La veduta settecentesca di Maglie nella ceramica

Cosimo Giannuzzi
La veduta settecentesca di Maglie nella ceramica. Dal “Voyage pittoresque” del Saint-Non alla ceramica Ironstone.
pubblicazione a cura della Pro Loco Storica, Maglie, Erreci Edizioni, 2007, pp. 62
 

A Cosimo Giannuzzi va dato merito di possedere, tra le tante, una straordinaria capacità: quella di investigare la città di Maglie tra le sue pieghe più riposte sortendone ogni volta con una preda storiografica ghiotta e ambita. È un po’ come la sindrome del Celacanto: il contesto dell’indagine come un normalissimo tratto di mare; il pescatore getta la rete e, tra vari esemplari ben noti, ecco spuntare inaspettato il fossile vivente, il Celacanto appunto. Giannuzzi ha, nel nostro piccolo, fatto una simile pesca miracolosa: vediamo perché.

Di Maglie nel ‘700 abbiamo sempre avuto l’idea di un centro abitato che da appena un secolo aveva raggiunto un suo status di emporio territoriale dopo secoli di grigiore civile: una città dal circondario rurale angusto che, subito dopo le grandi crisi dei prezzi secentesche, si era reinventata un’identità economica e culturale puntando tutto sul commercio. Sul finire del XVIII secolo Maglie ha già delle biblioteche, dei monumenti religiosi, un ceto di bottegai e di mediatori commerciali mobilissimi entro il reticolo dei fondachi e l’andirivieni dei fornitori.

Nel cuore agropastorale della Terra d’Otranto, Maglie è probabilmente per i viaggiatori stranieri del grand tour settecentesco un luogo molto più invitante di quanto non lo siano altri grossi centri: chissà perché, Galatina sembra verosimilmente scartata come sede di pernottamento e la squadra di disegnatori e famiglie al seguito di Dominique Vivant-Denon, impegnati nelle ricognizioni pittografiche del Voyage pittoresque commissionato dall’Abbé de Saint-Non, preferisce dormire sul pagliericcio nel convento francescano della Madonna delle Grazie a Soleto. Maglie, tuttavia, forse per quel suo aspetto di cittàdina linda e composta, forse per quella sua colonna sormontanta dalla Vergine e Madre che accoglie i viaggiatori provenienti a Napoli e dal nord, cattura subito l’interesse del gruppetto di “grand-touristes” francesi. Tra loro c’è un pittore, quel Louis-Jean Desprez che immortalerà con la bravura stilistica di pochi altri il Mediterraneo per terminare i suoi giorni – forse per incredibile e curiosa legge del contrappasso – nell’algida Scandinavia che lo ha adottato per i meriti del suo magistero.

Ebbene, Despréz fissa quella piazza e quella colonna con pochi essenziali tratti di matita; ne nasce una stampa che, dopo l’edizione del Voyage del 1781, conoscerà molte altre versioni via via sempre più approssimative, talora arbitrarie, infine depauperate di particolari. Ma quella stampa diventerà protagonista di una finora ignota vicenda delle arti minori: dico “finora”, poiché è stato Giannuzzi a scoprire – ed è questo il senso della sua importante pubblicazione – un legame tra la gravure di Desprez e l’iconografia delle ceramiche della tipologia flow blue di Ironstone.

È successo infatti che quell’immagine di Maglie e quei dettagli architettonici sono stati presi a modello per una decorazione vascolare che in decine e decine di varianti, in pressoché infinite fogge fittili, ha invaso e dominato il vasellame di moda nel mondo anglosassone tra il finire del XVIII e quasi tutto il XX secolo, con affioramenti di esemplari prodotti addirittura nelle manifatture danesi. Sulle dinamiche della trasposizione grafica di immagini mediche, zoologiche, botaniche, in generale scientifiche, nella fattispecie microscopistiche, e ancora geografiche, merceologiche e finalmente artistiche non sarebbe fuori luogo leggere le pagine illuminanti di Marc Ratcliff (Europe and the Microscope in the Enlightenement, tesi di PhD, Londra, University College, 2001) che spiega molto bene come l’oggetto, osservato e riportato su carta con un disegno per poi essere inciso su metallo e quindi essere stampato, sia il punto di convergenza di diverse professionalità e mansioni.

