L’olio di oliva è l’oro del Salento

di Massimo Vaglio

Gli oli definiti vergini o extravergini, sono il prodotto che si ricava direttamente dal frutto, botanicamente definito drupa, dell’albero dell’Olea europea varietà Sativa. Un albero importantissimo, sicuramente il più famoso e pregno di simbolismi.

La sua origine si perde nella notte dei tempi, secondo Callimaco, poeta greco del III sec a.C. , quest’albero sarebbe stato creato da Pallade Atena, dea greca della guerra e della sapienza, in seguito ad una disputa sorta tra lei e il dio del mare Poseidone, per dimostrare ai Greci il suo lato pacifico. La dea, avrebbe quindi donato agli uomini questa pianta, come simbolo di pace e di prosperità. L’olivo viene menzionato anche nelle Sacre Scritture, come sinonimo di sapienza, bellezza, rettitudine ed era sempre d’ulivo il ramoscello che la colomba portò nel becco sull’Arca di Noè per annunciare la fine del biblico diluvio.

Tenuto, quindi, sin dall’antichità, in grande considerazione; è stato sempre coltivato con rispetto, amore e considerato oltre che emblema di pace, anche simbolo di vittoria, trionfo e onore, mentre il suo olio, simbolo pressoché universale di purificazione. A dispetto di cotanta importanza, non si sa invece in quale precisa zona la sua coltura abbia avuto origine, anche se gli studi più accredidati propendono per l’altopiano iranico, quando il suo clima, notevolmente differente da quello odierno, ne faceva un habitat ideale per questo tipo di pianta. Da qui sarebbe arrivato nella zona compresa tra Cirenaica ed Egitto per diffondersi in tutto il bacino del Mediterraneo.

Alla coltura dell’olivo si dedicarono soprattutto gli abitanti dell’Asia minore e i Greci, questi ultimi, come asserito da Plinio e Teofrasto, avevano già catalogato una decina di cultivar, gli stessi eressero l’olio, insieme al grano e al vino a caposaldo di quel modello alimentare che dopo aver contaminato ed essersi imposto nelle usanze degli abitanti delle sponde del grande lago salato, avrebbe preso il nome di dieta mediterranea. Alla sua diffusione contribuirono oltre che gli stessi Greci, i Fenici che lo esportarono nelle terre toccate nei loro tentativi di colonizzazione, quindi i Cartaginesi che lo diffusero in Nordafrica, Sicilia, Spagna e infine i Romani, che razionalizzarono la coltivazione e organizzarono avanzati sistemi di ammasso, trasporto e distribuzione dell’olio. Secondo Plutarco, i soli possedimenti africani di Roma fruttarono allo stato tre milioni di litri d’olio, ne sono testimonianza le migliaia di relitti carichi di anfore onerarie riportanti sovente impressi sulle anse i sigilli dei commercianti dell’epoca.

Per quanto riguarda la Puglia e il Salento,  i Romani raccolsero il testimone dai coloni greci e lo estensivizzarono facendo anche ampio ricorso al lavoro schiavile, ma con la caduta dell’Impero seguirono secoli d’abbandono sino a quando grazie ai bizantini e in particolare all’opera dei  monaci basiliani intorno al IX-X sec. d.C. , se furono ricostituite vaste estensioni olivetate. Il metodo escogitato dai basiliani per la costituzione di questi oliveti era ingegnoso quanto funzionale, consisteva nell’addomesticare con abili operazioni d’innesto gli olivastri spontanei naturalmente presenti nelle foreste primigenie di leccio (al tempo ancora largamente presenti) e nelle macchie mediterranee eliminando al contempo le altre essenze selvatiche. Queste piante, già fornite di un robusto apparato radicale una volta liberate dalle competitrici s’irrobustivano a vista d’occhio andando a formare nell’arco di qualche decennio rigogliosi e produttivi oliveti. Grande sviluppo si ebbe in seguito, grazie alla costruzione delle torri costiere che alleviando il problema delle razzie saracene, permisero la costituzione delle chiusure o chisure (ovvero dei caratteristici oliveti salentini recintati da muri a secco), anche lungo la costa, come tanti oliveti secolari, sovente coevi alla costruzione delle torri costiere e delle tante masserie fortificate, tuttora testimoniano.

