Il Liceo Capece di Maglie e Nuova Messapia per il recupero del Dolmen Chianca

il masso della vecchia
il masso della vecchia

di Paolo Rausa

 

Non accade spesso che in nome della difesa e della valorizzazione del territorio e dei monumenti che vi insistono si formino delle alleanze, ma quando accade si realizza finalmente quella visione olistica dove la cultura sedimentata nel tempo, i segni vistosi monumentali, le tracce che le passate civiltà hanno lasciato, vengono riconosciuti come beni da preservare.

E’ il caso del Dolmen Chianca (il nome del lastricato solare) in località Policarita (dal suggestivo lemma greco) a Maglie, nel Salento centrale fra Otranto e Gallipoli, due ridenti località turistiche ma anche due porti importanti messapici. Per la verità non  mancano nel territorio di terra d’Otranto altre testimonianze che datano al periodo preistorico, come dolmen, menhir o incisioni e pitture rupestri databili al periodo neolitico. In particolare sono da citare il monumento detto ‘Centopietre’ a Patù nei pressi di S. Maria di Leuca, un edificio di culto o un monumento sepolcrale, il cosiddetto masso della vecchia a Giuggianello, una serie di chianche, massi sovrapposti, dalle dimensioni ciclopiche, gli allineamenti dei menhir a Minervino di Lecce e a Giurdignano, le grotte di Porto Badisco con le pitture parietali che raffigurano scene di caccia e scene religiose con lo sciamano che sovrintende a una cerimonia nuziale, dove secondo la leggenda, contesa da Castro, approdò Enea, le veneri steatopigie di Parabita, i resti fossili e umani nelle grotte di Leuca, ecc.

Tutti elementi che definiscono la frequentazione neolitica del Salento, un territorio che trova esemplificazione nel paesaggio pittoresco definito dalle distese degli ulivi, che per la verità ora non se la passano così bene.

E’ merito della Associazione Nuova Messapia, che promuove la conoscenza del territorio, se nel corso delle campagne di ripulitura dai rifiuti abbandonati, alle quali partecipano le scuole, ha  coinvolto gli studenti del Liceo Capece di Maglie  nel rinvenimento di questo monumento che necessità di recupero.  Si è provveduto ad isolarlo dalle erbacce e a far intervenire la Soprintendenza, ma è il lavoro di catalogazione e di studio che ora spetta alle classi. Insieme all’Associazione il dolmen Chianca verrà adottato, verrà proposto un recupero rispettoso e l’apposizione del vincolo monumentale e paesaggistico su di una zona che ha lasciato questa traccia perché sia riconosciuta e preservata.

 

L’insediamento ciclopico rupestre nella campagna di Melendugno (Le)

di Paolo Rausa

Campagna di Melendugno, struttura fortificata

Ulivi e menhir, la terra del Salento nasconde tesori che la natura e il tempo hanno preservato per noi. A Minervino di Lecce e Giurdignano si allineano le pietre itifalliche erette verso il cielo come per innalzare la potenza umana sull’Olimpo. Con il maestro scultore nel duro e venato legno di ulivo Vincenzo de Maglie, originario di qui, raccogliamo l’invito di Donato Santoro a Melendugno per una introspezione bucolica, in dolce compagnia, alla scoperta di tracce del passato, massi sovrapposti in ordine a simulare una casa o un tempio, un luogo sacro.

Partiamo per la zona posta nell’entroterra di Roca Vecchia, porto antico, messapico, posto di fronte a Dyrrachium, punto di arrivo della rotta marittima  che proseguiva la via Appia e di partenza della via Egnazia verso l’oriente, a Bisanzio.

Donato Santoro è un personaggio conosciutissimo a Melendugno, un territorio che ama e che perlustra alla ricerca dei suoi segreti ancora lì da rivelare nella sua compiutezza. Cavaliere e ufficiale al merito, ha dedicato la vita agli altri, amato tanto che i giovani prima di compiere un viaggio o una scelta risolutiva per la loro vita, per es. il corso di studi o la  ricerca di un lavoro lontano, si consultano con lui come fosse un oracolo, che parla a nome della Pizia che a sua volta ha ricevuto l’ispirazione da Febo-Apollo. Donato gira per il territorio, trova un segno dell’uomo e annota, segni vetusti di strutture primordiali, dolmen, specchie, presenze umane che connotano il territorio. Attraversiamo la campagna salentina che rifulge in tutta la sua bellezza primaverile  non prima di una sosta benefica alla pasticceria Elia. A pochi km dal paese sulla vecchia strada Vernole-Calimera ci conduce in aperta campagna, fra gli ulivi verdeggianti non colpiti dal batterio. Le mire su questo territorio minacciano la sua trasformazione da luogo integro e incantato in terminale della linea Tap che porta il gas dal lontano Kazakistan. La gente teme che quest’opera trasfiguri i luoghi e si oppone con tutta la forza possibile. Ci fermiamo in una radura.

Il palazzo ciclopico rurale, Meledugno

All’improvviso appare un imponente castello ciclopico, una struttura mai vista in Salento che ha dei simili nei complessi nuragici di Barumini e di Tharros in Sardegna e nelle mura ciclopiche di Tirinto, nel Peloponneso. E’ un allineamento murario con delle finestrelle in alto che si congiungono in una torre di forma circolare che proietta fuori il suo volume mentre all’interno una feritoia permetteva di ricevere luce e nello stesso tempo di difendere il complesso che si avvale di locali addossati alle mura.

Dai due lati opposti si intravedono dei dolmen sottoposti in parte al terreno forse per successivi riempimenti e fra questi una struttura a tolos, un furnieddhru, consentiva il riparo delle provviste e delle persone. Veramente impressionante questo palazzo nuragico in terra di Salento! Distante da questo qualche centinaio di metri una piccola costruzione con una scritta in latino sul frontone che allude alle messi e al vino, come attività e come piacere. Una chiesa rurale, una locanda? Alla fine della scritta una data: 1715. Si comprende come questo posto abbia conservato un’aurea di sacralità, nei resti di queste pietre che lottano contro il tempo. Ci avviamo a ritornare. Abbiamo cercato di carpire l’anima di quei luoghi, anzi di conservarla. Si vede il segno del tempo su quelle pietre consumate e preservate dal verderame e dai funghi della pietra, mentre con Donato osserviamo le stratificazioni delle ere geologiche su un frammento di roccia raccolto dal suolo. E’ ormai tempo di andare. Salutiamo i luoghi e le persone che intravediamo muoversi e lavorare e pregare e vivere in un ambiente rurale magico, intoccabile.

