Il Salento tra crisi e bellezze nel film di Winspeare ‘In grazia di Dio’

In grazia di Dio, Adele (Celeste Casciaro)

Il Salento tra crisi e bellezze nel film di Winspeare ‘In grazia di Dio’ (Italia, 2014, 128’)

 

di Paolo Rausa

 

Si può vivere ‘In grazia di Dio’ nell’estremo lembo del Salento, fiocamente irradiato dal Faro del Santuario della Madonna de finibus terrae? Ai confini della terra conosciuta, dove l’amore è una lettera trovata nel tronco dell’ulivo – scrive Vittorio Bodini, la vita è una conquista dura e amara, come la pietra di queste rocce a picco sul mare, che lambiscono le campagne salentine, unica e ultima risorsa a cui le donne tenacemente si attaccano. I tentativi di uscire dalla condizione di disoccupazione e di miseria si infrangono contro gli scogli della crisi e dei debiti contratti in una  attività manifatturiera tessile. Le banche e le finanziarie non aiutano e non perdonano, per la verità neppure lo Stato che chiede il conto salato con Equitalia. La gente del sud sembra condannata alla condizione di vassallaggio nei confronti della terra, il lavoro è duro, ma ancor più i sentimenti e le aspirazioni trovano difficoltà a dispiegarsi, nonostante la bellezza di questa terra e di queste donne che sono destinate a sorreggere il corso dell’economia e della storia, mentre gli uomini si fanno irretire dal facile guadagno illegale o scappano all’estero.

Barbara De Matteis, Laura Licchetta e Celeste Casciaro, In grazia di Dio

Il sole sul Salento è sempre offuscato da un cielo plumbeo e riflette le condizioni della durezza di Adele (la bella e brava Celeste Casciaro) che fa fatica a reimpostare la sua attività di onesta contadina, mentre speculatori di ogni risma cercano di sottrarre anche la terra sotto i suoi piedi. Adele   rivendica fieramente la sua condizione e respinge le profferte economiche, miraggi che si mangerebbero l’anima. E’ lei che lotta a denti stretti contro le circostanze, negandosi un sentimento facile e soprattutto aprendo gli occhi alla sorella Maria Concetta (Barbara De Matteis) che sogna un ruolo improbabile di attrice e alla figlia Ina (Laura Licchetta), che insegue facili amorini e il disimpegno sociale e scolastico. Solo la madre Salvatrice (Anna Boccadamo), china sui solchi, comprende che l’amore non ha età e si abbandona alle emozioni quando Cosimo (Angelico Ferrarese) la aiuta nei lavori della campagna, sostituendo il marito defunto. Il bagno ristoratore e lustrale nel mare cristallino prepara il terreno al loro matrimonio e alla promessa di felicità, confessata davanti all’immagine della Madonna. Nonostante tutto, la fatica e le conseguenze di un rapporto giovanile di sesso gravido di conseguenze, si afferma la figura della donna del Sud rappresentata da questa tenace Adele che riesce a mantenere unita la famiglia e da lì ripartire per una nuova prospettiva economica e un progetto di società, basato per poter progredire sul patrimonio culturale e ambientale di questo mondo, magico e duro da vivere.

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Due film girati in Salento

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di Gianni Ferraris

In 24 ore ho visto due film girati in Salento. Il primo aveva Lecce come sfondo e palcoscenico, ma avrebbe potuto tranquillamente essere raccontato ad Aosta o a Cuneo, non cambiava molto, Allacciate le cinture di Ferzan Ozpetek.

L’altro molto salentino nell’ambientazione, nel dialetto (sottotitolato), nelle storie, e nel pathos: In Grazia di Dio di Edoardo Winspeare. Un dialetto che trova la forza di parlare al mondo intero, e che tuttavia non poteva che essere girato e vissuto nella terra d’Otranto.

