I nostri fichi


 

di Armando Polito

Passerò in rassegna le varietà da me conosciute ancora presenti nel territorio di Nardò, nonostante l’antropizzazione del territorio e motivi di carattere economico abbiano pesantemente declassato fino a renderlo irrilevante un frutto che nell’economia rurale aveva fino a sessant’anni fa un posto di primissimo piano. Il lettore noterà che questo mio scritto è grondante di punti interrogativi. Lo interpreti come un mio limite ma soprattutto come una richiesta del suo aiuto…

ARNÉA

 

É una varietà invernale; il nome suppone un latino *vernèa, forma aggettivale con la stessa derivazione dell’italiano letterario verno, per aferesi da inverno e questo dal latino hibèrnu(m)=invernale (sottinteso tempus=stagione), probabilmente con aggiunta in testa della preposizione in. Proprio la caratteristica della maturazione e la stessa terminazione in –ea escluderebbero una derivazione dal latino medioevale hibernicus, variante del classico hibèricus=spagnolo, che presupporrebbe, invece, un riferimento alla terra d’origine. Di fichi invernali parla Catone nel brano a e Columella nel brano c leggibile nel link riportato più in basso alla voce FRACAZZÁNU.

 

CAMPANIÉDDHU

 

Evidente la derivazione del nome dalla forma simile a un campanello.

CAŠCITIÉDDHU  

 

Probabilmente per la forma appiattita che evoca un piccolo contenitore (cašcitèddha, diminutivo di càscia a Nardò significa piccola cassa e a Salve e Vernole scatola) e per il fatto che la polpa  la polpa è spesso cava all’interno; a meno che non sia originaria di Cascito (frazione del comune di Foligno).

 

CULUMBÁRA

 

Varietà molto precoce; il nome è forma aggettivale da culùmbu=fiorone, dal latino corýmbu(m)=corimbo, dal greco kòrymbos=cima, infiorescenza.

 

DELL’ABATE

 

Il nome appartiene presumibilmente, come SIGNÙRA,  al gruppo di quelli legati ad un dedicatario, la cui identità, com’è facile intuire, è quasi impossibile  individuare.

 

FRACAZZÁNU IÁNCU, FRACAZZÁNU RUSSU e FRACAZZÁNU RIGATU

   

Vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/12/04/una-delle-varieta-di-fichi-in-estinzione/

 

INDRISÍNU

 

Deformazione di brindisino (per aferesi di b– e metatesi a distanza  di –r-), con riferimento al luogo d’origine.

 

MILUNGIÁNA

Evidente la somiglianza con la melanzana.

 

NAPULITÁNA

 

Riferimento al luogo d’origine.

 

PÁCCIA

 

Il nome potrebbe essere dovuto alla forma strana (a trottola ma molto schiacciata e con peduncolo cortissimo) ma anche ad altre due caratteristiche: la pianta raggiunge rapidissimamente dimensioni notevoli e il frutto a maturazione tende a spaccarsi.

 

PURGISSÓTTU

 

Il corrispondente italiano è brogiotto, forse da  Burjazot, nome della città spagnola di origine. La voce neretina sembra derivare direttamente dalla voce spagnola, con passaggio b->p-, sincope di –a-, passaggio –z->-ss– e regolarizzazione della desinenza. Per dare un’idea della persistente difficoltà etimologica riporto solo due testimonianze, la prima più datata, la seconda più recente: a) In Dendrologiae naturalis scilicet arborum historiae libri duo di Ulisse Aldrovandi,  Battista Ferronio, Bologna, 1668 pag. 430: Celidonius noster Bononiensis Geoponicus has delectas, & a se cultas ficorum species molles praebet legendas, Brogiottorum scilicet, quos ita dictos crederem prae summa sui dulcedine ab Ambrosia Deorum cibo, quasi Ambrosiottos… (Il nostro Celidonio autore bolognese di un trattato di agricoltura presenta queste tenere varietà di fichi scelte e da lui coltivate come quelle da tenere in più alta considerazione, cioè quella dei Brogiotti, che crederei così detti per la loro notevolissima dolcezza dall’ambrosia cibo degli dei, quasi ambrosiotti…). b) Nel Vocabolario etimologico della lingua italiana di Ottorino Pianigiani, Società editrice dante Alighieri di Albrighi e Segati, Roma, 1907: deriva dall’equivalente portoghese borgejote, borjaçote, che trova spiegazione in borjaca=spagnolo burjaca, sacco, bolgia, dal latino bursa borsa. Fico di color paonazzo che matura verso la fine di settembre e che più degli altri ha la forma di borsa o sacchetto.

 

QUÁGGHIA

Vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/12/04/una-delle-varieta-di-fichi-in-estinzione/

 

SANGIUÁNNI

 

Dalla precocità (24 giugno, festa di San Giovanni) nella produzione dei fioroni.

 

SANTANTÓNIU

Dalla precocità (13 giugno, festa di San Antonio da Padova) nella produzione dei fioroni.

 

SÉRULA

Da un latino *sèrula=un pò tardiva, diminutivo del classico sera? Oppure dal toponimo sardo Sèrula?1. O dalla voce del Tarantino (Grottaglie) sèrulu=orciòlo, corrispondente al neretino ursùlu? Sarei grato a chiunque mi aiutasse a dipanare la matassa, dal momento che nulla so sulla presunta maturazione tardiva di questo fico né tanto meno sulla sua forma, come dimostra l’assenza di foto.

 

SIGNÚRA

Il nome (se non è riferito, come probabilmente per DELL’ABATE,  ad un  dedicatario, la cui identità, fra l’altro, è  pressoché impossibile individuare ) è forse a sottolineare la prelibatezza degna di una signora, ma non escluderei nemmeno una maliziosa allusione di carattere sessuale.

 

TRUIÁNU

      

Probabilmente dal luogo d’origine (Troia, in provincia di Foggia).

 

 

UTTÁRA

Corrisponde all’italiano dottata, forse da Ottati, nome di una località in provincia di Salerno. Ferdinando Vallese nel suo trattato Il Fico, Battiato, Catania, 1909, fa risalire il nome Ottato al latino optatus= desiderato.

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1 Ho trovato questo toponimo in Goffredo Casalis, Dizionario geografico, storico, statistico, commerciale degli stati di S. M. il Re di Sardegna,  Marzorati, Torino, 1846, pag. 218.

 

 

 

Ottimo report e… quanti ricordi! Ricordo che da piccolo si andava a raccogliergli e mangiarli direttamente sugli alberi delle campagne Leccesi (verso lo stadio). Di tutti quegli alberi e varietà oggi ne rimangono ben poche, gli altri sono tutti sotto il cemento delle periferie che avanzano verso il mare…
I miei preferiti erano i CAŠCITIÉDDHI anche perchè le api spesso e volentieri depositavano alla loro base dell’ottimo miele!
Redazione:

Questo saggio è da manuale, caro Armando. Complimenti ancora!

Una varietà mi sembra sia sfuggita: la fica mele. Ti risulta? Vecchi ricordi me la indicano come tra le più dolci e buone

Un dubbio atroce: milungiana o minungiana? Finora l’ortaggio l’ho sempre chiamato con il secondo dei due

 

Maria Antonietta

Non per mettere i puntini sulle iii….ma non trattasi di un ortaggio. E’ una infruttescenza (= frutto) dal nome “sicono”, all’interno sono tantissimi fiori trasformati.

giusta precisazione! grazie

 

Armando Polito

La fica mele è la prima volta che la sento (eppure ho i miei anni…); quanto a milungiàna/minungiàna il Rohlfs per Nardò registra entrambe le forme. Debbo, però dire, che ho sentito più spesso usare la seconda, anche se in casa mia (per questo motivo l’ho scelta) si è sempre usata la prima. Quanto al saggio, meglio chiamarlo “assaggio”….

 

Armando Polito

Per mettere i puntini sulle i, ma anche per aggiungerne, com’è dovuto, una…: il fico si chiama milungiàna/minungiàna proprio per la somiglianza (nella forma e nel colore) con l’ortaggio (melanzana) e l’inflorescenza e infruttescenza del fico si chiama siconio.


Redazione

rileggendo mi vengono in mente gli aggettivi attribuiti ai fichi. Innanzitutto “scritta”, quando è ormai matura. All’opposto “ìfara” (acerba); “cacata”, in avanzata maturazione. Se non erro si dicono anche “mpitruddhate” quando la maturazione non è stata completata a causa delle avverse condizioni metereologiche

Nino Pensabene

Ieri avrei voluto intervenire per integrare le varietà di fichi con altre che – ricordo – la Giulietta teneva segnate in una pagina delle sue agende o quaderni. Purtroppo non sono riuscito a trovarla questa pagina. Prometto che appena la troverò sarà mia cura darne notizia. Così, a memoria, ricordo che ci devono essere delle varietà qui non citate, così come scopro la novità – per me – delle “fiche campaniéddhu”, “cascitiéddhu”, “purgissòttu”, “quàgghia” e “trujanu”.
Nelle campagne di Copertino, in 45 anni di permanenza, non li ho mai sentito nominare. Può darsi che vengono presentati con altri nomi: ecco perché la necessità di confrontarli con quelli che – ne sono sicuro – la Giulietta cita con altri nomi.
Ricordo, a proposito, che la stessa Giulietta lasciava ‘in letargo’ questa pagina perché diceva avrebbe voluto completare la nota, aggiungendo altre varietà delle quali non ricordava il nome e che nessun contadino le sapeva più indicare.
Riferendomi alla nota della Redazione, confermo la “scritta”, metafora di riga bianca sul fico data dalla buccia aperta (spaccata) per avvenuta maturazione; confermo “tìfara”, qui a Copertino, per “acerba” e anche “mpitruddhate” per il motivo spiegato. In quanto invece all’essere “cacata”, non lo è per eccessiva maturazione ma perché punta o “pizzicata”, non ricordo se da un particolare tipo di mosca o verme. Infatti “cacata” sta per “sporcata”, e chi ricorda l’interno del fico in questa particolare condizione sa che ha il colore del cioccolato, dicat delle cacarelle: in sintesi come se qualcuno avesse cacato dentro il fico.

LUIGI CATALDI

Caro Armando, ma pot’essere ca te rascordi sempre la fica “minna”?! pot’essere ca ete quiddhra ca chiami “napulitana?”
aspetto conferma. Buona settimana a tutti!

 

Armando Polito

Sarebbe stato impossibile per me non ricordarla con quello che evoca nel suo nome, ma a Nardò non l’ho mai sentita nominare. Dubito che uno studio di ficologia comparata possa chiarire definitivamente se corrisponde alla “napulitana”.

 

Francesco

Se posso essere utile informo che a Latiano ho sentito parlare di fica ‘ngannamele o ‘ncannamele, ma non mi ricordo com’è. E’ molto diffusa e comune la fica janculedda che non ho visto nell’elenco, probabilmente interessa piu la zona morgese che il salento?

Salvatore Calabresevorrei aggiungere l’aggettivo attribuitivo ^^nnigghiata^^ ossia il fico che all’esterno sembra maturo mentre la polpa interna è secca come la crusca (canigghia). Inoltre, mi risulta che la denominazione di ^^S.Giuanni ^^ si riferisce ad un fiorone che matura nel periodo di S. Giovanni e il relativo fico, che nasce da quell’albero, lo si definisce ^^culumbara^^ perchè è il fico più precoce che matura quando ancora su altri alberi ci sono ancora i fioroni (culumbi). Per quanto concerne il miele che si crea sul fico non è assolutamente dovuto alle laboriose api ma si tratta di una linfa concentrata e zuccherosa che il frutto secerne quando è ben maturo. Vorrei aggiungere ancora che a Nardò lu ^^ fracazzanu rigatu^^ è correntemente definito ^^fracazzanu pintu^^.

Redazione

un lettore mi ha mandato un messaggio dicendo di aver mangiato proprio in questi giorni delle prelibate “fica sessa”, il cui albero si trova in un appezzamento tra Galatone e Galatina

manca la fica Rizzeddra, la migliore in assoluto, con la pelle che è quasi un velo inesistente, docissima da matura, che sa quasi di spezie, piccola da infilare in bocca in un sol colpo.

 

nino pensabene

Ho trovato la pagina di cui in un mio precedente commento ho fatto riferimento. In effetti, dal modo come sono scritte le varietà di fichi che riporterò qui di seguito, si deduce (per lo meno lo deduco io che conosco il modo di condurre la ricerca da parte di Giulietta) che non si tratta di una ricerca completata ma solo delle varietà coltivate nei nostri fondi, soprattutto a “La Corte” dove fino alla prima metà del Novecento il ficheto era a coltivazione intensiva.

JETTE
PILOSE
PACCE
FRACAZZANI ( JANCHI – NIURI)
CANNAJANCHE
UTTATE
PALUMMARE (JANCHE – NIURE)
PITRELLE
CHIANGIMUERTU
BORSA TI MELE
MINUNGIANE
MINUNCEDDHRE
PUTINTINE
NAPULITANE
ARNEE
TI NATALE
TI LA SIGNURA
TI L’ABATE
TI LU PAPA
CULUMMARE

 

nino pensabene

In un altro appunto trovo ancora “la FICA PANITTERA” e “la FICA LONGA”.
In più, fra quelle già citate, noto che anche “li UTTATE”, “li CHIANGIMUERTU” e “li BORSA TI MELE” sono nella varietà “JANCHE e NNEURE”.

Fra i fichi fioroni trovo annotati:

– PITRIELLI
– CULUMMARI
– TI SANTU ITU
– URGIALURI

MOLTO MA MOLTO BELLA QUESTA VOSTRA RICERCA.

Se vi invio una foto di una mia varietà di fico potrebbe classificarmela?

Le sarei molto grato.

Giuseppe Litta

 

armando polito

La ringrazio per i complimenti e mi scuso per il ritardo dovuto a morte del pc (meglio lui…) dopo un decennale onorato servizio. In riferimento alla sua domanda spero di non deluderla essendo io non un botanico ma solo un inguaribile curioso assetato di conoscenza. Comunque, forse solo nel nostro caso tentare o essere tentati non è peccato, nemmeno in senso laico.
Può inviarmi la foto all’indirizzo in calce e, possibilmente, indicarmi l’eventuale nome con cui il fico in questione potrebbe essere stato, magari occasionalmente,da altri identificato e la zona di allocazione,anche se essa potrebbe non coincidere con quella d’origine.

 

antonio

Faccio vivi complimenti per la ricerca, ma devo assolutissimamente integrare l’elenco con la tipologia “albaneca”. E’ il tipo di fico che matura da ultimo rispetto agli altri, da cui, ritengo, il nome : nega l’alba. Molto diffuso nel territorio galatonese e va mangiato con la buccia, saporitissima.

 

Da Sabato Santo a Pasquetta. La gran settimana a Maglie e nel Salento

di Emilio Panarese 

Sabato santo

Alcuni anni fa la cerimonia della Resurrezione, che oggi si celebra a mezzanotte, si anticipava al mezzogiorno del sabato.

