La Domenica delle Palme in una stampa francese del XVII secolo

di Armando Polito

Nel 1636 usciva a Parigi per i tipi di Israel1 Henriet il volume postumo di Jacques Callot2  Les images de tous les saincts et saintes de l’année suivant le martyrologie romain costituito da 124 tavole contenenti ciascuna quattro immagini. L’intero volume è visibile e scaricabile (tavola per tavola …) da http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b84962307.r=Les+images+des+saints.langEN

Dopo la copertina

 

e il frontespizio

riporto la prima immagine della prima tavola che riguarda il nostro tema.

 

Il giorno seguente la  folla che numerosa era venuta alla festa, avendo sentito che a Gerusalemme veniva Gesù, prese rami di palma e gli andò incontro e gridò: – Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore ed è il re di Israele! –  (Vangelo secondo Giovanni, 12, 12-13)2

La folla numerosissima stese i suoi mantelli sulla via, altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla via. La folla che lo precedeva e quelli che lo seguivano gridavano dicendo: – Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli! (Vangelo secondo Matteo, 21, 8-9)3

La rappresentazione è, come si vede, fedele al ricordo evangelico.

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1 Nancy, 1592-Nancy, 1635.

immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Jacques_Callot.jpg
immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Jacques_Callot.jpg

2 Quando si dice nomina omina …

3 Τῇ ἐπαύριον ὁ ὄχλος πολὺς ὁ ἐλϑὼν εἰς τὴν ἑορτήν, ἀκούσαντες ὅτι ἔρχεται ὁ ᾽Ιησοῦς εἰς ῾Ιεροσόλυμα, ἔλαβον τὰ βαία τῶν ϕοινίκων καὶ ἐξῆλϑον εἰς ὑπάντησιν αὐτῷ, καὶ ἐκραύγαζον, ῾Ωσαννά· εὐλογημένος ὁ ἐρχόμενος ἐν ὀνόματι κυρίου,καὶ ὁ βασιλεὺς τοῦ ᾽Ισραήλ.

4 Ὀ δὲ πλεῖστος ὄχλος ἔστρωσαν ἑαυτῶν τὰ ἱμάτια ἐν τῇ ὁδῷ, ἄλλοι δὲ ἔκοπτον κλάδους ἀπὸ τῶν δένδρων καὶ ἐστρώννυον ἐν τῇ ὁδῷ. Οἱ δὲ ὄχλοι οἱ προάγοντες αὐτὸν καὶ οἱ ἀκολουϑοῦντες ἔκραζον λέγοντες ῾Ωσαννὰ τῷ υἱῷ Δαυίδ· εὐλογημένος ὁ ἐρχόμενος ἐν ὀνόματι κυρίου· ῾ὠσαννὰ ἐν τοῖς ὑψίστοις. 

 

La Domenica delle Palme

di Emilio Panarese

Un documento manoscritto relativo alle processioni a Maglie, la domenica delle palme e il venerdì santo, risale alla seconda metà del ‘700[1], ma già prima, nel ‘400[2], il popolo di Maglie col barone e col clero si recava in processione, la Domenica delle palme, presso la chiesetta greca di S. Maria della Scala, dov’era un Osanna o Pasca Sannài o semplicemente Sannà per piantarvi un ramo di ulivo benedetto.

Oggi quell’antica processione non si fa più, ma è rimasto intatto il rito della benedizione delle palme e dei rami d’ulivo.

Dalle prime ore della mattina sino all’ultima messa, sul sagrato della chiesa madre (o della Presentazione del Signore, come oggi è ufficialmente denominata) e delle altre due chiese parrocchiali (del Sacro Cuore e dell’Immacolata), gruppi di contadini, di artigiani e di ragazzi si assiepano con fasci di rami e pallido ulivo e di lunghe foglie di tenera palma.

Una volta benedetti e dopo la messa con il Passio cantato, entreranno nelle case e dei rametti saranno appesi alla cornice di un quadro di un Santo o della Madonna, al capezzale del letto, alla porta d’ingresso, custoditi in mezzo alla biancheria o legati alla rocca del camino oppure torneranno nei campi, in mezzo ai prati, agli orti, alle vigne, su una canna o su un cippo, al centro del fondo, sul portone d’ingresso della masseria o della casa colonica, sui traini, nei pagliai, nelle botteghe, nelle officine, nei negozi.

