La dieta mediterranea nel Salento leccese del 1873

 

di Antonio Bruno

 

Le esposizioni universali nel secolo XIX contribuirono a facilitare ed innescare lo scambio culturale tra i diversi Paesi partecipanti. Il “Prater” di Vienna è sempre stato un luogo di divertimento per i viennesi, ma nella primavera del 1873 il parco venne completamente ripulito e rinnovato e divenne un luogo di incontro ancora più affascinante grazie all’Expo, la prima Esposizione Universale che si è svolta in un Paese di lingua tedesca. In questa nota le comunicazioni di Cosimo De Giorgi sulle produzioni agricole del Circondario di Lecce al Ministro di Agricoltura, Industria e Commercio del Regno d’Italia.

 

I produttori agricoli del Salento Leccese parteciparono all’ Esposizione Universale di Vienna del 1837 e il dott. Cosimo De Giorgi relazionò sull’agricoltura del Circondario di Lecce in una nota indirizzata al Comm. Avv. Stefano Castagnola che ricopriva l’incarico di Ministro di Agricoltura, Industria e Commercio del Regno d’Italia e che, in forza di tale incarico, era il Presidente della Commissione Reale per l’esposizione universale di Vienna.

Nella presentazione di tale lavoro il dott. Cosimo De Giorgi precisa che il circondario di Lecce non differisce molto dai circondari di Gallipoli, Brindisi e Taranto nei prodotti agrari e nelle caratteristiche generali tanto che ciò che vale per Lecce è estensibile agli altri tre circondari dell’allora Terra d’Otranto .

Il circondario di Lecce contava 43 Comuni, divisi in una prima zona che ricade in un primo altopiano ondulato che confina con il Mar Adriatico e che nel 1873 si presentava malsana in molti punti. Tale prima zona si stendeva da Nord verso Sud passando dai comuni di San Pietro Vernotico sino a giungere ad Otranto. La seconda zona era più salubre rispetto a quella Adriatica e partendo da San Donato di Lecce e Galugnano arrivava sino a Bagnolo. Nel 1872 in questi Comuni vivevano 127mila abitanti.

Le osservazioni effettuate da Oronzo Gabriele Costa nel 1813 portarono a calcolare che sul Salento leccese cadeva una quantità di 818 millimetri di pioggia distribuiti per ¾ nelle stagioni autunno e inverno e ¼ nelle stagioni primavera ed estate e, secondo il dott. Cosimo De Giorgi, la violenza disseccativa dei venti australi era la causa di una grande siccità. Il vento Ostro  che viene dal latino Auster, vento australe, è il vento che spira da sud nel mar Mediterraneo. Nel Salento leccese il De Giorgi sottolinea che il vento è generalmente secco e tale fatto è spiegabile in quanto è associato all’espansione dell’anticiclone subtropicale africano verso nord; ed è per questo che essendo apportatore di onde di calore che possono essere anche durature, tende a favonizzarsi. Il favonio (detto anche Föhn in tedesco o “faugnu” in dialetto leccese) è un vento di caduta caldo e secco che si presenta quando una corrente d’aria, nel superare una catena montuosa, perde parte della propria umidità in precipitazioni (pioggia, neve o altro). Insomma il Salento del 1873, così come oggi, era terra arsa e siccitosa, che per questo motivo necessitava dell’apporto di acqua.

La grande siccità del Salento leccese era mitigata attraverso l’irrigazione che utilizzava la falda superficiale, infatti in uno studio durato sei anni Cosimo De Giorgi aveva osservato la profondità della falda che andava da 4 metri a San Pietro Vernotico e Squinzano a 65 metri a San Donato di Lecce. La profondità media dai rilievi effettuati era opinione del De Giorgi che fosse di 30 – 40 metri.

De Giorgi nella sua nota auspica l’utilizzo di pompe idrauliche e di Norie per portare in superficie e spingere nei campi l’acqua della falda..

Nel 1873 De Giorgi rileva che le osservazioni metrologiche nel Salento leccese erano scarse a cui fanno eccezione i già citati lavori del Costa e le sue stesse prime osservazioni.

Voglio riportare le annotazioni del De Giorgi su Grandine, bufere, uragani e trombe terrestri che attraversavano il circondario dei 43 Comuni del Circondario di Lecce. Lo studioso di Lizzanello del Salento leccese aveva osservato la direzione che andava dal Sud – Ovest al Nod – Est. Secondo le sue osservazioni questi eventi catastrofici sono prodotti dall’incontro e urto violento delle due correnti d’aria dirette in senso inverso e opposto, una delle quali proveniente dal Mare Adriatico direzione Nord – Est e l’altra dal Mar Ionio direzione da Sud – Ovest.

L’osservazione dello studioso era in funzione dei danni rilevati sulle colture di Olivo, Vite e Tabacco tutte nei Comuni di Copertino, Monteroni, Arnesano, Carmiano e Novoli che si trovano in quella direzione e nel punto d’incontro delle correnti d’aria.

Nel 1873 l’estensione media dell’azienda agricola nel circondario di Lecce era di 4 – 6 ettari, ma lo stesso De Giorgi citava la tenuta di “Frassanito”, presso il Lago Alimini, che era di mille ettari e della stessa grandezza, se non superiore,  l’Azienda denominata “Mollone” in agro di Copertino.

Davvero interessante l’annotazione dello studioso del Salento leccese riguardante la prima zona, cioè quella Adriatica,  dove la proprietà rimaneva di grandi dimensioni e quindi molto concentrata mentre nella zona della “Grecia salentina” , già da allora, la proprietà risultava frammentata.

Annotava il De Giorgi che nel 1873 dominava nella zona la piccola coltura fatta da cereali e da civaje (termine agronomico delle leguminose da granella che sono coltivate per il seme proteico). Nel Salento leccese questi semi erano quelli del fagiolo, del pisello, del cece, della fava e della lenticchia. Erano coltivate anche la cicerchia, il lupino e il favino. Nel 1873 questi semi proteici avevano un ruolo complementare ai cereali nell’alimentazione delle popolazioni del Salento leccese grazie all’elevato contenuto in proteine (20-38%).

Nel nostro territorio nel 1873 la carne scarseggiava e chi se la poteva permettere sapeva che era sinonimo di abbondanza e di prosperità. I pochi animali domestici che c’erano erano considerati bestie da fatica, essenziali per svolgere il gravoso lavoro nei campi.

Ecco il perché del consumo di cereali tanto che il termine companatico, sta a indicare il condimento, ciò che accompagna il pasto basato quasi esclusivamente sul pane. Ma le proteine erano essenziali nella dieta e, come abbiamo visto, nel Salento leccese abbondavano grazie alla coltivazione della civaje! Insomma gli abitanti del Salento leccese nel 1873 non mangiavano molta carne.

C’è un popolo che oggi vive come si viveva nel Salento leccese, che è quello indiano. Nel suo libro Jeremy Rifkin riporta gli studi dell’antropologo Marvin Harris, secondo il quale in India, dopo il 600 a. C., i signori ariani, che avevano sottomesso le popolazioni indigene, cominciarono ad avere qualche problema nel procacciare carne sufficiente per nutrire l’intera popolazione in forte crescita. I pascoli si convertirono in colture di cereali, miglio e legumi e gli indiani, non potendo permettersi di mangiare l’unica fonte di energia motrice, si avvicinarono al buddismo che propugnava il rispetto di tutti gli esseri viventi.

Penso che quanto ho scritto possa essere uno spunto per la nostra riflessione, per lo stile di vita che conduciamo che non è l’eredità che ci hanno lasciato i nostri padri. Noi come dei robot viviamo obbedendo come automi alle leggi dal mercato che ha fatto del consumo a tutti costi la regola da seguire. E non ci svegliamo da questo torpore che ci porterà alla distruzione anche se tutti sappiamo che tale regola non ha alcun rispetto per il nostro territorio e che comporta la conseguenza di farci sguazzare in una vita disordinata che si svolge senza alcuna preoccupazione per ciò che lasceremo in eredità ai nostri figli. Forse vale la pena tornare alla dieta mediterranea del 1873, non trovi?

 

 

Bibliografia

De Vincenti, Relazioni per le strade Comunali obbligatorie pel 1871; Vol. 1 pag 453

Cosimo De Giorgi, Cenni di stratigrafia ed Idrografia Salentina considerate nel loro rapporto colla nostra Agricoltura; Lecce 1871

Cosimo De Giorgi, Lecce e il suo territorio. Meteorologie. Bari 1872

O.G. Costa, Osservazioni Meteorologiche fatte a Lecce, Napoli 1834

Marvin Harris, Buono da mangiare –  Einaudi 2006

Jeremy Rifkin, Ecocidio. Ascesa e caduta della cultura della carne; Mondadori  (collana Oscar bestsellers)

Cosimo De Giorgi, Pascareddha, lu riu, l’urteddha

di Maria Grazia Presicce

 

Il giorno dopo la santa Pasqua, nel giorno del Lunedì dell’Angelo, i salentini amano trascorrere una giornata all’insegna del divertimento e della baldoria. I paesi salentini, come ben sappiamo, sono tantissimi e, naturalmente, ogni luogo ha una sua tradizione riguardo questa ricorrenza che, comunque, al di là delle usanze culinarie e religiose, è sempre volta allo svago in compagnia.

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La Pasquetta, di solito, si trascorre in campagna o vicino al mare  e in quasi tutti i paesi si svolge  sempre il lunedì dopo la Pasqua. In alcune località, però, la Pasquetta si festeggia anche il  martedì e pare nel Capo si svolgesse anche il giovedì, in  un luogo prestabilito dove la gente ama radunarsi.  A Copertino si va alla Grottella, nei pressi del Santuario della Madonna  e perciò la pasquetta si chiama la Urteddha, a Lecce ci si raduna vicino alla chiesetta della Madonna di Loreto ( XII secolo, feudo di Surbo, vicinissima a Lecce) che i leccesi hanno sempre chiamato la chiesa della Madonna d’Aurìo[2], che in forma dialettale è divenuta lu riu dando così il nome alla giornata di festa.

La chiesa della Grottella a Copertino
La chiesa della Grottella a Copertino

Il progresso e la vita moderna hanno dato un’altra veste a questa ricorrenza e quindi la pasquetta o il giorno dopo adesso si svolgono all’insegna di varie manifestazione musicali popolari, di visite ai parchi e di pranzi  luculliani nei ristoranti. Comunque, non manca chi ancora predilige la semplice scampagnata all’aria aperta con amici e parenti portandosi da casa il pranzo da gustare sui prati o vicino al mare o vicino ai luoghi di tradizione religiosa..

Naturalmente, decenni fa, la gente trascorreva questa giornata in modo molto semplice  e lo stare insieme consisteva solo nel consumare quello che ogni partecipante preparava, il tutto accompagnato da un bicchiere di vino o…anche di più.  Tutto si risolveva, quindi in un pic-nic in compagnia e in allegria. Tutto ciò lo riscontriamo in questo articolo di Cosimo De Giorgi  riportato su “ La Democrazia” Lecce 9-10 Aprile 1904, anno VI n°3   e che restituisco ai lettori  grazie alla  “Fondazione Terra d’Otranto”

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Testata della” Democrazia” periodico politico amministrativo commerciale letterario del 1904

 

 

Lu riu

Ogni anno, il martedì o il giovedì dopo Pasqua, ogni buon leccese non può fare a meno della solita scampagnata e, per conseguenza, della solita manciatina sull’erba fresca, profumata dai primi fiorellini. Dico ogni buon leccese, intendendo parlare di quasi tutti i paesi della Provincia, poiché l’usanza tradizionale si estende generalmente, e quasi sotto la medesima forma. Di consueto, poiché la stagione è fiorente, una gaia mattinata piena di sole invita ai campi e alle rive del mare.

E lì  si corre allegri, come ad una grande festa, dopo lunghi preparativi di pranzetti succulenti, portando l’immancabile pirettu del vino e spesso… la ozza.

“ Parbleu!, mi osserverà qualcuno, un’ozza piena? Possibile!”

Possibilissimo, signori miei; anzi vi aggiungo che è cosa mirabile osservare come quel giorno si vuotano i recipienti.

Basta dire che lu riu è tutta una festa consacrata all’epicureismo, e in ispecial modo a quel buon Iddio che è il Bacco.

E scommetterei tutti i miei cento milioni che forse l’unico santo che dal cielo può guardare con occhio benefico i buoni leccesi al ritorno dalla campagna è l’esilarante S. Martino!

Però, da parte gli scherzi, la festa de lu riu  regna da noi come il principio della stagione estiva, l’inizio dei divertimenti villerecci, la prima spinta alle scorrazzate pei campi, all’idillio, all’egloga passionale, al flirt estivo, in mezzo ad un boschetto di piante, dove ci è, forse, solo l’occhio di Dio che vede…

La chiesa di S. Maria d'Aurio
La chiesa di S. Maria d’Aurio

O rus, o rus! Se poteste parlare, casine biancheggianti e quiete ombre pagane; se poteste parlare, onde glauche dell’Adriatico!…

I leccesi, per lo più, usano festeggiare lu riu  nella campagna di Surbo, un paesello limitrofo; ma alcuni paesi, specialmente del Capo, hanno l’abitudine o il gusto di fare lu riu a mare.

Il giovedì dopo Pasqua, tre paeselli bianchi, perduti nel verde degli ulivi, e che, se non avessero la discordanza del dialetto, sarebbero come tre fiori d’un medesimo stelo, emigrano, starei per dire, per un sol giorno, e trapiantano le tende sull’amena spiaggia di Roca.

Per chi non lo sa, Roca, anticamente era un’allegra cittadella sull’Adriatico, fiorente di vita e di commercio. La distrussero i Turchi, che in quell’epoca infestavano quelle spiagge, ed ora Roca non è che un mucchio di macerie, dove il viandante, volentieri, resta un momento a meditare.

