La veduta settecentesca di Maglie nella ceramica

Cosimo Giannuzzi
La veduta settecentesca di Maglie nella ceramica. Dal “Voyage pittoresque” del Saint-Non alla ceramica Ironstone.
pubblicazione a cura della Pro Loco Storica, Maglie, Erreci Edizioni, 2007, pp. 62
 

A Cosimo Giannuzzi va dato merito di possedere, tra le tante, una straordinaria capacità: quella di investigare la città di Maglie tra le sue pieghe più riposte sortendone ogni volta con una preda storiografica ghiotta e ambita. È un po’ come la sindrome del Celacanto: il contesto dell’indagine come un normalissimo tratto di mare; il pescatore getta la rete e, tra vari esemplari ben noti, ecco spuntare inaspettato il fossile vivente, il Celacanto appunto. Giannuzzi ha, nel nostro piccolo, fatto una simile pesca miracolosa: vediamo perché.

Di Maglie nel ‘700 abbiamo sempre avuto l’idea di un centro abitato che da appena un secolo aveva raggiunto un suo status di emporio territoriale dopo secoli di grigiore civile: una città dal circondario rurale angusto che, subito dopo le grandi crisi dei prezzi secentesche, si era reinventata un’identità economica e culturale puntando tutto sul commercio. Sul finire del XVIII secolo Maglie ha già delle biblioteche, dei monumenti religiosi, un ceto di bottegai e di mediatori commerciali mobilissimi entro il reticolo dei fondachi e l’andirivieni dei fornitori.

Nel cuore agropastorale della Terra d’Otranto, Maglie è probabilmente per i viaggiatori stranieri del grand tour settecentesco un luogo molto più invitante di quanto non lo siano altri grossi centri: chissà perché, Galatina sembra verosimilmente scartata come sede di pernottamento e la squadra di disegnatori e famiglie al seguito di Dominique Vivant-Denon, impegnati nelle ricognizioni pittografiche del Voyage pittoresque commissionato dall’Abbé de Saint-Non, preferisce dormire sul pagliericcio nel convento francescano della Madonna delle Grazie a Soleto. Maglie, tuttavia, forse per quel suo aspetto di cittàdina linda e composta, forse per quella sua colonna sormontanta dalla Vergine e Madre che accoglie i viaggiatori provenienti a Napoli e dal nord, cattura subito l’interesse del gruppetto di “grand-touristes” francesi. Tra loro c’è un pittore, quel Louis-Jean Desprez che immortalerà con la bravura stilistica di pochi altri il Mediterraneo per terminare i suoi giorni – forse per incredibile e curiosa legge del contrappasso – nell’algida Scandinavia che lo ha adottato per i meriti del suo magistero.

Ebbene, Despréz fissa quella piazza e quella colonna con pochi essenziali tratti di matita; ne nasce una stampa che, dopo l’edizione del Voyage del 1781, conoscerà molte altre versioni via via sempre più approssimative, talora arbitrarie, infine depauperate di particolari. Ma quella stampa diventerà protagonista di una finora ignota vicenda delle arti minori: dico “finora”, poiché è stato Giannuzzi a scoprire – ed è questo il senso della sua importante pubblicazione – un legame tra la gravure di Desprez e l’iconografia delle ceramiche della tipologia flow blue di Ironstone.

È successo infatti che quell’immagine di Maglie e quei dettagli architettonici sono stati presi a modello per una decorazione vascolare che in decine e decine di varianti, in pressoché infinite fogge fittili, ha invaso e dominato il vasellame di moda nel mondo anglosassone tra il finire del XVIII e quasi tutto il XX secolo, con affioramenti di esemplari prodotti addirittura nelle manifatture danesi. Sulle dinamiche della trasposizione grafica di immagini mediche, zoologiche, botaniche, in generale scientifiche, nella fattispecie microscopistiche, e ancora geografiche, merceologiche e finalmente artistiche non sarebbe fuori luogo leggere le pagine illuminanti di Marc Ratcliff (Europe and the Microscope in the Enlightenement, tesi di PhD, Londra, University College, 2001) che spiega molto bene come l’oggetto, osservato e riportato su carta con un disegno per poi essere inciso su metallo e quindi essere stampato, sia il punto di convergenza di diverse professionalità e mansioni.

Lo storico italoinglese della scienza potrebbe suggerire la risoluzione alla domanda: come si otteneva nel ‘700 da una stampa un cliché per decorare una ceramica? Possibile traccia per l’approfondimento e l’espansione dell’indagine di Giannuzzi il quale, dal canto suo, coglie non semplicemente un aspetto della fortuna visiva di Maglie nel Secolo dei Lumi, ma un problema della comunicazione attraverso immagini in età precontemporanea.

Che egli non si accontenti di una risposta meramente compilatoria e intuisca la maggiore ampiezza tematica di questo processo di diffusione di luoghi e oggetti in età di Antico Regime è chiaro quando afferma che “la celebrità che consegue in Europa il Voyage pittoresque induce la Real Fabbrica Ferdinandea di Napoli a decorare con alcune vedute” una serie di porcellane di Capodimonte. […] Non sappiamo però se fra le vedute utilizzate per le ceramiche napoletane di questo periodo vi sia stata anche quella di Maglie”.

L’intuizione di Giannuzzi è quanto mai pertinente, anzi giusta. Nei depositi del Museo Nazionale di Capodimonte, a Napoli, è presente un vaso in porcellana con una veduta di Squinzano tratta dalle vedute del Voyage pittoresque, esattamente come quella di Maglie nella versione flow blue di Ironstone (cfr. Cristoforo Aldo De Donno, Epistolario di Giuseppe Michele Ghezzi. Corrispondenza con i familiari, vol. I, Lecce, ICJS, 2007, tavola fuori testo nn).

L’ipotesi, l’intento e il risultato del lavoro di Giannuzzi sono pertanto giusti. E se, come sembra, si dovesse scoprire che anche altre città e monumenti salentini, pugliesi o in genere meridionali hanno fatto da modello a manifatture ceramiche non solo anglosassoni ma anche nazionali, allora la ricerca di Giannuzzi mostrerebbe tutti i suoi punti di forza: nella descrizione analitica delle vedute dell’opera di Saint-Non; nello studio dei processi elaborativi dell’immagine dallo schizzo all’incisione; nella documentazione iconografica di questo processo; nella benemerita collezione di ceramiche recanti l’immagine di Maglie; nella localizzazione delle numerose manifatture di ceramica; nelle errate attribuzioni geografiche della località di Maglie raffigurata (Messico, Inghilterra, Grecia, Spagna etc.); infine nell’importanza di questo documento per la città stessa di Maglie.

Maglie fu tuttavia prescelta come modello exornativo vascolare perché riassumeva in sé tutti i caratteri della chimera mediterranea vanamente inseguita dai pellegrini del grand tour: lo straordinario mélange di semplicità della scena, solarità dell’ambientazione, armonia della distribuzione degli edifici nello spazio abitato, sublime affacciarsi della vegetalità arborea nel theatrum urbanum meridiano; il concetto, insomma, di una sintesi mirabile tra natura e cultura di cui quei vasi, quei piatti, quelle brocche e quelle tazze da tè furono, in quanto pratici e graziosi utensili domestici, hortus conclusus a portata di mano per un Mediterraneo, di volta in volta magnogreco, romano e rinascimentale, che fu agognato, reinventato e fruito anche nei piccoli gesti quotidiani della borghesia nordeuropea.

