22 novembre. Santa Cecilia e le pèttule a Taranto

 

Piccoli e semplici gesti… grandi  e genuini ricordi… ed è festa!

Le pèttuli, il sapore della mia terra

 

di Daniela Lucaselli

Il 22 novembre ricorre, nell’anno liturgico, una delle feste più popolari della tradizione, santa Cecilia. Per Taranto e i tarantini è un giorno speciale in quanto questa ricorrenza segna l’inizio dell’Avvento, l’alba dei festeggiamenti natalizi, in netto anticipo rispetto a tutti gli altri paesi in cui si respira aria di festa solo dall’Immacolata o da Santa Lucia.

Il perpetuarsi di antiche usanze rende vivo il legame col passato e, nel caso specifico,  le festività natalizie si arricchiscono di un profondo significato, che supera le barriere dello sfrenato consumismo di una società che sembra non credere più negli antichi valori.

Una magica atmosfera avvolge, in una suggestiva sinergia musicale, le tradizioni sia religiose che pagane. Non è ancora l’alba quando, per le strada di Taranto, si ode, da tempi ormai remoti, la Pastorale natalizia. Ed è così che nasce questa tradizione. Le bande musicali locali, in particolare il Complesso Bandistico Lemma, città di Taranto, svegliano gli abitanti dei quartieri della città,  diffondendo, nella nebbia mattutina, la soave melodia, per onorare Santa Cecilia, protettrice dei musicisti. I primi ad alzarsi sono i bambini che, incuriositi, corrono vicino ai vetri della finestra che affaccia sulla strada e, con la mano, frettolosamente, puliscono i vetri appannati. Dinanzi ai loro occhi, i musicanti infreddoliti, orgogliosi protagonisti di questo momento, augurano un buon Natale. Si vanno a rinfilare sotto le coperte, al dolce tepore del letto, chiudono gli occhi e continuano ad ascoltare, in un indimenticabile dormiveglia, le note della banda. Rimangono in attesa del momento in cui sentiranno l’odore di olio fritto…

Secondo la tradizione, infatti,  le mamme preparano, al passaggio dei suonatori, le pettole. Le famose “pastorali” sono state composte da maestri musicisti tarantini, come Carlo Carducci, Domenico Colucci, Giovanni Ippolito, Giacomo Lacerenza, , che si sono  ispirati ad antiche tradizioni, che affondano le loro radici nelle melodie suonate dai pastori d’Abruzzo che, durante la transumanza, scendevano nella nostra terra, con il loro gregge.

Muniti di zampogne, ciaramelle e cornamuse  percorrevano i vicoli della città, regalando le loro dolci melodie in cambio di cibo. I tarantini donavano ai pastori delle frittelle di pasta di pane, un prodotto povero e  semplice, ma,

Notte di San Lorenzo. La notte delle stelle cadenti…

Piccole meteoriti per grandi desideri: 10 Agosto la notte di San Lorenzo, la notte delle stelle cadenti…

di Daniela Lucaselli

Nei ricordi più remoti, tra magia e realtà, è sempre presente con il suo intramontabile fascino, lo splendore della notte tra il 9 e il 10 agosto. Un evento, un momento unico ed irripetibile nella grandiosità dell’attimo, dell’istante in cui si avvera e che stupisce gli occhi increduli e sbalorditi di tutti coloro che,  incontrandosi  in spiaggia, in piazze pubbliche, in luoghi all’aperto, con il nasino all’insù, guardano fra la costellazione di Cassiopea e quella di Perseo, attenti  per osservare, ammirare e godere incantati  questo fenomeno spettacolare delle stelle cadenti regalato dal firmamento notturno. Il cielo oscuro si illumina per magia,  la scia luminosa delle stelle si avvicina a noi come per regalarci una speranza di un sogno da realizzare. Le stelle cadenti con la loro luce sanno incantare ed emozionare. L’anima vibra in attesa che l’evento tanto desiderato si realizzi.

Ma le stelle cadono per davvero nella nostra atmosfera? Se ciò fosse malauguratamente accaduto noi oggi non esisteremmo più.  Allora cerchiamo di saperne di più…

Nel periodo estivo, e precisamente dal 25 luglio fino al 18 agosto, l’orbita della Terra , che si trova nella costellazione di Perseo, incrocia frammenti residui di roccia e ghiaccio della cometa Swift-Tuttle ( l’ultimo passaggio vicino al sole è stato nel 1992, osservato da  un astrofilo giapponese che vide un puntino luminoso nella costellazione dell’Orsa Maggiore. Il prossimo appuntamento sarà nel 2126), che penetrano nell’atmosfera e,  a circa un centinaio di chilometri di altezza,  diminuiscono la loro velocità.

Come avviene questo fenomeno?

Le comete durante i loro avvicinamenti al sole evaporano formando una lunga coda di gas e polveri spazzata dal vento solare e sulla stessa orbita lasciano numerosi detriti (pezzettini di ghiaccio, sassolini, polveri). Quando la terra, viaggiando nello spazio, attraversa queste regioni i frammenti più piccoli entrano nell’atmosfera terrestre ad altissima velocità ed evaporano (consumano e bruciano la materia di cui sono composti, in poche parole le loro molecole a contatto con l’aria s’incendiano) a causa del forte attrito e surriscaldamento, producendo reazioni fisico-chimiche che determinano l’affascinante scia luminosa, dovuta alla ionizzazione dell’aria.

La cometa, partendo dai confini del sistema solare, si avvicina verso la terra ogni 130 anni, sciogliendo parte del suo mantello di ghiaccio, nel momento in cui si avvicina al sole. Il tratto di orbita più vicino alla cometa è quello più ricco di polveri e quindi l’attività dello sciame meteorico si accentua negli anni più vicini al transito della cometa.

Nel lontano 36 d. C. i  Cinesi notarono per primi l’evento.  Seguirono i giapponesi, i coreani ed infine gli europei. Ma fino all’inizio dell’800 il fenomeno celeste non destò particolare interesse negli astronomi che ritenevano giustamente che si trattasse di meteore, una particolarità di carattere atmosferico e meteorologico.  Attorno al 1830 si appurò che questo stabiliante avvenimento ricorreva annualmente. Nel 1862 Lewis Swift ed Horace Tuttle  identificarono la cometa per la prima volta, ma fu l’eclettico astronomo italiano Giovanni Virgilio Schiapparelli colui che collegò la scia di polveri alla cometa.

Le stelle cadenti sono gli asteroidi della costellazione di Perseo, dette appunto Perseidi, che vengono attraversate dall’orbita terrestre creando questa vera e propria pioggia meteorica. Le Perseidi ,  uno sciame meteorico tra i più rilevanti tra tutti quelli che incrociano il nostro pianeta nel corso della sua rivoluzione intorno al Sole, sono popolarmente  denominate lacrime di San Lorenzo, in quanto in passato il picco di visibilità avveniva intorno al 10 agosto, mentre ora è  intorno al 12 agosto, a causa della precessione degli equinozi, del variare dell’inclinazione dell’asse di rotazione terrestre (lentissima rotazione dell’asse di rotazione terrestre nello spazio), quando la  pioggia di stelle è visibile ad occhio nudo e a tutte le ore dalla Terra. Questo mutamento si registra  un giorno e mezzo circa ogni 100 anni. Quando poi si è in  presenza di Luna Nuova e la luminosità lunare è inferiore lo spettacolare sciame meteorico ha un fascino che non ha eguali.a

san Lorenzo con la graticola in una rara incisione della fine del ‘400

Di fronte a tanta meraviglia e stupore pochi si ricordano che questa notte, in cui le stelle sono più abbondanti,  è dedicata al martirio di San Lorenzo, avvenuto il 10 agosto del 258 d.C., le cui reliquie riposano  nell’omonima basilica a Roma. Durante la persecuzione dei cristiani, avvenuta durante  il III secolo d. C. da parte dell’imperatore Valeriano,  Lorenzo si rifiutò di adorare le divinità pagane e fu arrestato il 6 agosto dalla Guardia imperiale mentre assisteva Sisto II durante una Messa. Dopo essere stato torturato fu decapitato. La pioggia di stelle sono le lacrime che il santo versò durante il supplizio della decapitazione e che scendono sulla terra il giorno in cui il martire morì. Le stelle sono chiamate anche fuochi di San Lorenzo, in quanto nella tradizione popolare si pensa che il santo fu bruciato vivo su una graticola arroventata da carboni ardenti e i lapilli derivanti da questo atroce e doloroso martirio siano poi volati in cielo e giungono sulla Terra il giorno in cui morì per portare agli uomini la speranza. Infatti in Veneto un detto appunto popolare è San Lorenzo dei martiri innocenti, casca dal ciel carboni ardenti. 

La sfavillante pioggia di stelle è stata evocata poeticamente e tragicamente anche dal grande Giovanni Pascoli, che dedicò un canto, chiamato appunto X Agosto, al padre ucciso in un’imboscata proprio quel giorno. In questi versi il poeta  universalizzava il dolore personale  e, attraverso varie similitudini, evidenzia sensibilmente  le ingiustizie umane di fronte alle quali il Cielo riversa sulla terra, atomo opaco del male,  il suo pianto. Il cielo infinito, immortale, immenso guarda dall’alto con sdegno e amarezza la terra, luogo pieno d’insidie e di contrasti.

Il tempo è trascorso, ma  amaramente persistono ingiustizie e  crudeltà.  Artefice immutabile nei secoli è sempre l’uomo…

X  Agosto

di Giovanni Pascoli

San Lorenzo, io lo so perché tanto

di stelle per l’aria tranquilla

arde e cade, perché sì gran pianto

nel concavo cielo sfavilla.

 

Ritornava una rondine al tetto:

l’uccisero; cadde tra spini;

ella aveva nel becco un insetto:

la cena de’ suoi rondinini.

 

Ora è là come in croce, che tende

quel verme a quel cielo lontano;

e il suo nido è nell’ombra, che attende,

che pigola sempre più piano.

 

Anche un uomo tornava al suo nido:

l’uccisero; disse: Perdono;

e restò negli aperti occhi un grido

portava due bambole in dono…

Ora là, nella casa romita,

lo aspettano, aspettano in vano:

egli immobile, attonito, addita

le bambole al cielo lontano

 

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi

sereni, infinito, immortale,

Oh! d’un pianto di stelle lo inondi

quest’atomo opaco del Male!

(da Myricae)

 

Bibliografia:

J. Bellavita, Le lacrime di San Lorenzo, Italiadonna. it;

INAF, Istituto Nazionale di astrofisica, Le lacrime di san Lorenzo, 2007 .

Daniela Lucaselli

Daniela Lucaselli è nata a Taranto il 04. 09.1954. Laureatasi in Materie Letterarie presso l’Università agli studi di Lecce, ha conseguito il Diploma in Scienze Teologiche presso la Scuola Superiore di Teologia di Taranto. Già Docente di Religione, è tuttora Docente di Italiano e storia negli Istituti di Istruzione Secondaria di Secondo grado, di Etnologia e tradizioni popolari, di Cultura popolare e turismo presso l’Università popolare del Mediterraneo di Taranto. Ricopre l’incarico di Presidente e Coordinatrice didattica della suddetta Università, di cui è socio fondatore. E’ stata relatrice in numerose conferenze.

Pubblicazioni:

Lucaselli Daniela: Sogno, Unione Europea, Pluralità, Rivoluzione spaziale, in F. Priore: ABC della Cittadinanza Europea, Martano Editrice, Lecce 2006

Taranto: “O Concetta Immacolata”, antica devozione solenni festeggiamenti!

 

di Daniela Lucaselli

Natale è alle porte: l’aria di festa si respira nelle strade e in tutti i quartieri di Taranto. Si rinnova l’antica usanza della novena in onore dell’Immacolata, compatrona della città, assieme a San Cataldo, dal 1711.

L’antica statua della Vergine, custodita nella chiesa di San Michele nella città vecchia, viene accompagnata, il 29 novembre, in processione nella basilica di S.Cataldo per l’inizio della novena in suo onore, che si conclude il 7 dicembre. In qualche vicolo o largo, come ad esempio largo san Nicola, alcuni vecchi altarini ripristinati e qualche statuetta dell’Immacolata recuperata, fanno rivivere ai fedeli un’antica devozione. Le note del popolarissimo inno (versi e musica sono di un autore ignoto) “O Concetta Immacolata” e delle litanie, opera di un compositore laico, in onore della Santissima Vergine, invadono soavemente e pacatamente anche gli angoli più oscuri del borgo antico. A conclusione della Novena, nel tardo pomeriggio dell’8 dicembre, la Vergine Immacolata viene festeggiata con una solenne processione, a cui partecipano con fede il clero, le confraternite, le associazioni ecclesiali ed il popolo. Un volo di colombe bianche, seguito da una batteria di fuochi d’artificio, saluta l’immagine della Madonna. La processione percorre il pendio San Domenico, piazza Fontana, via Garibaldi, discesa Vasto e piazza Castello, accompagnata dalle melodie delle pastorali natalizie, suonate dalle due bande cittadine e da fuochi pirotecnici.

La devozione dei tarantini per la Madre di Gesù ha origini antiche. La costituzione della congrega, denominata “Immacolata Concezione di Maria Santissima“, è datata infatti 14 gennaio 1578. Furono i confratelli a commissionare a Napoli la statua della Vergine, che arrivò a Taranto nel settembre del 1679 (1) e venne collocata nella cappella della Immacolata Concezione, ubicata nella chiesa di S.Francesco.

Il simulacro, dal viso dolcissimo, indossava un abito bianco con ricami dorati e un ampio mantello celeste le copriva delicatamente il corpo. Sul capo rispendeva un’aureola con dodici stelle e ai piedi erano situati il mappamondo, la luna e il serpente con la testa schiacciata dal piede di Maria.

Quest’emozione di riti centenari ha origine nella lontana  notte tra il 7 e l’8 dicembre del 1710, quando Taranto fu colpita da un violentissimo terremoto. I danni furono notevoli, ma non si registrarono vittime. La popolazione interpretò l’evento, verificatosi proprio alla vigilia della festa della Vergine, come un segno divino e riconobbe la mano salvifica della Madonna sulla città. Il Primo cittadino dell’epoca, Giovanni Capitignano, si fece portavoce della volontà del popolo, che volle dimostrare la sua riconoscenza alla Vergine e l’11 luglio 1711 proclamò l’Immacolata protettrice di Taranto. Il documento di tale decisione fu redatto dal notaio Giovanni Antonio Catapano (2). Ma il patrono “principale” rimaneva, comunque, sempre San Cataldo.