 

Il complesso megalitico di contrada “Plao”, in feudo di Corigliano d’Otranto, e i suoi Dolmen “Caroppo”

Dolmen Caroppo I
Dolmen Caroppo I

di Oreste Caroppo

un sito che ebbi il grande privilegio di poter scoprire da piccolo, con indescrivibile emozione, durante le mie esplorazioni del territorio! Per decenni era del tutto passato inosservato agli occhi degli studiosi, cultori di “cose patrie” e non solo. Era il 1993, il 16 luglio del 1993, momenti che non si possono dimenticare! Tanto che i due dolmen principali del complesso furono poi battezzati con il mio stesso cognome, sui primi testi che furono pubblicati dopo la grande eco che il ritrovamento ebbe, e non vi è da meravigliarsi data l’ imponenza del più grande dei due dolmen, della sua enorme lastra, o meglio delle sue più lastre litiche orizzontali di copertura disposte adiacenti tra loro, una rarità per tale aspetto, nell’ambito delle manifestazioni del megalitismo salentino, sin ad oggi note.

 

Dolmen Caroppo I e II
Dolmen Caroppo I e II

E queste foto che scattai allora, in analogico, le pubblico per condividerle a tutti, perché son FOTO PREZIOSE, PREZIOSISSIME! Perché? Perché oggi lo spettacolo suggestivo di quel complesso, così come appariva in tutta la sua verginità ai miei occhi, è stato oltraggiato volgarmente! I due Dolmen, almeno quelli, per fortuna son rimasti lì, in piedi, temuti nella loro integrità, e dunque identità, e per questo dai “vandali”, fortunatamente, rispettati, ma tutto il contesto è stato vilipeso, in così pochi anni, certamente a seguito dell’eco della notizia della loro importanza: tutti i massi megalitici intorno ai due dolmen che in queste foto vedete, e che eran sparsi per il sito, taluni anche con interessanti fori, son stati rimossi, asportati, svaniti!

Dolmen Caroppo I
Dolmen Caroppo I

L’enorme banco roccioso affiorante sulla Serra, la collina dorsale tra Maglie e Corigliano, sulla cui cresta sorgeva il complesso (in basso passa l’antica strada rurale Maglie-Corigliano), un banco roccioso a vista, esteso come in pochi altri contesti salentini così, e che accecava per il suo calcareo biancore di pietra leccese, tra le foglie dei fichi, della vite e degli ulivi, piantati in conchette di terra, è stato coperto con terra di apporto, neppure locale, svanite quelle che apparivano come altre ciste dolmeniche, qui documentate nelle foto che aggiungerò; così stesso vile destino per quelle che erano “specchie”, cumuli di pietrame minuto, ma anche talune cumuli ordinati di “chianchette” di pietra naturale lastriforme, giustapposte le une sulle altre orizzontalmente; coperto così con pietre e terra l’evidente ingresso di una grotta, cavità naturale carsica o forse artificiale o semi-naturale, pure qui documentata, che in un simile contesto quanti interrogativi culturali e di ricerca pone per i nostri archeologi!!! Una bacinella rettangolare scavata nella roccia, le tracce di cavatura arcaica lì stesso dei grandi massi e lastroni, coperti! Coperti  mi auguro, perché non vorrei che qualche pazzo abbia fatto persino lì muoversi, tra i dolmen, un mezzo meccanico spietratore e spacca sassi!

Sempre Dolmen Caroppo I dall'altro lato
Sempre Dolmen Caroppo I dall’altro lato
Dolmen Caroppo I
Dolmen Caroppo I
Dolmen Caroppo II
Dolmen Caroppo II

 

Dolmen Resti di un possibile tumulo con cista dolmenica all' interno, di cui restavano questi tre ortostati laterali, e pietrame minuto ... tutto scomparso
Dolmen Resti di un possibile tumulo con cista dolmenica all’ interno, di cui restavano questi tre ortostati laterali, e pietrame minuto … tutto scomparso
Resti di un possibile tumulo con cista dolmenica all' interno, di cui restavano questi tre ortostati laterali, e pietrame minuto
Resti di un possibile tumulo con cista dolmenica all’ interno, di cui restavano questi tre ortostati laterali, e pietrame minuto

Un muro di blocchi megalitici informi (tra i fondi “Plao mea” e “Plao mincio”)), sostituito con un muretto cementato di blocchi squadrati; trafugato il coperchio monolitico di pozzo, circolare con foro maniglia passante sul bordo, che era stato impiegato dai contadini per farne uno “ssettaturu”, un sedile e al contempo una cuccia (a copiata tipologia dolmenica) per qualche cane, nei pressi del trullo che ricadeva in quel fondo (nel podere chiamato “Plao mea”); trullo con la croce raggiata incisa all’ interno sulla sua chiave di volta della tholos, ancora almeno quello, come altri prossimi rimasto in loco! Sopravvissute alcune “spase” di pietrame della civiltà contadina per seccare fichi e legumi, la vela di un vecchio pozzo, e i muretti a secco dei poderi e di alcuni caratteristici terrazzamenti! E poi, persino lì, in questa manciata di anni, dopo la pace ed il rispetto di secoli di lavoro dei contadini che han preservato tutta quella magia incantevole di pietre: due abitazioni costruite nei suoi pressi, una accettabile per stile, in pietra, più accostabile ad una “case colonica”, ma l’altra uno squallore di cemento, una bestemmia realizzata scassando il prezioso banco roccioso! Colpe?! Tante! Di tutti! Anche mia che non ho vigilato, che non ho preteso…ma forse perché ero un bambino!

coperchio monolitico di pozzo
coperchio monolitico di pozzo

dolmen struttura trilitica di poggioreale sulla serra di Corigliano

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Ma queste foto son, se tutti lo vorremo, e tutti riconosciamo il valore e l’incanto di ciò che mostrano, pietre più dure e più pesanti del blocco monolitico più ciclopico di quel complesso, più dell’intera collina, perché ci dicono ciò che c’era, le suggestioni che abbiamo perso, ma che DOBBIAMO E POSSIAMO RIPRISTINARE, RECUPERARE, RESTAURARE ASSOLUTAMENTE!

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NOTA SUL TOPONIMO “PLAO”