Nel Settecento, quella dell’olivo era già la coltura più diffusa e il commercio dell’olio fiorente, anche se si trattava in massima parte di olio lampante che partendo dal porto di Gallipoli, ma anche da quello di Brindisi e Otranto, su bastimenti carichi di botti, andava ad illuminare le città di mezza Europa. È in questo periodo che grazie al reinvestimento di parte dei cospicui guadagni, cominciano ad essere impiantate grandi estensioni di oliveti a sesto regolare, generalmente a quinconce (rispolverando l’antico schema della quinconce romana) facendo ricorso a giovani piante prodotte in appositi vivai o a giovani olivastri prelevati in natura da innestare una volta ben attecchiti o ancora ai colmoni, alberi adulti capitozzati, ottenuti dal diradamento di altri oliveti appositamente impiantati più fitti, con quel sistema che più tardi sarebbe stato definito a sesto dinamico.

E’ in questo periodo che si inseriscono gli studi agronomici di Giovan Battista Gagliardo (1758- 1826), di Cosimo Moschettini (1747- 1820) e del poliedrico erudito gallipolino Giovanni Presta (1720–1797), in particolare quest’ultimo, con un inedito ed encomiabile approccio scientifico compì una serie di sperimentazioni sulla coltivazione degli olivie la produzione dell’olio, offerti a pubblico vantaggio con l’esauriente libro: Degli ulivi, delle ulive e della maniera di cavar l’olio, pubblicato a Napoli nel 1794, un titolo esplicito per un testo tuttora estremamente valido. Interessantissimi i risultati della sperimentazione da questi eseguita sulla qualità dell’olio in relazione al grado di maturazione, compiuta eseguendo a cadenza quindicinale delle moliture sperimentali dal 15 settembre al 31 marzo. Campioni d’olio, seguiti da una dotta relazione, furono inviati dallo stesso a Caterina II di Russia e al re di Napoli Ferdinando IV. Un’altra sperimentazione riguardò le cultivar, onde valutare quali fossero le cultivar d’olivo più valide dal punto di vista qualitativo per il territorio salentino, anche queste compiute con estremo rigore scientifico, portarono lo stesso a constatare la superiorità delle cultivar autoctone, Cellina di Nardò e Ogliarola Leccese.

In effetti, come otto milioni d’ulivi secolari testimoniano, queste risultano tuttora le uniche varietà, che sfuggendo più delle altre agli insulti della mosca delle olive (Dacus oleae) danno un olio eccellente,  pur se coltivate in modo estensivo e senza alcuno o con limitatissimi interventi fitosanitari.

ph Francesco Politano

Un insegnamento dimenticato o presuntuosamente ignorato negli ultimi decenni e che ha portato all’impianto di migliaia di ettari di nuovi oliveti costituiti da varietà alloctone: Leccino, Frantoio, Coratina… varietà che oltre a non migliorare la qualità dell’olio Salentino, necessitano dell’irrigazione e devono essere sottoposte a puntuali trattamenti fitosanitari con maggiori costi economici ed ambientali, ma che, soprattutto, hanno reso difficile se non inattuabile, una quanto mai necessaria caratterizzazione sensoriale dell’olio salentino.

L’albero dell’Ogliarola si presenta assurgente con foglie lanceolate allungate e drupe piccole, allungate, con nocciolo fragile e di buona resa che producono un olio, con lievi riflessi verdolini, dolce, delicatamente fruttato con note tipicamente mandorlate. L’albero della Cellina, nota localmente pure con i sinonimi di Saracina, Scurranisa, Cafareddha, Casciola… è rustico, molto resistente e con il tempo, se il terreno lo permette può raggiungere dimensioni davvero monumentali; le foglie sono corte e la drupa è piccola, pruinosa con nocciolo duro. Se ne ricava un olio dapprima molto sapido e corposo, ma che si affina nel giro di qualche mese divenendo molto più delicato, limpido e con un’inconfondibile bellissima colorazione giallo oro.

