La cripta e gli affreschi di Santa Maria degli Angeli in Poggiardo

 

di Marco A. de Carli

A un tiro di schioppo dalle note mete turistiche costiere di Castro e di Santa Cesarea Terme, nell’entroterra sorge la ridente cittadina di Poggiardo, che riserva al visitatore notevoli ricchezze storiche ed artistiche.

La cripta bizantina dedicata a Santa Maria degli Angeli, insieme con la cappella della Madonna della Grotta e la chiesa dei Santi Stefani a Vaste¹, rappresenta una delle suggestive chiese-cripte ipogee che caratterizzano quella che un tempo era conosciuta come Terra d’Otranto. Risalente alla cosiddetta “seconda età d’oro” del periodo tardo-bizantino, pur non presentandone la raffinatezza architettonica, la cripta di Poggiardo può essere paragonata al “San Salvatore” di Giurdignano (località conosciuta soprattutto per i suoi menhir e che dista una decina di chilometri da Poggiardo).

Sorta intorno all’anno Mille, la cripta fu adibita al culto per oltre quattro secoli, fino al suo totale abbandono alla scomparsa del rito greco, nel corso del XVI secolo.

Riportiamo qui di seguito la descrizione che della cripta fece, nel 1847, Giovanni Circolone

«Nell’interno dell’abitato vi è il tempio a S. Maria sacrato, di cui ne investe onoratamente il nome. Situato al di sotto del calpesto terreno pare che nasconder si voglia alla vista dei mortali moderni: vi si penetra dal curioso, escavando la ripiena entrata dalla consolidata macerie: pervenuto nel tempio la accesa fiaccola fa subito rilevarne la tripartita rettangolare figura, il doppio filo di colonne, le immagini di più santi, l’altare, l’effige di Colei, di cui ne porta il nome; i scolorati colori e il goccolio della insinuante umidità rompono il vero effetto del settemplice raggio: tutto in breve riveste lo squallore e l’oblio, nell’atto che la sua vetustà concentra l’animo del filosofo e trascorrere un sacro tremore fa per le membra. Comincia l’incavato tempio sulla strada da oggi detta la Chiesa, sette in otto passi al di là dell’angolo egrediente del palazzo Ducale: si estende a proporzione a dritta e a manca, e giunge fino al loco ove attualmente giace la Chiesa Matrice. Delle iscrizioni esistenti in detto tempio non mi è riuscito interpretarne alcuna, attesa la mal conformazione dei caratteri di cui si è fatto uso, non essendo riferibili ad alcuno dei conosciuti alfabeti. Ci mi sono acquietato al solo riflesso che assegnando l’epoca alla escavazione del tempio, deve essere poco tempo dopo il 1000: in allora trovandosi caduto l’Impero occidentale, ed essendo i barbari sfrenati a delle continue incursioni rimase in Italia avvinta e deserta in ogni punto, come ancora i guasti di tanti eserciti e le calamità di ogni sorte agevolarono la estinzione di quel fuoco, che avea reso immortale l’animo degli etruschi e dei latini. Laonde per cotale disastro s’estinse ogni lume di lettere e di cognizioni umane, per locché da un particolare alfabeto dovettero essere formate le iscrizioni in parola»².

Nel 1929, durante uno scavo, la cripta, situata sotto la sede stradale di via Don Minzoni, nelle adiacenze della chiesa parrocchiale, fu casualmente riscoperta e riportata alla luce e ne vennero immediatamente riconosciuti il pregio ed il valore. Dopo essere stata liberata dal materiale di riempimento e restaurata, riacquistò il suo originale aspetto. Una copertura in calcestruzzo armato sostituì quella originaria in tufo, quasi del tutto franata. Quanto all’illuminazione naturale della cripta, la si ottenne mediante una struttura in vetrocemento.

L’architettura della costruzione, a forma basilicale, è a tre navate che si concludono in altrettante absidi curve, con la volta sorretta da quattro pilastri, due dei quali crollati poco dopo la riscoperta della struttura. Di essi rimangono solo i basamenti. L’invaso è nettamente diviso in naos (ναός), area riservata ai fedeli, e bema (βήμα) che, nelle chiese bizantine, è lo spazio riservato a clero e ministri (presbiterio). Naos e bema erano separati da una iconostasi litoidea che metteva in comunicazione le due zone attraverso stretti passaggi. Singolare è la posizione fuori asse della parete di fondo che, dopo lo scavo, fu probabilmente oggetto di un aggiustamento nella più tipica direzione richiesta dalla liturgia, ossia verso oriente.

Di particolare interesse sono gli splendidi affreschi che adornano la cripta. Per carattere di tecnica e stile essi si differenziano da quelli della stessa epoca (XI-XII sec.) delle altre cripte salentine, principalmente per i colori accesi e vari, con uno spiccato predominio dei rossi e delle ocre.

La diffusa ed insanabile umidità delle pareti della cripta, unita all’incombente minaccia delle muffe, resero necessario lo stacco degli affreschi, che nel corso del 1955 furono portati all’Istituto Centrale del Restauro di Roma. Il restauro richiese un lungo lavoro ma il risultato fu soddisfacente; essi vennero esposti in una serie di mostre in varie città italiane e, nel 1975, tornarono finalmente nella propria terra di origine dove trovarono una degna collocazione in una struttura-museo ipogea appositamente realizzata in piazza Episcopo, a quattro passi dalla cripta, e all’interno della quale il perimetro originario della cripta è stato tracciato sul pavimento e gli affreschi montati su pannelli nella posizione di origine. Se ciò da un lato contribuì ad una migliore conservazione e valorizzazione del prezioso materiale iconografico, dall’altro determinò l’abbandono della struttura originaria, che nel 1985 è stata resa oggetto di opportuni lavori di ristrutturazione. Le fessurazioni createsi, avevano causato infiltrazioni delle acque meteoriche. È stata effettuata l’impermealizzazione completa della struttura con materiali di sicura affidabilità e risolto il problema della presenza di forte umidità, ventilando la cripta con l’installazione di un apparecchio aspiratore-ventilatore. Copie artistiche e durature degli affreschi, in polistirolo ignifugo e refrattarie all’azione degli agenti atmosferici, sono state collocate nella loro sede originaria. In tale modo si è ottenuto un doppio percorso: le opere originali in un ambiente salubre e protetto, la parte architettonica resa di nuovo agibile e ricorredata del suo ciclo pittorico. Il museo è stato inaugurato il 12 giugno 1975 con l’autorevole partecipazione dell’allora presidente del consiglio Aldo Moro.

Il ciclo degli splendidi affreschi è particolarmente ricco: nel naos, sulla parete destra dell’ingresso figurano, racchiuse in riquadri policromi, le immagini di San Nicola, San Giorgio nell’atto di trafiggere il drago e – queste tutte in dittico – San Gregorio Nazianzeno e San Giovanni Teologo, Sant’Anastasio e Cristo con ai piedi la Maddalena, San Demetrio e San Nicola.

Le pareti poste a separare il naos dal bema vedono le figure di San Giovanni Teologo a destra e San Giovanni Battista a sinistra. Degli affreschi che decoravano il pilastro crollato non rimane traccia. Ancora visibili, invece, quelli che abbellivano il pilastro ricollocato nel museo e che rappresentano San Giorgio, una Vergine con Bambino ed un santo ignoto. Ancora a sinistra nel naos sono raffigurati San Michele e San Giuliano e, nella parte terminale, una Vergine con Bambino e San Nicola.

Nel bema, di notevole bellezza è l’abside centrale, che raffigura una Vergine con Bambino, posta tra gli Arcangeli: l’abside di sinistra contiene l’Arcangelo Michele, mentre sui setti tra le tre absidi sono raffigurati, a sinistra Santo Stefano e a destra San Lorenzo. Sulla parete sinistra i Santi Cosma e Damiano.

Come abbiamo già avuto modo di accennare, le pitture risalgono al periodo che va dalla seconda metà del sec. XI alla prima metà del XII. Fanno eccezione alcuni affreschi, come quello che raffigura la Madonna con Bambino, del secondo pilastro di sinistra e che risalirebbe alla prima metà del XV sec. e l’altra Vergine con Bambino, sulla parete NO e San Nicola che le sta accanto, databili al sec. XIII.

