Copertino: una mancata veduta settecentesca

di Armando Polito

Chiunque sfogli, come ho fatto io, il testo (integralmente consultabile in https://books.google.it/books?id=DYil3DWkU2oC&printsec=frontcover&dq=editions:T30UfxWID0IC&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjB7syu8aTOAhWFVhoKHYZIBFYQ6AEIHDAA#v=onepage&q&f=false) del quale riproduco di seguito il frontespizio,

s’imbatterà proprio all’inizio (p. III) nell’unica immagine che lo correda e che di seguito riproduco.

Considerando il titolo dell’opera uno pensa immediatamente ad una rappresentazione, per quanto approssimata, di Copertino. Ma dopo la fabbrica fortificata in primo piano e sul suo lembo sinistro quella specie di minareto, che potrebbero pure starci, inevitabilmente l’occhio coglie nella restante parte un paesaggio che presenta connotati ben diversi dal nostro.

Come il lettore avrà notato, il frontespizio non reca né data né editore né luogo di edizione, ma alla fine di p. XCII il testo che in basso ho sottolineato in rosso consente di dare una datazione, se non all’edizione, almeno alla scrittura della difesa.

Giacinto Dragonetti (L’Aquila 1738-Napoli 1818) fu un famoso avvocato fiscalista. Entrato in magistratura negli anni 80 del XVIII secolo (quindi dopo la stesura di questa difesa), nel 1792 ricoprì la carica di magistrato della Monarchia di Sicilia, carica inferiore solo a quella di vicerè. Nel 1798, rientrato a Napoli, fu prima consigliere della Regia Camera della Sommaria e poi presidente della Gran Corte della Vicaria. Di seguito il suo ritratto tratto da Alfonso Dragonetti (suo nipote), Le vite degli illustri aquilani, Perchiazzi, L’Aquila, 1847.

A questo punto mi pare abbastanza probabile che l’immagine, se non è di pura fantasia, si riferisca a L’aquila, che cioè nella scelta (se pure fu lui a farla) Giacinto si sia lasciato trascinare dall’amore per la terra natia. Probabilmente nulla sarebbe cambiato, per un intersecarsi di genealogie, nemmeno se fosse vissuto dopo, quando, cioè, Laura de Torres (morta nel 1838) sposò il marchese Giulio Dragonetti e quando, in seguito al matrimonio fra Francesco de Torres (1808-1881) e Luisa Sanseverino (1707-1869) quest’ultima portò il titolo di duchessa di Seclì, che, com’è noto, dista 20 km. circa da Copertino. Credo che nemmeno questo, se per assurdo si fosse verificato, sarebbe stato sufficiente per evocare in Giacinto la Terra d’Otranto ed indurlo a scegliere un’immagine della città del patronato reale della cui chiesa, pure, aveva scritto la difesa …

L’editoria in Terra d’Otranto nel XVI secolo

di Armando Polito

 

Non potendo esibire nessuna immagine (che scoop sarebbe stato!) relativa alle officine tipografiche del Salento nel XVI secolo, rimedio, prima di entrare in argomento,  con l’immagine che segue, veramente eccezionale, se, come credo, è la più antica che contenga la rappresentazione di un’officina tipografica. Essa è tratta da La grant danse macabre, opera uscita a Lione nel 1499  per i tipi di Mathias Huss. Mi auguro che l’eccezionalità dell’immagine basti a compensare il sentimento che alcuni suoi dettagli possono suscitare, in linea, d’altra parte con il titolo del libro (La grande danza macabra), sul cui argomento chi è interessato troverà dettagli in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/05/23/le-origini-antiche-di-una-poesia-popolare-gallipolina/. Fatti i dovuti scongiuri, procedo.

Qualsiasi innovazione tecnologica ha sempre avuto bisogno di tempo per diffondersi, un tempo, direi, inversamente proporzionale alla sua stessa evoluzione. Effetto, certo, dell’economia di scala e in parte pure del bisogno, subliminalmente indotto dalla pubblicità, di non poter fare a meno  se non dell’ultimo modello, spesso dal costo proibitivo per l’utente medio, almeno del penultimo. Quarant’anni fa, per esempio, un tv color di 28” (il massimo che la tecnologia potesse consentire) costava non meno di 800.000 lire , cioè il triplo dello stipendio medio. Oggi con la cifra in euro corrispondente al triplo di uno stipendio, per chi ha la fortuna di averlo …,  medio (diciamo 1300 euro netti), di tv (smart e 4k) te ne puoi comprare due da 70”.

Lo stesso dicasi per la stampa, in cui l’avvento dei processi digitali ha favorito la rivoluzione della rivoluzione a suo tempo operata da Gutenberg, con esiti allora inimmaginabili, se si pensa ai moderni programmi di videoscrittura, alle stampanti in 3d e, perché no?, alla crisi del libro stampato.