In un tempietto romito, parte intagliato nella roccia, una Madonnina bruna sorride e i fiori marini le fanno vaga corona.

I tre paeselli bianchi di Melendugno, Vernole e Calimera, ogni anno nel mese di Maggio fanno la festa a quella Madonna, ed è perciò che anche lu riu amano passarlo

Su quella spiaggia amena quasi come un anticipo dell’imminente festa maggiolina.

E corrono tutti lì, a Roca; e la bella spiaggia deserta sempre si ravviva e sembra quasi che un flutto di vita antica passi ancora sui ruderi della vecchia città.

E le memorie ritornano e la storia s’eterna e la poesia si riaccende!

E le forosette, vestite di festa, dai seni ricolmi e con le punte dei fazzoletti svolazzanti alla brezza marina, si rincorrono sull’erba fresca, rugiadosa, qua e là, a comitive allegre come numerose famiglie di passere.

L’idillio antico si rinnova, l’egloga si perpetua e l’eco ripete tra le rocce e le macerie le grida dei gaudenti e l’idioma neo-ellenico delle belle ragazze calimeresi.

Poi a sera ritorna la calma, l’abituale calma, sull’amena spiaggia, l’idillio e l’egloga passano e l’epopea rimane…

I tre paesi bianchi si ripopolano e la festa de lu riu è passata.

 


 

[2] Da google: wikipedia.org/wiki/Chiesa­ _di_Santa_Maria_d’Aurìo : Il toponimo d’Aurìo potrebbe derivare dalla voce greca Layrìon, ovvero piccolo cenobio. Laure si chiamavano infatti le cripte ipogee dove i basiliani veneravano i Santi.

I proverbi popolari

(1)
(1)

 

 

di Maria Grazia Presicce

 

Il proverbio risulta essere l’allegoria più antica usata dall’uomo per trasmettere e diffondere un insegnamento. Facendo riferimento alla sua longevità, mi piace citare un brano di Padre Carl’Ambrogio Cattaneo[2]:

 

[…] Il proverbio è un detto breve, arguto, popolare e antico, che dice poco, e spiega affai; overo accenna una cofa e di rifleffo, ne intende un’altra! […] Con la sua brevità fi accompagna l’arguzia; perché d’ordinarioil proverbio, è vibrato con qualche bella figura o metafora. Per cagion d’esempio, Prendere l’occasione a tempo; dice il proverbio Prendere la palla al balzo.[…] Il proverbio è un detto popolare e antico; cioè a dire che va da gran tempo per le bocche del popolo, e fi ufa ne’ disforfi familiari, ne’ conviti, ne’ congreffi, nelle lettere; e quanto più è ufato, è anche più autorevole, è […][3]

 

Nei proverbi sono racchiuse gocce di saggezza sintetizzate che fanno parte della tradizione di ogni popolo ed il loro contenuto è quasi sempre sintesi di un’esperienza vissuta, di fatti realmente accaduti di cui l’uomo ne faceva tesoro trasformandoli in proverbi, a cui ricorreva ogni qualvolta lo stesso avvenimento, in positivo o in negativo, si presentava. Il suo concetto racchiude l’essenza di un discorso e, questa sua brevità, fa sì che lo si ricordi con facilità e al momento opportuno lo si utilizzi.

Nel proverbio, in genere, c’è un monito a migliorarsi ed a migliorare la comunità di cui si fa parte, ed incita a far tesoro degli insegnamenti del passato per migliorare il presente ed il futuro.

L’articolo del Dottor Cosimo De Giorgi[4], recuperato da “ Il cittadino Leccese”, tratta proprio di questo argomento riferito alle abitudini dell’ alimentarsi in modo corretto. L’autore affronta l’argomento ricorrendo al proverbio, per far sì che il lettore, incuriosito, legga l’articolo e qualcosa gli rimanga come lezione, memorizzando, appunto, il proverbio!

 

 

 IL CITTADINO LECCESE, Anno VIII, n.46, Lecce 28 Giugno 1869

 

CONVERSAZIONI IGIENICHE

 I nostri proverbi

 I

Una gita in ferrovia – Il popolo maestro – Due proverbi igienici sul mangiare – Il panorama della Cupa – Sancesario – Due nostri proverbi popolari.

 

E l’altro giorno m’incontrai con un tale, una vecchia conoscenza che movea alla volta di Maglie sdraiato sul divano d’un vagone, e uggito del luogo aspettare in quell’ardente fornace ch’è un treno da ferrovia esposto ai raggi solari, soprattutto in questa stagione, in questi paesi e nelle ore del pomeriggio. Era lì che leggiucchiava di mala voglia un giornalaccio politico che mi parve gli producesse l’effetto d’una ricca decozione di papavero o di camomilla. Vecchie novità le cento volte ripetute e rimesse a nuovo, come un pezzo di abete tinto a noce e ritinto a mogano; vero camaleonte sotto la penna del sciente periodicista. Eppoi, articoloni poggiati sul si dice; color equivoco né rosso, né giallo, né nero: certe corrispondenze effimere sul tipo di quelle larve d’insetti nate al mattino e il vespero già vecchie; invidiuzze reciproche, ira di campanile; una colonna per la revalente[5] miracolosa, un’altra pel mirabile Elisire; poi inserzioni, Rob[6], paste angeliche….e mille altre corbellerie di questo conio: la forma, come in genere quella degli altri suoi confratelli, molto negletta, tirata alla purchessia, ma sempre poco italiana. E la mia vecchia conoscenza se lo digeriva di mal genio pur di ammazzare quei pochi minuti prima della partenza del convoglio. Al vedermi trasalì d’un tratto, e dopo un buffo d’impazienza pel calore che lo aveva arrostito per un bel pezzo, mi venne incontro e mi disse:” oh, sei tu qui? E per dove?” – Per Corigliano, gli soggiunsi io –“ Bravo, bravo, ed io per Maglie; faremo un tratto insieme” e poi data un’occhiata all’oriuolo, un’altra al giornale che avea fra mano ed associante nel suo cervello chi sa quali idee, proseguì con queste precise parole – “ Dimmi un po’, Dottore, ci regalerai qualche altro articolo igienico, nel numero venturo del Cittadino?” – “ Oh, sì; tutt’altro che regali gli aggiunsi io, fo a fidanza con chi legge le mie povere cose, e se dovessi dar retta a quel che dicono oh, t’assicuro che la sarebbe ita a monte da un pezzo in qua – “ Senti dunque, proseguì l’interlocutore atteggiandosi a far or da Mentore; fin qui conversando igienicamente hai parlato tu solo; ma se tu ti poni ad illustrare qualcuno dei nostri proverbi popolari farai un viaggio e due servizii; vedrai come i principii d’igiene son radicati in quei detti che altri chiamano la sapienza del popolo; ed altri la più utile cosa dopo il Libro dei Libri[7]; e fornirai un alimento tanto più nutritivo quanto più assimilabile ed omogeneo alla nostra natura”

Questi due ultimi epiteti sonori, pieni di concetti, magniloquenti mi lasciarono pensoso per un momento…ma il fischio stridente della locomotiva venne in tempo a farmi riprendere il giro delle idee –

“ Sì, sì, mio buon amico, gli soggiunsi io, lo farò”

E rimasi contentone come colui che scoperchiando una tomba dell’antica Rugge[8], trova accanto a quei lunghi stinchi una bell’anfora riccamente istoriata, della quale a prima giunta non apprezza né il merito, né il valore. E andai ruminando fra me e me sulla scelta di fare fra i tanti che ne avevo sentiti nella città e nei vicini paesi.

“ I nostri vecchi, gli soggiunsi poi, che osservavano pur molto, e forse più di certi scrittori moderni, avean riconosciuto che gran parte delle malattie e proviene dall’abuso dei cibi per qualità e quantità; e che il tenere a moderata dieta lo stomaco e le intestina è una gran salvaguardia contro di esse. E con una frase enfatica dissero forse per celia – Omne malum ab Aquilone – tuttochè è di male in noi vien di tramontana. Ma essi accennavan ad un altro soffio di Borea ch’è più potente a darci addosso a farci andar giù; a quello che un grande americano traducea col dire: Ne ammazza più la gola che il cannone. E mi pare che sia un’idea così vasta ed universale, che la trovi nelle tradizioniproverbiali di tutti i popoli, con poche varianti da quelli Anglosassoni che sono i più concettosi, agli aforismi suonanti della scuola salernitana. I moderni ànno fatto un passo innanzi, e prendendo la cosa dal suo vero scopo ci hanno lasciato due precetti, che da soli valgono un intero volume d’Igiene – Si deve mangiar per vivere dice il primo, e non vivere per mangiare – ed il secondo soggiunge quasi ad esplicarne il concetto – si vive di quel che si digerisce non di quel che si mangia

Per me sta che questi due detti dovrebbero essere impressi su tutte le porte delle nostre cucine e dei nostri salottini da pranzo; e son diretti più che altro a coloro che danno tutto alle blandizie del gusto senza capire quel che avviene automaticamente nello stomaco, e sia buono e sia cattivo quel che s’ingerisce – E il breve gusto d’un momento si sconta a furia di coliche, di dolori, di evacuanti…. Eppoi ci si viene a cantar su tutti i versi quell’adagio: chi ai medici si dà a se si toglie.Ed il seguace di Ippocrate risponde alla sua volta che: di rado il Medico prende medicina…….

E proseguiva su questo tono mentre il vago panorama dei nostri paeselli della Cupa[9]

piccola conca che declina a valle della duna che la circonda mi si dispiegava dinnanzi fra il denso degli ulivi e i verdi cepparelli delle viti. E quella vista mi sorprese e mi distrasse, come sempre la vista degli oggetti naturali o artistici vagamente aggruppati hanno fatto sull’animo mio; e mi sentì ricreato in quel ridente declivio dei nostri piccoli colli rivestiti di vegetazione rigogliosa e di ville e di cascine, contornati verso l’estremo orizzonte dà vaghi paeselli disposti a mò di grande anfiteatro. E l’amico guardava pure, ma con occhio melanconico, il tristo spettacolo degli ulivi mezzo bruciacchiati dalle nevi del Gennajo, sterili senza frutto, con poche foglie anch’esse stecchite e ripiegate – “San Cesario!” gridò il conduttore del treno già fermo alla prima stazione; e due altre voci ripeterono nello stesso modo: nessuno si mosse; echeggiò la prima squilla, indi le trombe, il sibilo importuno, e via!

“Oh tornando a noi, soggiunse l’amico che fin qui era stato zitto come olio, ce n’è uno fra i nostri proverbi gastronomici, che sarebbe men bello se non potesse applicarsi nel senso opposto a quello d’uso volgare. Si suol dire fra noi MARA ADDHA ENTRE CI AE TRISTU PATRUNU ( Guai a quel ventre che ha un padrone che non sa tenerlo a modo).

Qui, è vero, lo intendeva per coloro che o per mal volontà o per necessità soglion tenere a stecchetto il loro stomaco, né sanno porgerli un alimento più succoso e più gradito: io invece lo tradurrei col dire: guai a chi non sa tenerlo a bada, ed ora allenta la briglia  e la salute la va giù a scavezzacollo, ora la tira e la tira la corda finchè si strappa.” –

“ Tra le due, gli soggiunsi io, la prima è la più frequente, e l’esser cattivo padrone produce dei cattivi servi e dei pessimi servizii. Di qui l’adagio d’uso toscano: poco vive chi troppo sparecchia! Ed ero per seguire su quel verso ma: il treno rallentò d’un tratto la sua corsa per la stazione vicina. –

“ Senti, mi disse l’amico, vo’ dirtene ora un altro che forse ti parrà in contraddizione col primo ma racchiude un gran bel consiglio – MANGIA PE’ QUANTU AI E NU DICERE PE’ QUANTU SAI –E come se fosse stato il freno d’una potente locomotiva, mi spezzò la parola in bocca e mi tacqui.

Dottor Cosimo De Giorgi

 

 

IL CITTADINO LECCESE, Anno VIII, n. 47, Lecce 5 Luglio 1869

 

 CONVERSAZIONI IGIENICHE

 

 I nostri proverbi popolari

     II

L’altipiano di Galugnano – Il migliore di tutti i cibi – Parallelo coi detti toscani – Sternatia – I maccheroni, le paste e il pane – Sapienza popolare sul vino – Ma dev’esser quello! – Zollino –

 

Dopo pochi minuti il treno riprese il suo monotono tran-tran, e la conversazione si riappiccicò fra me e quella vecchia conoscenza. Eravamo già sull’altipiano, che nella direzione O.N.O. va da San Donato verso Galugnano, per discendere rigirando verso Caprarica e legarsi colle Murgie[10] che corrono fin nei pressi di Martano. Il moto rallentato della locomotiva, e il rumore prodotto dalla risonanza ci fè avvertiti del taglio praticato nel calcare compatto, coperto alla sua volta dagli strati della calcarea leccese e da un filo sottile di terra vegetale. Salutammo da lunge il borgetto di Galugnano colla sua vecchia torre; traversammo un sotto-passaggio metallico della rotabile ( il più gran valore della linea) e quindi girando e rigirando sulle ferree spire, ritornammo daccapo alla solita uggia della via non interrotta che da qualche campicello dalle spighe biondeggianti e dalle verdi canne del granturco.

“Ma poniamo, soggiunse il mio compagno, che al povero ventre tocchi un buon padrone, hai guardato mai come il nostro popolo sa mettere nei suoi proverbi le vere massime d’Igiene quanto alla scelta dei cibi? Sicuro: non tutti possono applicarli al caso proprio, né tutti vogliono darli retta; e specialmente quei tali che aman più di farsela collo speziale e col medico, che col beccaio.

Non dirò già di quei poveracci cui stringono i panni addosso, e che debbon consolarsi col dire – MEGGHIU FUMU DE CUCINA CA IENTU DE MARINA –Meglio fumo di cucina che vento di marina – e sia pure fumo senza arrosto; purchè qualcosa bolla nella pentola, purchè ci sia di che sfamarsi, non si curano d’altro. Misera gente che vive dell’oggi, incerta del domani, talfiata infingarda, il più spesso speranzosa d’un avvenire che non vien mai!