Segue qualche cenno descrittivo dei singoli affreschi.

San Nicola, vescovo di Mira

Il santo è raffigurato con paramenti vescovili mentre benedice “alla greca” (con pollice e anulare della mano destra che si uniscono, lasciando l’indice diritto e formando così l’anagramma greco di Cristo IC XC [ΙΗΣΟΥΣ ΧΡΙΣΤΟΣ]. Le due dita unite simboleggiano la duplice natura di Cristo: divina e umana).

San Giorgio

San Giorgio martire è rappresentato secondo l’iconografia tradizionale, mentre trafigge il drago-serpente dall’alto del cavallo. Pur apparendo di profilo, il santo volge busto e capo di prospetto. Veste una tunica svolazzante rossa e una corazza a squame gialle.

San Giovanni Teologo e San Gregorio Nazianzeno

San Giovanni veste una tunica grigia e un manto rossastro, mentre San Gregorio è raffigurato con manto giallo. Nella mano sinistra sostiene un libro. Le scritte a lato dei santi risultano illeggibili, come in quasi tutti gli affreschi della cripta.

Cristo Benedicente, la Maddalena e Sant’Anastasio

Cristo è assiso sul trono mentre benedice alla greca. Reca in mano un libro con la scritta “Io sono la luce del mondo, chi segue me non camminerà nelle tenebre”. Il Cristo veste un manto che ricade in pieghe molto ampie e calza dei sandali. Ai suoi piedi è inginocchiata la Maddalena, vestita di rosso. Verticalmente vi è la scritta greca “Maria Maddalena”. A destra troviamo Sant’Anastasio che reca in mano una piccola croce.

San Demetrio e San Nicola

San Demetrio è raffigurato di fronte, in un dittico in gran parte sbiadito, con San Nicola che benedici alla greca e che tiene stretto al petto un evangelario.

San Giovanni Teologo

Il santo è affrescato anch’egli nell’atto di benedire. Con la mano sinistra regge un evangelario decorato da un fiore. La sua tunica è di un rosso scuro e un manto grigio gli avvolge la vita.

San Lorenzo

Il santo, raffigurato di prospetto, veste una dalmatica rossa. Il suo volto, di un bell’ovale, è ben conservato.

Madonna con Bambino tra gli Arcangeli

L’affresco si trova nell’abside centrale. La Vergine siede sul trono con il Bambino sulle ginocchia e veste di rosso scuro, con un manto blu scuro. Alla sua destra l’Arcangelo Gabriele, rappresentato con una veste grigia e manto rosso. L’Arcangelo è proteso verso il gruppo centrale della Vergine e del Figlio. A sinistra l’Arcangelo Michele, che indossa un manto grigio su veste rossa.

Santo Stefano

Il primo martire della cristianità è raffigurato in piedi, di prospetto, e veste da diacono una dalmatica marrone decorata da cerchi bianchi. Con la mano destra l’incensiere.

Arcangelo Michele

E’ affrescato nell’abside di sinistra, di propsetto, ad ali aperte. La sua veste è di colore rosso. Nella mano destra alzata impugna la lancia e con la mano sinistra regge il globo incrociato.

Santi Cosma e Damiano

L’affresco si trova sulla parete orientale, presso l’abside minore. San Cosma indossa una tunica bianca ed un manto di foggia particolare, identificato con la penula ebraica che gli copre interamente la spalla destra, lasciando libera la sinistra. Con la mano destra a dita unite alzata, nella sinistra regge un rotulo. La figura del fratello San Damiano è analoga alla precedente per aspetto e foggia dell’abbigliamento. Il manto lascia libere le spalle e sulla veste grigia risaltano decorazioni a cerchi marroni. Nella mano sinistra stringe un libro.

San Giovanni Battista

La sua figura intera e di prospetto è posta sulla parete meridionale d’angolo. La sua tunica bianca rosata si intravede appena. La mano destra con tre dita aperte poggia sul petto.

San Michele Arcangelo

Il santo, affrescato a figura intera con le ali aperte, indossa una veste rossa e sul petto si incrocia una stola marrone. L’arcangelo impugna, con la destra, la lunga asta, mentre nella mano sinistra regge il globo. Come il precedente, questo affresco è alquanto guasto.

San Giuliano

A figura intera, dipinto di prospetto, il santo veste una tunica di colore rosso con orlature e calza gambiere rosse e sandali. La mano sinistra è alzata a palma in fuori e con la destra stringe la croce.

Madonna con Bambino e San Nicola

In questo affresco la Madonna, in veste grigio scura con un manto marrone, tiene in braccio il Bambino con tunica bianca e manto giallo. Il volto della Vergine è leggermente inclinato verso il Figlio. A destra è dipinto, di prospetto, San Nicola, con una penula rossa chiara e il pallio episcopale. Il santo è raffigurato benedicente alla greca. Lo stato della pittura è molto precario.

 

Vergine con Bambino

Il dipinto è situato sul lato est del primo pilastro di sinistra. La Madonna sorregge con il braccio destro il Bambino seduto e benedicente. Indossa un manto azzurro (annerito nel tempo) che le copre pure il capo. Questo affresco si differenzia nettamente da quello dell’abside centrale; l’insieme dell’esecuzione, di duro disegno, e l’espressione dei volti rivelano una diversa mano e epoca. Si può pensare al tardo XIII secolo.

San Giorgio

Affrescato sul lato a sud del primo pilastro di sinistra, San Giorgio è raffigurato di prospetto. Veste corazza a squame gialle, su tunica a maniche bordate. Con la mano sinistra impugna la lancia a punta triangolare, mentre la destra è appoggiata, a pugno chiuso, al petto.

Santo Ignoto

L’ultimo affresco della cripta-museo rappresenta un santo ignoto, in veste bizantina. Il Santo Ignoto può essere considerato come l’espressione simbolica delle virtù esercitate da tutti i santi.

A partire dall’anno 725, per iniziativa di Leone III Isaurico, successore di Teodosio al trono di Bisanzio, oltremare si andavano diffondendo l’iconoclastia e la conseguente persecuzione della popolazione greca ad essa ribellatasi e che produsse fenomeni di culto nascosti. In tale scenario, per lungo tempo Otranto ed il monastero di San Nicola di Casole assunsero una posizione chiave nella strategia della cultura. La cripta di Santa Maria degli Angeli fu citata in relazione al prestito di uno sticherarion (στιχηράριοv), libro che contiene i canti degli uffici liturgici vespertini e delle lodi del mattino, prestito concesso dal monastero di San Nicola al capo della comunità di Poggiardo, il monaco Michele.

L’attività dei monaci, anziché attirare la benevolenza delle autorità, scatenò pontefici e re di Napoli, che si misero d’accordo per sopprimere quanto di greco esisteva in Italia. Gregorio I estese la gerarchia latina; i conti di Lecce e Nardò soppressero i calogerati basiliani, donandoli ai benedettini. Nel 1583 il sinodo diocesano, presieduto dall’arcivescovo di Otranto Pietro Corderos, sancì l’abbandono del rito greco nel Salento che, tuttavia, rimase in uso fino al XVII secolo.

La cripta ed il museo di Santa Maria degli Angeli in Poggiardo sono aperti al pubblico.

¹  Vaste fu una città messapica di considerevole importanza (l’antichissima Basta o Baxta), fondata probabilmente attorno al 600 a.C. Oggi è frazione del comune di Poggiardo.

²  M. LUCERI, La cripta di S. Maria in Poggiardo, in Japigia, IV 1933.

 

Bibliografia

S. RAUSA, Poggiardo : una vivace comunità salentina, Lecce 1995.

C.D. FONSECA – A.R. BRUNO – A. MAROTTA – V. INGROSSO, Gli insediamenti rupestri medievali nel basso Salento, Galatina 1979.

M. FALLA CASTELFRANCHI, La pittura bizantina in Salento, in “Ad Ovest di Bisanzio. Il Salento medioevale”, Atti del Seminario Internazionale di Studio, Martano 1988 (Galatina 1990), 129-214, a cura di B. Vetere.