Se dovessimo operare pure con il libro il calcolo fatto poco fa per i tv, lo scarto sarebbe infinitamente maggiore, nonostante il punto in comune, sostanzialmente identificabile con il costo costo che, unito alla scarsissima alfabetizzazione, rendeva il libro un oggetto riservato ad una ristrettissima élite (la locuzione è quasi il superlativo di un comparativo …).

C’è da meravigliarsi, perciò, se nel Salento furono solo due i tipografi attivi nel XVI secolo? Io lo reputo già un miracolo, vista la classifica, che ho compilato con i dati risultanti da una mia ricerca specifica, in cui i primi posti (ci si poteva attendere altro?) sono occupati dai centri  che allora  detenevano una specie di monopolio in questo campo, figlio diretto della loro egemonia culturale. Da notare, inoltre, che  più di un tipografo ebbe officine in sedi diverse. Ecco la classifica emersa:  Venezia (380), Roma (239), Milano (194), Firenze (136), Napoli (131), Torino (79), Padova (50), Siena (36), Palermo (35), Reggio Emilia (21), Pesaro (20), Genova (16), Urbino (13), Foligno (7), Città di Castello (6), Cosenza (6), Como (3), Fossombrone (3), Pisa (2), Bari (1), Copertino (1), Taranto (1).

Se non sorprendono i nomi delle città occupanti i primi cinque posti, se era scontato, dunque, che la Puglia non spiccasse, sorprende, invece, l’entità del contributo regionale (2/3 editori) dato dal Salento. C’è da aggiungere, oltretutto, che l’unico tipografo registrato per Bari non era neppure italiano, ma francese:  Gilbert Nehou (attivo anche a Venezia) che pubblicò il volume: Colantonio Carmignano, Operette del Parthenopeo Suavio in varij tempi & per diversi subietti composte, et da Silvan Flammineo insiemi raccolte, et alla amorosa & moral sua calamita intitulate, In le case de Santo Nicola1, 15 ottobre 1535 (Di seguito il frontespizio e il colophon).

È giunto il momento di presentare questi due imprenditori salentini. Comincio da Copertino, in cui esercitò l’attività di tipografo Bernardino Desa, che ivi era nato. Non so dire se ci siano rapporti di parentela con San Giuseppe da Copertino, al secolo Giuseppe Maria Desa (1603-1663). Se non fosse che, quando il santo nasceva, Bernardino aveva cessato la sua attività (o, addirittura era già passato a miglior vita, cosa più che certa quando il futuro santo fioriva e lapalissiana quando, dopo la morte, si cominciarono a scrivere le biografie), pensate che scoop editoriale sarebbe stato per il nostro tipografo pubblicare un libro sul santo dei voli. Probabilmente anche allora, parenti o non parenti, l’omonimia avrebbe quanto meno indotto ad una più cospicua tiratura …

Di seguito l’elenco dei volumi stampati da Bernardino; ho potuto corredare qualche titolo col relativo frontespizio, ma è facilmente intuibile quanto questi volumi siano rari, ragione per la quale bisogna ringraziare la rete che con le sue digitalizzazioni ci permette di farcene un’idea un po’ più rimarchevole di quella offerta dai semplici dati bibliografici.

Successi dell’armata turchesca nella citta d’Otranto nell’anno MCCCCLXXX. Progressi dell’essercito, et armata, condottavi da Alfonso duca di Calabria; scritti in lingua latina da Antonio Galate, in Cupertino : appresso Gio. Bernardino Desa, 1583.

Constitutiones editae in dioecesana synodo Andriensi, quam Lucas Antonius Resta episcopus Andriensis habuit, anno Domini MDLXXXII, Apud  Io.  Bernardinum Desam, Cupertini, 1584

Alla fine del volume, prima dell’indice, c’è l’attestazione del notaio circa la corrispondenza tra il testo dei documenti trascritti nel volume e gli originali; segue la ratifica della dichiarazione notarile e l’imprimatur del vescovo  di Nardò Fabio Fornari  (1583-1596).

(Traduzione: Io suddiacono Filippo Pipino notaio per volere dell’autorità apostolica e segretario di questo sinodo diocesano di Andria attesto di aver di aver fatto la presente copia in trentasei carte qual è al presente dal suo proprio originale esistente nell’archivio della curia vescovile di detta città; fatto il confronto si è trovata esatta corrispondenza, fatta salva etc. E in fede ho sottoscritto ed ho apposto, richiesto, il mio solito sigillo che uso in simili circostanze. Luogo del sigillo. Così sta la varità. Il medesimo di sopra,notaio Filippo Pipino di propria mano.

Si stampi insieme con le lettere dell’illustrissimo Signor Cardinale Carafa scritte in latino sulla stessa materia e dirette al Reverendissimo Signor Vescovo di Andria e con le osservazioni aggiunte dalla mano del medesimo illustrissimo Signor Cardinale, di cui si fa menzione nelle dette lettere. Fabio Vescovo di Nardò).