Si disfa il Sepolcro e, se i fiori sono ancora freschi, si adoperano per ornare l’altare maggiore. Chi ha portato il piatto di grano tallito, va in chiesa a riprenderselo: lo seppellirà tra la terra dell’orto o del campo o lo brucerà in casa, perché altrimenti, se profanato, gli sarà negato un buon raccolto. Ma oggi nessuno più è succube di questa superstizione.

Al resurrexit era una gran festa: si sonavano a distesa le campane (se scapulâne: dal lat. excapulare,”si liberavano dal cappio”), si sparavano i fucili in aria o contro la caremma[1]); in chiesa, in casa, per le strade si batteva con gran rumore sulle panche, alle porte, ai portoni, contro le spalliere dei letti e venivano ridotte in più cocci le vecchie stoviglie di casa.

Il fracasso era veramente infernale: tutti si picchiavano a vicenda con forza, de santa raggione, così che, a furia di pacche, molti si snervavano, col vantaggio però di essersi scrollati di dosso, con quei colpi …lustrali, anche i più grossi peccati:

Lu sàbbatu de Pasca a mmenzitìe,

ca te lu campanaru scapulâne

tutte quattru mpacciute le campane,

ci cchiù se scia mbrazzannu a mmenzu vie

e a botta de papagne se sciummâne.

(Nicola G. De Donno)

 

Anche gli apprendisti (discìpuli) le prendevano dal maestro di bottega e le discìpule dalla sarta o dalla maestra ricamatrice e così forte da piangere veramente (cu ttuttu lu core) come nei seguenti quattro endecasillabi a rima baciata:

Sàbbatu santu, currennu currennu

ca le carúse vannu chiangennu,

vannu chiangennu cu ttuttu lu core,

sàbbatu santu cuddure cu ll’ove.

Era ritenuto fortunato chi nasceva o era battezzato in questo giorno, tanto che se era maschio o figlio di povera gente, una volta adulto, veniva incamminato al sacerdozio a spese del Capitolo, perché essere sacerdote in un paese rurale come Maglie significava un tempo godere di franchigie fiscali, del beneficio ecclesiastico, di immunità e sicura promozione sociale.

Anche il sabato santo c’era la processione: durante l’ultima guerra alcune truppe polacche dislocate a Maglie solevano festeggiare la festa di Cristo risorto, portando per le vie del paese su un carro di guerra, seguito da molti fedeli, la statua del Redentore.

Ma il giorno di sabato santo è soprattutto il giorno della cuddura, una delle poche tradizioni magliesi ancora in uso.

La cuddura[2] (dal greco kollùra) è un grosso tarallo o dolce di pasta frolla, intrecciato o no, cotto nel forno, con una o più uova sode in numero dispari[3] nel mezzo o tutt’intorno, che una volta si consumava solo il lunedì o il giovedì in Albis.

 

Anche l’origine di questa tradizione forse è pagana e continuerebbe l’usanza che avevano le cestefore di portare oggetti mitici dinanzi alle statue di Cerere e di Proserpina nelle processioni di febbraio, luglio e novembre, come pagano era l’uso di mangiare, il 17 marzo, nella sagra di Libero Bacco (Liberalia) l’uovo sodo, immagine del mondo, inizio di tutte le cose.

Agnello pasquale di pasta dolce – Santa Cesarea Terme: sagra della cuddura (coll. priv. Nunzio Pacella)

 

Le cuddure hanno forme e nomi vari; appena uscite dal forno, si nascondono in casa per la scampagnata del lunedì. Se ne fanno rotonde, intrecciate, a forma di delta, di staffa, di paniere, di pupa, di stella, di cuore, di angelo, di margherita, di uccello, di galletto, di colomba, di tartaruga, di fischietto, oppure a forma di tromba, con due protuberanze laterali e l’uovo nel mezzo, come quelle, magistralmente lavorate, che si sono esposte nella Mostra della cuddura a S. Cesarea Terme[4].

Molto diffusi a Maglie la pupa e il campanaru.

cuddura con pasta dolce

 

La pupa è una cuddura a forma di bambolina con le treccine di pasta, con due chicchi di caffé e due acini di pepe al posto degli occhi, grani di riso e senape al posto della bocca e del naso. Ha le braccia incrociate nell’atto di portare un uovo sodo che fa capolino dalla pancia; mentre il campanaru ha forma cilindrica e due uova alla base.

Non manca chi ancora si diverte ad ornare agnelli, galletti e colombe con nastrini colorati o con ritagli di panno rosso tagliuzzato (viddusi, “vellosi”) al posto di creste o di ali.

In quanto alla qualità, vi sono quelle di tipo rustico e quelle di tipo dolce. La prima, secondo un’antica tradizione magliese, si fa in questo modo: si prende della farina di grano, si scalda un po’ d’acqua e vi si scioglie un po’ di lievito di birra, si aggiunge un pizzico di sale e si lascia lievitare per circa un’ora. Dopo che la pasta è ben lievitata, si passa all’impasto e, dopo aver dato la forma voluta, dentro si mette un uovo sodo con tutta la scorza. All’ impasto alcuni aggiungono olio e cipolla tritata.

Cuddure magliesi

 

La cuddura di tipo dolce, di pasta frolla, si ottiene invece mescolando farina di grano, strutto, uova, lievito e zucchero. Si lavora bene la pasta, a cui si possono aggiungere pezzi di noce, si dà la forma desiderata e si mette nel forno sino a completa cottura.

Un secolo fa le giovanette solevano donarle ai fidanzati nel giorno di Pasqua.

Se ne vannu prima le cuddure ca lli panetti si diceva una volta per significare che a volte muoiono prima i giovani che i vecchi.

 

Pasqua

Per evitare le più gravi sventure è obbligo per tutti ascoltare la messa e divieto assoluto di recarsi al lavoro: bisogna ad ogni costo intervenire alla benedizione e vestire gli abiti più belli; persino le umili fornaie, per le quali tutti i giorni sono uguali, s’agghindano.

De la strina se mmuta la ricina,

de la Bbifania se mmuta la signurìa.

de Pasca e de Natale se mmútane le furnare.

 

Anche qualche albero, spoglio per tutto l’inverno, ora che è venuta la Pasqua, se mmuta, indossa un nuovo vestito di foglie:

A fica nu ffila e nnu ttesse,

ma te Pasca vistuta se nn’esse.

Tutti, nessuno escluso, in chiesa quel giorno, anche le bestie, se è possibile: Porci a mmissa la mmane de Pasca!, proverbio che si usa anche per indicare un fatto straordinario, inconsueto.

Assai gradita è ai contadini la Pasqua d’aprile (Pasqua alta) [5], specialmente quella rugiadosa o piovosa che fa sperare in un buon raccolto; come nei seguenti ditteri distillati dalla secolare clessidra del tempo:

Natale ssuttu e Ppasca muttulusa.

se oi cu bbegna l’annata graziusa;

Natale lucente e Ppasca scurente,

se oi cu bbegna bbona la simente;

o come in questi altri con qualche piccola variante:

Ci oi cu bbiti l’annata cranosa,

Natale ssuttu e Ppasca muttulosa;

ci oi cu bbegna na bbona ‘nnata,

Natale ssuttu e Ppasca mmuddata.

Se invece essa cade di marzo (Pasqua bassa), quando i terribili danni delle gelate e delle grandinate fanno temere per il raccolto futuro e quando la terra ha pochi frutti da offrire, porta carestia, fame e morte:

Pasca marzotica, o murtalità o famòtica.

 

A mezzogiorno tutti a tavola per gustare l’agnello di pasta di mandorla. Tanto Natale tanto Pasqua, i due giorni più solenni dell’anno, vanno goduti nell’intimità familiare:

De Natale e dde Pasca cu lli toi,

de Carniale cu cci oi.

Bisogna godersela questa festa eccezionale, perché il giorno dopo si tornerà al travaglio usato; i giorni lieti sono fugaci e assai rari e non sempre ci si può godere né astenere dalla dura fatica:

Ca nu ssempre è Ppasca.

 

Finita a llu Riu

Le feste pasquali si concludono, in tutto il Salento, con una scampagnata, una colazione all’aperto, il lunedì o il martedì o il giovedì dopo Pasqua, ai confini del paese o poco fuori, detta finita (dal lat. fines, “confine”), com’erano chiamate le grosse pietre informi che segnavano il confine tra due feudi o tra due estese proprietà.

Una finita

 

Qualche decennio fa i magliesi erano soliti il lunedì di Pasqua fare la finita (talvolta oggi si preferisce darsi appuntamento in qualche ristorante della costa) in alcune campagne o a mezzo miglio da Maglie, sulla via per Gallipoli, in un boschetto posto in una lieve salita, detto lu Riu (Riu, Rio, Ria, Vria, Uria, lo Ria, Loria in loco detto lo Monterone o lo Montarroni, in antichi documenti) [6].

Agli inizi del secolo scorso invece la mangiata o finita o paneiri si faceva, non il lunedì ma il giovedì dopo Pasqua, in un luogo poco distante da lu Riu, sempre in località Muntarrune e precisamente a llu Frabbàlli (dal nome di una cappelletta rurale o grancia di S. Giuseppe, vulgo detto lo Balli de jure patronatus del Rev.do Capitolo di Maglie). L’agiotoponimo Frabballi è poi passato a significare, nel dialetto magliese, ” luogo segreto, nascosto”: “A ddu a teni scusa, ssutta lu Frabballi?”.

 

note al testo 

[1]La caremma o quaresima, dal lat. quadragesima dies, spazio di quaranta giorni dal mercoledì delle ceneri alla Pasqua, immagine della Moira, della parca Cloto, che fila il destino degli uomini, simbolo della penitenza quaresimale, della mestizia, della mortificazione dei sensi, del digiuno, del duro lavoro, viene bruciata in questi ultimi anni su una fascina di sterpi al Largo Madonna delle Grazie. È un fantoccio riempito di paglia coperto da una maglia scura o da un panno nero e da un fazzoletto che fa vedere solo la faccia. Ha in mano il fuso e la conocchia ed è intenta a filare la lana. Sotto i piedi le si mette un’arancia con sette penne infilzate a raggiera quante sono le settimane della quaresima. Alla fine di ogni settimana se ne toglie una. Il giorno di Pasqua, quando le campane suonano a distesa, “annunziando Cristo tornante ai suoi cieli”, la caremma detta pure zzita caremma, viene bruciata o sparata col fucile. Questo fantoccio, che viene sparato o arso al rogo, non vuole essere altro che l’esorcizzazione, in luogo pubblico, dal male, la ritualizzazione della liberazione di tutto ciò che è simbolo di sterilità della terra, di privazione, sofferenza, carestia, miseria, fame.

Me pari propriu na caremma si dice a donna magra e brutta o fin troppo avvolta nei panni (Emilio Panarese, Folclore Salentino. La Caremma, in “Tempo d’Oggi”,II,6).

[2]In alcune zone intorno a Lecce, ma anche nel brindisino e nel tarantino la cuddura è chiamata puddica dal deverbale puddicare che è il lavorare la pasta coi pugni, premendo col pollice (pollex); mentre nel barese, ma anche in alcuni centri del brindisino e del tarantino, è detta scarcedda, avendo questo pane dolce con l’uovo nel centro la forma di una borsa per denaro (cfr. it. scarsella e fr. escarselle).

[3]In numero dispari, 5 o 7 o 9 o 11 o 17 o 21, perché i numeri in caffo hanno virtù propiziatoria e procurano prosperità e fortuna, essendo graditi agli dei: numero deus impari gaudet.

[4]L’Azienda di soggiorno cura e turismo di S. Cesarea Terme, che nel 1978 aveva patrocinato la Sagra della cuddura, organizzò nel 1987, nella decima edizione della sagra, nel ristorante Lu marinaru, la Mostra della cuddura, a cui parteciparono i più noti panificatori salentini di Maglie, Lecce, Vignacastrisi, Poggiardo, Vitigliano, ecc.

[5]La Pasqua è una festa mobile e cade nella prima domenica dopo il plenilunio equinoziale di primavera; non può cadere mai prima del 22 marzo (Pasqua bassa) né dopo il 25 aprile (Pasqua alta).

[6]Il toponimo Riu/ Ria/ Urìa è senza dubbio un oronimo, indica cioè un “luogo posto su un’altura”, anche modesta, com’è quella in questione (la città di Monteroni, a pochissimi km. da Lecce, non si trova forse ad un’altitudine di 35 m.?), come provano del resto due altri oronimi, vicinissimi a llu Riu, Monterone crande e Monterone Piccinnu (in origine Mont-Oriu, raddoppiamento del lessema oronimico, come Mongibello in Sicilia dal lat. mons e dall’arabo gebel). L’Oriu, diventato per deglutinazione ortoepica e ortografica (v. in it. l’usignolo da lusignolo) lo Riu/ lu Riu, non ha nulla a che fare né con rio “ruscello”, né con brio, né con layrìon, “cenobio brasiliano” (l’autore di un recente ricettario di cucina ruscìara sostiene addirittura che siano stati i leccesi ad estendere il segno lu riu a tutta la provincia!), né tanto meno è da accostare al toponimo surbense Aurìo, che R. Buya, attraverso una serie di strampalate congetture, fa derivare nientemeno, spostando l’accento, dal lat. haurio, “assorbo”, “ingoio”. Ignotum per ignotum!

 

[estr. da “Riti e tradizioni pasquali in un paese del Salento (Maglie)”, Erreci edizioni, Maglie, 1989, 3° vol. della “Collana di saggi e documenti magliesi/salentini” fondata e diretta da Emilio Panarese; e in “Maglie. L’ambiente, la storia, il dialetto, la cultura popolare”, Congedo editore, Galatina, 1995, pp.371-375 –  
 
Bibliografia consultabile alla pagina http://emiliopanarese.altervista.org/pg015.html]

La quaresima nelle tradizioni popolari del Salento. La cinnereddha

Salento fine Ottocento 

LA CINNIREDDHRA

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

(…) A mattutino, circa due ore prima dell’alba, col suono a morto delle campane , il mercoledì delle Ceneri apriva i battenti della Quaresima, stabilendo così il passaggio dai peccati della carne alla purificazione dello spirito.

Le prime a raccogliere l’invito erano le donne, leste a balzare dai loro saccùni ti cacchiàme (materassi di paglia d’orzo) che da quel momento, sino al mezzogiorno del sabato santo, non avrebbero più spisulàtu cu lla furcéddhra (spiumacciato con la forcella) affinché un disagevole riposo notturno fosse di complemento alla penitenza diurna incentrata sul digiuno.

