Libri| Nostro ulivo quotidiano

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E’ stato pubblicato pochi giorni fa il volume di Elio Ria, Nostro ulivo quotidiano, a cura di Marcello Gaballo, per le edizioni della Fondazione Terra d’Otranto, inserito nella collana Scatti d’Autore, n°2. in quarto| 112 pagine| colore, cartonato. Impaginazione di Mino Presicce, fotocomposizione Biesse – Nardò, stampa Pressup. Foto di Fabrizio Arati, Mauro Bellucci, Maurizio Biasco, Lucio Causo, Coordinamento Forum Salute, Stefano Crety, Marcello Gaballo, Roberto Gennaio, Linda Iazzi, Walter Macorano, Lucio Meleleo, Tommy Mezzina, Francesco Politano, Mino Presicce, Pier Paolo Tarsi. Foto di copertina di Maurizio Biasco.

ISBN: 97888 906976 8 5

Edizione non commerciale, riservata alle biblioteche e ai soci della Fondazione.

 

Prefazione di Marcello Gaballo – Fondazione Terra d’Otranto

Scatti d’Autore è la nuova collana edita da Fondazione di Terra d’Otranto, che persegue l’obiettivo – attraverso le parole e le immagini – di valorizzare e promuovere la cultura salentina con i suoi autori più rappresentativi in ambito letterario, filosofico e artistico.

La grandezza della parola dipende dallo splendore delle immagini e dalla capacità cognitiva di raccogliere argomenti misuratori del Salento, che è luogo blindato di generosità e splendidezza, ma è anche sostanza d’ispirazione per poeti e artisti. Il mare, i porti, le chiese, i campanili, le piazze, i vicoli, i paesi, sono le cartoline di un mondo fiabesco che incarnano la pazienza del tempo e non hanno necessità di urgenza di fare a pezzi le tradizioni e i costumi di una comunità sempre devota a Dio.

Il secondo volume “Nostro ulivo quotidiano” dedicato all’albero di ulivo è scritto da Elio Ria. Le immagini sono di vari fotografi salentini che hanno voluto donare i loro scatti a corredo del presente lavoro.

Ria si distingue per la sua prosa erudita, pregna di allusioni e ironica nelle allegorie, corredata da una poesia metafisica che sembri lo affascini e lo nutri di piacere del sapere. Attento osservatore della propria terra sa incastonare le quotidianità della vita con le tradizioni che tuttora resistono e s’impongono nel Salento. Riservato e incline al silenzio, rifugge da ogni moda stravagante di letteratura, indagatore e archeologo delle parole crede nella modernità con moderazione, ha un naso eccezionale per le cose interessanti, ha la capacità di condensare minuziosamente i concetti e di sintetizzare le complessità esistenziali libero da ogni condizionamento politico e/o religioso. Ama narrare ciò che è invisibile per attualizzarlo e declamarlo in forma poetica. Offre ai suoi lettori un intrattenimento di lettura piacevole poiché ogni sua cosa è realizzata da un intimo godimento, il giubilo di chi fa ciò che gli piace fare.

Nelle sue omissioni volute si può cogliere la riflessione come fonte di emozione poetica e l’erudizione come retorica cortese – ma mai come pedanteria. Guarda sempre con passione tutto ciò che è minore in confronto a ciò che è maggiore, giacché dalle cose minime risultanti insignificanti sa estrapolare significativi e sostanziali frammenti di allegorie e di memorie.

Il libro è un mondo racchiuso in sé stesso, con le immagini dell’albero di ulivo e di una campagna in sofferenza; dove però prevale innanzitutto il senso civico di responsabilità del poeta per la sua terra, il quale avverte l’impegno di un agire per il meglio, nonché il monito ad una scelta di vita più consona alle regole della natura. Xilella fastidiosa è il killer che decreta la morte degli alberi, mettendo in serio pericolo l’ecosistema. Nelle parole del libro si addensano le atmosfere recondite e quelle sonore dell’uomo che riflette sulla realtà e tenta di interpretarle, poiché incombe un futuro senza futuro e il Salento rischierebbe una menomazione ambientale incommensurabile.

L’ulivo è l’albero simbolo del Salento, il gigante, che nei secoli ha germogliato ricchezza, orgoglio di natura, bellezze figurative, idea di poesia. L’omaggio editoriale è tutto per esso, significando in tal modo l’attenzione e l’interesse di questa Fondazione ai beni naturali della propria terra.

Dialogo tra un poeta e un filosofo

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Dialogo tra un poeta e un filosofo. Tentativi estremi di comprensione del senso di reciprocità all’idea di verità.

 

di Elio Ria

Ho inventato un amico perché mi sentivo di non averne. L’ho trovato per caso nelle pagine dei miei libri, in un momento di ripensamento sulle cose che avrei dovuto fare, prendendomi così una manciata di tempo solubile nei miei ragionamenti di sconfitta, di amarezza, nonché della vittoria che esse implicano a favore della realtà, eterna dominatrice dei fatti e degli uomini. In un’epoca in cui vige la regola della stupidità e dell’indifferenza, l’idea di un pensiero critico è quasi visto come un disturbo alla quiete dell’irrazionalità. Un dialogo, un confronto non sempre è possibile. L’affermazione di un pensiero militante nella sfera dell’individualismo e del relativismo (quanto sono fastidiosi questi -ismi) deformano la rappresentazione delle cose, che sono sfacciatamente convenienti alla convenevole ideologia neoliberale. Mi piacerebbe che questo mio amico avesse il dna letterario di Borges, aperto, capace di guardare più orizzonti, non costruito a tavolino dalla penna di uno scribacchino, non un genio comunque, ma un uomo pensante, libero nei meandri della ragione. Vorrei che non possedesse sguardi ambigui, posizioni invitanti, contemporaneo alla sua stessa esistenza. Il dramma del poeta – del quale porto indegnamente il titolo – è di non essere mai compreso in vita; post mortem avrà gloria e visibilità nelle antologie scolastiche. Il poeta, quello del terzo millennio, ancora non è dato sapere chi sia, in compenso c’è qualche filosofo alieno.

Dunque ho inventato un amico per necessità di sopravvivenza: mi sento soffocato dagli incanti di ogni giorno, dalle chiacchiere dalle bombe di spettacolarizzazione che piovono sul cervello. Ma dov’è il senso di una convenienza normale, di un agire spontaneo, serio? Possibile che qualcuno ancora non abbia pensato di scrivere un manuale – ad esempio – sulla convenienza di tacere?
Nel mio studio, chiuso con la mia interiorità, con il libro di Cioran fra le mani, come fosse un breviario, con la luce offuscata dalla tenda, provo a iniziare un dialogo con questo mio amico, costruito con le mie mani, alla maniera di Mastro Geppetto, non di legno però, ma di spirito. Devo vincere la mia diffidenza; metterlo a suo agio. Non lo vorrei erudito; purtroppo ora mi rendo conto che così non potrà essere poiché nasce dal grembo delle parole della sapienza. Certamente sarà altezzoso, pedante, sicuro di sé. Non ho scampo. Già mi guarda, aspetta con ansia che gli dia l’input della parola, come il soffio divino per portarlo in vita.

— Ciao, ti va se ti do il nome di Davide?
— Ciao Elio, sì certo. È un bel nome!
— Allora, Davide, una domanda: che senso ha agire per convenienza?
— La convenienza rappresenta la coerenza fra la forma e il contenuto, pertanto dovremmo capire quale sia la forma e quale il contenuto?
— Siamo alle solite: cerchi sempre di complicare qualsivoglia semplicità al solo scopo di disquisire di filosofia, filosofia pura come tu la definisci.
— Caro Elio, tu sei un bravo ragazzo…
— Eh, no! Non chiamarmi bravo ragazzo come a significarmi di essere un sempliciotto, incapace di elaborare un concetto.
— Non è così! Tu come tutti i poeti sei permaloso. Volevo solo dire che nei tuoi concetti non c’è una speculazione filosofica, sei sempre trasparente, immerso in quel romanticismo inglese, alla maniera di Keats.
— Eh già, tu invece tratti le questioni assolute di spazio e assoluto, delle quali non si capisce nulla. Pensando che è roba essenziale e va pubblicata sui siti di filosofia.
— Sempre attento a quella bellezza romantica di cui ci hai resi stufi. Il mondo va in tutt’altra direzione. Sei immobile.
— Preferisco essere immobile che ondivago come sei tu. Sei un vagabondo che gira e rigira nei libri di filosofia per tentare di comprendere qualcosa del vuoto, del tempo e dello spazio. E in questo tuo peregrinare non trovi una Madonna che ti ascolti, un Santo che ti predichi qualcosa che sia di giustezza, un filosofo che ti compiace.
— Se tu leggessi le mie cose non diresti quello che hai detto. I miei testi sono condivisi su Facebook e anche molto apprezzati. Tu non hai nessun impatto sui lettori. Si annoiano a leggere i tuoi versi sbilenchi, privi di ardore poetico.
— A dire la verità, i lettori non leggono i tuoi testi, basta infatti annusarli per comprendere di quanto siano maleodoranti di superbia caratteriale dell’autore, e non sono da configurare nella filosofia pura. Ma per favore, spostiamo il dialogo su cose ben più appetibili e interessanti. Metti da parte la tua presunzione. In fondo sei ancora uno studente universitario, hai tante cose da imparare, perché continuare a ostentare sicurezza, quando invece un po’ di sana e dubbia incertezza ti farebbe comprendere che l’incertezza è necessaria a sviluppare incerte certezze e a farti ragionare meglio su questioni già ampiamente trattate dai Grandi. Io preferisco la letteratura, che fra tutte le attività della specie umana, è certamente la più libera e la più fantastica, la più menzognera e la più ingannevole. Tu invece credi che la filosofia sia scienza o meglio la scienza della scienza, che con i suoi ragionamenti palesa una verità; tu dinanzi a tanta onnipotenza ti senti d’essere demiurgo.
— Non sono un poeta e me ne vanto! Vi conosco bene, voi poeti! Riuscite a passare con nonchalance dalla realtà all’immaginazione, siete così bravi da farne un calco nella manipolazione letteraria. Vi assumete l’autorità di sognare per giustificare le vostre strane connessioni con il cuore. Le vostre orge poetiche, le insinuazioni, il non detto, le allusioni, le invenzioni sono i vostri trucchi del mestiere. Il filosofo è ben’altra cosa, mio caro Elio. Il compito del filosofo consiste nell’elaborare una «scienza universale del mondo», per arrivare all’idea di verità in sé, surclassando ogni cosa della quotidianità.
— Ehm, partendo da dove? Cominciare da quale verità? Penso invece che ogni tentativo di giungere ad una verità comporti una caduta nel dubbio. Non intendo accettare assunti filosofici confezionati dai filosofi, come fai tu. Potrei citare Cartesio e difatti non mi convince l’individuazione nel «cogito» del criterio fondamentale della certezza, sul quale poggiano le verità matematiche e quelle metafisiche, nonché le conoscenze attinenti alla «res extensa». Preferisco, seppure con riserva, Nietzsche e la sua «verità di volontà». Vorrei ancora credere che la verità sia in assoluto ciò che noi non sappiamo veramente intendere, ma è lì in una parte del luogo che ci appartiene che si mostra nella sua dignitosa bellezza. E qui caro amico Davide, forse il poeta più che il filosofo potrebbe darne una definizione.
— Caro Elio, secondo Hegel il vero si compie solo nell’intero, ossia nel sistema filosofico, attraverso il superamento dialettico di tutte le opposizioni concettuali. La filosofia deve assumersi la «fatica del concetto» per superare l’immediatezza e darsi nella forma dello spirito in sé e per sé, ossia nella forma della verità. La verità può esistere solo sotto forma di sistema scientifico, visto che la scienza è l’unica forma in cui si dà la verità e la scientificità si fonda sull’elemento del Begriff. Come vedi, l’assunto sulla verità è incontrovertibile. Tu sei poeta, e queste cose non riesci a comprenderle, conosci solo quegli zozzoni di poeti francesi dell’800 e quelle loro strane teorie sull’Io è un altro oppure lo Spleen e altre loro diavolerie.
— Già, tu conosci tutto, ogni cosa, ogni dettaglio, la verità, Dio, la natura… Io preferisco non conoscere e di non giungere alla pienezza del sapere per conservarmi (tutelarmi) come spirito pensante, senza la pretesa di giungere alla autoconoscenza della verità, per non sentirmi nella pienezza della conoscenza, per non comprendere l’idea indeterminata, e sentirmi libero di volta di volta di esprimermi qualcosa nell’incertezza se ciò che io penso sia verità. Voglio inciampare sempre, per non perdermi nel paradiso dei sorrisi e della beatitudine della verità, amo l’inferno – quello dei poeti. Lascia stare i poeti francesi, i quali non hanno mai servito Dio né gli uomini e hanno pagato con il sacrificio della propria vita la dedizione alla poesia. E poi t’invito a leggerti Hölderlin, il più grande lirico tedesco dopo Goethe, un romantico che visse fuori dai confini classici del romanticismo, colui che ha avuto la presunzione di servire soltanto l’arte e non la vita, gli dèi e non gli uomini. La verità serve agli uomini per le loro convenienze, ecco perché vi è l’affanno filosofico a scoprirne e a determinarne l’essenza e la materializzazione. Al poeta la verità non serve, poiché nelle sue finzioni e immaginazioni il mondo si presenta tutt’uno con esso, e non vi è necessità di spiegare qualcosa di cui è già tangibile nella sua naturale rappresentazione. Il poeta serve gli dèi in profonda intimità, al pari della Natura. Questa sostanzialmente è la differenza concettuale tra la verità del poeta e la verità del filosofo, poiché quest’ultimo pensa di poter approdare all’indicibile con la forza pensante della ragione, mentre il poeta si affida alla propria sensibilità di immaginazione e di costruzione dello Spirito per intendere non un frammento di verità bensì la Natura.
Allora, non morire nelle stantie concezioni e negli assunti geometrici e standardizzati della filosofia matematica, con la pretesa di sapere tutto e di doverne replicare il verbo, sii più umile, e ogni tanto dopo cena fai una lettura di poesia quanto basta per non morire nella certezza di essere tu stesso certezza del nulla.
Ti prego, non replicare, fai in modo che io non mi penta di averti inventato, giacché di questa invenzione ero certo che ne avrei tratto convenienza, mi accorgo però di avere ancora una volta sbagliato nel concedermi un’invenzione che non necessitava di essere inventata, come le tue verità.