(Gino L. Di Mitri)

Nicola D’Urso da Corigliano d’Otranto, calligrafo, miniaturista, stenografo

cartolina commemorativa realizzata dal D’Urso


 

 di Cosimo Giannuzzi

Il collezionismo è una fonte di passione, studio e ricerca. Trovare appagamento in questo settore specifico è assai arduo per la vastità dei materiali specifici. La passione del collezionista si evidenzia nell’interesse storico-culturale  che suscita l’oggetto della sua ricerca. La collezione di cartoline stimola la curiosità se l’ esemplare riguarda un settore particolare o contiene molteplici informazioni.

Storicamente la cartolina nasce dal bisogno di una comunicazione rapida attraverso quell’unico strumento che nella seconda metà dell’800 permette la trasmissione di informazioni scritte: la posta.  Oltre al messaggio privato di semplice e breve contenuto, la cartolina veicola anche un messaggio visivo, specialmente di vedute paesaggistiche e d’altro tipo con una vastità di temi: politici, culturali, umoristici, spettacolari, pubblicitari, militari, storici, propagandistici e tanti altri.

L’interesse collezionistico è generalmente rivolto verso quelle produzioni che, dalla fine dell’800 fino agli anni ’60 del ‘900, hanno caratterizzato la comunicazione di un’epoca tanto da costituire  un documento iconografico.

Quando un collezionista di cartoline si imbatte in un esemplare come quello che è oggetto di quest’articolo, prova una forte emozione, dovuta non tanto al valore che il mercato attribuisce in parte legittimamente ad un oggetto raro, ma soprattutto  al suo valore storico, al tema rappresentato, alla grafica e a tutta una serie di elementi che sono scoperti dalla esperienza e sensibilità del collezionista.

Questa cartolina è denominata Cartolina micrografica dal suo autore, Nicola D’Urso (Corigliano d’Otranto, 2 giugno 1877- Roma, 27 novembre 1937).

La procedura micrografica è una tecnica  consistente in una scrittura minutissima, nota in moltissimi paesi del mondo. Sul retro della stessa è riportato un trafiletto di cronaca in cui si legge  che l’autore la realizzò a soli 16 anni; invece l’età corretta dovrebbe essere 19 anni. Ciò si desume dal testo  che  Nicola D’Urso trascrive nella cartolina e che è la cronistoria pubblicata dal giornale LIllustrazione Italiana.

L’abilità creativa dell’autore indurrebbe ad immaginare che possa trattarsi  semplicemente di una creazione adolescenziale, una stravaganza di un giovane a volte burlone, ma è invece un elemento anticipatore della sua vocazione imminente: uno spiccato talento nel campo delle attività grafiche.

In seguito, infatti, egli mostrerà molte potenzialità insite nella scrittura divenendo uno specialista di arti grafiche che costituiscono i rami della sua attività lavorativa nella produzione di pergamene, di diplomi, di edizioni d’arte. Le sue qualità lo portano, sin dal 1899 a 22 anni, all’insegnamento dell’arte del disegno, della calligrafia, dell’incisione e della miniatura, dei disegni per il ricamo che adempie  a Roma nella R. Scuola Tecnica “A. Manuzio”, nei RR. Istituti Tecnici, nella scuola annessa al Palazzo del Quirinale e a Villa Mirafiore e a Terni nella R. Scuola Tecnica e nel Regio Istituto Tecnico.

Come osserva il pronipote il dott. Orlando D’Urso, studioso di Storia Patria, il nostro Nicola D’Urso è giunto nella capitale verso la fine dell’’800, al fine di “migliorare la propria condizione sociale”, convola a nozze nel dicembre del 1912 con Amelia Ricci che dà alla luce tre figli.

Esercita anche la professione di perito calligrafo presso il Tribunale e l’Alta Corte d’Appello di Roma.

Lo studioso di stenografia il prof. Paolo Antonio Paganini,  in un  testo di cronistoria della stenografia italiana,  pubblicato nella rivista “Civiltà della scrittura”, da questi diretta, pone il prof. N. D’Urso fra gli studiosi più autorevoli nel campo dell’evoluzione stenografica italiana. Il suo metodo di “Stenografia moderna: nuovo sistema celere, semplice, chiaro e completo a traccia corsiva, basato sui segni della scrittura ordinaria”, una monografia pubblicata nel 1908 a Terni, costituisce una importante tappa di questa evoluzione. L’originalità del suo metodo sta nell’aver individuato nella lettera “f” (della scrittura ordinaria corsiva) gli elementi essenziali di tutte le consonanti  e nella lettera  “e “ ( della scrittura ordinaria corsiva) quelli di tutte le vocali.  

La cartolina qui presentata è scritta da Nicola D’Urso ad occhio nudo, all’età di 19 anni. E’ costituita, come è scritto nella didascalia nel verso della cartolina, da 260 righe di scrittura, 10.996 parole e 54980 lettere. Gli argomenti esposti riguardano la Storia di Montenegro, i reali italiani (Regina Elena e Vittorio Emanuele III) le loro nozze  e i festeggiamenti.

Il testo è scritto per circa il 95% in minuscolo stampatello ed il restante in maiuscolo. Quest’ultimo è utilizzato generalmente nei titoli. La scrittura è inclinata verso destra di circa 80 gradi  (carattere corsivo, aldino o italico). Una lettura ottimale del carattere, pari a corpo 12, si può ottenere solo con un ingrandimento tra il 1300 %  e il 1400 %. Il carattere di scrittura è mediamente di mm 0,3 (oggi la microscrittura sugli euro in banconota raggiunge mm 0,2), e lo spessore del tratto è  pari a mm 0,07. Le righe sviluppate tendono a rialzarsi verso destra. Si deduce che lo scritto è di un destroide e che, al momento della vergatura, il foglio, inclinato a sinistra rispetto all’asse del corpo, era posto su un piano perfettamente orizzontale. Tra le parole, si notano dei punti che non sono dei segni di interpunzione bensì dei segni utili a mantenere la direzione dello scritto o a fermare la mano prima di vergare la parola successiva. Il lato destro della superficie scritta è molto inclinato verso il basso. Questo indica che lo scrittore aveva la necessità di inserire un numero minimo di parole su ogni riga e per questo volgendo la scrittura verso il basso recuperava in senso obliquo lo spazio che in senso orizzontale mancava. Il numero medio di parole contenute in ogni riga è pari 42 ossia lettere 211. Lo spazio tra le parole è mediamente di mm 0,6.

Possiamo definire questa misura quasi una costante e ciò rafforza l’idea che il numero di parole o di caratteri da inserire in ogni riga fosse calcolato e quindi prestabilito. Il tratto di scrittura è preciso e chiaro, non c’è alcun ricorso ad abbreviazioni, e misura uno spessore di mm 0,07. Lo spessore, non ottenibile con un semplice pennino, fa presupporre che lo strumento di scrittura fosse un pelo o un capello che, per le sue dimensioni medie (95 ÷ 45 μm), ben si adatta allo scopo, in ogni caso con una punta molto sottile.  L’intero testo si sviluppa su un’area di cm2 126 (cm. 14 x cm. 9). In ogni centimetro quadrato di superficie scritta, ricadono mediamente 87 parole ossia 436 lettere.