Fossero o non fossero di lutto s’ammantavano di nero, e per non turbare il clima di silenzio succeduto ai clamori del carnevale uscivano dalle case in punta di piedi, muovendosi circospette, quasi stessero a rubare: gli usci li chiudevano piano, con esagerata cautela, e nel riporre, come d’abitudine, la grossa chiave sotto la pietra che fungeva da gradino facevano attenzione a non urtare ai limmi (vaschette di coccio) colmi di panni sporchi,

I nostri fichi


 

di Armando Polito

Passerò in rassegna le varietà da me conosciute ancora presenti nel territorio di Nardò, nonostante l’antropizzazione del territorio e motivi di carattere economico abbiano pesantemente declassato fino a renderlo irrilevante un frutto che nell’economia rurale aveva fino a sessant’anni fa un posto di primissimo piano. Il lettore noterà che questo mio scritto è grondante di punti interrogativi. Lo interpreti come un mio limite ma soprattutto come una richiesta del suo aiuto…

ARNÉA

 

É una varietà invernale; il nome suppone un latino *vernèa, forma aggettivale con la stessa derivazione dell’italiano letterario verno, per aferesi da inverno e questo dal latino hibèrnu(m)=invernale (sottinteso tempus=stagione), probabilmente con aggiunta in testa della preposizione in. Proprio la caratteristica della maturazione e la stessa terminazione in –ea escluderebbero una derivazione dal latino medioevale hibernicus, variante del classico hibèricus=spagnolo, che presupporrebbe, invece, un riferimento alla terra d’origine. Di fichi invernali parla Catone nel brano a e Columella nel brano c leggibile nel link riportato più in basso alla voce FRACAZZÁNU.

 

CAMPANIÉDDHU

 

Evidente la derivazione del nome dalla forma simile a un campanello.

CAŠCITIÉDDHU  

 

Probabilmente per la forma appiattita che evoca un piccolo contenitore (cašcitèddha, diminutivo di càscia a Nardò significa piccola cassa e a Salve e Vernole scatola) e per il fatto che la polpa  la polpa è spesso cava all’interno; a meno che non sia originaria di Cascito (frazione del comune di Foligno).

 

CULUMBÁRA

 

Varietà molto precoce; il nome è forma aggettivale da culùmbu=fiorone, dal latino corýmbu(m)=corimbo, dal greco kòrymbos=cima, infiorescenza.

 

DELL’ABATE

 

Il nome appartiene presumibilmente, come SIGNÙRA,  al gruppo di quelli legati ad un dedicatario, la cui identità, com’è facile intuire, è quasi impossibile  individuare.

 

FRACAZZÁNU IÁNCU, FRACAZZÁNU RUSSU e FRACAZZÁNU RIGATU

   

Vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/12/04/una-delle-varieta-di-fichi-in-estinzione/

 

INDRISÍNU

 

Deformazione di brindisino (per aferesi di b– e metatesi a distanza  di –r-), con riferimento al luogo d’origine.

 

MILUNGIÁNA

Evidente la somiglianza con la melanzana.

 

NAPULITÁNA

 

Riferimento al luogo d’origine.

 

PÁCCIA

 

Il nome potrebbe essere dovuto alla forma strana (a trottola ma molto schiacciata e con peduncolo cortissimo) ma anche ad altre due caratteristiche: la pianta raggiunge rapidissimamente dimensioni notevoli e il frutto a maturazione tende a spaccarsi.

 

PURGISSÓTTU

 

Il corrispondente italiano è brogiotto, forse da  Burjazot, nome della città spagnola di origine. La voce neretina sembra derivare direttamente dalla voce spagnola, con passaggio b->p-, sincope di –a-, passaggio –z->-ss– e regolarizzazione della desinenza. Per dare un’idea della persistente difficoltà etimologica riporto solo due testimonianze, la prima più datata, la seconda più recente: a) In Dendrologiae naturalis scilicet arborum historiae libri duo di Ulisse Aldrovandi,  Battista Ferronio, Bologna, 1668 pag. 430: Celidonius noster Bononiensis Geoponicus has delectas, & a se cultas ficorum species molles praebet legendas, Brogiottorum scilicet, quos ita dictos crederem prae summa sui dulcedine ab Ambrosia Deorum cibo, quasi Ambrosiottos… (Il nostro Celidonio autore bolognese di un trattato di agricoltura presenta queste tenere varietà di fichi scelte e da lui coltivate come quelle da tenere in più alta considerazione, cioè quella dei Brogiotti, che crederei così detti per la loro notevolissima dolcezza dall’ambrosia cibo degli dei, quasi ambrosiotti…). b) Nel Vocabolario etimologico della lingua italiana di Ottorino Pianigiani, Società editrice dante Alighieri di Albrighi e Segati, Roma, 1907: deriva dall’equivalente portoghese borgejote, borjaçote, che trova spiegazione in borjaca=spagnolo burjaca, sacco, bolgia, dal latino bursa borsa. Fico di color paonazzo che matura verso la fine di settembre e che più degli altri ha la forma di borsa o sacchetto.

 

QUÁGGHIA

Vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/12/04/una-delle-varieta-di-fichi-in-estinzione/

 

SANGIUÁNNI

 

Dalla precocità (24 giugno, festa di San Giovanni) nella produzione dei fioroni.

 

SANTANTÓNIU

Dalla precocità (13 giugno, festa di San Antonio da Padova) nella produzione dei fioroni.

 

SÉRULA

Da un latino *sèrula=un pò tardiva, diminutivo del classico sera? Oppure dal toponimo sardo Sèrula?1. O dalla voce del Tarantino (Grottaglie) sèrulu=orciòlo, corrispondente al neretino ursùlu? Sarei grato a chiunque mi aiutasse a dipanare la matassa, dal momento che nulla so sulla presunta maturazione tardiva di questo fico né tanto meno sulla sua forma, come dimostra l’assenza di foto.

 

SIGNÚRA

Il nome (se non è riferito, come probabilmente per DELL’ABATE,  ad un  dedicatario, la cui identità, fra l’altro, è  pressoché impossibile individuare ) è forse a sottolineare la prelibatezza degna di una signora, ma non escluderei nemmeno una maliziosa allusione di carattere sessuale.

 

TRUIÁNU

      

Probabilmente dal luogo d’origine (Troia, in provincia di Foggia).

 

 

UTTÁRA

Corrisponde all’italiano dottata, forse da Ottati, nome di una località in provincia di Salerno. Ferdinando Vallese nel suo trattato Il Fico, Battiato, Catania, 1909, fa risalire il nome Ottato al latino optatus= desiderato.

____

1 Ho trovato questo toponimo in Goffredo Casalis, Dizionario geografico, storico, statistico, commerciale degli stati di S. M. il Re di Sardegna,  Marzorati, Torino, 1846, pag. 218.

 

 

 

Ottimo report e… quanti ricordi! Ricordo che da piccolo si andava a raccogliergli e mangiarli direttamente sugli alberi delle campagne Leccesi (verso lo stadio). Di tutti quegli alberi e varietà oggi ne rimangono ben poche, gli altri sono tutti sotto il cemento delle periferie che avanzano verso il mare…
I miei preferiti erano i CAŠCITIÉDDHI anche perchè le api spesso e volentieri depositavano alla loro base dell’ottimo miele!
Redazione:

Questo saggio è da manuale, caro Armando. Complimenti ancora!

Una varietà mi sembra sia sfuggita: la fica mele. Ti risulta? Vecchi ricordi me la indicano come tra le più dolci e buone

Un dubbio atroce: milungiana o minungiana? Finora l’ortaggio l’ho sempre chiamato con il secondo dei due

 

Maria Antonietta

Non per mettere i puntini sulle iii….ma non trattasi di un ortaggio. E’ una infruttescenza (= frutto) dal nome “sicono”, all’interno sono tantissimi fiori trasformati.

giusta precisazione! grazie

 

Armando Polito

La fica mele è la prima volta che la sento (eppure ho i miei anni…); quanto a milungiàna/minungiàna il Rohlfs per Nardò registra entrambe le forme. Debbo, però dire, che ho sentito più spesso usare la seconda, anche se in casa mia (per questo motivo l’ho scelta) si è sempre usata la prima. Quanto al saggio, meglio chiamarlo “assaggio”….

 

Armando Polito

Per mettere i puntini sulle i, ma anche per aggiungerne, com’è dovuto, una…: il fico si chiama milungiàna/minungiàna proprio per la somiglianza (nella forma e nel colore) con l’ortaggio (melanzana) e l’inflorescenza e infruttescenza del fico si chiama siconio.


Redazione

rileggendo mi vengono in mente gli aggettivi attribuiti ai fichi. Innanzitutto “scritta”, quando è ormai matura. All’opposto “ìfara” (acerba); “cacata”, in avanzata maturazione. Se non erro si dicono anche “mpitruddhate” quando la maturazione non è stata completata a causa delle avverse condizioni metereologiche

Nino Pensabene

Ieri avrei voluto intervenire per integrare le varietà di fichi con altre che – ricordo – la Giulietta teneva segnate in una pagina delle sue agende o quaderni. Purtroppo non sono riuscito a trovarla questa pagina. Prometto che appena la troverò sarà mia cura darne notizia. Così, a memoria, ricordo che ci devono essere delle varietà qui non citate, così come scopro la novità – per me – delle “fiche campaniéddhu”, “cascitiéddhu”, “purgissòttu”, “quàgghia” e “trujanu”.
Nelle campagne di Copertino, in 45 anni di permanenza, non li ho mai sentito nominare. Può darsi che vengono presentati con altri nomi: ecco perché la necessità di confrontarli con quelli che – ne sono sicuro – la Giulietta cita con altri nomi.
Ricordo, a proposito, che la stessa Giulietta lasciava ‘in letargo’ questa pagina perché diceva avrebbe voluto completare la nota, aggiungendo altre varietà delle quali non ricordava il nome e che nessun contadino le sapeva più indicare.
Riferendomi alla nota della Redazione, confermo la “scritta”, metafora di riga bianca sul fico data dalla buccia aperta (spaccata) per avvenuta maturazione; confermo “tìfara”, qui a Copertino, per “acerba” e anche “mpitruddhate” per il motivo spiegato. In quanto invece all’essere “cacata”, non lo è per eccessiva maturazione ma perché punta o “pizzicata”, non ricordo se da un particolare tipo di mosca o verme. Infatti “cacata” sta per “sporcata”, e chi ricorda l’interno del fico in questa particolare condizione sa che ha il colore del cioccolato, dicat delle cacarelle: in sintesi come se qualcuno avesse cacato dentro il fico.

LUIGI CATALDI

Caro Armando, ma pot’essere ca te rascordi sempre la fica “minna”?! pot’essere ca ete quiddhra ca chiami “napulitana?”
aspetto conferma. Buona settimana a tutti!

 

Armando Polito

Sarebbe stato impossibile per me non ricordarla con quello che evoca nel suo nome, ma a Nardò non l’ho mai sentita nominare. Dubito che uno studio di ficologia comparata possa chiarire definitivamente se corrisponde alla “napulitana”.

 

Francesco

Se posso essere utile informo che a Latiano ho sentito parlare di fica ‘ngannamele o ‘ncannamele, ma non mi ricordo com’è. E’ molto diffusa e comune la fica janculedda che non ho visto nell’elenco, probabilmente interessa piu la zona morgese che il salento?

Salvatore Calabresevorrei aggiungere l’aggettivo attribuitivo ^^nnigghiata^^ ossia il fico che all’esterno sembra maturo mentre la polpa interna è secca come la crusca (canigghia). Inoltre, mi risulta che la denominazione di ^^S.Giuanni ^^ si riferisce ad un fiorone che matura nel periodo di S. Giovanni e il relativo fico, che nasce da quell’albero, lo si definisce ^^culumbara^^ perchè è il fico più precoce che matura quando ancora su altri alberi ci sono ancora i fioroni (culumbi). Per quanto concerne il miele che si crea sul fico non è assolutamente dovuto alle laboriose api ma si tratta di una linfa concentrata e zuccherosa che il frutto secerne quando è ben maturo. Vorrei aggiungere ancora che a Nardò lu ^^ fracazzanu rigatu^^ è correntemente definito ^^fracazzanu pintu^^.

Redazione

un lettore mi ha mandato un messaggio dicendo di aver mangiato proprio in questi giorni delle prelibate “fica sessa”, il cui albero si trova in un appezzamento tra Galatone e Galatina

manca la fica Rizzeddra, la migliore in assoluto, con la pelle che è quasi un velo inesistente, docissima da matura, che sa quasi di spezie, piccola da infilare in bocca in un sol colpo.

 

nino pensabene

Ho trovato la pagina di cui in un mio precedente commento ho fatto riferimento. In effetti, dal modo come sono scritte le varietà di fichi che riporterò qui di seguito, si deduce (per lo meno lo deduco io che conosco il modo di condurre la ricerca da parte di Giulietta) che non si tratta di una ricerca completata ma solo delle varietà coltivate nei nostri fondi, soprattutto a “La Corte” dove fino alla prima metà del Novecento il ficheto era a coltivazione intensiva.

JETTE
PILOSE
PACCE
FRACAZZANI ( JANCHI – NIURI)
CANNAJANCHE
UTTATE
PALUMMARE (JANCHE – NIURE)
PITRELLE
CHIANGIMUERTU
BORSA TI MELE
MINUNGIANE
MINUNCEDDHRE
PUTINTINE
NAPULITANE
ARNEE
TI NATALE
TI LA SIGNURA
TI L’ABATE
TI LU PAPA
CULUMMARE

 

nino pensabene

In un altro appunto trovo ancora “la FICA PANITTERA” e “la FICA LONGA”.
In più, fra quelle già citate, noto che anche “li UTTATE”, “li CHIANGIMUERTU” e “li BORSA TI MELE” sono nella varietà “JANCHE e NNEURE”.

Fra i fichi fioroni trovo annotati:

– PITRIELLI
– CULUMMARI
– TI SANTU ITU
– URGIALURI

MOLTO MA MOLTO BELLA QUESTA VOSTRA RICERCA.

Se vi invio una foto di una mia varietà di fico potrebbe classificarmela?

Le sarei molto grato.

Giuseppe Litta

 

armando polito

La ringrazio per i complimenti e mi scuso per il ritardo dovuto a morte del pc (meglio lui…) dopo un decennale onorato servizio. In riferimento alla sua domanda spero di non deluderla essendo io non un botanico ma solo un inguaribile curioso assetato di conoscenza. Comunque, forse solo nel nostro caso tentare o essere tentati non è peccato, nemmeno in senso laico.
Può inviarmi la foto all’indirizzo in calce e, possibilmente, indicarmi l’eventuale nome con cui il fico in questione potrebbe essere stato, magari occasionalmente,da altri identificato e la zona di allocazione,anche se essa potrebbe non coincidere con quella d’origine.

 

antonio

Faccio vivi complimenti per la ricerca, ma devo assolutissimamente integrare l’elenco con la tipologia “albaneca”. E’ il tipo di fico che matura da ultimo rispetto agli altri, da cui, ritengo, il nome : nega l’alba. Molto diffuso nel territorio galatonese e va mangiato con la buccia, saporitissima.

 

Storie di lupi mannari. Dall’antica Grecia al Salento

di Paolo Vincenti

Nel 2006 Annu novu Salve vecchiu ha compiuto vent’anni. Sulla copertina del primo numero, un disegno di Vito Russo ritraeva una befana che volava nel cielo di Salve, illuminato da una bellissima luna piena, che era legata ad un filo da un fanciullo (forse il giovane pittore), il quale, seduto su una terrazza con due comignoli fumanti, voleva come tirar giù dalla luna, con la sua corda di aquilone, i sogni; e allo spettacolo assisteva sorniona una gatta, forse tramutazione di qualche invidiosa megera del paese1 .