M. FALLA CASTELFRANCHI, Pittura monumentale bizantina in Puglia, Milano 1991.

M. LUCERI, La cripta di S.Maria in Poggiardo, in Japigia, IV 1933.

 

Le foto sono della Fondazione Terra d’Otranto

Castiglione d’Otranto (Lecce). Cripta dello Spirito Santo

di Marco Cavalera

La cripta dello Spirito Santo è ubicata alla periferia occidentale di Castiglione d’Otranto, in località Casaranello, circa 80 metri a nord dalla cappella di Santa Maria Maddalena. La zona, nota a metà ‘700 con il toponimo Le Pozze [1], si trova in prossimità di un incrocio stradale molto importante, dove si svolge annualmente la fiera di Santa Maria Maddalena[2]. Non a caso le chiese-cripte e i santuari, a partire dal Medioevo, erano considerati un vero e proprio punto di riferimento, di convergenza e di incontro tra le diverse comunità rurali di un determinato territorio, in occasione di festività religiose e di fiere[3].

La cripta dello Spirito Santo è un luogo di culto strettamente legato alla fede e alla  devozione della piccola comunità rurale di Castiglione d’Otranto; numerosi elementi – infatti – portano ad escludere, in questo caso, una

La cripta del Crocifisso ad Ugento

di Valeria Sasso

Ugento, Città d’Arte. Un’arte, dalle molteplici forme, che evoca secoli di storia; un’arte che suggestiona e conforta l’osservatore contemporaneo perché frutto gentile e nobile del genio umano.

Emblema di quest’arte eloquente è la cripta detta del Crocefisso, un luogo di culto ipogeo, scavato nella roccia, che racchiude mirabili affreschi, echi di cultura bizantina. Detto ipogeo è situato all’ingresso di Ugento per chi vi giunge da Casarano, in un’area, di notevole interesse archeologico, che registra la presenza umana almeno dal IV secolo a.C. È opportuno ricordare, brevemente, la presenza di un tratto del circuito murario della città messapica, conservatosi in località denominata Porchiano (a sud-ovest dell’ipogeo); il rinvenimento di una necropoli messapica in località denominata S. Antonio (a sud-est dell’ipogeo); l’esistenza di un villaggio rupestre, forse di origine tardo-romana, a nord dell’ipogeo; il recente rinvenimento di alcune tombe medioevali presso il lato occidentale dell’invaso.

Il contesto si arricchisce ulteriormente se si considera l’ubicazione della cripta di Ugento sulla cosiddetta Via Sallentina. Il percorso di quest’ultima si evince dalla Tabula Peutingeriana, una rappresentazione cartografica del mondo antico redatta, probabilmente, nel IV secolo d.C. ma pervenutaci in una copia medioevale. La Tabula offre un quadro completo del sistema stradale della penisola salentina: vi sono indicate la via Appia, la via Traiana, il suo prolungamento “calabro” (da Brindisi ad Otranto) e la via “salentina” (da Otranto a Taranto attraversando Castra Minervae, Veretum, Uzintum, Baletium, Neretum e Manduris).

Acquisita al patrimonio del Comune di Ugento, la cripta è stata sottoposta ad accurati interventi di restauro conservativo delle strutture murarie e degli affreschi ed è stata restituita al pubblico, in uno splendore rinnovato, il 13 gennaio 2006.

I predetti interventi, oltre a migliorare la leggibilità delle decorazioni già note, hanno permesso l’individuazione e la riapertura dell’ingresso originario (posto sulla parete occidentale dell’invaso), nonché la scoperta di inediti affreschi.

Le nuove acquisizioni hanno offerto maggiori possibilità di comprensione e di interpretazione: il programma iconografico, come in altre chiese rupestri dell’Italia meridionale, appare di tipo votivo, legato ad una committenza privata e ad una funzione funeraria; sembrerebbe, dunque, superata l’ipotesi di una funzione eremitica.

L’aspetto odierno della cripta è il risultato di modifiche operate in età moderna, probabilmente a partire dal sec. XVI, consistenti nell’elevazione, sopra l’ipogeo, di una semplice costruzione, funzionale all’attuale ingresso (posto sul lato settentrionale); nella collocazione di due colonne all’interno, sostenenti un soffitto prevalentemente piano; nell’aggiunta di un altare sulla parete orientale, sovrastato da un affresco seicentesco raffigurante la Crocifissione (da cui il nome della cripta).

La semplicità dell’architettura esterna cela il fascino, quasi inaspettato,

Giuggianello. San Giovanni, la rugiada, i fanciulli e le ninfe

di Massimo Negro

La festa di San Giovanni Battista mi riporta alla memoria una delle mie solite passeggiate fatte per il Salento. Il luogo è un piccolo paesino della Provincia di Lecce, Giuggianello, circa 1250 abitanti. Il motivo di quella visita era la festività della Madonna della Serra, e vi andai attirato dalle storie che si raccontavano riguardo riti oramai del passato che vedevano come protagoniste passive le donne non più giovani e ancora da maritare (1). Ma quel giorno non potevo non approfittare per fare un sopralluogo nei dintorni per visitare altri luoghi di cui avevo solo letto o sentito parlare. Uno di questi è la cripta di San Giovanni Battista.

IMG_5786

Non essendoci indicazioni chiare, chiesi informazioni ad una persona che era in auto e che temendo che non riuscissi ad arrivarci mi accompagnò quasi nei pressi. A dire il vero pensavo di aver fermato la persona sbagliata perché aveva una chiara cadenza sarda, poi mi spiegò  che in effetti era un sardo e che si trovava ormai li da anni per aver sposato una donna del luogo. Comunque, grazie alle sue indicazioni, riuscì ad arrivare all’imbocco della stradina che dalla Giuggianello – Palmariggi porta su verso le bellissime Serre e a proseguire verso la cripta circondato da olivi secolari e macchia mediterranea. Dinanzi alla cripta vi è un ampio spazio rimesso a nuovo, ottimo per qualche scampagnata e per fermarsi a riposare per chi affronta la salita in bicicletta.

La cripta è di origine bizantina, risale al X-XI secolo. L’ipogeo doveva essere

Supersano. La Vergine di Coelimanna tra principi, pastorelli e briganti

di Massimo Negro

Coelimanna mantiene fede al suo nome. Gli antichi latini direbbero “nomen omen”. In effetti questo sito è una vera e propria manna dal cielo per coloro a cui piace raccogliere e raccontare storie sul nostro passato e sulla nostra terra. E’ una mirabile sintesi di leggende, di religiosità, di arte e di storia.  Tutte concentrate in questo piccolo spazio del nostro Salento.

Da dove cominciare?

Partiamo dalle leggende, dalle storie più antiche, per poi avvicinarci ai nostri giorni e alla mia visita alla cripta.

La prima di questa storie racconta di una guarigione miracolosa, in un periodo della nostra storia imprecisato. Un principe romano era stato colpito da un morbo che lo avrebbe condotto alla morte se non fosse intervenuta la Vergine Maria, apparendo allo sfortunato con il titolo di Coelimanna, e guarendolo. La leggenda racconta che il principe, una volta guarito, volle recarsi sul luogo a cui rimandava l’apparizione, ma durante il tragitto qualcosa di strano accadde. Infatti il cavallo d’improvviso iniziò ad inginocchiarsi dapprima all’ingresso del paese, poi una seconda volta lungo la strada che conduceva verso il bosco. Infine si ebbe ad inginocchiare una terza ed ultima volta nel luogo in cui, per devozione e per ringraziamento per la guarigione ricevuta, il principe fece erigere un Santuario. Secondo la leggenda, i luoghi in cui il cavallo si inginocchiò improvvisamente sono dove oggi sono posti dei menhir, lungo la strada che dal paese conduce verso il Santuario.

Come tutte le leggende che si rispettino non vi è  nulla di documentato. Certo è che questa commistione tra religiosità cristiana, l’apparizione miracolosa della Vergine, e quella pagana, rappresentata dai menhir, lascia validamente supporre che il luogo fosse abitato sin dai tempi più antichi e poi successivamente “convertito” ad una differente destinazione religiosa.

La seconda storia che si racconta, e che ebbe più della prima a lasciare chiare evidenze nella religiosità popolare del luogo, narra di un’apparizione della Vergine di Coelimanna ad una pastorella.