 

(pubblicato su http://www.sitosophia.org/2015/10/dialogo-tra-un-poeta-e-un-filosofo/)

Una nuova edizione per la Fondazione. Nardò e i suoi

Nardò e i suoi

Con cerimonia privata, cui si accede per invito, sarà presentato e distribuito questa sera l’ultimo lavoro inserito tra le pubblicazioni della Fondazione, Nardò e i suoi. Studi in memoria di Totò Bonuso.

Un volume di 400 pagine, cartonato, in formato 24×30 cm, con saggi tutti riguardanti Nardò, a cura di Marcello Gaballo, presentazione di Luciano Tarricone. Edizione non in vendita. ISBN: 978-88-906976-5-4.

Saggi di Francesco Giannelli, Armando Polito, Maurizio Nocera, Gian Paolo Papi, Giuliano Santantonio, Fabrizio Suppressa, Paolo Giuri. Giovanni De Cupertinis, Marcello Gaballo, Stefano Tanisi, Alessandra Guareschi, Alessio Palumbo, Elio Ria, Maurizio Geusa, Pino De Luca, Letizia Pellegrini, Massimo Vaglio, Valentina Esposto, Daniele Librato, Mino Presicce, Pippi Bonsegna.

 

 

Luciano Tarricone, presentazione ……………………….……………………………………. p. 1
Francesco Giannelli, Tracce di preistoria e protostoria nel territorio di Nardò …… 5
Armando Polito, Un toponimo sulla riviera di Nardò: la Cucchiàra ………………….. 11
Maurizio Nocera, Della tipografia e dei libri salentini ……………….……………………. 15
Gian Paolo Papi, La “Madonna di Otranto” in territorio di Cascia
tra i possibili lavori del neritino Donato Antonio d’Orlando ……………………………… 29
Armando Polito, Antonio Caraccio l’Arcade di Nardò ……………………..……………… 41
Giuliano Santantonio, Ipotesi di attribuzione di alcuni dipinti
a Donato Antonio D’Orlando, pittore di Nardò ………………………………………………. 67
Fabrizio Suppressa, Torre Termite, la masseria degli olivi selvatici …………………. 81
Paolo Giuri – Giovanni De Cupertinis, Il seminario diocesano di Nardò dal xvii al xix secolo …………………………………………………………………………………………………….. 91
Marcello Gaballo, Un’architettura rurale impossibile da dimenticare.
Lo Scrasceta, dalle origini ai nostri giorni ………………………………………………………101
Stefano Tanisi, Lo scultore leccese Giuseppe Longo
e l’altare di San Michele Arcangelo nella Cattedrale di Nardò ………………….……… 117
Marcello Gaballo, Achille Vergari (1791-1875) e il suo contributo
per debellare il vajolo nel Regno di Napoli ……………………………………………………. 131
Alessandra Guareschi, L’arte “nazionale” di Cesare Maccari nella Cattedrale di Nardò ………………………………………………………………………………………………………. 147
Alessio Palumbo, Il mito di Saturno in politica: le elezioni del 1913 a Nardò ………………………………………………………………………………………………………. 185
Elio Ria, Piazza Salandra, un esempio di piazza italiana. ……………………………….. 193
Maurizio Geusa, Uno sconosciuto fotografo di Nardò al servizio dell’Aeronautica Militare ……………………………………………………………………………………………………… 199
Pino De Luca, Histoire d’(lio)……………..…………………………………………………………. 227
Letizia Pellegrini, Scritture private e documenti.
L’archivio privato di Salvatore Napoli Leone (1905-1980) ………………………………… 231
Massimo Vaglio, Olio e ulivi del Salento ………………..………………………………………. 257
Maurizio Nocera, Diario di un musico delle tarantate. Luigi Stifani di Nardò …………263
Valentina Esposto – Daniele Librato, L’archivio storico del Capitolo
della Cattedrale di Nardò. Inventario (1632-2010) ……………………..……………………. 289
Mino Presicce, Edizioni a stampa della tipografia Biesse di Nardò (1984 – 2015) …377
Pippi Bonsegna, Ricordo di Totò Bonuso una vita per il lavoro… e non solo

 

Camillo, basta il nome…

di Elio Ria

Tondo, tondo come l’O di Giotto, impareggiabile nel pettegolezzo, garante della comunicazione paesana, confidente, campione della tolleranza, simbolo dell’allegoria del sorriso. Lo Zitone, suo compagno d’armi, lo coadiuva nelle disquisizioni pubbliche semiserie nella piazza Garibaldi, ogni giorno e in ogni momento. In Camillo volente o dolente ci s’incappa comunque, nessuno può sottrarsi alle sue grinfie simpatiche d’intrattenimento.  Filosofo, se per filosofo s’intende il creatore di un ampio sistema di pensiero basato sulla filosofia della pancia e al mondo sensibile del chiacchiericcio. Nulla ha scritto, tanto ha operato invece in funzione dell’oralità, diffondendo il verbo della parola, missionario della congregazione NU HAI SAPUTU NENZI?, con sede in ogni luogo.

Cittu tie, puttana, ca sai!: è la sua fulminea risposta a una domanda pettegola che gli viene fatta. E lo Zitone (il Voltaire tugliese) ride, e ridono tutti, anche i piccioni cagoni della piazza sbattono le ali in segno di compiacimento. Il suo quartier generale è al caffèpercaso, dove la commedia dell’equivoco è replicata e rielaborata in divertenti parodie dell’esistenza umana. Camillo si occupa degli argomenti più svariati, ma dedica anche molto impegno agli affari spiccioli: morte, amore, tradimenti e altro.

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Si può dire che abbia inventato la figura del “pettegolo intellettuale”, che si sarebbe sviluppata poi anche altrove, contando altre figure di spicco, di cui si preferisce non farne menzione.  Rousseau scriveva per l’amore di scrivere, Camillo parla per amore della parola. È la star della piazza, anche durante le prime ore del mattino, assorbendo lo spirito del tempo, sulla panchina sudicia o sulle sedie traballanti del bar, ha un culacchio pronto per la narrazione con lo stile inconfondibile di chi la sa lunga e bene. Ordinatore e manutentore delle vicende umane paesane sotto l’alto patrocinio dello Zitone. Editorialista orale, opinionista al convivio piazzaiolo, ma anche attore poliedrico, simpaticone, rubicondo, generoso così tanto da mettersi sovente nei guai, divorato dai cattivi, ottimista sino all’inverosimile.

Adesso sul suo grande faccione di persona buona una piega di malinconia prende ruga, trasuda pensieri di delusione, non è più il salumiere pirotecnico amato da tutti; ma detiene ancora il suo ruolo di centralità della comunicazione allegra e chiassosa e quando non morde c’è sempre qualcuno a stuzzicarlo e a farlo sbottare in parole e paroloni, sempre con il condimento dello sfottò.

Camillo, uno che faceva il bene per paura di fare il male, mai vanitoso e superbo. I giudizi degli altri, colmi di livore, non li merita, i disordini procurati li ha sacralizzati nella profondità del suo cuore, aggiungendo alle imperfezioni immagini fantasiose della vita con lo scopo di compiere l’amore anche di fronte alle assurdità, sottraendo le consequenziali impossibilità del suo essere Camillo e soltanto Camillo.

Parole e immagini: un connubio nuovo di comunicare emozioni

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Il dire ulteriore. Immagini e parole

Scatti d’autore di Mauro Minutello – testi di Elio Ria

prefazione di Pier Paolo Tarsi, a cura di Marcello Gaballo

Edizioni Fondazione Terra d’Otranto – Collana Scatti d’autore n°1

formato A/4, cartonato, 84 p., stampa colore

ISBN: 978-88-906976-4-7

 

La lettura del libro  e il godimento delle immagini rimanda ad un ulteriore dire in un panorama ampio di dettagli della terra salentina. Un libro “incompiuto” dove l’esaltazione dell’insieme è demandata al lettore. Il poeta e il fotografo hanno sottolineato ciò che hanno voluto secondo i propri interessi, in condizioni di imparziale attenzione, assumendo anche le vesti di spettatori trasognati.

Indubbiamente le immagini e i testi sono frutto delle abitudini e ossessioni degli autori: difatti in qualsiasi trattazione tematica fotografica e testuale  affrontata,  parlano in fondo di sé stessi, del proprio bisogno di trarre dalla geniale creazione di Dio un frammento concettuale per magnificare la sua opera.

La voglia di dire e di raccontare qualcosa che sfugge all’attenzione, e di cui non si avverte il valore, è palesemente suffragata dall’impegno del poeta Elio Ria e dal fotografo Mauro Minutello, i quali hanno dimostrato come la bellezza di un fiore resta tale anche se non c’è nessuno a contemplarla.

L’opera tenta di agganciare il lettore all’intorno di un mondo  come l’odierno   in cui tutto è uguale a tutto in osservanza della soddisfazione dei bisogni. Decelerare, soffermarsi a contemplare il significato della reale bellezza dei luoghi diventa un esercizio che rafforza le certezze di un’idea, sviluppatasi non solo per meravigliare gli occhi ma anche per traslare significati di architettura della natura. Il linguaggio dei luoghi è affine a quello della lingua.

Traspare nel volume edito da Fondazione di Terra d’Otranto il criterio di non deviare sia in parole che in immagini dal verisimile, rispettando ciò che gli occhi hanno visto – e comunque –  in una sorta di res ficta o argumentum,  vale a dire la res ficta è inventata sì, ma entro i limiti del verisimile, seppure in alcuni testi la poesia tende a colpire con lo splendore della forma: mirando a  immaginare fantasie ma anche cose incredibili. Il poeta giustifica in questo modo la propria licenza di trattare cose impossibili al fine di rendere sorprendente e interessante la sua opera. Di converso il fotografo ha estrapolato da un contesto più ampio un dettaglio che – a parere suo – potesse illuminare con la fissità dell’immagine qualcosa che sfugge all’abitudine degli occhi. Si può dire che  entrambi gli autori sono riusciti a dissimulare e a rendere gradevole persino l’assurdo, infrangendo le regole visive della verità, inducendo gli occhi a ragionare concetti di bellezza e di ulteriore dire, nel tentativo di conquistare gli occhi degli altri. Lo stupore dell’impossibile è un bisogno dell’uomo e i testi quando ne sono ricchi svolgono un compito preciso. Ricorrere alla finzione vuol dire allargare per un momento lo spazio del reale, muovere passi in zone normalmente vietate entro la logica della narrazione che si mantiene in un sistema coerente  di rapporti tra possibile e impossibile.

Il volume, di pregevole fattura, assume l’onere della divulgazione conoscitiva di alcuni luoghi del Salento, rendendo partecipe il lettore alla realtà, la quale è assumibile a un modello che descrive la riconducibilità della vita umana a essa. Modello che può anche fornire chiavi critiche, che può favorire un’evasione, oppure appagarsi della sua contemplazione o riportarlo alla realtà che esso produce fittiziamente.

Il palcoscenico è l’immagine tratta da uno scenario naturale, la parola è il sostegno ad essa per coniugare nuove visioni e una validazione della fantasia. Il libro è da considerarsi a tutti gli effetti un coraggioso tentativo di connubio poetico-artistico che fa da contraltare  ai canoni classici della letteratura e della fotografia, dimostrando che è possibile muovere insieme immagini e parole in un contesto regolato dalla ciclicità degli eventi naturali; inoltre la reversibilità del tempo, gli scambi reciproci fra immaginazione e vita, moltiplicano all’infinito i rapporti soggetto-oggetto. Ria e Minutello hanno teso al massimo il filo che collega il reale all’irreale: amplificando, modellando, cose quotidiane di un creato che può ancora meravigliare.

Batte il freddo il grigio gennaio

freddo

di Elio Ria

 

Aria sperduta dal sapore di triste elemosina per un’offerta di vanità che nessuno raccoglie: è primavera arida, in poveri ritornelli che passano e ripassano come passeri infreddoliti, oggi, con il cielo aperto che nessuno ascolta. La tristezza è sulle pagine di un libro vecchio che singhiozza – una seconda volta – in un pianto di solitudine. Gennaio è già fanciullo poverello, incontentato, neanche uno scialle di ghirlande e aranci a coprire le sue guance rosse: abbondanza di affanno per il ritorno della grande sorella Speranza. Mentre lo zio giugno, virtuoso e ricco di grano, tarderà a mostrarsi con il fascio di musica di pane. Il fratello settembre, dabbene e mite, respinge gli assalti di inutili e sovrabbondanti sogni di un bimbo. Una gazza scende dall’albero d’ippocastano a specchiarsi in una pozzanghera d’acqua nell’attesa di un lauto pasto, in un giorno di pioggia contadina che si ostina a dirci che la vita è bella e buona.

Il vento è rauco ma pungente, sonnolento a un sole opulento, tra nuova gente, nuove tristezze, senza dolcezze. Le insensibili nubi che in chiaro cielo si azzuffano non declinano il migliore tempo; dicono addio ai gabbiani che dal nido si avventurano ad acciuffare cibo per le acque gelide –   quiete marina di destino. Un passero in compagnia di un compagno massacrato volge il becco alla terra per un chicco di notte buona.