In un articolo apparso il 12 Sett. 1909 nel  The World  Sunday Magazine di New York  è fra l’altro riconosciuta alla creazione del Prof. D’Urso  la «Abilità straordinaria in un lavoro minutissimo a penna… Undicimila parole scritte a mano su una cartolina comune, in modo così distinto da potersi leggere ad occhio nudo, è certamente tale abilità che non succede tutti i secoli e merita perciò di essere ricordata…Colui che la scrisse, Nicola D’Urso, è un giovane calligrafo di Lecce (Italia). La cartolina è scritta in italiano ed è dedicata alla Regina Elena. Il Sig. D’Urso ha eseguito altri meravigliosi lavori nell’arte della penna: scrisse il IV atto dell’Otello sulla parte posteriore di un francobollo, il III canto del Purgatorio di Dante su di un francobollo, e la “O Lola” della Cavalleria Rusticana di Mascagni, con parole e musica, pure sulla parte posteriore di un francobollo….»

Anche il numero del giornale La Domenica del Corriere del 13-20 marzo 1910 a pagina 6 dedica a D’Urso  un articolo intitolato Una cartolina eccezionale riguardante, oltre a questo documento, anche un’altra sua realizzazione micrografica: «Abbiamo altre volte citato degli esempi di scrittura minutissima, nessuno però si avvicina neppure lontanamente a quello offerto dal Prof. Nicola D’Urso che riuscì a riempire una comune cartolina postale con 11.000 parole, mentre il massimo sin qui raggiunto rimaneva inferiore alle 3000. La cartolina, dedicata alla Regina Elena, fu scritta in occasione del matrimonio dei nostri Reali e contiene oltre alla Storia del Montenegro, parecchi aneddoti e leggende montenegrine e le notizie sulle nozze e sui relativi festeggiamenti. Il D’Urso….è uno specialista del genere, perché trascrisse su un’altra cartolina la  Storia di Casa Savoia da Umberto Biancamano ad Umberto I, 10.000 parole…»

Si conoscono di questa cartolina due edizioni che sul fronte contengono lo stesso testo già descritto; sul retro, nella prima edizione stampata a Terni  vengono riportate  notizie dell’autore e l’argomento del fronte, nella seconda edizione, oltre alle notizie anzidette, è stampato il profilo pubblicitario dell’autore e le recensioni del The World  Sunday Magazine edellaDomenica del Corriere .

Tra i suoi studi sulle molteplici potenzialità e forme della scrittura, sia sotto l’aspetto grafico che psichico, è meritevole di attenzione il metodo basato sull’insegnamento della scrittura con la mano sinistra. L’autore si dedica a questo studio per aiutare quei soldati che durante la guerra avevano subito la perdita del braccio destro. La sua teoria si fonda sulle simmetrie assiali esposte nel testo La scrittura con la sinistra. Metodo razionale e pratico ad uso dei mutilati, del malati di crampo, dei paralizzati, dei mancini ecc” .

Egli afferma che con il suo metodo aveva raggiunto eccellenti risultati nella riabilitazione di numerosi mutilati.  Si appella preliminarmente agli studiosi di fisiologia per conseguire   una «giustificazione scientifica in modo da accreditare il sistema, divulgarlo e farlo entrare nell’insegnamento ordinario della scrittura nelle scuole elementari e della calligrafia nelle scuole secondarie contribuendo così ad elevare questa negletta disciplina alla dignità che le compete per la sua importanza nella storia della civiltà».

Nella descrizione del suo metodo non fa cenno alla teoria dell’ asimmetria funzionale degli emisferi cerebrali da cui deriva la loro specializzazione in definite abilità, una asimmetria già nota nella seconda metà dell’800 con gli studi di Paul Pierre Broca antropologo, neurologo e chirurgo francese. D’Urso mostra, nei diagrammi esplicativi del suo metodo, una  complementarietà simmetrica nella scrittura eseguita da entrambe le mani,  facendo vedere d’aver intuito la loro bilateralità, ma non il ruolo dell’attività cerebrale nella funzione motoria.

Nella sua trattazione lascia intendere che la mano sinistra dovrà acquisire una funzionalità che appartiene alla mano destra, un obiettivo che potrà essere raggiunto con l’esercizio, con il tempo, la costanza, e con l’attuazione di comportamenti che devono assumere il tronco e le braccia dell’individuo. D’Urso indica alcuni accorgimenti riguardanti la posizione del corpo, del braccio, delle dita, del polso, del foglio, del tipo di penna al fine di superare le numerose difficoltà che si presentano nell’apprendimento di un mutato modo di scrivere.

E’ interessante capire, sulla base degli studi odierni nel campo della bilateralità e del funzionamento indipendente e parallelo dei due emisferi cerebrali, se lo scopo di apprendere la scrittura  per mezzo della mano sinistra possa essere raggiunto adottando comportamenti speculari a quelli dell’altra mano (prima della lesione) come mostra l’autore di questo metodo, o se l’apprendimento di questa funzione non porta nella pratica ad adottare, da parte della mano sinistra, comportamenti indipendenti da quelli della mano destra in quanto la scrittura è il risultato di una complessa attività cerebrale riguardante  i processi emotivo-affettivi dell’individuo.

Un suo biografo, a lui contemporaneo, Ferruccio De Carli, riferisce di una sua importante opera su pergamena realizzata nel 1932 a Roma. L’opera, commissionata per l’obelisco di Mussolini, è collocata in Piazza dell’Obelisco del Foro Italico, il monumentale complesso di strutture sportive. Si tratta di un testo di storia del fascismo, in lingua latina, contenuto in una cassa di bronzo scolpito ( Orlando D’Urso riferisce che la cassa era in oro) ed interrata ai piedi del monolite in marmo di Carrara, rappresentante il fascio littorio. La stesura è realizzata:

«su grandi fogli di pergamena e con caratteri onciali…Si tratta dell’opera più poderosa del Nostro, in quanto Egli suggellò su quei fogli ingialliti che dovranno sfidare i secoli, tutta la genialità sua di artista raffinato che sa di consegnare al tempo un documento che per i posteri dovrà parlare di un’epoca. Intese anche glorificare dal punto di vista dell’arte, la sua epoca, sintetizzando i caratteri e la peculiarità della nostra arte».

Nell’arco temporale di circa un ventennio pubblica un cospicuo numero di monografie riguardanti la calligrafia, la stenografia, gli alfabeti ed i disegni. Tra queste opere va innanzi tutto indicata la sua produzione didattica nel settore calligrafico che lo consacra quale rinomato artista che attinge le sue forme calligrafiche dalla storia delle scritture. Fra le numerose pubblicazioni a carattere didattico va menzionato un piccolo testo che egli “dedica” alla marca di un pennino: Redis. In questo testo, dedicato alla scrittura decorativa, presenta dieci tavole di alfabeti, di fregi, di targhe, di ornamenti realizzati, la cui particolarità sta nel fatto che il pennino Redis ha la punta consistente «…in un piccolo disco circolare di diametro più o meno grande che va da mezzo millimetro a 5 millimetri. Questo disco circolare consente per sua natura il tracciato di un segno grafico sempre uguale nella sua larghezza, in tutte le direzioni che esso si muove, verticali, orizzontali, oblique, circolari, a spirale, ad ellisse, ecc.».