Il toponimo “Plao”, richiama il toponimo “Paliceddha”, (italianizzato in Palicella) presente non lontano, in feudo di Maglie, e che di origine griko-salentina, vuol dire piccola “plaka”, piccolo dolmen. La “plaka”, che diventa nel dialetto romanzo salentino, “chianca”, è la lastra di pietra, che puo pertanto, passare ad indicare la tavola di pietra e quindi il dolmen. così a Maglie un grande dolmen è chiamato proprio “Chianca”, come il toponimo della particella in cui insiste, in contrada Poligarita, e un dolmen a Melendugno è chiamato dai locali “Plaka”, in dialetto. La radice “Pla-”, echeggia la radice dei termini greci “Platea”, spazio ampio, di “Platano”, il nostro albero mediterraneo autoctono (il Platanus orientalis) dalle ampie foglie, e in contrada Plao tanto la presenza delle ampie lastre dei dolmen, quanto l’ampia distesa di nuda levigata superficie spianata di roccia calcarea carsica, dove vi erano i megaliti e che ebbi il privilegio di contemplare intatta e scoperta, ben si accordano con il toponimo griko-salentino “Plao”. Il podere Plao, era diviso nel 1993 tra due parenti, di una famiglia di Corigliano, e la porzione più grande nella parte alta della Serra, dove vi erano i due “Dolmen Caroppo”, era chiamato “Plao mea”, in griko “mea”, dal greco “mega”, che vuol dire “grande”; la porzione più piccola posta lungo le pendici terrazzate della Serra, bordata dalla strada antica Maglie-Corigliano, era chiamato “Plao mincio”, dal dialetto locale “mincio”, che vuol dire “piccolo”. L’appezzamento più devastato è stato proprio il “mea”, mentre il “mincio” è tenuto dai suoi proprietari con ben maggiore cura e rispetto per il paesaggio storico-naturale locale! Quando mi avvicinai, nel 1993, con metro, taccuino, penna, bussola e macchina fotografica per rilevare il sito, incontrai l’anziano contadino del fondo “mincio”, che fu ben lieto di condurmi nella proprietà adiacente del parente per farmi vedere i dolmen, quelle “taule de petra”, tavole di pietra, come il trullo presente nel “mea”, ma poi anche il bel trullo presente nel suo fondo, e i terrazzamenti, il lavoro degli avi mi diceva, e poi che forza da giganti, mi diceva, i nostri antenati nel costruire il grande dolmen, e mi mostrava fiero le sue grandi lastre orizzontali molto spesse, “quante persone per sollevarla!? Quanto lavoro e ingegno gli antichi!”, ma l’unico uso che lui aveva visto dai suoi padri per quelle tavole di pietra era fungere da superfici secche su cui seccare al sole d’estate i fichi, per far provviste dolci per l’inverno … quelle pietre enigmatiche avevano trovato un riciclo, un riuso, nella civiltà contadina, ed erano state così rispettate al contempo nel loro enigmatico arcaico mistero, ne avevano aguzzato la fantasia e spinto a simulazioni, laddove possibile, con lastre di pietra però meno mastodontiche di quelle, come nel sedile realizzato vicino al trullo del fondo “mea”!!!

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Il fenomeno dei dolmen nella Puglia meridionale

 

Dolmen Scusi (Minervino di Lecce). Foto N. Febbraro

di Marco Cavalera, Nicola Febbraro

Intorno alla fine del IV millennio a.C. (Neolitico finale) si assiste ad un lento processo di differenziazione nell’organizzazione sociale dei gruppi umani che assumono, sempre più, la forma di comunità sedentarie, dedite all’agricoltura e alla pastorizia.

L’evoluzione culturale e sociale coinvolge anche la sfera dell’aldilà, con la conseguente esigenza di rivolgere maggiore attenzione ai defunti e alle loro ultime “dimore”. A tal proposito si iniziano ad utilizzare piccole cavità artificiali come sepolture collettive, fenomeno che avrà grande diffusione nell’età del Rame, per culminare poi nell’età del Bronzo con una maggiore articolazione e complessità delle tombe a grotticella costituite da una pianta rettangolare, corridoio (dromos) di accesso (non sempre attestato) e cella funeraria vera e propria; quest’ultima si caratterizza per la presenza di un gradino – sedile che corre su tre lati, di nicchie scavate nelle pareti e caditoie sulla volta[1].

Nel Salento meridionale una tomba a grotticella è stata individuata e indagata nel territorio comunale di Specchia, nel sito archeologico di Cardigliano. Lo scavo, condotto nel 1989 dalla Soprintendenza Archeologica della Puglia in località Sant’Elia, ha permesso di rinvenire alcuni vasi ad impasto frammentari, provenienti dall’ambiente ipogeico scavato sul fianco di un basso costone roccioso ed utilizzato come sepoltura collettiva[2]. La struttura era costituita da una cella sepolcrale pressoché quadrangolare, fornita di una banchina sul lato est e di un letto sul lato nord, alla quale si accedeva da un vestibolo mediante tre rozzi scalini. La cella presentava sul lato sud un piccolo vano sub-circolare, dal quale vennero recuperati resti scheletrici umani. Tra il materiale fittile rinvenuto, riferibile all’età del Bronzo medio, vi è un’olla con anse tubolari verticali e una ciotola carenata con ansa a nastro verticale[3].

Alla stessa epoca di utilizzo delle cavità artificiali a scopo funerario risale la realizzazione dei monumenti megalitici noti come dolmen, termine di origine

Giurdignano. Il menhir San Paolo

di Marco Piccinni

Appena fuori dal centro abitato di Giurdignano, lungo quella che è stata definita la strada dei dolmen e dei menhir, all’interno del percorso archeologico del comune, definito il giardino megalitico d’Italia, è possibile ammirare una perfetta forma di sincretismo religioso-culturale costituitosi nei secoli intorno alla cripta di San Paolo.

Sormontata da uno dei menhir più “bassi” di Giurdignano, alto poco più di due metri, una cavità scavata in un basamento roccioso con tracce di affreschi fortemente deteriorati dal tempo e ulteriormente danneggiati da azioni vandaliche, rivela le sue origini, probabilmente bizantine, con degli abbozzi al culto di San Paolo e alla ormai storica associazione alla terribile taranta.

Menhir e cripta di San Paolo

San Paolo, divenuto un taumaturgo per ogni fenomeno di avvelenamento indotto dal morso di animali dopo aver debellato dal suo corpo il veleno iniettatogli da un serpente sull’isola di Malta, divenne anche il “testimonial ufficiale” di un fenomeno tipico dell’Italia Meridionale, con prevalenza nel territorio salentino, che fece discutere uomini illustri di ogni tempo, tra cui anche il grande Leonardo da Vinci:

San Paolo che vince sul mistico ragno che induce uno stato di possessione nel soggetto morso, è rappresentato nella piccolissima cripta di Giurdignano, accanto ad un ragnatela, probabilmente postuma all’affresco insieme ad altri piccoli dettagli  ”ricalcati” intorno alla figura dell’apostolo delle genti.

Affresco di San Paolo

L’associazione di San Paolo alla taranta avvenne con predominanza nel ’700, quando la chiesa cercò di arginare il fenomeno del tarantismo, di stampo tipicamente pagano, intorno ad un piccola cappella di Galatina, con il solo fine di debellarlo e ristabilire l’ordine nella terra dove la leggenda vuole siano sorte le prime chiese cristiane d’occidente. Nello stesso periodo, inoltre, i progressi in campo medico raggiunti nella capitale del regno di Napoli respingevano ormai di netto la teoria della possessione da morso, benchè fosse stata fortemente accreditata nei secoli precedenti, per sposarne una  più razionale focalizzata su un autentico avvelenamento. Questi sarebbe stata la causa di spasmi e tormenti psico-fisici.

All’interno della cripta, tutt’oggi oggetto di culto, è possibile individuare altre figure di santi ai lati di San Paolo. Si ipotizza che in origine fosse utilizzata per usi sepolcrali, ipotesi non suffragata da evidenze archeologiche. Sulla sua sommità tuttavia, adiacente al menhir,è possibile notare un insenatura nella roccia, artificiale, che ricorda tombe bizantine e medievali. Se così fosse non ci sarebbe spazio per nessun stupore. Questa zona è stata fortemente frequentata nei secoli, come dimostrano i rinvenimenti archeologici nelle vicine contrade Quattromacine e Vicinanze.