Riprendo l’elenco delle pubblicazioni momentaneamente interrotto.

Pythagorae Scarpii Salentini Philosophia acerrima de anima, eiusque immortalitate, nature capacissima elaboratione cum omnium antiquorum opinione comprehensa, eorumque dilucidatione celeberrima , Cupertini, apud Iohannem Bernardinum Desam, 1584

Minimi,  Haec sunt acta et decreta trium capitulorum generalium Ordinis minimorum Avinonensium Barchinonensium & Januensium  repurgata per r. p. f. Gasparem Passarellum, Cupertini, apud Johannem  Bernardinum Desam, 1585

Statuti provinciali di frati Minori osservanti della provincia di San Nicolò. Fatti su l’anno del Signore MDLXXXV da tutti frati di detta provincia et confirmati dal reverendissimo padre fra’ Fr., In Cupertino, appresso Gio. Bernardino Desa, 1585

 

Ordinationi per la chiesa, e diocesi di Nardò, appresso Gio. Bernardino Desa, in Cupertino, 1591

 

Se Bernardino fu un copertinese attivo a Copertino, a Taranto, invece, il tipografo attivo fu Quintiliano  Campo, delle cui origini nulla si sa e del quale ci resta solo una pubblicazione:

Girolamo da Dinami,  Divina predestinatione ristretta in cinque capitoli dal r.p. fra’ Girolamo Dinami calabrese cappuccino, predicando, e leggendo in Venetia, a Santo Apostolo ne l’anno 1565 e dal medesimo in molti luoghi ampliata, e con migliore deligentia ristampata in Taranto, in Taranto : per Quintiliano Campo, nel primo del mese di marzo 1567.

 

P. S. Riporto il prezioso commento del sig. Francesco Guadalupi, apparso il 19 settembre c. a. sul profilo in Facebook della fondazione:

Credo sia opportuno fare un riferimento anche al libro che nel 1627, fu stampato a Brindisi, nel palazzo dell’Episcopio pur se questa fu una tipografia d’occasione, installata soltanto per la stampa dell’opera di Falces e bisognerà aspettare il 1699 perchè Tommaso Mazzei impianti una stabile officina che fu chiamata Stamperia Arcivescovale. Dice N. Vacca su Brindisi Ignorata p. 276: “L’arcivescovo Falces, per stampare una sua opera invitò nel 1627 in Brindisi un colto tipografo romano, Lorenzo Valeri, che da alcuni anni lavorava in Trani. Egli allogò la sua officina nell’episcopio e soggiornò in Brindisi per tutto il tempo che occorse per comporre e stampare la “Practica brevis ac universalis” di cui due esemplari sono posseduti dalla biblioteca Prov. di Lecce e uno dall’Arcivescovile di Brindisi.” Questa è l’immagine del frontespizio con marca e note tipografiche.

 

Approfitto dell’occasione per rinnovare  una comunicazione di servizio: si  pregano i gentili lettori di replicare il loro commento anche sul blog della fondazione, al fine di evitare che contributi preziosi come questo vadano perduti. In questo caso il destino ha voluto che casualmente mi imbattessi in questo commento, peraltro non notificatomi,  su Facebook, ma non si può sempre sperare nella buona sorte.

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1 S. Nicola è il protettore di Bari, per cui In le case de Santo Nicola vale Bari.

2 Due erano state le edizioni precedenti: una era uscita a Venezia per i tipi di Domenico e Luigi Giglio nel 1566, la seconda nello stesso anno a Padova, senza indicazione del nome del tipografo.

 

Copertino nella seconda metà del ‘900

Copertino nella seconda metà del ‘900

Ricordi a volte tragici, a volte amari, a volte grotteschi

 

di Antonio Gala

Ascoltavo nel corso della mia infanzia il rombo assordante delle sirene, quando sotto il fuoco incrociato degli aerei angloamericani o tedeschi, scuotevano il nostro inconscio costringendo tutti, adulti o in tenera età, a trovare scampo nei rifugi o all’ombra dei nostri pergolati, ove riuscivamo, nonostante il rombo dei bombardamenti, a consumare gli avanzi delle nostre calde minestre, lasciate sul tavolo da pranzo delle nostre povere mense.