Sia che si tratti di olio  dell’una e dell’altra cultivar, sia, come molto comunemente avviene, che si tratti di un blend fra gli stessi, si tratta di oli sani come pochi, per la pressoché totale assenza di trattamenti fitosanitari sugli oliveti e quindi di pericolosi residui negli oli. Inoltre, risultano organoletticamente piacevoli, delicati e con la non comune caratteristica di rispettare il sapore dei cibi che vi si accostano caratteristica che li rende apprezzatissimi dai cuochi.

ph Mino Presicce

Risultano inoltre ricchi di principi salutari e di antiossidanti e se ciò non bastasse, hanno il più conveniente rapporto qualità prezzo, un motivo in più per preferire, ove possibile, ad ogni altro grasso un olio extravergine d’oliva che, ricordiamo, è uno degli elementi base della Dieta Mediterranea, il modello nutrizionale fondato sul consumo di prodotti freschi e pochi grassi di origine animale. Se mai ce ne fosse bisogno, e vista la proliferazione di grassi e oli spacciati per più leggeri e salutari, ma di più che sospetta dannosità,  ricordiamo, che non esiste un olio più leggero di un altro, attestandosi il contenuto calorico per tutti gli oli in nove calorie per grammo.

L’olio extravergine d’oliva, in compenso, ha moltissime qualità nutrizionali che ne raccomandano l’uso alimentare, unendo gusto e attenzione alla salute.

Il particolare equilibrio nella composizione degli acidi grassi, il contenuto di vitamina E, di provitamina A e di antiossidanti ad effetto protettivo sulla salute lo rendono infatti il grasso più idoneo ad una dieta lipidica equilibrata. La composizione è caratterizzata dalla prevalenza di un acido grasso monoinsaturo (acido oleico) piuttosto stabile alla conservazione e alla cottura e da un perfetto equilibrio di acidi grassi polinsaturi.

Perciò l’olio extravergine aiuta a tenere sotto controllo il livello di colesterolo nel sangue (aumentando quello buono e facendo abbassare quello cattivo) e la formazione di radicali liberi.

Inoltre, l’olio d’oliva protegge le mucose riducendo il rischio di ulcere gastriche e duodenali e svolge un ruolo protettivo contro l’insorgenza di numerose patologie come il diabete, l’arteriosclerosi, l’ipertensione e alcuni tumori. Benefici che non si limitano al suo uso crudo, ma restano anche con la cottura. Anzi, in alcuni casi, abbinato a determinati prodotti, l’extravergine scaldato migliora le sue prestazioni. Studi scientifici dimostrano infatti che la sinergia tra olio e pomodoro dal punto di vista nutrizionale è rafforzata dalla cottura, con la quale aumentano l’attività antiossidante e la biodisponibilità delle sostanze benefiche dei due elementi.

Capucanale ti lu trappitaru

Si tratta di un’antica usanza ancora in auge in alcuni paesi del Salento, che consiste in dei pasti propiziatori, consumati ancora oggi nei frantoi, fra diversi attori: i proprietari del trappeto, il nachiro, i trappitari e i conferitori delle olive, per propiziare appunto una buona campagna olivicola. Il pasto si tiene tradizionalmente nei frantoi,  come quando i lavoratori non uscivano dal tappeto per tutti i mesi necessari alla lavorazione delle olive. Le portate consistono in primis in una caldaia di verdure miste lessate: cicorie, cime di rape, mugnuli, scarole, bietole. Si pone nella cosiddetta limba ti lu trappitu (un’enorme conca di terra cotta smaltata), del pane spezzato rigorosamente con le mani, si adagiano sopra le verdure lessate, si allaga il tutto d’olio appena spremuto, si rivolta il tutto e si mangia con le mani, non prima di essersele per così dire disinfettate strofinandole con le nozze, che sarebbero le lastre di sansa appena estratta dai fiscoli. Seguono i legumi, in genere: fave, fagioli e piselli secchi, questi vengono cotti separatamente nelle pignatte, quindi si cominciavano a versare nella conca le fave e si schiacciano con l’apposito stumpaturu ( grosso pestello di legno), poi i piselli e si stompano anche questi, infine i fagioli, una volta stompato ed amalgamato il tutto, si mescola diligentemente il tutto incorporando il pane sempre spezzato con le mani e allagando naturalmente il tutto con l’olio nuovo, si mangia con le mani intingendo tutti direttamente nella conca. Seguono le pittule, tanto semplici, quanto farcite e si completa con i sobbrataula (fine pasto): noci, sedani, cicorie, finocchi, olive mature o conciate.

