzittella (lucignolo della lampada a petrolio, lu lume) mentre nulla a che fare col il cardo ha carza (branchia) generalmente usato al plurale: li carze), deformazione di gargia, che è forse dal latino medioevale gargalia=parte della  gola e del polmone.

Nulla a che fare con la pianta ha il cardo, voce specialistica che negli accampamenti militari romani era la via principale che andava da nord a sud (decumano era quella che andava da est ad ovest); cardo è il nominativo del latino cardo/càrdinis, da cui l’italiano cardine.

Strettamente connesso, invece, con la pianta è il cardo emblema della Scozia (legato alla leggenda secondo la quale un assalto vichingo venne respinto grazie all’allarme lanciato da una sentinella che aveva sentito il grido di dolore sfuggito ad un invasore che a piedi nudi era incappato in un cardo) e arma in araldica.

Di seguito le insegne dell’Ordine del cardo istituito nel 1687 sotto la protezione di S. Andrea, un collare composto da foglie di cardo e fiori di ruta, un medaglione con l’immagine del santo e il motto in latino NEMO IMPUNE LACESSIT (Nessuno mi sfida impunemente).

immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Insignia_of_Knight_of_the_Thistle.png
immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Insignia_of_Knight_of_the_Thistle.png

 

Nello stemma d’Inghilterra e di Scozia si aggiungerà in alto IN DEFENS, abbreviazione di IN (MY) DEFENS (GOD ME DEFEND)=In (mia) difesa (Dio mi difende).

http://it.wikipedia.org/wiki/File:Royal_Coat_of_Arms_of_the_United_Kingdom_(Scotland).svg
http://it.wikipedia.org/wiki/File:Royal_Coat_of_Arms_of_the_United_Kingdom_(Scotland).svg

Nel rispetto della par condicio chiudo con una nota esclusivamente religiosa ricordando il cardo mariano (Silybum5 Marianum L.).

immagine tratta da http://www.actaplantarum.org/acta/galleria1.php?id=1339
immagine tratta da http://www.actaplantarum.org/acta/galleria1.php?id=1339

 

Nella simbologia cristiana le macchie bianche che ne caratterizzano le foglie erano viste come le gocce di latte cadute dal seno della Madonna mentre in fuga per sottrarre il Figlio alla persecuzione di Erode tentava di nasconderlo sotto una di queste piante.

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1 Ecloghe, V, 30: Pro molli viola, pro purpurea narcisso/carduus et spinis surgit paliurus acutis. Virgilio ha semplicemente cantato il dolore che la terra manifesta per la morte del pastore Dafni producendo non fiori leggiadri ma piante spinose. Non mi meraviglierei se Dafni (e non Dafne come si legge in http://it.wikipedia.org/wiki/Carduus) subisse un destino simile a quello di Cinara e qualcuno s’inventasse che un bel pastore chiamato Dafni ma soprannominato Cardo fu alla sua morte mutato nel cardo.

2 Naturalis historia, XVIII, 44: Nam lolium et tribulos et carduos lappasque, non magis quam rubos, inter frugum morbos potius quam inter ipsius terrae pestes numeraverim.

3 Naturalis historia, XXI, 56: Carduus et folia et caules spinosae lanuginis habet. Item acorna, leucacanthos, chalceos, cnicos, polyacanthos, onopyxos, helxine, scolymos. Chamaleon in foliis non habet aculeos. Est et illa differentia, quod quaedam in iis multicaulia ramosaque sunt, ut carduus. Uno autem caule, nec ramosum, cnicos. Quaedam cacumine tantum spinosa sunt, ut eryngium. Quaedam aestate florent, ut tetralix et helxine. Scolymus quoque floret sero et diu. Acorna colore tantum rufo distinguitur et pinguiore succo, Idem erat atractylis quoque, nisi candidior esset, et nisi sanguineum succum funderet. Qua de causa phonos vocatur a quibusdam, odore etiam gravis, sero maturescente semine, nec ante autumnum: quamquam id de omnibus spinosis dici potest. Verum omnia haec et semine et radice nasci possunt. Scolymus carduorum generis ab iis distat quod radix eius vescendo est decocta. Mirum, quod sine intervallo tota aestate aliud floret in eo genere, aliud concipit, aliud parturit. Aculei arescente folio desinunt pungere. Helxine rara visu est, neque in omnibus terris: est a radice foliosa, ex qua media veluti malum extuberat, contectum sua fronde. Huius vertex summus lacrymam continet iucundi saporis, acanthicen mastichen appellatam.

4 Naturalis historia, XIX, 43: Poterant videri dicta quae in pretio sunt, nisi restaret res maximi quaestus, non sine pudore dicenda. Certum est quippe carduos apud Carthaginem magnam Cordubamque praecipue ςςςsestertium sena millia e parvis reddere areis: quoniam portenta quoque terrarum in ganeam vertimus, etiam ea quae refugiunt quadrupedes consciae. Crduos ergo duobus modis serunt: autumno planta et semine ante nonas Martias; plantaeque ex eo disponunt ante idus Novembris, aut in locis frigidis circa Favonium. Stercorantur etiam, si diis placet, laetiusque proveniunt condiunturque aceto melle diluto, addita laseris radice et cumini, ne quis dies sine carduo sit.

5 Dal greco σίλυβον (leggi sìliubon); ecco come lo descrive Dioscoride (I secolo), De materia medica, IV, 159: Σίλυβον ἄκανθά ἐστι, πλατεῖα φύλλα ἔχουσα, χαμαιλέοντι ὅμοια τῷ λευκῷ· ἥτις ἀρτιφυὴς ἐσθίεται ἑφθὴ σύν ἐλαίῳ καὶ ἁλσί· τῆς δὲ ῥίζης ὁ ὀπὸς ὅσον ὁλκή ποθεὶς σὺν μελικράτῳ, ἐμέτους κινεῑ (Il silibo è una spina che ha le foglie larghe, simile al camaleone bianco; esso nato da poco viene mangiato bollito con olio e sale. Il succo della radice nella quantità di una dracma bevuto con latte e miele stimola il vomito).

 

 

 

 

 

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