L’arte del costruire. Il cantiere edile a Nardò e nel Salento

di Mario Colomba

Nella terminologia corrente dialettale il termine che indicava il cantiere era fatìa (fatica) che esprimeva esaurientemente l’attività prevalente che vi si svolgeva.

Sul luogo di lavoro la struttura organizzativa era fortemente gerarchizzata in rapporto alle specifiche competenze tecniche dei vari addetti, tra i quali si sviluppava un clima di competizione molto leale rivolta a conseguire quel desiderato avanzamento di grado corrispondente alle capacità via via effettivamente raggiunte.

La gerarchia da rispettare era così importante che i vari gradi di competenza professionale superavano anche il rispetto dell’età anagrafica.

Il rispetto di tale gerarchia era rappresentato, per esempio, dalla priorità con cui veniva servita dall’acquaiolo, sul posto di lavoro, la brocca di acqua da bere (prima alla cucchiara, poi alla mannara, quindi al manovale, ecc.) o lo stesso ordine con cui, il sabato sera, i lavoratori venivano chiamati dal datore di lavoro per percepire il salario settimanale.

L’entità della retribuzione del lavoro era fortemente condizionata dalle disponibilità di una committenza pubblica e privata, caratterizzata da endemiche ristrettezze strutturali o, spesso, da eventi atmosferici avversi, vere e proprie calamità, che compromettevano l’intera produzione di un’annata agraria (come ad es. le brinate primaverili che distruggevano i germogli della vite) e che condizionavano tutte le attività produttive della collettività. Per questo, a parte poche qualificate eccezioni, il salario giornaliero rasentava il livello di minima sussistenza. Il capo famiglia anche se qualificato, difficilmente era in grado di sostenere da solo l’onere del sostentamento di una famiglia a volte numerosa. Per questo, spesso la moglie era costretta a procurarsi lavori complementari (sarta, ricamatrice, magliaia, ecc) ed i figli venivano avviati al lavoro anche in età scolare.

In questa situazione il lavoro rappresentava l’unica possibilità di soddisfare, almeno a livello minimo, i bisogni propri e dei propri familiari e quindi l’unica possibilità di fisica sopravvivenza. da qui scaturiva l’impegno e l’interesse con cui venivano svolte le varie mansioni richieste dal ciclo lavorativo (garzone, squadratore, manovale, muratore, ecc.). pertanto, la diligenza, la cura dei particolari, la precisione, la velocità di esecuzione e l’accettazione dei rapporti gerarchici venivano recepiti come elementi indispensabili non solo per assicurarsi gli alimenti, che costituivano, com’è naturale, i mezzi di sostentamento, ma anche per avere una prospettiva di avanzamento sociale e per superare una condizione che, almeno per i garzoni ed i manovali, era molto prossima alla schiavitù di epoca romana.

Tuttavia, l’atmosfera che regnava in un cantiere era di profonda collaborazione e di amichevole solidarietà tra i vari addetti e spesso, i normali rapporti di amicizia costituivano la premessa di successivi vincoli di parentela. Prevaleva un forte senso di responsabilità per esempio del manovale che doveva affrettarsi a disporre i conci sul muro in corso di costruzione, in numero sufficiente perché il muratore (cucchiara) non ne restasse mai sprovvisto, fino alla conclusione del corso (linea ); oppure notevole era la responsabilità dei garzoni addetti a preparare e alimentare la malta che, d’inverno, quando la tufina bagnata era difficile da setacciare, si affannavano a raspare dal terreno i detriti tufacei che man mano si accumulavano al piede dei banchi (anchi) dove operavano gli squadratori.

ricevuta per soggiorno di lavoratori marmisti nell’albergo De Monte a Nardò nei primi anni del 1900 nella cattedrale di Nardò (archivio Fondazione Terra d’Otranto)

 