Sono simboli di pace, a cui sino ad alcuni decenni fa i contadini del Basso Salento, secondo antiche tradizioni preistorico-mediterranee e successivamente romano-pagane[2], attribuivano il potere magico di propiziazione delle divinità contro le insidie del male; contro il Sannà o contro un menhir essi erano soliti sbattere i fasci di palme o di rami d’ulivo, convinti di poter scacciare così il diavolo o le streghe (macàre), che vi erano annidati.

Oggi il magico è solo convenzione, formalismo intellettuale. Quel giorno in segno di devozione i nostri contadini usavano recitare tanti pater noster quante erano le foglioline dei rami benedetti e condire la pasta solo con briciole di pane fritto.

Ma la Domenica delle palme era anche giorno di mercato di ramoscelli di ulivo argentato o dorato, di croci, di panierini.

Si confezionavano questi ultimi con foglie di palma legate otto, dieci giorni prima in un grande fascio (massa) e sepolte, per l’imbianchimento e una maggiore flessibilità, nel tufo o nella terra umida, oppure con foglie strappate dalla cima, dal cuore della pianta, che viene così assai danneggiata: sono queste foglie di un giallo pallido, paglierino, perché non esposte prima alla luce, le più tenere e le più adatte ai lavori d’intreccio tanto delle croci quanto dei panierini. Per fare le croci si prendono due o quattro foglie di palma (spade) e si piegano in modo da formare una croce; al punto di intersezione si fissa l’anellu o circhiu, perché le spade non si spostino.

Ve ne sono di vari tipi: intrecciata (o croce Marta), intarsiata o imperiale (arricchita con rametti d’ulivo benedetto), a stella, di tipo semplice e di tipo ricco, se ornate di nastri rossi (il rosso è il colore dominante nella Pasqua) o di fiorellini o arricchiti di confetti e cioccolatini.

Anche di panierini se ne fanno di vari tipi, di varia forma, di diversa grandezza: a globo (a gglobbu), a pannocchia (a ppupu), a ditale o a piramide (a ddiscitale), che è il più diffuso.

Come per la croce, si prepara prima la piattaforma con le spade divise in quattro fili: due vengono piegati (ggirati) uno sull’altro e sotto di questi si fanno sfilare i rimanenti. Si tirano ben bene tutti i fili e si continua, restringendo via via verso l’alto. Infine si uniscono i quattro capi in un solo nodo. Di panieri se ne fanno pure piccolissimi per chi voglia appenderne uno con uno spillo all’asola del petto della giacca, al posto del fiore o del distintivo. Comune è pure il tipo a forma di globo: le spade, unite in fili sottili, vengono intrecciate (a ttrecciuline) ed unite a forma di globo, sormontato dalle punte sfilacciate della foglia (ciuffi).

I panieri di una certa grandezza serrano, a spazi intervallati, varie ghiottonerie: caramelle, cioccolatini, bonbons, piccolissimi agnelli di zucchero o di pasta reale con la bandierina rossa sul dorso, piccole uova pasquali colorate.

I giovani fidanzati se li scambiano come dono di pace.

Note al testo:

[1]“Le processioni che sogliono farsi in questa parrocchia [di S. Nicola] sono quelle di S. Marco, delle Rogazioni, dell’Ascensione di Cristo, della Pentecoste, della Purificazione di Maria SS.ma, della Domenica delle palme e del Venerdì santo” (Risposta dell’arciprete di Maglie don Nicola M.Leonardo Montagna all’arcivescovo di Otranto Giulio Pignatelli, 1775, A.D.O.).

[2]La chiesa durante i primi secoli della diffusione del Cristianesimo non sempre riuscì a sradicare le inveterate usanze del mondo pagano, anzi a volte, pur modificandole in parte, dovette tollerarle per accelerare la conversione delle masse.