Pubblica, inoltre, alcuni testi costituiti da tavole riguardanti gli alfabeti, le epigrafi, i motivi ornamentali. Quale illustratore edita nel 1926 venti tavole xilografiche dedicate a San Francesco d’Assisi. Quest’opera, scrive Ferruccio De Carli, «…non sta nella ricchezza della veste, ma nella struttura delle tavole, nel simbolismo che dà loro vita, nelle decorazioni che esprimono l’intimo travaglio dell’artista. Per trarre degna e diretta ispirazione, il Nostro andò a chiudersi nel Convento della Verna e lì, in quell’incantevole claustro, dove vive e palpita, la grand’anima di Francesco. Egli attinse ispirazione e guida per quest’opera, nella quale la grandezza del disegno, l’espressione quasi aerea del suo contenuto, la trasparenza e leggerezza del segno, la originale e primitiva dizione delle “Laudi” stesse, “Laudi del Signore Santo Francesco” fanno più di ogni altra opera, …intendere la sublime poesia francescana e danno la prova dell’incomparabile arte di questo nobile maestro, troppo presto sottratto all’Arte e alla Patria. Se la “inesorabile Falce” non avesse troncato i suoi giorni quando più intensa era la sua  attività, l’arte italiana si sarebbe arricchita di un’altra insigne opera: l’illustrazione della “Divina Commedia”, della quale fece in tempo a creare la prima pagina, che basta però da sola a dare la prova della originalità della interpretazione “dursiana”, della prestigiosa bellezza cui sarebbe assurta questa nuova opera se fosse stata portata a compimento».

L’attenzione rivolta in questa riflessione alla cartolina micrografica e in maniera essenziale ad alcune produzioni grafiche, fanno emergere un personaggio eccentrico, un nostro emigrante che ha saputo affermarsi in una professione che ricercava, nella forma della scrittura delle parole, la bellezza. Nicola D’Urso è una figura di studioso e autore che merita d’essere conosciuta o meglio riscoperta. Le qualità estetiche che rivelano alcune sue realizzazioni,  ma anche quelle della sua quotidiana produzione epigrafica, calligrafica, miniaturistica e stenografica, implicano una  precisione geometrica, una armonia, un equilibrio, che sono elementi antesignani dell’arte grafica che ebbe tanto sviluppo e fortuna sotto il periodo fascista e che pur con modificazioni ed aggiornamenti sono divenute opzioni grafiche del “ type design”(arte di disegnare i caratteri).


Ringrazio per alcune notizie riportate il  pronipote di Nicola D’Urso, il dott. Orlando d’Urso, il ricercatore Ferrante Mancini Lucidi di Roma, il prof. Maurizio Nocera e il giovane studioso Vincenzo D’Aurelio, quest’ultimo soprattutto per i suggerimenti e la collaborazione per vari  aspetti descrittivi della cartolina.

 

pubblicato integralmente in Spicilegia Sallentina n°6.

Il gioco dell’oca in Puglia

Il gioco dell’oca carabiniera di Melanton, pubblicato su “Il Carabiniere”

 

di  Cosimo Giannuzzi

Il fascino del Gioco dell’oca,  popolare gioco da tavoliere, al quale è rivolta questa ricerca, sta nella sua struttura formata da simboli che, per loro natura, rinviano a molteplici significati. E’ concepito come metafora della vita e il suo percorso mostra al giocatore delusioni, pause, successi, com’è appunto il cammino dell’esistenza.

Questa idea del gioco viene bene evidenziata dallo studioso di miti e storia delle religioni, Nerino Valentini, che osserva in proposito:

«Per il giocatore superficiale e poco attento varrà, con molta probabilità, il consiglio di rivolgere la propria attenzione a qualcosa di più “moderno”; la ricchezza dell’Oca è tesoro per pochi, per quei pochi che, avendo occhi attenti non per guardare, ma per investigare, rimangono colpiti dalle implicazioni simboliche, dai continui rimandi al pensiero alchemico, della struttura sapienziale che pervade il tutto».

Il tabellone su cui si sviluppa il gioco può essere  in  carta, cartoncino, legno, plastica, latta, stoffa;  su di esso è disegnato un percorso illustrato.  Sono vari gli elementi che lo costituiscono: forma e andamento dello stesso, numero totale delle caselle e verso (centripeto o centrifugo) di percorrenza, immagini che contrassegnano le caselle e loro specifica collocazione. Predomina fra le immagini la raffigurazione di un palmipede pennuto: l’oca appunto.

A questo animale le narrazioni simboliche ascrivono qualità psicagogiche per la sua versatilità in tre elementi naturali (aria, acqua, terra), ovvero come volatile, uccello acquatico e camminatore. Risulta inoltre che l’oca possa essere stato il premio alimentare per il vincitore del percorso. Non è facile perciò stabilire se la scelta di questo animale si riferisca al compito d’accompagnatore o sia da mettere in relazione con il suo utilizzo alimentare.

Nel gioco comunque l’immagine di questo animale assume una valenza esoterica in quanto collegata con il destino, perchè “rappresenta i pericoli e le fortune dell’esistenza”. In tale accezione il Gioco dell’oca è un gioco iniziatico per eccellenza.

Dopo aver considerato il ruolo dell’immagine dell’oca presso gli sciamani dell’Altaj, lo studioso francese Jean Paul Clébert osserva:

« Questo ruolo iniziatore dell’oca è di certo estremamente antico […] Ne fa fede lo straordinario successo del Gioco dell’oca, “ripreso” dai Greci, come si diceva al tempo di C. Perrault. E’ un gioco sostanzialmente simbolico; se ne attribuisce l’invenzione a Palamede, inventore anche degli scacchi e della dama. Il gioco consiste nel far avanzare una pedina, a seconda del numero tirato dai dadi, sulle caselle di una spirale che si avvolge verso l’interno da sinistra a destra. Ogni 9 caselle c’è un’oca diversa, fino alla sessantatreesima, che raffigura il giardino dell’oca. La prima casella è una porta o un portico. Quindi si alternano immagini simboliche, dei ponti, una locanda, un pozzo, un labirinto, la prigione, la morte. Alcuni di questi ostacoli obbligano a tornare indietro, e il giocatore attraversa così un terreno insidioso e accidentato. Si tratta senza dubbio di un gioco iniziatico, ma se ne è perduta la chiave. Eliphas Lévy vi vedeva una variante dei tarocchi, di cui riconosceva nei geroglifici le immagini tradizionali ».

Occorre considerare inoltre che non è solo l’animale a conferire al gioco un significato simbolico; subentrano altri elementi, che caratterizzano le varie forme del percorso: forma geometrica elementare (circolare, a spirale, quadrilatera, a scacchiera) e  non geometrica, spesso a grafo. Ogni percorso è contrassegnato da tappe (le caselle o case, fauste ed infauste) numerate progressivamente, che ostacolano o favoriscono il cammino, con un senso orario o antiorario e da una direzione che è generalmente centripeta.  L’avanzamento nel percorso avviene in base al punteggio ottenuto dal lancio di due dadi. Il numero ottenuto indica le caselle che si potranno percorrere. I dadi rappresentano l’idea di Casualità (o di Destino). Il rapporto tra il gioco e il viaggio iniziatico sta nelle difficoltà e nei pericoli che si dovranno affrontare. Questo aspetto rende il percorso accostabile al labirinto il cui itinerario è pericoloso e difficile. Chi lo percorre, infatti, potrà smarrirsi in esso e imbattersi nel pericoloso custode del labirinto, il Minotauro, oppure nelle vesti di Teseo orientarsi nel saper ritrovare la via del ritorno. Il Gioco dell’oca e il Labirinto condividono la stessa finalità che è quella di conseguire un’iniziazione psichica o spirituale; e non è superfluo notare che anche la struttura di base del gioco anticamente era sempre  una Spirale che è la forma più semplice di un Labirinto.