Il 20 febbraio 1743, un altro evento catastrofico si abbattè sulla terra di Puglia e, anche in questa occasione, la città subì solo lievi danni, attribuendo,ancora una volta,  tale miracolo alla protezione dell’Immacolata. In segno di gratitudine la città, tramite il sindaco Scipione Marrese, istituì, presso la Cattedrale, dove era custodita la statua della Madre di Gesù, un triduo votivo di ringraziamento da tenersi ogni anno nel mese di febbraio. Dopo il terremoto del febbraio del 1743 la statua della Madonna venne trasferita nel monastero delle Cappuccinelle di S.Michele, sito alla fine della Strada Maggiore nel borgo antico.

Il 3 dicembre 1769 (3) Ferdinando IV concesse l’assenso al primo statuto della confraternita.

Nel 1830 l’immagine dell’Immacolata venne rappresentata con le braccia abbassate e quasi unite ai fianchi e con le mani protese verso il basso, così come la Vergine stessa aveva indicato, in un’apparizione avvenuta, in quell’anno a Parigi, a suor Caterina Labouré, una giovane novizia delle Figlie della Carità. Nel 1868, in seguito alla soppressione dei monasteri, alla confraternita Maria SS. Immacolata fu concesso l’uso della chiesa di S.Michele, dove la statua della Madonna fu traslata ed esposta alla venerazione dei fedeli.

Il 12 dicembre del 1934 la confraternita ebbe il riconoscimento civile.

Per circa due secoli l’Immacolata fu venerata come Patrona “minore” di Taranto, fino a quando il 12 febbraio 1943, grazie alla proposta dell’arcivescovo Mons. Ferdinando  Bernardi, la Vergine divenne “Patrona principale di Taranto insieme e come San Cataldo”. La proposta fu accettata e riconosciuta dalla Sacra Congregazione dei Riti e il 20 febbraio dello stesso anno, nella chiesa di San Michele fu deposta una lapide che “tramanda ai posteri la solenne proclamazione (dell’Immacolata) a Celeste Patrona di questa città bimare”. Ancora una volta, la città, nonostante fosse uno dei più importanti obiettivi militari, in quel periodo bellico,  non aveva subito grosse perdite di vite umane tra la popolazione civile.

Oggi…

I tarantini esprimono la devozione in onore della Vergine l’8 dicembre. La vigilia, all’alba, le bande musicali girano per le vie cittadine ed eseguono le famose e suggestive pastorali. Tutti, grandi e bambini, rinnovano la tradizione iniziata con Santa Cecilia e, gustando le profumate péttole, si prodigano a completare l’albero di Natale e il presepe. In questo giorno, in passato, si usava digiunare, anche se a mezzogiorno qualcuno interrompeva il digiuno con una semplice pagnotta ovale di pasta soffice, detta mescetàre o miscetàle o miscetàte ( termine che deriva da una deformazione di vigitale, ossia della Vigilia) (4). All’imbrunire tutti si riunivano intorno alla “tavola grande” di casa per un pranzo-cena che veniva consumato in compagnia di parenti o di vicini di casa.

Ancora oggi il rito si rinnova.

Il menù è quello tradizionale e il pesce non manca mai tra le pietanze preparate la vigilia.

Frutti di mare, linguine o vermicelli con le anguille o con le cozze, mùgnele e cime di rape, capitone all’agrodolce, spigole, orate, triglie arrosto, baccalà fritto. Ai primi e secondi piatti, innaffiati con ottimi vini nostrani, fanno da contorno fenùcchie e catalogne, arricchiti da alìe, pruvelòne e marangiàne sott’olie; dolcissimi e profumati mandarini accompagnano noci, fichi secchi, mandorle,  nocelle infornate e castagne d’u prèvete. Per dolce, ancora pèttole, ma stavolta cosparse di miele o vincotto. Raramente vengono preparati sanacchiùdere e carteddàte, dolci più strettamente legati alla tradizione del Natale. Non manca invece il panettone. Tra i liquori si preferiscono i whisky e i brandy, ma per i palati più delicati non mancano la crema cacao e il mandarinetto.

Terminata la cena, una volta sparecchiata la tavola, nello scenario del presepio e dell’albero di Natale, si dà inizio alla prima tombolata dell’anno e per i bambini e le donne è il momento più atteso. Al centro del tavolo un mucchietto di fave o, in mancanza di queste, anche frammenti di buccia d’arancia per segnare sulla propria cartella i numeri che vengono estratti. Interminabili le tombolate delle vigilie alle quali si pone termine solo quando agli instancabili giocatori (gli uomini generalmente preferiscono appartarsi immediatamente per il solito tressette) s’achiudèvene l’uècchie p’u suènne (5). Ed è così che si attende la magia del Natale…

Note bibliografiche:

1)  A. Merodio, Istoria tarentina, Libro IV;

2)  N. Caputo, Destinazione Dio, Taranto (1984), p. 301;

3) G. Blandamura, Chiesa e monastero di San Michele, Taranto (1934);

4) N. Gigante, Dizionario critico etimologico del dialetto tarantino, Manduria (1986);

5) G. Peluso, ‘A nnate ‘u Bbammine, Taranto (1982), p.24.

Bibliografia:

  • N. Caputo, Quel Natale fatto in casa, Martina Franca (1988).

Le foto sono di Daniela Lucaselli

22 novembre. Santa Cecilia e le pèttule a Taranto

 

Piccoli e semplici gesti… grandi  e genuini ricordi… ed è festa!

Le pèttuli, il sapore della mia terra

 

di Daniela Lucaselli

Il 22 novembre ricorre, nell’anno liturgico, una delle feste più popolari della tradizione, santa Cecilia. Per Taranto e i tarantini è un giorno speciale in quanto questa ricorrenza segna l’inizio dell’Avvento, l’alba dei festeggiamenti natalizi, in netto anticipo rispetto a tutti gli altri paesi in cui si respira aria di festa solo dall’Immacolata o da Santa Lucia.

Il perpetuarsi di antiche usanze rende vivo il legame col passato e, nel caso specifico,  le festività natalizie si arricchiscono di un profondo significato, che supera le barriere dello sfrenato consumismo di una società che sembra non credere più negli antichi valori.

Una magica atmosfera avvolge, in una suggestiva sinergia musicale, le tradizioni sia religiose che pagane. Non è ancora l’alba quando, per le strada di Taranto, si ode, da tempi ormai remoti, la Pastorale natalizia. Ed è così che nasce questa tradizione. Le bande musicali locali, in particolare il Complesso Bandistico Lemma, città di Taranto, svegliano gli abitanti dei quartieri della città,  diffondendo, nella nebbia mattutina, la soave melodia, per onorare Santa Cecilia, protettrice dei musicisti. I primi ad alzarsi sono i bambini che, incuriositi, corrono vicino ai vetri della finestra che affaccia sulla strada e, con la mano, frettolosamente, puliscono i vetri appannati. Dinanzi ai loro occhi, i musicanti infreddoliti, orgogliosi protagonisti di questo momento, augurano un buon Natale. Si vanno a rinfilare sotto le coperte, al dolce tepore del letto, chiudono gli occhi e continuano ad ascoltare, in un indimenticabile dormiveglia, le note della banda. Rimangono in attesa del momento in cui sentiranno l’odore di olio fritto…

Secondo la tradizione, infatti,  le mamme preparano, al passaggio dei suonatori, le pettole. Le famose “pastorali” sono state composte da maestri musicisti tarantini, come Carlo Carducci, Domenico Colucci, Giovanni Ippolito, Giacomo Lacerenza, , che si sono  ispirati ad antiche tradizioni, che affondano le loro radici nelle melodie suonate dai pastori d’Abruzzo che, durante la transumanza, scendevano nella nostra terra, con il loro gregge.

Muniti di zampogne, ciaramelle e cornamuse  percorrevano i vicoli della città, regalando le loro dolci melodie in cambio di cibo. I tarantini donavano ai pastori delle frittelle di pasta di pane, un prodotto povero e  semplice, ma,

Limoncello, un gusto superbo del Mediterraneo

di Daniela Lucaselli

“E poscia per lo ciel, di lume in lume

ho io appreso quel che s’io ridico,

a molti fia sapor di forte agrume”

Così Dante Alighieri nella Divina Commedia (Paradiso, Canto XVII, vv. 115-117) associa la sua satira aspra al “forte agrume”.

L’albero del limone fiorisce e fruttifica tutto l’anno. Il frutto d’oro, dal dolce profumo, è succoso e genuino ed è ricco di proprietà curative.

Gli si attribuisce una valenza salvifica, grazie al suo colore giallo che richiama la luce dei raggi del sole che ne favoriscono la crescita. E’ spesso associato all’essenza femminile e lunare ed è  considerato simbolo della fedeltà amorosa e della fertilità.

Il limone… tracciamo la sua storia…

L’agrume (le origini del nome derivano dal persiano لیمو Limu), scoperto allo stato spontaneo in Estremo Oriente, in particolare in India e  Cina, fu ben presto conosciuto  anche nelle civiltà mesopotamiche per le sue proprietà antisettiche, antireumatiche e tonificanti. Ritenuto sacro nei paesi islamici, veniva impiegato come antidoto contro i veleni, come astringente contro le forme dissenteriche ed emorragiche e per tenere lontano il demonio dalle case.

Gli antichi egizi lo utilizzavano per imbalsamare le mummie. I Greci lo importavano dalla Media e lo utilizzavano a scopo ornamentale, per profumare la biancheria e difenderla dalle tarme.  Teofrasto, l’allievo di Aristotele, considerato il fondatore della fitoterapia, indica, nei suoi trattati, l’impiego del limone a scopo terapeutico. Gli Ellenici coltivavano gli alberi di limone vicino agli ulivi per preservare questi ultimi da attacchi parassitari. Plinio nelle sue opere prescrisse il limone come antidoto verso diversi veleni.

Si riteneva che gli antichi Romani non conoscessero il frutto, ma nel 1951, durante gli scavi effettuati a Pompei (distrutta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.), venne alla luce una casa, denominata la “Casa del frutteto”, con degli affreschi alle pareti che ritraggono varie piante tra cui, appunto, il limone. Pertanto si può dedurre che il limone fosse presente in Campania nel primo secolo dopo Cristo. Si presuppone che l’imperatore Nerone ne fosse un assiduo consumatore, intimorito  dal presentimento di un suo possibile avvelenamento.

In Occidente il limone si diffuse intorno all’anno 1000 grazie agli Arabi che lo portarono in Sicilia. La prima descrizione del limone, introdotto dall’India due secoli prima, apparve infatti in scritti arabi del dodicesimo secolo.

In Europa la prima coltivazione di limoni si registra a Genova intorno alla metà del quindicesimo secolo. Nel 1494 i limoni comparvero nelle Azzorre,

Taranto saluta i marinai d’Italia: Il Monumento al Marinaio

ph Daniela Lucaselli

di Daniela Lucaselli

Il Monumento al Marinaio si impone all’attenzione di chi dal Borgo antico di Taranto giunge, attraversando il Ponte girevole, sul corso Due Mari, nel Borgo nuovo della città. L’opera fu realizzata in bronzo dallo scultore Vittorio Di Cobertaldo nel 1974, per volontà dell’Ammiraglio Angelo Iachino, comandante della flotta di stanza a Taranto durante la seconda guerra mondiale, che volle far dono della scultura alla città in ricordo dei marinai caduti durante il  conflitto mondiale e nella atroce e sanguinosa “Notte di Taranto”, dell’11 novembre 1940 quando la flotta ancorata nella rada del Mar Piccolo venne bombardata dagli aerosiluranti inglesi.

L’opera protesa maestosamente verso il cielo per circa sette metri poggia su un piedistallo sul quale è posta una iscrizione:

 AI MARINAI  DELLE  FORZE  NAVALI  ITALIANE  L’AMM. D’ARMATA  A. IACHINO 

II GUERRA  MONDIALE  1940-43.

ph Daniela Lucaselli

La scultura, che  cattura in modo suggestivo lo sguardo di chi ammira l’impetuosità e l’irruenza dei flutti del mar Grande, è dedicata ai marinai della Marina Militare Italiana e raffigura due marinai che, con la mano destra,  tengono il  berretto levato in alto e “salutano” il passaggio delle navi e piccole imbarcazioni che costantemente solcano le acque del canale navigabile che collega il Mar Grande con il Mar Piccolo.

Il portamento dei due militari, con garbo ed elegante maestosità, manifesta uno spiccato spirito di accoglienza  verso tutti coloro che vengono dal mare, coloro che portano nella nostra terra le loro tradizione, la loro cultura. L’apertura all’altro, la reciproca ricchezza e crescita della gente comune e di una intera città è un  prezioso dono.  Ma non solo. Il periodo di accoglienza, l’ospitalità nella nostra terra, la condivisione di scorci di vita quotidiana, l’addestramento in Marina e Aereonautica Militare è seguito da un malinconico saluto di chi è ormai parte di noi,  pronto a portare con sé e in

Taranto. La cripta del Redentore

   

di Daniela Lucaselli

Un’emergenza archeologica: la cripta del Redentore, la più antica sede del culto cristiano di Taranto, situata nel Borgo Nuovo, dopo circa trent’anni in stato di abbandono,  è stata aperta alla cittadinanza nel mese di dicembre 2010, grazie all’impegno di associazioni cittadine, storici ed archeologi.

L’antico monumento post-classico, ubicato in Via Terni, è una pregevole testimonianza delle origini cristiane, un  prezioso documento e bene del patrimonio storico artistico della  città bimare.

La piccola chiesa ipogea necessita di un consistente ed urgente intervento di consolidamento e restauro, per rinsaldare la ormai compromessa staticità. La volta è purtroppo sfondata e invasa da tubature di servizio.

Fonti letterarie del IV secolo attestano che Taranto, città portuale, fu proprio in questo periodo aperta ad ogni innovazione in campo religioso e il Cristianesimo trovò il terreno fertile per affermarsi. La cripta in esame rappresenta a proposito un primo esemplare monumentale.

Originariamente la cripta ipogeica era  una tomba a camera di età  classica, situata esattamente dove prima sorgeva la grande necropoli della Taranto greco-

La festa di Sant’Emidio, protettore di Leporano (Taranto)

Noli timere, Leporane; ego protector tuus sum

La festa di Sant’Emidio,  il protettore di Leporano  (Taranto)

di Daniela Lucaselli

Leporano, un piccolo centro pugliese a pochi chilometri da Taranto, sorge su un altopiano tra pianure che pavoneggiano il loro splendore affacciandosi  sullo Jonio.