Gli altri poi ti dicono a chiare note, che la carne è il cibo più sano e più omogeneo all’organismo nostro, il quale infine dei conti è della stirpe di quelli di che ci nutriamo. E ti dicono con un modo proverbiale – LA SCIUEDIA CRASSEDDWA CI NU AE CARNE SE’ MPIGNA LA UNNEDDWA – Nel dì del Berlingaggio chi non ha carne impegna la gonnella -, che corrisponderebbe all’altro toscano: chi non carneggia non festeggia!

Oh sai, gli aggiunsi io, perché in Toscana dicono così?Perché trovano l’appicco ad altri molti proverbi sanitari, che vanno su questo tipo, e dei quali ora non rammento che qualcuno- Una carne fa l’altra e il vino fa la forza – e lo altro più concettoso: Carne tirante fa buon fante -; chè ti par proprio di veder la carne poco cotta e muscolare senza grasso e senza cartilagini come la sola che puor far dei bravi soldati e degli intrepidi camminatori. Uova, formaggi, latte, legumi,paste, son tutti cibi buoni, sani, vivificatori, ma non sono la carne; e lo stomaco san ben dirti nelle ore della sera il risultato dei suoi lavori, specialmente se il bilancio delle uscite non armonizza con quello delle entrate. Io a dirla schietta, non andrei tant’oltre col Mantegazza[11] a stabilir certe differenze sociali un po’ elevata dal solo uso della carne: anzi ritengo, come tipo, per noi meridionali l’alimentazione mista; mi va per altro che se il nostro operajo qualche soldo, che spende in più nelle sere del sabato per quel nero liquore, vergogna dei nostri pampini verdeggianti, o nei spiriti, o nel fumo lo convertisse in carne farebbe opera buona per se e pei suoi: almeno nei soli giorni festivi! Ma è tutto fiato perduto; ed io temo non sia una gran verità quella che il Lessona[12] accennava in certi suoi discorsi scientifici, che i predicatori per la salute del corpo son così poco ascoltati, quanto quelli per la salute dell’anima!”

Questo arguto detto d’un lepido scrittore e naturalista mosse l’ilarità nel mio compagno, che affacciato allo sportello del vagone dava di quando in quando delle boccate di fumo; e tenea fisso lo sguardo sulla chiesa e sul barocco campanile di Sternatia, che s’andava ingrandendo a norma che ci accostavamo. Dal lato destro della Murgia stava a ridosso del paese, brulla, pietrosa, spoglia di vegetazione: e la ferrovia nel mezzo.

“ Ma i più tra noi, mio caro Dottore, festeggiano non tanto colla carne quanto colla pasta, e specialmente con quella che altrove è detto cibo da poltroni ma che troppo ho veduto in ogni paese, siccome a Napoli, essere un cibo degli Dei. Una cosa sola c’è; che ad esser buona fa mestieri, che la sia rimestata di recente, e poi bea cotta e ben condita. E vedi su tal proposito che noi dician proverbialmente –JATA A QUIDDWWA PASTA CI DE ERNETIA SE’ MPASTA – Buona quella pasta che si impasta nel venerdì – perché così prosciugata, ma non secca né ammuffita può servir benissimo per la domenica. E le paste, come sai, son soggette a subir col tempo e coll’umidità una certa alterazione, che sta lì ad un passo dalle fermentazioni. E quel ch’è delle paste, s’ha a dir del pane; e allora vedrai come calza con cotesto proverbio, quello toscano – Ove d’un ora, pane d’un giorno, vino d’un anno – e l’altro – Pan che canti, vin che salti, e formaggio che pianga –; e il pane canterino è il migliorefra tutti, perché il più soffice – Cacio serrato e pan bucherellato! Ti rammenti?”

“ stai a vedere, gli soggiunsi io, che tu oggi sei proprio in vena di proverbi – “Ma dov’è poi, continuò l’amico, che abbonda l’Igiene dei detti popolari, è appunto nel fermentato e proteiforme liquor della vite. Da Anacreonte[13] al Redi[14], e dal Redi a noi ven’è stata sempre e in tutti i popoli una miniera inesauribile: chi in lode, chi in biasimo, e qualcuno si è tenuto per la via di mezzo. Gli intrugli che comunemente si fanno: le varietà di vino senza vino prodotte artificialmente; le specie che si rivelano coll’odore, col sapore, col colore, col nitore (Scuola Salernitana); le quantità diverse dei principii in essi contenute, e i vini diversamente attivi a norma del predominio dell’uno sull’altro: la facilità colla quale un lieto calice ne chiama un altro e s’alza il gomito e nella gioja si fa velo all’intelletto; eppoi gli eccessi e la mania… le son tutte cose che danno ragione a un mondo di proverbi contraddittori. V’è chi lo dice: – LU SANGU DE LI ECCHI – Il sangue dei vecchi – e il toscano aggiunge: – Buon vino fa buon sangue – Ma s’affretta a dirti che dev’esser di quelloche vien da avara mano; perché il – Vin battezzato non vale un fiato[15]E quel buono bisogna berne a misura, perché – Vino dentro porta senno fuora; – e sono i casi più frequenti, soprattutto fra noi, e coi nostri vini del capo.

“ E noi difatti, gli soggiunsi io, diciamo italianamente che nel desinare – Tavola e bicchiere inganna in più maniere; ma più che altro è sul dolce, che un buon bicchiere di moscadello, e di zagarese è una vera tentazione – CI OLE BISCIA LU MBRIACU VERU; SUSU LU DUCE CU ABI LU MIERU – Chi vuol vedere un vero brillo, sul dolce li faccia bere del vino –

E qui si ferma d’un picchio, perché il mio interlocutore frugando e rifrugando nella sua sacca da viaggio, avea tratto fuori un vecchio zibaldone dove cen’eran di molti e molte belle, raccolti qua e là fra le nostre genti. Ma in quel mentre il treno s’arrestò; ed una voce chioccia e tagliata a picco, come una gola di montagna, aperse lo sportello, e con accento stentoreo urlò: – Zollino! –

Dottor Cosimo De Giorgi

 

IL CITTADINO LECCESE  Anno VIII, N.49, Lecce 19 Luglio 1869

 

CONVERSAZIONI IGIENICHE

 

 I nostri proverbi popolari

  III

Zollino e la specola di Parigi – Proverbi igienici sul vestire – E da pertutto gli è ad un modo? – La torre dei diavoli – Le mietitrici e il ballo della tarantola – Corigliano.

 

Noi cercavamo coll’occhio di qua e di là nel vasto orizzonte e livellato, quel paese che trasse il nome dalle zolle; e fermo com’era il treno un’afa soffocante ci struggea tutti in sudore. Il termometro in quel giorno oscillava tra i 29° e i 30° del Centigrado; ma non vera un’aurea di vento a scemare l’ardore di quella stufa, nella quale eravamo già da un pezzo, per un guasto occorso alla locomotiva.

– “ Se si va avanti con questo caldo, soggiunse il mio interlocutore, tu vedrai nell’agosto le combustioni spontanee; e se è vero quel che si dice la specola di Parigi[16] (che ormai si nomina sempre a caso, come un tempo si facea del Barbanera[17], e del Fagioli[18]) che il termometro salirà a 37° Cent. Nel colmo dell’estate, cisarà di che arrostirsi ben bene, e tornare a casa come negri della Barberia[19]. Io già fin dai primi del maggio mi svestii dei panni invernali, e prevenni il calendario astronomico d’un buon pajo di mesi; ma l’altra sera con quel freschetto piacevole passeggiando in su e in giù per la città – come qui è costume e meriterebbe una di quelle conversazioni igieniche! – m’imbeccai una tale infreddatura, che mi ci volle del bello e del buono a tormela di dosso, anzi, anzi…”

Il treno finalmente si mosse e con una corsa più celere; dei getti d’aria calda, di fumo, e di vapore, vennero a ricrearsi un poco fra le tendine degli sportelli infuocati.

– “ Quanto a me, soggiunsi io, ho trovato esattamente igienico un nostro proverbio popolare, che ci avverte nel maggio di non aver fretta a vestirsi leggiero e nel giugno soltanto andare scemando i panni via via: – A MAGGIO ANE ADAGIU; A MMIESSI DE LI PANNI NDIESSI – Vai adagio( a spogliarti) nel maggio: e nel giugno svestiti pur dei tuoi panni –

E in questo proverbio tu ci ritrovi quella esperienza, fondata sfortunatamente sui termometri e sui barometri dei nostri vecchi; e che spesso t’occorrerà nei proverbi tipici d’un popolo. Esso ci dice come sian frequenti fra noi – immersi fra due mari e ricongiunti al solo settentrione colla terra ferma – quei sbilanci atmosferici, che si fan poi cagione di quelle scalmare, di quelle infreddature e di quelle angine, di che quest’anno si è avuta una quotidiana tragedia. In Toscana soglion dire: – a viri  Galilei (Ascenzione) mi spoglio i panni miei – che è come vedi un proverbio meno sicuro, e meno igienico del nostro, potendo cotesta festività, a quel che ne dicono, cader nei primi del maggio, come nel giugno. E’ vero che un proverbio comune ai nostri come hai toscani ci dice non esser tanto corrivi a mutar panni col mutar di stagione; perché – CAUDU DE PANNU NU FACE DANNU – Caldo  panno non fa  danno – che risponde all’altro – Caldo di panno non fè mai danno Ma quei cari montanini del Senese ne hanno degli altri più espressivi, e che ti danno ragione, fino ad un certo punto di questi precetti. Così soglion dire là sui colli della Staggia[20]: – Meglio sudare che tremare -; e Beppe Giusti[21] commentandolo ne accenna il perché – Si nasce caldi e si muore freddi

Questo bisogno di tenersi coperti e così generalmente avvertito negli adagii di tutti i popoli, che il Rabener[22] argutamente diceva nella sua lingua – Kleider machen leute

( Il vestito fa l’uomo) –

Un mio vecchietto di casa, che potea ben dirlo perché coll’Igiene accurata – e colla sola Igiene veh! – era pervenuto ad una età decrepita, senza salassi, e senza beveroni, solea dirmi spesso – “ Per istar bene bisogna calzar zoccoli, coprir coccoli ( la testa) e mangiar broccoli ( varietà di cavoli) e i nostri leccesi con attico lepore[23]  ti dicon lo stesso pensiero in due parole – COCCALU, BROCCULU,ZOCCULU – Nei proverbi toscani questa idea si svolge ancor più – Asciutto il piede e calda la testa, e nel resto vivi da bestia – ovvero meno pulitamente – Piedi, stomaco e testa, tieni il resto come una bestia – Non è già che io approvi con questo le coperture calde sul capo, che son l’origine delle calvizie precoci; io credo nell’acqua, e nell’acqua fredda e poco o punto nelle Pomate e negli Unguenti; essa può soltanto invigorire le papille e i bulbi piliferi, e rendere più folti e più duraturi i capelli!“

M’avvidi che il consiglio avea fatto brutta ciera nel mio compagno di viaggio, nel quale non ostante l’età fresca e la bellezza delle forme un calvario spuntava già sul suo cranio, per certe battaglie che so io; e mi affrettai a distrarlo coll’accennargli di lontano il campanile di Soleto – messo su dai diavoli in una notte[24]! – secondo la legenda; e più giù ancora, in una conca, la bella città di Galatina; e la vegetazione sempre crescente delle collinette sulle quali poggia Corigliano. E il treno via, nella sua corsa veloce! – A dritta e a manca il tardo crisantemo e le ultime calendule smaltavano di giallo la strada interrotta da siepi di rovi, e di fichi d’India dalle punte irte e minacciose. La calcarea leccese era scomparsa, e i sabbioni pliocenici tornavano daccapo a fior di terra duri e compatti da servir bene qual pietra di costruzione. I falciatori abbronzati dal solleone lasciavano il loro lavoro attratti dalla magica vista della sbuffante locomotiva: le mietitrici men curanti, recavano i covoni nelle bighe, coi loro abiti succinti, e i grembiuli azzurri di fustagno, e i piedi affatto nudi, come qui usa fra le contadine-

– “ Guarda mò, soggiunse il mio compagno quelle donnine: seguissero quel consiglio proverbiale di non andar mai scalze, non risparmierebbero i loro piedi alla puntura delle tarantole, e quindi ai balli, e a farsi prendere per grulle? V’è chi ci trova gusto a quei versacci, lo so; a me fa una pena che non so reggere a quei strani convellimenti[25] delle membra, a quello stralunar d’occhi, a quella ridda tempestosa, a quel cader giù a piombo che poi fanno per quindi ridestarsi di nuovo ai nuovi suoni e dar novello spettacolo ai curiosi che non mancano mai” – “ Oh, dì un po’: ci credi tu al tarantismo[26]? Gli dissi io. E il mio compagno facendo due occhietti maliziosi, con un sorriso scettico sulle labbra, dopo un po’ mi rispose: – Basta te ne parlerò un’altra volta, o te ne scriverò a lungo se avrò tempo.”

Ma già il treno dopo il solito fischio, rallentando via via, si era già fermato alla stazione; e la solita voce tornava a rintronare nel nostro scompartimento: – Corigliano! –

– “ Senti, senti; mi soggiunse l’amico lasciandomi; se tu scriverai qualche conversazione sui nostri proverbi popolari, ti rammenterai di me n’è vero?” –

“ Anzi tu ci farai la prima figura. Un bacio e addio!”