Lo storico italoinglese della scienza potrebbe suggerire la risoluzione alla domanda: come si otteneva nel ‘700 da una stampa un cliché per decorare una ceramica? Possibile traccia per l’approfondimento e l’espansione dell’indagine di Giannuzzi il quale, dal canto suo, coglie non semplicemente un aspetto della fortuna visiva di Maglie nel Secolo dei Lumi, ma un problema della comunicazione attraverso immagini in età precontemporanea.

Che egli non si accontenti di una risposta meramente compilatoria e intuisca la maggiore ampiezza tematica di questo processo di diffusione di luoghi e oggetti in età di Antico Regime è chiaro quando afferma che “la celebrità che consegue in Europa il Voyage pittoresque induce la Real Fabbrica Ferdinandea di Napoli a decorare con alcune vedute” una serie di porcellane di Capodimonte. […] Non sappiamo però se fra le vedute utilizzate per le ceramiche napoletane di questo periodo vi sia stata anche quella di Maglie”.

L’intuizione di Giannuzzi è quanto mai pertinente, anzi giusta. Nei depositi del Museo Nazionale di Capodimonte, a Napoli, è presente un vaso in porcellana con una veduta di Squinzano tratta dalle vedute del Voyage pittoresque, esattamente come quella di Maglie nella versione flow blue di Ironstone (cfr. Cristoforo Aldo De Donno, Epistolario di Giuseppe Michele Ghezzi. Corrispondenza con i familiari, vol. I, Lecce, ICJS, 2007, tavola fuori testo nn).

L’ipotesi, l’intento e il risultato del lavoro di Giannuzzi sono pertanto giusti. E se, come sembra, si dovesse scoprire che anche altre città e monumenti salentini, pugliesi o in genere meridionali hanno fatto da modello a manifatture ceramiche non solo anglosassoni ma anche nazionali, allora la ricerca di Giannuzzi mostrerebbe tutti i suoi punti di forza: nella descrizione analitica delle vedute dell’opera di Saint-Non; nello studio dei processi elaborativi dell’immagine dallo schizzo all’incisione; nella documentazione iconografica di questo processo; nella benemerita collezione di ceramiche recanti l’immagine di Maglie; nella localizzazione delle numerose manifatture di ceramica; nelle errate attribuzioni geografiche della località di Maglie raffigurata (Messico, Inghilterra, Grecia, Spagna etc.); infine nell’importanza di questo documento per la città stessa di Maglie.

Maglie fu tuttavia prescelta come modello exornativo vascolare perché riassumeva in sé tutti i caratteri della chimera mediterranea vanamente inseguita dai pellegrini del grand tour: lo straordinario mélange di semplicità della scena, solarità dell’ambientazione, armonia della distribuzione degli edifici nello spazio abitato, sublime affacciarsi della vegetalità arborea nel theatrum urbanum meridiano; il concetto, insomma, di una sintesi mirabile tra natura e cultura di cui quei vasi, quei piatti, quelle brocche e quelle tazze da tè furono, in quanto pratici e graziosi utensili domestici, hortus conclusus a portata di mano per un Mediterraneo, di volta in volta magnogreco, romano e rinascimentale, che fu agognato, reinventato e fruito anche nei piccoli gesti quotidiani della borghesia nordeuropea.

(Gino L. Di Mitri)

Nicola D’Urso da Corigliano d’Otranto, calligrafo, miniaturista, stenografo


 di Cosimo Giannuzzi

Il collezionismo è una fonte di passione, studio e ricerca. Trovare appagamento in questo settore specifico è assai arduo per la vastità dei materiali specifici. La passione del collezionista si evidenzia nell’interesse storico-culturale  che suscita l’oggetto della sua ricerca. La collezione di cartoline stimola la curiosità se l’ esemplare riguarda un settore particolare o contiene molteplici informazioni.

Storicamente la cartolina nasce dal bisogno di una comunicazione rapida attraverso quell’unico strumento che nella seconda metà dell’800 permette la trasmissione di informazioni scritte: la posta.  Oltre al messaggio privato di semplice e breve contenuto, la cartolina veicola anche un messaggio visivo, specialmente di vedute paesaggistiche e d’altro tipo con una vastità di temi: politici, culturali, umoristici, spettacolari, pubblicitari, militari, storici, propagandistici e tanti altri.

L’interesse collezionistico è generalmente rivolto verso quelle produzioni che, dalla fine dell’800 fino agli anni ’60 del ‘900, hanno caratterizzato la comunicazione di un’epoca tanto da costituire  un documento iconografico.