  

 

[estr. da “Riti e tradizioni pasquali in un paese del Salento (Maglie)”, Erreci edizioni, Maglie, 1989, 3° vol. della “Collana di saggi e documenti magliesi/salentini” fondata e diretta da Emilio Panarese; e inMaglie. L’ambiente, la storia, il dialetto, la cultura popolare, Congedo editore, Galatina, 1995, pp.363-364]

Gli oltre quattrocento anni dell’Osanna di Nardò

di Marcello Gaballo

Furono certamente intraprendenti e di buon gusto i sindaci neritini che nei primissimi anni del XVII secolo vollero realizzare una espressione artistica ed architettonicamente originale come l’Osanna. Ancora oggi il monumento emerge nella sua bellezza stilistica all’inizio della “villa”, nell’ omonima piazza, un tempo subito fuori dalla cinta muraria.

 

Sia stata essa un capriccio umano, un elemento di arredo urbano oppure una eclettica testimonianza storica o ancora solamente un simbolo della fede del popolo neritino, certo è che  essa rimane un’opera davvero singolare, aldilà  delle intenzioni dei costruttori o dei committenti.

Ultimata nel 1603, l’ Osanna fu edificata su aere publico, ad Dei cultura, per interessamento dei sindaci di allora, Ottavio Teotino e Lupantonio Dimitri, rispettivamente sindaco dei nobili e del popolo, come ci è dato di leggere attorno al cornicione della cupola: HOC HOSANNA AD DEI CULTURA À FUNDAMENTIS AERE PUBLICO ERIGENDUM CURARUNT OCTAVIUS THEOTINUS ET LUPUS ANTONIUS DIMITRI SINDICI, 1603.

Il luogo dove sorge doveva già allora essere rinomato, trovandosi di fronte alla porta San Paolo o Lupiensis, che il neritino Angelo Spalletta aveva ricostruito circa quindici anni prima. Era il biglietto da visita della città per quanti giungevano da Lecce e la sua piazzetta doveva essere piuttosto animata per quanti vi si recavano ad attingere l’acqua o per gli acquisti: lì, come risulta dai documenti, vi erano perlomeno “la fontana” e la “beccaria di fore” (la macelleria fuori dalle mura).

Un altro edificio  dominava la piazzetta, l’antichissima chiesetta di S. Maria della Carità, oggi in deplorevole abbandono, che nel 1310 già versava i dovuti tributi ecclesiastici. Fungevano da sfondo le mura aragonesi della città con i suoi coevi torrioni circolari.

È possibile che il nostro monumento dovesse semplicemente riempire un vuoto e quindi essere stato inventato di sana pianta. Piuttosto credibile appare invece un’altra ipotesi, che  dovesse racchiudere al suo interno una preesistente colonna commemorativa, come tante altre possono osservarsi in varie cittadine del Salento ed anche lì poste all’ ingresso del paese.

Qualche Autore infatti ha felicemente ipotizzato che la colonna centrale del nostro monumento sia costituita da un’antica pietrafitta, cioè una delle antichissime stele votive erette dagli avi per le loro credenze votive, successivamente cristianizzata apponendo in cima il simbolo della Croce.
Di fatto le pietrefitte venivano issate su una piattaforma a gradinata, erano di un solo blocco di pietra leccese ed erano alte circa 3-4 metri.

Al di là delle ipotesi, la nostra costruzione  per la sua posizione strategica e struttura architettonica inusuale resta unica, risultando una delle più belle espressioni  del  “rinascimento” neritino, che in quel ventennio si manifesta con incredibile ripresa delle arti, delle lettere, dell’ architettura. Il benessere dei suoi baroni, la pinguedine dei suoi terreni, l’accresciuto numero di residenti e forestieri, la stanno rendendo infatti una tra le più interessanti città del Salento: ovunque vi sono cantieri e ogni convento, chiesa e palazzo viene ampliato ed abbellito.

La rinascita culturale e sociale fa nascere anche ottime maestranze, che da Nardò si attivano in ogni luogo di Terra d’Otranto. Sono gli anni di Giovan Maria Tarantino, degli Spalletta, dei Dello Verde, dei Bruno e di tanti altri abili mastri, tra i quali va senz’ altro ricercato l’artefice del nostro monumento.