La città di Copertino, nel secondo dopoguerra, ha vissuto tutti i disagi legati alle problematiche della ricostruzione dalla fame e dalla povertà, ma soprattutto alle divisioni di una società, lacerata dai due conflitti mondiali che spesso si ripercuotevano anche all’interno delle famiglie. Piazza del Popolo era lo specchio delle idee che animavano i tre principali schieramenti; dagli altoparlanti posizionati nei punti cruciali del paese si scandivano i nomi dei protagonisti che si alternavano nelle piazze, quasi sempre affollate secondo gli orientamenti espressi dai partiti principali: le bandiere rosse sventolavano al nome di Pippi Calasso, il pioniere dell’antifascismo e dell’affrancamento del popolo salentino e regionale dalla povertà; l’onorevole Giuseppe Calasso affiancato dalla compagna e consorte Cristina Conchiglia che spese le sue energie per l’affrancamento delle tabacchine dallo sfruttamento e dalla servitù, per approdare poi al riconoscimento dei loro diritti, vilipesi e calpestati dai padroni, mentre il primo si prodigava per l’assegnazione delle terre dell’Arneo, incolte ed abbandonate nelle mani di feudatari che sfruttavano i contadini, in presenza di un vuoto sindacale che li proteggesse.

cristina-conchiglia e Calasso
Cristina Conchiglia e Calasso

Che dire poi delle risposte legittimate da quello che accadeva in Russia, ove la dittatura social comunista mieteva vittime tra gli oppositori politici, risposte fatte proprie dallo Scudo Crociato, che con i vessilli bianchi alternava sul palco emeriti oratori, quali Codacci  Pisanelli, l’attuale senatore a vita Urso o De Giuseppe, cui facevano seguito i copertinesi politici dott. Pando, dott.  Ruberti, il prof. De Carlo.

On. Piero Sponziello
On. Piero Sponziello

Una ciliegina sulla torta piazzaiola ricomponeva le varie sfaccettature di diatribe e schiamazzi, che si sommavano in un quadro tragicomico quando entrava in scena l’onorevole Clemente Manco che insieme a Piero Sponziello attiravano l’attenzione pubblica con la loro bravura oratoria e competenza politica, il primo reduce della repubblica di Salò, ambedue poi militanti del M.S.I. di Giorgio Almirante.

on. Clemente Manco
on. Clemente Manco

Giovani universitari, di qualsiasi provenienza ideologica e di svariati settori professionali, accorrevano numerosi in piazza del popolo per ascoltare la verve oratoria dell’on. Manco, il quale ammaliava con la sua parola il pubblico, quando sotto il riflesso di quella lampada paonazza, come un globo fosforescente, che rendeva il suo viso come una figura spettrale, dal palco posizionato a lato del nostro amato Pascià, ricamava il suo discorso che non presentava una grinza di sgrammaticatura ed avviluppava destra e sinistra in un tiro a bersaglio, con la resa finale delle due parti sotto il fuoco incrociato delle sue invettive e della sua satira.

Era una fantasmagorica gara al diverbio, allo schiamazzo e agli insulti quella satira così forbita, che iniziando dall’elogio simpatico dell’oppositore politico, finiva poi col dileggio, definendolo come ciarlatano e parolaio, da cui derivavano tra i vari gruppi politici scorribande furibonde. Definire questa come allegria paesana, sarebbe forse riduttivo per chi è malato di nostalgia incurabile per  un passato che definirei festaiolo rispetto ai tempi di oggi, in cui si è portato a perfezione l’istinto alla ribellione, divina (quella di satana contro Dio e le leggi divine), quella umana (con l’assassinio di Abele da parte di Caino), che ci ricorda le stragi dell’umanità, non ultima quelle dei campi di concentramento nazisti.

Sarebbe certamente bello rivedere, a proposito di Copertino  nel secondo dopoguerra, il carretto con cui si vendeva la fortuna col pappagallo rinchiuso nella gabbietta, o i nostri nonni recarsi in campagna con l’asino e le bisacce, o lu “Sardone” raccogliere gli escrementi degli animali “lu rumatu” col carretto o ancora il cantiere de “li cazzapetre” pilotato dall’amico  Totò  Cimino, avaro di imprecazioni e parolacce , per la sistemazione delle strade  dissestate e piene di pozzanghere.

Oratorio di Don Rosario Trono nel 1964
Oratorio di Don Rosario Trono nel 1964

Tempi felici quelli, quando i giovani  si radunavano nell’oratorio di Don Rosario  Trono, che ricordava  il fondatore  San  Giovanni  Bosco o nella  Chiesa di San Giuseppe Patriarca, sotto la vigile e solerte presenza di  Don  Antonio  Delle  Donne;  come non ricordare ancora  Don Giuseppe Marulli, il custode delle  memorie storiche copertinesi nella Basilica  di Santa  Maria ad  Nives. Tempi felici, in cui i nostri ulivi secolari  non  avevano contratto il virus della  xilella o non c’era la moria delle palme a causa del punteruolo rosso, ed un primario emerito  come il Dott. Prof. Antonio  Marcucci si  salutava da questo mondo  abbracciato  alla  madre  natura, sotto un albero di fico o lu Cosiminu  ‘Ttaccascope si portava nell’aldilà il ricordo dei suoi attrezzi con cui confezionava i suoi manufatti, che poi esponeva al mercatino, in piazza  Castello.