Quando un collezionista di cartoline si imbatte in un esemplare come quello che è oggetto di quest’articolo, prova una forte emozione, dovuta non tanto al valore che il mercato attribuisce in parte legittimamente ad un oggetto raro, ma soprattutto  al suo valore storico, al tema rappresentato, alla grafica e a tutta una serie di elementi che sono scoperti dalla esperienza e sensibilità del collezionista.

Questa cartolina è denominata Cartolina micrografica dal suo autore, Nicola D’Urso (Corigliano d’Otranto, 2 giugno 1877- Roma, 27 novembre 1937).

La procedura micrografica è una tecnica  consistente in una scrittura minutissima, nota in moltissimi paesi del mondo. Sul retro della stessa è riportato un trafiletto di cronaca in cui si legge  che l’autore la realizzò a soli 16 anni; invece l’età corretta dovrebbe essere 19 anni. Ciò si desume dal testo  che  Nicola D’Urso trascrive nella cartolina e che è la cronistoria pubblicata dal giornale LIllustrazione Italiana.

L’abilità creativa dell’autore indurrebbe ad immaginare che possa trattarsi  semplicemente di una creazione adolescenziale, una stravaganza di un giovane a volte burlone, ma è invece un elemento anticipatore della sua vocazione imminente: uno spiccato talento nel campo delle attività grafiche.

In seguito, infatti, egli mostrerà molte potenzialità insite nella scrittura divenendo uno specialista di arti grafiche che costituiscono i rami della sua attività lavorativa nella produzione di pergamene, di diplomi, di edizioni d’arte. Le sue qualità lo portano, sin dal 1899 a 22 anni, all’insegnamento dell’arte del disegno, della calligrafia, dell’incisione e della miniatura, dei disegni per il ricamo che adempie  a Roma nella R. Scuola Tecnica “A. Manuzio”, nei RR. Istituti Tecnici, nella scuola annessa al Palazzo del Quirinale e a Villa Mirafiore e a Terni nella R. Scuola Tecnica e nel Regio Istituto Tecnico.

Come osserva il pronipote il dott. Orlando D’Urso, studioso di Storia Patria, il nostro Nicola D’Urso è giunto nella capitale verso la fine dell’’800, al fine di “migliorare la propria condizione sociale”, convola a nozze nel dicembre del 1912 con Amelia Ricci che dà alla luce tre figli.

Esercita anche la professione di perito calligrafo presso il Tribunale e l’Alta Corte d’Appello di Roma.

Lo studioso di stenografia il prof. Paolo Antonio Paganini,  in un  testo di cronistoria della stenografia italiana,  pubblicato nella rivista “Civiltà della scrittura”, da questi diretta, pone il prof. N. D’Urso fra gli studiosi più autorevoli nel campo dell’evoluzione stenografica italiana. Il suo metodo di “Stenografia moderna: nuovo sistema celere, semplice, chiaro e completo a traccia corsiva, basato sui segni della scrittura ordinaria”, una monografia pubblicata nel 1908 a Terni, costituisce una importante tappa di questa evoluzione. L’originalità del suo metodo sta nell’aver individuato nella lettera “f” (della scrittura ordinaria corsiva) gli elementi essenziali di tutte le consonanti  e nella lettera  “e “ ( della scrittura ordinaria corsiva) quelli di tutte le vocali.  

La cartolina qui presentata è scritta da Nicola D’Urso ad occhio nudo, all’età di 19 anni. E’ costituita, come è scritto nella didascalia nel verso della cartolina, da 260 righe di scrittura, 10.996 parole e 54980 lettere. Gli argomenti esposti riguardano la Storia di Montenegro, i reali italiani (Regina Elena e Vittorio Emanuele III) le loro nozze  e i festeggiamenti.

