Il Crocifisso nero nella cattedrale di Nardò

di Marcello Gaballo

 

…La prima impressione che si ottiene guardando il nostro Crocifisso è innanzitutto il rispetto delle partizioni anatomiche ed il rigoroso senso dell’ armonia, che presuppone grande sensibilità e capacità artistiche dello scultore.

Pur se evidente l’ influsso delle tradizioni religiose orientali, è uno dei modelli di Christus patiens medievali, sebbene l’ artista non ne abbia volutamente accentuato l’ aspetto patetico o tragico, sottolineando invece la serenità e sacralità.

La sua espressione, quieta e composta, come di rado si osserva in altri Crocifissi coevi, sembra più essere quella di un dormiente che di un martirizzato.

Nessuna tensione di tendini o vene, nessuna alterazione o smorfia che deforma il volto, non esagerati fiotti di sangue dalle ferite, non sopracciglia aggrottate né segni di flagellazione.

Al contrario un volto sereno, con bocca e occhi socchiusi e composti, un naso affilato che contribuisce ad ingentilire la bellezza del volto, intensamente espressivo.

“… morto senza transizioni di forme o stile, col corpo atteggiato in un composto dolore, disteso e con le braccia aderenti ai due lati della trave trasversa, col corpo afflosciato, il capo inclinato a destra, ma col volto di espressione singolare: occhi chiusi, “in beatitudine”, non glorificato ma aria di serenità in segno di magnanimo sopportamento del dolore, senza spasimo duro e prolungato; in modo che dimostrasse l’umanità veramente sofferente, con la divinità presente a sublimare l’infinito dolore ed umiliazione, volontariamente accettati”[1].

Nessuna spigolosità, anzi delicati trapassi di piani in tutta la scultura e perfino nella sottile barba, che incornicia le dolci fattezze.

Insolita la trattazione della capigliatura a ciocche ondulate, disposte ordinatamente in volumi ben definiti, ricadenti dai due lati della testa, dietro le orecchie e fin sopra le spalle[2].

Molto accurata anche la lavorazione dell’ ampio perizoma che avvolge i fianchi con una stoffa ritorta al di sotto dell’ addome e che si adatta alla linea delle gambe, senza pendere, come nella tradizionale iconografia. Vistosamente aderente al corpo, dalla parte sinistra ricade col suo lembo estremo dietro il ginocchio, che resta scoperto come l’ altro. I residui di colore rilevati nei restauri testimoniano che esso fosse di color verde e quindi anche la scultura, oggi pressochè monocroma, un tempo doveva essere di più colori[3].

Gli arti inferiori, leggermente flessi, poggiano coi piedi sul sostegno; i superiori non sono perfettamente orizzontali, mentre le mani sono inchiodate alla stesa altezza.

Le spalle sono leggermente incurvate in rapporto all’inclinazione della testa e tutto il corpo presenta una lieve curvatura rispetto all’ asse verticale della croce, quasi descrivendo una “S” a rovescio. Potrebbe trattarsi di un implicito rimando iconologico al serpente di bronzo, prefigurazione della Croce del Salvatore, innalzato da Mosè nel deserto.

Il capo dunque girato verso la spalla destra, con un riequilibrio dato dalla pendenza del bacino verso sinistra e delle gambe flesse verso destra.

E’ il corpo di un trentatreenne, modellato con estrema raffinatezza e, nonostante l’ infelice sorte, dolorosamente sereno…


[1] Discorso di S. E. Rev.ma Mons. Nicola Giannattasio, arcivescovo  di Pessinonte, nella commemorazione del  7° Centenario del Miracolo del Crocifisso “ Gnoro” di Nardò, in “Bollettino Ufficiale della Diocesi di Nardò”, gennaio 1955, a. IV n°1, pp.157-158.

[2] Il restauro ha rimosso la brutta tinteggiatura castana effettuata probabilmente il secolo scorso.

[3] Anche al di sotto della ferita del costato vi era dipinto sangue rosso vivo, per acuirne l’effetto doloroso, rimosso negli ultimi restauri.

 

(tratto da  “Il Cristo nero della Cattedrale di Nardò”, a cura di Marcello Gaballo e Santino Bove Balestra, Quaderni degli Archivi Diocesani di Nardò e Gallipoli, Nuova Serie, Supplementi II, Congedo Ed., Galatina 2005).