Batte il freddo il grigio gennaio fra i roventi muri di ghiacciai degli orti e dei borghi, spiando formiche prudenti nelle loro case di terra – che ora di rompono ed ora si ricompongono in file di perseveranza, affinché il sole che abbaglia mostri  il proprio travaglio senza bavaglio di meraviglia nell’ora in cui il falco alto levato schiuderà la divina Indifferenza.

Un’immagine finalmente diversa di Rimbaud, da Elio Ria

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“Nel terzo millennio si avverte l’assenza del poeta, del sognatore, del pazzo ispirato. La poesia è stata estirpata, non attrae più nessuno, se non nei casi di commemorazione. Non un canto riesce a sconvolgere un’alba: si odono voci rauche».È a partire da queste considerazioni che Elio Ria ha inteso ricomporre un affresco del «poeta maledetto” che lo libera da quel tratto malinconico dominante, restituendoci un’immagine finalmente diversa di Arthur Rimbaud. Attraverso una narrazione emozionale della sua vita, dei suoi viaggi, dei suoi incontri e della sua poetica, riscopriamo un «ragazzo dalla faccia pulita» che non può smettere di appassionare e ispirare nuove generazioni di poeti e di amanti della parola.

ISBN: 9788898119332

Pagine: 158

Prezzo: €14,00

La Casa del Sale. Il Salento in termini essenzialmente lirici di Wilma Vedruccio

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 di Elio Ria

 

Viviamo nel tempo dell’affievolirsi della luce in un luogo che era un incanto, un lembo di terra dove non vi era urgenza del fare, vigeva l’orologio della lentezza delle tradizioni, con un sole pacato, un mare azzurro congiunto al cielo, una campagna di alberi d’ulivo, fichi d’india, grano e vitigni, muri a secco, orti e ortolani, sinfonia d’autunno, contadini temprati nell’acciaio della fatica. Questa è la narrazione del Salento, della memoria della gente e del luogo, trascritta da Wilma Vedruccio nel suo libro La casa del sale. Storie di un altro Salento (Kurumuny edizioni).

Un altro Salento. Quello che non è mercificato e riesce a mantenersi nella tradizione orale, svincolato da false ideologie moderniste che fanno perdere il senso di ciò che siamo stati. Che cosa dobbiamo dunque chiederci e fare a questo proposito per evitare il pericolo dell’ovvio? Partire dall’evidenza di tutto quanto è ancora a disposizione dei nostri occhi e della nostra memoria. Non è una questione di verità, né un tentativo di ricerca di un qualunque fondamento veritativo, ma una riaffermazione di un canto corale che nel corso dei secoli si è trasformato in sapienziale esistenza di una gente che non ha mai perso di vista il sacrifico e ha saputo riscattare il dolore dalla brutalità del suo accadere. Gente forte in un luogo che era un incanto. Era. Non lo è più. Il messaggio è fin troppo chiaro: Storie di un altro Salento. Vedruccio nelle sue storie sembra avvertire il sentimento, sempre più acuto, della mancanza di tempo, la fretta che uccide presente e futuro, condensando nella nudità dell’accelerazione l’indifferenza, o peggio la scomposizione di misteri di bellezza naturali in fragili emotività che depauperano la quotidianità di significato.

La Casa del Sale è la casa di un tempo andato, consumato, che potrebbe vivere nella memoria. Era così chiamata in paese, e si diceva un po’ questo e un po’ quello sul suo passato, storie di contrabbandieri, leggende d’amore e di coltelli… Brrr, brividi di paura, che quelle incrostazioni, quelle pietre sgretolate certo non facevano svanire.

La Casa del Sale è il pretesto narrativo per intessere in un ricamo letterario di storie e di personaggi, ma anche di  luoghi mitici e irreali.

La scrittura segue con attenzione l’agire di una comunità intenta sempre alla costruzione di alti significati esistenziali. Altro Salento. Ma anche altre storie che non si ascoltano più, ma soprattutto non accadono, atteso che l’oggetto della tradizione è in continua mutazione per adattarlo ai canoni di una superficiale idea di modernismo.

Il Salento della Vedruccio è il Salento della nostalgia? No! È il Salento poetico di cui si può accertare il suo carattere incondizionato di inestimabile purezza. È il Salento che fa fatica a riemergere, a delineare le sue appartenenze alla tradizione, sconquassato da un turismo ossessivo e compulsivo, scosso dalle insidie delle multinazionali che intendono industrializzarlo e renderlo una ciminiera di fumi che devono soddisfare l’economia mondiale.

Vedruccio ha preso la parola, quella di una volta, per discorrere dell’ideale relazione tra uomo e natura, non per trarne un astratto modello logico-concettuale del Salento ma per tirarsi fuori dalle onnivore strategie e delle pretese consumistiche che vorrebbero il Salento un grande supermercato dove si può comprare il sole e il mare in barattoli. Non ha voluto raccontare idee o fantasmi, ma guardare, respirare, lasciarsi trasportare dal vero tempo, e percepire ancora il profumo dei fiori, l’odore della terra, vedere lo Ionio, i paesi con i campanili che comandano l’aria del tempo, le vie strette e labirintiche, i preti con la veste nera (pochi), le donne timorose di Dio, i rosari fra le mani, le preghiere, le suppliche a Dio e ai santi, le processioni, le bande, le piazze, le comari.

Fiche marangiane

 fichi

di Elio Ria

 

Fiche marangiane, da gustare  cu lu faugnu d’agosto.

Piove grandine di sole intorno. In cerca

di refrigerio sotto l’albero di pino ciclope,

non canta il grillo stonato, la serpe si pettina sui

muretti roventi a lato di ogni stradina, il fico

accoccolato e impenitente strizza fra le foglie

la fica marangiana, in meriggi di stizza.

Il sole aguzzo stramazza: che prodigio!

S’incartocciano le foglie pudiche e il palato

si delizia in finir della sera, in compagnia

dei flutti di luna calante quando la cicala

sfolla e crolla.

Donna con rosario

ria

di Elio Ria

Non prendo parte alle allegre risate. Nessuno si cura di me. Gli amici lieti sempre dediti ai discorsi consueti m’annoiano. Mi pare osceno rimanere. Con un libro in mano m’apparto nell’angolo di un caffè. Fra il fumo di un sigaro cubano e le grida di alcuni, partecipo al silenzio di una vecchia con un rosario in mano che nel perdersi, con devozione, nell’oblio delle grazie le pare giusto. Almeno così sembra.

Sublima in nobili grani di preghiere le richieste con rito incalzante e dondolio del corpo che nella pronuncia dell’amen si arresta. Povera donna! Quale fiamma interiore la sostiene? Quale dio non è con lei? Quale compagnia cerca e non trova? Non ha il fazzoletto nero sul capo come le donne di un tempo, il suo volto è rugato e fatto a pezzi. Ai margini di se stessa fissa il centro delle sue giornate e non ride. La sorte sarà stata strana con lei. Quali domande formula all’angelo della solitudine? Quale luogo vorrebbe. Quale sogno vorrebbe? Se potesse fermare il mondo lo farebbe?

Segni riconoscibili di abbandono. Smorfie inesistenti. Labbra congiunte e immobili. Vorrei rubare il suo pianto nascosto per capire. Un non senso della risposta le sta appresso: segno di cose non fatte e nascoste per non destare contrarietà.

Accenno un sorriso d’invito al colloquio. Impassibile si avvia altrove. Inaccessibile ed eterna.

La lucertola

lucertola

di Elio Ria

 

Giugno con le sue arie di scirocco stende il cammino di signora lucertola,

strafica, da non immaginare come donna – diciamo così – molto bella e figa.

Quei bei raggi del sole appena nato la scaldano e la fanno muovere con passo dolce

ed elegante, mena la coda non più per amore, poiché primavera è già passata

e già femmina si sente.

Quando il predatore gli trancia la coda, rimane immobile a significare morte,

furbesco espediente per tentare la fuga con tutto il fiato in serbo  in una crepa di muro.

Passeggia sui muri, per strada, sulle rovine con passo di femmina di mondo

e quand’anche dovesse incontrare un molestatore canterino con fare deciso smorza il richiamo.

Il sole la cuoce  in lieta posa ed essa si accresce di forza e bellezza. Nei campi erra e mai osa essere svampita.

Lei è cosi: né l’indugiar del tempo, né il caldo profumato delle frasche, né i grilli, né le civette

la distrarrebbero dalle faccende di essere la signora dei campi di grano.

 

 lucertola protopapa

Dei momenti di smarrimento

carrà

di Elio Ria

 

Rifiutando ogni cosa e il fuori, quasi, che esse sottrassero con velata gioia,

mi dispersi nelle parole dei non fatti

attraversando la discesa della Longa…

piombai nella piazza di fuga.

Restarono altri spazi aperti al mio seguito

Punti e angoli di un triangolo

che mi meravigliarono a tal punto

d’accorgermi dell’alta tensione

e dei segnali d’interrogazione

in traccia di anteriorità.

Alba

L' Aurora, 1819 di  Juan Antonio de Ribera y Fernandez (1779-1860) Spagna,  Museo National del Prado Madrid
L’ Aurora, 1819 di Juan Antonio de Ribera (1779-1860) Spagna, Museo National del Prado Madrid

di Elio Ria

 

Alba, ti ho abbracciata, oggi inaspettatamente… al tuo arrivo ero impreparato, distratto. Eri bionda; e le aree d’ombra dell’aurora – tiepide – quasi, fuggevoli fra il campanile, e la panchina della piazza, caddero giù in basso sul selciato.

Alba, eri bella; ma il giorno con gli enormi occhi azzurri ti prese. Mi fosti amica per un bagliore, appena… vertigine di devozione.

Son qui, zippato con la febbre memoriale e non vi è ispirazione per una preghiera muta, che vorrebbe anzi essere insolente di moltitudine di distanze.

Pensiero annuvolato

minutello
ph Mauro Minutello

di Elio Ria

 

Qual è la stravaganza di questo pensiero annuvolato, reciso dal cielo di aprile ancora? Come le corna dei ruminanti sprona la ragione ad un’idiozia arricciata, nociva, impigliata nel da farsi di una sera inconcludente. Questioni intricate condannate al rogo della convenienza si stemprano  allorquando il fuoco è ancora nell’idea di una sentenza.

Vi è la fierezza della disperazione che invece di spegnersi in un accomodamento certo, muore nell’ispirazione dello scrittore che da…l pungolo della stravaganza si sottrae per intelligenza e onestà.

Rimane la pioggia  di una domenica a significare l’indizio di una teoria sostenuta che ha bisogno di qualcuno che la sostenga.

Da sola, cade… e forse conviene lasciarla cadere.

Di questi cieli d’aprile…

elio ria

di Elio Ria

 

Di questi cieli d’aprile ho le tasche piene.

Umidi e rissosi s’alternano nei giorni di magra, non vi è un grigio che possa compattarli né un celeste che li dipinga.

Eppure negli intramezzi di svago mi è convenevole osservarli, in punta di cielo, allorquando una pagina già scritta si pone all’attenzione del dubbio di credere o non credere al giorno di riflesso che verrà.

Rifugiatomi fra le carte un vento mi scompiglia tanto da esiliarmi in una zona franca di maggio.

 

Donne a mirare il mare

Donne a mirare il mare

di Elio Ria

 

Donne sedute, in grazia, si aggiungono al mare senza toglierlo di mezzo. Perfezione di una riflessione per storie ridestate dalla memoria. Donne che non si scompongono nella loro impronta di origine della narrazione. Donne che contemplano il mare dello Ionio, tranquillo, seducente e in legame di eterno amore con la sua gente. Donne che nel silenzio si raccontano e i loro visi allegramente rivegliano conforto somigliante all’ascoso fuoco della gioventù.

 

Con Dio nel petto e il rosario nell’anima, vestite di nero, con i capelli tirati e raccolti per non profanare segni di devozione, si ascoltano in silenzio, e senza alcunché oltraggio all’anima nel mirare il dio piacente dilettano l’intelletto.

 

Non può esserci scrittura giusta a definire vista così mirabile.

Tuglie, un paese ancora

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di Elio Ria

 

Tuglie è un paese dell’ultima provincia d’Italia, taciturno, sospettoso,  con  le voci che s’inseguono per perdersi nei vicoli e nelle corti quadrate con angoli retti, con qualche curva di devozione a un santo o alla madonna. Umile e cerimoniale, custode di riti, festivaliero, con finzioni di percorsi, una piazza di arcaica immobilità.  Non è nobilesco come altri, piuttosto borghese e malinconico, simula sicurezza in tutto ciò che potrebbe apparire in qualche modo riduttivo.

È un paese che dovrebbe ancora pretendere per non ammalarsi di piacere dell’indifferenza; che ha il dovere di suggerire un atteggiamento di contrarietà ai formalismi.  Il cielo di Tuglie è qualcosa che appartiene a questo luogo come le vie, le case e le piazze; è distaccato, dannatamente del Sud che rapisce bellezze e patisce assenze di fervore.

L’attesa del domani è scandita da quotidianità complesse che non lasciano spazio ai sogni, e le rispondenze delle speranze si concludono in tristezza. Senza risposta si adagia, eppure le immagini di vita emergono chiare per sorprendere e creando ritmi di armonia per una orchestra di passaggio.

Potrebbe essere bello, ancora. La rigidità del sole che sconquassa le pietre delle case cubiche, un tempo colorate di bianco, è eterna, tanto da sbalordire gli occasionali ospiti estivi. Anticamera del mare, conserva i ritratti di una campagna quieta, dedita alle osservanze delle leggi della natura, resiste agli attacchi dell’uomo sconsiderato, piace a Dio.

È persuasivo con i forestieri. Distende le membra su una collina posta in alto, che sovrasta un po’ tutto e nulla dice dei ritardi di stagione.

Non almanacca, vive di destino imposto. Si concede diversi inverni nell’indecifrabile scorrere del tempo che si è fatto corriere di  illusioni perpetue.