Il testo è scritto per circa il 95% in minuscolo stampatello ed il restante in maiuscolo. Quest’ultimo è utilizzato generalmente nei titoli. La scrittura è inclinata verso destra di circa 80 gradi  (carattere corsivo, aldino o italico). Una lettura ottimale del carattere, pari a corpo 12, si può ottenere solo con un ingrandimento tra il 1300 %  e il 1400 %. Il carattere di scrittura è mediamente di mm 0,3 (oggi la microscrittura sugli euro in banconota raggiunge mm 0,2), e lo spessore del tratto è  pari a mm 0,07. Le righe sviluppate tendono a rialzarsi verso destra. Si deduce che lo scritto è di un destroide e che, al momento della vergatura, il foglio, inclinato a sinistra rispetto all’asse del corpo, era posto su un piano perfettamente orizzontale. Tra le parole, si notano dei punti che non sono dei segni di interpunzione bensì dei segni utili a mantenere la direzione dello scritto o a fermare la mano prima di vergare la parola successiva. Il lato destro della superficie scritta è molto inclinato verso il basso. Questo indica che lo scrittore aveva la necessità di inserire un numero minimo di parole su ogni riga e per questo volgendo la scrittura verso il basso recuperava in senso obliquo lo spazio che in senso orizzontale mancava. Il numero medio di parole contenute in ogni riga è pari 42 ossia lettere 211. Lo spazio tra le parole è mediamente di mm 0,6.

cartolina commemorativa realizzata dal D’Urso

Possiamo definire questa misura quasi una costante e ciò rafforza l’idea che il numero di parole o di caratteri da inserire in ogni riga fosse calcolato e quindi prestabilito. Il tratto di scrittura è preciso e chiaro, non c’è alcun ricorso ad abbreviazioni, e misura uno spessore di mm 0,07. Lo spessore, non ottenibile con un semplice pennino, fa presupporre che lo strumento di scrittura fosse un pelo o un capello che, per le sue dimensioni medie (95 ÷ 45 μm), ben si adatta allo scopo, in ogni caso con una punta molto sottile.  L’intero testo si sviluppa su un’area di cm2 126 (cm. 14 x cm. 9). In ogni centimetro quadrato di superficie scritta, ricadono mediamente 87 parole ossia 436 lettere.

In un articolo apparso il 12 Sett. 1909 nel  The World  Sunday Magazine di New York  è fra l’altro riconosciuta alla creazione del Prof. D’Urso  la «Abilità straordinaria in un lavoro minutissimo a penna… Undicimila parole scritte a mano su una cartolina comune, in modo così distinto da potersi leggere ad occhio nudo, è certamente tale abilità che non succede tutti i secoli e merita perciò di essere ricordata…Colui che la scrisse, Nicola D’Urso, è un giovane calligrafo di Lecce (Italia). La cartolina è scritta in italiano ed è dedicata alla Regina Elena. Il Sig. D’Urso ha eseguito altri meravigliosi lavori nell’arte della penna: scrisse il IV atto dell’Otello sulla parte posteriore di un francobollo, il III canto del Purgatorio di Dante su di un francobollo, e la “O Lola” della Cavalleria Rusticana di Mascagni, con parole e musica, pure sulla parte posteriore di un francobollo….»

Anche il numero del giornale La Domenica del Corriere del 13-20 marzo 1910 a pagina 6 dedica a D’Urso  un articolo intitolato Una cartolina eccezionale riguardante, oltre a questo documento, anche un’altra sua realizzazione micrografica: «Abbiamo altre volte citato degli esempi di scrittura minutissima, nessuno però si avvicina neppure lontanamente a quello offerto dal Prof. Nicola D’Urso che riuscì a riempire una comune cartolina postale con 11.000 parole, mentre il massimo sin qui raggiunto rimaneva inferiore alle 3000. La cartolina, dedicata alla Regina Elena, fu scritta in occasione del matrimonio dei nostri Reali e contiene oltre alla Storia del Montenegro, parecchi aneddoti e leggende montenegrine e le notizie sulle nozze e sui relativi festeggiamenti. Il D’Urso….è uno specialista del genere, perché trascrisse su un’altra cartolina la  Storia di Casa Savoia da Umberto Biancamano ad Umberto I, 10.000 parole…»

Si conoscono di questa cartolina due edizioni che sul fronte contengono lo stesso testo già descritto; sul retro, nella prima edizione stampata a Terni  vengono riportate  notizie dell’autore e l’argomento del fronte, nella seconda edizione, oltre alle notizie anzidette, è stampato il profilo pubblicitario dell’autore e le recensioni del The World  Sunday Magazine edellaDomenica del Corriere .

Tra i suoi studi sulle molteplici potenzialità e forme della scrittura, sia sotto l’aspetto grafico che psichico, è meritevole di attenzione il metodo basato sull’insegnamento della scrittura con la mano sinistra. L’autore si dedica a questo studio per aiutare quei soldati che durante la guerra avevano subito la perdita del braccio destro. La sua teoria si fonda sulle simmetrie assiali esposte nel testo La scrittura con la sinistra. Metodo razionale e pratico ad uso dei mutilati, del malati di crampo, dei paralizzati, dei mancini ecc” .