Non poteva dunque che essere connessa ad una leggenda la nascita del gioco. Alcuni studiosi, prevalentemente francesi, attribuiscono l’invenzione a Palamede, uno dei capi delle truppe greche, nell’attesa di espugnare la città di Troia.

Palamede, dice il mito, ideò il gioco rappresentando la planimetria muraria della città di Troia. Questa invenzione gli diede la fortuna di farlo entrare nella leggenda, ma gli causò la sfortuna di essere condannato a morte per lapidazione per aver, secondo Ulisse, truccato il dado del gioco.

Molti giochi prodotti in Francia fanno riferimento a questo evento (Jeu de l’oie renouvelé des Grecs). A questa origine favolistica si affiancano altre ipotesi altrettanto allettanti ma controverse. Una vedrebbe il Gioco dell’oca quale emanazione da un illustre prototipo: il Disco di Festos, la celebre tavoletta circolare in argilla rinvenuta durante alcuni scavi archeologici nella città cretese di Festos e realizzata, secondo gli esami stratigrafici, nel 1700 a.C. Essa presenta sulle due facce segni pittografici, non ancora completamente interpretati, incisi a spirale da destra a sinistra. L’ipotesi più convincente afferma che si tratta di un misuratore del tempo, una sorta di calendario. Anche il Gioco di Mehen, una tavola in pietra con la rappresentazione di un serpente arrotolato a spirale e suddiviso in caselle, del periodo arcaico dell’antico Egitto, conservato nel Museo Fitzgerard di Cambridge, presenta affinità con il “gioco dell’oca”. Altra analogia è  offerta dal gioco cinese dello Shing Kunt t’o (“la promozione dei mandarini“), che, a differenza del gioco occidentale, è costituito da 99 caselle disposte a spirale. Analogie sono state riscontrate anche con il gioco giapponese Sugoroku nella versione cartacea prodotta dalla fine del  XIX sec. e con il Gioco della Iena, un gioco di percorso a spirale delle tribù del Sudan. Quest’ultimo cammino è tracciato sulla sabbia e sono utilizzati sassolini e bastoncini come pedine e dadi. Non è stabilito il numero delle caselle, ma queste costituiscono le tappe del percorso che dal villaggio portano al centro, dove la conclusione del gioco è il pozzo dell’oasi. Emblematico è inoltre il gioco tibetano della Rinascita, Sa-Pan, creato utilizzando testi sacri i cui insegnamenti mostrano finalità iniziatiche. Le caselle del percorso, contengono “rappresentazioni di stati della mente e dello spirito” derivanti da “concezioni cosmologiche del buddismo indiano”.

Tutte queste analogie con il Gioco dell’oca fanno pensare ad un archetipo presente in numerose popolazioni anche lontane tra loro, quindi senza alcuna possibilità di propagazione. Per avere però una prova storica sulla nascita del Gioco dell’oca in occidente, bisogna richiamarsi al più antico gioco, giunto fino a noi, risalente alla seconda metà del XVI secolo. Si tratta di una invenzione attribuita al granduca di Toscana Francesco I de’ Medici (1541-1587), o al suo successore, il fratello Ferdinando I (1549-1609). Il gioco, denominato Nuovo e molto dilettevole giuoco dell’oca, è offerto in dono da Francesco I al re spagnolo Filippo II,  e dalla Spagna si diffonde in altri paesi europei, in particolare Inghilterra e Francia. La struttura del gioco è composta da un percorso a spirale e da molteplici figure lungo tutto il tragitto. Esso è suddiviso in caselle numerate e figurate in numero di 63. Rappresentano il decorso di un evento costituito da momenti, alcuni dei quali particolarmente influenti nell’andamento del gioco.

Questa struttura avrà una vita lunga, fino a metà del sec. XX. In seguito saranno introdotte numerose varianti riguardanti il  numero di caselle che può essere minore ed in altri schemi maggiore fino a superare il centinaio.

Nella versione classica l’immagine dell’oca compare nella spirale del percorso ad intervalli regolari in 13 caselle che sono: i 7 multipli di 9 fino al 63 e quelle che dal 5 si raggiungono aggiungendo 9.  Il centro, indicato con il numero 63, è anche il risultato della moltiplicazione fra il 9 e il 7 ovvero successione di sette cicli di 9 caselle con l’immagine dell’oca.

Sia negli esemplari della Tradizione che nella maggior parte di quelli moderni, ciascun tabellone contiene le regole del gioco:

ogniqualvolta si incontra nella casella un’oca, si procede nel percorso replicando il punteggio ottenuto dal lancio dei due dadi, mentre se si incontrano altre immagini prestabilite, anch’esse simboliche, si va incontro a ricompense o a sanzioni o a staticità.

La successione numerica riguardante le caselle occupate dall’oca è la seguente: 5-9-14-18-23-27-32-36-41-45-50-54-59-63; mentre la classe delle caselle nefaste (escluse la 26 e la 53 dove sono rappresentati due dadi) è simboleggiata da: ponte, locanda, pozzo, labirinto, prigione, morte, con i seguenti numeri: 6-19-31-42-52-58. Tali sequenze obbediscono a criteri che per la prima sono individuabili, mentre per la seconda sono indefinibili. La prima successione è generata dalla somma del numero 4 e del numero 5 in modo alternato con il numero precedente a partire dalla casella 5 fino alla 63. Si è spesso sottolineata da parte di numerosi studiosi la non casualità della disposizione delle oche e degli ostacoli lungo il cammino, facendo ricorso alla cabala; ma, fra le tante congetture, quella che appare più verosimile è che gli intervalli di 4 e 5 caselle nella successione delle case delle oche rivela una intenzionalità fondata sul simbolismo del numero 9.

La logica dell’altra sequenza è sfuggente perchè per i primi quattro numeri mostra una coerenza nelle distanze fra le caselle nefaste secondo i valori 13-12-11-10,  ma questa sequenza decrescente si arresta con la casella 52 (la morte).

Il gioco termina positivamente per chi per primo arriva al 63 (porta del paradiso o porta del giardino dell’oca o banchetto) con un tiro esatto dalla casa dove era posizionato; se invece il punteggio ottenuto dal lancio dei dadi è troppo alto, si dovrà tornare indietro secondo i punti eccedenti.

Vi sono tuttavia numerose varianti che utilizzano altre caselle. In particolare, la versione italiana a 90 caselle aumenta i posti delle oche e aggiunge altre caselle speciali. Tali alterazioni non riguardano solo il numero, ma anche il modello del regolamento che in alcune produzioni è del tutto trasgredito, sicché il gioco diviene solo apparentemente un Gioco dell’oca.

Le rappresentazioni figurative dei percorsi tradizionali e delle varianti sono di tipo simbolico o realistico e interessano numerose categorie riguardanti ogni aspetto della vita umana: le vicende storiche (personaggi, avvenimenti), geografiche (viaggi, località e monumenti), il tempo libero, l’araldica, gli eserciti, le scienze pure e applicate, le arti e la letteratura, la cronaca, l’epica, la religione, il diritto, la morale, la mitologia, la fiaba, la favola, la didattica, l’occultismo, la musica, la nomenclatura di oggetti, la classificazione riguardante le scienze naturali (animali, piante, minerali), la propaganda politica, la pubblicità, gli sport e tanti altri aspetti della cultura.