“Il Sud… dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie”

 
Jean-François Millet – Uomo con la zappa

Le stoppie del Salento leccese devono essere bruciate oppure è meglio interrarle?

 

 
di Antonio Bruno*

I campi hanno dato il grano, la trebbia è passata per raccogliere le cariossidi che forniranno la farina e la paglia. Restano le stoppie, come ogni estate, da cui giungono notizie che riferiscono di vittime, come quella del cinque luglio 2010 riguardante un uomo di 86 anni, Giovanni Gurrieri, morto carbonizzato in un terreno di sua proprietà nei pressi della Provinciale Ragusa-Chiaramonte Gulfi. L’anziano, titolare di un’azienda agricola, stava bruciando delle stoppie ma, a causa del vento, non è riuscito a controllare le fiamme, rimanendone intrappolato.

Il problema di rimanere uccisi per le ustioni di incendi incontrollati delle stoppie è già presente nella Bibbia “Poiché, ecco, il giorno viene, ardente come una fornace; allora tutti i superbi e tutti i malfattori saranno come stoppie” (Ml 4,1) “Ecco, essi sono come stoppia; il fuoco li consuma” (Is 47, 14).

Sono i seguaci della pratica del “Debbio”, metodo arcaico di concimazione delle terre attraverso la cenere prodotta dall’incendio degli steli e delle foglie (le stoppie) dei cereali rimasti sui campi dopo la mietitura.

Il Debbio è una delle operazioni tradizionali che ha radici nel periodo neolitico e che in passato coinvolgeva tutta la comunità agricola del Salento leccese per il controllo del fuoco in modo che non causasse incendi coinvolgendo boschi o altri coltivi e soprattutto per evitare le vittime.
E non è difficile avventurarsi in descrizioni suggestive della pratica del Debbio: “Il sud…..dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie” (Salvatore Quasimodo: Lamento per il sud).

Le stoppie presenti a Roma, la città di Romolo con povere capanne di canne e terra, col tetto di rami e stoppie; tombe dai corredi modesti: questo è tutto ciò che l’archeologia documenta delle origini di Roma.

Per eliminare le stoppie oggi sono disponibili in commercio macchine tritura stoppie che permettono il loro interramento con benefici effetti per il suolo e per l’ ambiente in genere. Ma c’è anche Virgilio che parla della pratica del Debbio:

A volte poi è bene dare fuoco
ai campi isteriliti
e bruciare al crepitio delle fiamme
ogni minima stoppia:
sia che così il terreno acquisti
forze misteriose e nuovo alimento
o che nel fuoco si dissolva ogni suo guasto
e trasudi l’umidità superflua,
sia che il calore schiuda nella terra
altri passaggi e spiragli invisibili
da cui gli umori giungono ai germogli
o che indurisca e restringa le vene aperte
impedendo all’insidia della pioggia,
alla violenza troppo forte e impetuosa del sole
e al gelo penetrante della bora
di procurarle danno.
(VIRGILIO – OPERE BUCOLICHE EGLOGA PRIMA MELIBEO, TITIRO).

grano in maturazione (ph Riccardo Schirosi)