Il P. Antonio da Stigliano, cappuccino, così riferisce la tradizione sul Santuario.

“Conduceva alla pastura, su quella verde collina, il suo gregge, una pastorella innocente, quando all’improvviso un giorno, proprio il Sabato precedente alla prima Domenica di Luglio, le si fece innanzi una maestosa Signora, la quale col suo celestiale sorriso le disse: Figliuola mia, va a chiamarmi il Curato di Supersano; la fanciulla modestamente osservava che il suo gregge senza di lei si sarebbe disperso, danneggiando nelle terre vicine e la sconosciuta ed affettuosa Signora le rispose che nella di lei assenza lo avrebbe Ella custodito.
Pronta allora al comando reca l’avviso al Parroco, il quale, animato da zelo, non mancò di condursi sul luogo al fianco della santa fanciulla. Costei giunta sulla collina gli additava quella gran Donna tenutasi nascosta dietro un cespuglio. Il fortunato sacerdote, nulla di straordinario avendo osservato, ritonò in Parrocchia, dove nella seguente Domenica, avendo narrato al popolo l’apparizione prodigiosa, predicò che ognuno si provvedesse di ferro per aprire quel folto cespuglio, ove si ascose la Donna apparsa il giorno innanzi alla pastorella innocente. Non mancò certo la preghiera, dopo che il popolo processionalmente raccolto ed avviatosi sul luogo aprì con sollecitudine il cespo additato. Fu scoperto un antro, ove si rinvenne una cappella (l’attuale Cripta) avente in mezzo un altare con nicchia, in cui un affresco è l’immagine bellissima della regina del Cielo, fregiata da un’iscrizione greco-latina che dice: Virgo Manna Coeli.”

L’apparizione della Vergine alla pastorella si narra che avvenne nel XV secolo. A ricordo dell’evento venne eretto l’attuale Santuario della Beata Vergine di Coelimanna (inizi del XVI secolo, rifatto e ultimato nel 1746). All’interno dell’edificio religioso, posta sull’altare, vi è una rappresentazione in cartapesta dell’apparizione miracolosa che in modo efficace racconta visivamente quell’evento.

La terza storia, a noi più recentemente e in questo caso anche documentata, è solitamente poco conosciuta e raramente accostandola alla storia del Santuario e all’adiacente e più antica cripta.
Siamo negli anni subito dopo l’unità d’Italia. Anni di speranze per molti infrante e di grandi difficoltà economiche, aggravate o causate da una legislazione neounitaria dai tratti ritenuti particolarmente vessatori verso la popolazione del meridione.
Siamo negli anni in cui frequentemente la contestazione e l’esasperazione sfociava in fenomeni di ribellione violenta. Siamo negli anni del banditismo, negli anni di Quintino Ippazio Venneri detto “Macchiorru” (1).

Quintino Ippazio Venneri nacque ad Alliste il 20 ottobre 1836. Nel 1859 si unì all’esercito Borbonico come soldato di leva. Tornato a casa nel 1860 dopo la disfatta e la resa del Regno, si unì nel 1861 alle forze reazionarie e per questo venne arrestato, rimanendo in carcere per circa un anno. Tornato al paese ci restò poco e nel mese di ottobre del 1862 si diede alla macchia.

I fatti compiuti dal Venneri e dalla sua banda furono numerosi. A lui e ai suoi venne anche attribuita la morte di un prete di Melissano, don Marino Manco ritenuto filo-sabaudo (2). La fine della storia del Venneri si intreccia con il sito di Coelimanna.

“La cattura di Quintino Venneri” di R. Rizzelli “Pagine di Storia Galatinese” 1912.

“La cattura, anzi, l’uccisione di Quintino Veneri, avvenne in modo tragico ed emozionante. La stazione dei carabinieri Ruffano, nel colmo della notte del 23 marzo 1863, fu avvertita che Quintino Venneri si era rifugiato entro la cappella di Cirimanna, un chiesetta sita alle falde della collina di Supersano. L’ora tarda non permise ai militi della benemerita arma di avvisare il comandante della Guardia Nazionale di stanza alla masseria Grande dei signori De Marco di Maglie, e postasi in armi in soli otto carabinieri, al comando di un brigadiere, corse a Cirimanna. Il drappello dei valorosi giunse sul posto in sul far del giorno e nell’accerchiare la chiesetta non potette fare a meno di non prevenire il capo banda Veneri il quale, non potendo evadere, si pose in sugli attenti per difendersi. La chiesetta aveva dietro un piccolo orto, cinto di alto muro, e il brigadiere, posti i suoi militi alla posta, si avventurò da solo per forzare la posizione. Poverino, si era appena appena affacciato all’orto, ed al momento di scavalcare il muro, una rombata di Venneri lo fredda. Alla caduta fulminea del superiore i militi si lanciano come leoni feriti nel covo di Quintino Venneri. I più risoluti si gettano nell’orto, gli altri, col calcio del fucile atterrano la porta della Cappella e, a due fuochi, impegnano il sanguinoso conflitto. Una palla del moschetto del carabiniere Anacleto Risis, di Alba Pompea, pose fine alla mischia spaccando in due il cuore del temuto bandito: l’Arma benemerita aveva liberato la contrada del capo banda ma aveva rimesso la pelle di un suo valoroso soldato.

La notizia, intanto, del conflitto che si era impegnato tra l’arma dei carabinieri e Quintino Venneri, sulla cappella Cirimanna, era giunta a Don Angelantonio Paladini, sopra la Masseria Grande, e quando il maggiore, comandante tutte le guardie nazionali dei nostri dintorni, impegnate nella repressione e cattura degli sbandati, giunse ai piedi della collina di Cirimanna, già la benemerita arma aveva pagato il suo tributo e riscosso il premio delle sue fatiche. Don Angelantonio divise in due drappelli le sue guardie – la compagnia delle guardie nazionali di Parabita l’adibì per accompagnare il corpo esamine del povero brigadiere, sino al vicino paese di Supersano, e la 3° compagnia delle guardie nazionali di Galatina accompagnò il cadavere di Quintino Venneri che per pubblico esempio e per appagare la curiosità di tutte le popolazioni del Capo lo si tenne esposto, per tre giorni, sulla piazza di Ruffano, guardato dalla nostra Guardia Nazionale.

La presa di Quintino Venneri fece epoca e in tutta la regione del Capo se ne formò una leggenda: bello, dai capelli ricci, forte, simpatico e, nella sua rudezza di uomo di macchia, generoso e galantuomo. Le mamme ancora lo ricordano ai loro bambini, intessendo mille aneddoti e mille avventure intorno alla vita di colui che, morto, si tenne esposto sulla piazza di Ruffano per pubblico esempio”.

Ora non ci resta che raccontare della cripta e degli affreschi al suo interno.

Dire che il luogo ispira al silenzio e alla contemplazione può sembrare quasi ironico, visto che il sito è ora inglobato nell’attuale cimitero di Supersano. Ma in effetti così è, come in tutte le cripte di origine basiliana, dove quei santi visi e mani benedicenti fungono quasi da macchina del tempo nel  riportarti indietro in un’epoca in cui il sentimento religioso riusciva ad esprimere vette artistiche di incommensurabile valore. La bellezza paesaggistica del sito resta tutt’ora, ancorché inglobata nel cimitero, in quanto la cripta e il Santuario si trovano adagiati sul fianco delle Serre, lungo una collina dalla vegetazione fitta e lussureggiante in cui ci si può inoltrare grazie a dei sentieri che portano ad immergersi nel verde del bosco.

La cripta ha un ingresso alquanto anonimo. Uno scavo in piano nel costoso roccioso  con una piccola porticina d’ingresso. Riguardo lo stato dei luoghi è difficile ipotizzare come dovessero essere originariamente, anche a motivo della successiva costruzione del Santuario che venne adagiato nel costone accanto alla grotta. Inoltre, accanto alla cripta vi è un secondo ingresso che conduce in un diverso antro messo in comunicazione con il primo da un cunicolo evidentemente scavato anch’esso. E’ probabile che se la cripta costituisse il luogo di preghiera, la seconda grotta potrebbe essere stata adibita a ricovero dei monaci.