Già dal primo numero, l’autore della copertina aveva voluto rappresentare Salve nel suo aspetto più nascosto e suggestivo, quello magico e misterioso dei miti e delle leggende di cui Salve, più di ogni altro paese del Capo di Leuca, è ricchissima.

A distanza di quasi dieci anni da quel primo numero, frutto più della scommessa di un gruppo di giovani amici e “ardimentosi” salvesi che di un calcolato progetto editoriale, nel 1995, Antonio Vantaggio dava alle stampe Salve-miti e leggende popolari (Edizioni Vantaggio), una summa di tutte le leggende popolari (arricchita da qualche racconto partorito dalla fervida fantasia del poeta Carlo Stasi) fino ad allora conosciute su Salve.

Anche in questi vent’anni di vita del periodico, numerosi e tutti pertinenti sono stati i contributi sulle tradizioni orali e sugli aspetti folklorici, magici e leggendari della terra di Salve, da parte dei collaboratori di Annu novu. Ricordiamo, allora, la leggenda della Vergine del SS. Rosario; la leggenda del ritrovamento dell’immagine della Madonna delle Gnizze; quella del Monastero dei Frati Cappuccini e del miracolo del grano; la leggenda della Grotta delle Fate, che si trova in quello che è forse il luogo più emblematico della campagna di Salve, cioè la zona dei Fani, custode di mille storie fantastiche tramandate di padre in figlio, oltre che delle stesse origini di Salve; e, alle mitiche origini di Salve, sono collegati anche la leggendaria Cassandra e Lombardello; leggende di satiri e ninfe ai Fani; di sacare castimate; la leggenda del tempietto di Giano e della venuta di San Pietro a Salve; le leggende sulle Vore di Barbarano; la leggenda del coro della chiesa Matrice e di don Giuseppe Valentini; le infinite storie e storielle fiorite intorno al periodo delle incursioni turche e barbaresche sulle coste salentine; leggende di streghe nei pressi del grande carrubo sulla vecchia strada per Ugento; la leggenda dell’acchiatura e quella del monaco corrotto e della sua maledizione scagliata sul paese; la leggenda della nave di Pirro arenata a Torre Pali; quella dell’Isola della Fanciulla; la prodigiosa operazione di sincretismo religioso operata intorno al culto di Santa Marina di Ruggiano;  la leggenda delle secche dei Cavaddhi e quella dell’organo Olgiati-Mauro2.

Inoltre, ci si è occupati dei monicheddhi, bizzarri spiritelli della casa, dell’orco e della catta scianara, che sono ricordi ancora molto vivi nell’immaginario collettivo dei nostri anziani.3

Questa volta ci occupiamo di un’altra figura mitica, ancestrale, spauracchio di intere generazioni di grandi e piccini, protagonista incontrastato delle notti di luna piena: il lupo mannaro.

“Vengono chiamati Lupi Mannari, nei testi di Stregoneria, quegli uomini e quelle donne che sono stati trasformati o si trasformano in lupi; ovvero quelli che si travestono per fingere tale trasformazione talvolta credono – per un’abominevole forma di follia- d’essersi effettivamente cangiati in lupi, e di tali belve prendono le abitudini e i costumi. L’espressione francese Loupsgarous vuol dire loups dont il faut se garer: lupi dai quali ci si deve guardare.” Così descrive i lupi mannari,

Jacques Collin de Plancy, erudito francese dell’Ottocento, esperto di tradizioni popolari, agiografia, demonologia, occultismo, nella sua monumentale opera Dictionnaire Infernal. In quest’opera, nella sezione dedicata alla licantropia, de Plancy fa una rassegna dei più importanti testi letterari sui lupi mannari, passando in rassegna Pierre Delancre, autore di due opere dettagliatissime sull’argomento: L’incredulitè et ècreànce du sortilège pleinement coinvaicues e Tableau de l’inconstance des mauvais anges et dèmons, del Seicento; Jean Bodin, giureconsulto e demonologo angevino,autore, nel 1591, del celebre trattato Dèmonomanie des sorcies; i Discorsi della licantropia, o della trasmutazione di uomini in lupi, trattato del 1599 di Jacques Rickius;  il romanzoPersilete e Sigismondo, ultima opera di Cervantes; il trattato Lycanthropie, del 1615, diJ. De Nyauld, che chiamava questa malattia “follia lupesca” o “licaonia”; la leggenda di Licaone, descritta da Ovidio nelle Metamorfosi; la leggenda di Bisclavret, il lupo mannaro bretone, descritto, tra gli altri, da Maria di Francia nei suoi Lais del 1160; la Topographia Hibernica di Giraldo di Cambria (1147-1223) sui lupi mannari di Ossory; la leggenda sugli irlandesi San Patrizio e San Natale che avrebbero dato origine alla stirpe dei lupi mannari in Irlanda; Jules Garinet,  autore delle Histoire de la Magie en France, del 1818; e così via 4.

Il termine “licantropia” deriva dal greco lykos, “lupo” e  antropos, “uomo” e fin dalle culture primitive il lupo, che minacciava il gregge, unica fonte di sostentamento in un’economia basata prevalentemente sulla pastorizia, era considerato una creatura malefica dalla quale guardarsi. Risale quindi alle civiltà primitive il mito della trasformazione dell’uomo in lupo. La radice indoeuropea wer ci porta all’inglese werewolf , per “lupo mannaro” e al tedesco werwulf.

Frequentissimi sono i riferimenti alla licantropia da parte degli autori greci e latini. Ne parlano Erodoto, nelle sue Storie5  e Petronio Arbitro che, in una delle parti più divertenti del suo Satyricon, la Cena Trimalchionis, fa parlare Nicerote il quale confessa a Trimalcione di avere assistito alla trasformazione di un militare in lupo mannaro6. Virgilio, nell’Eneide7,parla di uomini trasformati in lupi dalla Maga Circe e nelle Bucoliche8, il pastore Alfasibeo canta della trasformazione di Meri in lupo grazie ad alcune erbe donate da una maga. Anche Pomponio Mela parla di licantropia nel De situ orbis9, e così Properzio che, nelle Elegie, parla della maga Acantide, capace di trasformarsi in lupo mannaro10.

Nella mitologia greca, Licaone (da lukos, “lupo”) era il capostipite dei Pelasgi ed il fondatore, sul Monte Liceo, della prima città, Licosura, e questo personaggio si identificava, per via del suo nome, col lupo. Del mito di Licaone, come uomo-lupo, parla Pausania11, e anche Licofrone12 e Igino13,  che raccontano la leggenda secondo la quale Giove si reca in incognito a far visita a Licaone; questi, incerto della natura umana o divina del suo ospite, decide di sottoporlo ad una prova e gli offre da mangiare le carni di un suo figlio che aveva squartato (chiaro riferimento alla pratica della antropofagia, all’epoca ancora presente nella cultura delle popolazioni primitive). Ma il Padre degli dèi si adira per tanta efferatezza e incendia con le sue folgori la reggia di Licaone e lo trasforma in lupo.Del mito di Licaone, parla anche Ovidio nelle sue Metamorfosi14. Secondo la vastissima bibliografia sull’argomento, a Licaone vengono anche attribuiti, come figli, Enotrio, Peucezio e Iapige ai quali si deve la fondazione del nostro territorio salentino15. Plinio, nelle Storie Naturali16, racconta che il pugile Demeneto, avendo sacrificato a Giove Attico un bimbo e mangiatone le interiora, venne trasformato in lupo e tale restò per nove anni; solo al decimo anno poté ritornare uomo e vinse la gara di pugilato a Olimpia.

Zeus e Licaone in un’incisione del Goltzius

Si voleva, con queste storie fantastiche, riportate anche da Pausania, e da Platone17, dare degli insegnamenti, cioè ammonire gli antropofagi Arcadi a lasciare quei vecchi e cruenti riti: infatti, per espiazione, in Arcadia, ogni anno, bisognava estrarre a sorte un membro della comunità, che veniva immerso nelle acque e ne usciva trasformato in lupo; così doveva vagare per nove anni in aspetto ferino e, solo se si fosse astenuto dall’antropofagia, al compimento del decimo anno, avrebbe recuperato le proprie sembianze umane. Nel bosco sacro dedicato a Giove, sul Monte Liceo, infatti, i primitivi fedeli compivano anche sacrifici umani, in onore della divinità;  Lykaion,  “territorio del lupo” era chiamato questo bosco sacro  che si trovava sul Monte Liceo, ad Atene  e, particolare interessante, proprio da questo bosco, dove Aristotele usava tenere le sue lezioni, deriva il termine “liceo” .

Secondo la mitologia greca, Febo e Artemide, divinità legate al sole e alla luna, erano stati partoriti da Latona trasformata in lupa18.  Anche il dio solare Apollo era venerato con il titolo di Liceo (Lykaios), analogamente allo Zeus Liceo venerato nell’Arcadia.

Il lupo è una figura centrale anche nell’antica Roma: infatti, “figli della lupa” si definivano gli antichi Sabini e proprio da una lupa, secondo la leggenda, erano stati allattati i due divini gemelli, Romolo e Remo, fondatori dell’Urbe.

Nell’antica Roma, a febbraio, si tenevano i  Lupercali, feste dedicate al dio Luperco, che si riteneva fosse il protettore delle greggi dall’assalto dei lupi19.  I Lupercali si tenevano nei pressi della grotta sacra a Luperco, che si trovava ai piedi del Palatino, ed era la grotta in cui, secondo la leggenda, la lupa aveva allattato Romolo e Remo. Durante queste feste, i sacerdoti del dio, i  luperci,  nudi, correvano per la città e sferzavano con le loro verghe, rivestite da pelle di montone, le donne fertili che, una volta colpite, sarebbero state fecondate entro l’anno20. Tutte le celebrazioni a Roma si svolgevano in periodi particolari, sempre legati ai ritmi della terra e della vita agricola, per propiziare qualche evento particolare. Quella dei Lupercali era una festa tesa a propiziare la fecondità della terra, ma anche degli animali e degli uomini, alle porte della primavera, quando tutta la natura si risveglia.

Al dio arcaico Luperco venne a sostituirsi poi, nella Roma più evoluta e civilizzata, il dio Fauno21, anch’egli protettore delle greggi ed anch’egli un dio selvaggio ed agreste, creatura dei boschi,  simile al dio Silvano, protettore della foresta (silva). Questa natura selvatica del dio venne conservata anche durante l’età augustea, cioè nel periodo di massimo splendore e fioritura artistica e letteraria di Roma.

Però, in seguito a quel processo di penetrazione della cultura greca nella civiltà romana, noto come ellenizzazione, venne importato in Roma il corrispettivo greco del dio Fauno, cioè Pan, il dio pastorale dell’Arcadia22, dalle piccole corna e dal piede caprino, che spaventa le ninfe e se ne va in giro per il bosco suonando allegramente la sua siringa (strumento che, proprio da questa figura mitologica, verrà chiamato flauto di Pan). Essendo Innus, cioè colui che “penetra”, questo dio è sempre pronto ad accoppiarsi promiscuamente con tutti i frequentatori del bosco, ed essendo Fatuus, cioè colui che “parla”, può anche vaticinare, cioè preannunciare buona o cattiva sorte, proprio come un oracolo, a colui che lo sta ad ascoltare, come dice Virgilio nell’Eneide23.

I Lupercali furono una ricorrenza molto importante  e il culto del dio Fauno- Luperco era molto sentito, soprattutto nel Sud. Tale culto continuò ad esistere anche dopo l’avvento del Cristianesimo sia pure sotto altre mutate forme. Retaggio dei culti pagani, comunque, furono i sacrifici cruenti di molti animali e fra questi, il maiale, che venne sacrificato al cristiano Sant’Antonio Abate. Come afferma Giuseppe Interesse24, Sant’Antonio Abate divenne il corrispettivo cristiano del dio Fauno- Luperco e nel suo culto veniva immolato un maialino, come rito sacrificale. Il porco, infatti, era l’allegoria di Satana che, nel deserto dell’Egitto, aveva tentato l’umile anacoreta cristiano, ed immolare questo maiale significava scacciare Satana ed il peccato. Ma su questo particolare agiografico, che non è  irrilevante ai fini della nostra trattazione, torneremo in seguito.

Per quanto riguarda il nostro tema, la saga dei racconti sui lupi mannari è molto diffusa, nel Medioevo, soprattutto nei paesi nordici: una delle più antiche saghe sui lupi mannari è la islandese Volsung saga 25. In Francia, il tema dei lupi mannari è  presente nei Lais di Maria di Francia, per l’esattezza nel Lai du Bisclavret, lupo mannaro inventato dalla poetessa francese che ricompare in altre opere successive come il Lai de Melion, del 1300, di autore ignoto, il Roman de Renard e il Roman du Renard contrefait , del 1300, sempre nel ciclo bretone; e poi, nel ciclo britannico, nella Narratio de Arturo rege Britanniae et de rege Gorlagon lycanthropo e nella leggenda di Hugues26.

Il tema è anche presente nella tradizione celtica: infatti, proprio il patrono dell’Irlanda, San Patrizio, contende a San Natale Abate, pure molto venerato in quel paese, il primato di aver dato origine alla stirpe dei lupi mannari irlandesi. La leggenda è riferita dal Kongs Skuggsjo, o Specchio dei re, opera norvegese in forma di dialogo del 125027, in cui si racconta che San Patrizio, irritato dagli irlandesi che non volevano convertirsi alla religione cristiana, lanciò loro la maledizione di trasformarsi in lupi mannari, mentre Giraldo di Cambria, nella già citata Topographia Hibernica, attribuisce la stessa tremenda vendetta a San Natalis che trasforma gli abitanti di Ossory in licantropi.

G.Chiari 28 riporta numerosi casi di licantropia, verificatisi nel Cinquecento, in Prussia e in Lituania, in Italia, in Livonia, in Francia, ecc. Il  termine “lupo mannaro” deriva dal latino lupus homenarius, vale a dire “lupo che si comporta come un uomo”.

Ricordiamo che  Lupiae è anche l’antico nome della città di Lecce. Infatti, Luppiòti, (da Luppìu), venivano chiamati in passato gli abitanti di Lecce.

Il medico Galeno (131-200 d.C.) è autore di  un trattato scientifico medievale, Sulla melanconia, in cui, nel III Capitolo, suggerisce dei rimedi terapeutici contro la licantropia, che egli definisce morbo lupino. Così anche Marcello di Sida, medico del III secolo, Oribasio, del IV secolo (Synopseos ad Eustathium filium lib.novem, nel cap.VIII: De lycanthropia quum homines luporum naturam imitantur)Ezio di Amida, del VI secolo (Contractae ex veteribus medicinae tetrabiblos, nel cap.II: De insania lupina aut canina appellata, ex Marcello), Paolo di Egina, del VII secolo (De re medica, nel cap. III: De Licaone, aut lycanthropia), Attuario, del XIII secolo (Medicus, sive De metodo medendi libri sex, nel cap. I: De cerebri dorsique medullae affectibus), i quali tutti cercano di dare una spiegazione psicopatologica del fenomeno licantropico29.