Nel Salento leccese la pratica di bruciare le stoppie è antichissima. Maria D’Enghien in “Banni e Capitoli” della metà del XV secolo così scrive: “chi incendia le stoppie prima della metà di agosto de fore la cità de Lese sopra lo tienimento de la dicta cità” (avanti la festa de Sancta Maria de mezzo augusto) fosse punito con la pena di once quattro e che dopo tale epoca bisognasse “chiedere licentia del Capitanio e portare persone sufficienti a spegnere il fuoco per evitare i grandi danni successi negli anni passati…”.
Se nel Salento leccese sia più conveniente bruciare o sovesciare le stoppie è una questione che è stata affrontata nel XVIII secolo dal medico di Martano Cosimo Moschettini che è anche autore di un trattato di olivicoltura. Cosimo Moschettini dichiara di preferire “l’abbruciamenro delle stoppie… perchè promuove lo sviluppo dei semi delle biade le quali si debbono disporre in quel terreno e li fa germogliare con il maggiore vigore e gagliardia, perchè purga il terreno dai semi e dalle radici di piante infestanti perchè infine distrugge ovaie ed insetti devastatori delle biade”.
La considerazione del Moschettini trova un obiezione nel mancato apporto di sostanza organica nel terreno dovuto al Debbio. Ma se invece si interrassero le stoppie, quanta sostanza organica forniremmo al terreno?

La risposta è che con il sovescio delle stoppie si interrerebbero dai 4,5 ai 5 quintali di sostanza organica per ettaro. Se consideriamo che le stoppie agirebbero nei primi 30 centimetri di terreno esse costituirebbero meno dello 0,1 per mille in peso del terreno.
Il prof. Martelli della Facoltà di Agraria di Bari con la guida del Prof. Baldoni e del allora suo aiuto Prof. Cavazza condusse una ricerca che dimostra l’effetto dannoso dell’interramento delle stoppie nell’ambiente del Salento leccese perchè determina una carenza di azoto determinato dal sovescio delle stoppie e contemporaneamente dall’interramento nel terreno di microorganismi denitrificanti che sottraendo azoto dallo strato attivo generano una forte carenza.
La pratica del debbio consente il controllo di due parassiti vegetali che se lasciate comportano gravi danni per il grano. Le due fanerogame sono conosciute nel Salento leccese come “Spurchia del grano” e “Cacalupo” che sono due specie appartenenti alla famiglia delle Scrofulariacee e propriamente ai generi Rinanto (Rinanthus major) e Melampiro (Melampirium pratense ed avrense). Sappiamo tutti che è vietata la vendita dei semi di grano imbrattati da questi semi che danno prodotti di sapore ed odore cattivo.
Riferisce il Dottore Agronomo Attilio Biasco che “In tutta la penisola salentina queste due specie crescono vigorose su terreni di mezzano impasto di colore rossastro; i loro semi, che grosso modo somigliano nella forma a quelli del frumento, ma di color nero carbone, germogliano e sviluppano in un primo stadio senza l’appoggio di piante ospiti. I primi segni di parassitismo si manifestano dopo lo sviluppo della radice primaria dalla quale prendono origine numerosissime radici secondarie he si dirigono in ogni senso e si fissano sulle radici del frumento con succhioni piuttosto grandi, rotondeggianti, che le circondano quasi totalmente.”
I danni causati sono davvero notevoli, nelle piante attaccate alcune volte si salva la spiga principale o se rimangono quelle dei culmi secondari sono svuotate.
Per 25 anni l’allora Ispettorato provinciale dell’agricoltura di Lecce, di cui oggi rimane solo un ufficio, istituì campi di orientamento delle varietà di frumento e campi di concimazione quando l’Italia durante il periodo fascista era impegnata nella “Battaglia del grano” che cominciò quando lo Stato prese coscienza che si importavano dai 15 ai 20 milioni di quintali di frumento. Durante quegli anni nell’Arneo alcuni seminati vennero attaccati dal Rinanto e dal Melampiro così come riferisce il Dottore Agronomo Attilio Biasco che riferisce la circostanza della evidenza della presenza dei due parassiti dopo la mietitura per la presenza nel campo degli scapi fiorali anneriti tanto da far apparire le stoppie picchettate di nero.
Dalle esperienze millenarie riportate pare che nel Salento leccese la pratica del debbio sia necessaria stando attenti a NON BRUCUARE , SENZA LE DOVUTE MISURE DI SICUREZZA, LE STOPPIE, LA PAGLIA E ALTRI RESIDUI AGRICOLI perchè in pochi minuti potrebbe sfuggire il controllo del fuoco. L’accensione delle stoppie, nei territori della Regione Puglia, è regolamentata dalla L.R. n. 15/1997 e all’art. 41 della L.R. 27/97 modificato dall’art. 37 della L.R. n. 9/2000. Secondo questa legge le operazioni di accensione e bruciatura delle stoppie nei campi a coltura cerealicola sono vietate nel periodo compreso tra il 1° giugno e il 31 luglio, tranne che per le superfici irrigabili utilizzate per le colture di secondo raccolto, per le quali le operazioni di bruciatura possono essere anticipate, previa autorizzazione del Sindaco, a partire dal 1° luglio. Le operazioni di accensione e bruciatura devono in ogni caso essere effettuate nei giorni di non eccessivo calore e privi di vento, nelle prime ore del mattino e nelle ore del crepuscolo. La bruciatura delle stoppie può essere praticata a condizione che lungo il perimetro delle superfici interessate sia tracciata, subito dopo le operazioni di mietitrebbiatura e comunque entro il 15 luglio, una “ precesa” o “ fascia protettiva “ per tutta l’estensione direttamente confinante con boschi o foreste, o con altre proprietà per una larghezza non inferiore a dieci metri e comunque, tale da assicurare che il fuoco non si propaghi alle aree circostanti e/o confinanti. Le medesime operazioni praticate su terreni lungo linee ferroviarie o strade devono rispettare una larghezza delle fascia di precese di cinque metri dal confine ferroviario o stradale. L’operazione di bruciatura deve essere effettuata a cura degli interessati , dotati di mezzi idonei al controllo e allo spegnimento delle fiamme, e assistita fino al totale esaurimento della combustione.