In questo secondo antro non si notano tracce di affreschi.  Riguardo il cunicolo si racconta che dovesse portare addirittura sino a Leuca; ma nella realtà non va più lontano di qualche metro.

La cripta dalla forma quadrangolare appare divisa in due parti, quasi fossero due navate, per quanto dalle dimensioni irregolari, separate quasi nel mezzo da un pilastro e da archi. E’ probabile che la prima parte della cripta, quella in cui si accede dall’ingresso, sia quella più antica e che la seconda venne scavata ed aggiunta in un’epoca più tarda. Ad avvalorare questa ipotesi, sia la differente altezza della volta, più alta ed ampia nella seconda sezione, sia la decorazione paretale ben diversa dalla prima. Infatti se nella prima sezione sono visibili affreschi riconducibili quasi per intero alle mani e all’ingegno dei monaci basiliani, nella seconda vi sono in particolare motivi floreali e visi di angeli di fattura diversa e più grossolana rispetto a quella di ispirazione bizantina. Ciascuna sezione ha un suo altare, ma su questi vi ritornerò a breve nella descrizione del ciclo pittorico.

Iniziamo a raccontare le sacre immagini presenti all’interno riprendendo quanto ebbe a scrivere nell’800 il De Giorgi nei suoi Bozzetti di viaggio per i luoghi del Salento.

“… volti affusolati, grandi occhi ovali, lineamenti un po’ grossolani ed abbigliamenti ricchi di pieghe in parte cancellate dall’umidità … Quanta espressione in quelle poche linee che rappresentano la Vergine col Bambino … Che atteggiamento ispirato e terribile in quel San Giovanni Battista dagli occhi pieni di vita e dai capelli scarmigliati! … Quei vecchi dipinti parlano al cuore, e questi nostri [dei moderni realisti] si direbbe che son destinati più ad accarezzare la retina, che ad invitare alla preghiera …”

La prima figura che si incontra, a sinistra dell’ingresso, è seriamente danneggiata e regge un Evangelio su cui si possono leggere, anche se con una certa difficoltà, sulla prima pagina “EGO SUM LUX MUNDI”, mentre sulla  seconda “QUI SEQUI TUR MEN ABUL ATI IN”, cioè “ Io sono la luce del mondo chi segue me non camminerà nelle tenebre”. Tale figura dovrebbe rappresentare un Cristo in trono con la mano benedicente alla greca.

La seconda figura è stata attribuita a San Giovanni Evangelista, anche se le iscrizioni sul libro aperto sono quasi illeggibili, così come l’iscrizione esegetica. Di questa il Fonseca, nel 1979, riesce a leggere poche lettere – “EVAN…”.
La terza figura è la classica rappresentazione di San Nicola a mezzo busto. L’affresco ha una particolarità; reca il nome del santo scritto sia in greco che in latino. Questo particolare testimonia la progressiva latinizzazione che ebbero a subire queste comunità inizialmente di rito greco.

L’ultima figura di santo presente sul lato sinistro dell’ingresso è quella di San Giovanni Battista, vestito con una tunica, benedicente alla greca e con un cartiglio in mano da cui poco o nulla si può leggere. Questo è il Battista che tanto ebbe ad impressionare il De Giorgi durante la sua visita. Anche su questo affresco il Fonseca rintracciò la doppia iscrizione in latino e greco.

Sulla parete a destra dell’ingresso vi è un bellissimo dittico con Sant’Andrea prima e San Michele a seguire. Sant’Andrea indossa tunica e mantello, e regge un cartiglio arrotolato in mano.
Il San Michele non è l’arcangelo ma si ritiene possa essere San Michele Maleinos, rappresentato con un bastone e croce astile, attributi con cui si raffigurano i santi eremiti.

A seguire una bellissima Vergine in trono con bambino benedicente alla greca.

 Sul pilastro a destra vi sono rappresentati due santi. Un santo diacono attribuito a Santo Stefano, dal nimbo perlinato che regge con una mano un incensiere e con l’altra probabilmente l’epigonation per l’elemosine. Secondo Medea potrebbe essere San Lorenzo.
Un santo Vescovo che regge un Evangelio e benedice alla greca. La fattura di quest’ultima figura appare di un periodo diverso (forse XV – XVI secolo) rispetto alle altre figure presenti in questa sezione della cripta (XIII – XIV secolo).

Sullo stesso pilastro una suggestiva Vergine della Misericordia con il tipico mantello aperto in cui sono raffigurati dei flagellanti incappucciati.

L’ultimo affresco presente nella prima sezione della cripta è posto sopra l’altare e rappresenta una Vergine con Bambino. La Vergine con la mano sinistra regge un frutto.

Oltrepassato l’arco, la seconda sezione della cripta è caratterizzata dalla presenza di un bell’altare barocco con incastonata l’icona di una Vergine con Bambino. Molto probabilmente la costruzione di questo altare è riconducibile allo stesso periodo in cui all’esterno venne elevato il Santuario.

Il resto di questa sezione appare molto particolare in quanto le decorazioni sono caratterizzate da numerosi ed estesi motivi floreali e da un bellissimo cielo stellato.  Lungo la parete in cui è presente un sedile in pietra per l’officiante, sono rappresentati un San Rocco e una Crocifissione.

Prima di uscire dalla cripta, vi vorrei far notare alcune strane figure dipinte presenti nei pressi dell’ingresso. Difficile dire cosa siano e a cosa siano servite.

Prima di lasciarci vorrei brevemente tornare sul nome del sito, Coelimanna, manna dal cielo. Perché questo nome? Una delle possibili risposte può essere data dalla presenza in quei luoghi dell’albero della manna. Ad avvalorare questa tesi, sono stati individuati di recente alcuni esemplari di questi alberi nella zona compresa tra il Santuario e la Chiesa della Madonna della Serra (3).

Il sito è stato interessato da un restauro nel corso del 2001. Purtroppo l’umidità presente all’interno è abbondante e rischia con il tempo di compromettere ulteriormente lo stato degli affreschi. Addirittura su una parete erano cresciuti dei funghi.

 

Ringraziamenti. Sezione inusuale ma con piacere dovuta. Intanto un grazie al mio amico “Pasquino Galatino” che mi ha introdotto alla figura di Quintino Venneri. Un grazie anche a Michela Ippolito e all’amico Marco Cavalera che hanno reso possibile la mia prima visita al sito in occasione di una due giorni dedicata alla cripta e ad altri bei luoghi della  zona di cui scriverò in seguito. Ringraziamento doppio, visto che grazie a quella visita ho avuto il piacere di conoscere Marco di Salogentis.it, Franco e Bea di Japigia.com e Lupo Fiore un altro instancabile camminatore del Salento.

Fonti e riferimenti utili:

– (1) Sulla vita di Quintino Venneri rimando alla lettura dei numerosi articoli e note presenti in questo sito:  http://www.pinodenuzzo.com/controstoria/macchiorru.htm

– (2) Sul racconto dell’uccisione di Don Marino Manco, rimando allo scritto dell’amico Stefano Cortese anch’esso raccolto nel sito su indicato.

– (3) Articolo di Francesco Tarantino
https://spigolaturesalentine.wordpress.com/2011/02/03/l%E2%80%99albero-della-manna-nelle-campagne-di-supersano-le/

– Sempre su questo luogo potete leggere su: http://www.japigia.com/le/supersano/index.shtml?A=coelimanna
http://www.salogentis.it/2011/12/11/la-cripta-di-santa-maria-coelimanna-a-supersano/

– Gli insediamenti rupestri medioevali nel Basso Salento – Fonseca, Bruno, Ingrosso, Marotta – Congedo Editore, Galatina 1979.

pubblicato su

http://massimonegro.wordpress.com/2012/03/07/supersano-la-vergine-di-coelimanna-tra-principi-pastorelli-e-briganti/

La cripta di sant’Angelo in Uggiano la Chiesa

La cripta di sant’Angelo in Uggiano la Chiesa

Una fulgida testimonianza dell’influsso bizantino nella Valle dell’Idro

 

di Dania Nachira

Nella valle dell’Idro, nella zona meglio nota alla gente del luogo come “Le Padule”, in agro di Uggiano la Chiesa tra la frazione di Casamassella ed Otranto, sorge Monte Sant’Angelo.