Dott. Cosimo De Giorgi

 

 


[1] Ph  M.G Presicce

[2] CATTANEO, Carlo Ambrogio. – Nato a Milano il 7 dic. 1645, novizio della Compagnia di Gesù il 1º nov. 1661, all’interno di questa si svolge, per lo più a Milano, il resto della sua esistenza. Insegnante di retorica nell’università gesuitica di Brera, ove pare privilegiasse, dell'”arte oratoria”,il “dir tragico”,resse anche, per qualche tempo, a Lecce il collegio del suo Ordine. http://www.treccani.it/enciclopedia/carlo-ambrogio-cattaneo_%28Dizionario-Biografico%29/

[3] Padre Carl’Ambrogio Cattaneo “Opere del P.Carl’Ambrogio Cattaneo della Compagnia di Gesù divise in tre Tomi. TOMO PRIMO, nel quale fi contendono LE LEZIONI SACRE divise in due parti, in Venezia MDCCXXVIII, Preffo Nicolò Pezzana con Licenza de’ Superiori, e Privilegi, pag.354 . http://books.google.it/books?id=zQnHnnZApsIC&printsec=frontcover&hl=it#v=onepage&q&f=false

Cosimo De Giorgi o Arcangelo Cosimo De Giorgi (Lizzanello, 9 febbraio 1842Lecce, 2 dicembre 1922) è stato uno scienziato italiano. [4] Nel corso della sua vita affiancò, alla professione di medico, quella di insegnante presso la Scuola Tecnico-Normale di Lecce (dal 1870) e presso l’Educatorio Femminile (dal 1875). Ma a queste egli aggiunse un’intensa attività di ricerca e di studio che, riflettendo in pieno l’ampiezza dei suoi interessi culturali, abbracciò campi vastissimi ed eterogenei: paleontologia, paletnologia, archeologia, geografia, idrografia, meteorologia, geologia, sismologia, agricoltura, igiene. http://it.wikipedia.org/wiki/Cosimo_De_Giorgi

[5] Armando Polito: REVALENTE o REVALENTIA o REVALENTA, preparazione alimentare a base di farine diverse, in particolare di lenticche, mais e piselli. Etimologia: deformazione di Ervum lens, nome scientifico della lenticchia.

http://www.canicatti-centrodoc.it/nuovocentro/miscellanea/varie/RevalentaArabica/La%20Revalenta%20arabica%20e%20al%20cioccolatte.jpg

[6] )  Bollettino officiale delle leggi e atti del governo della repubblica lucchese, Marescandoli, Lucca, 1804,  tomo V, pag. 184

[7] La BIBBIA

[8] Rudiae (in salentino Rusce [‘Ruʃe]) è un’antica città messapica, nell’area di influenza della colonia dorica di Taranto. La città è nota soprattutto per aver dato i natali al poeta latino Quinto Ennio. Viene oggi identificata con i resti archeologici situati nel comune di Lecce, lungo la strada per San Pietro in Lamahttp://it.wikipedia.org/wiki/Rudiae

[9] Porzione della pianura, intorno al capoluogo leccese, caratterizzata da una grande depressione carsica.
Grazie alla particolare bellezza delle campagne e del panorama, fin dal XV secolo l’area fu eletta dall’aristocrazia come luogo ideale per la villeggiatura, costruendo numerosissime ville. http://it.wikipedia.org/wiki/Pianura_Salentina

[10] Il Salento e in particolare la provincia di Lecce è caratterizzata da colline che in alcuni punti superano i 200 metri sul livello del mare. Sono conosciute con il nome di Serre o Murge salentine[…]http://it.wikipedia.org/wiki/Murgia

[13] Poeta greco (570 circa – 485 a. C.). Della sua produzione poetica ci sono giunti solo frammenti,[…] Secondo la tradizione morì a 85 anni soffocato da un acino d’uva. http://www.treccani.it/enciclopedia/anacreonte/

[15] Vino annacquato

[16] L’Osservatorio di Parigi (in francese, Observatoire de Paris o Observatoire de Paris-Meudon) è l’osservatorio astronomico più importante della Francia, https://www.google.it/webhp?hl=it&tab=ww#q=specola+di+Parigi&hl=it&tbo=d&tbs=clir:1,clirtl:en,clirt:en+observatory+of+Paris&sa

[17] Barbanera è il nome di un celebre lunario stampato per la prima volta a Foligno probabilmente nel 1743[2] e tuttora pubblicato. L’esemplare più antico a noi noto è un foglio unico risalente al 1762, conservato presso l’archivio storico della Fondazione Barbanera[3]. http://it.wikipedia.org/wiki/Barbanera_%28almanacco%29

Giovan Battista Fagiuoli (Firenze, 24 giugno 16601742) è stato uno scrittore, poeta e drammaturgo italiano.

Studiò letteratura e divenne uno dei più faceti ed allegri poeti estemporanei della sua epoca. Fu tenuto in un certo riguardo da parte della Corte Medicea e dalle persone più abbienti di Firenze, che lo accolsero volentieri a mensa e a conversazione per deliziarsi delle sue risposte frizzanti. http://it.wikipedia.org/wiki/Giovan_Battista_Fagiuoli

[19] Il termine Nordafrica designa la parte settentrionale dell’Africa, separata dal resto del continente (“Africa subsahariana”) dal deserto del Sahara. […]Si tratta sostanzialmente delle regioni storicamente abitate da popolazioni autoctone, di lingua berbera. La regione infatti era un tempo nota come Barberia . http://it.wikipedia.org/wiki/Nordafrica

[20] Staggia Senese (pronuncia: Stàggia) è una frazione di Poggibonsi, in provincia di Siena. l toponimo Staggia deriverebbe dal personale latino Staius[1], oppure dal germanico stadjan (stabilire, fermare, statuire, e quindi per estensione: luogo in cui ci si è stabiliti)[2]http://it.wikipedia.org/wiki/Staggia_Senese

[21] Giuseppe Giusti (Monsummano Terme, 12 maggio 1809Firenze, 31 marzo 1850) fu un poeta italiano del XIX secolo, vissuto nel periodo risorgimentale. http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Giusti

[22] Rabenerràabënër›, Gottlieb Wilhelm. – Scrittore tedesco (Wachau, Lipsia, 1714 – Dresda 1771).[…]  raggiunse larga popolarità come satirico[…]http://www.treccani.it/enciclopedia/gottlieb-wilhelm-rabener/

[23] lepóre s. m. [dal lat. lepos -oris], letter. – Lepidezza, piacevolezza arguta di stile, di espressione: spontaneo […]http://www.treccani.it/vocabolario/tag/lepore/

[24] La Guglia di Raimondello a Soleto è una torre quadrata molto slanciata (il lato di base misura appena 5,2 metri) e non è rastremata nei cinque ordini (come di solito per altre torri o campanili)[…] Tutte le bifore e gli angoli dei piani superiori sono ricchi di grifoni, leoni e maschere antropomorfi. http://it.wikipedia.org/wiki/Guglia_di_Raimondello

Secondo la leggenda, il campanile fu costruito nel corso di una sola notte di tempesta da megere e demoni[…]http://www.terrarussa.it/24021/guida-salento/folklore-e-tradizioni/una-notte-tra-megere-e-demoni-per-la-costruzione-della-guglia-di-soleto/

[26] Il tarantismo o tarantolismo è considerato un fenomeno isterico convulsivo. In base a credenze ampiamente diffuse in antichità nell’area mediterranea ed in epoca più recente nell’Italia meridionale, sarebbe provocato dal morso di ragni.Tale quadro psico-patologico è caratterizzato da una condizione di malessere generale e da una sintomatologia psichiatrica vagamente assimilabile all’epilessia o all’isteria.  […] http://it.wikipedia.org/wiki/Tarantismo

 

 

Cosimo De Giorgi e le ortiche

Ortica, da cascinamolinotorrine.com
Ortica, da cascinamolinotorrine.com

 

      

di Maria Grazia Presicce

 

 

La Cantarinula [2], questa invadente e a prima vista pericolosa e inutile pianta, mi riporta alla mia infanzia,  allorchè la nonna, dopo avermi informata che nel pollaio c’erano i piccoli tacchini che non stavano niente bene, mi chiedeva di accompagnarla in giardino dove avrebbe raccolto le cantarinule che sarebbero state un toccasana per quei poveretti.

Ci inoltravamo nel giardino dirigendoci negli angoli più in penombra, che nonna conosceva, dove crescevano tantissime piante di verdi e rigogliose ortiche.

– Attenta, non toccarle che ti bruci! – mi avvertiva – portami solo il cesto. Eseguivo mentre, la nonna lesta, con la mano protetta da un guanto, ne staccava le tenere foglioline e le riponeva nel cesto.Tornate a casa, la nonna poneva una pentola con un po’ d’acqua sul fuoco e vi immergeva le cantarinule lasciandole cuocere bene poi, le faceva raffreddare e dopo averle ridotte in poltiglia le mischiava con un impasto di crusca. Il pasto per i tacchini era pronto e subito si provvedeva a farglielo mangiare. In effetti la cura funzionava davvero, giacchè il giorno dopo le bestiole stavano meglio!

E’ bastato questo ricordo a farmi incuriosire e indurmi a soffermarmi sugli interessanti ed esaustivi articoli sull’Ortica curati dall’esimio Dottor Cosimo De Giorgi ( 1842-1922) e riportati su un giornale dell’epoca (1868) “Il Cittadino Leccese”.

Riporto gli articoli così come sono stati scritti da questo valente salentino, che tanto ha donato al Salento con la sua attenta e minuziosa attività di ricerca in svariati campi scientifici, sperando che possano interessare, oltre che a me, anche ad altri lettori!

 

 

IL CITTADINO LECCESE n. 3, 20 luglio 1868

SULL’ORTICA

I

Due parole di Proemio – un escursione botanica – L’Ortica – La vipera, il pelo dell’ortica e il fucile ad ago – L’acido formico – l’orticazione

 

Molte città e molte provincie d’Italia, ci hanno dato l’esempio di esatte ed accurate statistiche, e dimostrano in tal modo, colla freddezza del calcolo e delle cifre la loro importanza economica, scientifica e politica, paragonate alle loro consorelle. Fu uno slancio nella palestra delle nobili istituzioni; fu il Pecile[3] dell’ingegno italiano.Bellissimi esempi di tal genere noi troviamo nelle monografie provinciali di Sondrio, di Pisa,di lucca, di siena, di Forlì e nelle comunali di Milano, di torino, di Napoli, di venezia.

Cittadini, professori, artigiani, autorità, tutti vi concorsero in pari tempo: e per la monografia statistica della provincia  di Pisa compilata dal prefetto Torelli, mentre la studiava costì fu stabilito un fondo apposito, onde agevolare le escursioni scientifiche ad una scelta di naturalisti del Paese.

Un lavoro di tal genere qui fra noi sarebbe, non dirò difficile, ma quasi impossibile; non già che si manchi di uomini adatti o di insigni capacità intellettuali, ma perché si difetta di associazione, e più ancora di quelle scuole speciali rivolte a scopo illustrativo e pratico, più che all’istruttivo e teorico. Intanto una amministrazione qualunque, è da sé sola impotente a fornirci una statistica completa senza il concorso della cittadinanza, libero ma armonico, che valga a supplire alle mancanze ed inesattezze di quella. E peggio ancora se tutto dee riversarsi sulle spalle d’un solo: che a bene svolgere il quadro in tutti i suoi particolari, fa d’uopo collegar fra loro il principio di associazione con l’altro della divisione del lavoro. se qui si desse un estensione maggiore agli studi tecnici, o se vi piace, pratici, noi potremo sperare una coordinazione di fini e di mezzi adatti all’uopo. Che intanto ciascun di noi porti un briciolino di scienza o di arte ad illustrare qualche parte della nostra Provincia, ed il lavoro sarà bello e avviato, mentre gli sforzi dei pochi sian pure titanici, venivano sempre paralizzati dalla immensa vastità della materia.

Questi pensieri io volgea nella mente nel Maggio or decorso, e formavano il tema di una serie chiaccherata tra me ed un giovinotto col quale ero uscito a diporto.ragionare con lui di cose mediche era lo stesso come dire al muro: un po’ scettico com’egli era per cotesta scienza-arte, non divide le sue idee che con Cartesio e Molière; né io gli tenea il broncio per questo; anzi sfuggivo dal fargli discorsi di cotesto genere. La via che battevamo era una di quelle vecchie vie comunali, striate dalle piogge , solcate per lungo dai carri a rammentarci le prime rotaje di Stephenson; ora sparsa di ciottoli giallo.scuri, ora smaltata di timo e di margherite; e su questa a mò di pannocchia i corimbi violetti del Pulegio silvestre.[4] Il cielo era limpido e azzurro cupo, velato presso l’orizzonte di tenui strati di nuvole color rosa pallido: un vento leggieroincrespava l’onda delle graminacee dei campi contigui, che dal verde traea al giallo d’oro, giunte quasi a maturazione  completa.da per tutto  una varietà di forme, di colori e di disposizione nel cielo, nei capi e nella via che percorrevamo: una ricchezza d’individui, una povertà di specie! E vagabondi eran pure i nostri  pensieri a seconda che toccavamoora l’uno ora l’altro argomento di storia naturale.giungemmo finalmente in un punto dove la via dilatandosi, sboccava in due tortuose callaje, che dipartendosi l’un dall’altra si perdeano fra meandri contornati da siepi di rovo e di agave americane. Quivi sovra un terreno sciolto calcareo-siliceo dominava regina dell’orbe vegetale, spontanea proditrice dell’incauto agricoltore una magnifica colezione di ortiche.sembran messe lì come a chiuderci il passo colle frondi lanceolate d’un verde-smeraldo più o meno cupo, coi fusti angolosi, fibrosi, resistenti, coi loro fiorellini erbacei pendenti a grappolo. E ci fermamo difatto, e rivolto all’amico:, guarda gli dicevo,una di quelle piante che i più non curano, ma alla quale fa capo lo scienziato per un verso, l’industre colono e il meccanico per l’altro ed egli di rimando: senza dubbio, mi rispose, ma quei benedetti peli non sono essi uno scoglio pericoloso per l’uno e per gli altri?- No no, mio caro , gli ingiunsi io, una volta che ne conoscerai la natura, vedrai come la scienza ha saputo evitar cotesti scogli pericolosi.

