Che ci azzeccano insieme?

di Armando Polito


Oggi presenterò l’albero genealogico di una famiglia piuttosto numerosa, cominciando, come si conviene, dal capostipite e indicando per lui e per ognuno dei suoi discendenti il significato italiano, il corrispondente formale italiano (quando c’è, anche se, il più delle volte, come vedremo,  esso ha un significato traslato abbastanza spinto, comunque non tale da renderlo irriconoscibile, rispetto alla voce latina di partenza e a quella dialettale) e, poteva mancare?, l’etimologia. La s di ccunsàre, la seconda di scunsàre, quella di consa e di cuènsu hanno in realtà una pronuncia tra s e z, tant’è che il suono da molti viene rappresentato con quest’ultima consonante.

ccunsàre aggiustare, riparare; italiano acconciare, da un latino *adcomptiàre, composto dalla preposizione ad=vicino a+*comptiare, dalla radice del classico comptum, participio passato di còmere1=unire, ordinare, adornare. Nel latino medioevale (Du Cange, Glossarium mediae et infime Latinitatis, Favre, Niort, 1883, pag. 472 è attestata la forma (senza epentesi di –i-) comptàre=ornare come avviene pure in epoca classica: per esempio, dal participio passato di càpere (captum)=prendere si è formato captàre=tentare di prendere; oltre a comptàre lo stesso glossario registra anche la forma frequentativa comptitàre.

scunsàre mettere fuori uso;  italiano sconciare, dalla preposizione ex=fuori da+ *comptiàre.

consa malta italiano concia, da conciàre.

cuènsu  attrezzo per pescare costituito da una lenza lunghissima con molti ami e galleggianti; formalmente corrisponde all’italiano concio per cui vedi cuzzèttu; naturalmente, mentre per il concio il concetto originario di còmere (unire, ordinare) sostanzialmente è slittato verso quello di preparare per la messa in opera, cioè squadrare, nel cuènsu (chi se lo è costruito da sé sa cosa vuol dire, a parte l’abilità nell’usarlo, in assenza della quale è più probabile che i pesci catturinio il pescatore che viceversa…) è rimasto il concetto fondamentale di unire.  

cuzzèttu diminutivo dell’italiano concio (da pietra concia; concia nasce come participio passato di conciàre, per la cui etimologia vedi ccunsàre)

‘ncuzzittàre appioppare (m’ha ‘ncuzzittatu lu pièrnu=mi ha appioppato la fregatura, un fastidio); la voce, che non ha corrispondente formale in italiano, è, secondo me, da in+cuzzèttu, quasi caricare un peso sulle spalle di un altro. Per questa etimologia il Rohlfs è abbastanza ambiguo, nel senso che registra ncuzzettàre limitandosi a dare la definizione assestare un colpo sulla nuca per Lecce e dare con violenza, scagliare per Otranto. Alla voce cuzzèttu1 (diversa da cuzzetto2 corrispondente al nostro, cioè al concio) dà la definizione di nuca, occipite e pone il confronto con il calabrese cuòzzo=nuca. Subito prima di cuzzettu1 è riportata per Copertino la voce cuzzettàre col significato di scagliare con impeto, scaraventare, assestare un colpo sulla nuca e col rinvio al già visto ncuzzettàre.  Comparendo la nuca nelle definizioni riportate, debbo concludere che per il Rohlfs (anche se, ripeto, non lo dice espressamente e questo tradisce, secondo me, come avviene più palesemente in altre circostanze, quanto meno un dubbio) la base è questo cuzzèttu1. Per concludere, se ‘ncuzzittare dovesse derivare da cuzzèttu1, è evidente che l’evocato calabrese cuòzzo (ma lo stesso Rohlfs registra la voce per Alezio, Galatone, Galatina e Gallipoli col significato di roccia affiorante, sasso sporgente) corrisponde al neretino cuèzzu (stessa etimologia dell’italiano coccio), come altrettanto evidente è per il lettore che ho tentato di ‘ncuzzittàrgli, sia pure in buona fede, un’etimologia fasulla.

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1 A voler essere pignoli non è còmere il patriarca, se si pensa che esso è composto da cum (=con)+èmere=comprare. Dunque, il vero responsabile di tutto è èmere che, oltre che con cum (dando vita anche a coèmere=comprare insieme), si è accoppiato pure con dis– (prefisso con idea di separazione) dando vita a dirìmere=separare, con de (=lontano da) dando vita a dèmere=togliere e con sub (=sotto) dando vita a sùmere=prendere. Che abbiano ragione coloro per i quali il denaro è tutto?  

Stracuenzi

 

di Armando Polito

1 Leva di mezzo tutte queste cianfruaglie, cominciando da te…

2 Fa’ conto che me ne sono già andato; alle altre cianfrusaglie pensaci tu!

3 È diabolico! Pure oggi ha trovato il sistema per non pulire lo studio…e per voi devo pure far finta di ridere.

 

Stracuènzi nel dialetto neretino è usato nel senso di cianfrusaglie, attrezzi inutili e ingombranti. Al lemma straquènzi (dopo dirò perchè la grafia più esatta per me è con la c e non con la q) il Rohlfs si limita a rinviare a strafìzi. In realtà questa voce non è registrata, al contrario di strafìzie, ove rinvia a strafìzzu1 e a sarvìzie. A strafizzu1 non compare etimologia, mentre a sarvìzie rimanda a servìzzie ove rinvia da capo a strafizie. Al di là di questa estenuante serie di rinvii probabilmente per il Rohlfs sarvìzie/servìzzie corrisponde all’italiano servizi, mentre strafìzie per lui è deformazione di sarvìzie o frutto di incrocio tra quest’ultimo e strafìzzu1.

Meno male che stracuenzi è al di fuori di questa battaglia perché nemmeno un ammutinamento spinto e folle alla fonologia potrebbe portare a dire che stracuènzi è deformazione di strafìzi (tra l’altro, in neretino, strafìzzu significa rovina, distruzione e il Rohlfs, senza etimologia, lo registra come strafìzzu2). In altra occasione proporrò la mia etimologia di strafìzzu, ora mi interessa stracuènzi.

La voce è usata pure al singolare con riferimento a qualcosa di ingombrante ma anche a persona che impaccia. Per me è da extra (dalla voce latina che significa fuori)+cuènzu. Da solo cuènzu indica uno strumento per pescare (si tratta di una lenza lunghissima con molti ami e galleggianti che richiede molta cura nella sua fabbricazione e ancora più esperienza nel suo uso, ad evitare che a partire dal momento della sua calata in acqua tutto si riduca ad un groviglio inutilizzabile). Per il Rohlfs, e condivido pienamente, corrisponde all’italiano concio nel suo valore di participio passato sostantivato di conciare che nel basso uso significa sistemare, aggiustare, mettere in sesto e che è da un latino *comptiare, dal classico comptus, participio passato di còmere=unire, acconciare, adornare. Stracuènzu, perciò, è sematicamente l’esatto contrario di acconcio e va scritto, rispettando il consonantismo di origine, con la c e non con la q.

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