Egli afferma che con il suo metodo aveva raggiunto eccellenti risultati nella riabilitazione di numerosi mutilati.  Si appella preliminarmente agli studiosi di fisiologia per conseguire   una «giustificazione scientifica in modo da accreditare il sistema, divulgarlo e farlo entrare nell’insegnamento ordinario della scrittura nelle scuole elementari e della calligrafia nelle scuole secondarie contribuendo così ad elevare questa negletta disciplina alla dignità che le compete per la sua importanza nella storia della civiltà».

Nella descrizione del suo metodo non fa cenno alla teoria dell’ asimmetria funzionale degli emisferi cerebrali da cui deriva la loro specializzazione in definite abilità, una asimmetria già nota nella seconda metà dell’800 con gli studi di Paul Pierre Broca antropologo, neurologo e chirurgo francese. D’Urso mostra, nei diagrammi esplicativi del suo metodo, una  complementarietà simmetrica nella scrittura eseguita da entrambe le mani,  facendo vedere d’aver intuito la loro bilateralità, ma non il ruolo dell’attività cerebrale nella funzione motoria.

Nella sua trattazione lascia intendere che la mano sinistra dovrà acquisire una funzionalità che appartiene alla mano destra, un obiettivo che potrà essere raggiunto con l’esercizio, con il tempo, la costanza, e con l’attuazione di comportamenti che devono assumere il tronco e le braccia dell’individuo. D’Urso indica alcuni accorgimenti riguardanti la posizione del corpo, del braccio, delle dita, del polso, del foglio, del tipo di penna al fine di superare le numerose difficoltà che si presentano nell’apprendimento di un mutato modo di scrivere.

E’ interessante capire, sulla base degli studi odierni nel campo della bilateralità e del funzionamento indipendente e parallelo dei due emisferi cerebrali, se lo scopo di apprendere la scrittura  per mezzo della mano sinistra possa essere raggiunto adottando comportamenti speculari a quelli dell’altra mano (prima della lesione) come mostra l’autore di questo metodo, o se l’apprendimento di questa funzione non porta nella pratica ad adottare, da parte della mano sinistra, comportamenti indipendenti da quelli della mano destra in quanto la scrittura è il risultato di una complessa attività cerebrale riguardante  i processi emotivo-affettivi dell’individuo.

Un suo biografo, a lui contemporaneo, Ferruccio De Carli, riferisce di una sua importante opera su pergamena realizzata nel 1932 a Roma. L’opera, commissionata per l’obelisco di Mussolini, è collocata in Piazza dell’Obelisco del Foro Italico, il monumentale complesso di strutture sportive. Si tratta di un testo di storia del fascismo, in lingua latina, contenuto in una cassa di bronzo scolpito ( Orlando D’Urso riferisce che la cassa era in oro) ed interrata ai piedi del monolite in marmo di Carrara, rappresentante il fascio littorio. La stesura è realizzata:

«su grandi fogli di pergamena e con caratteri onciali…Si tratta dell’opera più poderosa del Nostro, in quanto Egli suggellò su quei fogli ingialliti che dovranno sfidare i secoli, tutta la genialità sua di artista raffinato che sa di consegnare al tempo un documento che per i posteri dovrà parlare di un’epoca. Intese anche glorificare dal punto di vista dell’arte, la sua epoca, sintetizzando i caratteri e la peculiarità della nostra arte».

Nell’arco temporale di circa un ventennio pubblica un cospicuo numero di monografie riguardanti la calligrafia, la stenografia, gli alfabeti ed i disegni. Tra queste opere va innanzi tutto indicata la sua produzione didattica nel settore calligrafico che lo consacra quale rinomato artista che attinge le sue forme calligrafiche dalla storia delle scritture. Fra le numerose pubblicazioni a carattere didattico va menzionato un piccolo testo che egli “dedica” alla marca di un pennino: Redis. In questo testo, dedicato alla scrittura decorativa, presenta dieci tavole di alfabeti, di fregi, di targhe, di ornamenti realizzati, la cui particolarità sta nel fatto che il pennino Redis ha la punta consistente «…in un piccolo disco circolare di diametro più o meno grande che va da mezzo millimetro a 5 millimetri. Questo disco circolare consente per sua natura il tracciato di un segno grafico sempre uguale nella sua larghezza, in tutte le direzioni che esso si muove, verticali, orizzontali, oblique, circolari, a spirale, ad ellisse, ecc.».