Noi osserveremo l’ortica colla scorta di quattro lenti armonizzate fra loro, e tu vedrai come questa ignobile pianta ci sarà maestra di molte belle cose. E come vidi che il giovanotto bramava saperne qualche cosa, seduti su di un masso di calcare compatto che sporgea da un muricciolo lì presso, dopo aver strappato dalla parte inferiore del gambo una pianticella d’ortica: vedi tu, gli soggiunsi io, queste frondi seghettate ai lembi ed irte di peli? Osserva ora questi peli con lente di piccolo ingrandimento e vedrai – cosa strana! – che han la punta ora curva ora rigonfia, ben di rado aguzza.

Vi fu un tempo che si credette tra la vipera e l’ortica ci corresse poco, per la causa della molesta sensazione che entrambe inducono sulla nostra pelle. Una glandola appositasegrecante un liquido acre e corrosivo ricco di Echidnina[5] alla base del dente uncinato nella prima: una serie di glandolette sotto epidermiche facenti capo nel per la seconda: e il tutto parea correre a vele gonfie-

L’odierna micrografia ha ripreso queste indagini di osservazione. Or bene: guardiamo un pelo di ortica con un ingrandimento di 150 diametri.

Vedremo una lunga vescichetta conica, rigida, lunga, che si approfonda e si incastona come la gemma di un anello in una zona di cellule esagonali costituenti l’epidermide, che qui vedi colorata di verde.il bottone dell’estremo superiore del pelo, ci si fa ora più manifesto, e ci rammenta quelle frecce degli Sciti e dei Parti[6] descritte dall’Esule di Sulmona[7]

Ma questo non è tutto. Se l’osserviamo attentamente con un ingrandimento sui 200 diametri, tu vedrai nell’interno di questo fuso vescicolare che forma il pelo dell’ortica, un liquido un po’ più denso dell’acqua circolare in varie direzioni animato da un movimento vibratile o Browniano.[8]

Cosicchè il pelo contemporaneamente la fa da condotto secretore, escretore e propulsore: – gli è un fucile ad ago carico di munizione! –

Fin qui giungeano gli studi dei nostri vecchi: ma il Naturalista, scrutatore della natura dei corpi,chiese all’analisi chimica la composizione del succo dell’ortica e vi trovò fra gli altri un acido speciale e corrosivo[9], del quale vo’ dartene un’idea.non so se mai t’è occorso di assistere a qualcuna delle guerre accanite che per Economia alimentare per quel benedetto struggle for life soglion darsi due legioni di formiche, per quindi dividersi le spoglie opime d’un granaio.Il prof. Savi[10]mi facea osservare un giorno di cotesti, un aurea disgustevole all’odorato che sorgea da quella tensione marziale. Le formiche rosse furone quelle che restarono padrone del campo valendosi, come accade fra gli uomini, del dritto della forza, e dei micidiali Chassepots[11]ch’esse posseggono nelle loro mandibole.Quell’aurea disgustosa, penetrante che tu avverti pure nel sudore e nella traspirazione cutanea, nella quale vi abbonda, è acido formico (HO,C2,HO2) l’ultimo e il più ossigenato della serie metilica.

Di tal che oltre l’azione irritante v’ha nel pelo dell’ortica anco l’azione chimica: di qui il dolore bruciante che le valse il nome di Urtica urens.di qui l’orticazione ch’esso produce e della quale si giova il chirurgo, se vuol produrre una revulsione istantanea e dolorosa sulla pelle.

Sarà, se ti piace un mezzo Auto-da-fè, ma in questo caso il principio di Machiavelli[12] ci torna a garbo.l’arrossamento no tarda a succedere, e talora una speciale eruzione cutanea che con termine greco noi diciamo Eritema papuloso o orticato.

Mentre così discorrevamo  quell’ortica che io tenea fra le dita e che pocanzi dura e rigida quasi sfidava chi avesse osato di lambirla impunemente, cominciava già a divenir vizza, floscia, cadente: la lieve peluria delle foglie e del fusto si reclinava sulla trama fibrosa del vegetale, e senza alcun danno, potemmo toccare le foglie – “or bene, soggiunsi io al giovinotto, or è tempo di appagra le tue brame, di dirti cioè qualcosa sugli usi molteplici che l’ortica presta alle industrie coloniche, alle arti, ed all’Economia animale.Ma tu cortese lettore mi perdonerai, se ti lascio sul più bello: tornerò un’altra volta a sollevarti dall’austerità delle cose scientifiche all’utile delle pratiche applicazioni.

 

Dott. Cosimo De Giorgi[13]

 

SULL’ORTICA

II

 

IL CITTADINO LECCESE, n.5, 3 Agosto 1868

 

Le orticacee – Specie di ortica – Usi industriali  dell’ortica presso gli egizi, i Cinesi e gli Americani – Le tele di Angers e la carta di Lipsia – e da noi?

 

Proseguiamo insieme, o lettore, la nostra escursione botanica: e qui mi permetterei una breve, ma utile disgressione. Allorquando tu entri in quel Museo grandioso che si dice Firenze, e in una sola galleria tu ammiri a centinaja accumulati capolavori di genii e di arte, e poi ti soffermi estatico dinanzi ad un quadro, che rapisce del pari i tuoi che gli occhi azzurri di qualche figlia di Albione:[14]se tu sei giovane, se hai cuore che senta il bello, se hai un po’ di onesta ambizione, la prima cosa che ti va naturalmente pel capo, è di sapere l’artista di quel lavoro, di qual famiglia esso sia, di qual patria, di qual nazione. E se poi arrivi a sapere ch’è un italiano, dimmi: non ti par d’essere come in casa tua superiore agli estraneii, che ti sono d’appresso? Dall’idea singola del quadro, tu risali allora alla Gran Madre, alla Saturnia tellers[15]che non altrimenti potea rivelarsi di meglio, che nello scalpello d’un Michelangelo, o nel pennello dell’Urbinate-[16]

Nella storia della natura, come nella storia dell’arte e delle genti, le cose vanno ad un modo: v’ha una pagina che spetta all’individuo, un’altra che si estende nella specie e nella famiglia: lo studio dell’una guida al concetto sintetico dell’altra;come le mutazioni accidentali di quella , valgono talvolta  a deviare profondamente il tipo di questa: entrambe unite assieme formano il genio divinatore di Linneo[17]e di Cuvier,[18] come l’estro scrutatore Lyell[19]e dei Darwin![20]

L’ortica noi l’abbiamo fin qui esaminata come individuo: or sappi, o lettore, ch’essa è il nucleo d’una famiglia botanica delle più vaste e delle più naturali- dall’umile erba bruciante fino all’albero eccelso che fornisce nutrimento al filugello: dall’amaro principio che si nasconde nei calici spumanti di Cervogia,[21]al maestoso albero del pane[22] nell’Oceania: dalla polvere nera che stuzzica l’appetito al voluttuoso liquore del Vecchio della montagna;[23]dalla tessile canapa delle nostre valli Eridanine, al fico prelibato dei nostri giardini: noi troviamo vegetali differentissimi, ma che pur vivono sotto le stesse leggi, che si rivelano dalle radici, dal fusto,  nelle foglie e nei fiori. Vasto mi sarebbe il campo se qui  volessi parlarti delle orticacee sum-mentovate, né uscirei dal seminato: invece io vo’ tornare all’ortica erbacea; a studiare l’individuo nella specie, riservando a tempo migliore quella della specie nell’individuo.E qui mi giova fra le tante varietà di Ortica, descrivertene le principali: – L’Urtica urens – L’urtica dioica – L’urtica romana, –

L’Urtica utilis: le prime spontanee fra noi ed anco troppo comuni, l’ultima propria del Celeste Impero. La varietà dioica è la più grande, nasce lungo le strade di campagna, fra i ruderi di vecchi rottami di edifizii: si riconosce alle sue frondi grandi e lucenti, che si alternano sopra uno stelo rossastro, ed ai fiori maschi distinti dai feminei su tronchi diversi –

La varietà Urens cresce colla precedente, ma cerca i luoghi più coltivati, si infiltra nei giardini e nelle ville pubbliche, ha le foglie ellittiche,dentate, sparse da peli, coi fiori ascellari disposti a grappolo. – L’urtica romana,varietà annua erbacea, frequente nelle siepi e nei luoghi ombrosi, ha le foglie pari a quella della Melissa;[24] i suoi fiori sono monoici a piccoli racemi ascellari nelle foglie superiori, ed i semi come quelli del lino- L’urtica utilis è invece una varietà arborea a fusto fibroso testile[25], introdotto dalla Cina in francia, e da costì sulle sterili lande dell’Algeria –

Di tutte si serve il tecnologo, il colono, l’artigiano: – ed eccone i vantaggi.

Se ricorri alla storia troverai che gli antichi egizii, quel popolo laborioso, intraprendente, forte e navigliero, che morto nel vecchio, potremo dire sia risorto nel nuovo continente, si servivano delle fibre cauline dell’ortica per intessere drappi e intrecciare reti e nasse peschereccie.Il Cinese, altro popolo vecchio nella civiltà, ci offre dei bellissimi saggi di tele colorate intessute colle lunghe fibre dell’ortica utile: fibre che non la cedono ( dietro l’esperienze istituite dal Decaisnea[26]) per finezza al lino, e per tenacità a quella del canape, e si avvicinano un tantino a quelle delle nostre Agave americane- Quel grande uomo, poeta, filosofo e naturalista a un tempo alessandro Humboldt,[27] ci narra nei suoi lunghi viaggi nel Kamtschatcka[28] che durante le lunghe e rigide vernate di quel paese, spesso trovava in umili capanne una quantità di gente , intenta a filar delle lunghe sarte da cordami. Ebbene: era l’Ortica utile che forniva loro la materia prima, ed essi la coltivano con cura nei luoghi più selvaggi, che si rifiutavano a cultura migliore.

Così del pari ci narra, che nel fertile bacino del Mississipi ritrovò una varietà di ortica che si elevava  da 12 a 24 decimetri di altezza, ch’è tutto dire; mentre le nostre più eccelse ortiche si elevano a 4 o 5 decimetri, ed a stento. Raccolte nell’inverno, le vediamo ritorte a cordami senza le operazioni noiose e poco igieniche della macerazione, come si usa pel canape e pel lino- Nella guerra recente dell’America del Nord si fabbricarono sarte e cordami da marina colle fibre tessili di cotesta ortica americana, e raggiunsero lo scopo di una grande tenacità ed elasticità, sotto minor peso e minor volume – ma v’ha di più –Non è guari, nella società orticultoria di Angers furono premiate per incoraggiamento, delle tele di ottima qualità confezionate colle fibre della ortica comune.

Quanto più il cotone e la canape, per l’influsso di atmosfere e di guerre, cresceranno di prezzo, tanto più andranno in voga i succedanei a far loro concorrenza. E giacchè parlo di succedanei, spigolando qua e là nei periodici scientifici, ti dirò che in Lipsia, l’industre quanto dotta città della Sassonia, in mancanza di stracci nelle cartiere si è ricorso da circa 7 od 8 anni a questa parte, alle materie filamentose dell’ortica; e ne è risultata una carta da gareggiare in finezza e in bellezza con quella del legno e della paglia-

Cosicchè tu vedi bene, che il tecnologo può guardare l’ortica con una certa compiacenza . ma da noi, mi dirai, a che valgono cotesti vantaggi? Io indovino il tuo pensiero, o lettore, e so quel che vorresti dirmi: non son le materie prime che ci mancano, né le braccia, come altri crede: è la buona volontà che ci accompagna di rado: son le macchine, questi bracci materiali dell’industria che ne fanno difetto- Senza questo indirizzo bisogna contentarsi del vecchio, e sperare nell’avvenire – sappi intanto, che l’ortica può essere utile tanto all’uomo, che ai bruti: come e quanto ciò sia vero, te lo dirò un’altra volta-

Dott. Cosimo de Giorgi

 

SULL’ORTICA

III

 

IL CITTADINO LECCESE anno VIII, n.7, 24 Agosto 1868

 

Un succedaneo del pepe – Il verde innocente – L’industria colonica e l’ortica – il tempo della Gabale, e quello della verità!

 

L ‘uomo, gli animali e l’ortica: – ecco il tema di quest’altra lettura a complemento della precedente- Torniamo daccapo verso il vecchio continente. Sulle coste della Guinea il seme dell’ortica vien sostituito a quello del pepe nero, indigeno di cotesti luoghi: ed in tal caso il succedaneo la vince sullo specifico- Difatti polverizzato e misto alle vivande, mentre riesce stimolante e digestivo, mentre stuzzica l’appetito non irrita lo stomaco, né lo eccita a maggior secrezione, come è del pepe ordinario e della mostarda- E qui mi viene un acconcio un tantino d’Igiene- Di tutti questi eccitanti, io ti consiglio, o lettore, di fare uso pochissimo: né il clima nostro, né le condizioni geografiche, né il modo di vivere, né i temperamenti qui predominanti ci richieggono questi alimenti nervosi, seppure non ce li vietano addirittura- l’ortica è poi un accessorio del nostro regime alimentare, e in Germania figura spesso sotto forma di condimento o di guarnizione come gli spinaci; mentre in Lorena si apprestano per cena, come un pasto leggiero, e a quel che ne dicono, saporoso- Ma qui è questione di gusti: epperò non intendo di toccarla- Rientriamo invece nella capitale della Grande Nazion, nella città fondatrice per eccellenza, quanto a prodotti alibili[29]: tu troverai le ortiche in caldo amplesso cogli spinnaci pur di crescere il volume dei condimenti: tu vedrai la loro parte colorante verde adopperata a colorire le confetture, e i dolciumi: nel che però dobbiamo lodar chi ne fa uso, perché val meglio un po’ di verde matto della clorofilla sui zuccherini, che il verde brillante dei venefici prepparati di Arsenico o di Rame.