Nell’ambito delle manifestazioni culturali e folkloristiche,  l’estate leporanese,  tra musica, danza, teatro, moda e tradizioni, nei giorni che vanno dal 3 al 5 agosto, vede protagonista la festa patronale in onore di  Sant’Emidio.

Un vivace intrecciarsi di suoni,  luci, colori, allegria e gioia fa corredo ai tre giorni in cui si celebra la ricorrenza.

Il 3 in piazza musica anni sessanta;  il 4  al tramonto si svolge la processione d’intronizzazione e il  concerto della banda; il 5, sempre al tramonto, la processione del Santo, salutata al rientro da sfavillanti  fuochi pirotecnici sul sagrato e concerto delle bande.  Intorno circa all’ 1,30 grande spettacolo seguito, fino all’alba, da musica di discoteca all’aperto sul piazzale antistante lo stadio.

La devozione al Santo nel piccolo paese tarantino nasce a seguito di una  violenta scossa di terremoto che avvenne il 20 febbraio 1743. Il sisma

La chiesa di Santa Maria di Costantinopoli a Taranto

di Daniela Lucaselli

Nell’agro tarantino una delle  cappelle più antiche e famose è quella dedicata alla Vergine di Costantinopoli. Situata nei pressi del cavalcavia ferroviario, lungo la via che porta a Massafra, venne edificata nel 1568 dal sacerdote don Giambattista Algerisi di Taranto e consacrata il 2 aprile del 1570  da Monsignor Bartolomeo IV Sirigo, vescovo di Castellaneta.

Al suo interno il pavimento è lastricato con marmo misto a pietra e copre tre sepolture. L’altare,  anch’esso di marmo, è corredato di candelabri di bronzo; vi è anche un altro altare di pietra dietro il quale è posta una tela che raffigura i Santi Cataldo, Simeone, Leonardo. Sono presenti due fonti di marmo  per l’acqua benedetta.

“Un documento dell’Archivio Arcivescovile di Taranto del 1577 attesta che la chiesa di Santa Maria di Costantinopoli possiede assieme ad altri beni tre tomoli di terra coltivati a frutteto, seminativo, ecc. con fontana a stalla accanto alla stessa chiesa, in un luogo detto Fontana Vecchia”. Nel 1582 nella chiesa si insediò la confraternita di Santa Maria di Costantinopoli, in quanto nella stessa vi era un antico dipinto raffigurante l’immagine della Vergine, di inestimabile valore, giunto, secondo la tradizione, da Costantinopoli.

Nel 1867 la vita della cappella venne segnata da  un nefasto destino. Iniziarono i lavori per la costruzione di un tronco ferroviario e  la Direzione Compartimentale di Bari avanzò trattative col patrono della chiesa, il barone Giuseppe RIZZI ULMO, per la cessione della stessa e del terreno circostante, dietro rimborso di una somma equivalente al valore materiale dell’immobile, da investirsi per la riedificazione del Santuario su terreno libero di proprietà delle Ferrovie dello Stato. Nel frattempo, il 2 agosto 1897, venne nominato rettore della chiesetta, don Francesco DE VINCENTIIS che diede vita ad intense opere di  restauro.  Ma il corso degli eventi fu inarrestabile. Quando scoppiò la prima guerra mondiale la chiesa fu requisita per esigenze militari e  quel momento fu l’inizio di una visibile decadenza. Venne anche adibita a deposito di generi alimentari.

Il 20 luglio 1924 Monsignor Giuseppe BLANDAMURA visitò la chiesa e, animato da uno spirito di tutela e di rinnovamento, con il consenso dell’arcivescovo Orazio MAZZELLA, approntò una lista dei cimeli superstiti esistenti nella cappella che sarebbe stato opportuno e doveroso salvare. In particolare, l’altare marmoreo, la scultura rappresentante la Vergine col Putto, un’iscrizione lapidaria ed infine un cippo funerario con dedica.

Nel 1926 la vecchia chiesa fu abbattuta ed immediatamente ricostruita in parte con lo stesso materiale proveniente dalla demolizione.

Oggi  è lì, ristrutturata dai portuali,   con il suo vetusto aspetto, protetta da una ringhiera e da un cancello di ferro.
Al suo interno  non resta quasi nulla di quanto descritto. Superstite della distruzione è solo un’ opera in pietra databile intorno al Cinquecento, opportunamente restaurata, che raffigura la Madonna col Bambino   che però è stata collocata all’inizio della navata destra della Cattedrale.

Bibliografia:

Associazione Internazionale di studi e ricerche sulla cultura popolare religiosa, Il Tradizionalista, Blog culturale, 30 ottobre 2008;
G. BLANDAMURA: Santa Maria di Costantinopoli, in Taras 1926;
N. CAPUTO: Destinazione Dio, Taranto 1985;
– N. CIPPONE:  Le fiere, i mercati, la fontana della pubblica piazza di Taranto, Martina Franca, 2000;
– V. DE MARCO:  La Diocesi di Taranto nell’età moderna: 1560-1613, Roma 1988;
M. Mirelli, Service 2003-2004, Lions Club Taranto Host.

29 luglio 2012. Il Salento con noi

di Daniela Lucaselli

Un bellissimo evento di grande spessore e valenza culturale si è tenuto ieri sera nella suggestiva atmosfera della villa comunale di Nardò. Siamo stati tutti spettatori di una manifestazione che, a giusta ragione, può essere ascritta come vanto e orgoglio della popolazione neretina e salentina. Nell’incanto di giardini lussureggianti e tra il profumo dolcissimo di zagare carezzevoli, tra gli ultimi bagliori di un tramonto che si mostrava anch’esso spettatore affascinato e tardava così a porgere il suo saluto, il Dott. Marcello Gaballo con trascinante eloquio e accattivante simpatia presentava in veste ufficiale, al pubblico accorso numeroso ed interessato, la Fondazione Terra d’Otranto. Anni di intensa e faticosa preparazione sia nella struttura che nelle finalità perseguite hanno visto il Dott. Gaballo, coadiuvato dal Consiglio di Amministrazione, dare finalmente alla luce un riferimento certo e significativo per la Terra d’Otranto, che intende richiamare a raccolta liberamente tutti i liberi pensieri che desiderino contribuire alla crescita e allo sviluppo del territorio salentino. Si rivolge quindi a studiosi, ricercatori, docenti, studenti, appassionati e a quanti insomma non

16 luglio. Festa della Madonna del Carmine. Sacralità e protezione: santi sotto la campana

 

di Daniela Lucaselli

Il passato è la nostra storia, anche quando il percorso è l’espressione popolare di fede e di culto, eloquente testimonianza di cultura. La memoria storica conserva e ci tramanda preghiere e leggende agiografiche che arricchiscono la letteratura popolare.

Oggi il mio sguardo si è soffermato sulla statua della Madonna del Carmelo, che custodisco gelosamente nella mia dimora. Il manufatto, di qualche lustro fa, ad opera di un ignoto artista leccese, per tradizione passa da Carmela a Carmela… Carmela si chiamava mia suocera, Carmela si chiama mia figlia e….. il miracolo di ospitare un oggetto così prezioso si è tramandato. Un trittico di campane è riposto su un mobile, complemento di un arredamento rustico in un tinello ove abitualmente la mia famiglia soggiorna, come testimonianza di una tradizione sacrale di noi gente del Meridione. Ho scelto quell’inconsueta collocazione col desiderio che chiunque varchi la soglia della mia casa si accorga della sacra presenza. La più grande per dimensioni ospita  un’immagine sacra: la Madonna del Carmelo (la parola Carmelo vuol dire giardino fiorito di Dio, ricco di acque e vegetazione). Quando sola in casa mi raggiro per le stanze vuote e silenziose,

Cartoline vecchie e nuove da Taranto. Il ponte girevole o ponte di Paola

Inaugurazione del ponte girevole (1887)

di Daniela Lucaselli

Taranto, città magno-greca, si affaccia sul golfo cui dà il nome e lungo il lato meridionale è bagnata dal mar Grande. Queste acque, in cui le navi sostano prima di entrare in Mar Piccolo, sono separate dal mar Ionio dalle Isole  Cheradi di San Pietro e San Paolo e da Capo San Vito.

Prima delle invasioni saracene,  i tarantini per difendersi strategicamente dai nemici,  scavarono nel fossato del castello aragonese un doppio canale che disgiunse l’estremità della penisola dalla terraferma.

Nel 927 la città fu distrutta dai saraceni; nel 967 fu ricostruita dai Bizantini sull’antica “Acropoli”, fortificata da torri e cinta di mura strapiombanti sul mare lungo i versanti a nord, sud ed ovest, ed unita alla terraferma dal lato di levante, in direzione della strada che porta a Lecce. Ai fini di una strategica difesa nei confronti dei Turchi che, assediata Otranto, minacciavano di assalire anche Taranto, fu scavato  nel 1481, sotto Ferdinando I D’Aragona, un nuovo canale (un primo fossato era stato scavato in quello stesso punto ai tempi di Annibale quando le navi romane posizionate all’ingresso del porto minacciavano la città), detto “fosso”. Filippo II successivamente lo rese navigabile “per congiungere mediante impalcatura in legno, mobile dalla parte  dell’abitato, la cortina a sud della torre di  Mater Domini (discesa Vasto) alla sponda opposta, quasi in direzione dell’attuale Corso Umberto”(1).

1895 – Ponte girevole

Il canale, purtroppo per incuria,  si riempì di sabbia fino a quando Carlo III fronteggiò il problema e nel 1755 ne decise la riapertura.

Successivamente Ferdinando I di Barbone fece costruire nella parte nord, in sostituzione del preesistente ponte di legno, uno nuovo ponte in muratura che fu detto Ponte di Porta Lecce.

Nel 1882 iniziarono gli studi e la progettazione per la costruzione del canale navigabile fra le rade di Mar Grande e Mar Piccolo. Il Mar Grande doveva essere unito al Mar Piccolo. Si provvide così ad allargare  il fossato del castello per rendere possibile l’accesso alle navi in questo braccio interno ove doveva sorgere l’Arsenale Militare Marittimo.

Il vecchio ponte fu demolito nel 1885.

La costruzione del nuovo ponte girevole fu ultimata e la struttura fu inaugurata con solennità il 23 maggio 1887 dall’Ammiraglio Ferdinando Acron.

1900 Ponte girevole in ferro, Borgo nuovo

Costruito dall’Impresa Industriale Italiana di Napoli, stabilimento Cottrau, per conto del Ministero Marina e su progetto dell’Ing. Giuseppe Messina che ne diresse i lavori di costruzione, era originariamente costituito da un grande arco a sesto ribassato in legno e metallo, diviso in due braccia che si riunivano nella sezione mediana (chiave dell’arco) e giravano indipendentemente l’una dall’altra attorno ad un perno verticale posto su uno spallone corrispondente. Il funzionamento avveniva grazie a turbine idrauliche alimentate da un grande serbatoio posto sul castello aragonese attiguo, capace di 600 metri cubici di acqua che in caduta avviavano le due braccia del ponte.

Il nuovo ponte lo vollero azzurro nella tinta, snello nei lineamenti, armonioso nel disegno, girevole e agile nel movimento reso silente dall’energia elettrica preferita alla primitiva rumorosa manovra a pressione idraulica per l’apertura a chiusura dei suoi robusti bracci aleggianti, e soprattutto forte nelle costole ferrose per sopportare il peso della funzione della colonna vertebrale del’unica e vitale arteria cittadina inarcata sul canale aperto al traffico marittimo”(2).

In onore del Santo Protettore e del Sovrano allora regnante gli vennero imposti i nomi di “Cataldo” e “Umberto”.

1910 Ponte girevole in ferro

Durante i due conflitti mondiali la struttura rimase sempre e costantemente aperta per facilitare le operazioni militari e per salvaguardarlo da eventuali bombardamenti aerei, creando però non pochi disagi alla popolazione civile.

Scartata per ragioni economiche e per amore al vecchio ponte l’ ideazione e la progettazione di un tunnel sotto il canale, il Ministero dei lavori si orientava verso la costruzione di un nuovo ponte girevole utilizzando le esistenti antiche spalle in muratura che si presentavano ancora in buono stato, capaci di “assorbire con sicurezza  le sollecitazioni dinamiche prodotte dal nuovo ponte” (3).

1919 Ponte girevole chiuso – Teatro Paisiello
1920 Ponte girevole semichiuso1910 Ponte girevole visto da Mar Grande1924 Ponte girevole semiaperto

La demolizione del Primo Ponte cominciò il 18 agosto 1957. Negli anni 1957-1958 la struttura venne rimodernata sulla base di un  progetto realizzato dalla Società Nazionale Officine di Savigliano, che riguardava gli organi meccanici ed i comandi elettrici. Fu introdotto un funzionamento di tipo elettrico, ma rimasero inalterati i principi ingegneristici della  Direzione del Genio Militare per la Marina. Questa opera fu realizzata nei Cantieri Navali di Taranto. Il nuovo ponte fu inaugurato dal Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi il 9 marzo 1958.

1958 Ponte girevole nuovo

Il significato di questa realizzazione si legge nel messaggio augurale del Capo di S.M. della Marina Militare di SQ. Corso Pecori Giraldi: “…Oggi che il vecchio ponte, caro al cuore di tutti i marinai d’Italia, se ne va in pensione e viene sostituito da un altro, più moderno e funzionale, rievochiamo brevemente le tappe salienti della storia marinara di Taranto, poiché il ponte, inaugurato nel 1887, si inserì come elemento vivo ed operante della evoluzione della città, testimone e, insieme protagonista del movimento del suo porto militare…Oggi che il vecchio ponte tarantino cede il posto alla nuova imponente realizzazione di ingegneria, la città vive un significativo istante della sua secolare storia marinara…”(4)

1960 Nuovo ponte girevole

Il Ponte venne dedicato a San Francesco di Paola, protettore delle genti di mare. La linea architettonica del nuovo ponte, che ricalca la struttura del vecchio, misura attualmente 90 metri di lunghezza,9 metri di larghezza e pesa circa 1600 tonnellate.

Interventi di manutenzione periodica sono effettuati sugli organi meccanici e sulla struttura metallica del ponte. Ciascun semiponte, che costituisce di fatto la sua armatura, combacia in chiave ad arco di cerchio con centro nel perno di rotazione della volata rotante sulla spalla del ponte.  Ciascuna delle due grandi mensole ruota così intorno ad un perno centrale ancorato, tramite tirafondi, alla banchina in cemento, muovendosi sopra una cremagliera mediante un pignone sempre in presa azionato da un motore elettrico. Il tutto poggia su una pista di rotolamento composta da una serie di cilindri di acciaio.  Due gruppi motogeneratori fanno da corredo per l’alimentazione  elettrica in caso di emergenza e di comando a mano.