Nell’autunno che si annuncia attraverso chiari segni rimette a posto le faccende dell’estate, aspettando qualche pioggia feconda e il vento amico di scirocco. Poi quando verrà di nuovo la stagione del giallo tutti faranno festa di beffe e di diletto. Gli verrà il sonno della fatica, dormirà. Al risveglio  osserverà le terre lontane che gli appariranno all’orizzonte e un dolore al petto prefigurerà un ripensamento per una coscienza di luogo?

Misurarsi con la felicità

Alessandra Peluso Ritorno sorgente copertinasito

di Elio Ria

 

La poesia misura e quantifica la felicità. Il poeta entra nei luoghi della felicità: un giardino aperto, non concluso, sempre in fiore. Esce e ne dà in versi la genesi, magari abusando con immagini suggestive, ma con la consapevolezza di cantare i sentimenti più immediati, facilmente riconoscibili, nonché i disagi, le ricorrenze, le gioie, le meditazioni su cose personali, per potere ritornare sorgente, ossia sorgere in una condizione diversa dove il ritorno sistemico della quotidianità è in parte addolcito dal pensiero di poter – appunto – sorgere non con le leggi della fisica ma della metafisica.

Alessandra Peluso nel suo Ritorno Sorgente (LietoColle, 2013)  pone in maniera delicata l’intento di dimostrare che la realtà non è conforme a ragione, bensì al sentimento, difatti con  È  la primavera che s’imbarazza di colori, rivendica la semplicità di una natura umile, non superba e ghirlandata di colori, dove è possibile innalzare lo spirito nel confine dell’inconoscibile. La poesia non è al servizio della verità, che della realtà  è la lente d’ingrandimento e la fonte di conoscenza, piuttosto è disincanto del mondo, forza che sconfigge l’irrazionale e ne adombra anticipazioni di senso e di non-senso. Pare questo dunque il messaggio della poetica di Peluso, compiendo  un viaggio stupefacente nella natura per sentire, ascoltare, origliare musica e poesia. La poesia nei versi di Ritorno Sorgente è visione innocente di un mondo che si svela con umiltà attraverso la forza dell’immaginazione che ne celebra le bellezze nei ritratti rasserenanti, quasi in comunione con il divino. La poesia di Peluso è costruita con lucidità è sincerità senza ricorrere in alcun modo alla retorica e all’autoinganno, valga per tutti “Ti amo”, potrei dirgli/ ma non so se è amore, o voglia/ di amare qualcuno o nessuno// oppure è forza vitale che spinge/ fa affiorare passioni da mare/ l’amore d’amare. C’è la voglia di amare e la responsabilità d’amare, distillata dall’umiltà di conseguire la felicità dell’amore, esponendosi al rischio del fallimento, ma consapevole di non dovere rinunciare.

La felicità deriva dal desiderio e dalla fantasia che in maniera temporale si basa sul futuro, giacché quando è raggiunta nel presente tende inesorabilmente a dissolversi nella nostalgia. È essa lo stato d’animo di chi si ritiene soddisfatto nel conseguimento di piacere naturali e necessari secondo il pensiero epicureo. Insomma misurarsi con la felicità significa non eccedere nell’abbondanza, ‘vivere con misura’. Considerato che la felicità è un’emozione soggettiva, il suo raggiungimento è influenzato da molti fattori, che possono – in molte occasioni – drogarla;  oppure renderla davvero fruibile a condizione che sia manifestazione dell’esercizio del sentimento, nel senso che nel perseguirla deve prevalere la misura di appagamento e di accettazione di quanto effettivamente desiderato e ottenuto, senza lasciarsi prendere la mano.

In Ritorno Sorgente è percepibile la misura della felicità, intesa come esplosione di gioia e di colore, come vita che cresce, sapendo anche alzare le spalle alle negatività per rinascere, mettendo da parte le illusioni e guardare in faccia la realtà. Queste poesie di Alessandra Peluso fanno bene, distolgono i pensieri dalle cose minime della vita, invitano il lettore a non considerare il nichilismo, ma a dare uno sguardo al vivere con attenzione per dare un tono maggiore di musicalità al proprio io e scongiurare l’inaridimento dell’anima. Sono anche un monito per opporsi alla diseducazione dell’affetto, alla famelica ossessione di procacciarsi piaceri con istinti vampireschi che  impallidiscono le affezioni alle cose.

I fatti della poesia sono spesso indicativi delle metamorfosi profonde delle civiltà. E i poeti sanno quella commozione di fronte a qualcosa di vero. La commozione dinanzi a qualcosa di bello, di giusto, rende quella cosa cara (Davide Rondoni, in Il fuoco della poesia, Rizzoli, 2008).

L’eterno cammino dei magi e il silenzio di Maria

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1. Liturgia dell’evento nell’idea di un rinvio
C’è il solito viaggio da intraprendere, con la solita stella. C’è da scrivere una storia, ancora. Il viaggio è lungo. Tre re avanti con gli anni. Tre cammelli acciaccati, indisponibili, in pensione da un po’. Una stalla a Betlemme da ristrutturare. È un evento ancora da celebrare?
L’impresa non è semplice, poiché tutto è irrimediabilmente perso. I magi adesso sono dediti agli affari di governo e quell’evento di natività, di cui si resero protagonisti negli anni passati, agli occhi del presente appare come un’estensione del tempo che non vuol cedere il passo al futuro. I magi hanno raccolto in tanti anni onori e fama. Non hanno voglia di riprendere il cammino. In fondo di quel piccoletto conoscono quanto basta, poi il suo regno non avrà fine, seppure successivamente egli avrà a dire che il suo regno non è di quaggiù. Ma loro, i re, in quella circostanza di crocefissione non erano presenti. Un po’ strani questi magi che dopo aver reso omaggio al bambino non si preoccuparono di nulla. La loro fu un’apparizione magica per irrobustire la trama dell’evento. Partirono dalla Persia, come ci raccontò Marco Polo, per adorare Dio, ben tredici giorni dopo la nascita di Cristo. Poi non ci fu da parte loro nessun interesse, come se tutto avesse dovuto compiersi in quel fatidico incontro di adorazione e prostrazione: un atto singolare di riconoscimento ma non di appartenenza o meglio di condivisione, o ancora di accettazione del disegno divino. Probabilmente anche i cammelli rimasero stupiti dei propri re; né sappiamo cosa i magi si dissero dopo l’incontro con il bambino. Melchiorre il più anziano, quest’anno, difficilmente sarebbe propenso a donare oro, mala tempora currunt. Baldassarre ritiene ormai fuori moda regalare incenso, e nel tormento di un nuovo regalo da scegliere preferirebbe non decidere. Gaspare è il più ingenuo e pensa che la sua mirra possa essere ancora gradita.
Poi c’è lo sgarbo fatto a Pilato da rimediare. Meglio soprassedere ed evitare di esporsi al pericolo. Vadano altri a rendere omaggio al Bambino.
Tutto ruota intorno alla crisi del momento, anche la nascita più importante della storia è soggetta alla spending review, le risorse finanziarie non ci sono; nuovi balzelli sarebbero controproducenti. Dio sa qualcosa di quanto stia accadendo quaggiù? I suoi consiglieri lo informano? Maria e Giuseppe accetterebbero un rinvio? Stante le difficoltà economiche, ci vorrebbe un decreto legge per finanziare le spese dell’evento, nonché della fuga in Egitto della famiglia.
Certamente il Natale subirebbe notevoli danni non solo di natura economico-finanziaria, ma anche sul piano psicologico dei protagonisti. Si pensi al bue e all’asino, che sarebbero privati dell’unico momento di gloria di cui potrebbero vantarsi. E l’uomo che guarda le stelle? Poverino. Nessuno a immortalarlo nella sua posa di osservatore incantato. Che dire dei pastori? e delle pecorelle? Smarrite, senza un belato di felicità. In fondo la Natività è cosa che riguarda più i soggetti del presepe che gli uomini, i quali alla religiosità dell’evento antepongono l’euforia del divertimento, con conseguenziale spreco di una enorme quantità di buoni propositi caramellati in parole di bontà. Povero Babbo Natale, vittima dell’invenzione della Coca Cola. Icona dell’inganno. Non merita nessuna considerazione la vecchia Befana, che della giustizia conosce la cenere e il carbone, ignorando o facendo finta d’ignorare la fame e il disagio di molti bambini. I preti si agghindano di stole e d’incenso per finte liturgie.
Benedetti Magi! I soli capaci di mettere ordine. Ripartiranno per un seguito della storia?

babbo natale

2. Il silenzio di Maria
Intanto Maria attende. La dolce e ubbidiente Maria sine macula, della quale ci dà una testimonianza Fichte: Ci sembra poco che fra tutti i milioni di donne della terra soltanto Maria fosse l’unica eletta che doveva partorire l’Uomo-Dio Gesù? Ci sembra poco l’essere madre di Colui che doveva rendere felice l’intero genere umano e grazie al quale l’uomo sarebbe divenuto un’immagine della divinità e l’erede di tutte le sue beatitudini?
Sartre nel 1940, internato in un campo di prigionia tedesco, compone un racconto da recitare nella baracca: ‘Bariona o il figlio del tuono’. Un passo significativo: Cristo è suo figlio, carne della sua carne e frutto delle sue viscere. Ella lo ha portato per nove mesi e gli darà il seno e il suo latte diventerà il sangue di Dio. Ella sente insieme che il Cristo è suo figlio, il suo piccolo, e che egli è Dio. Ella lo guarda e pensa: Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. Egli è fatto di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Egli mi assomiglia. È Dio e mi assomiglia.

Fig. 1. Galatina. Chiesa S. Maria delle Grazie. S
Galatina. Chiesa S. Maria delle Grazie

Nessun’altra donna ha avuto tanto privilegio e onore: possedere, avere e coccolare Dio fra le braccia, ma è anche donna che soffre, che vive il dramma della morte del proprio figlio. Papa Francesco: Maria è Donna che non vive di fretta, con affanno, non si ferma a riflettere sulla decisione di Dio, non si lascia trascinare dagli eventi, non evita la fatica della decisione, non indugia, non ritarda. Una donna straordinaria che nei Testi sacri compare marginalmente, tant’è che di lei si sa ben poco. La Chiesa ha messo ordine su di lei a partire dal Concilio Vaticano II, che esorta caldamente i teologi e i predicatori della parola divina ad astenersi con ogni cura da qualunque falsa esagerazione, come pure dalla grettezza di mente nel considerare la singolare dignità della Madre di Dio («Lumen Gentium», cap. VIII).
Ciò che più colpisce di Maria è il silenzio. Un silenzio mai eccessivo o irriguardoso nei dialoghi con l’angelo e con Gesù, ma neanche silenzio di sottomissione, piuttosto un silenzio di ascolto, riflessivo, che non si lascia trascinare dall’euforia per la scelta di Dio di essere madre di Gesù, né rabbioso quando raccoglie nelle sue braccia il corpo di Cristo crocifisso. Un silenzio che proviene da Dio, non soggetto all’usura del tempo. Non è assenza di voci: è carne del verbo. È pienezza di Dio. Lei, che è il Silenzio ed è nel Silenzio di Dio, è la Madre buona deputata all’ascolto delle istanze che le provengono dai fedeli da ogni parte del mondo, con un vaniloquio interminabile, eccessivo, fastidioso. Il Silenzio di Maria è conoscenza. Ella non ha la responsabilità della ricerca; ha ricevuto la generosità di Dio per la completezza della conoscenza. L’artificio della parola non le appartiene, attraverso il silenzio restituisce la verità delle cose immateriali nel luogo della contemplazione dell’eternità, che non è un’immagine mobile, ma è corpo costruito con la sostanza del tempo. Il silenzio di Maria è l’involucro della memoria, che preserva dall’usura della nostalgia e della speranza i ricordi, certificandone per alcuni il peccato per altri la verità. L’Eternità è abbondanza di tempo che non si congiunge con le simmetrie della realtà, e non riesce a liberarsi dalla gabbia dell’obbligazione e dell’ubbidienza a se stessa, muore e vive ciclicamente in ogni suo frammento. Il tempo è guardiano e servitore del silenzio che non si oppone a Dio. Il tempo, il silenzio, l’eternità sono strumenti nelle mani di Maria, ricevuti da Dio. È questa la Maria secondo il volere di Dio?

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La Maria degli uomini è invece la Madonna che ascolta le preghiere, intercede, fa miracoli, è a favore degli oppressi, dei poveri, dei disprezzati, tanto da essere presentata come la Madre della misericordia, la Speranza dei disperati, la Regina dei miseri, la Mediatrice di tutte le grazie, Refugium peccatorum. Maria è tutto ciò che gli uomini hanno voluto che fosse. Non sappiamo se Lei se ne compiaccia. Forse avrebbe voluto per sé una vita più tranquilla, dedita alle faccende di casa e all’amore per il suo sposo. Invece ha dovuto accettare il ruolo della star, di colei che non può sottrarsi alla devozione e alla venerazione dell’umanità, vestendo i panni della donna che è madre ma anche figlia del suo figlio, donata agli uomini per farli sentire più vicini al suo figlio.
Di Maria si sono occupati poeti, letterati, pittori, scultori, teologi e filosofi. C’è da chiedersi se durante la sua vita terrena fosse stata colpita da un tentennamento, o da un dubbio sulla sua condizione d’essere Madre di Cristo. Il suo approccio alla fede in Dio può ritenersi non dogmatico o fideistico? Raggiunto con un’adesione incondizionata alla Verità, ma che non può né possederla né dominarla?
I Magi, rappresentanti autorevoli del pensiero filosofico e scientifico dell’epoca, le resero omaggio, intravedendo in lei una donna diversa e semplice, con le idee chiare che non si contorcono nei dubbi della filosofia e della coscienza: Lei è piena di conoscenza, avulsa alle costruzioni intellettuali e dogmatiche semplicistiche. C’è allora da pensare se sia stato di suo gradimento il dogma dell’immacolata concezione.

