Taranto: su alcune sue rappresentazioni favolistiche

ph Francesco Lacarbonara

di Daniele Chiffi

Ė molto frequente leggere vuote disquisizioni sul mancato sviluppo della città di Taranto, sulle sue bellezze naturali poco conosciute e sull’idea che seppure sia vero che Taranto è sede del centro siderurgico più grande d’Europa, ciononostante esisterebbero cose buone da salvare ed è un problema dei tarantini non saper valorizzare la propria città. Penso che sia sbagliato scrivere cose simili in riferimento alla città di Taranto.

A Taranto esistono problemi veri e il semplice fatto di cercare la pagliuzza d’oro nel mare di problemi della città è un atteggiamento non sufficiente a smuovere il corso delle recenti vicende (per lo più nefaste) del territorio jonico. Le percentuali di morti per tumore – tra le più alte in Italia – non sono dovute a deficienze nella rappresentazione soggettiva della città di Taranto da parte dei tarantini: queste morti sono un dato di fatto. “Non abbiamo superato l’acciaio, stiamo morendo dentro di esso” potrebbe essere uno slogan che rende bene l’idea della situazione tarantina.

Solo un analista disincantato può ritenere che la riscossa di Taranto possa arrivare dal nulla dalla comunità tarantina attuale. Una città dove la parola “cultura” è quasi cancellata da ogni dizionario non ha molte speranze di migliorare. Taranto e la sua provincia, inoltre, vorrebbero ergersi a meta turistica, dimenticando che mancano tante infrastrutture essenziali e che, ad

Invarianze tarantine. Fenomenologia di una città rossoblù

Taranto, il porto mercantile visto dalla rotonda sul Lungomare (ph Francesco Lacarbonara)

di Daniele Chiffi

Alcune categorie storiche e socio-antropologiche a cui si ricorre per comprendere una determinata cultura fanno riferimento sovente a concetti vaghi come “mentalità”, “visione del mondo”, “prassi sociale”. Tali concetti sono difficilmente sostenibili da un punto di vista metodologico. Inoltre, è consuetudine quasi del tutto italiana assumere che una disanima storica della genesi di una determinata cultura sia l’unico lavoro di scandaglio critico applicabile per un’analisi culturale. La mia prospettiva, al contrario, è volta a mostrare alcuni aspetti invarianti che si manifestano con modalità individuali differenti, ma che sono accomunate da un medesimo humus culturale e sociale. Ovvero, la mia proposta è quella di presentare alcuni tratti salienti che permettono di indicare una ricostruzione razionale di alcune linee di pensiero invarianti riferite a singole comunità locali. Come esempio di comunità locale mi concentrerò sulla città di Taranto (che è la mia città natale) e le sue zone limitrofe. Cercherò di evitare quella saccente, vuotamente erudita e fastidiosa retorica di autoesaltazione da parte di molti studiosi della propria realtà locale.

La prima invarianza tarantina è di tipo essenzialmente linguistico. Ė ben noto che la parte orientale della provincia jonica ha forti influenze linguistiche salentine, mentre la parte nord e quella occidentale mostrano notevoli somiglianze linguistiche con i dialetti lucani e della provincia di Bari. Ciò comporta che esista un basso senso di appartenenza al capoluogo jonico da parte dei paesi della provincia, cosa che non avviene, ad esempio, per i comuni salentini con Lecce città.

La seconda invarianza è di sicuro determinata da alcuni aspetti legati alla cucina, oltre che dalla ritualità domenicale di taluni piatti, come le carni al sugo servite dopo la pasta. Parimenti, anche il consumo di talune bevande alcoliche sembrano essere un segno distintivo del senso di appartenenza tarantino come nel caso della birra Raffo, vero simbolo della ‘tarantinità’.

Un’ulteriore invarianza è determinata dall’amore per il mare. Taranto è bagnata da due mari, detti “Mar Grande” e “Mar Piccolo”. Quest’ultimo è molto famoso per le attività legate alla mitilicoltura, che hanno reso famosa Taranto con la sua “cozza” omonima. Il mare jonico, inoltre, ci ricorda delle imponenti strutture della Marina Militare Italiana, del ruolo strategico di Taranto nel Mediterraneo e del suo porto militare e mercantile.

Ad ogni modo, il vero aspetto invariante dell’essere tarantino è quello della “rassegnazione”. Taranto negli anni recenti ha dovuto subire un dissesto finanziario di dimensioni spropositate dovute a un ex-sindaco (al secolo Rossana Di Bello) che ha portato le finanze comunali allo sfascio a causa di una fortissima corruzione e a seguito di una gestione fallimentare e disonesta della cosa pubblica. La rassegnazione si evidenzia ancora nelle quotidiane morti per cancro nella città di Taranto, dove ha sede uno degli impianti siderurgici più imponenti d’Europa, appartenente al gruppo Ilva. In ogni famiglia tarantina c’è un parente o conoscente morto di cancro. La rossa polvere sui guardrail della zona industriale è il vero simbolo della rassegnazione tarantina.

Quale via d’uscita per tale rassegnazione? Di sicuro un più alto livello di onestà intellettuale dei governanti, una riconversione delle attività produttive e la creazione di reti culturali e di legalità potranno, per lo meno, lenire la rassegnazione di una città – i cui colori calcistici sono il rosso e il blu – che continua a vivere tra il blu del mare e il rosso ferrigno delle polveri del suo centro siderurgico.

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