Bibliografia
Ragusa, anziano muore carbonizzato mentre brucia stoppie http://www.gds.it/gds/sezioni/cronache/dettaglio/articolo/gdsid/117831/
Stefania Arcara: Messaggere di luce: storia delle quacchere Katherine Evans e Sarah Cheevers
Piero Bevilacqua: Breve storia dell’Italia meridionale: dall’Ottocento a oggi
Chiara Melani,Francesca Fontanella,Giovanni Alberto Cecconi: Storia illustrata di Roma antica: dalle origini alla caduta dell’impero
Angelo Massafra: Problemi di storia delle campagne meridionali nell’età moderna e contemporanea
La bruciatura delle stoppie: http://www.oseap.it/Lupo/La%20bruciatura%20delle%20stoppie.htm
Maria D’Enghien “Banni e Capitoli” XV secolo
Cosimo Moschettini: Trattato di Olivicoltura
Vittorio Villavecchia,Gino Eigenmann: Nuovo dizionario di merceologia e chimica applicata, Volume 2
Attilio Biasco: Un antica pratica che ritorna agli onori della ribalta – Salento Agricolo Agosto 1959
“NORME IN MATERIA DI BRUCIATURA DELLE STOPPIE ” http://www.provincia.foggia.it/files/File/Caccia%20e%20Pesca/stp.pdf

L’Orto botanico della Città di Lecce

 

di Antonio Bruno

bacche di mirto

 