Possibile tomba sul menhir San Paolo

Il lato nord del menhir presenta sette tacche alla medesima distanza, mentre sulla sommità è possibile notare un foro, probabilmente utilizzato per l’installazione di una croce. Tutti i monumenti/simboli vistosamente legati a culti di stampo pagano vennero progressivamente cristianizzati a partire dagli editti di Teodosio, con i quali il Cristianesimo divenne religione di stato per l’impero romano e il popolo dei Cristiani divenne, da perseguitato, un persecutore. I menhir vennero incisi con delle croci o sormontati con “addobbi” cristiani, le cripte vennero affrescate e gli dei catechizzati.

Anche se molto piccola, questa cripta rappresenta un anello di congiunzione per molti dei culti che hanno segnato in maniera decisiva la storia etnografica del Salento.

pubblicato su http://www.salogentis.it/2012/02/19/il-menhir-san-paolo-di-giurdignano/

Il suono segreto del Megalitismo

ph Luigi Panico

 

di Stefano Delle Rose

L’archeologia accademica tende a relegare il fenomeno del megalitismo in un periodo che va da IV al II millennio a. C. ; in realtà, grazie alle scoperte di ricercatori indipendenti e appassionati, questa datazione si può arretrare fino al 10-15000 a. C.

Un dubbio però ancora non chiarito è come sia stato possibile che in tutto il mondo, culture diverse tra loro e senza contatti reciproci, abbiano utilizzato la stessa tecnica costruttiva, ossia l’uso di enormi blocchi in pietra, il cui peso spesso superava le 100 tonnellate; gli esempi di costruzioni megalitiche sono numerosi: dalla Bolivia, con la perduta città di Tiahuanaco che un tempo sorgeva sulle sponde del Lago Titicaca, alle Piramidi in Egitto; e ancora, i templi maya e le città fenice di Tebe, Delfi, Micene, Tirinto. A noi più familiare risultano la civiltà nuragica in Sardegna, quella Etrusca e nel Salento i popoli pre-Messapico e Messapico.

Che si tratti di templi, mura, piramidi, menhir, tutti questi popoli sono accomunati dall’uso di enormi pietre, megaliti appunto, nelle rispettive costruzioni.

La prima reazione di fronte a queste costruzioni è quella di chiedersi perchè siano stati utilizzati enormi e pesanti blocchi e non tagli più piccoli e

I tufi di Puglia

di Angelo Micello

La Puglia è una monotona distesa di calcari e di una infinita varietà di pietre derivate dalla disgregazione del calcare principale, dette calcareniti. Duri e marmorei i primi, tenere e porose le seconde.

I piccoli granelli di calcare, staccatisi dal banco compatto per diversi fattori (erosione, gelo, ecc..) sedimentati generalmente in ambienti marini e consolidati da leganti carbonatici, riacquistavano nuovamente una discreta consistenza. A seconda della quantità e qualità del legante, dalla durezza e pulizia dei granuli sedimentati e della differente porosità dello strato consolidato si riscontrano famiglie di calcareniti con caratteristiche geotecniche molto differenti.

Si passa da pietre mazzare o carparine, anche difficili da cavare e tagliare a misura, alle calcareniti medie (diffuse su buona parte della Puglia) fino a quella consistenza che sconfina con le sabbie vere e proprie che , appena portate in superficie, si disfano alla pioggia e al vento in pochi anni. Queste ultime le potete riconoscete guardando per esempio i muretti di campagna tra Uggiano ed Otranto sempre in eterno sfarinamento.

Non sempre la calcarenite presenta una consistenza omogenea. Lo strato consolidato può avere stratificazioni con differenti caratteristiche visibili a occhio nudo. E non sempre l’area di affioramento del banco omogeneo è sufficientemente estesa. Là dove lo strato consolidato omogeneo è sufficentemente profondo e di buona estensione, in quel posto è nata sicuramente una cava. Da piccole cave aperte per ricavarci i conci per recintare il fondo o farci il piccolo ricovero di campagna o la volta della cisterna, alle cave he hanno fornito pietra ad una intera città o a tutta una provincia. I segni delle cave nel territorio sono diversissimi. Dai segni appena impercettibili dei tagli per estrarre pochi conci, alle microcave diffuse, in genere in parte rinterrate, fino ad arrivare alle spettacolari buche nel terreno delle cave di produzione vere e proprie. Tutte comunque venivano chiamate tagliate (tajate, tagghiate, ecc..) perchè il tufo appunto si tagliava. Ci sono strati che presentano migliori capacità tecniche scendendo di profondità e allora la cava è profonda, sembra quasi non fermarsi mai.  Oppure addirittura sotterranea. Se invece lo strato migliore era in superficie l’aspetto finale è una cava estesa diffusa nel territorio. I conci, filati a mano sui tre lati con la punta sottile del piccone (zoccu, pico, zappune), ecc.  e poi scalzati da sotto con la lama larga, venivano tirati su a mano o al massimo con l’argano in legno (spitu) o in ferro.  Fino all’avvento del motore a combustione nessun mezzo a traino animale era capace di tirare su un carico di conci dal fondo della cava. Per questo i  percorsi dei traini (tràini) sono rimasti invariati per millenni. Dalle cave agli abitati il percorso era quello e solo quello, col minimo di pendenza perchè il tiro dei cavalli o delle vacche non poteva superare grossi dislivelli. Su queste strade, ovviamente anch’esse di calcarenite, i passaggi delle ruote e degli zoccoli formavano veri e propri binari (cazzature) incassati da cui era impossibile deviare.  Sulla  vecchia via tra Ortelle e Poggiardo ormai il traino scompariva dalla vista infossandosi completamente. Al centro il solco degli zoccoli, sui lati quelli delle ruote, a mezza altezza la risega dei mozzi che strisciavano ormai per terra.

L’enorme base calcarea e calcarenitica ha condizionato l’intero assetto idrogeomorfologico della Puglia. Dal regime delle acque superficiali pressoché assenti, al carsismo sotterraneo, alla civiltà ipogea e la cultura dello sfruttamento delle risorse locali.

L’attività di cavare la pietra tenera da taglio è antichissima.  Dal VIII secolo avanti Cristo in poi l’uomo ha cominciato ad abbandonare i ricoveri in legno e a cominciare a costruire i ricoveri con la pietra. L’avvento del ferro ha consentito il taglio estensivo del banco tufaceo e la produzione di conci sempre più regolari. In alcuni affioramenti sono ancora conservati i tagli di cave di epoca messapica. Nella foto  sotto si vendono i segni di una antica attività estrattiva.