Che dire poi del nostro  asilo e delle  suore dell’Istituto  Moschettini, dei primi  passi  nella scuola elementare, con tanti  bravi insegnanti, ligi alla  cultura  e rispettosi  del  nostro Tricolore  e del  Crocifisso, così vilipeso da alcuni docenti di  oggi. A voi, cari  miei predecessori, dedico  questo mio componimento, con l’affetto  che ancora mi porto nel cuore pi lu  Ronzu ti li  Scole e famiglia.

Sono arrivati i santi! Tutti al teatrino dei guitti…

 

 

La piazza di Copertino in una veduta agli inizi del secolo scorso, ricavata da un vetrino a coppie stereoscopiche (coll. priv. Nino Pensabene)

LA CIVILTA’ CONTADINA NEL SALENTO  FINE OTTOCENTO

 

LI SANTI A ‘NDINIEDDHRU

 

Il teatrino dei guitti che col carrozzone, di tanto in tanto, allietavano i pomeriggi domenicali, si basava su delle figure statiche (i santi, interpretati dagli stessi guitti) che – a tende abbassate , nel segreto di cinque cabine – andavano indovinate solo attraverso suoni o rumori alludenti a una particolarità episodica o iconografica del santo.

  

GUSTO DELLA SCOMMESSA

ED OSTENTAZIONE DELLA CONOSCENZA SACRO-CULTURALE

 

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

Fra gli spettacoli piazzaioli che di quando in quando interrompevano la monotonia delle domeniche paesane offrendo ai contadini un gradito diversivo al loro abitudinario incontrarsi, bere un quarto di vino assieme e parlare di lavoro, il più elettrizzante era “Lu tiatrìnu ti li santi a ‘ndiniéddhru” (“Il teatrino dei santi da indovinare”). E questo non perché offrisse un maggiore divertimento, che anzi, al confronto delle spericolate esibizioni dei funamboli, delle clownesche uscite dei saltimbanchi o delle lunghe tessiture dei cantastorie, poteva dirsi misero – basato com’era su delle figurazioni statiche e prive di un qualsiasi commento verbale -, ma per la capacità di coinvolgimento che esercitava. Una forza dovuta unicamente alla formula d’impianto, studiata in modo di garantire agli spettatori, oltre al godimento della fruizione – comune a tutti gli spettacoli -, la possibilità di una partecipazione nonché esibizione personale, con ciò venendo a centrare quelli che – al riguardo – erano i due punti sensibili della psiche contadina: il gusto della scommessa sostenuto dalla speranza di una vincita, e la soddisfazione di potere pubblicamente ostentare la personale conoscenza sacro-culturale acquisita attraverso li cunti ti li santi patriarchi (i racconti dei santi patriarchi), al cui tramando orale scrupolosamente attendevano gli anziani ritenendolo inescludibile patrimonio del sapere familiare.

Era infatti sulla rappresentazione di personaggi arcaico-biblici o neotestamentari che il suddetto spettacolo si imperniava, ovviamente

Il pittore del “Santo dei voli”. Saverio Lillo da Ruffano

1. S. Lillo (attr.), San Giuseppe da Copertino in estasi davanti alla principessa Maria Savoia. Copertino, Santuario di San Giuseppe da Copertino (ph. S. Tanisi)
1. S. Lillo (attr.), San Giuseppe da Copertino in estasi davanti alla principessa Maria Savoia. Copertino, Santuario di San Giuseppe da Copertino (ph. S. Tanisi)

di Stefano Tanisi

Il santuario di San Giuseppe da Copertino conserva i più significativi esempi dell’iconografia josephina di tutto il Salento. Costruito nel 1754, in seguito alla beatificazione di frà Giuseppe (1753), il santuario incorpora la stalla in cui era nato nel 1603. I pellegrinaggi verso la città del “Santo dei voli” furono notevolmente incrementati nel 1767, quando il frate fu iscritto all’albo dei santi. È stato probabilmente in questo periodo che la chiesa fu arricchita da sei grandi dipinti ovali che illustrano scene della vita e dei miracoli dell’umile francescano: “San Giuseppe da Copertino in estasi davanti alla principessa Maria Savoia”; “San Giuseppe da Copertino converte il duca Giovanni Federico di Sassonia”; “Il fanciullo Stefano Mattei riacquista la vista pregando sulla tomba di San Giuseppe da Copertino”; “San Giuseppe da Copertino riceve l’ultima comunione”; “San Giuseppe da Copertino pianta la croce sul Calvario” e “San Giuseppe da Copertino guarisce dalla follia il cavalier Baldassarre Rossi”.