A partire dal Cinquecento, il lupo mannaro viene del tutto identificato come una creatura infernale, un diavolo, se non addirittura lo stesso “Principe dei diavoli”, che assume l’aspetto di un lupo in una delle sue varie manifestazioni. Molte sono le leggende che nascono sui licantropi e, per tutto il Seicento, si manifesta una terribile “caccia alle streghe” nei confronti di questi uomini-lupo, chiamati versipellis da Petronio, nel Satyricon, ossia  uomini che erano ricoperti da folti peli e cambiavano il loro aspetto durante le notti di luna piena.

La figura del Lupo Mannaro entra massicciamente anche nella letteratura mondiale di tutti i tempi, in racconti, romanzi, poesie, fiabe (come non citare, su tutte, l’immortale Cappuccetto Rosso di Perrault), trattati scientifici o pseudo scientifici, atti di processi, ecc.

Nella letteratura italiana,fra tutti, basta citare  Luigi Pirandello e la sua novella Mal di luna. Anche Carlo Levi parla di lupi mannari nel suo romanzo Cristo si è fermato ad Eboli, ambientato proprio in quella regione che, secondo la leggenda, dai lupi prende il nome di Lucania.

Ma perché si diventava licantropi? Vi erano svariati motivi: innanzitutto, per una maledizione, scagliata da Dio, in seguito a comportamenti particolarmente efferati, oppure perché si dormiva a volto scoperto sotto la luna piena; fra le cause, anche la coincidenza della data del concepimento con quella della nascita, cioè se un bambino veniva concepito la notte dell’Annunziata, 25 marzo, e nasceva il giorno di Natale, 25 dicembre, quel bambino sarebbe diventato sicuramente un lupo mannaro, innanzitutto perché le fasi lunari del novilunio e del plenilunio erano considerate portatrici di variazioni negative sull’uomo, e poi perché nascere lo stesso giorno in cui è venuto al mondo Gesù Cristo veniva considerato un atto empio, quasi che si volesse arrecare un’offesa alla divinità: così, anche chi veniva al mondo durante una festività importante, come la Pasqua, il Capodanno o l’Epifania, profanava un tempo sacro; inoltre, si trasformavano in belve le donne adultere30; chi veniva bagnato dall’acqua licantropica, raccolta nelle orme lasciate da un lupo mannaro, oppure  per il morso di un altro licantropo (analogamente a quanto avveniva per i vampiri), oppure ancora perché il prete, durante il rito del battesimo, aveva dimenticato qualche parola, o per aver stretto un patto con il Diavolo che, in cambio dell’anima, consegnava una veste di lupo, indossando la quale si subiva la mostruosa trasformazione.

Numerosi e molto fantasiosi erano anche i rimedi, come colpire in fronte il licantropo con un forcone oppure, se si trattava di una veste stregata, bruciare questa veste, per impedire che  l’uomo-lupo potesse subire altre trasformazioni; per i bambini nati durante la notte di Natale, bisognava incidere ogni anno, per tre anni, il piedino sinistro con un ferro arroventato; accecare il licantropo con una forte luce, che il mostro odia, o ancora, per mettersi in salvo, salire su una rampa di scale, che al licantropo sono vietate31.

Ciò detto, spostiamo la nostra attenzione dal generale al particolare e circoscriviamo il nostro interesse al fenomeno della licantropia a Salve. Diciamo subito, a costo di scoraggiare quei pochi lettori che avessero avuto la pazienza di leggerci fin qui, che i risultati delle nostre indagini sono veramente scarsi. In materia di licantropia a Salve, l’unica fonte in nostro possesso, e quella che ha destato la nostra curiosità, è il Vocabolario dei dialetti salentini di Gerard Rohlfs32, che, nel I Volume, pag. 303, attribuisce a Salve il termine lupu sularu, come sinonimo e/o variante di lupu mannaru, e rinvia al termine puercu sularu, che attribuisce a Carovigno.

Ora, il termine lupu sularu indicherebbe un licantropo che, invece di subire le sue trasformazioni di notte, si trasforma di giorno; ma che collegamenti ci possono  essere tra il lupo e il porco e tra la città di Salve e quella di Carovigno?

Possiamo affermare che, dalle fonti letterarie in nostro possesso, non si può escludere il caso, sebbene rarissimo, di lupi mannari che subiscano la loro trasformazione anche di giorno. A partire dalla cultura greca, il lupo era considerato un simbolo solare. Nell’etimologia di lukos, è presente la radice lik, da cui deriva il nome luce, lux in latino; il lupo è colui che vede al buio e quindi dissipa le tenebre. Successivamente, il lupo venne considerato una creatura d’inferno e conseguentemente identificato con le tenebre, che da sempre sono appannaggio del regno del male. Ma la doppia natura del lupo, solare e ctonia, si conservò nella cultura di tutti i popoli e delle civiltà europee fino all’avvento del Cristianesimo; basti pensare che la tradizione popolare collocava nelle ricorrenze di San Giovanni e di Santa Lucia il momento in cui i licantropi uscivano dai loro nascondigli e andavano in giro a terrorizzare i villaggi e le famiglie.

Infatti, il giorno di Santa Lucia era, prima della riforma del calendario, la data in cui veniva collocato il solstizio d’inverno e nel giorno di San Giovanni era collocato il solstizio d’estate, due momenti di passaggio, fra una stagione e l’altra, e questi momenti di ambiguità erano ben simboleggiati dal lupo mannaro, essere razionale ed irrazionale, contemporaneamente malvagio ( pensiamo alle favole di Esopo, “Superior stabat lupus..”) ed educato (pensiamo alla bellissima leggenda del lupo di Gubbio ammansito da San Francesco).

Il Cristianesimo ha contribuito a dare maggior valore a questa ambivalenza del lupo, a questa sua doppia natura, celeste e terrestre, al tempo stesso benedizione e dannazione per il mitico licantropo. Lo stesso Rohlfs, nel Volume Terzo- Supplemento repertorio italiano-salentino del suo Vocabolario, a pag.990, riporta il termine lìco per “lupo” ma anche per “macchia dei colori dell’arcobaleno sul cielo che annuncia un tempo freddo (dal greco lùkos)”; sempre a pag.990, lica e licàra per “lupa” e a pag.991, licuddi per “lupacchiotto”.

I lupi erano presenti nel territorio di Salve fino all’Ottocento. Aldo Simone dà notizia dell’ultimo lupo presente a Salve, presso la masseria delli Rutti, oggi masseria Cantoro, poi ucciso da un suo amico di Gemini presso la macchia di Rottacapozza33.

Nella leggenda della maledizione del monaco del Convento di Salve  (Salve vuol dire salvati…), fra le varie offese rivolte al paese dal frate cappuccino crapulone e corrotto, c’è anche quella di stare “in società amichevole d’orsi, pantere e lupi”34.

Per quanto riguarda il maiale, -e qui l’associazione con il lupo- ritenuto dai cristiani ricettacolo dello spirito immondo del demonio, anche un maiale mannaro avrebbe, in teoria, potuto subire la sua trasformazione di giorno anziché di notte e diventare quindi sularu invece di lunaru.

L’associazione fra Salve e Carovigno rimane invece del tutto inspiegabile. Secondo il Simone, il Rohlfs fece le sue ricerche sul campo, nel capo di Leuca, dopo la seconda guerra mondiale, quindi negli anni Quaranta. Il Vocabolario dei dialetti salentini è stato pubblicato per la prima volta nel 1956 dall’Accademia Bavarese di Scienze e Lettere di Monaco di Baviera, ma le prime inchieste sul campo, nell’area della Grecìa salentina, sono state condotte nel 1922.  E’ certo che, in quel tempo, le condizioni di vita di un borgo contadino come Salve fossero veramente precarie; la miseria tanta e la scolarizzazione scarsissima. In una comunità rurale, credenze,molto più facilmente suggestionabile da false credenze, è probabile che il Rohlfs si sia imbattuto in tantissime storie e storielle fantastiche spacciate per vere, o addirittura intimamente ritenute tali, dai poveri salvesi di mezzo secolo fa, che egli aveva intervistato durante le sue ricerche. Distrutti dalla fatica nei campi sotto la canicola, i contadini spesso raggiungevano una spossatezza tale che li portava  anche ad avere delle visioni, chiamate mutate, provocate dai fumi e dai vapori che d’estate, soprattutto nelle giornate umide di scrirocco, si alzano dal terreno. Il Rohlfs però aveva anche degli informatori locali che lo accompagnavano nelle sue indagini in loco. Nel Volume Primo del Vocabolario, a pag.10, l’illustre studioso tedesco ringrazia i collaboratori che nelle tre province del Salento (Lecce-Brindisi-Taranto) lo avevano aiutato a raccogliere i materiali dialettali: i comuni più vicini a Salve che compaiono in quest’elenco sono Alessano, per cui ringrazia il Dott.agr.Germano Torsello, e Miggiano, dove ringrazia l’Ins.Aldo Nichil. Purtroppo tutti e due questi intellettuali sono scomparsi. Dalla nostra indagine condotta nei mesi di settembre e ottobre a Salve e nei paesi del circondario, presso molti anziani del luogo, non siamo riusciti ad  avere nessuna notizia in merito a storie di lupi mannari o sulari nella zona.  Forse dobbiamo pensare, molto più prosasticamente, che si sia trattato di una svista, un errore da parte dell’illustre linguista dovuto alla fretta nella compilazione della sua opera, nel senso che egli abbia scambiato il termine lupu solitariu (molto diffuso ancora oggi ad indicare un uomo solitario che se ne va ramingo per le strade del paese) con il termine sularu. Anche questa ipotesi non convince perché, se si fosse trattato semplicemente di un errore, di ricezione o di trasmissione, da parte del Rolhfs, egli non avrebbe argomentato sul lupo mannaro che si trasforma con lo zenith anziché con il nadir. Che si sia trattato di uno sbaglio è invece convinto Gino Meuli che, nella sua opera I Dialetti del Capo di Leuca35, giunta alla terza edizione, traduce il termine sularu con “solitario, misantropo” e ci dice che il termine era utilizzato dai nostri avi semplicemente come uno spauracchio per mettere paura ai bambini e convincerli  a stare buoni.

A pag.994, del Terzo Volume del Vocabolario, Rolhfs aggiunge lupu surdu per “sornione” e poi riporta “lupu lunaru” per licantropo, e lupu sularu sempre per “licantropo” ma anche presente nei comuni di Castrignano dei Greci e Scorrano.

Il campo si restringe: forse, i pochi depositari di qualche aneddoto sullo strano fenomeno, con i quali Rohlfs è venuto in contatto, sono deceduti e non ne hanno lasciato memoria neanche ai loro discendenti. Ma noi non vogliamo rassegnarsi a questa ipotesi e continueremo le nostre ricerche sperando che, nel prossimo futuro, possano dare risultati più soddisfacenti.

(pubblicato in “Annu Novu Salve Vecchiu” n.16, Salve 2006)

 


1 Sul pittore e scultore salvese Vito Russo, tra i fondatori del nostro annuario, insieme ad Antonio Vantaggio ed Americo Pepe, vedi: Francesco Accogli, Vito Russo: uno scultore che onora il Salento,in “Annu novu Salve vecchiu” 2001, pagg.119-128 e Paolo Vincenti, L’arte di Vito Russo, Paese Nostro, febbraio 2006, pag.18.

2 Antonio Vantaggio, Salve-miti e leggende popolari,  Vantaggio Editore,1995.

3 Paolo Vincenti, Tra gatte, orchi e folletti, in Annu novu Salve vecchiu, 2005, pagg.211-219.

 4 Collin de Plancy, Dictionnaire Infernal, in “Storie di lupi mannari,” a cura di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco  Newton Compton, 1994, pagg.1048-1056.

5 Erodoto, Storie, IV Libro, 105.

6 Petronio, Satirycon, Cap.62.

7 Virgilio, Eneide, VII, 15-20.

8 Virgilio, Bucoliche, VIII, 95-99.

9 Pomponio Mela, De situ orbis, II,1.

10 Properzio, Elegie, IV, 5,14.

11 Pausania VIII, 2.

12 Licofrone, 481.

13 Igino, Fabulae, 176.

14 Ovidio, Metamorfosi, I, 163 e ss.

15 Dionigi di Alicarnasso, riportato da F.G.Lo Porto, Civiltà protostoriche in Puglia, in “Studi di storia pugliese in onore di Giuseppe Chiarelli”, a cura di Michele Paone, vol.I, Galatina 1972, pagg.13-23.

16 Plinio, Naturalis Historia, VIII, 80-83.

17 Pausania, op.cit.,, e Platone, Repubblica, VIII, 15, 565 d.

18 AA.vv. La mitologia classica, Edizioni Studium Roma, 1987, passim.

19 Luperci, quindi, da lupum arceo, erano  coloro che difendevano dal  lupo.

20 AA.vv. La mitologia classica,op.cit., passim.

21 Ricordiamo che proprio a Salve molti studiosi hanno ipotizzato l’esistenza, nell’antichità, di un culto del dio Fauno  e di un tempietto dedicato a questa divinità in zona Fani, che, secondo una etimologia, peraltro molto controversa, deriverebbe il suo nome proprio dal dio Fauno, piuttosto che, come propongono altri, da fanum, cioè “fano, delubro”, ossia tempio pagano.

22 Jacqueline Champeaux, La religione dei romani, Il Mulino, 1998, pagg.31-32.

23 Virgilio, Eneide, VII, 81-106.  Ricordiamo che  il dio Pan e gli  altri mitologici abitatori della foresta popolano, a Salve, molte leggende sorte intorno alla zona dei Fani dove, in passato, numerosi contadini e pastori erano pronti a giurare di avere assistito al passaggio di quel colorato e rumoroso corteo di inquietanti esseri che attraversavano la foresta: oltre al Dio Pan, i satiri, le ninfe, che sono le sorelle greche delle linfe romane, le napee, che si trovano soprattutto nei piccoli boschi, e le naiadi,ossia le ninfe delle acque, che cantano nelle sorgenti (Servio afferma che non c’è sorgente che non sia sacra alle naiadi . Servio, Commento all’Eneide, citato da J.Champeaux, op.cit., pag.33).

24 Giuseppe Interesse, Puglia mitica, Schena editore 1983, pag.12.

25 Volsung saga ok Ragnarssaga Lojbroka, a cura di M.Olsen, 1908, capp.V-VIII.

26 G.Chiari, Il lupo mannaro, in  “Mal di luna”, di G.Lutzenkirchen, G.Chiari, F.Troncarelli, M.P.Saci, L.Albano, Newton Compton 1981, pag.62.