1950 Ponte girevole1960 Nuovo ponte girevole

La gestione della manutenzione  così come l’apertura sono affidate alla Marina Militare Italiana. L’apertura del ponte consente il passaggio delle grandi navi militari dirette alla Stazione Navale situata nel Mar Piccolo. Le manovre sono condotte dall’interno di due cabine di pilotaggio situate nei pressi di ciascun semiponte, mentre quattro operai controllano il corretto funzionamento dei dispositivi automatici, pronti ad intervenire in caso di avaria degli stessi. Le prime operazioni manuali da compiere sono quelle di rimozione degli otto calaggi e di sganciamento dei due chiavistelli posti alle estremità, che garantiscono la stabilità del ponte quando è chiuso. L’apertura vera e propria inizia con la rotazione di circa 45° del semiponte lato Borgo Antico, quindi con la rotazione di 90° del semiponte lato Borgo Nuovo, seguita dal completamento della rotazione di quello lato Borgo Antico.

1966 Ponte girevole dall’alto

Da sempre  il Ponte Girevole, che collega la penisola del Borgo Nuovo con l’isola della Città Vecchia, separate dal canale navigabile, è il simbolo della città dei due mari, e  si presenta come una grandiosa ed unica opera di architettura, di costruzione meccanica e d’ingegneria navale.

Lo scenario che si schiude davanti allo sguardo incredulo del turista incuriosito, ma anche di fronte allo stesso tarantino che non si assuefa mai di fronte a tale spettacolo indescrivibile, esprime come la bellezza naturale si coniuga in perfetta simbiosi con la creatività umana.

Il grande Gabriele D’Annunzio nelle sue Laudi non poteva non declamare di fronte a questa straordinaria ed unica opera di ingegneria:

Taranto, sol per àncore ed ormeggi

Assicurar nel ben difeso specchio,

di tanta fresca porpora rosseggi?

A che, fra San Cataldo e il tuo vecchio

Muro che sa Bisanzio ed Aragona,

che sa Svezia ed Angiò, tendi l’orecchio?

Non balena sul Mar Grande né tuona.

Ma sul ferrato cardine il tuo Ponte

Gira e del ferro il tuo Canal rintrona.

Passan così le tue belle navi pronte

Per entrar nella darsena sicura,

volta la poppa al jonico orizzonte.

( Gabriele D’Annunzio, Laudi del Cielo, del Mare della Terra e degli Eroi, Libro IV)

Meno famosi, ma di eguale valenza letteraria e sentimentale sono i versi in cui il nostro concittadino Pietro Piangiolino dipinge questo momento di vita e di storia:

T’ ‘onne nzippate dopo sette mise

de fatie toma toma e situate,

maestranza paisane e giargianise

cu quante aggarbamiente ‘onne fatiate!

‘U giurne ca metterne ‘u prime stuezze,

addà stave pur’ie quedda matine;

lijtte de zite, proprie na biddezze

te prepararne cumm’a ‘na spusine;

 

E ‘a grue, da marite, fatte e dijtte

Inde a le vrazze sue te sullevòie

E doce doce t’appuggiò su a ‘u lijtte

E cu tanta  dulcezze te vasoie.

 

Da osce mò ca t’onne naugurate

Accumenze pi te ‘nu gran travagghie,

spiriame ca si sembe affurtunate!

Nisciune cu te face ‘u tagghie tagghie.

 

Vintequatt’ore a ‘u giurne de fatie

Pi ciend’anne, sta bene, amiche care?

No appennè ‘u muse e statte in allegrie,

guèdete ‘u ciele e spicchiate inde a ‘u mare.

 

E quanne, no sia maie, vene ‘na die

Ca te porte amarezze, buene frate,

non ci te fa vincè da picundrie

sta sembe nziste e ardite cumm’a ‘u tate.

 

Tu ca d’u tate si cchiù larie assaie,

p’accugghiè sus’o lijtte tanta gende

a rimedià cu face stu via vaie

cchiù liste, cchiù sicure e cchiù scurrende.

 

E cumm’u tate tue si sperti ‘u suenne

Cu ‘a Marine, sciuscietta preferite,

accussi a fa tu, sembe ridenne,

sine a quanne ‘u Signore ti dè vite.

 

Quanne spalanche tu sti vrazze bedde,

pi dà ‘u passaggie a sti nave putiente,

salutele pi nù e ‘na bona stedde

cu l’accumpagne e manne a poppe ‘u viente.

 

Quanne da sotte a te matine e sere

Passe ‘a piscaturegne inde a le varche,

oze ‘a cape e te manne ‘nu pinziere,

naucanne a ricatte sotte all’arche;

 

Surride tu a sti paisane nueste,

ncuraggele a fa chijne le rezze,

cu no màngene cchiù stu pane tueste

de fatie, de miserie e d’amarezze.

 

Cu sie pi nu cumm’a’n’archebalene

Sta campate de ponde c amò à nate,

cu porte tiempe sembe cchù sirene

e tanta die cuntiente e affurtunate.

Pietro Piangiolino, Taranto, 10 marzo 1958

Sono queste le parole che l’autore ha voluto racchiudere ed  armonizzare in versi, sono queste le emozioni che ha provato di fronte a questo scenario di vita, sono questi i sentimenti che pullulano nell’intimo di ognuno di noi.

Una poesia che non morrà mai, esattamente come le scene che si spiegano di fronte ai miei occhi quando passeggio lungo la ringhiera che dal Lungomare apre la strada al Ponte Girevole. Nonni dai capelli radi e bianchi accompagnano i loro piccoli nipoti a pescare. Li trovi lì fermi ore ed ore anche sotto un sole “cocente” con la canna che tende impalpabile la lenza  in attesa che qualche “gobbione” abbocchi ingenuamente alla lenza.

Questa è Taranto, questa è la bellezza della Città che amo.

NOTE:

1) A. Semeraro,  Storia vecchia, speranza nuova, in Rassegna e Bollettino di Statistica, Comune di Taranto,Luglio-Agosto 1957, pag.28;

2) A.Semeraro,  Storia vecchia, speranza nuova, op. cit. pag.29;

3) A.Svelto., Il nuovo ponte girevole di Taranto, in Rassegna e Bollettino di Statistica, Comune di Taranto, Marzo-Aprile 1958, pag. 3;

4) A.Svelto, Il nuovo ponte girevole di Taranto, op. cit. pag. 5.

Bibliografia:

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P. Wuilleumier, Tarante des origines à la conquéte romaine, Paris (1939).

Taranto. Ponte di Porta Napoli

Ponte di Porta Napoli o Ponte di Pietra,

 dedicato oggi a sant’Egidio Maria da Taranto

 

di Daniela Lucaselli

Il ponte di Pietra, detto anche Ponte di Porta Napoli e dedicato oggi a  sant’Egidio Maria da Taranto, è una struttura in muratura lunga 115 metri che domina il canale naturale a nord-ovest della città.

La data in cui questo ponte fu edificato è incerta.

Un’ ipotesi attendibile è quella proposta dall’egittologo francese François Lenormant, che lo fa risalire agli ultimi anni del primo millennio (X secolo) per volere di Niceforo II Foca. L’opera, strutturata in sette arcate, si estendeva secondo un asse  che proteggeva e difendeva la città dai frequenti attacchi esterni.

Da allora, annotò il Lenormant, il ponte è stato rimaneggiato molte volte, ma la parte inferiore dei suoi piloni presenta ancora tutti i caratteri della costruzione bizantina”.

Nel 1404 fu fortificato con l’innalzamento nella Piazza Grande, l’attuale Piazza Fontana, della Torre di Raimondello e della Cittadella, una massiccia torre quadrata cinta di mura e fiancheggiata da due torrioni.

Nel 1865 un decreto del Re Vittorio Emanuele II di Savoia dichiarò Taranto città aperta e libera da qualsiasi giogo militare, ragion per cui si decise per la distruzione di tutte le mura e le fortificazioni esistenti. Questo verdetto coinvolse la stessa Cittadella, rasa al suolo in vari momenti che intercorrono dal 1884 al 1893.

Il ponte invece era stato distrutto da una violenta alluvione nella notte fra il 14 e il 15 settembre del 1883.

Fu ricostruito a tre arcate, pochi metri più a destra rispetto a quello caduto in

Taranto. Nel passato è esistito un ponte ad ovest della città?

Taranto. Ponte di Pietra (1935)

di Daniela Lucaselli

La questione è tuttora discutibile. Fra gli scrittori locali c’è chi sostiene l’esistenza, in antico, di un ponte ad ovest della Città, nei pressi di quello attualmente denominato di Porta Napoli; c’è chi lo nega supportato da proprie  argomentazioni o da quanto presente nel Platone in Italia. Gli antichi scrittori, come Strabone,  Polibio e Livio, e i più recenti come Filippo Cluverio, Viola, Dal Lago, Wuilleumier lo ammettono.

Il noto Lenormant sostiene che l’imperatore Niceforo Foca per la prima volta fece costruire il ponte a sette archi sul canale di Mar Piccolo, “come si può rilevare dai pilastri che presentano tutti i caratteri della costruzione bizantina”. Tale tesi risulta molto discutibile in quanto l’archeologo e storico, che per la parte topografica ha attinto dagli scrittori locali, doveva dimostrare che prima della costruzione bizantina il ponte non ci fosse. Pertanto, per supportare tale affermazione risulta insufficiente sostenere semplicemente che sui pilastri sono presenti i segni della costruzione bizantina.

Dato certo è comunque quello che ai tempi di Niceforo Foca, quando fu “terrapienata” l’Acropoli, si costruì “quel” ponte (distrutto  nel 1883) e che i pilastri presentavano le tracce della costruzione bizantina.

La questione ora da chiarire è un’altra: il ponte che i Bizantini edificarono dopo la distruzione da parte dei saraceni, verificatasi quarant’anni prima, fu ubicato nello stesso luogo in cui si trovava precedentemente o, per effetto del “terrapienamento” della Acropoli, fu eretto in altra zona? La risposta, qualunque essa sia, deve essere sostenuta da una dimostrazione.

Taranto. Ponte di Pietra – Bagni di Venere (1935)

La tesi del Lenormant che sostiene che il ponte sia stato edificato “per la prima volta” dai Bizantini, se fosse stata completata con la frase  “in quel sito”, non

Taranto. Ancora sul ponte Punta Penna – Pizzone

di Daniela Lucaselli

Gli scrittori locali affermano che esistesse in passato un ponte in muratura grandissimo e bellissimo, collocato tra il promontorio della Penna e quello del Pizzone. Alcuni attestano che sia di epoca messapica, altri di età greca, in particolare del periodo del maggiore splendore di Taranto.

C’è chi sostiene che esso fosse stato distrutto prima della venuta di Annibale, e chi, invece, attribuisce ad Annibale il suo uso. Chiariamo subito un primo aspetto. E’ insostenibile l’ ipotesi che attribuisce un ponte in muratura ai Messapi, “che avrebbero così avuto la possibilità di recarsi dalla Città al contado al nord della Penna”. Questa gente viveva in case, la cui copertura era costituita da canne o da rami di alberi, amalgati da una malta di fanghiglia, che costituivano un villaggio. Come avrebbe potuto costruire questo popolo indigeno, privo di mezzi adeguati, un imponente ponte in muratura?

Passiamo ad un secondo punto. Il Carducci parla indiscutibilmente dell’uso di questo ponte in muratura, durante la seconda guerra punica, da parte di Annibale.  A sostegno di questa affermazione lo storico tarantino offre diverse argomentazioni:

1)      In primo luogo fa cenno a quanto riportato da Polibio che, pur non adducendo l’esistenza di questa grande opera di ingegneria, riferisce una nota importante. Egli asserisce infatti che la distanza fra la città e le vicinanze del Galeso, dove mise il campo Annibale, dopo aver conquistata la città, è di circa 40 stadi.  Il Carducci desume da questo dato che Annibale, per questo suo spostamento, utilizzò il ponte esistente trala Penna e il Pizzone, in quanto la

Taranto, Ponte Punta Penna Pizzone. Realtà o fantasia?

 

di Daniela Lucaselli

“Anche a non essere mai esistito, bisogna inventarselo il ponte che alcuni studiosi di antichità tarantine dicono congiungesse la Penna al Pizzone”

                                                                 (Vito Forleo, Taranto dove lo trovo)

Non tutto ciò che affermiamo è documentato come dato certo… spesso c’è traccia di leggenda…

E allora scopriamo e cerchiamo di saperne di più di questa città. Una prima disquisizione interessa il Ponte Punta Penna Pizzone.

Scrittori antichi e moderni hanno trattato o accennato all’antico ponte di Taranto. Esaminiamo insieme questi aspetti che risultano interessanti ed intriganti.

Ponte di Punta Penna Pizzone, visto dal lato Punta Pizzone

Il Merodio (1), nella sua  Historia tarentina parla dell’esistenza di un ponte fra Punta Penna e il Pizzone. Testualmente così scrive: “Però si vede chiaramente che il gran sito dell’antica città prima che fusse soggiogata da Fabio Massimo, poiché si vede il principio delle fosse della lama di S. Giovanni, luogo ormai distante dalla città 5 miglia circa, come anco hanno osservato li nostri antichi. Nel luogo dove oggi si dice il Pozzone era il Myonceo, come scrive Polibio (libro VIII), vicino al quale vi era il poggio detto di Apolline Giacinto alla riva del Mar Piccolo; dove anco era la famosissima porta chiamata Temenida dalla quale cominciava un superbo ponte sotto il quale scorreva detto mare e terminava alla riva opposta detta la Penna, dove era un gran borgo abitato dalli Piscatori, e guardato da una forte torre, per lo che fu detto Turripenna”.