Ma vantaggi maggiori li ritrae dall’ortica l’industria colonica; che la nostra pianta è un’eccellente foraggio. Io t’ho detto più in su, ch’essa vegeta spontanea nei terreni più aridi e più incolti, nelle siepi, nei giardini, nei boschi, e fra i ruderi di vecchi rottami di edifici: che la sua vegetazione è precocissima, essendo fra le prime piante che appaiono in primavera, e nel nostro clima, direi quasi, è perenne. Fiorisce, quando appena fan capolino dalle glumelle le spighe delle graminacee: precede di oltre un mese la comparsa dei più maturi fra i nostri foraggi, del trifoglio, della sulla[30] e della lupinella[31] e verdeggiasempre rigogliosa in estate, quando il calore e i venti sciroccali ci bruciano alberi e piante. Di qui l’utile che ne può ricavare  il colono e in tutte le stagioni. Si può sostituirla al fieno, si può mescolare alla paglia  destinata al nutrimento del bestiame, pel quale riesce un cibo più gradito di quello che nol sia lo italico Melitoto.[32]nell’estate si falcia e si fa essiccare, come il fieno, onde impedire l’orticazione della lingua sul palato delle bestie bovine. Per gli uccelli questa precauzione è affatto inutile: avrndo essi una speciale costituzione anatomica nelle loro papille linguali, per la quale ingozzano senza masticare;  epperò sono ghiotti anche dei semi caustici dell’Euforbia elioscopia-[33]in Normandia alle galline si danno le ortiche trinciate e mescolate alla crusca per disporle convenientemente alla cova. Ma è nell’inverno che si ha bisogno di un foraggio economico, e soprattutto per le bestie cornute. Ecco il consiglio che il signor Eloffe[34]dà ai suoi coloni – “ In sul finir della primavera, egli dice, sterpate le ortiche e fatene un’ampia provvigione, lasciatele disseccare al sole per 8 o 10 ore, e poi trinciatele come si farebbe col fieno. Volendo usarne, basta nella sera precedente immergerne nell’acqua calda la quantità di ortiche che si crederà sufficiente.Quest’acqua si lasci bere al bestiame; e quindi si daranno le ortiche cotte, miste al fieno e ad una “tenue dose di sal marino”- Il latte delle mucche sottoposte a questo regime,riesce così abbondante e più cremoso, e fornisce un burro eccellente.”

Vedi quindi, o lettore, quanta utilità in questa pianta, che tu rabbioso fai sterpare dalle siepi dei tuoi campi come inutile parassita: che tu forse non guardi nemmeno quando passeggi per le vecchie vie, e solitarie, se non è per isfuggirne il contatto. D’ora in poi, vorrei credere, la non ti farà più paura; ora che ne sai la natura, le insidie e le proprietà sue.

Due altre parole, e poi smetto – La nostra pianta, e mi duole dirlo, ha pure qualcosa del Talismano, e della Verga Magica:[35]è divenuta il punto di partenza di astute gabale di certi avidi speculatori. – Tu già m’intendi, che è fra le aule dorate di qualcuno adoratore di Mida[36] più che seguace di Galeno[37]ch’io voglio condurti, giacchè è costì nel principio dei bollori primaverili, che per mirabile artifizio la nostra povera erbetta con altre sue consorelle, è condannata a far da filtro del sangue e degli umori del pari che il Pagliano[38] il Leroy[39] e gli amari Robbi[40] e i famosi elisir – Penetriamo invece nel tempiodella verità: nudo, lindo e diafano nelle pareti, senza vanità, senza ostentazione,senza formule altisonanti: ma pur tanto bello! Ivi stanno registrate le osservazioni del borghigiano e dell’onesto scienziato, le esperienze dei medici e dei farmacisti. Lì sapremo che più che depurativa, l’ortica ha sempre goduto e gode la proprietà dell’emostatico interno: è un rimedio confidenziale di certi polmoni un po’ delicati, del quale forse ne avrà fatto la prova qualcuno dei miei lettori, e… per diversa cagione anco qualcuna delle mie lettrici.

Ma è tempo ormai di finirla coll’ortica; molto più che uscendo da quel tempio, sento di non esser più nel mio elemento. Quindi un saluto, una stretta di mani e addio!

Dott. Cosimo De Giorgi

 

 


[1] Immagine da Google Cascina Molino Torrine :http://www.cascinamolinotorrine.com/ortica.html

[2] Armando Polito “ L’Ortica. Tanti nomi dialettali per una pianta “ che brucia”, Erbario di Terra d’Otranto, Fondazione terra D’Otranto.  http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/10/29/lortica-tanti-nomi-dialettali-per-una-pianta-che-brucia/

[3] Era un quadriportico che delimitava un giardino con grande piscina centrale, http://www.tibursuperbum.it/ita/monumenti/villaadriana/Pecile.htm

[4] Mentha pulegium. E’ una pianta nana tipica del  Salento, ha fusto corto con foglie piccole  ricche di peli, grigiastre e poco dentate. Odore gradevole e forte. Nell’antichità  era molto conosciuta per allontanare le Pulci tanto che il suo nome “Pulegium” deriva dal latino “Pulex = pulce”. www.elicriso.it/it/piantearomatiche/menta/

[5] Sostanza attiva contenuta nel veleno dei serpenti, http://dizionari.hoepli.it/Dizionario_Italiano/parola/echidnina.aspx?idD=1&Query=echidnina

[6] Giovanni Amatuccio “ Peri toxeias: L’arco da guerra nel Mondo Bizantino e tardo-antico”, Copryrigt 1996 by Editrice Planetario, Bologna.  (Le frecce degli sciti e dei Parti, Libro VII, Cap. II,5., pag.53: Gli Sciti  avvelenavano le frecce con ciò che si chiama “ il veleno delle frecce” ( toxcon) destinato a provocare la morte rapida é…* Una persona degna di fede mi diete la seguente ricetta che produce lo stesso effetto. Prendete dell’euforbia …[…]

[7] Edward Gibbon “ Storia della decadenza e rovina dell’Impero Romano”  traduzione dall’Inglese, Milano per Nicolò Bettoni, MDCCCXX, vol. 3, cap. XVIII, pag. 349: (1) Aspicia et mitti sub adunco  toxica ferro/Et telum caussas mortis habere duas./ Ovid. Ex Pont. L.IV.ep.7.v.7 ( Trad.: Tu vedi che pure sono scagliati veleni sotto adunco ferro( la freccia)/ e che la freccia ha due cause di morte( il ferro della freccia e il veleno)/ http://books.google.it/books?id=OJZDAAAAcAAJ&pg=PA349&dq=ovidio+frecce+avvelenate++degli+sciti&hl

[8] Il termine moto browniano fa riferimento al moto disordinato delle particelle[…] presenti in fluidi o sospensioni fluide. www.wikipedia.org

[9] Si tratta dell’acido Formico presente in natura sia nei vegetali che in alcuni animali.[…] viene utilizzato, in piccole dosi, per accelerare la respirazione aerobica  e la fermentazione dei lieviti del pane. Da “alimentazione e salute-Additivi alimentari, http://www.my-personaltrainer.it/additivi-alimentari/E236-acido-formico.html

[10] Naturalista ( Pisa 1798-ivi 1871) professore di Storia naturale nell’università di Pisa(dal 1823);socio corrispondente dei Lincei (1870) enciclopedia Treccani, http://www.treccani.it/enciclopedia/tag/paolo-savi/

[11]  Lo Chassepot, noto anche come fusil modèle 1866 ( fucile modello) […] fu adottato dall’esercito francese nel 1866. Babylon 9 http://dizionario.babylon.com/fucile_chassepot/

[12] “ Il fine giustifica i mezzi” http://www.puntosufi.it/16dist.htm

[13] Dott. Cosimo De Giorgi ( Lizzanello (LE) 9 febbraio 1842 – Lecce 2 dicembre 1922) Alla sua professione di medico e di Educatore affiancò attività di ricerca e studio in svariati campi: paleontologia, paletnologia, archeologia, geografia, idrografia, meteorologia,geologia, sismologia, agricoltura ed igiene. http://it.wikipedia.org/wiki/Cosimo_De_Giorgi

[14] Antico nome ( probabilmente Celtico) della Gran Bretagna, attestato al 6°secolo A.C., a partire dal 4°secolo soppiantato da Britannia , www.treccani.it/enciclopedi/albione/

[15] La saturnia tellers è uno dei quattro rilievi figurati dei lati brevi dell’Ara Pacis.[…] rappresenta una grande figura matronale seduta con in grembo due putti e alcune primizie. www.wikipedia.org

[16] Raffaello Sanzio

[17] Carl Nisson Linneus […] noto ai più semplicemente come Linneo […] è stato un medico e naturalista svedese, http://it.wikipedia.org/wiki/Linneo

[18] Cuvier è stato un biologo francese, www.wikipedia.org/wiki/Georges_Cuvier

[19] Charles Lyell è stato un geologo scozzese, www.wikipedia.org

[20] C.R.Darwin è stato un naturalista britannico celebre per aver formulato la teoria dell’evoluzione delle specie animali e vegetali per selezione naturale agente sulle variabilità dei caratteri. http://it.wikipedia.org/wiki/Charles_Darwin

[21] Maniera di beveraggio che  si fa di grano, di vena, d’orzo, e con menta,appio e altre erbe, ed è una specie di birra, http://www.dizionario.org/d/?pageurl=cervogia

[22] E’ questo il nome comune di un membro della famiglia delle ortiche(urticacee) Diffuso nelle isole dell’Oceania vi cresce spontaneo; è coltivato anche in vari paesi tropicali a scopo alimentari. Albero del pane http://www.ebooks-etexts.com/arte_estoria/varie/saggi/albero_del_pane.htm

[23]   Gli Albigesi di Giuseppe La Farina, romanzo storico, vol.IV,Genova, Stabil.Tipog. Ponthemier 1855, Giorgio Franz in Monaco, pag.138 http://books.google.it/books?id=32pLAAAAcAAJ&pg=PA138&dq=voluttuoso+liquore+il+vecchio+della+montagna&hl=

[24] Apois.it: La MELISSA ( Melissa officinalis ), comunemente chiamata anche cedronella per l’odore simile a quello del limone, è una pianta erbacea perenne della famiglia delle Labiatae. Cresce facilmente dalla zona mediterranea a quella montana, nei boschi e nei luoghi freschi e ombrosi. http://www.apois.it/2009/12/la-melissa-unerba-che-fa-star-bene/

[25]  Tessile, Forma letteraria  antica

[26] Decaisnea: errore per Decaisne; Joseph Decaisne, botanico del XIX secolo.

[27] biologo, esploratore e botanico Friedrich Heinrich Alexander Freiherr von Humboldt nacque a Berlino, il 14 settembre 1769, http://biblioteca.liceorossi.it/node/409

 

[28] Penisola orientale della Russia, vicino all’Alaska e al Giappone

[29]  Alibile= nutriente; forma aggettivale dal latino àlere=nutrire; qui però sta per alimentari. Spiegazione prof. Armando Polito.

[30] Pianta erbacea perenne, emicriptofita, alta 80-120 cm.. Appartiene alla famiglia delle Fabaceae. Cresce spontanea in quasi tutti i paesi del Bacino Mediterraneo. http://it.wikipedia.org/wiki/Hedysarum_coronarium Nel Salento è chiamato fieno selvatico.

[31] trifoglio bianco; Hedysarum coronarium

[32] Il Melitoto è una pianta frequente e al margine del bosco e dei prati.essa appartiene alla famiglia delle leguminose e ha piccoli fiori gialli con un profumo gradevolmente dolce che ricorda il miele. www.erboristeriadulcamara.com/meliloto.htm

[33] Euphorbia helioscopia è una pianta erbacea  annuale

[34]  ARTHUR ELOFFE naturalista preparateur et professeur de taxdermie “ L’ORTIE” SES PROPRIETES ALIMENTAIRES, MEDICALES, AGRICOLES ET INDUSTRIELLES, PARIS CH.ALBESSARD ET BERARD, LIB.-EDITEURS, 8, Rue Guènè gaud Mèmè maison à Marseille, 25, rue Pavillon 1862, cap.III, pag.21  http://books.google.it/books/about/L_ortie.html?id=lJqJ511KAbEC&redir_esc=y

[35] La verga Magica era un incantesimo di grande potere, il cui scopo era di proteggere chi la porta con sé dai nemici visibili ed invisibili, blog di Wicca www.magiawicca.wordpress.com/2008/09/30/lincantesimo-della-verga-magica/

 

[36] Mitico re della Frigia. E’ proverbiale il suo “ tocco d’oro”la capacità di trasformare in metallo prezioso qualsiasi cosa toccasse. Questo potere gli era stato donato da Dionisio. http://it.wikipedia.org/wiki/Mida

 

[37] Galeno di Pergamo è stato un medico greco antico, i cui punti di vista hanno dominato la medicina europea per più di mille anni. http://it.wikipedia.org/wiki/Galeno

 

[38]    si tratta dello Sciroppo Pagliano in Giurisprudenza del Regno, vol.12, parte II, pag.108 http://books.google.it/books?id=2ahFAAAAcAAJ&pg=RA3-PA108&dq=sciroppo++PAGLIANO+1860&hl=it&sa=X&ei=ezzvUJeaOYnQtAbepYFw&ved=0CDIQ6

 

[39]  Si tratta di un Purgativo. “Disputazione medica e filosofica” Biblioteca Regia Monacensis, Napoli, dalla Stamperia e Cartiera del Fibreno, Largo San Domenico Maggiore, n.3, 1830 http://books.google.it/books?id=EOc8AAAAcAAJ&pg=PA47&lpg=PA47&dq=sciroppo+leroy&source=bl&ots

 

[40] Marrobbio: Il marrobio è una pianta che cresce in tutta la nostra penisola nei luoghi incolti oppure lungo le strade. Può raggiungere i 60 cm di altezza; le foglie sono biancastre e lanose e i fiori, riuniti a modo di spiga, sono di colore bianco. http://www.esseresani.it/come-curarsi-col-marrobio-105718.html

 

La Città Bella nei diari di alcuni viaggiatori

il castello di Gallipoli (ph Vincenzo Gaballo)

di Alessio Palumbo

Alla fine dell’800 la crisi del commercio e della produzione olearia in Puglia e l’affermarsi dei porti di Taranto e Brindisi mise in ginocchio l’economia di Gallipoli. I commerci, le attività artigianali ed industriali, come ad esempio la produzione di botti, subirono una drastica contrazione. Ciò pose fine al periodo di splendore e ricchezza vissuto dalla città tra il XVIII e il XIX. Di tale “età dell’oro” rimangono le affascinanti testimonianze di alcuni viaggiatori.