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Di Maria c’è tanto da scoprire e da capire, a condizione che la mente sia sganciata dalla fitta rete devozionale. Ancora, bisognerebbe liberare la Natività dalla costruzione fantastica che la società ne ha voluto fare per meri scopi economici per raddrizzarla su una ricerca non solo filosofica e teologica, ma d’interesse generale. Va scardinata la ragione dalle imposizioni dogmatiche smantellando il silenzio irragionevole del mondo, che è fastidioso esempio dell’inconoscibilità. Fare chiarezza su cosa sia davvero Maria e la storia della Natività, nonché sulle ragioni di una celebrazione ciclica dell’evento nel rispetto dell’uomo. L’uomo non può adagiarsi sulle concezioni fatalistiche, clericali e squisitamente confezionate su false e ingenue credenze in un sistema sociale che incomincia ad essere assillato da urgenze immediate e materiali.
Il silenzio di Maria tematizza un punto centrale della Natività e non può essere considerato un atto di asservimento a Dio, ma qualcosa di più importante da decifrare e riconsiderare, non per togliere ma per aggiungere significato e valore all’atteggiamento di Maria. Attraverso un metodo che non si deve basare su principi fermi, immutabili e vincolanti, piuttosto su criteri di assoluta libertà che violano le norme metodologiche “ovvie” , “teoretiche” e volutamente “vessatorie” di ricerca filosofica e scientifica. Maria va ben oltre il contesto religioso di cui da secoli è relegata. La sua vita e la sua condotta sono da riconsiderare, anche per un rinnovamento della sua immagine di Madonna ma soprattutto di donna.

Figura 3. Nard+¦, Cattedrale, G. A. Colicci, Madonna Assunta, 1714, prima del restauro
Nardò, Cattedrale, G. A. Colicci, Madonna Assunta, 1714, prima del restauro

3. Come stanno le cose?
L’inquietudine dell’uomo proviene da Dio, che non ha voluto svelare i segreti della vita. Ogni spiegazione o interpretazione in tal senso dimostrano la loro vacuità e resta in piedi sempre l’atroce interrogativo di sempre. L’uomo chiede, domanda, interroga, formula concezioni senza il piacere del contraddittorio con il creatore. Secondo la tradizione biblica solo a Giobbe Dio consentì il confronto. Poi Giobbe s’inchinò a Dio e disse: Io ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi ti vedono. E tutto gli fu chiaro. Buon per lui.
Al comune mortale rimane ancora tanta fatica da fare senza posa per affrontare il dramma della fede, la sua necessità. Se almeno si potesse chiamare a giudizio Dio, tutto sarebbe più chiaro, a meno che non si avvalesse della facoltà di non rispondere. Cosa davvero probabile. E allora? Rimane Maria e l’oralità del suo silenzio.

01. S. Maria della Mutata. antico dipinto bizantino su pietra,più volte  rimaneggiato
S. Maria della Mutata. antico dipinto bizantino su pietra, più volte rimaneggiato

Pubblicato su sitosophia

http://www.sitosophia.org/2013/12/leterno-cammino-dei-magi-e-il-silenzio-di-maria/

Luigi Scorrano. L’uomo che guarda le stelle e altre storie

stelle

di Elio Ria

L’opera si compone di 13 racconti scritti un anno dopo l’altro per una circostanza particolare: la “fera te santa Lucia” (13 dicembre). La festa di santa Lucia è la ricorrenza durante la quale tutti gli artigiani (e i dilettanti) di figurine del presepio (in cartapesta o in gesso) espongono e vendono. Una tradizione leccese.

Accogliendo questi dati di tradizione, l’Autore ha fatto protagonisti dei suoi racconti uomini e pupi che ricordano i Natali del passato, riflettono sul senso di una giornata particolare, fanno i conti con il proprio passato o con la propria funzione in quella che è la tradizione del presepio. Rimpianti e delusioni, piccole gioie ritrovate, scettico sguardo su una tradizione che sempre più ha perduto i suoi connotati originali, malinconica presa d’atto di tante promesse mancate della vita.

Varietà di toni e di registri sono armonizzati da una scrittura piana e attraente; l’invenzione va da una memoria dell’infanzia che si cerca di recuperare per interrogarne i remoti trasalimenti (A Natale i treni) allo sguardo disincantato e alla memoria pungente di L’uomo che guarda le stelle; dall’ilare invenzione di Ma che cos’è questastoria della Befana? e di Uno strano caso al vario atteggiarsi dell’animo dei protagonisti del presepio (da I Magi a Baldassare per la strada a L’albero cantava).

Non si tratta, come si potrebbe pensare, di racconti per ragazzi o di piccole storie consolatrici. Sullo sfondo c’è il nostro tempo, con le sue angosce e i suoi affanni quotidiani.

Ciascun racconto è corredato da una illustrazione realizzata da Gabriella Torsello.

Ci vuole una canna

canna

Cosa c’è ancora da riscoprire in questa faccenda di vita in verticale? È buio intenso e le luci non hanno specchi, e non mi va di dire ci vuole il cuore, dobbiamo farcela, coraggio… sono stufo. Al bar un bicchiere di risate dura poco. Vorrei una saggezza di furfanteria, per divertire il mio migliore stato d’animo fin troppo tenuto nell’idiozia della regola. Una canna mi farebbe bene, almeno penso, ma sì perché non fumarla abbandonando la chesterfield per una sola fumata.

Ci vuole un respiro per quel sapere importante ed essenziale che non appaga mai. Per fortuna che c’è il caffè, dopo la doccia e il profumo del dopobarba, quando mi sono fatto (rifatto) ancora una volta per un giorno che non sia grottesco ed estremamente piegato in foglietti di felicità zingaresca.

Cosa posso fare per cambiare l’aspetto esteriore delle cose nel pieno della festa picaresca che non sopporto per niente? Ora che non si potrà più cantare cosa si farà? Il vino non scioglie la parola, a filosofare in questo banchetto di amici c’è il rischio di immoralità. Se almeno ci fosse un dio coraggioso, avido di anime, o magari un demonio pentito, o un santo, per un’idea di conclusione finale.

Ci vuole la canna per non morire di questa fottuta angoscia di vivere.

L’arte di scrivere a mano – Che fine ha fatto l’esercizio della bella scrittura?

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di Elio Ria

 

La scrittura a mano è un esercizio piacevole che dà soddisfazione. Una lettera scritta con le proprie mani ha un altro sapore linguistico ma anche una denotazione di come si è. La tastiera ha sopraffatto la biro, la vecchia cara biro, che ha scritto milioni di messaggi indirizzati a familiari e amici. Adesso un sms risolve tutto con abbreviazioni e sterile impatto emotivo. Per scrivere con la tastiera non serve una bella calligrafia essendo le lettere omologate e standardizzate secondo caratteri predefiniti.

La scrittura a mano è in disuso, appartiene al passato, sono poche le persone che ancora ne fanno uso, eppure va in qualche modo preservata anche per evitare il rischio di dipendere soltanto dalla tecnologia. Un modo per ricordare di scrivere correttamente le parole mettendo da parte le ossessive e onnipresenti abbreviazioni che sconfortano e infastidiscono. Certo bisogna rendere tutto più veloce, anche la scrittura purtroppo deve assoggettarsi a questo comandamento. Quarant’anni fa nelle scuole elementari il maestro insegnava l’arte della bella scrittura e rendeva orgoglioso lo scolaro che prima doveva cimentarsi nella brutta copia e poi nella bella copia. Ma ancora prima doveva esercitarsi con le aste e i cerchi e poi passare alle lettere tonde e miste, miste con gambe verso il basso e prolungamenti verso l’alto, in un impegno costante per un testo pulito, senza macchie e chiaro.

Adesso per molti c’è la difficoltà di realizzare manualmente e correttamente i grafemi, rendendo la propria scrittura indecifrabile con segni di scrittura nervosi e svogliati. Dopo l’Unità d’Italia la Bella scrittura è presente nei programmi formativi ministeriali per tutte le scuole ed esistevano manuali per apprenderne l’arte e imparare a scrivere correttamente.

Nostalgia? No! Piuttosto una riflessione che, al di là delle comparazioni con gli attuali  sistemi di comunicazione, invita a rivisitare un mondo di parole scritto  con gli artifici e l’estro dell’arte. Quel mondo forse oggi chiede di essere rivisitato, studiato per non continuare ad esagerare con la scrittura della tastiera.

Incantevole vigoroso ulivo

ulivo-raffaella

di Elio Ria

 

Informi rami nodosi

decorano la tua chioma

a cadere quasi per terra,

e gli abbracci di tronco

lasciano intendere

il grand’albero che sei

 

ulivo  dei secoli

dei tuoi sguardi gibbosi

allerti lo scirocco, e

s’accoda al tramonto

 il passero

che in un incavo ha casa

 

ulivo dei silenzi

accomodi all’ombra

colui che fatica riposa

e quando il clamore del vento

s’annuncia forte

raddrizzi il tronco

a fronteggiare miseria.

 

Ionio

 

di Elio Ria

 

È Ionio

il mare che in agosto succede ai cieli

fra le albe pettegole di sole

e le onde bizzarre di mezzogiorno.

 

Gli occhi superbi

di questo mare prudente e forte

immaginano oceani,

ma nell’intendere cede fantasia.

 

E del luogo natio non sovverte ordine

Con aria distinta incede lento

Distende le onde per mozzare scogli

Allunga il passo di luna nelle notti ostili

 

–         Del mare è il mare –

 

 

La foto è di Armando Polito

L’arciprete di Lucugnano… poco arci, per nulla prete (forse)

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di Elio Ria

 

Chi era costui? Un prete esistito nel XVI secolo, in un periodo che va dal 1520 al 1560. Fu arciprete dal 1589 al 1591  nel paese di Lucugnano frazione di Tricase, quasi nel lembo estremo del Salento: luogo che tende la mano al capo di Santa Maria di  Leuca, dove le pietre sono l’icona della durezza della semplicità.

Papa Galeazzo era dedito quanto basta alle cose di Dio, con una predisposizione smisurata alla burla, fuori dai canoni, imprevedibile, cinico, giocondo, beffardo. Non si conosce il suo curriculum vitae et studiorum: le notizie riguardanti la sua vita sono scarne. I suoi culacchi sono frutto della fantasia popolare,  manipolati e aggiustati nel tempo per renderli  piccanti.

Un’invenzione letteraria del popolo salentino – vessato e oppresso –   per menare sberle a destra e a manca ai signori e al clero. Dal ritratto del Buia, il nostro arciprete appare con il viso tondo e gonfio, due occhietti spiritati, un naso troppo dritto con narici spesse, baffi all’inglese, mento piccolo, capelli lunghi ondulati. Così come ci è stato tramandato nel disegno pare più un bonaccione che un burlone. Di statura piccola e grassottello, non disdegnava qualche approccio amoroso con la contadina del luogo.

Nei fatterelli, raccontati nel libro, curato da Michele Paone, Il Breviario di Papa Galeazzo, (edito da Congedo, 2001), il gusto morboso della risata accompagna il sentimentalismo populistico con cui sono narrati i vizi, la miseria, la frustrazione e la tipica concezione fatalistica della gente del Sud a tirare a campare, comunque.

L’agire dell’arciprete si stemperava in riparazione di errori commessi dalla gente del luogo, come incomprensioni coniugali e sociali, bisticci e altro. Consolatore degli afflitti con piglio sarcastico, come nel caso della Marchesa di Alessano sofferente per i dolori del parto, stesa sul letto di una stanza, dove su una parete era collocata l’immagine sacra di Santa Liberata. Alle implorazioni della nobildonna, Galeazzo si rivolge alla santa, a mani giunte, proferendo:

Oh, mia Santa Liberata,

Fa che dolce sia l’uscita

Come dolce fu l’entrata,

Oh, mia Santa Liberata.

 

La marchesa rise così tanto che il marchesino venne alla luce.

Un microcosmo, quello dell’arciprete, in cui si dipanano gli eventi spiccioli che coinvolgono protagonisti e comparse. I racconti sono ridotti alla dimensione di figurine Panini, di soldatini di collezione. Si leggono d’un fiato, alcuni divertono, altri privi di condimento letterario sono insipidi e deludono  per l’overdose d’insignificanti aspetti narrativi.

Il prete nei fatti assorbe la centralità per le sue eccentriche e bislacche trovate innestate nell’umorismo campagnolo del Sud, che allora era assoggettato fin troppo alle cose dei preti e agli affari della chiesa. Un vizio che ancora la gente del Sud non riesce a scrollarsi di dosso.

 

Nei fatti del Breviario non è difficile, comunque, scorgere l’ironia dei valori e dei principi: la religione come arma per sottomettere anime “innocenti” e condannarle alla servitù del culto; i galantuomini che dominano sui cafoni,  seppure in una condizione sociale apparente  di buonismo trasfigurato in una narrazione favolistica, priva di riferimenti storiografici.

 

L’arciprete è una caricatura della quale manca il perfezionamento dei tratti somatici da identificare con il simbolo di rappresentatività di un’epoca che nello sfondo dei fatti di cui egli è protagonista è  marginale. Spicca invece il suo spirito libero e indomito che gli fornisce gli strumenti per confezionarsi una vita senza troppi problemi perennemente in conflitto tra la realtà e l’irrealtà, tra il vero e il falso. Giocoso, bislacco, icastico irriverente, insomma assomma a sé fin troppe specificità caratteriali che lo rendono nei fatterelli adattabile a situazioni differenti. Tra l’altro era ostile e irriverente all’ortodossia e alla gerarchia ecclesiastica, e questo è inverosimile che un prete, in particolare modo nel sedicesimo secolo, si comportasse in quel modo. Valga a mo’ di esempio, il fatterello dal titolo Le reliquie di S. Cristoforo:

 

Tra un quarto di secolo e l’altro i Vescovi solevano procedere alla verifica delle reliquie. […] Papa Galeazzo, che non aveva reliquie da presentare[…] non volendo rinunziarvi, pensò di confezionarsi una reliquia, come infatti fece, rivestendo con un vecchio manico marocchino un bel manico di zappa […] tempestato da mille bolli di cera rossa. […]Monsignore […] giunse così all’Arciprete di Lucugnano. – Che reliquia avete portato? Domandò il Vescovo.