Tale dato, riportato quasi esclusivamente da scrittori locali, lascia spazio a tanti quesiti, in quanto ci domandiamo come un’opera tanto determinante in

Taranto, la città dei due mari: Mar Piccolo e Mar Grande

Il Mar Piccolo di Taranto

di Daniela Lucaselli

“ Il Mar Piccolo ricorda da vicino lo stagno di Berre, le cui pittoresche e classiche bellezze sono ammirate da chiunque vada a Marsiglia. Tutto il paesaggio è inondato di luce, quasi bagnato in un’atmosfera d’oro che rende più dolci i contorni e ne fonde armoniosamente i toni. Mi meraviglio che nessun pittore si sia spinto fin quaggiù: in questa prima veduta di Taranto vi è un quadro completo, mirabilmente composto: basta trasportarlo sulla tela come la natura ce lo consegna… Sulla riva Nord di Mar Piccolo, si trova il grazioso villaggio di Citrezza, sede favorita per le gite dei Tarantini, che vi vanno nei giorni di festa a far colazione sull’erba e a ballare sotto i limoni. Un ripiegamento della collina rocciosa disegna qui un anfiteatro di poco meno di un chilometro di lunghezza, dai pendii cosparsi di fichi d’india e piantati ad oliveti, aperto sul mare alla sua estremità meridionale; giardini lussureggianti di verde ne occupano il fondo. Fra questi giardini sgorga dalla terra una copiosa sorgente d’acque limpide come cristallo, la cui conca, circondata da alte canne, ricorda la fonte Ciane, nei pressi di Siracusa. Un profondo ruscello, largo circa tre metri, trascina con rapida corrente le acque della sorgente, che mai si esaurisce, nemmeno nei periodi estivi più critici, e si getta nel golfo. Il percorso è di circa cinquecento metri, abbastanza per creare un’oasi dolce e tranquilla, dove la bellezza delle acque e gli alberi ombrosi e fronzuti ricreano una sensazione di fresco, il cui fascino, in questo clima ardente, non si potrebbe descrivere” (1)

Franҫois Lénormant

Taranto, Mar Piccolo, dogana del pesce (1910)

Taranto e il suo porto

 

di  Daniela Lucaselli

 

Le mie spigolature questa volta riguardano il  porto di Taranto, uno dei luoghi più celebri della città ionica. Ubicato sulla costa settentrionale del golfo è costituito da una rada, denominata mar Grande e da un’insenatura interna più piccola chiamata Mar Piccolo.

Il porto comunica col Mar Piccolo tramite un canale di scarsi fondali, il Ponte di Pietra di Porta Napoli. A sua volta il Mar Piccolo è messo in comunicazione con il Mar Grande a mezzo di un altro canale più a sud, artificiale, il canale navigabile con il ponte girevole in ferro.

Il porto è una struttura che impera al centro della città e nel cuore del Mediterraneo.

In passato era uno degli approdi più ambiti e sicuri del Mediterraneo. Il sito, infatti, dove ebbe origine Tarantos era abitato sin dall’epoca preistorica da genti che ebbero contatti con le popolazioni dell’Egeo (1) e ricoprì un ruolo egemone fino agli inizi dell’età ellenistica.

La scelta di questa confortevole meta favorì lo sviluppo  della città in età classica ed ellenistica e le assicurò l’interesse di Roma che la utilizzò per il commercio con il sud del Mediterraneo.

Le fonti letterarie, infatti, attestano che in età classica il porto era un “rifugio” importante per le navi militari. Nella seconda metà del IV secolo a. C., la struttura portuale era operativamente attiva nell’esportazione dei prodotti dell’artigianato, quali vasi, rilievi in pietra tenera, mosaici, che inviava in Sicilia, in Grecia e in molti Paesi del Mediterraneo.

La sua decadenza ebbe inizio nel III secolo, dopo che Taranto cadde sotto il controllo dell’autorità di Roma: gli eventi si susseguirono e ne determinarono la storia e il destino. Le guerre annibaliche, il saccheggio e la distruzione del 209 crearono uno dei momenti più critici per la vita della città e di

La festività del Ferragosto: una duplice identità religiosa e civile

 
 
Dormitio Mariae

di Daniela Lucaselli

La festività del Ferragosto, il 15 Agosto, è una ricorrenza tutta italiana, sconosciuta in tutti i paesi europei, ad eccezione della Francia. Nel calendario, è  una festa che ha una duplice identità sia religiosa che civile, in quanto da un parte la sacralità cattolica celebra l’ Assunzione di Maria Vergine (madre di Gesù) in cielo e dall’altra la tradizione popolare festeggia questo giorno all’insegna della scampagnata, del divertimento, delle gite fuori città, di momenti trascorsi serenamente e allegramente al mare, in montagna o in collina. Caratteristici e tipici, visto anche le alte temperature stagionali, i rinfrescanti e suggestivi bagni in acque marine e fluviali a mezzanotte.

La celebrazione del Ferragosto (il termine deriva dalla locuzione latina feriae Augusti, riposo di Augusto) fu istituita dall’imperatore Ottaviano Augusto nel 18 a. C. e si inseriva nel calendario di altri antichissimi eventi ricorrenti nello stesso mese, come i Consualia, teso a celebrare i raccolti e il termine dei principali lavori agricoli. Il  Ferragosto in passato nel mondo contadino aveva lo scopo di concedere un adeguato e meritato periodo di riposo, detto anche Augustali, dopo le grandi fatiche profuse durante le settimane precedenti.

Secondo un antico modello religioso, che trova la sua origine molto prima che nel 18 a. C. Augusto istituisse alle calende dell’ottavo mese le Feriae Augustales, era il tempo anche del ringraziamento. In tale circostanza era radicata l’usanza da parte dei lavoratori di porgere gli auguri ai padroni, che ricambiavano tale gentilezza con una mancia. Nel corso dei festeggiamenti, in tutto l’impero si organizzavano corse di cavalli e gli asini e i muli, usati come animali da lavoro, venivano dispensati dalle dure fatiche, restavano a riposare e venivano ornati con ghirlande e fiori. Tali  tradizioni vengono rimembrate ancora oggi durante il Palio dell’Assunta che si svolge a Siena  il 16 agosto. Sempre in quel periodo hanno origine le processioni con i carri di donativi ( in latini donativa o liberalitates: ricompensa eccezionale), i covoni (un fascio di steli di grano falciati alla base, con in sommità le spighe), le conche ( tradizionale contenitore domestico di liquidi, realizzato in rame con due manici ad ansa, usato soprattutto dalle donne nel passato per portare a casa l’acqua dalla fontana tenendolo in equilibrio sula testa) offerti ai santuari fuori dell’abitato, dove i credenti cattolici hanno successivamente sostituito i primitivi altari con quelli consacrati all’Assunta e a San Rocco.
Da queste cerimonie derivano anche quei riti notturni, quali i fuochi, i canti, i balli eseguiti davanti ai santuari e ritmati dal suono di un antico tamburo di capra, caratteristico della nostra Magna Grecia.

Il 15 agosto non è solo un giorno di festa popolare ma, come abbiamo accennato, è anche una ricorrenza di grande valore sacrale per i cristiani, cattolici ed ortodossi: l’Assunzione di Maria in Cielo.

L’Assunzione della Vergine di Andrea del Sarto

L’Assunzione di Maria in Cielo è un dogma cattolico (proclamato da papa Pio XII nella Costituzione apostolica “Munificentissimus Deus” (“Dio generosissimo”) il 1 novembre dell’anno santo 1950) nel quale viene affermato che Maria, “terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo”. Nel Cristianesimo il trapasso di Maria, madre di Gesù viene chiamato dormizione (in latino dormitio), in quanto, secondo alcuni teologi, Maria non sarebbe veramente morta, ma sarebbe soltanto caduta in un sonno profondo, dopodiché sarebbe stata assunta in cielo.

La Dormizione e l’ Assunzione non sono la stessa cosa. Dal punto di vista temporale le due  ricorrenze liturgiche coincidono. La Dormizione di Maria si festeggia il 15 agosto nella Chiesa ortodossa e tradizionalmente nella Chiesa cattolica di rito bizantino, mentre l’Assunzione si celebra nello stesso giorno nel calendario liturgico cattolico di rito romano. La Chiesa cattolica e quella ortodossa affermano la dottrina dell’Assunzione.

Le prime indicazioni sull’Assunzione di Maria – Sant’Efrem il Siro († 373); Timoteo di Gerusalemme (sec. IV);  Sant’Epifanio († 403) –  risalgono al periodo compreso tra la fine del secolo IV e la fine del V. Fonti antiche ci riportano  la leggenda del ramo di palma.
Specifici riferimenti a questi avvenimenti li troviamo in alcuni testi apocrifi:
La Dormizione della Santa Madre di Dio, attribuita a San Giovanni il Teologo, ovvero l’Evangelista (sec. VI) e Il Transito della Beata Maria Vergine, attribuito a Giuseppe d’Arimatea e posteriore al primo, narra della Madonna che aveva chiesto al Figlio di avvertirla della morte tre giorni prima. E così accadde. Il secondo anno dopo l’Ascensione, Maria stava pregando, quando le apparve l’angelo del Signore. Teneva in mano un ramo di palma e le disse: “Fra tre giorni sarà la tua assunzione. “La Madonna convocò al capezzale Giuseppe d’Arimatea e altri discepoli del Signore e annunciò quanto aveva udito. In quel momento Satana incitò gli abitanti di Gerusalemme a prendere le armi, dirigersi contro gli apostoli, ucciderli e impadronirsi del corpo della Vergine per bruciarlo.
Ma una cecità improvvisa impedì loro di attuare il piano. Gli apostoli fuggirono con il corpo della Madonna, trasportandolo fino alla valle di Giosafat, dove lo deposero in un sepolcro. In quell’istante – narra il Transito della Beata Maria Vergine – li avvolse una luce dal cielo e, mentre cadevano a terra, il santo corpo fu assunto in cielo dagli angeli.

Un augurio per questa festività è rivolto a tutti coloro che vorranno vivere, nel rispetto della libertà di pensiero e di fede, questo giorno con spirito religioso e animo popolare.

Notte di San Lorenzo. La notte delle stelle cadenti…

Piccole meteoriti per grandi desideri: 10 Agosto la notte di San Lorenzo, la notte delle stelle cadenti…

di Daniela Lucaselli

Nei ricordi più remoti, tra magia e realtà, è sempre presente con il suo intramontabile fascino, lo splendore della notte tra il 9 e il 10 agosto. Un evento, un momento unico ed irripetibile nella grandiosità dell’attimo, dell’istante in cui si avvera e che stupisce gli occhi increduli e sbalorditi di tutti coloro che,  incontrandosi  in spiaggia, in piazze pubbliche, in luoghi all’aperto, con il nasino all’insù, guardano fra la costellazione di Cassiopea e quella di Perseo, attenti  per osservare, ammirare e godere incantati  questo fenomeno spettacolare delle stelle cadenti regalato dal firmamento notturno. Il cielo oscuro si illumina per magia,  la scia luminosa delle stelle si avvicina a noi come per regalarci una speranza di un sogno da realizzare. Le stelle cadenti con la loro luce sanno incantare ed emozionare. L’anima vibra in attesa che l’evento tanto desiderato si realizzi.

Ma le stelle cadono per davvero nella nostra atmosfera? Se ciò fosse malauguratamente accaduto noi oggi non esisteremmo più.  Allora cerchiamo di saperne di più…

Nel periodo estivo, e precisamente dal 25 luglio fino al 18 agosto, l’orbita della Terra , che si trova nella costellazione di Perseo, incrocia frammenti residui di roccia e ghiaccio della cometa Swift-Tuttle ( l’ultimo passaggio vicino al sole è stato nel 1992, osservato da  un astrofilo giapponese che vide un puntino luminoso nella costellazione dell’Orsa Maggiore. Il prossimo appuntamento sarà nel 2126), che penetrano nell’atmosfera e,  a circa un centinaio di chilometri di altezza,  diminuiscono la loro velocità.

Come avviene questo fenomeno?

Le comete durante i loro avvicinamenti al sole evaporano formando una lunga coda di gas e polveri spazzata dal vento solare e sulla stessa orbita lasciano numerosi detriti (pezzettini di ghiaccio, sassolini, polveri). Quando la terra, viaggiando nello spazio, attraversa queste regioni i frammenti più piccoli entrano nell’atmosfera terrestre ad altissima velocità ed evaporano (consumano e bruciano la materia di cui sono composti, in poche parole le loro molecole a contatto con l’aria s’incendiano) a causa del forte attrito e surriscaldamento, producendo reazioni fisico-chimiche che determinano l’affascinante scia luminosa, dovuta alla ionizzazione dell’aria.

La cometa, partendo dai confini del sistema solare, si avvicina verso la terra ogni 130 anni, sciogliendo parte del suo mantello di ghiaccio, nel momento in cui si avvicina al sole. Il tratto di orbita più vicino alla cometa è quello più ricco di polveri e quindi l’attività dello sciame meteorico si accentua negli anni più vicini al transito della cometa.

Nel lontano 36 d. C. i  Cinesi notarono per primi l’evento.  Seguirono i giapponesi, i coreani ed infine gli europei. Ma fino all’inizio dell’800 il fenomeno celeste non destò particolare interesse negli astronomi che ritenevano giustamente che si trattasse di meteore, una particolarità di carattere atmosferico e meteorologico.  Attorno al 1830 si appurò che questo stabiliante avvenimento ricorreva annualmente. Nel 1862 Lewis Swift ed Horace Tuttle  identificarono la cometa per la prima volta, ma fu l’eclettico astronomo italiano Giovanni Virgilio Schiapparelli colui che collegò la scia di polveri alla cometa.

Le stelle cadenti sono gli asteroidi della costellazione di Perseo, dette appunto Perseidi, che vengono attraversate dall’orbita terrestre creando questa vera e propria pioggia meteorica. Le Perseidi ,  uno sciame meteorico tra i più rilevanti tra tutti quelli che incrociano il nostro pianeta nel corso della sua rivoluzione intorno al Sole, sono popolarmente  denominate lacrime di San Lorenzo, in quanto in passato il picco di visibilità avveniva intorno al 10 agosto, mentre ora è  intorno al 12 agosto, a causa della precessione degli equinozi, del variare dell’inclinazione dell’asse di rotazione terrestre (lentissima rotazione dell’asse di rotazione terrestre nello spazio), quando la  pioggia di stelle è visibile ad occhio nudo e a tutte le ore dalla Terra. Questo mutamento si registra  un giorno e mezzo circa ogni 100 anni. Quando poi si è in  presenza di Luna Nuova e la luminosità lunare è inferiore lo spettacolare sciame meteorico ha un fascino che non ha eguali.a

san Lorenzo con la graticola in una rara incisione della fine del ‘400

Di fronte a tanta meraviglia e stupore pochi si ricordano che questa notte, in cui le stelle sono più abbondanti,  è dedicata al martirio di San Lorenzo, avvenuto il 10 agosto del 258 d.C., le cui reliquie riposano  nell’omonima basilica a Roma. Durante la persecuzione dei cristiani, avvenuta durante  il III secolo d. C. da parte dell’imperatore Valeriano,  Lorenzo si rifiutò di adorare le divinità pagane e fu arrestato il 6 agosto dalla Guardia imperiale mentre assisteva Sisto II durante una Messa. Dopo essere stato torturato fu decapitato. La pioggia di stelle sono le lacrime che il santo versò durante il supplizio della decapitazione e che scendono sulla terra il giorno in cui il martire morì. Le stelle sono chiamate anche fuochi di San Lorenzo, in quanto nella tradizione popolare si pensa che il santo fu bruciato vivo su una graticola arroventata da carboni ardenti e i lapilli derivanti da questo atroce e doloroso martirio siano poi volati in cielo e giungono sulla Terra il giorno in cui morì per portare agli uomini la speranza. Infatti in Veneto un detto appunto popolare è San Lorenzo dei martiri innocenti, casca dal ciel carboni ardenti. 