Non c’è campo della vita umana che non è rappresentato in un Gioco dell’oca, anche se la denominazione del gioco subirà cambiamenti riferiti al tipo di storia rappresentata. L’oca, come animale, avrà una molteplicità di sostituti quali la civetta o il cavallo ma anche la chiocciola, l’aquila, la scimmia, l’orca, l’elefante ed altri ancora. Equiparabili al Gioco dell’oca sono molte tipologie di giochi di percorso quali il “gioco dei serpenti e delle scale” (snakes and ladders), del labirinto, della barca, della luna, del barone, delle “corse ippiche” (Steeplechase), dell’”assalto al castello”, del “gioco con i dadi”, ed i “giri del mondo” o di paesi specifici con vari mezzi di locomozione (nave, aereo, bicicletta, tramway) e tutta una serie di varianti. Ogni gioco è la rappresentazione del decorso di un evento reale o simbolico costituito da momenti che lo rendono vitale perché in essi c’è la chiave della competizione alla quale si è chiamati a partecipare.

Restringendo l’orizzonte alla nostra regione, non emerge in Puglia una produzione particolarmente copiosa di Giochi dell’oca. Di essi sono presentati in questo lavoro alcuni esemplari che consentono di formulare delle valutazioni su quale sia stata la diffusione del gioco in Puglia e sulle specificità grafiche di tale produzione.

Alcuni esemplari appartengono alla categoria dei Giochi di percorso, altri sono specificatamente Giochi dell’oca, uno con la variante a 90 caselle, gli altri più antichi a struttura tradizionale. Di questi ultimi sono presentati quattro esemplari, presumibilmente tutti e quattro degli anni ’30.

Di questi uno riguarda l’educazione da impartire ai giovani (stampato a Galatina) che ha per  protagonista un personaggio che richiama Pinocchio. Le istruzioni sono firmate da Salvatore Zecca[20], autore della tavola che spiega le finalità del gioco. Tra l’altro scrive:

« Il giuoco, facile e ricco di emozioni, è un sussidio didattico eccellente che, se coltivato, migliorerà le condizioni culturali dell’educando ed economizzerà tempo e fatica ai signori educatori».

E’ denominato Monello saggio, ed ha 136 caselle. Le regole sono differenti da quelle conosciute perché si basano sulla moltiplicazione dei numeri ottenuti dal lancio dei dadi. Vi sono ricompense e punizioni di vario grado ed è questa la ragione che rende questo gioco assimilabile a quello dell’oca.

Nel secondo esemplare disegnato da Zecca, variante del precedente, anche questo denominato Monello saggio,  predomina nella stampa il colore rosso del percorso e spicca anche qui l’immagine del burattino.

Il terzo esemplare (prodotto a Nardò) riguarda l’educazione stradale denominato Prudenza. Mostra le stesse caratteristiche del precedente con il medesimo personaggio, mentre le caselle sono 135. Vince chi “riesce a passare il semaforo verde”. Le punizioni e le ricompense sono attinenti alla positività o alla negatività della casella incontrata.

I tre giochi di percorso sono stampati negli anni ’50, il primo dalla tipografia Pajano, una storica casa editrice di Galatina, conosciuta più per la pubblicazione di annuari e testi di storia locale che per la produzione di questi tavolieri. Quello in rosso è stampato a Galatone dalla Tipografia di Giovanni Russo. Quello di Nardò è commissionato da M. Gorgoni ed è pubblicato nel 1959 dalle Arti Grafiche Favia, Bari-Roma.

Un quarto gioco denominato Previdenza è realizzato per l’INA (Istituto Nazionale Assicurazioni), una compagnia assicurativa nata come ente pubblico. Il gioco non è mai stato edito.

Tutti i quattro giochi hanno una direzione centripeta. Solo il  primo ( Prudenza) ha una partenza in basso a sinistra e il senso è antiorario, gli altri hanno una partenza in alto a sinistra con un senso orario. In tutti è rappresentato un burattino simile al burattino di C. Collodi, Pinocchio. Al traguardo del quarto gioco è rappresentata una cornucopia dalla quale sgorgano monete d’oro accompagnate dalle istruzioni e da un commento che recita:

“ Fanciullo, nelle ore libere, dilettati con i familiari o con i compagni, imparerai ottime cose che ti spianeranno il sentiero impervio della vita. Questa tavola ha lo scopo precipuo d’inculcarti l’idea di Risparmio senza del quale molto improbabile sarebbe la vita dell’agiatezza e ad invitarti a combattere la miseria, da cui non si possono sperare cose buone (dai uno sguardo alla vignetta del n. 78 ed a quelle del n. 22…e pensaci su! Scongiurala, dunque, coll’evitare lo sperpero e coll’aderire ai consigli dell’Istituto Nazionale Assicurazioni che mirano a farti pervenire al successo. Per ragioni di spazio non possiamo abbandonarci a più plausibili commenti, ma siam sicuri che ci verranno in aiuto tanto il tuo maestro, quanto i tuoi genitori. A noi intanto il compito per formularti un sincero augurio: Che la tua vita sia tutta quanta sorrisa dall’agiatezza…!

Simile al Gioco dell’oca classico è il gioco a 90 caselle dell’EPT-BARI (Ente per il Turismo di Bari). Le ricompense e le punizioni riguardano gli usi e costumi della città, ma il gioco non si attiene alle istruzioni del Gioco dell’oca  tradizionale, sia nelle numerazione delle caselle critiche che nella natura delle ricompense e delle punizioni.

Appare alquanto singolare il gioco salentino denominato 40° parallelo e datato 2001, “dedicato ai viaggiatori della notte”. Si tratta di un percorso con caselle numerate, costituite dal logo di locali pugliesi (birrerie, pub, locande ecc.), per un totale di 105 caselle. Contiene un regolamento semplice con un numero limitato di punizioni e ricompense. Condivide con il Gioco dell’oca il percorso a spirale, centripeto.

Con finalità formative è il gioco dell’oca ecologico salentino, Giocagiò ideato per diffondere alcune iniziative di Legambiente. E’ un gioco riguardante temi sociali con una particolare attenzione rivolta all’ambiente. Presenta un numero di caselle inferiore a quelle del gioco dell’oca classico, in molte di esse compare l’oca, ma le regole non si attengono ai canoni tradizionali.

Quest’ultimi tre giochi presentano una direzione centripeta e un senso antiorario, la partenza è nei  giochi dell’EPT-BARI e della Legambiente al lato sinistro mentre per il 40° parallelo in basso a  destra.