Quante volte mi sono trovato a scrivere una relazione durante la mia attività? Innumerevoli volte, ma mai mi sono reso conto di quanto possano essere preziose le informazioni che sono contenute in questi atti dovuti scritti, per la maggior parte delle volte, di malavoglia e solo per non incorrere in spiacevoli richiami per l’eventuale omissione.
Il 30 giugno del 1905 si tenne a Lecce l’Assemblea dei Soci del Comizio Agrario e in quell’occasione il Prof. Ferdinando Vallese relazionò sull’Orto e grazie a questo atto dovuto sono venuto a conoscenza di come fosse strutturato.
Condizioni generali dell’Orto del Comizio Agrario di Lecce.
L’orto era esteso per una superficie do 5 tomoli e 3 stoppelli ovvero la sua estensione era di circa 3 ettari. Aveva una configurazione accidentata derivata dal riempimento e dall’interro di vecchie cave di pietra ottenuto in gran parte con materiali di demolizione raccolti in città. Quindi il terreno era profondo in alcuni punti e roccioso in altri comunque dappertutto molto incoerente e sabbioso, di facile lavorazione e di conseguenza molto soggetto alla siccità per la facilità con cui si disseccava durante i lunghi periodi di siccità estivi.
Dalle esperienze di coltivazione della Società economica nell’orto vivevano bene alcune colture legnose e quelle erbacee invernali e primaverili mentre era quasi impossibile praticare la coltivazione delle colture estive e di quelle estivo autunnali.
Il Prof . Ferdinando Vallese fa presente che la difficoltà era dovuta alla mancanza dell’irrigazione e faceva presente che il Comizio aveva speso somme rilevanti per la costruzione di vasche di raccolta delle acque e per il restauro di vecchie cisterne in maniera tale da accumulare e raccogliere sia le acque delle piogge che quelle sorgive dei pozzi.
Inoltre per le stesse ragioni era stata restaurata la bella noria situata sulla bocca di un grande cisternone, solo che alla data del 30 giugno 1905 non era ancora utilizzabile perché non si era potuto allargare il rosario dei secchi in modo da portarlo ad attingere a qualche metro sotto il livello dell’acqua. La noria è una ruota idraulica che ha la funzione di sollevare acqua sfruttando la corrente di un corso idrico. Il nome è spagnolo, a sua volta derivato dall’arabo , vociare, zampillare.
L’origine della noria sembra essere collocabile in Mesopotamia in un periodo databile intorno al 200 a.C. ed è stata molto diffusa e migliorata nel mondo islamico dagli ingegneri meccanici.
 

Colture legnose dell’Orto del Comizio Agrario di Lecce
Il Prof. Ferdinando Vallese scrive che l’Orto del Comizio Agrario di Lecce meritava il nome di Orto botanico perché la Società economica che l’aveva gestito lo aveva arricchito di una grande quantità di specie vegetali. Naturalmente aveva limitato la quantità ad un piccolo numero di esemplari quelle che avevano soltanto importanza scientifica ed aumentando il numero degli esemplari a quelle che oltre all’importanza scientifica avevano anche una importanza industriale ed economica.
Il Prof. Ferdinando Vallese precisa che benché la composizione delle essenze vegetali contenute nell’Orto abbia subito modificazioni profonde dal tempo in cui era gestito dalla Società economica si può affermare che ciò che è rimasto è una predominanza dei gelsi e delle piante fruttifere, mentre c’era un piccolo appezzamento a boschetto di elci (Quercus ilex, leccio o elce. ) e le piante di quercia vallonea che costeggiavano qualche viale. Il Comizio agrario del 1905 a detta del Prof. Vallese pur adattandosi alle esigenze dell’agricoltura di quegli anni seguì le orme definite “gloriose” della Società economica.
Infatti tra le colture legnose, alle quali si era prestato e si prestava anche nel 1905 il terreno dell’Orto agrario, primeggiava il gelso i cui esemplari allietavano con il loro verde brillante l’angolo definito “delizioso” della città di Lecce occupato dall’Orto.
Il Prof. Vallese era meravigliato dall’ottimo stato in cui si trovavano i gelsi pur essendo rimasti incolti per più lustri e per la potatura affidati alla scure di persone definite più vandali che esperti.
Comunque i monconi lasciati dalle mani dei vandali non furono sradicati e ne furono piantati di nuovi. Inoltre dopo il successo dell’allevamento di bachi da seta a Pulsano del Conte Roberto d’Ayala Valva con 1.200 piante di gelso e dopo di quelle dell’on. De Viti De Marco in quel di Cellino l’Orto aveva formato un semenzaio per la moltiplicazione del gelso.
L’allevamento del baco da seta era stato effettuato dall’Orto e ne aveva relazionato il Direttore della Regia Scuola Pratica di Agricoltura Prof. Toscano. Nel 1903 e 1904 gli allevamenti di baco da seta avevano occupato una vecchia casa colonica ma nel 1905 si intendeva restaurare una vecchia brigattiera ovvero un locale che era stato specificamente usato per l’allevamento dei bachi da seta per ricavarne un piccolo allevamento sperimentale.