La sfavillante pioggia di stelle è stata evocata poeticamente e tragicamente anche dal grande Giovanni Pascoli, che dedicò un canto, chiamato appunto X Agosto, al padre ucciso in un’imboscata proprio quel giorno. In questi versi il poeta  universalizzava il dolore personale  e, attraverso varie similitudini, evidenzia sensibilmente  le ingiustizie umane di fronte alle quali il Cielo riversa sulla terra, atomo opaco del male,  il suo pianto. Il cielo infinito, immortale, immenso guarda dall’alto con sdegno e amarezza la terra, luogo pieno d’insidie e di contrasti.

Il tempo è trascorso, ma  amaramente persistono ingiustizie e  crudeltà.  Artefice immutabile nei secoli è sempre l’uomo…

X  Agosto

di Giovanni Pascoli

San Lorenzo, io lo so perché tanto

di stelle per l’aria tranquilla

arde e cade, perché sì gran pianto

nel concavo cielo sfavilla.

 

Ritornava una rondine al tetto:

l’uccisero; cadde tra spini;

ella aveva nel becco un insetto:

la cena de’ suoi rondinini.

 

Ora è là come in croce, che tende

quel verme a quel cielo lontano;

e il suo nido è nell’ombra, che attende,

che pigola sempre più piano.

 

Anche un uomo tornava al suo nido:

l’uccisero; disse: Perdono;

e restò negli aperti occhi un grido

portava due bambole in dono…

Ora là, nella casa romita,

lo aspettano, aspettano in vano:

egli immobile, attonito, addita

le bambole al cielo lontano

 

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi

sereni, infinito, immortale,

Oh! d’un pianto di stelle lo inondi

quest’atomo opaco del Male!

(da Myricae)

 

Bibliografia:

J. Bellavita, Le lacrime di San Lorenzo, Italiadonna. it;

INAF, Istituto Nazionale di astrofisica, Le lacrime di san Lorenzo, 2007 .

L’umanista tarantino Niccolò Tommaso D’Aquino e le sue Delizie

Taranto, Borgo Antico, Lapide di Tommaso Niccolò D’Aquino, custodita nella chiesa di Sant’Agostino (ph Paolo Fiusco)

di Daniela Lucaselli

2 aprile 2011: sono passati 290 anni dalla morte del grande umanista Niccolò Tommaso D’Aquino. Quanti tarantini conoscono questa eccelsa personalità che ha dato lustro  alla nostra Città? Certamente non tutti. La maggioranza sa solo che a lui è dedicata la strada principale del Borgo Nuovo della Città. Pochi conoscono la sua vita e le sue opere.

L’avvicinarsi del terzo anniversario della sua morte ha ridestato un interesse tra gli studiosi e i letterati locali che hanno organizzato un percorso celebrativo a lui dedicato, per esaltare il significativo messaggio che quest’uomo ci ha lasciato in eredità.

Con l’intento di conoscere questo personaggio e il suo legame con la storia locale propongo un contributo che delucidi momenti di vita quotidiana del letterato e aspetti letterari delle sue opere, tasselli importanti nell’attuale tessuto della nostra città bimare.

 

La sua vita….

Il 24 novembre 1665 nasceva nella città di Taranto Tommaso Niccolò d’Aquino, da Guido II e da Margherita Capitignani. D’indole buona, intelligenza vivace, desideroso di apprendere e di conoscere, studiò a Napoli presso il Collegio de’ Mansi, gestito dai padri Gesuiti. Nel clima partenopeo formò la sua cultura. Si interessò alle discipline di carattere matematico e scientifico e si appassionò a poeti, tra cui predilesse il grande Publio Virgilio Marone. Maestro di eloquenza fu il letterato Francesco Guarini dei duchi di Poggiardo, da cui apprese l’arte. Terminato il percorso umanistico, il giovane tarantino rimase a Napoli presso un suo parente, il principe Castiglione D’Aquino, coltivando le arti cavalleresche e le scienze legali. Frequentò i salotti culturali della città,  lesse le opere del Pontano, del Marullo e del Sannazzaro.  Tornò a Taranto e nel 1689 sposò la nobile Teresa Carducci.

In seguito alla morte del padre, spentosi nel 1698,  ricoprì la carica di “primo cittadino” sino al 1705. Attento ai bisogni della gente comune, ne difese le istanze, mostrando vero amore e dedizione verso i più deboli e la sua terra. Sensibile alla crescita culturale della sua città, ospitò nella sua dimora, situata sul Pendio la Riccia nel borgo antico di Taranto, l’Accademia degli Audaci, affermatasi già da tempo nel territorio pugliese, e vari letterati del luogo.

Catald’Antonio Carducci nelle sue “Memorie di Tommaso N. D’Aquino” affermò che tutta la gioventù tarentina presso l’abitazione dell’illustre letterato  si “teneva occupata negli studi della sua ricca biblioteca”.  Su questo palazzo del XVI secolo oggi  un’iscrizione, a testimonianza di ciò,  reca queste parole:

Tommaso Niccolò D’Aquino in questa casa nacque nel 1665 e morì nel 1721. Qui ospitò l’Accademia degli Audaci. Il Comune nel secondo centenario della morte”. 

La sua fama e il suo prestigio crebbe. Lasciò Taranto e collaborò con varie Accademie d’Italia; ricoprì la carica di membro dell’Accademia dell’Arcadia di Roma e dell’Accademia dei Pigri in Bari.

Il Carducci, nella Vita del poeta tarantino, così scrive:

“Lungo sarebbe il qui mentovare altre accademie di Italia, le quali, secondo il costume di quei tempi, facevano a gara per averlo nelle di loro società”.

Addolorato per la perdita della madre, fu nuovamente provato dalla vita nel 1705 quando gli morì la moglie durante il parto. Seguirono anni lunghi intrisi di tristezza, sconforto, solitudine, a cui si aggiunsero controversie con il fratello Francesco Antonio, per motivi di interesse. Si risposò con Ippolita Tafuri, di origini leccese e vedova di Benedetto Saracino. Gli ultimi anni li trascorse nella sua villa a Levrano in compagnia dei suoi cari  libri e di alcuni amici più vicini. Morì il 2 aprile 1721.

Il Carducci commentò quanto accaduto con una riflessione personale alquanto acuta, sostenendo che la prematura  dipartita negò al poeta “la bella sorte di vivere sotto i felici tempi de’ Monarchi Borboni”, sì che egli “non potè testimoniare con la belle sua Musa quanto la nostra Città di Taranto sia felice e beata sotto de’ medesimi”; e pertanto si sentì in dovere di “soggiungnere queste poche righe in attestato dell’amore e fedeltà de’ Tarantini verso della Real Casa Borbone, sicuro che avrebbe molto più cantato il dotto Aquino, se questi Sovrani fossero stato argomento de’ versi suoi”. 

Le sue spoglie furono custodite nella cappella di famiglia nella chiesa di Sant’Agostino nella città vecchia, oggi non più esistente. I suoi resti mortali, insieme a quelli della prima moglie Teresa, forse rimasero per un certo periodo sotto uno strato di rottami, insieme ad ossa di altri scheletri. Oggi sono conservati in un tempio, sempre nella chiesa di Sant’Agostino, costruito dal Comune di Taranto e voluto fermamente dal comitato cittadino per onorare la memoria del grande poeta.

Le sue opere…

Il D’Aquino non pubblicò mai le sue opere; i suoi manoscritti, secondo la testimonianza dell’umanista Cataldantonio Artenisio Carducci, andarono distrutti, ad eccezione delle “Delizie Tarantine”.

Il Carducci nelle Memorie (1) così ricorda: “Molto compose in prosa ed in verso, in latino ed in italiano, ma alieno dal comparire e dal far figura di autore, si compiaceva piuttosto di far comparire altri ne’ pulpiti e nelle cattedre e sentirgli lodare per i letterari suoi lavori che segretamente loro comunicava. Quindi è che vivendo nulla di suo pubblicò colle stampe, e nulla sarebbesi pubblicato se vedendo io andar miseramente a male tutti i di lui preziosi manoscritti, per incuria di coloro che più di tutti gli avrebbero dovuto conservare, non mi fossi risoluto a dar alla luce il di lui poema intitolato “Deliciae Tarentinae”,  diviso in IV libri, che gli acquistò il titolo di principe degli epici latini del suo secolo presso que’ letterati, che dalla sua bocca l’intesero recitare. Compose forse altro poema sull’Arti Cavalleresche, come egli stesso nel fine di detto poema promette a’ lettori, ma di questo non abbiamo finora trovato vestigio. Con miglior ozio ho già promesso di separare altri suoi componimenti poetici latini da quelli del suo maestro per pubblicarli, e forse verranno alla luce altre di lui opere, in traccia delle quali da grantempo io vado

Con probabilità compose quindi un altro poema sulle arti cavalleresche e un’ ecloga arcadica “Galesus piscator, Benacus Pastor”, recentemente scoperta da Carlo D’Alessio (2).

Datata intorno ai primi anni del Settecento, il D’Aquino celebra la propria assunzione nell’Arcadia a Roma. Galeso contrappone alla poesia pastorale di Benaco la poesia della pesca, già cantata nelle Delizie.

Le “Deliciae Tarentine” rispecchiano nella forma e nello spirito un poema virgiliano. Il testo, composto in esametri latini in quattro libri, fu tradotto e dato alle stampe nel 1771 da Cataldantonio Carducci. Corredato di una lunga introduzione biografica, di una versione in ottava rima e di un commento, fu pubblicato a Napoli dalla Stamperia Raimondiana e, oltre alla normale edizione, ce ne fu un’altra di lusso, custodita dalla Acclaviana, entrata in possesso per donazione da parte del concittadino Francesco Marturano. L’opera fu dedicata a D. Michele Imperiali, marchese di Oira (la salentina Oria), principe di Francavilla.

I versi declamano, decantano e ritraggono vivacemente le suggestive bellezze naturali di Taranto, descrivono pittoricamente  i campi coltivati, il cielo quasi sempre dipinto di azzurro, l’ombroso Galeso, le attività dell’uomo, quali la pesca e la caccia, che coronano il paesaggio della città bimare. Sono ricordate e celebrate le figure degli uomini illustri dell’antica Taranto, fra le quali Archita.

Nel libro I, in brevi versi il cantore tarantino raffigura la gioia del pescatore che, tirate le reti con la sua preda, va a dissetarsi alla fonte prima di apparecchiare soddisfatto, dopo lunghe ore di attesa  e stremato del suo navigare notturno, la sua umile mensa, e dei contadini che si rinfrescano alla fonte,  luogo di incontro, di festa, di balli e di canti.

Pastorumque lares fumoseque tecta; neque alta

Pendentes de rupe deest spectasse capellas;

Balatuque ovium resonant spelaea latebris” (v. 210-213)

Nobile delicium, cum prima incaduit aestas.

Civibus oebaliis, agitant sub nocte choreas

 Egelidi ad sonitum fontis, gaudentque canoro

Murmure lympharum plauduntque micantibus undis” (v.334-337)

Il libro II è dedicato alla pesca e qui lo scrittore elenca i nomi degli animali marini che vivono nella fauna subacquea dello Jonio, i frutti di mare, canta la fecondità della marina tarentina. Vengono presi in esame le varie qualità di pesci e i vari modi di pescarli.

Il III libro è dedicato agli animali e quindi alla caccia. Così  lui stesso recita:

“ Sinora ho celebrato gli artefici della pesca e delle varie specie dei pesci; ora celebrerò voi, o antri e luoghi silvestri delle fiere, e dirò quali lacci si tendano alla lepre, quali insidie i cacciatori portino nel bosco, dirò le astuzie di coloro che vanno a piedi e dei cani, quando per i grandi piani scorrono velocemente i cavalli, mentre i cavalieri li invitano e li spronano alla corsa”.

Nel IV libro il D’Aquino descrive il clima, esalta la freschezza e la salubrità dell’aria jonica, la bellezza dei campi e la genuinità dei suoi prodotti, l’incanto delle ville situate lungo il litorale.

La grande opera del nostro concittadino è rimasta a lungo nell’ombra. A causa forse della sua stesura in latino, fu studiata solo da pochi letterati e le traduzioni, riposte in biblioteche comunali e provinciali, furono oggetto di approfondimento solo di pochi e rari cultori del D’Aquino.

Manca comunque uno studio sull’opera, che evidenzi il suo preciso valore poetico, che ci dica dove il poeta ha saputo trasformare il mito o la natura in poesia. Parlare di pesci, di coltivazione di campi, di caccia, non è certamente un modo originale di fare poesia, ma lo stile sciolto e, allo stesso tempo, incisivo, ha introdotto nel linguaggio della tradizione classica un particolare lessico, spontaneo, attraente, colorito e pregevole.

E’ attraverso la natura e il mito che, comunque, traspare la vita interiore dell’opera, il suo ideale, una serena esistenza vissuta tra il profumo dei campi e la bellezza del mare. E’ in alcune descrizioni della natura che si evince il profondo sentimento del poeta, innamorato delle bellezze della sua città. Le origini mitologiche, la storia e la civiltà di un popolo vivono nelle pagine di questa grande opera, colorandosi di inchiostro.

Le Delizie, questo poema di fine Seicento, sottoposto ad una attenta analisi testuale, rispecchia l’influenza umanistica napoletana, che ben si allaccia al filone letterario che vede come maestro il grande Sannazzaro. Le note di quest’ultimo le ritroviamo in vaghe melodie malinconiche, in un sentimento labile di tutte le cose, nella convinzione che il fato travolge gli uomini, distrugge le città e fa crollare i grandi imperi.

Ed infatti nel Libro III (versi 587-588) il D’Aquino ancora una volta sottolinea il suo pensiero esprimendosi così:

Una ora sola devasterà quanto con lunga arte fu costruito nei secoli, tanto è necessario obbedire ai comandi del fato”.