Nel 1789, agli albori della rivoluzione che avrebbe sconvolto le sorti di mezza Europa, così Carlo Ulisse De Salis Marschlins descriveva la città bella, nel suo Viaggio nel Regno di Napoli:

“Gallipoli è un paese di 7000 abitanti, con strade sporche e strette, e situato sopra una roccia che sporge nel mare […]. Quantunque non abbia né porto, né una sicura rada per le imbarcazioni, a Gallipoli si pratica il commercio più importante del Regno. Vengono di qui esportate annualmente 150.000 salme d’olio […] Gallipoli è certamente un fenomeno fra le città commerciali, ed è inconcepibile come questo fiorente commercio riesca a mantenersi” (C.U. De Salis Marschlins, Viaggio nel Regno di Napoli, Cavallino, L.Capone, 1979, pp. 148-149).

Una città inaspettatamente ricca dal punto di vista economico, dunque, ma non esteriormente. Le strade sono sporche, il porto è inesistente. Un giudizio non isolato, quello del De Salis.

Circa un secolo dopo infatti, nel 1882, Cosimo De Giorgi, esprimeva la sua ammirazione per il dinamismo della città, ma non per le sue bellezze artistiche ed architettoniche. Un vero e proprio nonsense per la città Bella:

“Il borgo di Gallipoli non ha nulla di artistico” scriveva De Giorgi “ma pure

Lecce. Il Sedile: note storico – descrittive

Lecce, piazza S. Oronzo, Il Sedile e la chiesa di S. Marco (ph Giovanna Falco)

di Giovanna Falco

Le recenti polemiche inerenti al restauro del Sedile in piazza Sant’Oronzo a Lecce, amplificate dalla scioccante illuminazione rosa fucsia (ormai spenta) e concentrate sulla rimozione di vari elementi storicizzati (la piastrella in maiolica recante l’antico numero civico 1674, le vetrate, il lampadario, il camino)[1], così come sul nuovo impianto illuminotecnico e le vetrate antiriflesso fissate da crociere di acciaio, fanno tornare alla mente un altro dibattito – anche questo riportato dai giornali – che ha riguardato sempre questo monumento.

Nel 1897, per dar risalto al Sedile, si pensò addirittura di abbattere la chiesetta di San Marco, che gli sorge di fianco. All’epoca – a differenza di oggi, fu proprio il Regio Ispettore dei Monumenti di Terra d’Otranto – Prof. Cosimo De Giorgi -, ad appellarsi alla cittadinanza dalle pagine del Corriere Meridionale, ricordando come la chiesetta testimoniasse la presenza secolare della potente colonia veneta, e sottolineando l’importanza del piccolo monumento: rara dimostrazione incontaminata dell’arte cinquecentesca. Da qui nacque un acceso dibattito che per più di un anno riempì di polemiche i giornali locali. Dalle pagine della Gazzetta delle Puglie, ad esempio, si criticava la troppa attenzione di Cosimo De Giorgi per «una cappelluccia corrosa e di

Scienza e scienziati salentini tra Seicento e Novecento


di Livio Ruggiero

La tradizione scientifica salentina, in buona parte messa in ombra da quella umanistica e dal barocco, è ricca di una lunga serie di personaggi, da Archita da Taranto, grande matematico del IV secolo a. C., a Ennio De Giorgi, uno dei più grandi matematici del Novecento. La vita e le opere della maggior parte di essi sono cadute inesorabilmente nell’oblio e solo di alcuni si è salvato il ricordo del nome nella toponomastica stradale. Eppure la loro attività è stata di grande importanza e spesso di rilievo internazionale, come quella del medico Giorgio Baglivi, dalmata ma salentino di adozione, dei naturalisti Oronzo Gabriele Costa e Salvatore Trinchese, del fisiologo Filippo Bottazzi, candidato al Nobel.

 

Alcuni hanno dotato Lecce di strutture scientifiche e tecnologiche d’avanguardia, anch’esse cadute nel dimenticatoio e scomparse dal panorama cittadino, come l’Orto Botanico realizzato da Pasquale Manni, la rete di orologi pubblici sincronizzati elettricamente ideata da Giuseppe Candido, sacerdote e vescovo, e l’Osservatorio Meteorologico e la Rete Termopluviometrica realizzati e gestiti, per oltre quarant’anni, con grande passione da Cosimo De Giorgi.

A ciò si aggiungano fatti di rilievo come i primi esperimenti di illuminazione elettrica condotti dal gesuita P. Nicola Miozzi, l’istituzione dell’Istituto Tecnico “O. G. Costa” e la realizzazione del tram elettrico Lecce-S.Cataldo, all’epoca il più lungo d’Italia.

In ambito universitario si sta cercando di recuperare questo ricco patrimonio, ma è l’intera comunità salentina che ne deve riprendere coscienza per salvare quanto rimane.

 

abstract del saggio pubblicato integralmente su Spicilegia Sallentina n°5

Anche quando gli altri alberi perdono l’onore delle loro fronde, l'ulivo ci consola e ci assicura che la natura vive ancora

Campagna salentina (ph Gianpiero Colomba)
Campagna salentina (ph Gianpiero Colomba)

di Gianpiero Colomba

 

… l’ulivo adorna i soli luoghi prediletti della natura

ed abborre le contrade attristate da lungo inverno…

 simbolo della pace, sempre verde,

anche quando gli altri alberi perdono l’onore delle loro fronde,

ci consola e ci assicura, che la natura vive ancora…

(Giuseppe Ceva Grimaldi, 1818)

 

Siamo veramente certi che le questioni ambientali/ecologiche riguardino esclusivamente l’attualità?! Per qualcuno la risposta può sembrare ovvia. Vale la pena, però, ricordare “dove” eravamo e cosa stiamo lasciando in eredità. L’epoca che stiamo vivendo è sicuramente eccezionale per il livello globale raggiunto dalla crescita, ma anche per l’inquinamento degli agro ecosistemi e per l’utilizzo massivo di energie fossili non rinnovabili.

Le società preindustriali erano più attente agli effetti che un determinato intervento antropico aveva sul territorio, di quanto il senso comune oggi possa immaginare, anche tra chi ha a cuore il paesaggio e la sua tutela. E il paesaggio del Salento sono le “pagghiare”, i muretti a secco, i mandorli e i ficheti, ma soprattutto l’Olivo, che da secoli vigila e protegge.

Autori coevi, studiosi dell’olivo e semplici amanti del paesaggio salentino hanno denunciato in passato quanto l’uomo stesse danneggiando la natura o, semplicemente, hanno evidenziato la bellezza, il significato “culturale” e l’utilità economica delle risorse del territorio.

Giuseppe Palmieri già nel 1853, attento ai temi tanto cari alla moderna “Environmental History”, facendo riferimento alla relazione tra la Natura e l’Uomo, così scriveva:

“ (…) E’ folle intrapresa il voler tutto in ogni paese. Bisogna e giova prender di mira il più utile. Si ottiene il tutto, cangiando il superfluo col mancante. La natura, che vuol tenerci uniti per gli legami de’ bisogni vicendevoli, ha assegnato ad ogni regione un’attitudine particolare a certe produzioni e a

Cosimo De Giorgi, famoso geografo leccese, medico e filantropo

di Luigi Cataldi

 

Cosimo De Giorgi nasce a Lizzanello, presso Lecce, il 9 febbraio 1842, ed ottiene il diploma in Belle Lettere e Filosofia nel 1858, presso il Liceo-Convitto dei Gesuiti di Lecce. Conseguita, presso la scuola Medica di Lecce, l’ammissione al II grado di medicina nel 1861, nel novembre dello stesso anno si trasferisce a Pisa, dove, nel 1864. si laurea in Medicina. Due anni dopo consegue anche la laurea in Chirurgia, a Firenze.

Nel 1867 rinuncia, suo malgrado, a recarsi all’estero per frequentare una scuola di specializzazione, dovendo rientrare al paese natio per curare i familiari affetti nel corso di un’epidemia di colera. Si dedica con successo alla professione medica, che esercita dedicandosi contemporaneamente a studi di geologia, e all’insegnamento delle scienze naturali. Lasciato definitivamente l’esercizio della medicina nel 1889, forse a seguito della morte della madre e del senso di colpa derivatogli per non esser riuscito a salvarla, si dedicò interamente ad attività sociali tra le quali il Comizio agrario, la Commissione Conservatrice dei Monumenti, il Consiglio Sanitario, la Delegazione Scolastica.

In particolare De Giorgi si dedicò allo studio dell’ambiente salentino sotto vari aspetti, dalla meteorologia alla sismologia, dalla geologia alla paleontologia, dall’archeologia alla storia, dall’agricoltura all’igiene. Dopo una raccolta sistematica delle osservazioni meteorologiche a Lecce (1869-1873), nel 1874 fondò l’Osservatorio Meteorologico, dirigendolo ininterrottamente fino quasi alla sua morte.

Realizzò anche la Rete Termopluviometrica Salentina, che portò la Provincia di Lecce ad una invidiabile collocazione ai primi posti in Italia in ambito meteorologico.

De Giorgi guadagnò in tal modo un ruolo di prestigio nella comunità scientifica nazionale, che apprezzò ampiamente le sue doti accogliendolo consensualmente tra le personalità scientifiche di maggior rilievo. Egli partecipò ai congressi della Società Meteorologica Italiana, svolgendo relazioni su vari temi.

Ottenne nel 1880 la nomina a cavaliere del Regno d’Italia. Nel 1897 fu nominato socio corrispondente della Pontificia Accademia dei Nuovi Lincei e ai primi anni del ‘900, grazie alla passione per l’Archeologia proprio in quegli anni (1900-1906) riuscì a portare alla luce l’Anfiteatro Romano esistente nel cuore della città di Lecce, permettendo al Salento di acquisire una posizione di grande prestigio culturale.

Prenderemo ora in considerazione alcuni aspetti che fecero meritare a De Giorgi ottima fama anche in campo medico, nell’Igiene e nella prevenzione. Rileviamo questi dati preziosi dalla corposa corrispondenza che il De Giorgi tenne con centinaia di Personalità, Istituzioni, Colleghi e Amici.

Accenneremo solo ad alcune problematiche che potremmo inserire nel grande tema della medicina popolare.

Quando il paziente chiede al medici, con insistenza, la prescrizione di un farmaco di cui ha visto o sentito dire qualcosa, magari su “Internet”… Evento assai frequente anche sulla base della nostra esperienza recente. E il medico dovrebbe rispondere: “stia molto attento signore, che sul web c’è anche molta spazzatura ed abbiamo anche noi difficoltà a discernere il buono dal cattivo”. Che sarebbe una maniera elegante per non dire: “si faccia curare da Internet…”.

In una delle sue lettere, indirizzata il 2 maggio 1868 all’amico e collega Guidi Mugnaini, da Nugola (LI), suo compagno di studi, De Giorgi lamenta la richiesta di continui salassi da parte dei suoi assistiti ippocraticamente convinti che il salasso liberi il corpo dai “cattivi umori”.
Poche settimane dopo scrive allo stesso amico lamentando i pregiudizi dei suoi pazienti su streghe, stregoni, diavoli, sulla credulità e superstizione relative ai riti magici, al malocchio e ai vari rimedi popolari per liberare se stessi o i propri bambini.
Quando i bambini piangevano, lamentandosi senza un motivo apparente, veniva consultata un’anziana esperta che controllava se avessero il malocchio (l’affascinu). L’affascino poteva essere procurato ai neonati dallo sguardo invidioso di donne che non potevano avere figli, o da chi, in ogni modo per invidia, facesse apprezzamenti. Per liberare un soggetto dal malocchio si ungeva l’indice con l’olio e lo si faceva gocciolare nel piatto poggiato sulla testa del “fascinatu”; l’operazione veniva ripetuta per tre volte recitando l’Ave Maria.

Un altro rito magico molto diffuso era quello di “tagliare i vermi” ai bambini che soffrivano mal di pancia. Veniva chiamata una donna esperta, che nel vicinato non mancava mai, e che interveniva con una tecnica e una formula segreta che le era stata tramandata: per tre volte faceva il segno della croce sulla pancia del bambino con le mani unte di olio e, massaggiando la pancia, recitava preghiere misteriose.

In una lettera del 30 giugno 1868, il De Giorgi, addoloratissimo, comunica all’amico il caso di un adolescente con un grave trauma a un arto, morto per una complicanza infettiva da tetano, contratto perché i genitori avevano rifiutato di far amputare l’arto traumatizzato… Il ragazzo era morto e De Giorgi era stato incolpato, se non aggredito, dai parenti.In una lettera del 16 luglio dello stesso anno De Giorgi informa l’amico che nel Salento una medichessa tratta le infiammazioni oculari passando la lingua, ben insalivata, sull’occhio malato, ma dopo aver masticato a lungo delle foglie di ruta.