Un film, il primo, con una storia di fondo: il cancro che colpisce la protagonista e la mutazione dei rapporti familiari, sociali, affettivi. Non mancano i richiami all’omosessualità, anche questi cari al regista. Un film che, nonostante il tema forte trattato, ha un odore, come dice il mio amico Renato, di fotoromanzo, sa di plastica. Lontano dalle opere che mi avevano fatto conoscere ed apprezzare il regista turco, Le fate ignoranti e La finestra di fronte, in cui i temi erano, anche qui come un filo rosso che unisce i lavori del regista, il racconto era l’omosessualità nei risvolti dei rapporti sociali, familiari, della scoperta di un mondo, o nella repressione del ventennio fascista, erano narrati con impegno, forza, determinazione.

Allacciate le cinture sembra invece un raccontino che scade facilmente nel melodramma, pur riconoscendo al regista la tenacia nel voler dire storie pesanti, questa volta, a me come spettatore, non è piaciuto. Neppure Lecce rende più alta l’opera, ne è sottofondo sfocato, capace solo di essere prepotente e potente con le sue luci ed ombre, quella luminosità naturale che avvolge ed ammanta tutto. Sul film la critica e il pubblico si sono spaccati, mi trovo d’accordo con Mario Zonta su Mymovies.it : “E così quel tocco naif, che ha sempre caratterizzato le sue pellicole, rischia di diventare a tratti insopportabile quando si immerge nel melò come avviene senza remore in questo Allacciate le cinture. Ora, si può essere empatici verso una storia d’amore che sfonda nel melodramma, qui tra l’altro ospedaliero, e certo sentirsi trasportati dall’abbraccio fatale di questa “storia e destino”, ma nel modulare la tensione emotiva è necessario mantenersi un minimo al passo con i tempi. Insomma, spesso in questo film si slitta tra lo sguardo naif e la cartolina, tra l’ingenuità e il modello stereotipato. Sappiamo che Ozpetek è sincero (e questo è tanto), ma il mondo fuori, molto più brutto e cattivo dei tempi di Le fate ignoranti,  non lo mette al riparo e forse c’è bisogno di uno scatto in più, di uno sguardo più complesso, di un contraddittorio meno edulcorato.

Nota di rilievo è il cameo del Sindaco di Lecce, Paolo Perrone, che fra il ballo e le apparizioni sullo schermo, mostra voglia di esserci.

allacciate

Molto salentino è In grazia di Dio di Winspeare. Se è vero che è una storia molto italiana, altrettanto vero è che il film non avrebbe potuto essere girato che in Salento, l’impatto forte è il dialetto, i non attori, interpreti presi dalla vita quotidiana. Il cast: Celeste Casciaro, Laura Licchetta, Anna Boccadamo, Barbara De Matties, Gustavo Caputo, Angelico Ferrarese, Amerigo Russo, Antonio Carluccio; nomi non noti, fra loro troviamo persone che nella vita quotidiana fanno l’avvocato, la barista, il pescatore, il contadino. “Attori” presi dalla vita reale, interpreti magistrali nei loro ruoli. E’ una storia credibile in tempi di crisi economica e mostra la capacità, tutta femminile, di rinascere utilizzando le conoscenze, queste si, assolutamente tipiche di questa terra. Il fallimento della fabbrichetta costringe il socio fratello della protagonista ad andare a cercare lavoro in Svizzera, qui rimangono le donne che vanno a vivere in una masseria da riassettare. Così l’universo si rinchiude fra Madre, figlie e nipoti, con l’aiuto/complicità di un solo uomo perchè “un uomo ci vuole per lavorare i campi”, che sarà in realtà un altro tema affrontato con delicatissima capacità dal regista, l’amore nella terza età.  Un film dove convivono risate e commozione, consapevolezza del presente e crisi economica, uomini di malaffare, equitalia e finanziarie improbabili nella parte degli squali, amore, rassegnazione.  C’è la difesa del territorio da “quelli del nord che comprano ed hanno molti soldi”, dove il denaro può tutto, meglio, tutto dovrebbe potere con la complicità di intermediari senza scrupoli. E c’è un richiamo ad un’economia antica, che purtroppo (o per fortuna) può diventare attualissima nel periodo terrificante che stiamo vivendo: il baratto.