1) C. A. Carducci, Memorie di T. N. D’Aquino e note alle “Delizie Tarentine”, Napoli (1771),

pag LXIII

2) E. Paratore, Tommaso Niccolò D’Aquino, Manduria (1969), pp. 137

 

Bibliografia:

  • C. Acquaviva, Tarantinerie – Sguardi panoramico culturale dal Sommo Archita all’Accademia dei Terroni, in Corriere del Giorno, Taranto (26.08.1959);
  • E. Baffi, La Cappella del D’Aquino e le spoglie mortali del poeta delle “Delizie”, in “Voce del Popolo”, Taranto (14.01.1933);
  • G. Caramia, “Corriere del Giorno”, Taranto (17.10.1954);
  • C. A. Carducci, Memorie di T. N. D’Aquino e note alle “Delizie Tarentine”, Napoli (1771);
  • P. De Stefano, D’Aquino e Sannazzaro, in “Taranto Oggi”, (Ottobre 1960);
  • P. De Stefano, Il libro 1° delle “Deliciae Tarentinae” di T. N. D’Aquino, Taranto;
  • P. De Stefano, T. N. D’Aquino e le “Delizie”, in “Corriere del Giorno”, Taranto (25.03.1958);
  • P. De Stefano, Umanesimo napoletano di T. N. D’Aquino, Taranto, “Corriere del Giorno”, (10.01.1958);
  • De Vincentis, D. Ludovico, Storia di Taranto, vol IV – V, Taranto (1870);
  • E. Paratore, Tommaso Niccolò D’Aquino, Manduria (1969);
  • Villani, Scrittori ed artisti pugliesi, Trani (1904).

Taranto e l’Unità d’Italia. Nicolò Cataldo Mignogna

 
 

 

ph Daniela Lucaselli

 

 

di Daniela Lucaselli

Un grande uomo, esempio di virtù civili, di acceso patriottismo, di amore per la libertà, di avversione accesa alla tirannide. Nacque il 28 dicembre 1808 nel Borgo antico di Taranto e visse i primi anni in questa città, teatro di lotte fra reazionari e giacobini, nelle mani dell’avventuriero Boccheciampe che voleva saccheggiarla per punirla dei suoi ideali liberali.

Il padre del nostro eroe, con l’aiuto di alcuni marinai, respinse i predoni e liberò la città dalla violenza delle bande sanfediste.

E’ proprio in questi momenti che si plasma lo spirito del nostro patriota, che mai si scoraggiò di fronte a delusioni, amarezze e tradimenti.  Studiò presso il seminario della città natale, ma il suo profitto fu scarso, dovuto al fatto che questi studi troppo retorici ostacolavano la sua libertà di pensiero e la sua creatività. Proseguì quindi come autodidatta. Lo studio dei classici, quali Dante e Foscolo, Machiavelli e Cuoco, della Storia Romana e dei Comuni medioevali, formarono il suo spirito di giustizia e libertà e alimentarono  l’entusiasmo e la condivisione per la Repubblica.

A Napoli si laureò in Giurisprudenza. Questi studi lo forgiarono  ulteriormente,  strinse contatti ed amicizia con giovani patrioti e frequentò circoli clandestini alimentati da ideali mazziniani.

Si iscrisse ai “Figlioli della Giovane Italia” di Benedetto Musolino,  si prodigò alla lotta politica e a divulgare le idee repubblicane in Abruzzo, Puglia, Calabria, a discapito della sua professione di avvocato. Controllato dalla polizia borbonica fu arrestato e rinchiuso per due anni nelle Carceri di S. Maria Apparente. Fu rilasciato per mancanza di prove. Il Commissario di

Taranto e l’Unità d’Italia. Vincenzo Carbonelli

 

 

di Daniela Lucaselli

Insigne patriota, compì i primi studi presso il seminario predilendo i grandi della letteratura latina ed italiana, quali Livio, Tacito, Dante, Machiavelli, Alfieri e Foscolo. Sono i grandi che predilesse, le cui “ossa sembrano ancor fremere amor di patria”. Andò a Napoli a studiare medicina e si iscrisse alla “Giovane Italia”.

Il suo “vivace” carattere ne fece un “capo” fra i giovani che lo conoscevano e lo seguivano.  Lo sdegno contro la tirannide, l’odio contro chi usurpava la sua terra con il proprio dominio, venne alimentato dall’esito negativo della spedizione dei fratelli Bandiera, ragion per cui si impegnò in prima linea per indurre il governo borbonico a concedere un sistema politico meno oppressivo e più libero.

Le riforma di Pio IX, di Carlo Alberto e del Granduca di Toscana alimentarono di speranza gli ideali patriottici, anche se Fernando II perseverava nel suo vetusto sistema poliziesco.

L’insurrezione di Palermo e la proclamazione della Repubblica in Francia diedero l’avvio ai moti rivoluzionari nel Mezzogiorno. Il 12 febbraio 1848 il nostro concittadino, alla testa di accesi liberali, diede vita ad una significativa rivolta. Percorrendo le vie di Napoli gridava”Abbasso il fedifrago Bozzelli”, che da liberale era diventato reazionario. Passò davanti al palazzo dell’Ambasciatore d’Austria, si appropriò dello stemma che raffigurava l’aquila bicipide, la ruppe e distribuì i pezzi a coloro che erano con lui. Era palese lo sdegno verso la nazione che aveva sostenuto i borboni

Taranto e l’Unità d’Italia. Cataldo Nitti

ph Daniela Lucaselli

di Daniela Lucaselli

Esponente di rilievo in Puglia, animato da nobili ed alti ideali patriottici, nacque a Taranto il 13 maggio 1808. La sua formazione la ricevette  nel Seminario tarantino e a Napoli si laureò in Giurisprudenza. Dedito alla letteratura classica compose rime e prose.

A Napoli frequentò la casa del’ex Arcivescovo Giuseppe Capecelatro e strinse amicizia con noti liberali, tra cui il concittadino Nicola Mignogna.

Tornato nella sua città natale si dedicò con zelo alla sua professione, rivolgendo uno sguardo particolare al mondo degli umili.

In una sua monografia, stampata a Napoli nel 1857, lo scrittore parla della crescente povertà del proletariato tarantino, dovuta, a suo parere,  alla decadenza dell’industria cotoniera, di cui Taranto vantava un impareggiabile primario nella Regione, dovuta al diffondersi delle macchine e dei prodotti tessili meno costosi. Sollecitava la gente del posto a dedicarsi, con spirito di sacrificio, zelo ed amore, all’agricoltura, che poteva diventare una rigogliosa risorsa, grazie alla ricchezza del suolo. Ma questi suggerimenti non furono ascoltati.

Francesco II nominò Ministro dell’Interno e della polizia un suo amico, Liborio Romano, che si prodigò per il buon esito del moto nazionale e della spedizione dei Mille, appena iniziata in Sicilia.

In Basilicata, terra strategica nella marcia dei Mille, erano presenti vivaci contrasti fra i reazionari e i liberali; le plebi erano insoddisfatte e costante era il presidio delle truppe borboniche. Bisognava affidare l’incarico ad un uomo di fiducia e il Romano pensò al nostro patriota. Il Nitti, che si era allontanato dalla politica militante, partì subito per Napoli per incontrarsi con l’amico e abbracciò la causa unitaria, fiducioso della monarchia di Vittorio Emanuele II. Il 14 agosto era a Potenza dove pubblicò un proclama, nel quale, sviscerando il suo odio contro la tirannide, chiedeva

Taranto e l’Unità d’Italia. Giuseppe Massari

 

di Daniela Lucaselli

Elevatezza di pensiero, nobiltà di carattere, fiero patriottismo, così lo si può definire il nostro concittadino. Fu uno dei pubblicisti di spicco nel periodo risorgimentale; la sua innata passione di scrittore si ispirava a sani principi di morale e di patriottismo. La forte personalità, il suo temperamento passionale, la tendenza dialettica emersero nel giornalismo, uno strumento nelle sue mani atto alla divulgazione del proprio pensiero, pronto a risvegliare coscienze assopite dalla schiavitù, a illuminare menti asservite dall’ignoranza e a diffondere gli ideali di libertà e di indipendenza che infuocavano il suo animo.

Nacque a Taranto l’11 agosto 1821. Dotato di spirito vivace e buon ingegno, si dedicò dapprima  a studi letterari e filosofici nel seminario di Avellino, poi, a soli quattordici anni, a studi di  matematica e medicina, per poi ritornare alla tanto amata letteratura e filosofia. Frequentò la casa dell’abate pugliese Teodoro Monticelli, convinto sostenitore delle idee liberali, entrò in contatto con diversi patrioti, che avevano partecipato ai moti del 1799 e del 1820, dai quali apprese lo spirito di libertà, supportato dalla lettura delle opere di Pasquale Galluppi, che divenne suo maestro.

Pare che frequentasse la setta della Giovine Italia, fondata dal connazionale calabrese Benedetto Musolino.

Il suo agire irruento richiamò l’attenzione della polizia borbonica ed il padre, temendo per il futuro del figlio, che aveva nel frattempo pubblicato in un’edizione clandestina le poesie di Berchet, lo fece credere un ribelle e gli impose di emigrare a Marsiglia, in Francia.

Aveva solo 17 anni. Nella capitale francese conobbe Terenzio Mamiani, il quale gli consigliò di leggere la “Teorica del Sovrannaturale” di Vincenzo Gioberti, esule a Bruxelles. Il nostro connazionale si invaghì delle sue teorie. Dal novembre del 1838 intrecciò con lo studioso una relazione epistolare  e in due articoli,  inviati nel 1841 al “Progresso” di Napoli  intorno all’”Introduzione allo studio della filosofia” del filosofo, gli espresse la sua ammirazione, ne condivise gli ideali e i sogni, auspicando di vedere l’Italia rifiorire  nel suo antico splendore.

Tra i due nacque una intensa comunione d’intenti, anche se ben presto, il giovane abbandonò gli studi della filosofia per darsi all’azione. Entrò in contatto con altri esuli italiani, come Guglielmo Pepe, Filippo Buonarroti, Giovanni Berchet, Nicolò Tommaseo, con i quali strinse una forte amicizia

Taranto. Vogliamo l’Italia Una, Indipendente e Libera

 

Una voce decisa vibrò all’unisono:

Vogliamo l’Italia Una, Indipendente e Libera

 

di Daniela Lucaselli

Gli avvenimenti  tessono la  intricata tela della storia, le passioni colorano gli ideali, le lotte acuiscono le controversie ideologiche, il popolo rivendica la tanto desiderata libertà.

Il nostro Risorgimento nazionale… sul sangue versato di tanti eroi inneggerà la sua bramata libertà.

L’attesa, la speranza… vedere l’Italia “inerme, divisa, avvilita, non libera, impotente”, risorta “virtuosa, magnanima, libera e una”. Così Vittorio Alfieri sogna la sua Patria.

Sono passati 150 anni… le iniziative e le manifestazioni si moltiplicano ogni giorno in tutta la Penisola  per rimembrare il sacrificio di chi, con la propria vita, ha contribuito all’unità della Nazione.

Il Risorgimento è innanzi tutto storia di uomini che, con il loro operato, hanno contribuito alla rigenerazione morale dell’umanità. Hanno dimostrato coerenza di principi, onestà di intenti e fede nell’ideale ed hanno fatto  diventare tutto ciò una realtà storica, concreta.

L’Unità d’Italia (già Dante auspicava l’unità spirituale degli italiani) è stato il coronamento dell’opera e dell’azione di uomini  insigni, appartenenti a tutte le regioni della Penisola,  che hanno sentito vibrare nel loro animo  la sete di un certo rinnovamento delle condizioni dell’Italia, l’unità, l’indipendenza, l’educazione del popolo e il suo benessere sociale ed economico.

Il processo risorgimentale ha comunque registrato nel suo insieme una esigua partecipazione di massa, specie se questo dato lo si riferisce  al

7 febbraio. Sant’Egidio, compatrono di Taranto

 
casa natale di S. Egidio (ph Daniela Lucaselli)

 

 

“SAND’EGIDIE, u sande nuéstre”

 Il santo francescano Egidio Maria di San Giuseppe

 

di Daniela Lucaselli

Nacque a Taranto il 16 novembre 1729 da Cataldo Pontillo e Grazia Procaccio, in una piccola e misera casa del borgo medioevale della città. Qualche anno dopo la nascita il bambino fu battezzato con i nomi Francesco, Antonio, Pasquale, santi che diverranno la sua guida spirituale e dai quali attingerà lo spirito religioso. Condividerà la povertà e la penitenza di San Francesco, i miracoli di Sant’ Antonio e il culto a Gesù Sacramento di San Pasquale.

La sua famiglia era composta da modesti artigiani che trasmisero ben presto al giovane il duro mestiere di funaio e felpaiuolo che loro svolgevano abilmente e che garantiva solo un misero tozzo di pane.

Cresceva in età ed anche in fede e fervore cristiano, plasmava di devozione straordinariamente ogni istante e momento della sua giornata. Si distingueva dai compagni per l’umiltà, la modestia, l’amore e l’apertura al prossimo emblema di una  inesauribile carica interiore, resa tale dalla vita spirituale che conduceva. Giovanissimo si iscrisse alla reale arciconfraternita di Maria Santissima del Rosario presso la chiesa di San Domenico Maggiore. A diciotto perse il padre e continuò a lavorare non più come felpaiuolo ma come cordaio. Divenne l’unico sostegno economico della famiglia, il suo guadagno lo ripartiva tra le necessità incombenti della madre e  dei suoi tre fratellini e i poveri.

Nel frattempo la madre si risposava con un barbiere di Grottaglie e lui andò a lavorare nella bottega del cognato della madre. Il patrigno si rese conto subito che Francesco Antonio non era un ragazzo come gli altri e così, sensibile di fronte alla personalità e alla spiritualità del giovane, gli diede la possibilità di realizzare la sua vocazione religiosa. Ma qual’era l’ordine da abbracciare?  Francesco iniziò una novena alla Santa Vergine perchè lo illuminasse e nel settimo giorno gli apparvero in sogno due religiosi, un sacerdote e un laico Alcantarini che lo invitarono nel loro ordine. Il mattino seguente Francesco si recò al convento dei Francescani Alcantarini a Taranto e chiese di parlare con i due frati apparsi in sogno e di cui fornì particolari descrizioni. Invano. Nel convento non esisteva alcuna persona che potesse assomigliare a quelle descritte. Addolorato ma non sconfitto entrò nella chiesa del convento e ai due lati dell’altare maggiore scorse le immagini di San Pietro d’Alcantara e di San Pasquale Baylon. Riconobbe i due religiosi apparsigli in sogno. Il disegno

Uccio, un pezzo di storia, la nostra storia

di Daniela Lucaselli

Non si smette mai di essere figlio dei propri genitori“, così Biagio Panico, giovane artigiano originario del Salento, che si prodiga nella diffusione della musica popolare salentina e della pizzica, ci presenta la figura di Uccio Aloisi.