L’Orto Botanico di Lecce
La nascita dell’Orto Botanico di Terra d’Otranto è legata in qualche modo alle novità introdotte dalle riforme napoleoniche nel Regno di Napoli. Tra queste novità, un posto di rilievo occupa l’istituzione, in ogni capoluogo del Regno, delle “Società di Agricoltura” che diventeranno, uno degli elementi catalizzatori più importanti per la divulgazione e la ricerca scientifica nelle diverse province. A Lecce, la “Società di Agricoltura di Terra d’Otranto”, ebbe come sede l’ex convento dei Cappuccini dell’Alto con annesso il giardino per la realizzazione di un “orto agrario” nei pressi
della stazione ferroviaria (1810). Alla sua direzione come “segretario perpetuo” si susseguirono Cosimo Moschettini (1747-1820) e dal 1835 Gaetano Stella (1787–1862) fino alla sua morte. Lo Stella diede notevole impulso alle iniziative della Società, tra cui l’istruzione, l’“addestramento” e la didattica considerate attività molto importanti. Altre personalità di rilievo che animarono la vita dell’Orto furono Pasquale Manni (1745-1841) e Oronzo Gabriele Costa (1787-1867). Dopo la scomparsa dello Stella, l’Orto Botanico, che era stato ampliato fino a raggiungere la superficie di circa tre ettari e arricchito di molte collezioni botaniche, cominciò un lento ma inesorabile declino, tanto che nel 1872 faceva parlare uno dei più illustri scienziati salentini, Cosimo De Giorgi (1842-1922), di “decadenza” e di “splendore antico”. Uno dei motivi che compromisero la vita e le prospettive dell’Orto fu proprio lo scarso interesse che la cultura del tempo accordava ai problemi ambientali e alle tematiche naturaliste legate al territorio extraurbano, come ripeteva spesso il compianto professor Sergio Sabato (1941-1991) dell’Università di Lecce che diversi anni fa, aveva molto perorato la causa per la ricostituzione dell’Orto Botanico a Lecce.
La sua definitiva distruzione si completò nel primo dopoguerra (1929) con la costruzione della Casa Littoria (attuale Intendenza di Finanza), del Consiglio Provinciale delle Corporazioni (attuale Camera di Commercio), del Consorzio Agrario e della Casa del Latte. La testimonianza storica dell’Orto Botanico di Lecce, almeno per la parte tangibile delle tracce e dei segni del suo antico retaggio, è costituita dalla “Casa Agraria” (denominato in passato anche come “Comizio Agrario” per il fatto che vi svolgevano incontri, adunanze, lezioni, ecc.), oggi restaurata e adibita ad un Laboratorio (“Multilab”) per analisi ambientali e merceologiche della Camera di Commercio, il “fondo librario” custodito dallo stesso ente, e da alcune essenze arboree ubicate in aree destinate a parcheggio o a verde, intorno agli Uffici Finanziari in Viale Gallipoli.
Il caso ha voluto che dei dieci esemplari arborei rimasti, cinque siano di quercia Vallonea (di cui uno in ottime condizioni vegetative e di grandi dimensioni, ubicato nel cortile interno dell’edificio dell’Intendenza di Finanza) e gli altri quattro situati su un’area a parcheggio di proprietà demaniale che versavano in uno stato di relativo degrado.

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