27 G.Chiari, op.cit., pag.63.

28 G.Chiari, op.cit., pag.64.

29 G.Chiari, op.cit. pagg.66-67.

30 Poche sono le figure conosciute di donne che si trasformano in lupi mannari, il che non esclude però che anche il gentil sesso possa subire la fatale trasformazione. Nella mitologia greca, la lupa Mormolice, nutrice di Acheronte, il fiume dell’Oltretomba, era considerata un demone femminile che aveva il potere di rendere zoppi i bambini disobbedienti (Ugo Bianchi, La religione greca, Utet 1975, passim) e numerosi sono, soprattutto nel Seicento, i casi di streghe, dette lupe mannore, che assumevano l’aspetto di lupi.

31 Storie di lupi mannari, op. cit., pagg.13-14.

32 G.Rohlfs, Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto), Congedo, 1976.

33 Aldo Simone, Salve, storia e leggende, Milano 1981, pag.182.

34 A.Vantaggio, Salve-miti e leggende popolari, op.cit., pag.47.

35 Gino Meuli, I Dialetti del Capo di Leuca (Grafiche Panico 2006), pag.277.

Fiche pacce o fiche jette

 

di Giuletta Livraghi Verdesca Zain

…prudenza voleva che i frutti anomali non venissero spiccati con le mani ma staccati a colpi di ruéccu (bastone a uncino usato per abbassare i rami più alti in sede di raccolta) e, per sani e succosi che fossero, buttati nella concimaia o più scrupolosamente interrati in uno dei punti marginali del campo. Se poi l’anomalia non era limitata al singolo frutto ma – caso rarissimo e perciò più inquietante – la si riscontrava nell’intera produzione dell’albero, paura e relativo comportamento venivano a sistemarsi su un ben diverso registro.

L’esempio più emblematico lo si aveva quando un fulmine, colpendo un ciliegio, un susino o un giuggiolo, ne incideva verticalmente un tronco, intaccandolo nel midollo pur senza provocarne il completo disseccamento: sorretto dalle linfe periferiche, l’albero continuava a vegetare e a fruttificare, ma a causa del depauperamento midollare non era in grado di illegnire l’endocarpo, per cui le ciliegie, le susine o le giuggiole, al posto del regolamentare nocciolo, presentavano solo un nucleo mucillaginoso.

Ora, per i contadini, psicologicamente calati nel grande meccanismo delle riproduzioni e perciò particolarmente sensibili alla pienezza delle semenze, constatare che la caduta di un fulmine – già di per sé archetipico simbolo di punizione divina  – aveva provocato una così drastica manifestazione di sterilità era come ritrovarsi a mmienzu a nnu zzunfiòne  (in un turbine) che, stando alla simbolica del seme, li avrebbe di certo mminisciati o an siccu ti terra o a mmuzzàta ti razza (sbattuti nella disgrazia o di una carestia o dell’estinzione della loro discendenza).

A loro criterio, infatti, la minaccia espressa dall’inconcepibile assenza del nocciolo veniva a colpire quelle che erano le ragioni fondamentali della presenza contadina nel mondo – procreazione e fertilizzazione della terra -, funzioni l’una di supporto all’altra e ambedue vincolate alla dominante del seme, visto quale privilegiato mezzo di partecipazione creaturale ai superiori disegni di Dio.

Il biblico “Crescete e moltiplicatevi” trovava pertanto traduzione in un “Siate molti per accudire alla terra”, quasi che al concetto della natura posta al servizio dell’uomo corrispondesse, per logica, quello dell’uomo posto al servizio della natura.

Una convinzione che, affiorando nei gesti e nelle parole in genuinità di proposizione, sembrava allargare un orizzonte di segni e avventi sacrali, nella cui orbita nascite e germinazioni venivano a trovarsi sullo stesso piano, preziosi tasselli di un unico mosaico di fronte al quale i contadini erano sempre pronti a scoprirsi la testa.

Per comprendere quanto profondamente vivessero il connubio uomo-natura, bastava osservarli mentre con enfasi soppesavano la spigatura delle erbe marzaiole per trarre, dalla minore o maggiore pienezza, i pronostici dell’annata; sorprenderli mentre in auspicio di crescita posavano sul sesso del loro primo nato maschio un germoglio di grano fogliato; oppure ascoltarli quando, vestendo i panni di padri-patriarchi interessati alla perpetuazione della razza, raccomandavano a figli e nipoti di prediligere, fra le tante varietà di fichi, li fiche pacce o li fiche jétte, che per essere a riddhru chinu (quelli con i semi più grossi) si riteneva fossero di benefico apporto alla virilità. “Ricurdatibbe ca la purpa ete femmina e llu riddhru ete màsculu!…”  (“Ricordatevi che la polpa è femmina e il seme è maschio!…”), ripetevano con didattica premura, e se figli o nipoti erano  in età di prendere moglie, non mancavano mai di concludere in tono ambiguo: “Màsculu ete lu riddhru… e cchiù cchinu ete, cchiù mmàsculi bbi face!”  (“Maschio è il seme… e più grosso è, più maschi vi fa!..”), sottintendendo in quel “più maschi vi fa” e il dono di una maggiorata  potenza virile e la caratteristica di far generare figli maschi.

Nel suo insistere sulla mascolinità del seme, chiaramente decantandone la potenzialità riproduttiva, la frase viene a elucidare quelli che, di contrasto, erano i termini di valutazione della sterilità, cioè come questa, odiata e disprezzata nella sua manifestazione femminile, diventasse addirittura inaccettabile se rapportata all’uomo, elargitore di seme – emblematico principio di vita – e perciò da ritenersi infallibile nella sua capacità riproduttiva. Una conclusione assolutistica che in un certo qual modo veniva riaffermata anche in sede di coltivazione, dove il mancato germoglio raramente si addebitava a un difetto congenito del seme, preferendo puntare su un negativo di concorrenze esterne: erano state di certo le formiche a portarsi via i grani seminati e non germogliati; lu mandràle (grosso bruco) aveva nottetempo rusicàtu lu cìgghiu  (rosicchiato il germoglio ); ladre com’erano, li mite (le gazze) avevano approfittato ti la terra pésule (della terra da poco sarchiata, leggera) per fare buco col becco e riempirsi lu quazzu ti simiénti (lo stomaco di semi); o, a seconda dell’andamento stagionale, la colpa era da addebitare a lla gnofa ntustàta (all’indurimento della zolla) o a un’improvvida nfucata t’acqua (marcitura del seme per la troppa pioggia).

Detto questo, si può ben comprendere quale fosse lo stato d’animo dei contadini di fronte a un’abnorme fruttificazione: il nucleo mucillaginoso riscontrato al posto dei semi altro non era che l’impronta inequivocabile di una maledizione divina, stando alla quale – in trasparente suggestione biblica – c’era da aspettarsi un severo castigo, quello appunto di una carestia o di una estinzione della razza. E poiché il grado di punizione implicitamente  stabiliva l’entità della colpa, per cui una sventura a largo raggio – quale poteva essere una carestia – denunciava una pluralità di peccatori, a mettersi in  allarme non era soltanto il diretto interessato, ossia il coltivatore del campo dov’era piantato l’albero, ma tutti quelli che venivano a conoscenza dell’accadimento, in ognuno dei quali sorgeva il sospetto di aver concorso all’aggravio con le proprie trasgressioni e quindi di trovarsi annoverato fra i punibili. Né diversamente si poneva il discorso circa la paventata estinzione della discendenza, il cui mezzo di attuazione poteva essere quello di un’epidemia, di un terremoto o di chissà quale altra calamità o coinvolgimento collettivo.

Partecipare all’estirpazione e alla bruciatura del famigerato albero era pertanto, più che atto di solidarietà, preciso interesse a misura individuale e comunitaria, intendendo compiere, attraverso i due tempi dell’azione, e il riconoscimento-pentimento (estirpazione dell’albero come estirpazione del peccato-causa) e il respingimento dell’annunciato castigo (bruciatura come annullamento degli effetti,  ovverosia depurazione dal male)…

 

Da “TRE SANTI E UNA CAMPAGNA”, Culti Magico-Religiosi nel Salento fine Ottocento, con la collaborazione di Nino Pensabene, Laterza, Bari, 1994 (pagg. 245-248).

Questo brano, corredato da immagini, è stato successivamente pubblicato – su una pagina intera – da “LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO”, martedì 28 ottobre 1997.

Noterelle di metereologia salentina

di Marcello Gaballo

 

Le grandi piogge di questo periodo, inusuali per la stagione e per i nostri luoghi (ma ricordate che in altri anni avevamo già cominciato a fare il bagno al mare?), dal nostro popolo erano considerate una vera manna dal cielo.

L’acqua avrebbe giovato alle piante del grano in piena maturazione, agli ortaggi, agli ulivi, oltre a riempire le cisterne e rifornire le falde da cui attingere l’acqua tramite i pozzi.

Accadevano raramente e per questi graditi eventi il nostro popolo pensò di coniare due bellissimi proverbi, che propongo in vernacolo e con la traduzione più vicina in lingua italiana:

‘ale cchiù ‘n’acqua ti marzu e ddoi ti ‘bbrile cca ‘na carrozza cu totte li tire
(vale tanto una pioggia in marzo e ancor più due in aprile, più del valore di una carrozza con tutti i suoi armamenti).

Ci ‘uei cu bbiti la massara pumposa, Natale ‘ssuttu e Pasca muttulosa
(l’autentica felicità della contadina la vedrai quando piove poco d’inverno e molto in primavera. Troppa acqua in inverno farebbe imputridire le sementi, che invece se ne giovano con le piogge di primavera).

Saggezza popolare forse desueta, ma sempre saggia… o no? a patto che Giove pluvio non esageri!

La memoria narrata: invito all’opera di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

di Pier Paolo Tarsi

 

Vogliamo gettare un tassello facente parte di un ben più ampio progetto di ricerca e studio iniziato altrove da chi scrive[1]. Tale progetto, qui solo annunciato al lettore al fine di solleticarne l’interesse e il coinvolgimento, consiste nella riscoperta e nella rivalutazione dell’imponente opera letteraria, artistica ed etnologica di Giulietta Livraghi Verdesca Zain.

Donna dall’ingegno poliedrico, giornalista, studiosa, pregevole scrittrice, scultrice e artista varia e versatile, nota in vita per lo più come poetessa e antropologa, la Verdesca Zain nasce a Salice Salentino il 17 dicembre del 1931, discendente di una nobile casata di Copertino. In quest’ultimo paese, ove muore il 10 novembre 2007, la Nostra trascorre tutta la sua esistenza con l’eccezione di una parentesi di anni a cavallo tra il 1962 e il 1971, operosamente vissuti a Roma. Nella capitale, ove la Livraghi si lega presto al futuro compagno di una vita intera – il poeta calabrese Nino Pensabene, conosciuto negli ambienti colti -, grazie ad una vena poetica stimata da tutti i più attenti intellettuali dell’epoca, la sua grandiosa personalità emerge rapidamente e si impone come un punto di riferimento dei cenacoli letterari di rilievo. Oltre che per la sua prolifica attività di critica letteraria e critica d’arte, in quegli anni infatti la Livraghi si distingue anche – se non in primo luogo – per le pubblicazioni di alcune raccolte di sue poesie che le fanno guadagnare numerosi e importanti premi nazionali, a testimonianza del riconosciuto valore dei suoi versi. Non è tuttavia solo per la levatura delle numerose opere che suscitano l’ammirazione generale che la Nostra si mette in luce: nei medesimi anni, insieme al marito, i due danno corso parallelamente ad una intensa attività organizzativa che li vede in breve assurgere al ruolo di animatori di primo piano della vita culturale romana e nazionale. Nella città eterna, essi fondano e dirigono importanti riviste quali “La Prora. Periodico Internazionale d’Arte e Cultura” e “Il Nuovo Eon. Periodico Internazionale di Letteratura, Filosofia, Scienze, Arti”, organo quest’ultimo dell’Accademia Internazionale di Lettere, Scienze ed Arti “Pacem in terris”, ente presieduto dalla Livraghi stessa, destinato ad elevarsi rapidamente a cenacolo di riferimento dell’intellighenzia migliore. Assorbita dall’intreccio fitto di impegni a cui tali attività culturali la legano in quegli anni di animata vita romana, la Livraghi fa in seguito ritorno a Copertino per dedicarsi qui interamente – con il necessario distacco dagli oneri mondani e sociali – ad un vasto studio etnologico, finalizzato al «completamento di un quadro panoramico della civiltà contadina del Salento»[2]: una impresa immane quest’ultima, condotta in solitudine quasi eremitica, con slancio febbrile ed estrema lucidità sino al talamo della morte, sino agli ultimi aliti di una vita che, ormai demolita da una estenuante lotta combattuta con ardore contro una lunga e grave malattia, veniva trattenuta solo dalle amorevoli cure del compagno «con le unghie, come ultimo riverbero di un tramonto»[3].

Il risultato di questi anni di duro e poderoso lavoro antropologico, dedito con passione e amore intellettuale alla terra natia, consiste in un immenso lascito di scritti che va ben al di là di quanto emerso attraverso la pubblicazione di una magistrale opera etnologica della Nostra, “Tre Santi e una campagna. Culti magico-religiosi nel Salento fine Ottocento”, edita da Laterza nel 1994 e salutata dagli antropologi di professione come un capolavoro massimo[4], cui si accompagnano ulteriori piccoli stralci editi, comparsi sul quotidiano “La Gazzetta del Mezzogiorno” nel corso degli ultimi anni di vita della Verdesca Zain. Tali materiali, seppur di importanza fondamentale per la conoscenza del Salento e pertanto meritevoli di essere riportati oggi – e per sempre – all’attenzione del pubblico e degli studiosi, costituiscono tuttavia sparuti frammenti di un ben più ampio e “panoramico” progetto, condotto dalla Livraghi nell’arco di una vita di comunione e condivisione intellettuale e spirituale con il compagno, all’insegna di un’esistenza consacrata interamente alla conoscenza della civiltà tradizionale salentina. Una grande opera è dunque questa, da preservare e studiare come una delle più grandi eredità della nostra storia, come un bene sommo della nostra terra e della nostra tradizione.

Nel lavoro complessivamente preso della Livraghi vi è infatti non solo un monumento mai innalzato che è a nostro avviso tempo di edificare, ma vi è, per quanto ora qui nello specifico interessa evidenziare, una sorgente densissima di restituzione di un immenso patrimonio etnologico- linguistico da tutelare, al quale è doveroso – moralmente prima che intellettualmente – rifarsi nell’ambito di ogni sforzo di seria e continuata indagine storico-antropologica sul Salento.