Nato l’1 ottobre del 1928 da una famiglia contadina di Cutrofiano, paese agricolo della provincia di Lecce, è stato l’elemento di unione tra la tradizione orale e la  musica salentina di questi ultimi anni. Testimone attento e vigile della cultura orale del Salento, ha dimostrato come il canto aiuti l’uomo ad affrontare le vicissitudini del quotidiano. Antonio, questo il suo vero nome, da cui il diminutivo Antoniuccio e quindi Uccio, è l’ ultimo di una numerosa e povera famiglia contadina, soggetta alle dure leggi della sopravvivenza. Il faticoso lavoro nei campi veniva alleviato da  note di allegria, tra cui il canto, a voce spiegata per spezzare la stanchezza; le feste popolari riuscivano a compensare le fatiche giornaliere a cui la famiglia era incessantemente sottoposta, infondendo coraggio, amore e serenità. La storia dei canti del lavoro era il comune denominatore di tutte le classi lavoratrici umili del mondo.

Grande lavoratore, ha “zappato” la terra, ha estratto il tufo nelle cave, ma uomo  instancabile non ha mai trascurato il canto e la voglia di trasmettere usanze e costumi.

Nella sua Autobiografia si legge: “Alli puzzi, alle tajate, alle fogge de l’argilla, alle fondazioni, iu l’aggiu chine, iu tabaccu, iu…vignetu, iu cu bau… alli disoccupati, iu aggiu coddu letame de menzu la strada… Ma l’aggiu  fatte tutte ma sempre de la fame aggiu mortu”.

Partecipa  alle feste di paese e alla sagre affollate finché riscopre la musica popolare salentina. Il cantastorie Uccio, attraverso la sua appassionata e genuina voce popolare, ha voluto trasmettere alle nuove generazioni, esattamente come ha fatto il padre prima di lui, l’amore per il suo luogo natio e per le tradizioni della sua terra. L’eco delle sue parole,  del suo canto e dei suoi cunti, arrivano direttamente al cuore di chi l’ascolta, coinvolgendolo  emotivamente. Al ritmo di suggestive danze, tamburelli, stornelli,  ha voluto esprimere, con la sua pura e calda voce,  i sentimenti più intimi dell’animo umano e le storie legate al sudore e alle fatiche della terra del sud. Rinvigorisce il corpo ma anche lo spirito, emoziona, coinvolge e suggestiona.

Intorno alla metà degli anni ’70,  insieme ad alcuni amici, tra cui Uccio  Bandello, e Uccio Melissano, forma un gruppo musicale di cantori, denominato “Li Ucci“; suona anche con Gigi Stifani, il celebrato violinista-barbiere-terapeuta di Nardò. Iniziano una serie di serate e di manifestazioni musicali. Il suo gruppu dà un volto nuovo e moderno al repertorio contadino con palco, microfoni ed amplificazioni. Durante gli anni ’90 la crescente curiosità ed interesse per la musica della terra del  Salento dà forza al gruppo che si ripropone al pubblico esibendosi in Italia ma anche all’estero. Il tempo trascorre inesorabilmente e, dopo la scomparsa nel 1998 dell’amico Uccio Bandello , Aloisi, testimone intramontabile  della pizzica e della melodia popolare salentina, si esibisce con il  gruppo di musicisti e cantori  Uccio Aloisi Gruppu nelle piazze del Salento, coinvolgendo soprattutto i giovani. All’età di 74 anni pubblica il CD “ Robba de smuju” (edito nel 2003).  Uccio, accompagnato dal suo “gruppu” continua ad esibire davanti a migliaia di persone, al suono di tamburelli, mandolino, chitarre, organetto, il suo repertorio, dagli stornelli ai canti di lavoro, ai canti d’amore, ai canti alla stisa, fino a concludere con la frenetica Pizzica-pizzica,“…lassatila ballare ca è tarantolata…“.

Riesce sempre a  coniugare  singolari momenti di profondo lirismo musicale, come quando canta la canzone di Tito Schipa “Quannu te la lai la facce la matina”, con suggestivi e coinvolgenti motivi ritmati con arte dal tamburello. La popolarità non influenzerà mai  la sua semplicità e la sua  fedeltà alla cultura contadina, da cui attinge i contenuti del suo vasto repertorio.

Nonostante le sue precarie condizioni di salute, ha partecipato anche all’ultima edizione (XIII) della “Notte della Taranta” a Melpignano il 28 agosto; a lui, “grande mattatore della pizzica e della melodia popolare salentina” è stato dato l’onore di “aprire le danze“.

Nel corso della sua carriera artistica ha anche collaborato e duettato con i “Buena Vista Social Club”, artisti di fama internazionale.

Addio  indimenticabile Uccio!

 

 

Bibliografia

  • V. Santoro, L’addio a Uccio in “Corriere del Mezzogiorno”, 23 ottobre 2010;
  • Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Carosino, la città del vino e la sua identità arbëreshë

di Daniela Lucaselli

La storia non è solo ricostruzioni di eventi, anche le tradizioni tengono in vita i sentieri della storia. Continuare a raccontare il passato per  conoscere le proprie radici e riconoscere il senso di appartenenza alla propria terra è un cammino esistenziale di partecipazione alla storia del territorio. Cogliere il senso sacrale è l’insegnamento che ci viene dal passato. Inebriante, entusiasmante è vivere le manifestazioni e gli eventi folcloristici della nostra terra, quali sagre, feste e fiere, momenti durante i quali  i prodotti tipici locali sono i protagonisti. La città, il paese, il borgo si anima; manifestazioni culturali, come concerti e spettacoli teatrali all’aperto, vengono organizzati con scrupolosità e competenza. Si respira lo spirito accogliente e fiducioso della gente del Salento.

Questa atmosfera la rivivo ogni anno in una fertile ed accattivante vallata situata tra i comuni di San Giorgio Ionico, Monteparano, Monteiasi e Grottaglie e precisamente a Carosino, distante da Taranto solo 15 km. Le bianche masserie di campagna immerse nella lussureggiante vegetazione e  le fresche sorgenti di acqua dolce fungono da cornice al singolare centro,  nevralgico punto di scambio commerciale che, posizionato nella parte settentrionale della penisola salentina, in particolare nel cuore della zona occidentale delle Murge tarantine, ha offerto nell’antichità ospitalità e ristoro a mercanti e gente di passaggio.  

Una singolare manifestazione, la Sagra del Vino, si svolge puntualmente tra la fine di luglio e l’inizio di agosto e dall’artistica fontana (realizzata nel1894) della piazza principale del paese, di fronte al Palazzo Ducale, scenicamente zampilla del profumato e gustoso vino locale. Una mostra mercato dei vini pugliesi nel mese di ottobre ricorda nostalgicamente questo evento tipicamente estivo. Tutti i presenti, invitati a degustare i  prodotti tipici di questa terra, sorseggiano deliziosamente la bevanda di Bacco, di cui questa terra gode i suoi frutti.
Il clima dolce e mite infatti favorisce l’agricoltura, che dona raccolti sempre abbondanti. Questo piccolo paesino di pianura, posto a 70 metri sul livello del mare, occupa oggi, nel settore

Taranto. Intriganti e magici vicoli nella città vecchia

 
ph Daniela Lucaselli

Le postierle: strette scalinate…verso Mar Piccolo, i vicoli, gli archi

 

di Daniela Lucaselli

Il borgo  antico della storica città dei due Mari, in particolare la cosiddetta parte bassa della città vecchia, è caratterizzato da intriganti e magici vicoli e vicoletti, da case sgarrupate che rendono suggestivo questo particolare pezzo di mondo. Viene spontaneo chiedersi se tale opera, che potremmo definire semplice, ma nello stesso tempo ricercata, sia stata realizzata per far fronte solo ad esigenze di carattere urbanistico o architettonico.

Sfogliando la storia di Taranto l’attenzione si ferma al 927, quando la città fu distrutta dai Saraceni che non lasciarono in piedi alcun edificio, ma solo un polveroso cumulo di pietre. Passarono molti anni e nessun intervento fu fatto. S’avvicinava intanto il tanto temuto anno Mille, in quanto erano tanti coloro che credevano che in quella data sarebbe avvenuta la fine del mondo (Millenarismo). E proprio mentre c’era chi impotente aspettava la fatalità distruttiva, c’era chi invece sentiva dentro di sé affiorare l’energia della vita e sognava una nuova città fiorente.

Fu Niceforo Foca, siamo sempre nel secolo X, ad inviare qualificati tecnici greci per guidare la ricostruzione della città, pianificò l’intervento tenendo conto dell’esperienza, delle circostanze e della tipologia del territorio. L’area dell’antica acropoli, la parte alta della città vecchia, venne ampliata verso Mar Piccolo. L’isola, doveva essere strutturata e di conseguenza

Sapori e profumi mai tramontati: le conserve

Sapori e profumi mai tramontati: le conserve

le melanzane sott’olio

di Daniela Lucaselli

Gustare nuove e vecchie pietanze. Rivivere i momenti nei quali si sente autenticamente il calore del focolare domestico è  riscoprire il valore genuino della terra e i sapori veri del cibo.

Sulla tavola ogni giorno si schiude una vera opera d’arte. Le forme originali presentano svariati colori che prendono corpo in suggestivi, armoniosi ed accattivanti sapori e profumi.

La natura in estate con la sua luce, il caldo, il sole appaga il lavoro duro e faticoso del contadino offrendogli copiosamente i suoi frutti nella loro genuinità. Ma l’estate è anche il tempo delle conserve. L’uomo, come la formica, prudentemente e saggiamente, in questo caso anche golosamente, pensa all’inverno arido e gelido.

Si rivive per incanto la gestualità domestica del passato quando la massaia sceglieva al momento giusto le melanzane, uno degli alimenti più sani e nutritivi della dieta mediterranea, da mettere sott’olio. Già questa prima operazione richiedeva oculatezza, in quanto l’ortaggio doveva essere maturo e al suo interno non doveva avere il seme.  Dopo di ciò le mondava, le asciugava delicatamente con un panno bianco, le sbucciava e le affettava tonde o le tagliava a listelli. Accuratamente le poneva strato  su strato, cospargendole con abbondante sale grosso ed arricchendole con ciuffetti di menta profumata, spicchi d’aglio e peperoncino tagliato a pezzetti, in una capasa. Su di esse veniva adagiato un tagliere di legno  della forma e della dimensione della bocca della capasa sul quale si poneva  il capapisasale, cioè  una grossa pietra, che aveva  la funzione di far  espellere tutta l’acqua amara che l’ortaggio conteneva. Le melanzane rimanevano così “a riposo” per 24 ore. Trascorso tale tempo, con sorprendente abilità, senza scomporre il tutto, la donna rivoltava la capasa facendo fuoriuscire, premendo se necessario il composto, tutta l’acqua nerastra che le melanzane avevano cacciato. A questo punto vi aggiungeva un buon aceto di vino bianco e  lasciava  riposare il tutto per altre 4-5 ore. Passato tale periodo la donna ripeteva il rituale della capasa rivoltata. L’ultima operazione consisteva nel versare del profumatissimo olio extravergine d’oliva che copriva il prelibato ortaggio come un mantello, pronto per essere gustato dopo una mesata come contorno vegetariano, con una croccante frisella col

Profumi di infanzia: giochi di strada a Taranto in un caldo pomeriggio di luglio


di Daniela Lucaselli

In un pomeriggio caldo di luglio la voglia di esser sola con me stessa mi inoltra nei vicoli del Borgo antico. Una silente solitudine mi avvolge, solo il rumore dei miei passi rimbomba sulle chianche lucide e corrose dal tempo.

Mi piace godere di questi momenti, osservo ciò che si offre al mio sguardo scrutatore che indaga e va cercando una risposta a questo mio stato d’animo.

Di subito schiamazzi di ragazzi mi riportano alla realtà e guidano i miei passi verso una piazzetta. Un’ilarità generale mi strappa alla mia malinconia. Un silenzio imbarazzante e gelido subentra impavido. Il gruppo si è accorto di una presenza estranea.

L’incantesimo è infranto.

Mi avvicino al capo, gli porgo la mano e viene suggellato un patto di sangue: ad uno ad uno si avvicendano e pronunciano il loro nome timidamente in segno di fratellanza, facendo svanire in una nube quella vena di scetticismo e di titubanza che avevo letto pochi istanti prima nei loro occhi.

Sono di loro.

Orgogliosi di ergersi a maestri di strada e di vita, di scatto Pietro, al grido di Marco, toglie di testa a Giacomo il berretto, che poi passa, come se si trattasse di una palla, da un ragazzo ad un altro. Giacomo corre disperatamente, come se fosse un ubriaco, nel vano tentativo di riprendersi quello che gli appartiene, mentre tutti gli altri in coro ridono e si divertono alle sue spalle. Stremati da un’affannosa corsa, ci sediamo, con le ginocchia incrociate, in cerchio a terra. Il più spavaldo inizia a raccontare barzellette mimandole con perspicacia e astuzia. Ma all’improvviso Sonia dà uno scappellotto a Luciana che, una volta ricevutolo, cerca al più presto di scontarlo verso il compagno che ha di fianco. L’allu scùonde continua tra grida e riso. Presi dal fiatone si condivide a canna un sorso d’acqua fresca. Ed è la volta de lu sckaffe. Anche qui il rituale si ripete: dopo il consueto tocco, uno del gruppo va sotto, dà le spalle ai compagni ed è pronto a ricevere lo schiaffo, mentre copre la guancia designata ad essere martoriata con una mano. Quando lo ha ricevuto, si gira per indovinare l’artefice e trova che tutti agitano l’indice, come se tutti fossero colpevoli. Solo quando il malcapitato indovina chi è stato, viene da questi sostituito a passare sotto. E il giro ricomincia per essere a breve sostituito da l’ a botta ‘ngule. Colui che va sotto, questa volta pone la testa in grembo alla “madre”, che è seduta. Riceve lo schiaffo nel “sedere”, si rivolge alla donna dicendo: “Signora maèstre, so stète abbattùte”. Quella risponde : “Pigghie pe rècchie a ci è stète”. Dunque il maldestro deve anche questa volta indovinare chi è stato per essere da lui sostituito.

E così fino a penombra inoltrata si alternano questi giochi di strada, che mi hanno fatto rivivere,  in quel caldo pomeriggio di luglio, l’emozione di un’infanzia non ancora perduta.

Bibliografia

F. Laterza. Giochi tradizionali della strada in territorio tarantino, Taranto
(1980).

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