–        Il … di S. Cristoforo, rispose Papa Galeazzo, reliquia molto miracolosa nei casi di sterilità. Eccellenza.

–        I documenti?

–        I documenti, Eccellenza? I documenti? Meglio documento di questo!!? rispose subito Papa Galeazzo. Quale Santo. Eccellenza, poteva portare in terra un …, che uguagliasse questo?

 

Invero, è irrispettoso il comportamento di Galeazzo nei confronti del Vescovo di Alessano; c’è da supporre, come in altri aneddoti che lo riguardano, che la fantasia popolare avesse davvero costruito l’episodio per manifestare il proprio disprezzo nei confronti di un clero arrogante per minarne la credibilità. Tutto questo spiegherebbe l’assenza di uno stile e di una eleganza letteraria negli aneddoti di papa Galeazzo che si perdono in episodi di scarsa vena inventiva, statici e in molti casi dozzinali, con l’unico scopo di rimediare una risata immediata come nelle migliori barzellette moderne italiane; sono pagine in cui l’ironia diventa troppo acre e la volontà di colpire si fa troppo scoperta.

 

Indubbiamente nelle facezie dell’arciprete vi è il gioco dei valori e dei principi, in cui prevalgono l’affermazione dell’egoismo individuale, la supremazia dei più forti, la scaltrezza della povera gente, il primato dell’utilitarismo, l’egoismo come significazione dell’altra faccia (esasperata) del bisogno. In un contesto sociale così omologato dalle necessità primarie si può comprendere l’assenza di eroi, vi sono rappresentate, invece, piccole furbizie, occasioni di imbrogli, furtarelli di fichi.  Galeazzo del sistema sociale è la vittima, mai l’eroe: gli attribuiti affibbiategli dalla tradizione popolare sono troppi ed esagerati… insomma forse sarebbe il caso di reinventarlo.

 

Confini inviolabili del luogo della poesia

ph Mauro Minutello
ph Mauro Minutello

di Elio Ria

 

 

Di questo strappo costante di poesia ogni giorno enumero disposizione di pensiero, diverso, sottile, conseguenziale alle idee, frattura di consuetudine, oscillazione di profumi di viole, conteggio di passi sui viali lastricati di piazze con chiese di facciata onesta, perseguo adempimenti di somiglianze di semplicità, dispongo cose nel disordine della prosa, ripeto a me stesso le insolite vicende, riguardo lo specchio infranto dalle illusioni, riscatto un senso perduto, elaboro un giorno, disegno la sera, immagino la luna di falce, inseguo un tramonto autunnale vaporoso di scirocco, azzardo un abbraccio.

Il passo di questa mia vita in prossimità del lontano non è di misura. Il luogo che è qui mi dà presenza e memoria, paesaggio e orizzonte; insieme si scompongono in un altro luogo dell’inventio. La poesia, la mia, è qui in questo luogo che ho voluto fra i luoghi della terra. Nell’aver luogo mi affanno all’atto poetico, per venire alla manifestazione non di tutto ma di qualcosa che mi è dato d’intendere, di svelare, poi, non in un’immutabile verità, piuttosto in una sostenibile sensazione di appartenenza nel luogo della poesia.

Questo luogo che mi ospita è di cielo di crema, di vento imperfetto, di campagna silente, di ulivi pretesi dall’uomo, di papaveri rossi, di granai di risvegli. Ho sfinimento di odori, di luce, d’insipienza, di sonno per l’ammanto che ne ho. Mi strugge la seduzione dei colori nelle erranze dei simboli di naufragio della scrittura. Gli stralci di pallore delle pietre bianche brizzolate mi ridanno memoria dell’inosservato paesaggio, sfuggito per un pensiero monco, portato a un a capo febbrile e collerico. Gli alberi di pino mi confidano, quando possono, le lacrime delle viole che sulle pietre afferrano le radici della vita, in basso poste al di là della superbia, in un canto di autunno, rimesso a nuovo dalle storie del tempo. Il cuore non sempre si trova, né paga i debiti delle emozioni. Un filo d’erba tra le altre erbe è più verde, si spande sulla terra umida e corrosa dal sole, taglia gli sterpi, rimonda la natura, mi ridà il cuore.

Devo congedarmi da questa astrattezza di luogo. Il giorno mi restituisce la propria immagine. A capofitto, in questi mattini trattenuti ancora dal sole d’estate,  ho osato addentrarmi nei confini inviolabili della poesia di un luogo.

 

I poeti

di Elio Ria

Non avremo più passi da fare finché chiederemo soltanto spicchi di sole.

E la luna non avrà cielo. E le stelle fioriranno. E nei deserti un sole rabesco darà nuova vita e s’insedieranno nuove genti. E nuovi scrittori scriveranno le storie che appariranno all’orizzonte limpido. E nuovi poeti verseggeranno. E forse ci salveranno. Immagineranno incanti. Suoneranno la lira. Metteranno in subbuglio gli animi. Navigheranno oceani quieti e racconteranno  lo stupore per il plenilunio bianco.  E non mentiranno. E andranno con il tempo a cercare il tempo. E rinunceranno alla  tentazione della superbia. Non profaneranno nessun pulpito. Non rimugineranno parole. Diranno ciò che vedranno.

La nave dei poeti è nel porto. Il viaggio abbia inizio!

Il tempo però non acceleri oltre l’infinito e non ne ostacoli la navigazione. Dia moderazione al travaglio per la conclusione di un sogno. Non abbia fretta, ma sappia ingannare l’immobilismo dell’eternità.

Nella stiva vi è la biblioteca: i libri attendono vento per sfogliarsi senza pudore:  liberi per essere letti e raccontati.

I poeti preparino, dunque, nuovi passi. Fra poco il  loro mondo dovrà  muoversi. Non dovranno deludere. Sapranno, ancora,  raccontarci qualcosa: un’unica versione di ciò che pure è raccontabile altrimenti; volta ad accertare la legittimità delle pretese, avanzate dall’incessabile voglia di compendiare e significare parole e sentimenti, parole e realtà, parole e immaginazione.

Un tentativo emblematico per scovare ovunque lo spirito e condurlo alla luce dei confini di albe. La parola seduce il poeta, lo affascina a tal punto che prima o poi lo uccide affinché la fine del poeta sia la continuità della parola. Ed è pura idolatria per la scrittura che consente ciò che al pensiero è negato, di rendere singolare il plurale, di riscattare il dettaglio, di affrontare ciò che viene immediatamente prima del dopo.

Maledetti poeti che non sanno mai dove andranno a finire, che non disdegnano malizie e approcci incipriati di passioni.

Maledetti poeti che ogni giorno siedono alla mensa della poesia a consumare pasti d’immaginazione che non danno sazietà.

Maledetti poeti, navigatori esperti di mari, creduloni che non abitano luoghi né città e stanno dappertutto.

Maledetti poeti dediti al vizio di verseggiare, imparentati con le parole di ogni ordine.

Poeti che aggrediscono i misteri, combattono il disordine per strapparne un ordine, ascoltano il silenzio per estrarne un brandello di suono per costruire, sempre. Non danno urgenza al loro daffare, pigri e indecisi e lenti molestano le parole, le aggiustano e le inventano.

Maledetti poeti che non sopportano i giorni lunghi e noiosi, e nelle notti di luna assente dormono e lacerano fogli bianchi d’insonnia, stufati come sono dalla voglia di essere poeti.

Poeti, io vi voglio bene. E del mio affetto questa sera ho voluto parlare, magari esagerando parole; ma in quel libro immenso della poesia, della grande poesia,  che voi possedete vorrei esserci. Intanto nell’attesa dello strappo decisivo io vi leggo. E quando davvero il sacrificio dell’olocausto delle parole sarà compiuto – senza equivoci – io diventerò muto, procedendo all’inevitabile da-farsi affinché si compia il dire ulteriore di  ciò che ancora non è.

La notte e il giorno

 

Giovanni Segantini, "Le due madri", ossia la vita secondo natura
Giovanni Segantini, “Le due madri”, ossia la vita secondo natura

 

 

di Nino Pensabene*

Dedico a Elio Ria questa poesia della mia Giulietta, estrapolata dall’epistolario a me dedicato “Bigliettini per Nino”. Me la sono ricordata leggendo, appunto di Elio, “Una volta d’estate la notte” e mi piace pubblicarla a conferma che la notte è stata sempre amata da tutti i poeti, che l’hanno difesa come si può difendere il grembo della propria madre, fonte di vita come lo è appunto la notte, il cui magico buio partorisce la luce, i cui silenzi di pace partoriscono  i brusii vitali dell’alba e i rumori operosi del giorno, spazio di tempo creato in contrapposizione ai riposi notturni di tutta la natura.

 

Carissimo Nino,

 

chiamala pure utopia, se vuoi,

ma io credo che verrà un tempo

in cui le sere

ritorneranno ad essere colombe,

le notti riavranno per vigilessa l’Orsa

e all’alba i galli sanciranno regole

che riattesteranno il giorno voluto dal Signore.

Regole salutari

come latte munto alla mammella delle capre,

dolci come favo di miele

scovato sotto la corteccia di un ulivo.

 

                                                                         Giulietta

*pubblicata il 11 giugno 2011 su Spigolature Salentine

Mario Carparelli, Giulio Cesare Vanini e Tuglie

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Nell’ambito di “TUGLIE INCONTRA – FESTIVAL NAZIONALE DEL LIBRO”, lo studioso MARIO CARPARELLI (Università del Salento) presenta “IL PIÙ BELLO E IL PIÙ MALIGNO SPIRITO CHE IO ABBIA MAI CONOSCIUTO”, il suo ultimo libro sul filosofo salentino GIULIO CESARE VANINI (Taurisano, 1585 – Tolosa, 1619).

Incontra l’autore lo scrittore ELIO RIA.

Introduce:
GIANPIERO PISANELLO, organizzatore di “TUGLIE INCONTRA”.
Al termine della presentazione il bibliofilo DARIO ACQUAVIVA esporrà la propria collezione privata di rarità vaniniane, tra cui spiccano una preziosa copia originale dell’AMPHITHEATRUM AETERNAE PROVIDENTIAE (Lione, 1615), la prima opera pubblicata da Vanini, e un inedito ritratto settecentesco del filosofo, scoperto pochi mesi fa.

 

Ingresso libero – Info: 348.5465650

In caso di maltempo l’evento si svolge presso la Biblioteca Comunale di Via Risorgimento a Tuglie.

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“IL PIÙ BELLO E IL PIÙ MALIGNO SPIRITO CHE IO ABBIA MAI CONOSCIUTO”: Se la vita di Giulio Cesare Vanini fosse un film (e, non a caso, Filippo Vendemmiati, Premio David di Donatello 2011 per il miglior documentario di lungometraggio, ne ha tratto una sceneggiatura), il secondo tempo, quello più avvincente e ricco di colpi di scena, inizierebbe a Padova il 28 gennaio 1612, giorno in cui al filosofo pugliese, che all’epoca era solo un fraticello di appena ventisette anni, viene notificato un provvedimento disciplinare da parte del losco Enrico Silvio, Priore Generale di quell’Ordine dei Carmelitani in cui egli era entrato nove anni prima a Napoli, assumendo il nome di fra Gabriele. Questo libro ripercorre appunto il secondo tempo della vita di Vanini, i suoi sette anni più intensi, avventurosi e drammatici. Sette anni in cui abiurerà il cattolicesimo e si convertirà alla fede anglicana; lascerà l’Italia per l’Inghilterra prima e per la Francia poi, passando per il Belgio, la Svizzera, l’Olanda e la Germania; in cui sarà ricercato, spiato, tradito, imprigionato, interrogato, braccato dall’Inquisizione; in cui pubblicherà due opere, l’Amphitheatrum aeternae providentiae e il De admirandis, una delle quali, quest’ultima, presente ancora nell’ultima edizione dell’Indice dei libri proibiti, quella del 1948; in cui sarà arrestato e processato per sei lunghi mesi per essere finalmente bruciato sul rogo, dopo che gli fu strappata la lingua, il 9 febbraio 1619, in una piazza di Tolosa, Place du Salin, che dal 31 marzo 2012 porta il suo nome. I passaggi chiave e i retroscena di questa vera e propria odissea biografica e intellettuale vengono ricostruiti e raccontati attraverso la viva voce dei contemporanei di Vanini: dei suoi amici e dei suoi nemici, dei suoi discepoli e dei suoi detrattori, dei suoi persecutori e dei suoi protettori. Una storia con un finale tragico, ma che consacra il suo protagonista come una delle più affascinanti e controverse figure del panorama filosofico europeo.
MARIO CARPARELLI (Università del Salento) ha dedicato alla figura e all’opera di Giulio Cesare Vanini diversi saggi, pubblicati in Italia e all’estero, e oltre a questo due volumi: Morire allegramente da filosofi. Piccolo catechismo per atei (Il Prato, 2011) e, con Francesco Paolo Raimondi, Giulio Cesare Vanini.Tutte le opere (Bompiani, 2010).

Un viaggio per ferrovia

da elisamattiasposi.altervista.org
da elisamattiasposi.altervista.org

di Elio Ria

 

 

Il treno della Ferrovie Sud Est non è il massimo del comfort, sgangherato e lento com’è. Un serpente malandato che striscia sul suolo ferrato fra alberi d’ulivo, fichi, stazioni cubiche, zolle di terra rossicce, furneddhi di pietre brizzolate.