Di tale florida e vivida sorgente, siamo ben lieti di donare un piccolo assaggio al lettore di Specilegia attraverso la mediazione di un brano inedito dell’autrice, da chi scrive scelto faticosamente tra i tanti di egual valore. Ciò al fine di offrire un saggio della forza evocativa della penna della Nostra, capace di punteggiare liricamente persino la descrizione saggistica e antropologica relativa a un mondo salentino descritto ad intreccio tanto nelle sue consuetudini originarie e nel suo antico immaginario simbolico, quanto nelle sue intricate dinamiche sociali tra poveri contadini e signori della terra: un mondo ormai estinto, il quale, fortunatamente, ci viene tramandato in molte sue dimensioni dalla memoria narrante di colei che non si dovrà più esitare a definire la più grande antropologa del Salento. Al nome della Livraghi Verdesca Zain, dimenticato da molti ed oggi in pratica estraneo ai più, spetta infatti, ne siamo certi, un posto d’altissimo rilievo nella storia della cultura italiana del Novecento – non solo salentina – e un posto d’onore, in particolare, nella storia dell’antropologia.

per gentile concess. di Nino Pensabene

A questo mancato tributo a una studiosa che a questa terra e alla memoria della sua civiltà contadina ha donato i frutti migliori del proprio genio versatile, ci auguriamo di contribuire a porre rimedio anche attraverso le pagine di questa bella rivista, oramai sempre più incarnazione di un punto di riferimento autorevole della vita culturale meridionale e non.

Le ragioni di tale tributo, teniamo a puntualizzare, non sono da rintracciare solo nei meriti in sé dell’autrice e della sua penna, quanto piuttosto nel valore complessivo che l’opera di conservazione di un patrimonio etnologico-linguistico assume nel contesto del processo contemporaneo di globalizzazione planetaria che ci coinvolge in prima persona. Nel mondo attuale, infatti, vediamo risorgere ovunque spinte localistiche compensative dei movimenti di omogeneizzazione insiti nella mondializzazione, pressioni che possono pericolosamente degenerare in consolatorie chiusure nei confronti delle altre culture e favorire arroccamenti in astratte mitizzazioni identitarie (quali, per esempio, il popolo padano, il popolo salentino ecc): tali effetti costituiscono delle difese della psiche collettiva che sorgono, paradossalmente, proprio laddove labile e frammentaria risulta la conoscenza del proprio passato, impedendo pertanto uno sviluppo sereno e creativo di un futuro storico consapevolmente interconnesso con la continuità del proprio mondo originario e, proprio per tale ragione, pacatamente aperto e disponibile all’incontro fecondo e costruttivo con l’altro, con il diverso.

In coerenza con quanto detto sopra, ci pare opportuno infine lasciare spazio alla voce diretta della Livraghi, senza frapporre ulteriori nostri interventi, ponendo così termine a queste nostre note, con l’augurio che le stesse risuonino per tutti come un invito alla rilettura e alla scoperta dei lavori che abbiamo indicato e, in generale, dei vari contributi dell’ingegno di questa coterranea.

Lu crucifissu ti lu asu (scritto inedito di Giulietta Livraghi Verdesca Zain)[*]

 Lu crucifissu ti lu asu (il crocefisso del bacio), per il suo stare fra le mani dei defunti durante le veglie funebri, non doveva essere usato come simbolo di culto, veniva ritenuto sconsacrato, motivo per cui, le poche famiglie ricche di un paese, potendosi permettere più crocifissi, ne tenevano uno apposito; e siccome apparenza voleva non fosse soltanto un simbolo religioso ma anche un elemento decorativo della salma, era un crocefisso importante, se non addirittura prezioso. Destinato a essere trasmesso di generazione in generazione, doveva poter rappresentare nel tempo il decoro delle casata, e non di rado  – ritenendolo soggetto a diritti dinastici – veniva citato nei capitoli testamentari, devoluto quasi sempre al primogenito.

Col passare degli anni e il sommarsi delle morti, il prestigio di quel crocefisso aumentava, tanto che si arrivava a fregiarlo di un nome particolare, affibbiandogli quello del trapassato più illustre: in qualche famiglia poteva essere “Il crocefisso di nonno Giovanni”, in qualche altra quello del bisnonno Giuseppe, in qualche altre ancora “Il crocefisso dello zio monsignore”. Un dato di fatto che aveva sempre irritato, e qualche volta mandato in bestia, le vecchie cameriere: per loro, figlie del popolo, alle cui usanze rimanevano vincolate per rapporto viscerale, quell’indicazione suonava bastarda, se non blasfema, giacché ritenevano inaccettabile l’idea di sovrapporre alla totalità di Cristo la riduzione di un possesso espresso attraverso il nome di un mortale, sia pure passato alla storia come illustre. Per loro, come per tutti i loro simili, quello era e doveva rimanere crucifissu ti lu asu, anche se, a rifletterci bene, avevano torto: i crocifissi mortuari delle famiglie nobili non potevano incarnare sino in fondo quella simbologia, giacché, data la differente sistemazione delle salme, nessun bacio poteva sfiorarli. La nobiltà veniva identificata, sia pure in modo allusivo, in un perenne rapporto di altezze, e se la vita aveva le sue lotte di gradino, anche la morte doveva sottostare alla regola dei rialzi. I catafalchi che si approntavano erano dei veri e propri monumenti, non facilmente raggiungibili nella loro sovrapposizione di piani: due per le donne, ma non meno di tre per i maschi, ai quali anche da morti spettava il riconoscimento di una supremazia adombrata nel mito del loro seme. E più il personaggio era stato importante, più la castellana (il catafalco) doveva essere alta.

i coniugi Pensabene e Livraghi Verdesca Zain

Posta al vertice e in posizione un po’ inclinata per consentirne la visibilità, la salma incuteva una  certa soggezione, rafforzata dai damaschi – rossi o giallo oro – che in ricchi drappeggi scendevano sino a terra: un’ulteriore barriera che fermava a timorosa distanza i visitatori più umili, che mai e poi mai si sarebbero permessi di accostare a quelle stoffe preziose i loro piedi sporchi di terra, anche se, per la circostanza, infilati nelle scarpe della festa.

Una circoscrizione capace di gelare il cuore dei semplici e apparire, pur nell’esuberante presenza della ricchezza, come l’estrema penitenza di un modo di essere, forse il volto più duro della morte, giacché anticipava il silenzio della pietra.

La morte dei poveri era una cosa ben diversa, e anche se urlava come una belva aveva volto e fiato umani. Le salme, adagiate basse sulla matthrabbanca (madia – tavolo), non erano isole irraggiungibili, ma lembi di carne mantenuta umida da lacrime e aliti. Nelle loro mani il crocefisso non era soltanto l’asta della misericordia che promette perdono, ma la radice sublimata di un credo trascendentale che, sovrapponendosi al momento temporale del trapasso, stabiliva una convivenza quasi sacrale fra il ricordo dei viventi e l’essenza purificata dei trapassati.

Le persone in visita di lutto vedevano in quel crocefisso il tramite insostituibile dei loro sentimenti, ossia il filo conduttore di un dialogo che intendevano stabilire con l’aldilà: baciandolo erano sicure di ottenere da Dio il permesso di affidare all’anima della salma in esposizione saluti e messaggi da portare alle anime dei loro cari. Un vero e proprio ufficio postale, anomalo nella sua equivalenza di fede, ma tragicamente reale nello sfogo delle pene individuali: appelli di aiuto, richieste di consiglio, sollecitazione di sogni rivelatori, comunicazioni di mutamenti drammatici, o notizie rassicurative per l’anima partita in travaglio.

un’opera grafica dell’artista

Una ridda di voci che trovava la sua espressione più colorita negli interventi delle donne, sempre prime ad accorrere sui luoghi del dolore: convinte che una rappresentazione visiva dei loro affanni servisse a rendere più efficaci le parole, e quindi a meglio esprimere i loro sentimenti, non esitavano a strapparsi i capelli, a graffiarsi il viso, o comunque ad agitare le mani in una mimica di disperazione che sembrava racchiudere l’essenza stessa del dolore.

Scansioni da tragedia che toccavano il vertice quando, con un incedere assorto da statua dell’Addolorata, si faceva largo una giovane vedova seguita dal grappolo dei suoi orfani. Sulla bocca dell’innocenza, morte e miseria trovavano commistione in un unico boccone amaro, e non a torto il coro delle donne si dava a chiedere: “Pane!… Pane!… Pane!…”. Un’invocazione che di proposito si faceva echeggiare forte, poiché, oltre a essere una preghiera rivolta al Cielo, intendeva imporsi come appello rivolto ai vivi: un grido che nasceva sì in nome della pietà, ma che, sfruttando l’impunibilità del momento, vibrava come rabbiosa pietrata sui portoni dei ricchi, rappresentando, sia pure in modo coatto, un fermento di ribellione sociale.

Più silenzioso, forse più struggente, il pellegrinaggio dei vecchi. Entravano nelle case in lutto in punta di piedi, rigirando fra le mani la coppola nera come fossero intenti a raggomitolare i fili di un’esistenza che l’età tarda confinava nell’amarezza dei consuntivi. Fasciati da una solitudine visibile come un’amputazione, si presentavano con timidezza, quasi che l’essere ancora vivi fosse un torto da farsi perdonare, ma il loro faticoso curvarsi sul crocefisso acquistava il significato di un’espiazione collettiva, una mortificazione antica che non era soltanto loro, ma stillava l’amaro di un’infinità di radici, forse nate nell‘alba del mondo.

Anche la loro voce aveva sapore di lontananza, mentre sussurravano parole spezzettate dalla commozione: si rivolgevano all’anima della moglie (non aveva importanza se morta un giorno o dieci anni prima) per farle sapere che la vita senza di lei non aveva senso, ch’erano stanchi e aspettavano la sua chiamata. Un monologo che invariabilmente finiva col franare in una vera e propria commemorazione, tirando in campo le virtù di quell’anima benedetta che tanto aveva lavorato e sofferto nel portare avanti una famiglia. Dilatazione della memoria che trasferiva nel mito una verità vissuta e che le donne presenti ricevevano come indiretto tributo alle loro funzioni di spose e di madri. Sentendosene investite, come protagoniste di un ruolo che misconosciuto in vita trovava giusto apprezzamento solo dopo la morte, non lasciavano passare inosservato quel momento di esaltazione e intervenivano a coro per rafforzare i termini della valutazione femminile.

Mentre il vecchio chiedeva angosciato: “Cce rrestu a ffare sobbra lla facce ti stu munnu ci m’à lassatu sulu… sulu comu fugghiazza allu jèntu?!…” (“Che resto a fare sulla faccia di questo mondo se mi hai lasciato solo… solo come foglia al vento?!…”), loro, rivolgendosi alla defunta in questione, che per essere già, presumibilmente, in Paradiso, chiamavano “Benett’ánima ti rázzia”(“Anima benedetta per grazia”), incalzavano: “Facennulu cattíu l’a fattu orfanu!…” (“Facendolo vedovo, lo hai fatto orfano!…”); e giostrando sul tono della pietà, furbamente inserivano, forse a monito di qualche marito presente, un proverbio scelto a loro emblema: “Casa senza fèmmina ete terra senza acqua”. Una definizione lapidaria della loro indispensabilità, e i cui termini di comparazione si agganciavano a due simboli (terra – acqua} ritenuti sacri da tutta la popolazione salentina.

Del resto erano sempre le donne a essere le vere protagoniste delle veglie funebri; e la loro presenza, così come la loro continua intromissione nella sottolineatura dei messaggi, sapeva di padronanza, come se presiedere agli uffici della morte fosse un loro naturale diritto, derivato dal fatto che erano loro, donne, a partorire la vita. Solo nel messaggio ti la perdunanza (di richiesta di perdono) non osavano intervenire, anzi se ne tiravano fuori in modo visibile, stringendosi contro le pareti della stanza e creando lo stacco di un vuoto fra loro, il postulante e il crocefisso.

La persona che, a cancellazione di un odio o rimorso, andava a chiedere perdono a un’anima offesa in vita e con la quale non era riuscita a rappacificarsi prima della morte, non doveva avvalersi di interventi estranei: il suo era un particolare caso di coscienza, e sebbene la confessione veniva fatta a voce alta, doveva pur sempre rimanere un atto di umiliazione personale, senza interferenze e patrocini terreni. Aspettavano perciò che il messaggio fosse concluso, prima di tornare ai loro posti e riprendere la cadenza mimata dei lamenti. Solo qualche vecchia, a chiusura della parentesi, quasi offrendosi a testimone di un patto di pace, si permetteva di dare un bacio supplementare al crocefisso, mormorando un “così sia” ch’era affermazione ma anche implorazione. Una libertà che si poteva prendere solo in nome dell’età avanzata, vista come scaturigine di particolari diritti e di altrettanti particolari doveri.

Uno dei doveri delle vecchie era proprio quello di procurare il crocefisso del bacio, ed era un compito che eseguivano con scrupolo, convinte di potere così suffragare tutte le anime sante del purgatorio. Non potendo i poveri permettersi un crocefisso da dedicare alla morte, erano loro ad andare a chiederlo in prestito alle famiglie ricche, e affinché l’atto di carità fosse più valevole, usavano rivolgersi alla famiglia meno amica, o per lo meno andare a bussare alla casa più lontana.

Avvolte nello scialle nero, che per l’occasione di lutto indossavano alla monacale, facendolo aderire basso sulla fronte e fermandolo attorno al viso come un soggolo, si presentavano ai portoni signorili con l’atteggiamento umile di chi si riconosce in bisogno, ma nello stesso tempo con lo sguardo fiero di chi sa che la sua richiesta non può, per cause maggiori, essere respinta.

Il crocefisso del bacio, infatti, non si negava mai, e non soltanto per il rispetto che si aveva verso la morte, ma per la paura di attirare, con quel diniego, la disgrazia nella propria casa.

A Cristu nicatu sècuta muèrtu chiantu” (“Alla negazione di un crocefisso segue il pianto per un morto in famiglia”), stabiliva un detto popolare; e giacché ai signori dispiaceva prestare il crocefisso dei propri morti, ne tenevano un altro esclusivamente dedicato alle richieste del popolo. Di legno, quasi sempre chiaro, era caratteristico per il Cristo di rame che, mantenuto lucido dal ripetuto strofinio di labbra, aveva barbagli strani, quasi sprazzi sanguigni. Avvolto in un quadrato di tela nera, lo si teneva a portata di mano, chiuso in qualche stipetto della sala d’ingresso dove c’erano anche un fascio di candele e una scorta di pezzuole di lino, oggetti anche questi di continue richieste.

Quello di famiglia, al contrario, essendo un oggetto che ci si augurava non dovesse servire mai, si conservava in uno dei nascondigli più segreti della casa, e sebbene venisse intenzionalmente dimenticato, al momento opportuno il più giovane della famiglia sapeva sempre dove trovarlo. Pur nella confusione o smarrimento che quelle tristi circostanze potevano generare, nessuno scordava i suoi compiti, anzi ognuno se ne faceva uno scrupolo nell’osservarli, ansioso di rispettare le tradizioni, ma forse più che altro rassicurato da una successione di regole che potevano avere valore scaramantico. A prelevare quel crocefisso doveva infatti essere il più giovane, e doveva farlo a tempo giusto, cioè quando la salma era già composta sobbr’a lla castellana e la fiamma dei quattro candelotti aveva già scavato la sua buca nella cera.