Il lavoro di squadra era fondamentale anche per alleviare le pesanti fatiche che ricordavano la schiavitù dei secoli passati. vale la pena, per questo, ricordare con quale spirito di collaborazione e solidarietà venivano messi in opera i pezzi di scala cioè i gradini di una scala diritta tipica delle case a schiera del ‘900. I pezzi di scala erano dei conci monolitici delle dimensioni di m. 1.10×0.30×0.20-0.25 e perciò del peso di circa kg.100. I primi 5 o 6 gradini venivano collocati, appoggiandoli per cm. 5 per parte, negli alloggiamenti dei due muri longitudinali che limitavano il vano scale, da due operatori, uno per ciascuna testata, a mano a mano che procedevano le murature in elevato. Ogni gradino successivo al sesto non poteva più essere collocato da operatori che agivano dal piano pavimento e perciò, il pezzo doveva essere trasportato, su per la scala in costruzione, fino al sito di appoggio. Per lo scopo, il pezzo di scala del peso di circa kg. 100 veniva caricato allineandolo alla colonna vertebrale del manovale che si disponeva carponi “a muscia” e che, mentre i compagni di lavoro tenevano in equilibrio il pezzo, avanzava gattoni fino all’ultimo gradino già messo in opera, dove ruotava orizzontalmente di 90° consentendo così ai due muratori (uno per ogni testa) di sollevare il concio, liberando il manovale, e alloggiandolo definitivamente sugli appoggi a dente di sega predisposti.

Il lavoro, anche se pesante, veniva svolto generalmente in un clima giocoso, in cui si incrociavano i discorsi di carattere privato, familiare e personale con battute salaci ed epiteti affibbiati però senza malanimo, che contribuivano a sdrammatizzare ed alleggerire il peso della quotidiana routine.

(da Mario Colomba: Le pratiche dell’arte del costruire nel territorio di Nardò e dintorni. Appunti di viaggio nel mondo dei fabbricatori e degli artigiani nella metà del ’900, per gentile concessione dell’Autore).

Sullo stesso Autore vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/03/12/libri-larte-del-costruire-nardo-dintorni/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/03/15/95063/

Antichi sistemi di copertura per le abitazioni salentine

Nardò nel 1732

di Fabrizio Suppressa

 

I motivi di una così diffusa tecnica di copertura sono da ricercarsi esclusivamente nell’esiguo costo dei materiali impiegati, rispetto alle ben più costose e complesse volte in muratura; ma ciò non significava affatto che tale tecnica sia stata in passato appannaggio delle architetture più semplici e povere. Sovente, anche i palazzi nobiliari possedevano all’ultimo piano tali coperture, anche se mascherate da alti frontoni, come ad esempio Palazzo Castriota a Melpignano, Palazzo Rescio a Copertino o tanti altri esempi, riconoscibili ai giorni nostri per l’ultimo piano a “cielo aperto”.

Anche la campagna non era da meno; nel libro dei conti della masseria S. Chiara in agro di Nardò, leggiamo infatti che nel 1684 si ebbe modo di rifare l’acconcio delle capanne, e per tale scopo venne chiamato un mastro dalla vicina città di Veglie[1]. Le capanne, ovvero gli elementi pertinenziali, quali abitazioni e magazzini, non erano i soli elementi realizzati con tali semplici tecniche costruttive. In alcuni casi, anche la torre, l’elemento fortificato al centro di ogni complesso masserizio, possedeva alla sua sommità due falde inclinate, anche se ciò comprometteva un’abile manovra di difesa piombante. Per rimanere in ambito neretino, questo è il caso della masseria Nucci; dove purtroppo dobbiamo constatare l’introduzione durante i lavori di ristrutturazione di tegole non appartenenti alla nostra tradizione costruttiva, stese al di sopra di una vistosa soletta in cemento armato su di una torre del XV sec. Un ultimo esempio è una particolare architettura spontanea nata dalla fusione degli elementi tipici di città e campagna: la caseddhra. Una costruzione a secco a pianta rettangolare con una stretta somiglianza all’immagine dei nostri trulli, ma al contrario di questi ultimi, non coperta da una falsa cupola bensì da un tetto formato da una rustica struttura di legno, canne e tegole.