Il treno va sulle comode fantasie del viaggiatore. Taglia come un coltello a fette  il paesaggio.

Pochi viaggiatori: una donna con bambino, alcuni studenti che si spellano le dita inviando sms, un vecchio pensieroso, pochi operai in apprensione del divenire.

I pali dell’energia elettrica fuggono e il caldo rumore della locomotiva impone agli occhi attenzione per una bellezza che a tratti sopravvive a stento.

Ogni tanto ci si guarda in volto: sono sguardi rassicuranti per comprendere  nulla di particolare; non è impossibile conversare ma si è in attesa di un pretesto per poter attaccare.

Dal finestrino le immagini dei luoghi si susseguono nell’indifferenza della memoria, eppure sono suggestive e potrebbero suggerire una scorciatoia per eliminare ansie e irritazioni di vita. Una giovane donna legge un libro, non s’intravede il titolo e la curiosità di conoscerlo è tanta.

Ci vorrebbe però un libro da venerare e consacrare a questo viaggio, un’idea da collocare in un incontro fortuito con un libro da scrivere per potersi congiungere con altri, liberi in un infinito percorso di binari che non s’incontrano e non si finiscono. Un libro totale, borgesiano, per una biblioteca del treno, con libri antichi e nuovi da scrivere e riscrivere con mille diverse scritture di autori forestieri.

Sul treno la scrittura tira un sospiro di sollievo, è mobile, senza schemi di obbedienza, ma con  serene formule di fantasia. C’è tutto il tempo per ascoltarsi e ascoltare negli intermezzi della malinconia della sapienza.

ferrovia

Non ci si può disinteressarsi della levata del sole nelle prime ore del mattino: uno spettacolo per pochi, che sanno apprezzano il miracolo del suo ritorno in alto.  Il sole è umile… consapevole di dover poi  ad una certa ora discendere;  qualche volta abbraccia le nuvole stringendole  a sé, le illumina  ai bordi quanto basta per renderle graziose.

Il treno va, dritto, curvilineo, come un signore di altri tempi, generoso e galantuomo. Va! Nonostante il Tempo. Giunge e riparte come un gioco per bambini.

 

 

Piccole cose del passato

flit

di Elio Ria

 

Le comodità sono conquiste lente che l’uomo, con ostinazione, ottiene per migliorare la condizione della propria vita. Le cose che oggi possiede un tempo non esistevano, magari erano ancora ad una forma grezza, non del tutto perfezionata.

Un vita senza comodità è impensabile. Ci sono gli oggetti, che ci rendono la vita meno amara, più godibile, di cui provare anche per un giorno a non possederli sarebbe una tragedia. E qui si potrebbe fare un elenco lungo, se ne citano alcuni: climatizzatore, computer, cellulare, televisore, frigo, erogatori d’insetticida contro zanzare e mosche…

Negli anni Sessanta il frigorifero erano in pochi a possederlo e d’estate si comprava il ghiaccio alla iaccera. Il frigorifero era un lusso, bisognava adattarsi al caldo senza lamentarsi; la possibilità di avere in casa – non una bibita fresca – ma l’acqua fresca durante i giorni della canicola estiva era davvero un privilegio. Ci si arrangiava, si beveva l’acqua della cisterna e con il ventaglio ci si procurava l’aria ventilata.

Altri tempi, oserei dire, altre sofferenze che venivano mitigate con piccoli accorgimenti ed espedienti: frutto dell’esperienza degli uomini e delle donne che non avevano scampo e dovevano ingegnarsi per sopravvivere anche contro le mosche e zanzare.

Eh già, adesso appare semplice combattere questi disturbatori accaniti nel loro intento di succhiare il sangue. In quegli anni del boom economico, non erano stati ancora inventati i propellenti da spalmare senza ungersi sulla pelle; il vape non esisteva. C’era la pompa te lu flitti: un oggetto che a vederlo oggi viene da ridere, ma che allora veniva usato per bonificare le stanze dalle fastidiose mosche e, in alcuni momenti, usato dai più piccoli come passatempo per giocare.

Uno strumento manuale semplice costituito da uno stantuffo che fungeva, appunto, da pompa per prelevare da un piccolo serbatoio – posto sulla base dell’erogatore –  il famoso DDT, che nella lingua dialettale del mio paese veniva  pronunciato: flitti . Funzionò per un certo periodo di tempo, poi le mosche si resero immuni al potere del DDT e invece di  morire s’ingrassavano.

Piccoli ricordi che nel tempo si sono accumulati e riemergono, ogni qualvolta si fa un confronto tra il passato e il presente,  ma al contempo la memoria è essenziale anche per la definizione dell’identità, difatti l’amnesia provoca la perdita del senso del sé. Ma è anche logico non far cadere il ricordo nella nostalgia, privandolo così del tutto del valore che possedeva nel passato, con la conseguenza di farlo rivivere nel presente in modo imbarazzante e inadeguato.

Il passato, dopo tutto, ha cessato di esistere. Il presente rivendica l’attualizzazione degli eventi in successione frenetica e turbolenta. La modernità ha soppiantato, anzi ha imprigionato, la lentezza degli eventi – che prevedevano come condizione –  la pianificazione e la programmazione.  Di solito si dà il giusto valore alle cose nel momento in cui non si possiedono più. E proprio dal ricordo della pompa te lu flitti emerge come la tecnologia ha invaso la mente degli uomini, occupandola e colonizzandola al consumo compulsivo di beni. Se liquidassimo queste storie come piccole cose, si perderebbe di vista un punto importante: la verità sta nelle minuzie, e c’è più significato in una miriade di eventi e di cose semplici, di quanto se ne possa trovare in una singola piccola cosa.

Le piccole cose non vengono mai celebrate, rimangono ai confini dell’interesse collettivo e individuale, stante la stoltezza umana a non sapere evocare e osservare la ricchezza che la vita riserva alle piccole cose. Certamente dalla pompa te lu flitti iniziò il cammino del ricercatore per poi creare il prodotto più sofisticato ed efficace per annientare le mosche, così come è accaduto per tanti altri piccoli oggetti. Se si riconosce l’importanza delle piccole cose, si riesce meglio a giudicare l’importanza dei loro opposti, ma soprattutto perché ci fanno esercitare il confronto e ci aiutano a valutare l’esperienza. Una questione di proporzioni e misure da tenere sempre a mente e non sottovalutare.

 

(L’immagine in evidenza è stata reperita da “Salento come eravamo”)

 

L’elogio della poesia di Elio Ria

di Francesca Fichera

elio ria

 

La precisione del poeta (che non sbaglia mai): la cantavano i Marlene Kuntz in un loro vecchio brano. E a questo accenno di descrizione sembra corrispondere perfettamente Elio Ria, secondo dei Destrieri nati dalla collaborazione fra il portale neoletterario Aphorism.it e la giovane casa editrice pugliese Lettere Animate. Sua è la dedica in forma di passo – ulteriore, proseguimento di un cammino – al fiorire atavico dell’arte poetica che coltiva e innaffia da sempre: Poesia, ragazza mia il titolo, dove dalla ripetizione trae origine la persistenza della memoria di un suono. E non a caso, perché il suono è il fluido attraverso il quale la voce della poesia diffonde la sua eco.

Ma il lavoro di Elio Ria va oltre, ed è qui che si invera l’implicita definizione dei Marlene: l’autore leccese non si limita ai versi ma li rende allaccio, ponte, nodi di una mappa della realtà, mentale e fisica, in cui vive. A cui fanno da corredo – e da sostegno – aforismi, citazioni, finanche veri e propri stralci tratti dai grandi classici – Calvino, Voltaire, Cioran, Leopardi. E in ultima istanza, dopo l’impennata in versi della prima parte del libro – dove spicca la rapida magia di componimenti come Incantevole vigoroso ulivo e Tanto che poi piangerò – s’insinua la solidità della prosa: evocativa quando impegnata a ritrarre momenti e odori di una Puglia assolata (Immagini); descrittiva e, a tratti, didascalica nell’atto di mostrare un bagaglio di voci inascoltate, di esperienze – letterarie e non – assorbite da Ria e dalla polvere che giace sui libri di cui si prende cura (Chi meglio di loro?). Si configura così quello che appare a tutti gli effetti «un giuramento. O qualcosa di simile» fatto all’ars poetica da un suo amante che è anche estremamente razionale; che ha scelto di non affidarsi solo alla propria vena, riconoscendone i naturali e umani confini, e svelando il meccanismo di compenetrazione e reciproca influenza stabilitosi tra i “figli dei poeti”. Mettendo a nudo l’infinito vincolo che li lega, come nella Biblioteca di Babele borgesiana.

Per questo accade che in Poesia, ragazza mia vi sia più riflessione che suggerimento, più pensiero che sensazione. È un libro che corteggia ciò di cui parla, che vi gira intorno; e che, quando abbassa la guardia di un occhio forse troppo vigile, regala perle di una maturità tanto preziosa quanto piena d’ombre. Di una saggezza sfuggente che recita: «Mancava poco per essere / niente: / a interpretare brevità c’ero io”, e che è quel che rimane dentro

Amerigo e l’antico mestiere del rigattiere

di Elio Ria

 

AMERIGO

C’era chi raccoglieva lu ferru vecchiu, chi la murga in cambio del sapone; c’erano gli artigiani di arti minori come l’ombrellaru, lu ramaru, lu conzalimbi, lu scarparu, lu farraru, lu seggiaru, lu trainieri e tanti altri che nelle strade strette e nelle corti del paese offrivano con la severità e l’autorità acquisita dall’esperienza piccoli ma utili servizi alla popolazione, quando ancora l’economia non era spregiudicata come lo è adesso, e la finanza non consentiva sprechi di denaro stante la penuria che rendeva prezioso quel poco che si aveva. Un’altra figura popolare era il banditore che informava i cittadini su avvenimenti straordinari, quali ad esempio la vista di un personaggio illustre, iniziative particolari prese dalle autorità cittadine, vendite di prodotti alimentari a prezzi scontati (grano, farina, legumi, ecc.).

C’era sempre a portata di mano lu conzarazze che con la stuppata sistemava le ossa rotte o contuse, senza radiografie e attese presso l’ospedale, che negli anni Sessanta tra l’altro era difficile da raggiungere, considerata la distanza che lo separava dal paese, nonché la scarsità dei mezzi di locomozione.

La comunità era solidale, si muoveva nelle piccole e grandi cose della vita in armonia, produceva e campava, non era vessata dalle tasse. Indubbiamente uno spaccato d’epoca di memoria e non di storia, atteso che il passato e il presente intrattengono dei rapporti essenziali nei due sensi, senza mai sommarsi, mantenendo ognuno per proprio conto l’autonomia d’esistere. Il presente preme sulla memoria che è pura facoltà di conservare il passato, mentre la reminiscenza è la commemorazione sintetica della memoria che non necessita di sacralità.

In questo contesto e partendo dai ricordi che si sono citati, c’è un mestiere che ancora non conosce il declino, il rigattiere, colui che compra e vende roba usata. Nulla di particolare, ma che necessita di intuito e di pazienza per la raccolta degli oggetti. Quest’ultimi non sempre trovano un’adeguata sistemazione sugli scaffali della bottega, spesso vengono posti alla rinfusa con il loro carico di memoria, in attesa che qualcuno li riconsideri e sia preso dal desiderio di possederli. Il rigattiere, a differenza dell’antiquario, non seleziona e non valorizza: tutti gli oggetti sono considerati alla stessa stregua. Un’arte antica tant’è che nel 1291 fu costituita la corporazione dell’Arte dei Rigattieri e quella dei Linaioli. Va precisato che con il termine rigattiere s’intendeva allora il rivenditore di abiti usati, un’attività praticata soprattutto tra le fasce meno abbienti della popolazione, per la buona qualità e il costo modesto dei capi.

Amerigo Falco svolge la sua attività di rigattiere a Tuglie, in via Trieste. Nella sua bottega però non entra molta gente, è chiusa e apre soltanto all’occorrenza quando c’è da soddisfare una richiesta particolare di un cliente: un vestito per carnevale, un macinino, fumetti, macchine da scrivere, quaderni per la calligrafia, sapone e saponette, coloranti per indumenti, bambole, enciclopedie, lampade, cartoline d’epoca, pupi di terracotta, cimeli. Ma una volta dentro si respira il tempo, quello andato che lascia tracce soltanto con le cose, recuperabile con un flasbach di istantaneità.

BOTTEGA AMERIGO

Falco è un settantenne vigoroso, di carattere sbrigativo, con occhi mobili e vivaci, faccia grinzosa, con la barba a tratti tinta di grigio e quella sua gamba “allungabile” in cerca di un appoggio di distensione, frutto di una caduta maldestra in gioventù. In principio esercitava il mestiere di sarto, ma ben presto s’accorse che non faceva per lui: gli aghi, il cotone e le stoffe non gli consentivano di spaziare nei luoghi della spensieratezza. Eclettico, simpatico e disponibile, si muove fra le anticaglie e le modernità con disinvoltura, non mancando mai di stupire con oggetti anche stravaganti.

bottega amerigo 2

Sempre all’erta per approntare una bancarella dei suoi ‘preziosi’ nelle piazze principali dei paesi nelle occasioni di festa nelle quali si mescolano sapori e tradizioni. Nelle ore di libertà si concede al gioco delle carte, con la battuta sempre pronta e la sigaretta fra le dita ingiallite e callose.

Falco è il grossista delle ‘cose vecchie’: sono tanti i rigattieri della provincia che si approvvigionano da lui per le esposizioni nei mercatini.

È l’antologizzatore delle abitudini dell’uomo riducibili e in relazione con le cose che hanno segnato le piccole storie individuali, dalle quali si potrebbe trarre materiale grezzo per costruirci la domanda di ‘come eravamo’, senza retorica o false nostalgie, e la risposta ‘perché non lo siamo più’.