Le pezzature del periodo messapico (ellenistico) sono caratterizzate da dimensioni notevoli.  Blocchi di 50×60x180cm erano lo standard per la costruzione delle mura di cinta delle città fortificate di Muro Leccese, Ugento, Vaste, Castro, Manduria, Cavallino e altre città messapiche. Ancora più grossi sono i conci del Cisternale di Vitigliano. Immensi i blocchi spartani di Taranto, che Virgilio dice posati dal mitico Ercole in persona.

La Puglia non ha mai avuto il gusto della pietra irregolare. Quella al massimo era buona per i muretti di campagna. L’arte messapica e poi romana e l’abbondante disponibilità di tufi hanno creato nei secoli maestranze sopraffine, col gusto dell’assetto, della taglia, dell’immorsatura, dell’intaglio, fino a complicarsi l’esercizio muratorio con le tipiche  facciate barocche o le volte in muratura dette appunto alla leccese.

Della cava non si buttava via nulla.  La polvere del tufo prodotto  dagli infiniti tagli, vagliata ai farnari o alle rezze, si usava per le malte (malte di calce).  Le pezzature strane andavano in fondazione, i conci rotti, a volte impastati col bolo (argille fini con poca calce) riempivano i rinfianchi delle volte o i sacchi interni delle murature più spesse. Era una tecnica derivata dalle fortificazioni aragonesi che associavano un paramento esterno in conci ben squadrati e un nucleo spesso a volte anche molti metri di un conglomerato impastato formato da pietrame, argille rosse finissime (bolo, boliu, ec..) e calce bastarda. Una volta asciugato e cementato diventava monolitico e aveva la giusta plasticità per assorbire senza danni i colpi di cannone. Essendo monolitico non generava spinte laterali e in molti ruderi medievali è più facile che si sia conservato questo nucleo di pietrame che non la facciata esterna di conci squadrati, già crollata da tempo.  Contrariamente a quanto si pensa, se la pietra delle facciate non era eccezionale, anche i castelli e le torri erano intonacate e scialbate a calce. Nel nostro immaginario il castello è fatto di dura pietra mentre molto spesso la pietra più dura era riservata ai soli cantoni, ai decori e alle merlature. Il resto era molto più arrangiato ed economico e spesso intonacato.

Quando mi trovo ad operare in zone agricole, cerco sempre di leggere i segni più apparenti del paesaggio per capirne la natura profonda. Dal tipo di terreno agricolo, se rosso, chiaro, compatto, argilloso, dalla vigoria e dalla taglia degli  alberi piantati, dalla presenza di cisterne scavate e infine dai muri di cinta. I muri raccontano come un libro aperto la caratteristica del terreno. Se non ci sono muri sui confini ci si deve aspettare che lo strato roccioso sia profondo o inesistente a profondità accettabili per la cavatura. Se i muretti sono fatti con pietrame informe la roccia calcarenitica è spesso affiorante o poco profonda, ma non buona a cavarsi perchè non omogenea e facile a spezzarsi. Se sui muri di cinta noto dei grossi blocchi quasi regolari allora in quei fondi o in quelli vicini si è cavato. Spesso si è cavato senza la certezza assoluta di trovare un banco omogeneo e compatto. Si tirava via lo strato superiore (spesso più compatto e tenace, ma non sempre) per esplorare le linee di cava inferiori e di quei primi strati superiori si tiravano fuori velocemente grossi blocchi molto pesanti. Non importava la taglia, la modularità o il peso, venivano velocemente portati sui confini del fondo e allineati in piedi in fila indiana per lungo o per corto. Dalle mie parti quel tipo di concio è chiamato “pentime” e con pentime si indica sempre un concio esagerato fuori misura.

Foto di Carlo Mariano da Picasa Web – Salento

Spesso, sotto il primo cappellaccio nervoso, disomogeneo o venato di durissima calcite, non si trovava il tesoro sperato e la cava veniva abbandonata. Quei cappellacci compatti, quasi dei lastroni di cemento, scalzati e posizionati su altri lastroni hanno formato i dolmen. Per questo i dolmen si addensano su parti ben precise del territorio pugliese, proprio là dove la chiancara è affiorante, distinguibile e già naturalmente scollata dal fondo sottostante. Se il lastrone è pure leggermente sollevato rispetto al terreno, nello strato tenero inferiore ci fanno le tane le milogne (i tassi) o le volpi che vi allargano le filature della roccia e creano dei sistemi di tane con più ingressi e ambienti. Quei fondi spesso prendono il toponimo di “rutte” o “rutticeddrhe”.

La stratificazione e il consolidamento quasi orizzontale nelle acque marine determina dei possibili piani di scollamento ben definiti. Se i lastroni dei dolmen si scollano per dimensioni importanti e per spessori considerevoli, ci sono altre calcareniti, che come la più famosa ardesia, si spaccano in sottili lastre e si usano per rivestire pareti o pavimentare spazi esterni. La più famosa è la pietra a spacco di Alessano, un centro del Basso Salento che dal punto geologico presenta singolari eccellenze. La pietra a spacco di Alessano è la più tenera delle lastre con cui si confronta sul mercato. E’ molto più tenera del porfido o della scorsa di Trani, e viene ancora estratta a mano da volenterosi contadini sulla serra di Alessano che scollano gli strati affioranti e li vendono al quintale.

La proprietà di rompersi secondo un determinato piano, in Geologia è detta clinaggio e le lastre di Alessano si scollano in spessori anche di pochi centimetri sul piano orizzontale, quello appunto di sedimentazione. Il porfido si rompe su ben tre piani tra loro ortogonali (e per questo è facile farci i cubetti dei sanpietrini), e proprio più avanti sulla cresta della serra di Alessano che scollina sul paese di Acquarica è facile vedere calcareniti  compatte rotte in tanti piccoli parallelepipedi quasi regolari. Sono fratturazioni da stress che caratterizzano le pietre più dure e che spesso si osservano proprio nei banci di calcare vero e proprio. Le ho osservate anche sulle strade ad ovest di Spongano, sulla Corigliano-Galatina, e sulla costa di Porto Cesareo e nei lunghi viaggi per Bari dove il calcare o la calcarenite più dura si affacciano spesso  sulla statale.  E’ grazie al clinaggio che è possibile ricavare le sottili lastre che coprono i trulli della Valle d’Itria. Anche questa è terra di buoni calcari: qui si cava e si vende  per esempio la pietra di Cisternino.

Ogni provincia ha le sue cave: Cisternino, Fracagnano, Taranto, Massafra, Lecce, Ugento, Acquarica, Alessano, Fasano, Mottola, Grottaglie, Lizzano, Palagianello, Gravina, Montemesola, Monopoli, Castellaneta, Spinazzola, Copertino, Portocesareo, Gallipoli, Cutrofiano e Canosa. Con queste cave si è costruita mezza Puglia. Le pietre dure (calcaree) hanno il loro regno al nord nel tranese e nella foggiana Apricena. Nel Basso Salento sono famosi i calcari scuri di Soleto, quelli bianchi porcellanei di Castro e Santa Cesarea Terme. Ma è più facile che i nuovi basolati che vanno ricoprendo le piazze della Puglia siano fatti da una delle tante varianti di pietra di Apricena che i tranesi vendono ancora con la vecchia denominazione di pietra di Trani.