Qui la natura sembra proseguire il suo corso indisturbata, da sempre, con una folta macchia mediterranea ben rappresentata da pini, lentischi, cespugli di edera che si inerpicano sul pendio del monte ricoprendolo quasi interamente, se non fosse per il costante e sapiente lavoro di generazioni di contadini del luogo che, negli ultimi secoli, hanno bonificato e terrazzato, strappando lembi di terra alla vegetazione spontanea per far spazio agli ulivi.

In realtà, sia la natura che l’uomo in epoca moderna hanno soltanto nascosto ed in parte contribuito con la loro opera a preservare e a distruggere quel che rimane di un luogo che conserva interessanti testimonianze medievali.

Si riconosce, infatti, una fortificazione sulla sommità del monte con torre a pianta quadrata di dieci metri di lato, con spigoli orientati ai quattro punti cardinali.

Sullo spigolo est si innesta la cortina muraria, di cui sono visibili venti metri circa ben conservati, probabilmente facente parte di un recinto fortificato.

In quel che resta della torre non c’è traccia del varco di ingresso, poiché non si trova il piano di calpestio originario sommerso da diversi centimetri di terra. La muratura, costituita da grossi e piccoli blocchi tenuti insieme da una malta tenacissima, e spessa fino a due metri sui lati esterni, lascia presagire che la torre fosse abbastanza alta e probabilmente aveva piani in tavolato ligneo comunicanti con scale a pioli o scale ricavate nello spessore della muratura stessa.

Parabita. La cripta di Santa Marina

di Massimo Negro

L’estate scorsa, in un qualche giorno di agosto che ora non ricordo, seduto in piazza S. Pietro con don Pietro, don Aldo e don Antonio raccontavo delle mie allora recenti visite a Muro Lecce, Miggiano e Ruggiano in occasione delle celebrazioni in onore di Santa Marina. Raccontavo di questa improvvisata ricerca, nata per caso, e delle tradizioni e antichi segni legati alla devozione di questa santa a me del tutto sconosciuti che avevo documentato in quelle giornate. Dagli antichi affreschi di Muro, al pellegrinaggio verso i simboli dell’arco di Ruggiano, ai riti e segni ancestrali della cripta di Miggiano, ai colori delle zigareddhe che animano queste feste.

IMG_7685D’un tratto la discussione si spostò su di un quesito legato alla storia di questa santa. Parliamo di una “Marina” o di un “Marino”?

Facciamo un passo indietro. Nelle mie precedenti note, descrivendo brevemente la vita di questa santa, raccontavo di una giovane fanciulla che “nacque nel 275 ad Antiochia di Pisidia. Figlia di un sacerdote pagano, dopo la morte della madre venne affidata ad una balia, che praticava clandestinamente il cristianesimo durante la persecuzione di Diocleziano, ed allevò la bambina nella sua religione. Quando venne ripresa in casa dal padre, dichiarò la sua fede e fu da lui cacciata: ritornò quindi dalla balia, che la adottò e le affidò la cura del suo gregge. Mentre pascolava fu notata dal prefetto Ollario che tentò di sedurla ma lei, avendo consacrato la sua verginità a Dio, confessò la sua fede e lo respinse: umiliato, il prefetto la denunciò come cristiana. Margherita fu incarcerata e venne visitata in cella dal demonio, che le apparve sotto forma di drago e la inghiottì: ma Margherita, armata della croce, gli squarciò il ventre e uscì vittoriosa. Per questo motivo viene invocata per ottenere un parto facile.In un nuovo interrogatorio continuò a dichiararsi cristiana: si ebbe allora una scossa di terremoto, durante la quale una colomba scese dal cielo e le depositò sul capo una corona. Dopo aver resistito miracolosamente a vari tormenti, fu quindi decapitata all’età di quindici anni”.

Ma accanto a questa Marina vi è una seconda santa, anch’essa conosciuta come Marina, le cui celebrazioni sono spesso “mescolate” con quelle della prima. Due sante, tra loro diverse, ma intorno alle quali vi è un po’ di “confusione” nel ricordarle.
La storia di questa seconda Marina è alquanto diversa e indubbiamente particolare.

“Santa Marina nacque in Bitinia da genitori cristiani nel 725 circa. Dopo la morte della madre, il padre Eugenio decise di ritirarsi in un convento in Siria. Marina volle seguire il padre ed entrò in convento con il nome di Fra’ Marino, vestendosi da uomo, in quanto non era ammesso alle donne di entrarvi. Non era difficile per Marina dissimulare il proprio sesso, il padre gli aveva tagliato i lunghi capelli, inoltre i frati vivevano in celle molto buie indossando un grande cappuccio. Durante un viaggio con alcuni confratelli passò con loro la notte in una locanda. La figlia del locandiere, rimasta incinta di un soldato la notte stessa, accusò il monaco Marino del misfatto. Marina accusata ingiustamente, andò col pensiero a Dio e si autoaccusò di una colpa non sua. L’Abate la cacciò immediatamente fuori dal convento e le fu affidato il bambino, di nome Fortunato, che allevò con mezzi di fortuna. Restò sempre nei dintorni del convento facendo penitenza per una colpa che non aveva commesso. Finalmente dopo tre anni, dietro intercessione dei frati, l’Abate riammise in convento Fra’ Marino. Ma troppo duri erano stati i sacrifici, tanto che avevano colpito il fisico di Marina. Poco tempo dopo  infatti morì. I monaci, mentre lo svestivano, prima della sepoltura, fecero la sorprendente scoperta, capirono allora di quale grossa diffamazione fosse stata vittima, e l’ammirarono per la sua grande rassegnazione”.

Perché il racconto di queste due storie? A Parabita visitando la chiesa-cripta di santa Marina, mi sono imbattuto in questa “confusione” che vi è attorno al ricordo di queste due sante orientali.
Infatti a Parabita accanto al simulacro e a un affresco che rappresenta la prima delle Marine, la storia che si racconta è quella seconda santa.

Una persona anziana che abita nei pressi della cripta e che si occupa anche della sua apertura mi ha fornito un foglietto in cui, in dialetto, viene raccontata questa storia della “Marina parabitana”.