Sollecitato dai parenti, che gli tenevano dietro in processione, il ragazzo si avviava commosso a compiere la sua missione, anche se l’importanza e la responsabilità di quel gesto erano tanto grandi da non consentire spazio alle emozioni. Prima di prendere il crocefisso doveva segnarsi devotamente tre volte e attendere a che le donne gli appendessero al braccio, a mo’ di manipolo sacro, un asciugamano usato in occasione di un battesimo: uno di quegli asciugamani di lino che ogni famiglia ricca approntava per le nascite, contrassegnandoli con delle crocette ricamate a sfilato un angioletto eseguito a filè[†]. Esibiti con gioia al fonte battesimale, quei lini tornavano a galla nell’ora del dolore, e, sebbene in forma più dimessa, la loro presenza risultava altrettanto importante, giacché voleva significare che l’offerta di quel crocefisso veniva fatta in nome di un’innocenza non ancora in debito con la morte.

Il concetto di un’esistenza da scompitare col travaglio della fine scattava dopo, a veglia funebre conclusa, cioè quando, immediatamente prima dei funerali, il crocefisso doveva essere tolto dalle mani del morto. Un compito che spettava al più anziano della famiglia, il quale si sentiva in dovere di autoindicarsi come il più stanco della vita, facendo valere il rispetto per quella legge di naturali successioni che la morte non doveva assolutamente incrinare con mietiture fuori stagione.


[1] Ci sia concesso di rimandare il lettore al nostro “Per un’antropologia linguistica della memoria narrata. Invito alla riscoperta dell’opera etnologica di Giulietta Livraghi Verdesca Zain. ”, in corso di pubblicazione.
[2] LIVRAGHI VERDESCA ZAIN G., Tre Santi e una campagna. Culti magico-religiosi nel Salento fine Ottocento, Laterza, Bari 1994, p. XI

[3] L’immagine è tratta da una poesia inedita della Verdesca Zain, “Otranto: visita alla cappella dei Martiri”, ove leggiamo: «tu – Nino – poeta eremita / che moduli i giorni / in levigate consonanze d’amore / io / particella di un fiato / che trattieni con le unghie / come ultimo riverbero di un tramonto».

[4] In particolare si vedano le seguenti recensioni Cfr. BRONZINI G.B., Giulietta Livraghi Verdesca Zain, Tre santi e una campagna, in Bollettino storico della Basilicata, n. 10, 1994, pp. 337-342; IMBRIANI E., Giulietta Livraghi Verdesca Zain, Tre santi e una campagna, in Miscellanea storico salentina «Giovanni Cingolani», IV, 1995, pp.145-151; IMBRIANI E., Giulietta Livraghi Verdesca Zain, Tre santi e una campagna, in LARES Rivista trimestrale di studi demoetnoantropologici, Anno LXI, n. 4, ottobre-dicembre 1995, pp. 632-4.


[*] Per meglio comprendere la differenza di vedute nonché di usi che correva tra ricchi e poveri a proposito della morte, leggere della stessa autrice, Tre Santi e una campagna. Culti magico-religiosi nel Salento fine Ottocento, Laterza, Bari 1994, Cap. “Li manure ti Santu Itu”, pp. 119-129.
pubblicato su Spicilegia Sallentina n°6

Parlava la lingua dell’orto – il salento maruggese

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VIVA  IL  DIALETTO, TUTTI  I  DIALETTI

 di Francesco Lenoci

Sono nato a Martina Franca, in Puglia,  nel 1958. Vi ho trascorso un’infanzia felice e una giovinezza altrettanto felice. Dopo aver conseguito la maturità scientifica, sono andato a Siena per gli studi universitari e, poi,  a Cagliari, dove ho prestato  il servizio militare. Dal 1983 vivo,  lavoro e insegno nella  seconda, per numero di abitanti, città pugliese d’Italia: Milano.

Il mio Amico Emilio Marsella è nato a Maruggio, in Puglia, ha studiato come me anche a Martina Franca e si è affermato professionalmente, come il sottoscritto, a Milano.

Non credo di sbagliare affermando che Milano è la città dove generazioni di  pugliesi hanno dato il meglio di sé. Perché Milano ti accoglie, ti stimola, ti offre un’opportunità . . .   che non puoi non cogliere . .  .  se hai “occhi di tigre”, “orecchie alla Dumbo” e voglia di fare strada.

Viviamo da tanti anni lontani dalla Puglia, ma “la lontananza” – come cantava Domenico Modugno – “spegne i fuochi piccoli e accende quelli grandi”. Non temo di essere smentito affermando che ai nostri nomi  non sarà mai affiancato il proverbio maruggese “Pi iddu, pi iddu, ognunu penza pi iddu”. La speranza è che trovi applicazione l’altro proverbio maruggese citato nel Libro: “Ci busca e dai a Mparatisu vai”.

Per promuovere il Libro di Emilio Marsella “Parlava la lingua dell’orto – il salento maruggese prima degli anni 30/40 del millenovecento e dopo” ED INSIEME, giugno 2009, ho, inter alia, creato un gruppo su Facebook denominato “Maruggio….Martina Franca….Milano….Maruggio”.

Sono i nidi ove è ambientato il Libro. Cominciano tutti con la lettera “M” . . . come Marsella.

Maruggio sta all’inizio e alla fine della denominazione del gruppo: ha la valenza di due nidi. Mi hanno chiesto in tanti. . . . perché? Lo rivelo questa sera, utilizzando l’incipit della recensione del Libro che un grande giornalista, un grande Amico mio e di Emilio Marsella, Franco Presicci, ha pubblicato su La Gazzetta della Puglia di aprile-luglio 2009.

Scrive Franco Presicci: “Difficile dimenticare il proprio nido. Ci sono uccelli che vi tornano sempre. E se il vento o la pioggia lo hanno irrimediabilmente disfatto, loro ne fanno un altro, ma nello stesso posto: lo stesso albero, un buco dello stesso fabbricato come i passeri, o  sotto lo stesso tetto come le rondini. Emilio Marsella non ha dimenticato la sua Maruggio. Il suo cuore batte sempre per Maruggio,  che campeggia  spesso nei suoi discorsi”.

Ho letto una prima volta “Parlava la lingua dell’orto” nel mese di gennaio 2009 a Milano. Da quella lettura è scaturita la mia prefazione al Libro. L’ho riletto la settimana scorsa a Martina Franca. Come diceva don Tonino Bello, mutuando un’espressione di Max Weber, “Un libro che non è degno di essere letto due volte, non è neppure degno che lo si legga una volta sola”.

Nel Libro giganteggia la figura della nonna di lu Miliu: nonna Checca. Il perché è spiegato a pag. 87: “Nel nido in cui accolse il figlio e i nipoti (dopo  la prematura morte della nuora) non fu più solo la nonna. Ma in assoluto la loro mamma Checca. I piccoli nipoti la chiamavano, infatti, sempre mamma: come la chiamava il figliolo. E lei fu sempre loro madre e nonna insieme”.

Ritengo  che giganteggi perché a me, proprio a me, fa venire in mente tanti ricordi. Nonna Checca aveva un figlio emigrato in Argentina, a Buenos Aires. Anche mia nonna, morta quattro anni prima che io nascessi, aveva un figlio emigrato a Buenos Aires. Prima di partire mio zio Giovanni diceva sempre: “Tutto andrà male….non mangerò più  fave…. che lui odiava”.

La nonna di mia madre – mammà – mi vide nascere; percorreva a piedi circa un chilometro per potermi tenere in braccio. A 93 anni ballava ancora la pizzica. A pag. 122  del Libro si apprende (per i ragazzi di oggi queste cose sono in gran parte sconosciute) che “Il gallo era per nonna Checca il primo segnale naturale del nuovo giorno  e della notte, che si era ormai conclusa all’apparire della luce. Udendolo cantare ancora, l’assecondava – Tuni cuntinui a rùsciri! Nui sapimu ca jè giurnu!

Più tardi, accanto al pollaio, reagiva debolmente, senza cattiveria, alle galline che la beccavano saltandole addosso  e strappandole dalle mani il mangime che spargeva. Il padre di Emilio, allorché si accorgeva che il pollame vorace  diventava aggressivo  e assaliva  nonna Checca graffiandola, subito interveniva per allontanarlo. Affettuosamente la esortava anche a stare attenta a non farsi pizzicare”.

Anche mia nonna aveva le galline in campagna: una, alla quale  era particolarmente affezionata, la portava anche in Paese. Quella sciagurata usciva dalla gabbia e andava in giro fino a quando veniva intercettata dai vigili urbani, che facendo sciò…sciò riuscivano a risalire alla casa da cui si era allontanata. Mia nonna era sempre riuscita ad evitare la multa.

Un brutto giorno, però, la gallina anziché coccodè cominciò a fare il verso del gallo. Era un presagio di sventura, come disse alla nonna tutto il vicinato. Mia nonna, a malincuore, ammazzò la gallina una mattina. Poche ore dopo, sul far della sera,  mia nonna morì, vittima di un incidente stradale.

Un tema che pervade il Libro è il rapporto docente/studente. Emilio Marsella ha incontrato docenti non bravi e docenti bravi. È un tema complicato: mi permetto solo di dire che quello del docente è un ruolo difficilissimo. Chi vi parla è un docente universitario che, spesso, ripete una meravigliosa preghiera di don Tonino Bello:

“Salvami Signore:

  • dalla presunzione di sapere tutto;
  • dall’arroganza di chi non ammette dubbi;
  • dalla durezza di chi non tollera ritardi;
  • dal rigore di chi non perdona debolezze;
  • dall’ipocrisia di chi salva i principi e uccide le persone”.

Continuerei a leggere parti del Libro, a  commentarle  e a ricordare per ore, ma non posso e non devo  farlo, perché siamo qui riuniti, soprattutto, per ascoltare Emilio Marsella e, quindi,  mi avvio alle conclusioni.

Che cos’è un maestro di cultura?

Come dimostra da par suo, Emilio Marsella, anche con “Parlava la lingua dell’orto”, è colui che ha la capacità di viaggiare nel tempo e nello spazio, discernendo le cose positive nella pittura, nella scultura, nella poesia, nella letteratura,  nella musica, nella storia. . . . nella vita quotidiana.

E perché un maestro di cultura utilizza anche il dialetto?  Semplicemente perché il dialetto esprime al meglio, da sempre,  ciò che l’uomo è.

Grazie, grazie di cuore, Amico mio.

Un punto fermo.  Non c’è partita tra la capacità espressiva del dialetto, di ogni dialetto, e della lingua italiana. Provo a spiegarlo ricorrendo a degli esempi. Ho prestato il servizio militare, tanti anni fa, a Cagliari e, precisamente, nella caserma “Monfenera”  nel 51° Reggimento Fanteria “Sassari”. Il motto di noi  “Sassarini” era ed è: SA VIDA PRO SA PATRIA. Non c’è traduzione che renda con altrettanta forza, musicalità  e immediatezza tale motto.

Emilio Marsella mi ha portato copia del Libro nel mio studio a Milano. Dalle finestre dallo studio si vede la Madunina tuta d’ora e piscinina.  Sappiamo tutti che tale definizione è tratta dalla celeberrima canzone di Giovanni D’Anzi:

O mia bela Madunina che te brillet de lontan

tuta d’ora e piscinina, ti te dominet Milan

sota a ti se viv la vita, se sta mai coi man in man…

Lo ribadisco: non c’è traduzione che renda con altrettanta forza, musicalità e immediatezza ciò che rappresenta la Madonnina per chi vive a Milano.

Un  secondo punto fermo. Se  perdiamo la memoria delle tradizioni, cui è imprescindibilmente legato il dialetto, perdiamo tanto . . .  quasi tutto.

Nella prefazione al Libro trovate  un esempio riferito al periodo di  Carnevale che, come noto, precede la Quaresima. Ebbene, non penso di sbagliare  molto affermando che, ai giorni nostri, il Carnevale e la Quaresima sono scaduti alla condizione di pure espressioni nominali. Fino a qualche anno fa non era così! Non mi stancherò mai di ripeterlo: le tradizioni sono un dono immenso dei nostri avi su cui occorre puntare per assicurare un futuro a noi e ai nostri figli, avendo presente ciò che diceva un grande compositore e direttore d’orchestra austriaco, Gustav Mahler: “Tradizione non è culto delle ceneri, ma custodia del fuoco”.

Sono più che convinto che se si affievolisce la vitalità del dialetto . . . la conseguenza è una ed una sola: la scomparsa di un bagaglio di saggezza unico al mondo: la nostra identità culturale. Favorendo l’affermazione, in esclusiva, di un idioma sintetico. . . . stiamo distruggendo l’originalità delle nostre radici storiche e culturali. Nel libro biblico dei “Proverbi” si legge che “I detti popolari valgono a conferire al fanciullo avvedutezza e al giovane sapere e intelligenza. Il saggio che li ascolta diventerà più saggio e l’intenditore possederà di che governarsi”.

Mettendo per un attimo il berretto da economista, mi permetto di sottolineare che rinunciare alla nostra identità culturale ha come conseguenza immediata il venir meno di un  “vantaggio competitivo”. E allora . . . . grazie di cuore a coloro che si impegnano per la salvaguardia dei dialetti, tra cui Emilio Marsella.

Mi avvicino alle conclusioni, rivelandovi un segreto: che cos’è il dialetto per noi.

Un terzo  ed ultimo punto fermo.  Il dialetto è  un’esplosione di gioia. Ho fatto gli studi universitari a Siena. Eravamo in tanti di Martina Franca. Ebbene,  c’era un mio amico che studiava a Firenze: appena poteva, correva a Siena…. per poter parlare in dialetto con noi. Ho lavorato in una multinazionale americana. Mi dicevano i miei insegnanti di inglese: il segreto per poter parlare bene la lingua inglese….è pensare in inglese; mai pensare in italiano e poi tradurre! Non ho mai avuto il coraggio di confessare ai miei insegnanti che pensavo in dialetto, traducevo in italiano e, quindi, traducevo in inglese. La mia fortuna era che, avendo il dialetto nel DNA, riuscivo ad essere veloce….non mi facevo scoprire.

I miei genitori hanno messo al mondo due figli: mia sorella, che ha sei anni più di me e il sottoscritto. Sapete come mi chiamano? Mi chiamano:  u peccinne.

Un famoso slogan pubblicitario di qualche anno fa recitava: “Una telefonata. . . . allunga la vita”. A me fa molto. . . molto di più. Se telefono da Milano o Chicago a Martina Franca, quando mio padre comunica a mia madre che al telefono c’è  u peccinne,io, che ho più di cinquant’anni e  peso più di  novanta chili, grazie alla magia del dialetto, riesco a viaggiare nel tempo e nello spazio, tornando  .  . .  bambino . . .  a Martina Franca . . . con i miei genitori.

Sia lode e gloria al dialetto, a tutti i dialetti! Sia lode e gloria a Emilio Marsella che, con “Parlava la lingua dell’orto” suscita una nostalgia  che prende il cuore e lo riempie, allo stesso tempo….  di malinconia per il tempo che fu e le persone a noi care …. di amore, tanto amore, verso la nostra terra d’origine.

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