2. S. Lillo (attr.), San Giuseppe da Copertino converte il duca Giovanni Federico di Sassonia. Copertino, Santuario di San Giuseppe da Copertino (ph. S. Tanisi)
2. S. Lillo (attr.), San Giuseppe da Copertino converte il duca Giovanni Federico di Sassonia. Copertino, Santuario di San Giuseppe da Copertino (ph. S. Tanisi)
3. S. Lillo (attr.), Il fanciullo Stefano Mattei riacquista la vista pregando sulla tomba di San Giuseppe da Copertino. Copertino, Santuario di San Giuseppe da Copertino (ph. S. Tanisi)
3. S. Lillo (attr.), Il fanciullo Stefano Mattei riacquista la vista pregando sulla tomba di San Giuseppe da Copertino. Copertino, Santuario di San Giuseppe da Copertino (ph. S. Tanisi)
4. Autore ignoto, San Giuseppe da Copertino riceve l’ultima comunione. Copertino, Santuario di San Giuseppe da Copertino (ph. S. Tanisi)
4. Autore ignoto, San Giuseppe da Copertino riceve l’ultima comunione. Copertino, Santuario di San Giuseppe da Copertino (ph. S. Tanisi)

Queste raffigurazioni devozionali furono identificate nel 2003 da Nuccia Barbone Pugliese. La stessa studiosa attribuiva questi dipinti all’operato del settecentesco pittore Domenico Antonio Carella (cfr. N. Barbone Pugliese, Domenico Antonio Carella mentore dell’iconografia del Santo dei voli in Puglia, in Il ‘Santo dei voli’ San Giuseppe da Copertino. Arte, storia, culto, Napoli 2003).

Un’indagine stilistica approfondita rivela che in cinque dipinti su sei – ad eccezione del dipinto di “San Giuseppe da Copertino riceve l’ultima comunione” d’altra fattura – si possono riscontrare, oltre l’intonazione dei colori, le tipiche fattezze dei volti e le posture dei personaggi presenti nelle opere del pittore ruffanese Saverio Lillo (1734-1796). In queste tele copertinesi il pittore si avvale di bozzetti e cartoni utilizzati in altre opere autografe: nella tela di “San Giuseppe in estasi davanti alla principessa Maria Savoia” troviamo il volto della principessa simile al profilo della donna che regge l’uomo malato nel dipinto di “San Paolo” del 1795 della cappella di S. Paolo di Galatina.

5. S. Lillo (attr.), San Giuseppe da Copertino pianta la croce sul Calvario. Copertino, Santuario di San Giuseppe da Copertino (ph. S. Tanisi)
5. S. Lillo (attr.), San Giuseppe da Copertino pianta la croce sul Calvario. Copertino, Santuario di San Giuseppe da Copertino (ph. S. Tanisi)

La figura del duca in “San Giuseppe converte il duca Giovanni Federico di Sassonia” è la stessa di quella di Salomone nella tela della “Visita della regina di Saba al re Salomone” del 1765 della chiesa matrice di Ruffano. Nel dipinto de “Il fanciullo Stefano Mattei riacquista la vista pregando sulla tomba di San Giuseppe” riscontriamo che la donna inginocchiata a destra ha lo stesso volto e postura della Vergine dell’“Annunciazione” del 1793 della chiesa dei Domenicani di Galatina; mentre le due donne (di cui una tiene in braccio un bambino) della tela di “San Giuseppe guarisce dalla follia il cavalier Baldassarre Rossi” sono pure nel dipinto di “San Nicola abbatte il cipresso di Diana” della chiesa matrice di Maglie.

Sempre a Copertino, nel convento della Grottella, vi è una tela ovale di “San Giuseppe da Copertino che appare a una donna e un bambino”, altro inedito dipinto attribuibile al Lillo. In quest’opera la fisionomia del volto di san Giuseppe è la stessa dei dipinti del Santuario.

6. S. Lillo (attr.), San Giuseppe da Copertino guarisce dalla follia il cavalier Baldassarre Rossi. Copertino, Santuario di San Giuseppe da Copertino (ph. S. Tanisi)
6. S. Lillo (attr.), San Giuseppe da Copertino guarisce dalla follia il cavalier Baldassarre Rossi. Copertino, Santuario di San Giuseppe da Copertino (ph. S. Tanisi)

La presenza di Saverio Lillo a Copertino è avvalorata ulteriormente da un dipinto autografo, collocato nel presbiterio della basilica di Santa Maria della Neve, raffigurante “La Trinità e il trionfo della Fede”, firmato in basso al centro “Xav[erius] Lillo Ruf[fan]o” e commissionato nel 1777 da “D. Thomas Lagheza pro sua devotione”. Di quest’opera, il Lillo, riprenderà la figura di Cristo e la inserirà nell’inedito dipinto della “Trinità e anime purganti” della chiesa matrice di Cutrofiano.

7. S. Lillo (attr.), San Giuseppe da Copertino che appare a una donna e un bambino. Copertino, Convento della Grottella (ph. S. Tanisi)
7. S. Lillo (attr.), San Giuseppe da Copertino che appare a una donna e un bambino. Copertino, Convento della Grottella (ph. S. Tanisi)

 

 

Da: S. Tanisi, Il pittore del “Santo dei voli”. Saverio Lillo da Ruffano, in “Il Paese nuovo”, Quotidiano del Salento, Anno XX, Numero 104, 3 maggio 2012.