In tutto questo il Salento gioca una parte decisiva e non replicabile in nessun altro luogo. Mentre nel film di Ozpetek Lecce è solo un palcoscenico come tanti, nel film In grazia di Dio nulla potrebbe essere replicato altrove nello stesso modo.  Qui tutto è Salento: il paese, il bar, anche il campo nella cava e la masseria. La compenetrazione fra il regista, gli attori, il territorio e le situazioni sono totali. Soprattutto dove la prorompente forza delle donne è protagonista assoluta e incontrastata.

Come dice il regista in un’intervista:

 

“…In grazia di Dio direi che non è la risposta alla crisi, è piuttosto una risposta alla crisi. È la storia di quattro donne che approfittano della crisi, delle sue durezze, delle sue difficoltà per reinventarsi, per affrontare la vita con un piglio diverso e nuovo. Quello che voglio raccontare attraverso il mio film è l’importanza di reagire ad una condizione e ad una situazione insostenibile. A forza di reagire, alla fine ci si troverà veramente ‘in grazia di Dio’…”.

 

Un film da non perdere assolutamente insomma. Grazie veramente a Winspeare che mi ha riconciliato con il cinema solo dopo poche ore.  Un film che mi ha ricordato in alcuni aspetti Speriamo che sia femmina girato da Monicelli nel 1986. Che tuttavia ha un valore aggiunto incredibile dell’attualità più stringente. Stupenda anche la fotografia che rende ancora più bella la luce naturale di questi luoghi.

Un solo appunto, metterei sottotitoli non bianchi, spesso si perdono sullo sfondo chiaro e diventano poco leggibili.

Taranto, Il Miracolo e i lodevoli meriti di Edoardo Winspeare

di Rocco Boccadamo

C’era, un tempo, Taranto:  dei vigneti a tendone, dell’Arsenale, dei marinai e
dei mitili.

A distanza di diversi anni dall’uscita, ho recentemente avuto modo di rivedere il film  “Il miracolo”del regista salentino Edoardo Winspeare, opera a suo
tempo presentata anche alla Mostra di Venezia: è stato un piacere, ancora più
intenso della prima volta, tanto che, quasi, ora mi viene idealmente di
suggerire a tutti i pugliesi e agli italiani in genere di visionare la
pellicola.

Analogamente a quanto si verifica in altri contesti geografici, anche da
queste parti  si svolgono da tempo campagne promozionali volte a sollecitare e orientare i consumi di ogni giorno preferibilmente verso prodotti locali: ciò,
si sottolinea, per favorire lo sviluppo delle aziende della zona e per
assecondare, di conseguenza, la creazione di nuovi posti di lavoro.
Personalmente, condivido la giustezza dell’obiettivo di fondo cui tali
iniziative sono ispirate.

Ebbene, col suo lavoro citato all’inizio, Winspeare – pur non essendo nato e
non vivendo a Taranto – ha svolto, a titolo meramente gratuito, un ruolo di
grande ed efficace testimonial, sia della Puglia, sia, in particolare, del
capoluogo ionico in cui, appunto, è ambientato “Il Miracolo”.

Taranto, fra i grandi centri, costituisce forse, dal punto di vista socio-
ambientale, la più controversa realtà – pressappoco alla pari con Brindisi –
della Regione. Il suo tessuto industriale, incentrato soprattutto su grandi
insediamenti, è andato via via trasformandosi, da autentico Eldorado quale lo
si configurava al momento della ideazione e della realizzazione, in una
gravissima spina nel fianco della città e dell’area circostante, un handicap
preoccupante e pesante; tra i fattori di rischio attribuitile, l’altissimo
indice di inquinamento chiaramente nocivo alla salute, elevati livelli di
talune patologie, specie di natura oncologica.