‘A STORIA TE SANTA MARINA

Sape iddhra quantu ne pati
Cu se gode lu regnu te Diu.
Lu caru patre sua se vinne ncasare,
vinne a fare na bella fanciullina;
a lu fonte sciu te battezzare,
te nome la chiamau santa Marina.
La matre te lu latte ca facia
La llattava na fiata la notte e na fiata a la tia.
Te do misi ziccau ccaminare;
te tre, orazioni mpressu Diu;
ma subbitu rrivara ure mare:
a li tre anni la mamma ne muriu.
– Fija mia amata, nu n’è tiempu te ncasare,
monucu me fazzu e servu Diu.
– Caru patre, a ci me lassi sventurata?
– Fija, te lassu a li zii tua raccomandata,
– Ah, caru tata, ste palore teni a mente:
quiddhru ca te face la mamma e lu sire
nu te face lu parente.
E senza nuddhru pentimentu,
decise cu se chiute a lu cumentu.
Notte e giurnu quiddhru Diu stia a pregare
Cu lu fannu subitu ncappucciare.
Doppu dieci anni a tutte l’ore
Chiangia la sua fija cu lu core.
– Ci ài, fratellu ‘Nofriu, ci ggète ca te senti?
– Ah, bel u ticu ca me tremulene li tenti:
Aggiu lassatu nu fiju intra l’affanni,
mo certu è trasutu a li tritici anni.
– Parti, fratellu ‘Nofriu, e tiempi nu perdimu.
Ca subitu moniceddhru lu facimu.
– Marina te la casa mia, ci boi meju
Te ncasare o puramente te servire Diu?
– Lu pansieri mia m’è statu quistu:
ca ieu pe’ sposu oju Gesù Cristu.
– Fija, nu’ te spumpare ca sì donna,
ci oi ccoji li frutti te la Matonna;
Fija, statte cu lu core cuntritu,
ci oi ccoji li frutti te lu paratisu.
– Dimme, patre, prima quanti siti,
ci tutti quanti a ‘na taula mangiati,
ci tutti te sparte a lu lettinu be curcati.
– Ah, fija , mo te lu ticu te moi
Ca simu trecentu sessantatoi
Tutti li monici a la finescia nfacciati
Lu nome dummandavene presciati.
– Lu miu nome ve lu ticu mprimu:
te osci nnanzi me chiamati fra Marinu.
Dopo tre anni paru paru
Ne muriu lu genitore caru.
Unu te nu giurnu se partiu rrabbiatu
Nu monacu fetente, cane scelleratu:
– Patre Lattoremia, Patre Lattore,
tenimu fra Marinu a lu cumentu
ca se mangia lu pane a tratimentu;
Acqua a cumentu nu ne putimu cchiare,
mandamulu a lu fiume cu pozza faticare.
Fra Marinu, ca l’ubbidienza la ulia purtare,
se pijau lu sicchiu, le menze e le quartare,
ricchezza te acqua sciu truvare.
Quandu rrivau ‘llu fiume
Se cumminciau mparuare,
ne ssiu ne serpente ca se lu ulia te mangiare.
Fra Marinu cu le mani te lu zziccau,
cu lu lazzu te cintu lu nnicau.
Tutti li monici ne dummandara:
– Marinu, ai cchiatu nenti pe’ la strata?
– Nu sulu serpente ippi cchiare,
ca me ulia propriu te mangiare;
ieu cu le mie mani lu zziccai,
cu lu lazzu te cintu lu nnicai.
Mo’ ntorna te nu giurnu se partiu rrabbiatu
Nu monacu fetente cane scelleratu:
– Patre Lattoremia, Patre Lattore,
tenimu fra Marinu a lu cumentu
ca se mangia lu pane a tratimentu;
Legna per cumentu nu ne putimu cchiare:
pijase lu travinu e lu zzappune
cu rronca erba a la ripa te lu mare.
Iddhru cu nu dice sine e mancu none,
ca l’obbedienza la vinne purtare,
se pijau lu travinu e lu zzappune:
bunnanzia te legna sciu truvare.
Se otau maletiempu can nu se potia stare,
tuzzau a na taverna cu se pozza riparare.
– Apri, taverniera mia, pe’ caritate,
ca quannanzi face lampi troni e tempestate.
A menzanotte, te la taverniera la fija se ‘zzau,
ca nu riccu signore ngravidau:
– Fra Marinu, ci tie stu core nu cuttenti,
vene nu giurnu ca fazzu te nne penti!
– Auh, ci nui sta cosa venimu fare,
lu Signore ne vene a casticare.
– Mo’ è notte e nu’ ne vite ‘ffattu.
La camara ‘ssegnata era china te scuranza,
ma quasi se cecava pe’ la muta luminanza.
A iddhra te cent’anni quiddhra notte ne pariu,
prima cu lucisce citta citta se nde sciu.
Bbunnanzia te legna truvau su llu camminu,
ne l’ia preparata Sant’Angiulu ndivinu.
Tutti li moniceddhri nnanzi ssira n’addhra fiata:
– Fra Marinu ai cchiatu nenzi pe’ la strata?
– Lu sulu maletiempu me zziccau,
ma la Vergine Maria me llibberau.
Quandu li nove misi giusti rrivau ‘ccumpire,
la fija te la taverniera nci venne a parturire.
Allora vitivi come matre e fija minavene li passi,
propriu comu ddo cani satanassi!
A llu cumentu, pe’ li critazzi, s’apriu nu purtuncinu,
– Santità, ai vistu ccia fattu fra Marinu?
Pe’ na notte ca lu fici ospitare,
la fija mia me vinne ngravidare.
– Cacciamulu a ddhrannanzi stu cane traditore,
ca stu scandulu n’à fattu senza core:
intra trecentusessanta ‘ducati,
ne vinne ‘llevata la verginitati.
Ne passara la disciplina, lu casticara forte forte
E lu minara fori te le porte.
Iddhra se peijau la fanciullina amata,
 e se nde sciu sutta a ‘nn ‘arcata.
La Pruvvidenza na cerva ne mandau,
la piccinna mmane e ssira ne ‘llattau.
Nu giurnu se partiu nu monucu veramente,
quiddhru era Cristu ‘nnipotente.
Quandu fra Marinu incontaru
Tuttu ‘nfriddulutu lu truau,
– ca cu lu cuntu me vene friddu e freve –
Susu ne cuntau sette parmi te neve.
– Aggiu vistu Fra Marinu suffrire,
sciati bbititilu prima te murire.
– Lassatilu ‘ddhrannanzi ddhru cane tratitore,
can nu mmerita perdunu e mancu amore;
Mmandatilu cchiamare
Cu scupa lu cumentu a tutte l’ore.
E cu sciacqua pignate e cazzalore.
– Cristu perdunau li nimici pe’ buntà,
mo’ perdunati puru ùi  la santità.
Unu te nu giurnu ntisera chitarre e priulini,
campane e campaneddhri:
Fra Marinu ulava versu Diu
A mmenzu a l’angialeddhri .
A ddhru paese nc’è na bella usanza:
ogni mortu se spoja e sciacqua n’abbunnanza.
Le cristiane quandu lu spojara ddhra matina,
s’accorsera can vece te Marinu era Marina!
Sulamente allora capira tutti quanti
Comu e quantu suffrene li santi.
E li monici chiangendu: Soru. Mia soru,
nu’ nci curpamu nui,
nci curpa quiddhru abitu te fore,
nci curpa quiddhra cane traditore.
Cusì tutti quanti fila fila,
se la passara la disciplina.

IMG_7702

Nella storia di Marina ricordata a Parabita c’è un punto del racconto in cui si fa commistione con la vita della prima santa, ed è quando si racconta l’incontro con il serpente. Ma le raffigurazioni delle due sante solitamente divergono.
La prima santa Marina è rappresentata vestita da donna, con le vesti dell’epoca, con in mano un martello e la palma simbolo del martirio. Ai piedi un serpente.
La seconda Marina è rappresentata vestita da monaco, con un crocifisso in mano, un sacco sulle spalle e con accanto un bambino; il piccolo nato dalla donna sua accusatrice che viene ricordato con il nome di Fortunato.
A Parabita, la storia che viene tramandata è quella di Marina – Marino, la sua rappresentazione si riferisce alla più antica santa Marina.
Ma vi è un secondo punto di commistione tra la storia delle due sante.

IMG_7688La prima Marina per via del suo bel aspetto che vece invaghire il suo persecutore viene ricordata come la santa del bel colorito e come tale viene invocata per la protezione contro l’ittero. Infatti nei tempi passati alla santa venivano portati i bambini affinché venissero protetti o guariti da questa malattia.
Così avveniva pure a Parabita, pur non essendo una “prerogativa” di Marina – Marino.
Difatti dopo aver percorso un breve cunicolo, all’ingresso dell’unico vano che compone la cripta, sulla destra vi è una pietra dove per tradizione le madri dopo aver invocato l’intercessione della santa, passavano la mano sulla pietra per poi accarezzare le guance del loro piccolo.
Alcune tracce di colori potrebbero far propendere per la presenza di un affresco andato ormai consunto per il continuo sfregare di mani o fazzoletti.
Le origini delle cripta sono difficili da rinvenire. Molto probabilmente si può farla risalire ai primi secoli dello scorso millennio. La copertura originaria della cripta fu distrutta per la realizzazione di una cisterna e proprio grazie alla realizzazione di quella apertura venne riportata alla luce. Il sito è ormai inglobato all’interno del centro abitato.
Il Fonseca ritiene che dovesse trattarsi inizialmente di un ipogeo con funzioni funerarie e solo successivamente, in epoca medioevale, adibita al culto per poi essere abbandonata e successivamente interrata sino al suo rinvenimento.
All’interno vi sono dei dipinti parentali di non particolare pregio, ma il luogo è suggestivo e merita indubbiamente una visita.

IMG_7693

L’albero della manna nelle campagne di Supersano (Le)

di Francesco Tarantino*

Le campagne di Supersano, piccola cittadina del centro del Salento Leccese, potrebbero sembrare a prima vista, assolutamente banali e quasi soprattutto scontate se non ci si addentra nelle sue specialità ormai rare.