 

 

San Giuseppe da Copertino (1/2): San Giuseppe e Dante

di Armando Polito   Nella prima immagine (tratta da http://www.beniculturali.marche.it/Ricerca.aspx?ids=9675) un olio su tela custodito nell’Ospedale di Fabriano ed attribuito a Giuseppe Cades (1750-1799); nella seconda una tavola che fa parte della serie di illustrazioni della Divina Commedia realizzata da Gustavo Doré tra il 1861 e il 1868, riferita ai versi 54-57 del canto XXIX dell’Inferno. Certamente chi ha un’esatta nozione del tempo e, cosa che non guasta mai, un minimo di cultura avrà fatto un sobbalzo nel leggere il titolo che presenta un’accoppiata impossibile. Credo, infatti, con tutto il rispetto, che nemmeno il santo dei voli sarebbe in grado di compiere uno di quei miracoli che sono appannaggio solo del mondo televisivo, cioè intervistare Dante così come, per esempio, Socrate venne intervistato da Edoardo Sanguineti in una delle ottantadue puntate della serie radiofonica Le interviste impossibili, andata in onda tra il 1974 e il 1975. E allora? Si tratta solo di un’associazione di idee partita dalla cosiddetta legge del contrappasso. In un paese in cui le leggi godono il rispetto riservato a ciò che non esiste …, in cui Dante evoca in un gran numero di giovani un marchio di olio d’oliva e, quando non è scritto con l’iniziale maiuscola, crea, sempre in un altro buon numero di giovani che ne ignorano perfino  la differente funzione, seri problemi nell’individuare il modo e il tempo di questa voce del verbo dare, sempre che più di uno, ignorando la funzione dell’apostrofo e considerando dante come d’ante (roba da spaccargli in testa l’intero infisso …) , non sentenzi che si tratta di un complemento di specificazione, sentenza, fra l’altro, figlia di un colpo di culo e non certo di conoscenza in cui di logica non è rimasta nemmeno l’analisi, in un paese siffatto, dicevo, bisogna pure che qualche vecchio rimbambito si prenda la briga di dire, a coloro che probabilmente non lo sanno ed a coloro che, pur sapendolo l’hanno dimenticato, che la legge del contrappasso potrebbe essere chiamata pure legge del taglione o legge dell’occhio per occhio, dente per dente. Mi rendo conto che per un ex insegnante è indegno spiegare un concetto con una procedura sinonimica che, nella fattispecie, non facilita certo le cose, evocando gli scenari più disparati: così, per i giovani di cui sopra, taglione potrebbe essere inteso come una grossa taglia messa sulla testa di un delinquente altrettanto grosso e occhio per occhio, dente per dente potrebbe essere scambiato per una rara formula di pagamento con ricevuta fiscale estremamente dettagliata sulla prestazione fornita da un oculista e da un dentista che hanno deciso di metter su uno studio in comune a mo’ di centro commerciale parzialmente specializzato. Dopo aver detto che il contrappasso non è nemmeno un movimento di danza, i giovani sappiano che legge del contrappasso, secondo la definizione che riporto dal vocabolario De Mauro (bella conclusione dopo tanto predicare …!), è un criterio punitivo che consiste nell’infliggere una pena uguale o simile al delitto commesso. Tale criterio è rigorosamente seguito da Dante nella sua Commedia, con la variante che talora la pena può essere anche opposta alla colpa. Aborro la pena di morte, non auspico nemmeno l’applicazione della legge del taglione che era alla base delle Leggi delle XII tavole (prima codificazione scritta, risalente alla metà del V secolo a. C., del diritto romano) ma mi chiedo se veramente da allora la civiltà giuridica abbia fatto progressi, perché ho l’impressione che la pletora di leggi e l’ambiguità del loro testo, che può propiziare le interpretazioni più contrastanti, abbiano dato vita solo all’incertezza della pena, tutto  per la gioia di chi delinque. Paradossalmente a distanza di secoli si è sgretolata via via quella certezza, in un certo senso anche democratica, avviata col passaggio dalla legge non scritta (soggetta all’arbitrio non certo del più debole …) alla scritta e, forse, proprio l’eccesso di scrittura e soprattutto la sua ispirazione sovente capziosa, hanno di fatto legittimato la forma più perversa d’intelligenza che possa esistere: la furbizia. Dopo il riferimento a Dante, tocca a S. Giuseppe. Innumerevoli sono le biografie e lascio volutamente da parte Il frate volante, vita miracolosa di San Giuseppe da Copertino, Edizioni San Paolo, 1998, sceneggiatura scritta da Ennio De Concini per un film mai girato, in cui la storia, secondo il vezzo antico della rielaborazione artistica che nei nostri tempi ha lasciato il posto alla spettacolarizzazione travestita, nei casi peggiori, da divulgazione scientifica, è usata per darne libera interpretazione, che diventa arbitraria (e non disinteressata) manipolazione quando si inventano, come succede in questo caso, documenti inesistenti o alcuni passi di quelli autentici vengono criminalmente e consapevolmente alterati. Ora mostrerò, attraverso quattro brani tratti da altrettante biografie e che riporterò in ordine cronologico, come progressive superfetazioni (arbitrarie perché non documentate e neppure documentabili) trasformino agli occhi di chi legge in verità storica quella che già all’inizio potrebbe essere considerata una pura illazione (il rischio riguarda tutte le biografie ma in particolar modo le agiografie), per quanto plausibile. Benedetto Mazzara, Leggendario francescano, Lovisa, Venezia, 1721: tomo IX, p. 248, seconda colonna:   Domenico Bernino, Vita del Venerabile Padre Fr. Giuseppe da Copertino, Recurti, Venezia, 1726, p. 3:   p. 23   Paolo Antonio Agelli, Vita di San Giuseppe di Copertino, Stamperia Bonducciana, Firenze, 1768, p. 3 Angelo Pastrovicchi, Compendio della vita, virtù, morte e miracoli di San Giuseppe di Copertino, Quercetti, Osimo, 1804, p. 1 Giuseppe Ignazio Montanari, Vita e miracoli di San Giuseppe da Copertino, Tipografia Paccasassi, Fermo, 1851, p. 5 Dall’estasi iniziale descritta genericamente (restando fuora di sé) nel primo brano si passa nel secondo al dettaglio (colla bocca alquanto aperta) e alla sua metamorfosi onomastica (Boccaperta), nel terzo ricompare il solo dettaglio (colla bocca mezz’aperta), mentre nei rimanenti si afferma definitivamente la sua caratterizzazione onomastica (il chiamavano Bocca-aperta/gli misero sopranome Bocca aperta). Ancora oggi occapièrtu è a Nardò l’appellativo conferito ad una persona della cui intelligenza non si ha grande considerazione. Recentemente l’amico torinese Sergio Notario nel suo commento ad un mio post ha usato la voce piemontese badòla che è l’esatto sinonimo del salentino occapièrtu, ma questa volta il gemellaggio è solo di ordine semantico perché badòla è dal latino medioevale badare (da cui la voce italiana)=stare a bocca aperta, sbadigliare. Il lettore si starà già da tempo chiedendo quando arriverà l’ormai famigerata associazione d’idee che a mio dire  avrebbe dato vita a queste righe. Lo accontento subito dicendo com’è andata. Mi sono messo nei panni di Dante (calma, non è la mia migliore performance: più di una volta ho indossato quelli di Hitler …) e mi son chiesto come il divin poeta (se gli fosse stato possibile con una macchina del tempo compiere un viaggio nel futuro …) avrebbe immortalato, con l’applicazione della legge del contrappasso,  quei ragazzi di Copertino dopo averli posti, forse troppo severamente, tra i dannati della decima bolgia dell’ottavo cerchio dell’Inferno (i falsari, nel nostro caso quelli della parola, dunque in compagnia della moglie di Putifarre e di Sinone1). E se San Giuseppe non reagì (essendo già in odore di santità?),  al nomignolo di occapièrtu, non abbiate paura a chiamare pàcciu (pazzo) me, anche se santità sta a me come onestà sta alla politica, dopo aver letto questa gionta al canto XXIX:

