Cucuzzano: due anime e due volti

Ritaglio di una cartolina di Montesano Salentino (1927). Archivio Telemele.

di Marco Cavalera

Cucuzzano è un piccolo borgo di poche anime, un tempo dedite all’agricoltura e all’artigianato, con pochi giovani squattrinati e molti anziani che custodiscono gelosamente i risparmi sotto il materasso, con il volto scavato dal sudore e dalla fatica, aspro in superficie ma tenero nell’animo come le rocce calcaree delle campagne salentine.

Cucuzzano ha due volti e due anime: nei periodi di festa sembra Disneyland, tutto addobbato con luminarie sfarzose, a volte esagerate ma mai oltre i limiti della decenza, vivace come una qualsiasi metropoli del Nord. Nei mesi più freddi il paese si svuota, non solo fisicamente, ma anche mentalmente.

Cucuzzano vanta una classe dirigente obsoleta, sempre la stessa da 30 anni, riciclata come le pagine di un rotocalco rosa, che si specchia nella popolazione che rappresenta.

I giovani che lavorano lontano dal paese li riconosci dalle macchine lussuose che guidano con una mano sul volante e il braccio teso fuori dal finestrino. Si tratta di Audi, BMW, Alfa Romeo, tutte acquistate rigorosamente di seconda mano. Parlano con tipico accento nord italiano, che assumono mediamente dopo due mesi di permanenza fuori dal paese. Curiosamente ed inspiegabilmente tutti con cadenza romagnola, indipendentemente dalla regione in cui sono emigrati.

I giovani che servono lo Stato nelle forze armate, invece, li riconosci dalle loro donne: belle, colte e opportuniste.

I ragazzi che risiedono a Cucuzzano tutto l’anno non hanno un segno distintivo particolare. Si riconoscono dal loro abbigliamento e pettinatura alla penultima moda, parlano solo di calcio, di donne e motori anche se non praticano sport, sono perennemente single (nella realtà, perché con la fantasia arrivano ad asserire di essere stati gli amanti della Belen di turno) e non hanno mezzi di locomozione degni di tale nome (a parte la Panda 50 taroccata da auto di Formula 1). Non conoscono la crisi perché non hanno mai assaporato il gusto agrodolce ed effimero del benessere.

La festa patronale spezza una monotonia che a volte infastidisce lo stesso residente, che litiga con il malcapitato tutore dell’ordine rivendicando il diritto – a suo dire sacrosanto – di poter circolare nel paese liberamente, noncurante della festa, delle bancarelle e della processione. Tutta quella gente, secondo il cucuzzanese oltranzista, invade il suo territorio alla stregua di moderni pirati Turchi, gli stessi che devastarono e distrussero il paese nel 1484, e poco importa se questi novelli corsari provengono dai paesi vicini; lo tzunami, proveniente dai paesi vicini, avvolge tutto ciò che incontra sulla sua strada.

Cucuzzano è un mondo a sé, uno storico locale fa risalire l’origine del nome al sostantivo cucuzza: animo e spirito duri come il cetriolo, afferma con orgoglio il professore di lettere in pensione; vuoti come una zucca precisa il sottoscritto, con giudizio più distaccato ed oggettivo.

Passeggiando tra i vicoli stretti del paese si respira un’aria di antico frammista al moderno. Non è raro osservare una persiana di alluminio bianco impostata su una vecchia porta di legno celestina, o una casa del centro storico intonacata con tinte “appariscenti” fucsia, rosso red passion, giallo canarino e verde olio oliva extravergine. Rigorosamente una diversa dall’altra, come ogni famiglia si deve distinguere dal vicino odioso, che si è fatto la casa bella solo perché ha lavorato 10 anni in Svizzera.

Il motivo del nuovo che copre il vecchio si riflette chiaramente sulle piastrelle marroni appiccicate sulla bella facciata in carparo del palazzo più antico del paese, Palazzo Baronale, della cui imponente fortezza cinquecentesca, rimane solo una torre angolare. Quelli che a prima vista appaiono appartamenti costruiti in serie, come una qualsiasi villetta a schiera di una località qualsiasi della costiera salentagnola, in realtà sono delle stalle riutilizzate come civile abitazione. Il vecchio celato dal nuovo, come la strada principale del centro storico, via Fosso, realizzata sul riempimento di un fossato di difesa di cui conserva solo il nome.

Cucuzzano in origine era di proprietà vescovile. Non sorprende, quindi, la presenza di tantissime cappelle, nicchie, edicole votive sparse per il paese.

I nobili del paese possedevano tutte le terre del circondario, coltivate prevalentemente a tabacco. Il ricordo vola fino a pochi decenni fa, file interminabili di “talari” (telai di legno che si stendevano per appendere le foglie di tabacco e farle essiccare) caratterizzavano le stradine del paese, e alla prima nuvola all’orizzonte partiva il tran tran delle tabacchine che correvano qua e la per mettere al riparo il prezioso prodotto ed evitare che la pioggia mandasse in fumo giorni e giorni di duro lavoro condotto sotto il feroce sole estivo del Salento.

L’odore del tabacco si percepisce nelle strade di periferia, dove si affacciavano i garage adibiti a magazzini improvvisati.

Le abitazioni più antiche del paese hanno il tetto a doppio spiovente coperto da tegole in terracotta prodotte in un paese vicino, le case della periferia hanno il tetto a doppio spiovente coperto da tegole in pvc importate dalla Cina. Le prime sono essenziali e squadrate, le seconde monumentali ed eclettiche, a seconda del gusto del geometra. Numerosi sono gli scheletri delle case costruite e mai terminate, forse perché il proprietario ha finito i soldi, forse perché il figlio è emigrato al Nord.

Cucuzzano non è riportato sulle guide turistiche, non esistono pubblicazioni sulle sue origini e sui suoi – scarsi e mal tenuti – monumenti storici ed artistici, ma si sa che nelle campagne sorgeva un insediamento preistorico distrutto dall’avidità dell’uomo moderno. Si dice che qualcuno abbia raccolto dei piccoli frammenti di storia e li abbia consegnati alle “autorità competenti”; quasi a nessuno interessa sapere dove sono conservati. Laddove insisteva un sito archeologico ora fa bella mostra di sé un insediamento industriale, anch’esso pressoché inutile per l’economia del paese.

La locale squadra di calcio fa il tutto esaurito quando gioca in casa e anche nelle trasferte ha il suo seguito. Può darsi che gli spettatori vadano allo stadio perché dagli spalti si ha una visione suggestiva degli ulivi secolari nelle campagne circostanti, ma non ne sono convinto più di tanto, e penso a quelli sradicati per fare posto la struttura sportiva.

Questo, in sintesi, è Cucuzzano, uno dei tanti paesi del Salento di cui è difficile innamorarsi a prima vista, in cui i giovani sognano di andare via, lasciare il profumo di tabacco dei vicoli del centro abitato, gli umani pettegolezzi della gente, il campo sportivo tra gli ulivi, il centro ricreativo adibito ad osteria, le proprie “terracate”, per andare a fare “fortuna” in una ricca metropoli del Nord, alloggiare al 5° piano di un palazzo freddo e arido come la steppa, respirare fumi e smog, rispecchiarsi in fiumi neri come la notte senza stelle e senza luna e ritornare di rado nel paese ad ostentare un effimero benessere e uno sterile “beneavere”.

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