La satira politica è tra i temi più trattati dai disegnatori anche nei Giochi dell’oca. In Puglia e specificatamente in provincia di Lecce, si è distinto l’illustre galatinese Antonio Mele (in arte Melanton), autore, tra l’altro, di tre giochi dell’oca. Melanton (o Mel), annoverato fra i maggiori disegnatori di satira ed umorismo italiani[23], nel primo dei suoi percorsi evidenzia, esaltandoli, alcuni tratti caratteristici di politici italiani e stranieri, facilmente riconoscibili. Il suo primo gioco, denominato Il gioco dell’oca Satyrica, è pubblicato da “Il Quotidiano di Lecce”  in occasione delle festività natalizie del 1986. Si tratta di un percorso costituito da 63 caselle con un andamento spiraliforme centripeto, con senso antiorario. Le oche occupano quasi tutte le caselle tradizionali ad eccezione dello scambio 31 con 32 e  60 con i 59. Le caselle negative (16, 20, 22, 29, 35, 37, 53, 57) sono differenti dalle corrispondenti caselle tradizionali. Riguardo ai contenuti va osservato che i politici ed i personaggi più significativi dell’epoca sono oggetto di ironia a partire dall’alterazione dei nomi accompagnata dalla vignetta caricaturale: Andreottico (Andreotti), Alessandro Nafta (Alessandro Natta), Giovanni Sparolini (Giovanni Spadolini), Craxophone (Craxi), Pelato Ciriaco (Ciriaco De Mita), Streagan (Reagan), Golbaciov (Gorbaciov), Perteenager (Pertini), Wolostyla (Wojtyla) ed altri ancora. L’aspetto della satira che sembra emergere è principalmente quello dell’ironia bonaria, mentre l’aspetto corrosivo e sarcastico è  solo epidermico per una evidente scelta dell’autore di non graffiare ma di suscitare un sorriso da parte dei giocatori..

Il secondo gioco firmato da Melanton  è Il Gioco dell’oca italo-canadese, realizzato per una testata destinata ai lettori italo-canadesi e pubblicato in occasione delle festività natalizie del 1996  dal “Corriere Canadese”, unico quotidiano in lingua italiana rivolto ad un vasto bacino di utenti della comunità italiana residente in Canada. Si notano nel gioco vignette che richiamano particolari geografici, storici e culinari dell’Italia, anche se la prima e l’ultima casella sono dedicate al paese ospitante. Le regole riportate non ricalcano lo schema tradizionale e il numero delle caselle è 54. Il percorso ha un andamento centripeto spiraliforme con un senso orario ed una partenza in alto a sinistra.

Il più recente Gioco dell’oca realizzato da Melanton è denominato Il fantastico Gioco dell’oca carabiniera. E’ allegato al numero di dicembre 2008 della rivista “Il Carabiniere” diffuso perciò in tutta Italia ed anche agli abbonati residenti all’estero. La quasi totalità delle caselle riporta episodi salienti della storia d’Italia e della vita dell’Arma. Si nota come la casella 61 riporti l’Unità d’Italia (1861), la 48 la Costituzione (1948), il 14 le Regie patenti (1814), il 46 il Regno d’Italia (1946–fine) Fra le regole si nota che fermandosi nelle caselle 33 (Torino), 34 (Firenze) e 35 (Roma), cioè nelle città capitali vi è l’obbligo di avanzare al 46, casella del “Regno d’Italia”. Molte caselle contengono l’immagine dell’oca carabiniera con i copricapo d’ordinanza. Questo gioco risulta essere una variante nei contenuti dell’Oca Satirica, di cui rispetta la struttura, sia nell’andamento che nella direzione e nel senso,  pur essendo di dimensioni  ridotte e  a colori.

Di carattere divulgativo-didattico è il gioco denominato Il Gioco del Cigno di Altamura e dedicato a Saverio Mercadante, celebre compositore musicale vissuto nel XIX secolo. Questo gioco può essere collocato fra quei giochi che utilizzano l’espediente ludico per attuare strategie didattiche inerenti le tematiche culturali. Fra queste vi è anche la musica che ha una lunga tradizione nei giochi.

Volgendo l’attenzione verso la provincia più a Nord della Puglia, si rivela interessante il  gioco didattico realizzato nel foggiano, riguardante quella parte del territorio pugliese interessata economicamente e socialmente fino ai nostri giorni dal fenomeno della transumanza ovina  proveniente dall’Abruzzo. Luogo privilegiato per la pastorizia è stata la pianura di Foggia, istituita sede di dogana da Alfonso di Aragona, per ottenere, tramite un tributo, un risarcimento da parte dei mandriani per il giovamento del transito e per i danni che le greggi potevano causare durante lo svernamento e nel loro spostamento nel territorio pugliese. Il percorso seguito nell’antico fenomeno della transumanza è rappresentato in una carta topografica divenuta motivo ispiratore per una mappa di un gioco costituito da 30 caselle numerate. A differenza del classico Gioco dell’oca, in questo gioco sono essenziali le “carte delle istruzioni” che contengono ognuna una didascalia  il cui contenuto ha come argomento «l’intreccio di eventi tra mondo pastorale ed agricolo che contraddistinse a lungo la vita economica e sociale della Capitanata anche in quel XVII secolo al quale risale la mappa del gioco. Nelle fasi del gioco riemerge anche la conflittualità continua fra le due realtà produttive e le difficoltà che i locati e i massari incontravano per gli imprevisti climatici e la scarsa liquidità monetaria che caratterizza l’epoca ».

E’ un gioco destinato ai ragazzi della scuola secondaria di primo grado e del biennio delle superiori che prevede una gestione da parte dell’insegnante nella veste di:

«rappresentante dell’amministrazione statale (la Dogana delle pecore della Puglia) incaricata di distribuire l’appannaggio economico iniziale; da mercante, acquirente dei prodotti agricoli e della pastorizia; da mercante/banchiere interessato al finanziamento delle attività produttive locali; da esattore dei tributi».

Il percorso di questo gioco interessa i territori della pianura intorno a Foggia detta Locatione de Castiglione, S. Iacovo, Fontanelle e Motta S. Nicola qual è la denominazione della  carta topografica divenuta tavola del gioco. Anche in questo gioco il percorso si discosta dall’andamento consueto del gioco dell’oca tradizionale in quanto la direzione non è centripeta e le caselle sono disposte in modo discontinuo a guisa di zig zag.

pubblicato integralmente su Spicilegia Sallentina n°5.

Salvatore Zecca da Ugento, pittore, poeta, scrittore, giornalista, disegnatore

di Cosimo Giannuzzi

Salvatore Zecca nasce a Ugento nel 1907. Insegnante elementare dal 1948 al 1973 ed Ispettore onorario della Sovrintendenza alle Antichità e Belle Arti. E’ uno fra i più illustri personaggi salentini quale protagonista della ricerca archeologica nel Salento.

In sua memoria è stato intitolato  nel 1968 il Museo Civico di Archeologia e Paleontologia di Ugento da lui tenacemente voluto e realizzato.

Il rinvenimento di resti fossili di specie di animali preistorici e di un’industria litica in territorio di Ugento nel fondo “Focone” portarono a denominare il luogo di rinvenimento “Pozzo Zecca”.

La scoperta che gli darà fama in Italia e all’estero è soprattutto il rinvenimento fortuito a Ugento della scultura bronzea risalente al 530 a.C  di “Zeus stilita” realizzata senza dubbio da un artista tarantino.