Tornando alle nostre calcareniti, che volgarmente usiamo chiamare tufi, e i più pignoli tufi calcarei per distinguerli dai tufi veri e propri che sono propriamente di origine vulcanica e risultano dalla compattazione dei lapilli e delle ceneri vulcaniche (diffuse nel Lazio e in Campania), le cave che ho avuto modo di visitare sono tutte nel Basso Salento. In particolare le cave di Matine che molti confondono col paese di Matino, ma che in realtà è una località a nord di Alessano e che ha fornito all’edilizia una delle pietre più sfruttate per ogni bisogno. Gialla, dura ma ancora lavorabile al taglio della mannara per farci i conci sagomati delle volte (mpise e petre lamie). Sono rimaste poche cave, quasi tutte a conduzione familiare, e per assurdo la pietra superiore rossiccia è quella più apprezzata dalla clientela. Prima la si scartava, non piaceva ai muratori e si passava velocemente alle taglie inferiori più dure e giustamente colorate.

Scollinata la serra di Alessano si ritrovavano le cave a nord di Acquarica. Oggi sembrano un paesaggio lunare. Tanti piccole cave di scarsa profondità a cercare la pietra che valeva la pena tagliare, sperando di cacciare il pezzo da vendere intero dopo tanta fatica a filarlo. I più vecchi per dare del testardo a qualcuno usano dire che aveva la testa dura come la pietra di Acquarica. A noi, cresciuti sulla roccia viva di Castro e Santa Cesarea, non sembrava poi un’offesa tanto grave. Ad Ugento ancora si cava su poche aree ma con una certa professionalità. I proprietari sono dei cavatori storici. Sono le famiglie di Taurisano che coltivano anche le cave sulla Alezio-Gallipoli, le famosissime cave della località Madre Grazia, il più bel carparo in assoluto della Puglia. E’ tanto bello che non lo si vende più a conci, viene tagliato in fette sottili per rivesterire con lo stesso concio quanta più parete possibile. E’ ricercato da artisti e artigiani per farci qualunque cosa. Le pietre di Matine, Acquarica e Ugento si assomigliano, sono gialle e carparine, ma rozze, mentre il Madre Grazie tanto è duro, omogeno e perfetto da sembrare quasi finto.

L’attività dei cavatori non è monopolio dell’interno della penisola. Tracce di cave si trovano anche sulle scogliere carparine ( Torre dell’Orso, Santa Cesarea, ecc.) dove si possono vedere i segni del piccone anche mezzo metro sotto il livello del mare. Dove la calcarenite prende il posto del calcare sulla linea del mare lo spettacolo è assicurato. L’erosione diventa più capricciosa formando falesie, scogli, grotte come nel Gargano, Torre dell’Orso, Porto Miggiano.

Troverete molte descrizioni di varietà e sottovarietà dei tufi calcarei salentini, quello da sapere è che alla fine il muratore faceva solo tre distinzioni pratiche.

La pietra mazzara, quasi un dispregiativo, una iattura da lavorare. La macchina quadratufi si piantava, la mannara, quell’ascia a doppio taglio col manico curvato per non ferirsi le nocche delle mani, anche se usata dal lato del filo più piccolo, faceva solo fumo e scintille. Si teneva da parte per infilarlo intero da qualche parte o per farci qualche rinforzo dove le pressioni nelle murature erano più elevate. E mazzaro finì che divenne l’epiteto che si dava alle persone gravi, poco sensibili, rozze. Era raro che si cavasse e quasi scartato all’origine. Solo l’avvento delle macchine da taglio con motore elettrico nelle cave permetteva di continuare il taglio regolare delle bancate anche passando attraverso strati di pietra mazzara.

La pietra carpara era la pietra di eccellenza per la costruzione. Robusta ma ancora lavorabile. Proprio perchè dura era possibile estrarla in conci molto lunghi. La lunghezza del concio è un fattore estremamente importate nell’arte muratoria. Più è lungo il concio, e maggiore è il meccanismo di ingranaggio per attrito che si crea tra i vari filari. Quasi una tirantatura naturale che coi modesti conci dei tagli attuali non è più possibile ottenere. Chi costruisce oggi in muratura, specie le volte, è costretto a tirantare tutto con pilastri e cordoli di calcestruzzo armato.  Un concio di carparo può arrivare anche alla lunghezza di 4 palmi, quasi un metro. Questi pezzi speciali si usavano per ante sulle porte, per legare angoli, aggettare sbalzi. I menhir sono il monumento alla calcarenite cavata. Un concio medio sui 3 palmi pesa 70 chili e se bagnato anche di più, e  potete capire perchè le scale dei muraturi sono così buffe  coi loro scalini stretti stretti. Un passo alla volta per salire di pochi centimetri senza piegare troppo i muscoli delle gambe. Un manipolo ne tirava su centinaia al giorno, caricandoseli da solo sulla spalla. Li lasciava sulla muratura in costruzione, in fila davanti al  suo maestro. Il maestro era la cucchiara e il suo sforzo non era da meno. Calare quei conci coi soli muscoli delle braccia o dei polsi su ponti di  legno aggiustati alla buona era proprio da maestri.  L’occhio era importante.  Se si dosava la giusta quantità di malta  alla  calata del pezzo bastavano poi pochi colpi di martello pesante per piombarlo e assettarlo. Se le cose andavano male bisognava tiralo su in qualche modo e rimediare. I polpastrelli alla sera erano un misto di calli e sangue. Il carparo non si taglia alla sega. I più teneri, se non contenevano fossili,  si potevano accorciare alla misura col serracchio a due mani, ma più spesso era la mannara a fare la misura. Dopo l’intacca continua sul contorno, il colpo definitivo per lo spacco e poi la rifinitura a squadro della testa.

La peculiarità dei prospetti in pietra carpara era quella di poter rimanere a vista, e di poter essere anche scalpellata per fare ornati anche se più grossolani di altre pietra da scalpello. Molte chiese salentine hanno i prospetti principali e secondari a facciavista. Il carparo, ben accostato, difficilmente faceva passare le acque di pioggia e dopo un po’ si impermeabilizzava completamente con la formazione di uno strato superficiale di muffe ed efflorescenze. Un buon carparo resisteva senza problemi all’erosione dei venti. Il carparo esposto alla pioggia si antica virando sul grigio perdendo il colore originario.