Pubblica, inoltre, alcuni testi costituiti da tavole riguardanti gli alfabeti, le epigrafi, i motivi ornamentali. Quale illustratore edita nel 1926 venti tavole xilografiche dedicate a San Francesco d’Assisi. Quest’opera, scrive Ferruccio De Carli, «…non sta nella ricchezza della veste, ma nella struttura delle tavole, nel simbolismo che dà loro vita, nelle decorazioni che esprimono l’intimo travaglio dell’artista. Per trarre degna e diretta ispirazione, il Nostro andò a chiudersi nel Convento della Verna e lì, in quell’incantevole claustro, dove vive e palpita, la grand’anima di Francesco. Egli attinse ispirazione e guida per quest’opera, nella quale la grandezza del disegno, l’espressione quasi aerea del suo contenuto, la trasparenza e leggerezza del segno, la originale e primitiva dizione delle “Laudi” stesse, “Laudi del Signore Santo Francesco” fanno più di ogni altra opera, …intendere la sublime poesia francescana e danno la prova dell’incomparabile arte di questo nobile maestro, troppo presto sottratto all’Arte e alla Patria. Se la “inesorabile Falce” non avesse troncato i suoi giorni quando più intensa era la sua  attività, l’arte italiana si sarebbe arricchita di un’altra insigne opera: l’illustrazione della “Divina Commedia”, della quale fece in tempo a creare la prima pagina, che basta però da sola a dare la prova della originalità della interpretazione “dursiana”, della prestigiosa bellezza cui sarebbe assurta questa nuova opera se fosse stata portata a compimento».

L’attenzione rivolta in questa riflessione alla cartolina micrografica e in maniera essenziale ad alcune produzioni grafiche, fanno emergere un personaggio eccentrico, un nostro emigrante che ha saputo affermarsi in una professione che ricercava, nella forma della scrittura delle parole, la bellezza. Nicola D’Urso è una figura di studioso e autore che merita d’essere conosciuta o meglio riscoperta. Le qualità estetiche che rivelano alcune sue realizzazioni,  ma anche quelle della sua quotidiana produzione epigrafica, calligrafica, miniaturistica e stenografica, implicano una  precisione geometrica, una armonia, un equilibrio, che sono elementi antesignani dell’arte grafica che ebbe tanto sviluppo e fortuna sotto il periodo fascista e che pur con modificazioni ed aggiornamenti sono divenute opzioni grafiche del “ type design”(arte di disegnare i caratteri).


Ringrazio per alcune notizie riportate il  pronipote di Nicola D’Urso, il dott. Orlando d’Urso, il ricercatore Ferrante Mancini Lucidi di Roma, il prof. Maurizio Nocera e il giovane studioso Vincenzo D’Aurelio, quest’ultimo soprattutto per i suggerimenti e la collaborazione per vari  aspetti descrittivi della cartolina.

 

pubblicato integralmente in Spicilegia Sallentina n°6.

Il gioco dell’oca in Puglia

Il gioco dell’oca carabiniera di Melanton, pubblicato su “Il Carabiniere”

 

di  Cosimo Giannuzzi

Il fascino del Gioco dell’oca,  popolare gioco da tavoliere, al quale è rivolta questa ricerca, sta nella sua struttura formata da simboli che, per loro natura, rinviano a molteplici significati. E’ concepito come metafora della vita e il suo percorso mostra al giocatore delusioni, pause, successi, com’è appunto il cammino dell’esistenza.

Questa idea del gioco viene bene evidenziata dallo studioso di miti e storia delle religioni, Nerino Valentini, che osserva in proposito:

«Per il giocatore superficiale e poco attento varrà, con molta probabilità, il consiglio di rivolgere la propria attenzione a qualcosa di più “moderno”; la ricchezza dell’Oca è tesoro per pochi, per quei pochi che, avendo occhi attenti non per guardare, ma per investigare, rimangono colpiti dalle implicazioni simboliche, dai continui rimandi al pensiero alchemico, della struttura sapienziale che pervade il tutto».

Il tabellone su cui si sviluppa il gioco può essere  in  carta, cartoncino, legno, plastica, latta, stoffa;  su di esso è disegnato un percorso illustrato.  Sono vari gli elementi che lo costituiscono: forma e andamento dello stesso, numero totale delle caselle e verso (centripeto o centrifugo) di percorrenza, immagini che contrassegnano le caselle e loro specifica collocazione. Predomina fra le immagini la raffigurazione di un palmipede pennuto: l’oca appunto.