Contro l’eresipela, invece, come egli riferisce, esistevano numerose possibilità terapeutiche popolari, dalla zucca gialla alle foglie di sambuco, dalle monete o medaglie d’argento alle feci umane…

In conclusione anche se sono trascorsi quasi 150 anni dai tempi in cui Cosimo De Giorgi viveva sulla propria pelle i drammi dell’ignoranza della popolazione, ancora oggi tutti i medici e forse i pediatri in misura più rilevante, subiscono aggressioni culturali, psicologiche, legali, e non di rado anche fisiche a causa della diffusa ignoranza popolare, e perché no, anche della malafede di personaggi di indefinibile moralità.

Bibliografia

Caiuli A. (a cura di), Bibliografia di Cosimo De Giorgi, Congedo Editore, Galatina 2002

Cataldi L., Gregorio M.G., Errori di ieri… , “Atti del 10° Congresso Internazionale del GSNNP”, Aversa 24-26 nov 2006

Cataldi L., Errori di oggi… Atti del 10° Congresso Internazionale del GSNNP Aversa 24-26 nov 2006

Jastrow J. (a cura di) – Storia dell’errore umano. Milano, Mondadori, 1941

Joubert L., La prima parte de gli errori popolari dell’eccellentiss. sign. Lorenzo Gioberti filosofo, et medico, lettore nello studio di Mompellieri. Nella quale si contiene l’eccellenza della medicina, e de’ medici, della concettione, e generatione; della grauidezza, del parto, e delle donne di parto; e del latte, e del nutrire i bambini. Tradotta di franzese in lingua toscana dal mag. m. Alberto Luchi da Colle. Con due tauole, vna de’ capitoli, e l’altra delle cose notabili. Nuouamente data in luce. In Fiorenza, per Filippo Giunti, 1592 

Mercuri S., Degli errori popolari d’Italia, In Venetia, appresso Gio. Battista Ciotti Senese, 1603

Ruge R. Muhlens P, Schwalbe J. Errori diagnostici e terapeutici e criteri per evitarli: pediatria, Milano Vallardi, 1927  

* Il presente contributo è stato presentato il 20 febbraio 2010 al 6° CORSO  “NOVITA’  NELLA  STORIA DELLA PEDIATRIA” del GRUPPO DI STUDIO DI STORIA DELLA PEDIATRIA della SOCIETA’  ITALIANA  DI  PEDIATRIA autori, Angela Paladini e Luigi Cataldi.

L’Orto botanico della Città di Lecce

 

di Antonio Bruno

bacche di mirto

 

Quante volte mi sono trovato a scrivere una relazione durante la mia attività? Innumerevoli volte, ma mai mi sono reso conto di quanto possano essere preziose le informazioni che sono contenute in questi atti dovuti scritti, per la maggior parte delle volte, di malavoglia e solo per non incorrere in spiacevoli richiami per l’eventuale omissione.
Il 30 giugno del 1905 si tenne a Lecce l’Assemblea dei Soci del Comizio Agrario e in quell’occasione il Prof. Ferdinando Vallese relazionò sull’Orto e grazie a questo atto dovuto sono venuto a conoscenza di come fosse strutturato.
Condizioni generali dell’Orto del Comizio Agrario di Lecce.
L’orto era esteso per una superficie do 5 tomoli e 3 stoppelli ovvero la sua estensione era di circa 3 ettari. Aveva una configurazione accidentata derivata dal riempimento e dall’interro di vecchie cave di pietra ottenuto in gran parte con materiali di demolizione raccolti in città. Quindi il terreno era profondo in alcuni punti e roccioso in altri comunque dappertutto molto incoerente e sabbioso, di facile lavorazione e di conseguenza molto soggetto alla siccità per la facilità con cui si disseccava durante i lunghi periodi di siccità estivi.
Dalle esperienze di coltivazione della Società economica nell’orto vivevano bene alcune colture legnose e quelle erbacee invernali e primaverili mentre era quasi impossibile praticare la coltivazione delle colture estive e di quelle estivo autunnali.
Il Prof . Ferdinando Vallese fa presente che la difficoltà era dovuta alla mancanza dell’irrigazione e faceva presente che il Comizio aveva speso somme rilevanti per la costruzione di vasche di raccolta delle acque e per il restauro di vecchie cisterne in maniera tale da accumulare e raccogliere sia le acque delle piogge che quelle sorgive dei pozzi.
Inoltre per le stesse ragioni era stata restaurata la bella noria situata sulla bocca di un grande cisternone, solo che alla data del 30 giugno 1905 non era ancora utilizzabile perché non si era potuto allargare il rosario dei secchi in modo da portarlo ad attingere a qualche metro sotto il livello dell’acqua. La noria è una ruota idraulica che ha la funzione di sollevare acqua sfruttando la corrente di un corso idrico. Il nome è spagnolo, a sua volta derivato dall’arabo , vociare, zampillare.
L’origine della noria sembra essere collocabile in Mesopotamia in un periodo databile intorno al 200 a.C. ed è stata molto diffusa e migliorata nel mondo islamico dagli ingegneri meccanici.
 

Colture legnose dell’Orto del Comizio Agrario di Lecce
Il Prof. Ferdinando Vallese scrive che l’Orto del Comizio Agrario di Lecce meritava il nome di Orto botanico perché la Società economica che l’aveva gestito lo aveva arricchito di una grande quantità di specie vegetali. Naturalmente aveva limitato la quantità ad un piccolo numero di esemplari quelle che avevano soltanto importanza scientifica ed aumentando il numero degli esemplari a quelle che oltre all’importanza scientifica avevano anche una importanza industriale ed economica.
Il Prof. Ferdinando Vallese precisa che benché la composizione delle essenze vegetali contenute nell’Orto abbia subito modificazioni profonde dal tempo in cui era gestito dalla Società economica si può affermare che ciò che è rimasto è una predominanza dei gelsi e delle piante fruttifere, mentre c’era un piccolo appezzamento a boschetto di elci (Quercus ilex, leccio o elce. ) e le piante di quercia vallonea che costeggiavano qualche viale. Il Comizio agrario del 1905 a detta del Prof. Vallese pur adattandosi alle esigenze dell’agricoltura di quegli anni seguì le orme definite “gloriose” della Società economica.
Infatti tra le colture legnose, alle quali si era prestato e si prestava anche nel 1905 il terreno dell’Orto agrario, primeggiava il gelso i cui esemplari allietavano con il loro verde brillante l’angolo definito “delizioso” della città di Lecce occupato dall’Orto.
Il Prof. Vallese era meravigliato dall’ottimo stato in cui si trovavano i gelsi pur essendo rimasti incolti per più lustri e per la potatura affidati alla scure di persone definite più vandali che esperti.
Comunque i monconi lasciati dalle mani dei vandali non furono sradicati e ne furono piantati di nuovi. Inoltre dopo il successo dell’allevamento di bachi da seta a Pulsano del Conte Roberto d’Ayala Valva con 1.200 piante di gelso e dopo di quelle dell’on. De Viti De Marco in quel di Cellino l’Orto aveva formato un semenzaio per la moltiplicazione del gelso.
L’allevamento del baco da seta era stato effettuato dall’Orto e ne aveva relazionato il Direttore della Regia Scuola Pratica di Agricoltura Prof. Toscano. Nel 1903 e 1904 gli allevamenti di baco da seta avevano occupato una vecchia casa colonica ma nel 1905 si intendeva restaurare una vecchia brigattiera ovvero un locale che era stato specificamente usato per l’allevamento dei bachi da seta per ricavarne un piccolo allevamento sperimentale.

L’Orto Botanico di Lecce
La nascita dell’Orto Botanico di Terra d’Otranto è legata in qualche modo alle novità introdotte dalle riforme napoleoniche nel Regno di Napoli. Tra queste novità, un posto di rilievo occupa l’istituzione, in ogni capoluogo del Regno, delle “Società di Agricoltura” che diventeranno, uno degli elementi catalizzatori più importanti per la divulgazione e la ricerca scientifica nelle diverse province. A Lecce, la “Società di Agricoltura di Terra d’Otranto”, ebbe come sede l’ex convento dei Cappuccini dell’Alto con annesso il giardino per la realizzazione di un “orto agrario” nei pressi
della stazione ferroviaria (1810). Alla sua direzione come “segretario perpetuo” si susseguirono Cosimo Moschettini (1747-1820) e dal 1835 Gaetano Stella (1787–1862) fino alla sua morte. Lo Stella diede notevole impulso alle iniziative della Società, tra cui l’istruzione, l’“addestramento” e la didattica considerate attività molto importanti. Altre personalità di rilievo che animarono la vita dell’Orto furono Pasquale Manni (1745-1841) e Oronzo Gabriele Costa (1787-1867). Dopo la scomparsa dello Stella, l’Orto Botanico, che era stato ampliato fino a raggiungere la superficie di circa tre ettari e arricchito di molte collezioni botaniche, cominciò un lento ma inesorabile declino, tanto che nel 1872 faceva parlare uno dei più illustri scienziati salentini, Cosimo De Giorgi (1842-1922), di “decadenza” e di “splendore antico”. Uno dei motivi che compromisero la vita e le prospettive dell’Orto fu proprio lo scarso interesse che la cultura del tempo accordava ai problemi ambientali e alle tematiche naturaliste legate al territorio extraurbano, come ripeteva spesso il compianto professor Sergio Sabato (1941-1991) dell’Università di Lecce che diversi anni fa, aveva molto perorato la causa per la ricostituzione dell’Orto Botanico a Lecce.
La sua definitiva distruzione si completò nel primo dopoguerra (1929) con la costruzione della Casa Littoria (attuale Intendenza di Finanza), del Consiglio Provinciale delle Corporazioni (attuale Camera di Commercio), del Consorzio Agrario e della Casa del Latte. La testimonianza storica dell’Orto Botanico di Lecce, almeno per la parte tangibile delle tracce e dei segni del suo antico retaggio, è costituita dalla “Casa Agraria” (denominato in passato anche come “Comizio Agrario” per il fatto che vi svolgevano incontri, adunanze, lezioni, ecc.), oggi restaurata e adibita ad un Laboratorio (“Multilab”) per analisi ambientali e merceologiche della Camera di Commercio, il “fondo librario” custodito dallo stesso ente, e da alcune essenze arboree ubicate in aree destinate a parcheggio o a verde, intorno agli Uffici Finanziari in Viale Gallipoli.
Il caso ha voluto che dei dieci esemplari arborei rimasti, cinque siano di quercia Vallonea (di cui uno in ottime condizioni vegetative e di grandi dimensioni, ubicato nel cortile interno dell’edificio dell’Intendenza di Finanza) e gli altri quattro situati su un’area a parcheggio di proprietà demaniale che versavano in uno stato di relativo degrado.

Casole (Otranto), mirabile fusione fra Oriente ed Occidente, nel segno della cultura, dell’accoglienza, della preghiera e del lavoro

resti del cenobio di Casole (ph Ubaldo Villani-Lubelli)

Luigi Giuseppe De Simone e le lettere casulane

di Paolo Vincenti

Un imponente lavoro, questo di Mario Muci, che ha deciso di pubblicare il carteggio di un grande intellettuale salentino dell’Ottocento: Luigi Giuseppe De Simone. Non avevamo finito di apprezzare  il lavoro certosino svolto con la pubblicazione del carteggio di un altro gigante della cultura salentina dell’Ottocento, Cosimo De Giorgi, che ecco ci capita fra le mani, grazie alla gentilezza di Alessandro Laporta che ce ne fa dono, questo nuovo libro: “Guida al carteggio di L.G. De Simone (con le Lettere Casulane di G.Cozza-Luzi)”, di Mario Muci,  pubblicato dalla Provincia di Lecce, nell’ambito della Collana “Quaderni della Biblioteca N. Bernardini” (Amaltea Editore 2006).

Particolare curioso: Mario Muci in questa pubblicazione non si sofferma molto sulle  Lettere Casulane come fa, invece, in un’altra sua pubblicazione, di poco anteriore a quest’ultima, dedicata a Girolamo Marciano1 (stravaganza dello studioso, pensiamo),  dove dà ampia testimonianza del carteggio intercorso fra il Cozza- Luzi e il  De Simone, non mancando di sottolineare la grande importanza di questa documentazione.

Nella rosa di lettere scelte da Muci per questo libro, troviamo, corrispondenti del grande De Simone, altrettanto grandi intellettuali salentini e non solo, come il Canonico Paolo De Giorgi, Giacomo Arditi, Pietro Siciliani, Giovanni Flechia, Cesare Cantù, il sacerdote Giuseppe Candido, Luigi Settembrini, Antonio Salandra, Cosimo De Giorgi, Domenico Briganti, Ettore Pais ed altri;  ma la lista completa dei personaggi con cui De Simone fu in corrispondenza epistolare annovera moltissimi nomi , come Gaetano Brunetti, Oronzo Gabriele Costa, il Gregorovius, De Sassenay, Lenormant, Yriarte, il Diehl, l’Omont, ecc. Questa fitta corrispondenza è stata sviscerata in diverse pubblicazioni da parte dei nostri storici locali, a partire da Nicola Vacca, che curò nel 1964 una nuova edizione dell’opera desimoniana “Lecce e i suoi monumenti” (Centro di Studi Salentini), fino ad Alessandro Laporta con il suo saggio Luigi Giuseppe De Simone tra Europa e altra Europa, contenuto in “ L.G.De Simone cent’anni dopo”, a cura di Eugenio Imbriani (Amaltea Edizioni 2004).

Ma veniamo a quello che rappresenta il cuore della nostra trattazione. Oltre alle lettere già citate, Muci pubblica anche l’intero corpus delle  Lettere Casulane di Giuseppe Cozza -Luzi e questo costituisce certamente il valore aggiunto del libro. Preziosissimo, infatti, appare questo carteggio, conosciuto da tutti gli studiosi che si sono occupati del De Simone, o di storia di Otranto e del monachesimo bizantino, ma che non era fino ad oggi mai stato pubblicato nella

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