Insomma nel garbuglio delle seducenti sirene della modernità, si può dire, che il rigattiere è il depositario degli oggetti di cui l’uomo si è servito nel corso degli anni e che poi per varie ragioni se ne è disfatto.

Magari con le cose vecchie si può danzare sui ricordi, sui fantasmi del passato trasfigurati in una sorta di modulazione mnemonica del vissuto per una conciliazione con il passato, che solo nei momenti in cui fa comodo si rispolvera e si riutilizza, tralasciando altri dettagli sotto il velo della finzione. Reinventarsi nella memoria è un esercizio utile, in particolare in questo momento di grande confusione sociale, per dare luogo a un ventaglio largo di interpretazioni della memoria di parole e suoni, archivi orali, memorie di cose, oggetti museali.

C’è un mondo che sì è perduto nell’urgenza stessa di esso, e che va recuperato con il dovere di ridefinire e rivitalizzare la memoria collettiva, nonché tutelare, ordinare, classificare il passato che non merita l’oblio.

L’ansia di memoria si traduce nella nascita di musei, biblioteche, archivi per scongiurare appunto i vuoti di memoria. Invece il bisogno di memoria che si sottrae alla tremenda responsabilità della conservazione degli oggetti minimi, quasi insignificanti, privi di valore storico, si concretizza nel lavoro del rigattiere con il significato più intimo del rapporto tra l’uomo e l’oggetto.

Amerigo allora torna simpatico al tempo che delle sue cose spente ricrea nuove forme di utilizzo del ricordo. Un mestiere che resiste alle leggi violente del mercato, imponendosi all’attenzione del tempo che molto spesso scorre e non lascia traccia per una ‘questione di tempo’.

(Pubblicato in “Paese Nuovo”, 08/05/13, p.4)



Elio Ria. Poesia, ragazza mia

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Prosa e poesia si susseguono nelle pagine con immagini di paese, pretesti d’incontri letterari, meditazioni quotidiane. Un piccolo viaggio nel sapere della filosofia e nel mondo suggestivo della poesia. La preoccupazione del poeta non è di piacere al lettore e carpirne la sua attenzione o benevolenza, piuttosto vedere attratto il lettore dal linguaggio affascinante della poesia che non vuole essere soltanto verità o dimensione visuale inoppugnabile del poeta, ma una traduzione della realtà purificata dai suoi stessi preconcetti.
Poesia, ragazza mia è il tentativo di far “ragionare” il lettore sul significato della poesia con l’intento di presentargli il linguaggio poetico molto spesso bistrattato, relegato nella periferia della letteratura perché considerato noioso e distante da quello comune. Per un poeta oggi è difficile dare un suono particolare alla propria voce, deve magari esasperarla al massimo sino alla stonatura, ma quando il canto si rafforza non sfugge, penetra dentro e il concerto inizia.
Il libro arricchito da citazioni di poeti, filosofi e scrittori diventa nella lettura un compagno fra le righe della poesia e della prosa, dove il poeta pur raccontandosi ed evidenziando le sue paure, le sue felicità, le sue meraviglie, traccia un sentiero di radicale adesione alla vita, parlando del mestiere di uomo e di quello di poeta.
L’incontro poeta -lettore non è mistificato, piuttosto legato alle cose pratiche della vita, muovendo verso la concretezza e il passo leggero d’una ragazza, la poesia. La poesia identificata con una ragazza, che non è una fata o un fantasma, ma una persona autentica, gioiosa, una delle tante.

Salvatore Toma, il Poeta in paradiso

di Elio Ria

 

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Dire o scrivere qualcosa su Salvatore Toma (1951-1987) si corre il rischio di banalizzarlo, renderlo evanescente, soprattutto se si continua a batter chiodo sulla solita salentinità, imprigionandolo in confini troppo stretti dei suoi luoghi. Non è questa la mia posizione. Credo che ogni cosa che riguarda la letteratura e la poesia in particolar modo è da ritenersi parziale, e un ulteriore modo di considerare il pensiero e la poetica di Salvatore Toma può soltanto aggiungersi senza la pretesa di sconfessare quanto già è stato scritto.

Ritengo che Toma sia da considerare il poeta dell’indifferenza verso tutto ciò che gli stava attorno, con rabbia addolcita dalla sensibilità che possedeva. Non badava alla forma. Aveva paura semmai dell’indebolimento della sua voce: una preoccupazione che lo ha accompagnato sino alla fine.

Il suo testamento: «Quando sarò morto/che non vi venga in mente/di mettere manifesti:/morto serenamente/o dopo lunga sofferenza/o peggio ancora in grazia di dio./Io sono morto/per la vostra presenza ».

Quasi un dialogo e un monito con se stesso per ribadire la sua estraneità e fastidio per le cose spicciole anche spiacevoli, da accettare però con dignità senza lussi né ipocrisia. Non è, soltanto, il poeta del Salento. Né condivido quanto riportato su Wikipedia: […] ha fatto parte dei cosiddetti ”poeti maledetti salentini”. Perché queste convenzioni che rinchiudono il poeta dentro forme riconoscibili e misure predefinite? E non è forse il caso di provare una lettura “libera” della sua poesia per considerarlo poeta che si sentiva gettato in un mondo che gli era estraneo, di cui non conosceva le ragioni, i fini e i meccanismi?  Il suo vivere era fatto di giochi di fanciullo, innocente, non riusciva a dar pace al senso di nausea che lo coglieva impreparato quando non veniva capito dalla sua gente. Insofferente all’ipocrisia, incantato ogni qualvolta scriveva sull’albero di quercia del suo giardino, immaginando una seppur minima soluzione accettabile ai quesiti esistenziali, a spiegarsi le ragioni della sua diversità e le finalità del suo ultimo giorno di vita.

Di Toma è stato colto soltanto la stravaganza, l’anarchia, non l’ingenuità del vivere quotidiano sopraffatto da consuetudini infinite e ritmi asfissianti: All’improvviso/ecco che qualcosa non va più,/un meccanismo perfettissimo/funzionante a meraviglia/di colpo si inceppa,/i giorni diventano secoli/la mente non conosce più il tempo./ Qualcosa che non va più, indicibile, indefinibile, e l’idea di morte si fa chiara/ in questo vuoto,/ come l’idea di Dio/. Sublimazione della morte? No! Accettazione della morte come passaggio alla vita, giacché essa si muove senza malizia/perciò di innocenti/a volte si nutre/. È il cantore della Morte che rafforza l’idea della sua validità nella voce nascosta dei suoi testi impressi nel bianco delle pagine dove è raccolto il silenzio che seguiva la nascita delle parole. In quel bianco si può ascoltare il suono della scrittura; e per comprendere bene è necessario entrare in relazione, instaurando corrispondenze, scambi tra il primo linguaggio, quello della poesia, e il secondo quello del lettore-interprete. E quando l’interprete pretende d’internare il linguaggio della poesia entro codici precostituiti, o quando pretende di catalogare con mania poliziesca la vita del poeta, cancella e inficia il rapporto profondo col testo. Va messa al bando ogni forma di ambizione critica che pretenda di comprendere davvero fino in fondo il testo, si può forse dire che la critica è anzitutto un’esperienza del limite, nel senso che il testo che si legge non lo si conosce mai a sufficienza nel perpetuo divenire del senso. Quel limite d’interpretazione costituisce l’approssimazione critica del testo stesso che rappresenta il linguaggio dell’interprete-lettore. L’esperienza del lettore fa rivivere il testo, lo sposta dalla sua immobilità o sacralità in una continua e sempre diversa interpretazione. La critica letteraria più interessante, più viva, nel Novecento, è stata quella degli scrittori, e non dei critici. Ungaretti, Pasolini, Zanzotto, per dire solo alcuni, hanno dato interessanti interpretazioni dei classici, forse perché più liberi dei critici nel loro mestiere di letterati. La lettura ha l’intensità di un evento forte e così deve avvenire anche per l’interpretazione.

Toma è ancora da comprendere. Non si può definirlo “maledetto” né folle, né soltanto suicida, né “salentino”, liquidando con sterili etichette un travaglio poetico intenso, vissuto in un angolo del mondo, nella città che fu di Aldo Moro. È forse opportuno considerarlo come il poeta che ha dato l’idea di essere fuori da un prima, da una perfezione e armonia, in uno stato di caduta inteso come caduta del mondo stesso. L’incomparabile familiarità con la morte di questo poeta è incomprensibile, e ha ragione lui: A questo punto/cercate di non rompermi i coglioni/anche da morto. E ancora: Non state a riesumarmi dunque/con la forza delle vostre incertezze/o piuttosto a giustificarvi/ che chi si ammazza è un vigliacco:/a creare progettare ed approvare/la propria morte ci vuole coraggio!

Certamente Ci rivedremo/ci rivedremo senz’altro/ e ne riparleremo.

(Pubblicato il 02 febbraio 2013, in “Il Paese nuovo”, p. 7)

Il Salento delle liturgie

di Elio Ria

settimana santa

E se provassimo a liberarci di alcune usanze, credenze, simbologie, liturgie di cui siamo impastati, non sarebbe una buona cosa? Da fare subito, senza tentennamenti.

Il Salento è asservito da secoli alle misture magiche e religiose che si concretizzano nel rivendicarle come tradizione e nella spettacolarizzazione tramite processioni, balli, danze, canti e altro. Mere rappresentazioni folcloristiche che hanno perso ogni valore che un tempo invece possedevano. Basti pensare agli eventi religiosi che si susseguono con ossessione durante la settimana santa, dove non  prevale il significato religioso in sé ma lo spirito di celebrazione di un mistero che deve essenzialmente produrre esigenze individualistiche di liturgie fuori i canoni della ortodossia religiosa, con ripetizioni secolari di gare per l’aggiudicazione delle statue, scenografie mistiche, penitenzieri titolati, preti sbadati, congreghe in alta uniforme, bande musicali, fiori disseminati per le strade,  preghiere assenti, credenti con il pensiero altrove. Indubbiamente vi sono eccessi, credenze che inficiano il significato della morte di Cristo, lo riducono alla semplificazione banale di un rito stantio e compulsivo.

Sono queste tracce evidenti di ritualità che sopravvivono e si radicano nei luoghi e nelle menti. Certamente cultura popolare, collegata però alla magia e a pratiche più o meno occulte,  in contrasto con la religione cattolica. Una sorta di commistione che annulla le contraddizioni fra il paganesimo e il cristianesimo e crea un’altra religione parallela ad uso e consumo della superstizione che non è un fenomeno marginale, ma ben posizionato nelle formule e nella tradizione sapienziale. Come se si adorasse un dio segreto che oltre al dio ufficiale può aumentare le probabilità di soddisfo delle istanze degli uomini. Una riserva alla quale attingere sempre in caso di bisogno.

Una distillazione della liturgia sarebbe necessaria per riconquistarne il senso, abolendo le attività superflue e le contraddizioni di esuberanti cerimonie. La pompa magna di remote memorie non va bene e continuare a esercitarle sarebbe come perdere passi con la logica della modernità. Più fatti e meno scenografie e coreografie. Più senso del dovere e del rispetto. C’è il bisogno di nuove parole che non siano soltanto confortevoli, ma energia di sviluppo di futuro basato su questioni volte a migliorare la qualità di vita dell’uomo anche dal punto di vista spirituale.

Non limitiamoci a un fare che non coinvolge la coscienza ma l’istinto e il desiderio di esorcizzare il presente e il futuro con riti inefficaci e inadeguati ai tempi. Va bene esercitarli come memoria, ma non come antidoto per rafforzare credenze. Distillare il passato per ottenere un presente che possa transitare nel futuro con convinzione e serietà, questo bisogna fare, spezzando anche le catene dei pregiudizi della religione. Insomma libertà per un agire sereno con la dignità che è insita in ogni uomo che non si acquisisce come un diritto ma si genera come un dovere.

Prima vera emozione

Primavera

 di Elio Ria

Si raddrizza con forza il gambo del fiore vessato dall’Inverno. Il risveglio è nell’aria nuova. Il sole in gioventù muove da Oriente, giungerà temprato e ben fatto. Non deluderà i fichi d’india, né gli ulivi, né la terra. Darà ombre e calore, addomesticherà i venti, racconterà fiabe.

Si adagerà nelle ore del meriggio sulle acque del mare di Castro e di Gallipoli.

È dunque Primavera!

Vorrei indossare un vestito nuovo e andare per sole e per luna. Non posso. Non voglio. Non so cosa. In confusione di me e di tempo rinnovo la Primavera del mio pensiero.

 

 

DA: http://www.elioria.com/la-lente-di-elio/prima-vera-emozione/

Il mandorlo del poeta

fiori-di-mandorlo

 di Elio Ria

 

I mandorli del Salento anticipano primavera. Gli alberi già in fiore stendono rami per viaggi d’ubbidienza alla terra rocciosa, ma delicata, della campagna. Quel sole forte di marzo ancora non c’è e le nubi grigie flettono i fiori, quasi a stordirli, rannicchiandoli in boccioli ancora teneri.

 

Il tempo si persuade che è giunta l’ora di cambiarsi d’abito. S’appresta a salutare il signore inverno. Rassegnato sa di dover andare, ma qualche capriccio ancora sente di doverlo alle genti.

 

Il vento ora si gonfia, ora si acquieta. Sibila e provoca.

 

Un uomo percorre il suo quotidiano cammino. Un bambino sorride e prova  a prender un aquilone sfuggito dalle mani, ma inciampa in una lacrima di delusione.

 

Fuori pioviggina: i passeri non sembrano farci caso e nei loro voli di geometrie mappano l’infinito.

 

Nei mille pensieri di primavera il poeta incontra il mondo di ieri e nel raggiro d’ispirazione seduce se stesso e quel mandorlo dorato, che gli appare come un impulso a disperdere canti gelidi per un adeguato corredo di speranza.

 

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