A questo animale le narrazioni simboliche ascrivono qualità psicagogiche per la sua versatilità in tre elementi naturali (aria, acqua, terra), ovvero come volatile, uccello acquatico e camminatore. Risulta inoltre che l’oca possa essere stato il premio alimentare per il vincitore del percorso. Non è facile perciò stabilire se la scelta di questo animale si riferisca al compito

Salvatore Zecca da Ugento, pittore, poeta, scrittore, giornalista, disegnatore

di Cosimo Giannuzzi

Salvatore Zecca nasce a Ugento nel 1907. Insegnante elementare dal 1948 al 1973 ed Ispettore onorario della Sovrintendenza alle Antichità e Belle Arti. E’ uno fra i più illustri personaggi salentini quale protagonista della ricerca archeologica nel Salento.

In sua memoria è stato intitolato  nel 1968 il Museo Civico di Archeologia e Paleontologia di Ugento da lui tenacemente voluto e realizzato.

Il rinvenimento di resti fossili di specie di animali preistorici e di un’industria litica in territorio di Ugento nel fondo “Focone” portarono a denominare il luogo di rinvenimento “Pozzo Zecca”.

La scoperta che gli darà fama in Italia e all’estero è soprattutto il rinvenimento fortuito a Ugento della scultura bronzea risalente al 530 a.C  di “Zeus stilita” realizzata senza dubbio da un artista tarantino.

Zecca affiancherà la signora Sofia Nicolazzo, presidente della Pro loco e anche lei ispettrice onoraria della Soprintendenza alle Antichità, nella tutela e conservazione di questo reperto.  In un primo momento questa scultura era stata denominata “pupu” ma in seguito Zecca la identificò quale Poseidon,

Libri/ Il labirinto metrico e altri scritti di bibliofilia

INCANTATO DAI LIBRI

 

di Paolo Vincenti

Ci occupiamo di un libro molto importante quanto sconosciuto nell’ambiente culturale salentino. Una perla rara, quindi, della quale mette conto parlare non solo per la stima che unanimemente il mondo salentino, accademico ed extra accademico, riconosce al suo autore, quanto per la preziosità dell’oggetto stesso che qui viene recensito. Una perla rara, appunto, dato il numero limitatissimo di copie e dato anche l’argomento di cui questo libro tratta. Un libro sui libri, praticamente, un manuale per bibliofili e studiosi,  i quali avranno grande piacere di avere tra le mani questo manufatto artistico che viene da Milano. Milano, che non è solo la città della moda e degli affari, come la vulgata vuole, ma anche una città di grande, straordinaria cultura, che le viene anche dalla sua storia antica di millenni. Il volume di cui si riporta è IL LABIRINTO METRICO E ALTRI SCRITTI DI BIBLIOFILIA di Maurizio Nocera, pubblicato dalle Edizioni Rovello, Milano, 2008.

Scorrendo il Sommario ci si rende conto che non ci troviamo di fronte ad un libro qualsiasi, ma ad un atto d’amore, quello del suo autore, lo studioso salentino Nocera, poeta, scrittore e insegnante, ora anche docente di Antropologia Culturale presso l’Università degli Studi di Lecce, e quello del suo editore, lo stampatore e filosofo milanese Mario Scognamiglio, i quali hanno abbracciato la cultura come una vocazione e con laico apostolato la propalano nel loro quotidiano operare.

Il libro si avvale di una Presentazione di Oliviero Diliberto, che noi siamo abituati a conoscere come politico, già segretario nazionale del Partito dei Comunisti Italiani, piuttosto che come docente e studioso, appassionato di libri.

Il primo scritto che compare nel libro è “Il Labirinto metrico di Oronzo Pasquale Macrì”, da cui prende spunto il titolo del libro stesso. Si tratta di un libro, uscito qualche anno fa, a cura dello studioso magliese Cosimo Giannuzzi e che Nocera ha recensito su “L’Esopo”, n.111-112 (Milano, settembre-dicembre 2007). E qui veniamo a questa prestigiosa rivista, “L’Esopo”, la cui storia si intreccia con quella delle Edizioni Rovello, che pubblicano anche il libro di Nocera, in un gioco di incastri che ben sottolinea Oliviero Diliberto nella sua Presentazione. Diciamo che questo libro del professor Nocera suggella un sodalizio culturale, quello fra il suo autore e Carlo Scognamiglio, la cui genesi viene descritta da Nocera alla fine di queste pagine, nell’unico pezzo inedito del libro, in un percorso a rebours, che stimola tante riflessioni nell’avido lettore, curioso come ogni buon bibliofilo di vedere dove l’autore voglia andare a parare, dove portino cioè i

Antonio Mele, in arte Melanton

di Cosimo Giannuzzi

Antonio Mele nasce a Galatina nel 1942. Oltre ad essere disegnatore, è anche scrittore e poeta.