Al livello più basso di durezza della pietra da cantiere era quella tenera, quella sola che il muratore chiamava col termine tufo. Le cave per antonomasia erano quelle di Cutrofiano nel leccese e di Fracagnano nel tarantino. Due pietre quasi simili, bianche, tenere, buone per farci le tramezzature interne o i conci sagomati delle volte. Negli anni settanta si cominciò ad usarlo anche sugli esterni, ma richiedeva per forza l’intonacatura. Negli anni ottanta le cave ipogee di Cutrofiano quasi smisero di produrre e i tufi furono garantiti dalla pietra appena un po più dura di Fracagnano. La pietra, bianca,  è tenerissima, segabile e addirittura gli aggiustamenti di pochi centimetri si potevano fare con la raspa (striglia). Spesso la presenza di fossili (gusci di molluschi, conchiglie, ecc.) ne deprezzava proprio questa caratteristica. I valori geotecnici si riducevano di molto, la pietra lasciata all’esterno senza protezione poteva anche erodersi in breve tempo,  ma la lavorabilità era ineguagliabile.

Una famosissima calcarenite è anche la Pietra Leccese o Pietra di Cursi, il liccisu (o liccisa). Contiene un po’ di marne nella pasta finissima e omogenea e si presta a molte lavorazioni particolari. Essendo conosciutissima per i lavori artistici di molte case, palazzi e chiese salentine,   non mi dilungo sulla sua descrizione.

La struttura di una costruzione poteve essere mista. Pietrame poco squadrato, messo di coltello (di punta, di testa, di taglio, ecc.) serviva per la parte in fondazione. Costava qualcosa meno e fino a pochi decenni fa era ancora possibile trovare un prezzo più basso per questi murature nei contratti edili. Oggi costa tutto uguale perchè i conci, anche quelle artificiali, sono tutti selezionati. La struttura portante poteva essere in qualunque tipo di tufo calcareo, dipendeva molto dalla prossimità delle cave  e dal tipo di pietra che vi veniva cavata. A Lecce o nella Grecia Salentina, vista l’abbondanza quasi esclusiva di Pietra Leccese, si costruiva interamente in pietra leccese. Fondazioni, murature, volte e opere di decoro. Più ci si allontanava dalle cave di pietra leccese (liccisu) e più ne diminuiva l’impiego. Solo le committenze più ricche potevano inviare i traini per chilometri a prendere i blocchi della pietra da scalpello per eccellenza. Nelle costruzioni più modeste ci si limitava ai pochi decori e spesso venivano imitati pure con pietre più povere. Indispensabile e diffusissima era la lastra (chianca) di Pietra Leccese o di Cursi (due grossi bacini di affioramento della calcarenite marnosa)  che veniva ricavata col taglio a sega dal concio base delle dimensioni di 25×35×50 cm circa. Se ne ricavavano quattro, cinque o sei per concio secondo lo spessore desiderato.  Le più spesse potevano essere usate per pavimenti interni. Subivano molto l’abrasione, si consumavano moltissimo lungo le zone di passaggio e si pulivano male. Quando arrivò il cemento furono sostituite quasi integralmente dai massetti di cemento più o meno artistici (seminati, alla veneziana, ecc..).  Sopravvivono solo alcuni esempi di pavimenti di chianche in alcune vecchie case in genere non utilizzate o ristrutturate da moltissimi anni. Oggi il pavimento di chianche viene riproposto anche grazie ai trattamenti consolidanti e idrofughi offerti dalla chimica. Lo si può trovare anche perfettamente calibrato per un montaggio senza giunto. Le lastre più sottili impermeabilizzavano le volte delle coperture e il sistema è ancora oggi reputato tra i migliori sistemi di copertura. Le chianche sostituirono  completamente la copertura a cocciopesto (triula), una sorta di intonaco con capacità idraulica (induriva e non si scioglieva in acqua) che ricopriva i cozzi delle volte in muratura. I livellini di pietra leccese sui parapetti delle coperture (petturrate) furono invece un lusso quasi recente.

Il concetto costruttivo alla base era molto semplice. Si ricorreva al concio di migliore resistenza o di dimensioni superiori allo standard  (i due palmi del cosidetto palmatico  di 20×25x50cm ) solo quando era strettamente necessario. Il maestro migliore era quello che realizzava la migliore struttura partendo dalla stessa dote di pietra in cantiere. Perchè a costruire solo con le pietre migliori, selezionate, lunghe e ben squadrate erano bravi tutti. Se i lastroni di pietra leccese  costavano troppo per  coprire un piccolo corridoio ci si ingegnava a realizzarlo a botte con i conci ordinari. Se l’altezza non lo permetteva si ricorrerava alle tecniche della malizia e se proprio non se ne poteva fare a meno solo allora si mandavano i traini alle cave più lontane per avere il concio lungo monolitico.

Potendosi scegliere la pietra di cantiere, di carparo si realizzavano le murature esterne ed interne, che poi si intonacavano o si scialbavano a calce, in pietra leccese le cornici e i fascioni e tutti i decori esterni, pure i lastroni di copertura dei piccoli ambienti e i gradini delle scale. Spesso pure le appese (‘mpise), cioè i primissimi conci delle volte che sopportano le pressioni maggiori e che  era opportuno fossero ricavate da un unico concio più grosso, fuori misura, opportunamente conformato. Di pietra leccese erano spesso i voltini (‘moichi) delle porte e delle finestre. La pietra più tenera si teneva per le volte dove ogni concio andava lungamente sagomato per fatti suoi per potersi inserire in un complesso incastro di volte a crociera con una particolare cuola ellissoidica al centro. Ogni concio poteva avere il suo nome. Cappello di prete era per esempio il concio che terminava l’unghia d’angolo della volta a squadro, ‘Sammureddrhu era il concio finale delle mpise.

La dimensione dei conci si è standardizzata nel periodo aragonese su quasi tutto il meridione. Dall’unità di misura superiore della canna si passava a quella del palmo. Sulle misure dei conci troverete in rete molte indicazioni (parmaticu, piezzottu, curiscia, testa, ecc.) e anche sulla modalità di posa per realizzare le murature (purpitagnu, muraja, de puntu, ecc..)  Anche la tecnica muratoria si è standardizzata nella dominazione spagnola. Se osservate una chiesa seicentesca o un vecchio castello ci trovate già tutti gli elementi tipici delle costruzioni in muratura dei secoli successivi, dalla misura dei conci alla forma delle volte.

Come dicevano all’inizio, l’arte della muratura a sacco si consolida in periodo aragonese. La matrice dell’impasto è formata da una miscela di argille fini selezionate e calce spenta. E’ la stessa composizione della malta dei giunti delle murature e se ne impastava in grandi quantità quando c’era da riempire le intercapedini interne o i rinfianchi delle volte. L’impasto era chiamato murtiere e il termine è rimasto come sinonimo di insozzamento incontrollato. Nell’impasto fresco si accostavano per bene le pietre di ogni pezzatura e forma compattando meglio possibile realizzando una sorta di calcestruzzo ciclopico. Potendo disporne, perchè in Puglia i depositi naturali erano molto scarsi, si aggiungeva pozzolana, un legante idraulico già conosciuto dai Romani. L’impasto una volta consolidato raggiungeva una ottima consistenza e se fatto con la pozzolana o altro legante idraulico poteva anche non sciogliersi più anche se nella muratura o nelle volte ci fossero state infiltrazioni di acqua. La tecnica era notissima ai Romani, anzi già una legge del 105 a.C. la “lex puteolana faciundo”, poneva l’obbligo di rendere idraulica tutta la malta di calce dei riempimenti murari e altre disposizioni successive posero dei limiti allo spessore dei muri a sacco per consentire l’indurimento (carbonatazione) della malta di calce.  Il termine “calcis structum” latino da cui è derivato il termine calcestruzzo indica proprio l’impasto interno alle murature a sacco (murti tunicati).  Sulla chimica delle malte non mi dilungo perchè merita un articolo a parte. Ricordo solo brevemente che il calcare (puro) cotto è il componente esclusivo della calce usata in edilizia e che il moderno calcestruzzo è una miscela intima di argilla e calcare cotti fino a incipiente vetrificazione.  