Al suo valore storico si associa infine l’affetto dei neritini, che da sempre vi si attorniano la domenica delle Palme, per celebrare il rito della benedizione dei ramoscelli da parte delle autorità ecclesiastiche, in memoria dell’ ingresso trionfale di Cristo in Gerusalemme.

Riguardo l’ ingegnosa struttura ricordiamo solo che la sua cupola poggia su otto colonne, di cui le esterne congiunte tra loro mediante archetti plurilobati di epoca successiva. La base ottagonale fa pendant con l’omonima pianta della vicina chiesetta della Carità ed il binomio, non casuale, richiama ad usi e tradizioni assai importanti per la vita cittadina, tra i quali certamente  i festeggiamenti della prima settimana di agosto in occasione dell’ antichissima fiera dell’ Incoronata.

L’ ultimo restauro dell’Osanna risale al 1996, mentre l’ area antistante è stata completata nel 2001, riportando all’ integrità numerica i gradini su cui si erge il monumento, dei quali cinque erano rimasti coperti dagli innalzamenti del manto stradale. Con i lavori è stata rimossa la ringhiera di ferro degli anni ’40 che la circondava per proteggerla da danneggiamenti.

A distanza di  400 anni il monumento resta un gioiello, unico ed irripetibile, e come tale da conservare e da esibire con orgoglio… perché lo merita!

La Domenica delle Palme

di Emilio Panarese

Un documento manoscritto relativo alle processioni a Maglie, la domenica delle palme e il venerdì santo, risale alla seconda metà del ‘700[1], ma già prima, nel ‘400[2], il popolo di Maglie col barone e col clero si recava in processione, la Domenica delle palme, presso la chiesetta greca di S. Maria della Scala, dov’era un Osanna o Pasca Sannài o semplicemente Sannà per piantarvi un ramo di ulivo benedetto.

Oggi quell’antica processione non si fa più, ma è rimasto intatto il rito della benedizione delle palme e dei rami d’ulivo.

Dalle prime ore della mattina sino all’ultima messa, sul sagrato della chiesa madre (o della Presentazione del Signore, come oggi è ufficialmente denominata) e delle altre due chiese parrocchiali (del Sacro Cuore e dell’Immacolata), gruppi di contadini, di artigiani e di ragazzi si assiepano con fasci di rami e pallido ulivo e di lunghe foglie di tenera palma.

Una volta benedetti e dopo la messa con il Passio cantato, entreranno nelle case e dei rametti saranno appesi alla cornice di un quadro di un Santo o della Madonna, al capezzale del letto, alla porta d’ingresso, custoditi in mezzo alla biancheria o legati alla rocca del camino oppure torneranno nei campi, in mezzo ai prati, agli orti, alle vigne, su una canna o su un cippo, al centro del fondo, sul portone d’ingresso della masseria o della casa colonica, sui traini, nei pagliai, nelle botteghe,

L’asina sulla cui groppa Gesù aveva fatto il suo trionfale ingresso in Gerusalemme

CIVILTA’ CONTADINA DI FINE OTTOCENTO

 

LA CIUCCIA TI LI PARME

 

Per proteggere gli oliveti dalle gelate primaverili,

i contadini si affidavano all’asina

sulla cui groppa

 Gesù aveva fatto il suo ingresso in Gerusalemme.

 

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

Pedro Orrente, Ingresso a Gerusalemme (1620 ca)

(…) Se le sorgenti d’acqua [1] erano ricchezza da acquisire, i frutti della terra erano beni da tutelare, ovverosia da contendere all’insidia del diavolo, perennemente intenzionato a distruggerli attraverso lo scatenarsi delle intemperie. Di questa difesa, sia pure esclusivamente orientata a preservare gli oliveti dalle gelate primaverili, se ne occupava la ciùccia ti li parme, ovverosia l’asina sulla cui groppa Gesù aveva fatto il suo trionfale ingresso in Gerusalemme, caratterizzato appunto da un festoso agitare di rami d’ulivo da parte della folla.

In memoria di tanto avvenimento, valido a stabilire nnu cumparàtu t’arma (un comparatico spirituale [arma=anima]) fra alberi d’ulivo e asina, quest’ultima, nella notte precedente la domenica delle palme, scendeva a

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