Esordisce nell’arte dell’umorismo e della satira collaborando ad appena 17 anni con  un periodico satirico della sua città “La Civetta”, ma ben presto il suo talento lo porta a collaborare con numerosi giornali e riviste tra le quali “La Tribuna illustrata”, “Domenica quiz”, “Hurrà Juventus”, “Marc’Aurelio”, “Il Travaso”,  “La Repubblica”, “Il Corriere Canadese”, “Il Quotidiano di Lecce”, “Il Carabiniere”.  In quest’ultime tre testate pubblica i “Giochi dell’oca”.

Ha scritto numerosi libri di satira ed umorismo ed ha curato molti cataloghi delle mostre a tema, organizzate nel Museo Internazionale della Caricatura di Tolentino (Macerata)  di cui è sin dal 1991, Direttore artistico. Fra queste mostre l’omaggio nel 1994 a F. Fellini con il catalogo  Fellini umorista, dedicata ai disegni del regista. Altre pubblicazioni sono state:  La civiltà del sorriso, Giunti, Firenze 2001;  Sorridendo nei secoli: I Carabinieri nell’umorismo Ente Editoriale Arma dei Carabinieri, Roma 2003;  Sorridendo con la Benemerita: i carabinieri nell’umorismo, TorGraf, Galatina 2004. Ha ottenuto numerosi riconoscimenti in sede nazionale ed internazionale.

Nel 1997 è stato insignito dalla Targa del Presidente della Repubblica Italiana per i suoi meriti culturali nel campo della satira e dell’umorismo.  La sua attività vignettistica dal 2006 è divenuta stabile nella rivista mensile dell’Arma dei Carabinieri “Il Carabiniere”.

Nel 2008, il Comune di Maglie gli ha dedicato una mostra antologica  denominata “Sorrido ergo sum”.

pubblicato su Spicilegia Sallentina n°5

Il Labirinto metrico di Oronzo Pasquale Macrì

Poesia visiva. Il Labirinto metrico del magliese Oronzo Pasquale Macrì (1738-1827)

 

di Cosimo Giannuzzi

 

Oronzo Pasquale Macrì (1738-1827) fu un sacerdote ed insegnante di matematica nei seminari ecclesiastici di Otranto e Gallipoli. Maglie, suo paese di nascita, ha eluso per più di un secolo l’obbligo morale di mostrargli riconoscenza, pur essendo il Macrì di gran lunga più meritevole di considerazione dei tanti suoi detrattori ai quali nel tempo sono state intitolate strade, piazze, opere pubbliche.

Quando era in vita, godette della stima di alcuni fra i più autorevoli intellettuali del Salento come S. Panareo, B. Ravenna, L. Maggiulli. Quest’ultimo ne raccolse gli scritti e ne curò la biografia, pubblicata nel Dizionario Biografico degli Uomini Illustri di Terra d’Otranto. O. P. Macrì è stato il primo ad interrogarsi sull’origine di Maglie credendo, a torto o a ragione, di riconoscerla attraverso l’interpretazione del toponimo.

Libri/ L’ospedale di Scorrano

di Antonio Negro
 
 

Cosimo Giannuzzi, Roberto Muci
Storia dell’Ospedale “Ignazio Veris delli Ponti” di Scorrano

Presentazione di Rodolfo Fracasso
Carra Editrice, Casarano 2005, pp. 320

Un intenso lavoro di ricerca storiografica si è egregiamente concluso con la pubblicazione del libro di due noti sociologi, Cosimo Giannuzzi e Roberto Muci, avente per oggetto la Storia dell’Ospedale “Ignazio Veris Delli Ponti” di Scorrano. Il corposo volume di 320 pagine è stato edito dalla casa editrice Carra di Casarano con il patrocinio del comune di Scorrano, e si avvale della presentazione del dott. Rodolfo Fracasso.

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