Certamente insolito tale paesaggio nel Salento leccese per l’assenza quasi del tutto dei tipici muretti a secco molto più presenti in altre aree ove il carsismo è più palese.

In realtà, a ben vedere, le specificità del paesaggio e degli habitat naturali in questo territorio sono solo apparentemente nascosti, ma molto evidenti ed affascinanti sapendo di essere  nel Salento e non in contesti continentali e pede-montani.

Un incredibile insieme di fattori geologici e climatici ha fatto la storia di questo luogo spesso però assolutamente sconosciuto alle popolazioni del territorio, con  le conseguenze che ne derivano dall’ “ignoranza storica”: la distruzione, il degrado o addirittura il falso storico, eventi negativi che si sono verificati in questi ultimi due secoli a Supersano.

Ciò che nel resto del territorio leccese è rarità, qui è la norma ad iniziare dall’acqua di superficie. Nei periodi  autunno-vernini trovare affioramenti di acqua nelle campagne è la norma, tanto che nelle annate più abbondanti di piogge i terreni diventano impraticabili per mesi interi, senza meraviglia per nessuno. Ciò si verifica per effetto della presenza di banchi di argilla poco sotto la superficie del suolo agrario che rendono impermeabile il tutto, facendo diventare tutto il comprensorio una vera e propria bacinella di acqua. Tali accumuli si verificano in maggior misura nelle aree di compluvio ed in particolare nella località che attualmente è denominata “serra di Supersano”. Un tempo davano origine anche a ciò che Cosimo De Giorni ha descritto come “lago di Sombrino”, prosciugato nel secolo scorso con l’imponente opera di bonifica che ha portato alla costruzione della voragine assorbente ancora oggi funzionante.

Quando le piogge sono temporalesche e copiose l’acqua corre verso la “serra” da tutti i comuni limitrofi: Ruffano, Montesano, Scorrano, inondando i canali che corrono parallelamente alla dorsale del promontorio, ma spesso non trovando via di  deflusso rimane stagnante e putrida come succede nella parte interna verso Botrugno, Scorrano e Cutrofiano. Spesso i canali di bonifica non riescono a svolgere a pieno il loro

La cripta di Sant’Antonio Abate a Nardò

Nello scrigno di Sant’Antonio Abate a Nardò

di Massimo Negro

Era da tempo che meditavo di andarci, ma non c’era mai stata occasione e non ne conoscevo l’ubicazione. Mi era capitato di leggere qualcosa a riguardo, gironzolando tra i miei libri di storia ed arte sulla nostra terra, ma soprattutto ero rimasto affascinato dalla foto di un affresco di un maestoso santo-cavaliere.

Devo dire grazie all’amico Nestore, che informandomi che da li a pochi giorni in quel luogo si sarebbe tenuta la tradizionale focara di S. Antonio Abate, se alla fine mi sono messo in macchina, ci sono arrivato e ho avuto modo di visitare uno dei più bei patrimoni storico-artistici purtroppo non valorizzati del nostro Salento.

La chiesa-cripta di S. Antonio Abate nelle campagne di Nardò, detta anche S. Antonio “di fuori”, per distinguerla dal convento di S. Antonio presente all’interno della città.

DPP_0006

Ci si arriva agevolmente, se si conosce l’ubicazione visto che non vi sono indicazioni, seguendo una strada di campagna in terra battuta, dopo aver lasciato la strada che da Nardò conduce verso la zona industriale e la statale per Lecce. Percorrendo il breve tratto di strada campestre sulla sinistra si trova l’antica masseria Castelli-Arene, con la sua bella e turrita torre colombaia.
Dopo poco in una campagna completamente spoglia di alberi si intravede su un pianoro una croce ben piantata in terra.
Nessun altro segno della presenza della cripta. Solo avvicinandosi al luogo, ad un certo punto compare un ampio scavo. E’ l’ingresso della cripta, nelle antiche fonti denominata ‘Santus Antonius de la Gructa’.

La chiesa è scavata nel blocco tufaceo e si accede senza alcun impedimento. Gli antichi monaci hanno infatti scavato dei gradoni che portano verso l’ingresso della cripta, quasi a formare una sorta di vestibolo a cielo aperto che scende per per oltre due metri, al di sotto del piano di campagna.
DPP_0077

Entrare nella cripta è come entrare in grande scrigno che nasconde un tesoro. Si rimane estasiati dalle bellezza del ciclo pittorico presente su tutte le pareti della cripta. Il tempo e l’incuria hanno posato la loro pesante mano ma la sensazione di incredulità dinanzi a quello che è possibile ammirare, anche ai nostri giorni, è reale e intensa.
Soprattutto è forte il contrasto tra la bellezza della cripta e la brulla campagna che la circonda.
Nei pressi sorge ora una casa, ma immaginiamo come potesse essere lo stato dei luoghi secoli addietro. Silenzio e solo silenzio attorno. E la mano di un monaco che creava il capolavoro.

Il pavimento è regolare ed è in terra battuta. La cripta ha un impianto rettangolare senza alcuna significativa irregolarità nello scavo. Anche il soffitto è tendenzialmente piano, anche se basso.
L’asse liturgico del sito è orientato in direzione Est-Ovest, con altare addossato alla parete orientale. Un gradino-sedile, in parte interrato, corre ai lati dell’altare, lungo la parete a sud e parte di quella opposta. L’ingresso è invece orientato a Nord.

All’interno, muovendosi da sinistra è possibile ammirare l’Annunciazione e ai suoi lati due Santi. Il primo, si ritiene San Francesco, il secondo Sant’Antonio Abate.

DPP_0072

La parete successiva è suddivisa in tre riquadri, due laterali e uno centrale posto sopra l’altare. Nel primo riquadro, la Vergine in trono con Bambino. L’affresco centrale è la Crocifissione, anche se ormai poco visibile. Il terzo riquadro è occupato dalla figura di un Cristo benedicente alla greca. Soffermatevi sulla bellezza del viso e dei lineamenti che l’autore ha dato alla figura.

La parete successiva, quella più lunga che si para dinanzi entrando nella cripta, è suddivisa in cinque riquadri. San Pietro, un trittico di Santi anonimi, un Arcangelo e, nuovamente un Santo anonimo. Purtroppo lo stato degli affreschi non consente di risalire all’identità dei Santi a cui gli affreschi sono dedicati. Nell’ultimo riquadro della parete è presente l’affresco di San Nicola.

Nella parete successiva il bellissimo affresco dedicato a due figure di santi a cavallo, San Giorgio e San Demetrio.DPP_0080

Nell’ultima parete, a ridosso dell’ingresso, si trova la figura di San Giovanni Battista.

Il ciclo pittorico si può far risalire al XIII inizio del XIV secolo. Alcuni elementi degli affreschi si ritiene siano stati aggiunti successivamente, quali ad esempio i motivi floreali. Considerando che le iscrizioni visibili sugli affreschi sono in latino, è lecito pensare che tale luogo fosse legata alla liturgia latina.

E’ molto probabilmente l’unica cripta del medio-basso Salento in cui sono completamente assenti iscrizioni in lingua greca. Ai benedettini, a cui fu donato nel 1080 l’antico monastero greco di santa Maria di Neretum, si deve molto probabilmente la costruzione della cripta come segno, ancora ai tempi embrionale, di questo progressivo passaggio dalla liturgia greca alla liturgia latina. Infatti, nella zona sono diversi i siti che si possono far risalire alla tradizione greca – basiliana. Tra questi san Giovanni di Colometo, S. Elia e la stessa prima citata Sancta Maria de Neretum e diversi altri siti di preghiera.

L’abbandono, l’incuria e il vandalismo hanno già causato nel corso dei secoli molti danni. Il rischio di perdere questo splendido gioiello artistico, testimonianza del nostro passato e della nostra stroria, rappresenta purtroppo una concreta realtà e un futuro, ahimè, imminente se le amministrazioni competenti e la proprietà del sito non provvederanno in tempi  brevi alla sua salvaguardia e valorizzazione.

__________

Per una visita virtuale al sito e ai suoi affreschi, nel video sono state montate le foto effettuate durante le mie visite alla cripta.

http://www.youtube.com/watch?v=DqJq5MDd1KY 

DPP_0039

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com

error: Contenuto protetto!