le Colonne Doriche di Taranto

Ne “Il Miracolo”, nonostante queste deleterie presenze che, del resto, trovano più volte spazio visivo nella sequenza delle scene, Winspeare riesce a
presentare la città in una luce, tanto bella quanto innocente, che le spetta a
buon diritto, in virtù delle sue remote origini e della sua storia: mare, anzi
– nella fattispecie – mari, dai colori intensi, tramonti mirabili e fantastici,
il vecchio borgo che pare infondere una spontanea naturale confidenza e,
insieme, riproporre vecchie e sane abitudini. Alla fine, si ha l’impressione
che le piacevoli inquadrature riescano a prevalere sulle pur diffuse situazioni
di degrado e di saccheggio urbanistico del territorio. Il porto turistico,
finanche le gru dei vecchi e ormai «in pensione» cantieri navali, l’isola di S.
Pietro sullo sfondo in Mar Grande, formano anch’essi immagini che contengono qualcosa di poetico.

Insomma, un ventaglio di bellezze riscoperte, un po’ quasi a volerle far
rivivere.

L’opera di E. Winspeare si può in sostanza configurare come un’autentica
attrazione e un piccolo gesto d’amore verso il capoluogo ionico e dunque, al di là del successo di botteghino e dei responsi della critica piovuti sul film, a
mio avviso gli amministratori della città dovrebbero essere molto grati al
giovane regista, non escludendo, ad esempio, di valutare l’opportunità di
conferirgli la cittadinanza onoraria.

Si pensi alla notevole eco ed agli spunti che le immagini di Taranto, a tutto
campo e a tutta durata nel corso della pellicola, hanno suscitato, suscitano e
susciteranno ai fini del turismo: d’altronde, qui non mancano le belle spiagge
e il mare pulito, soprattutto lungo la falce del litorale ionico che si
protende verso Porto Cesareo e gli altri lidi della penisola salentina.

Nello snodarsi della trama della pellicola, a parte le bellissime immagini
anzi ricordate, è anche dato di riscontrare una serie di semplici ma importanti
modelli e valori. Intanto, piace l’impianto del nucleo familiare, dal cognome
molto tarantino di “Solito”, intorno al quale ruota la vicenda: il padre, che –
sebbene combattuto da contraddizioni e difficoltà – non cessa di darsi da fare,
arrivando, addirittura, a volare alto e a riscattarsi attraverso un
comportamento positivo come si può definire – specie di questi tempi – la
rinuncia a grossi facili guadagni (intervista televisiva al figlio); la madre,
sempre equilibrata e paziente, ma non rinunciataria, come è di solito la gente
del meridione. Assai gradevole il fiorire, sulle loro labbra, di una bella
inflessione e di accenni dialettali: un modo di esprimersi apparentemente ormai desueto, ma, invece, tuttora così pregno di significato.

La figura del giovanissimo figlio, il vero protagonista del film, costituisce,
da sola, tutto un programma e non abbisogna di ulteriori commenti.  Accanto a questo ragazzino dalle incerte doti miracolose, risalta il ruolo del compagno
di classe, paffutello estroverso e simpatico: tale ultimo interprete offre,
anzi, un’immagine di alto rilievo morale, che si estrinseca materialmente con
la continua vicinanza e l’assistenza al nonno ammalato.

L’anziano personaggio versa, purtroppo, in seri problemi di salute, è
costretto ad affrontare un male che lo ha preso dentro e che probabilmente
risale agli anni di lavoro in ambienti non salutari. Egli non ritrae – e come
potrebbe – vantaggi concreti dalla vicinanza del nipote e dell’amico, ma, ad
ogni modo, ne ricava grande giovamento sul piano dello spirito, come dimostra il fatto che riprende ad uscire fra la sua gente della città vecchia, a
passeggiare per le sue strade. Alla fine, chiuderà gli occhi per sempre con
serenità, in un ambiente familiare e accanto a persone care.

Risulta molto indicativa la stessa dedica finale del regista: a mio padre e a
S. Cataldo (protettore di Taranto).

Se è permesso, un sincero “bravo” a  E. Winspeare e complimenti per quello
che, mediante il suo talento e la sua originalità artistica, si sforza di fare
a beneficio dell’immagine di questa terra.

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