Zecca affiancherà la signora Sofia Nicolazzo, presidente della Pro loco e anche lei ispettrice onoraria della Soprintendenza alle Antichità, nella tutela e conservazione di questo reperto.  In un primo momento questa scultura era stata denominata “pupu” ma in seguito Zecca la identificò quale Poseidon,

Libri/ Il labirinto metrico e altri scritti di bibliofilia

INCANTATO DAI LIBRI

 

di Paolo Vincenti

Ci occupiamo di un libro molto importante quanto sconosciuto nell’ambiente culturale salentino. Una perla rara, quindi, della quale mette conto parlare non solo per la stima che unanimemente il mondo salentino, accademico ed extra accademico, riconosce al suo autore, quanto per la preziosità dell’oggetto stesso che qui viene recensito. Una perla rara, appunto, dato il numero limitatissimo di copie e dato anche l’argomento di cui questo libro tratta. Un libro sui libri, praticamente, un manuale per bibliofili e studiosi,  i quali avranno grande piacere di avere tra le mani questo manufatto artistico che viene da Milano. Milano, che non è solo la città della moda e degli affari, come la vulgata vuole, ma anche una città di grande, straordinaria cultura, che le viene anche dalla sua storia antica di millenni. Il volume di cui si riporta è IL LABIRINTO METRICO E ALTRI SCRITTI DI BIBLIOFILIA di Maurizio Nocera, pubblicato dalle Edizioni Rovello, Milano, 2008.

Scorrendo il Sommario ci si rende conto che non ci troviamo di fronte ad un libro qualsiasi, ma ad un atto d’amore, quello del suo autore, lo studioso salentino Nocera, poeta, scrittore e insegnante, ora anche docente di Antropologia Culturale presso l’Università degli Studi di Lecce, e quello del suo editore, lo stampatore e filosofo milanese Mario Scognamiglio, i quali hanno abbracciato la cultura come una vocazione e con laico apostolato la propalano nel loro quotidiano operare.

Il libro si avvale di una Presentazione di Oliviero Diliberto, che noi siamo abituati a conoscere come politico, già segretario nazionale del Partito dei Comunisti Italiani, piuttosto che come docente e studioso, appassionato di libri.

Il primo scritto che compare nel libro è “Il Labirinto metrico di Oronzo Pasquale Macrì”, da cui prende spunto il titolo del libro stesso. Si tratta di un libro, uscito qualche anno fa, a cura dello studioso magliese Cosimo Giannuzzi e che Nocera ha recensito su “L’Esopo”, n.111-112 (Milano, settembre-dicembre 2007). E qui veniamo a questa prestigiosa rivista, “L’Esopo”, la cui storia si intreccia con quella delle Edizioni Rovello, che pubblicano anche il libro di Nocera, in un gioco di incastri che ben sottolinea Oliviero Diliberto nella sua Presentazione. Diciamo che questo libro del professor Nocera suggella un sodalizio culturale, quello fra il suo autore e Carlo Scognamiglio, la cui genesi viene descritta da Nocera alla fine di queste pagine, nell’unico pezzo inedito del libro, in un percorso a rebours, che stimola tante riflessioni nell’avido lettore, curioso come ogni buon bibliofilo di vedere dove l’autore voglia andare a parare, dove portino cioè i

Antonio Mele, in arte Melanton

di Cosimo Giannuzzi

Antonio Mele nasce a Galatina nel 1942. Oltre ad essere disegnatore, è anche scrittore e poeta.

Esordisce nell’arte dell’umorismo e della satira collaborando ad appena 17 anni con  un periodico satirico della sua città “La Civetta”, ma ben presto il suo talento lo porta a collaborare con numerosi giornali e riviste tra le quali “La Tribuna illustrata”, “Domenica quiz”, “Hurrà Juventus”, “Marc’Aurelio”, “Il Travaso”,  “La Repubblica”, “Il Corriere Canadese”, “Il Quotidiano di Lecce”, “Il Carabiniere”.  In quest’ultime tre testate pubblica i “Giochi dell’oca”.

Ha scritto numerosi libri di satira ed umorismo ed ha curato molti cataloghi delle mostre a tema, organizzate nel Museo Internazionale della Caricatura di Tolentino (Macerata)  di cui è sin dal 1991, Direttore artistico. Fra queste mostre l’omaggio nel 1994 a F. Fellini con il catalogo  Fellini umorista, dedicata ai disegni del regista. Altre pubblicazioni sono state:  La civiltà del sorriso, Giunti, Firenze 2001;  Sorridendo nei secoli: I Carabinieri nell’umorismo Ente Editoriale Arma dei Carabinieri, Roma 2003;  Sorridendo con la Benemerita: i carabinieri nell’umorismo, TorGraf, Galatina 2004. Ha ottenuto numerosi riconoscimenti in sede nazionale ed internazionale.

Nel 1997 è stato insignito dalla Targa del Presidente della Repubblica Italiana per i suoi meriti culturali nel campo della satira e dell’umorismo.  La sua attività vignettistica dal 2006 è divenuta stabile nella rivista mensile dell’Arma dei Carabinieri “Il Carabiniere”.

Nel 2008, il Comune di Maglie gli ha dedicato una mostra antologica  denominata “Sorrido ergo sum”.

pubblicato su Spicilegia Sallentina n°5

Il Labirinto metrico di Oronzo Pasquale Macrì

Poesia visiva. Il Labirinto metrico del magliese Oronzo Pasquale Macrì (1738-1827)

 

di Cosimo Giannuzzi

 

Oronzo Pasquale Macrì (1738-1827) fu un sacerdote ed insegnante di matematica nei seminari ecclesiastici di Otranto e Gallipoli. Maglie, suo paese di nascita, ha eluso per più di un secolo l’obbligo morale di mostrargli riconoscenza, pur essendo il Macrì di gran lunga più meritevole di considerazione dei tanti suoi detrattori ai quali nel tempo sono state intitolate strade, piazze, opere pubbliche.

Quando era in vita, godette della stima di alcuni fra i più autorevoli intellettuali del Salento come S. Panareo, B. Ravenna, L. Maggiulli. Quest’ultimo ne raccolse gli scritti e ne curò la biografia, pubblicata nel Dizionario Biografico degli Uomini Illustri di Terra d’Otranto. O. P. Macrì è stato il primo ad interrogarsi sull’origine di Maglie credendo, a torto o a ragione, di riconoscerla attraverso l’interpretazione del toponimo.

Libri/ L’ospedale di Scorrano

di Antonio Negro
 
 

Cosimo Giannuzzi, Roberto Muci
Storia dell’Ospedale “Ignazio Veris delli Ponti” di Scorrano

Presentazione di Rodolfo Fracasso
Carra Editrice, Casarano 2005, pp. 320

Un intenso lavoro di ricerca storiografica si è egregiamente concluso con la pubblicazione del libro di due noti sociologi, Cosimo Giannuzzi e Roberto Muci, avente per oggetto la Storia dell’Ospedale “Ignazio Veris Delli Ponti” di Scorrano. Il corposo volume di 320 pagine è stato edito dalla casa editrice Carra di Casarano con il patrocinio del comune di Scorrano, e si avvale della presentazione del dott. Rodolfo Fracasso.

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com.

Dati personali raccolti per le seguenti finalità ed utilizzando i seguenti servizi:
Gestione contatti e invio di messaggi
MailChimp
Dati Personali: nome cognome, email
Interazione con social network e piattaforme esterne
Pulsante Mi Piace e widget sociali di Facebook
Dati Personali: Cookie e Dati di utilizzo
Servizi di piattaforma e hosting
WordPress.com
Dati Personali: varie tipologie di Dati secondo quanto specificato dalla privacy policy del servizio
Statistica
Wordpress Stat
Dati Personali: Cookie e Dati di utilizzo
Informazioni di contatto
Titolare del Trattamento dei Dati
Marcello Gaballo
Indirizzo email del Titolare: marcellogaballo@gmail.com