caseddhra
Caseddhra (dis. F. Suppressa)

 

Le caratteristiche di deperibilità e fragilità dei materiali impiegati erano tali che ciclicamente si doveva provvedere allo smontaggio e alla ricostruzione del tetto. E’ difficile quindi trovare ai giorni nostri opere che abbiano più di cento anni. Forse l’unica eccezione è racchiusa all’interno delle mura del Santuario di San Giuseppe da Copertino; la costruzione eretta dal maestro Adriano Preite nel 1754 conserva intatta l’umile stalletta dove nel 1603 il Santo venne alla luce.

La tecnologia, come già detto, era semplice e rapida. Un sistema di travi di legno chiamati murali poggiante sulle esili pareti di tufo, ospitava in senso ortogonale un assito di tavole su cui gravitava il manto di tegole. Solitamente a causa del costo più elevato, si ricorreva ad un “surrogato” delle tavole di legno, ovvero un cannizzo su cui veniva posta della malta (mista a paglia o pula di grano) per uno spessore di circa cinque centimetri. Nonostante la tecnica era ad uso di ambienti più umili, la copertura incannucciata garantiva un apprezzabile isolamento termico (le canne palustri e la malta mischiata con paglia, sono infatti materiali sostenibili impiegati oggi nella bioedilizia). In caso di ampia superficie da coprire, la struttura lignea diveniva molto più elaborata, l’Arditi nel suo “L’Architetto in Famiglia”, edito a Matino nel 1894, ci ricorda le varie parti dell’intelaiatura, che a seconda della funzione prendono il nome dialettale di monaco, braccia, razze, asinello e panconcelli.

Copertura Incannucciata
Copertura incannucciata, masseria Sarparea de’ Pandi (ph. F. Suppressa)

 

Altrettanto curioso è il termine dialettale usato per indicare la tegola, ovvero l’imbrice (irmice o ‘mbrice in alcune varianti). L’assonanza ricorda la parola embrice, tegola piatta diffusa nell’area tirrenica nella tradizionale copertura alla romana, eppure la nostra tegola dalla forma concava corrisponde alla parola italiana coppo. In soccorso interviene il Marciano (anch’egli abitava in una casa con tetto a capanna), che nel capitolo del suo libro dedicato al regno minerale ci scrive quanto segue:

“Si trova anche in questa Provincia la Rubrica Sinopia eccellentissima, e la fabbrile dell’una e dell’altra specie in abbondanza, e l’argilla, ovvero creta bianca, della quale si lavorano e fanno i tetti per coprire le case, che il volgo chiama imbrici, imitando l’etimologia ed il nome latino Imbrices, ab imbrium defensione, (..)”[2].

Tali laterizi venivano realizzati in centri urbani specializzati nelle produzioni ceramiche, come Cutrofiano, Grottaglie, Lucugnano e San Pietro in Lama; non a caso, quest’ultima località era conosciuta in passato anche con il nome di San Pietro degli èmbrici[

A fine Ottocento, con l’aumento dell’attività estrattiva dei materiali edilizi e il perfezionamento delle tecniche costruttiva inizia la rapida scomparsa dallo scenario urbano di questo tipo di copertura. Il cocciopesto, un impasto di malta e cocci finemente triturati, utilizzato per secoli per impermeabilizzare i terrazzi di edifici di notevole importanza, viene rapidamente sostituito dalla tecnica del lastrico composto da chianche in pietra di Cursi e cemento; tuttora abilità fiore all’occhiello delle maestranze salentine.


[1] Antonio Costantini, Le masserie fortificate del Salento meridionale, Galatina, 1984, p. 74

[2] Spero in una conferma Prof. Polito!

 

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