 Le infiltrazioni di acque all’interno della struttura o del concio sono spesso letali. Tutte le prove di laboratorio dimostrano che la calcarenite perde almeno il 30% delle propria resistenza a compressione e a trazione se bagnata. E pure un pessimo rinfianco fatto solo di argille e pietrame senza consolidante si poteva liquefare con l’intrusione di acqua e ingenerare spinte laterali maggiori di quelle previste. Pure la malta di sola argilla rossa (bolo) poteva liquefarsi e il tutto si trasformava in una pericolosa disarticolazione degli elementi della struttura. Molte costruzioni di campagna, appena non hanno avuto la solita cura dei lastricati e dei prospetti, sono andate in malora. Quasi sempre è proprio il crollo dei rinfianchi a manifestarsi per primo. Nel passato la malta è stato il punto debole delle murature. In origine non serviva per incollare i conci tra loro, ma solo per realizzare uno strato di contatto e di ripartizione delle tensioni tra un concio e l’altro. Se due conci dovessero poggiare soltanto su pochi punti di contatto la rottura dei due conci sotto i carchi sovrastanti è inevitabile. Per questo si stendeva un feltro di qualunque cosa, terra rossa, tufo o malta di calce vera e propria.

Le malte avevano caratteristiche tecniche inferiori ai conci e per questo la presenza di uno strato troppo grosso di malta (o terra) riduceva la capacità portante della muratura nel suo insieme. L’unico modo per ovviare al deprezzamento statico della muratura era curare la planarità delle facce e l’accostamento accurato dei giunti fino a ridurli a uno spessore di pochi millimetri. Nelle costruzioni in pietra calcarea o in pietra leccese, dove la scelta di un ottimo materiale di base denotava fin dall’inizio il bisogno di ottenere una muratura di capacità medio-alte, il filo del giunto è appena visibile. Questo richiedeva dimensioni perfette dei conci (alla taglia) e la posa in opera con maestria. Tutti noi sappiamo quale è il termine che indica la malta nel dialetto salentino, ma se questa aggiustava le cose in qualche modo, compensando la scarsa qualità dimensionale dei conci o l’imperizia del muratore, la presenza di grossi giunti squalificava di molto l’opera. Nei primi decenni del secolo passato una delle prove per accettare l’opera era quella di infilare un coltellino nei giunti e regolarsi di conseguenza circa la profondità dello sprofondamento. Con l’avvento del cemento, che pure nelle malte da costruzione si è affermato con molto ritardo, qualunque malta di sabbia e cemento ha capacità superiori alla migliore pietra calcarenitica disponibile e il problema non si pone più.

L’acquisto dei tufi era un momento importante nella vita di un pugliese. Se nel periodo della fanciullezza il padre si premurava di acquistare per il figlio maschio un lotto edificatorio (sidile) alla maggiore età si  cominciava ad accatastare i conci per la futura costruzione. Nell’edilizia dei secoli passati la spesa della muratura in opera era quasi il costo dell’intera casa. Oggi è l’esatto contrario. I conci caricati a mano nella cava e scaricati ancora a mano venivano preventivamente quadrati ad uno ad uno a mano per ridurli alla taglia. Negli anni questo lavoro fu affidato alle quadratufi  e oggi molte cave producono conci perfettamente rettificati già al primo taglio di cava.

“tagliate” dismesse in territorio di Nardò

L’avvento dei solai piani e la produzione dei blocchi per muratura confezionati col calcestruzzo pressovibrato, poi dei laterizi alveolati e infine dai calcestruzzi alleggeriti o termoisolanti hanno dato un duro colpo all’attività estrattiva dei tufi.  Anche le norme sulla tutela della salute dei lavoratori hannno contribuito a far scomparire dai cantieri il  pesante concio di pietra naturale. Una risorsa, culturale ed economica, che a fronte del danno derivante dalla trasformazione di parte del territorio interessato all’attività estrattiva restava tuttavia ecocompatibile quasi al 100%. Nessun petrolio per cuocerli nessuna discarica speciale per riaccoglierli a fine carriera. Se ancora una casa degli anni cinquanta è possibile demolirla e ricavarci farina di tufo quasi al 100%, le attuali case sono rifiuto speciale al 100%.

Se avete lo sguardo curioso vi sarete accorti che da qualche anno si rivedono in giro nuovamente edifici col rustico realizzato in tufo. Nessun laterizio o blocco di cemento. I loro padroni non sono i soliti nostalgici del passato, ma gente che si è messa a fare bene i conti e ha scoperto che il sedicente progresso costa e non mantiene tutte le promesse. Ma di questo parleremo negli articoli successivi, molto più tecnici e specialistici ai quali questo articolo è solo una veloce premessa.

Terminologia: tajata, filatura, zoccu, pico, zappune, palancu, palamina, cugnu, spitu, nsartu, trozzula, rezza, farnaru, piezzu, cuccettu, pentime, parmu, liccisu, mazzaru, carparu, tufu, tufaru, sapunaru, pilumafu, cuzzaru,  tinciularu, quadrare, basciatura, parmaticu, purpitagnu, muraja, testa, chiamentu, schiamentu, misura, scarciu, vantaggiatu, spalla, marteddrhu, mazzetta, squadru, chianula, brusca, strija, chiummu, rivellu, cucchiara, cardarina, consa, cauce, cimentu, pala, roddrulu, triula, irmice, utticeddrha, sterna, scarda, ligna, corda, taja,  pedimenti, chianca, chiancune, scalune, pede e malizia, arcu e malizia, volta, maddrhotta, a squadru, a spigulu, a utte, cavetta, sammureddrhu, mpisa, cappeddrhu e prete, petre lamie, lamia, liama, mescia, cozzu, chiai, petturrata, rivellinu, mojcu, murtieri, inchimentu,  cazzafitta, traìno, quadratufi, manipulu, frabbicature, mannara,  capicanale.

 

per gentile concessione di Angelo Micello, che si ringrazia per la cortesia. Grati anche a Carlo Mariano per la foto contenuta nell’articolo. L’articolo è stato pubblicato sul blog dello stesso Autore, cui si rimanda: http://www.micello.it/?s=tufi+di+puglia   e su Spicilegia Sallentina n°7.

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