Il Crocifisso della cattedrale di Nardò (Cristu gnoru)

di Marcello Gaballo

 

Il monumentale e severo crocifisso ligneo da secoli venerato nella cattedrale di Nardò, già abbazia benedettina di Sancta Maria de Neritono, non gode di adeguata fama e, nonostante il suo valore artistico,  non è molto conosciuto al di fuori della popolazione neritina per la quale, almeno dalla metà del Trecento, è oggetto di grande devozione.

La mancanza di documenti ha consentito agli storiografi settecenteschi di ritenerlo d’epoca bizantina ed il vescovo Antonio Sanfelice (1708-1736), nella sua visita astorale del 1719, scrive, per la prima volta, che l’ effigie   ex Oriente in Italiam delata à Grecis monachis ordinis s. Basilii quo tempore Constantini Copronymi imperatoris, l’ acerrimo nemico dei cristiani e delle loro sacre immagini. I Basiliani erano sbarcati apud Neritinos portando con sé il Crocifisso ligneo ut in ipsem et medio ecclesiae capite publice ipsorum venerationi exposito.

La notizia, ripresa da diversi AA., compreso il Mazzarella, è priva di fondamento, così come lo è pure la versione del miracolo del 1255, riportata dall’abate Pietro Polidori nel suo De Neritinae Ecclesiae: le milizie saracene giunte in città l’avrebbero espugnata e nell’allontanare il nostro Crocifisso per bruciarlo in piazza esso avrebbe urtato col braccio sinistro contro lo stipite della porta. Per rimuovere l’ostacolo un infedele avrebbe reciso un dito da cui fuoriuscì un discreto fiotto di sangue. L’evento atterrì i Saraceni che, datisi alla fuga, rinunciarono al progetto di arderlo e quindi non poterono neppure allontanarlo dall’edificio.

Un motivo in più per dubitare dei leggendari avvenimenti del 1255 viene dalle recenti considerazioni fornite da Porzia Lovecchio, nel lavoro di tesi in paleografia greca compiuto presso la facoltà di Lettere dell’Università di Bari nell’ anno accademico 2001/02: “Il ms. Vat. Barb. gr.297: analisi testuale, codicologica e paleografica”, relatore il prof. Francesco Magistrale, titolare della cattedra di paleografia latina e greca. La giovane studiosa offre delle interessanti indicazioni circa il Codice Scorialense, manoscritto risalente alla seconda metà del XIII secolo e già ampiamente esaminato dallo Jacob, opera di “Ioannis de Neritono notarii et fidelis nostri scribi”.

In tale documento l’estensore neritino, testimone oculare dell’accaduto,  riporta un’accurata descrizione dei fatti relativi al sacco di Nardò sopraccitato. Mentre fa menzione dell’assalto alla città da parte della lega antisveva (al giorno 12 febbraio 1255), a dispetto della tradizione, non riporta alcun assedio per mano dei saraceni.

campanile della cattedrale di Nardò

 

L’omissione del miracolo del Crocifisso, che tanta eco avrebbe dovuto suscitare in tutta l’opinione pubblica del tempo, sarebbe un errore imperdonabile per un cronista meticoloso come Giovanni di Nardò. La studiosa conclude: «persino il miracolo del Crocifisso Nero si traduce in una leggenda dal sapore puramente simbolico, visto che lo scriba, un religioso (!), non registra questo atto sacrilego».

Tutto da rileggere, per farla breve, nell’ottica di quelle lunghe lotte intestine tra guelfi e ghibellini che tennero occupati politici ed ecclesiastici per lungo tempo.

Nonostante la battuta d’arresto della Tamblè sulle infondate asserzioni settecentesche non si è ancora riusciti a colmare la lacuna sulla provenienza del Crocifisso e ad esso è stata dedicata un’attenzione di carattere più devozionale che documentario. Sono stati invece di notevole aiuto i restauri che, oltre ad orientare sulla datazione del manufatto, invogliano a nuove ricerche ed indicano nuove piste.

Facciata della cattedrale di Nardò (di Ferdinando Sanfelice) e parte del palazzo vescovile

 

Certo sembra strano come tanta straordinaria arte sia passata inosservata, nonostante la sua comprovata antichità, le sue dimensioni, la venerazione, l’originale ed inconsueta iconografia, che non si riscontra in altri Crocifissi lignei del Salento, della Puglia e forse di tutto il Mezzogiorno d’Italia.

Notizie estrapolate da: AA. VV., Il Cristo nero della Cattedrale di Nardò, a cura di Marcello Gaballo e Santino Bove Balestra, Quaderni degli Archivi Diocesani di Nardò e Gallipoli, Nuova Serie, Supplementi II, Congedo Ed., Galatina 2005

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