E ‘l maestro, placando il mio disio:                        

– Questi i figli son di Cupertino;                                

a Gioseppe fer torto, servo di Dio,                          

ché gli dier di leggier  dell’asinino.                           

A bocca ora stanno spalancata,                              

col sembiante crudel di fantolino                              

e la lor mente tutta avviluppata                            

del fraticello ai voli dispiegati,

per quel “Boccaperta” ognor crucciata -.  

 

Per la seconda partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/19/san-giuseppe-da-copertino-22-due-voli-offensivi/

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1 La prima, secondo il racconto biblico (Genesi, XXXIX), accusò ingiustamente Giuseppe (naturalmente non il nostro …) di violenza; il secondo, greco, (immortalato da Virgilio nei vv. 57-194 del II libro dell’Eneide, fattosi fare a bella posta prigioniero dei Troiani, li ingannò convincendoli ad introdurre nelle mura il famoso cavallo di legno da lui presentato come dono di espiazione e riconciliazione. Poi, porca Elena!, tutti (?) sanno come andò a finire …             

Copertino: se non ci aiuta San Giuseppe …

di Armando Polito

stampa tratta da Le cento città d’Italia, numero del 26 giugno 1892, Sonzogno. Milano
stampa tratta da Le cento città d’Italia, numero del 26 giugno 1892, Sonzogno. Milano
stampa tratta da Gustavo Strafforello, La patria, geografia dell’Italia, Unione tipografico-editrice, Torino, 1899, p. 216
stampa tratta da Gustavo Strafforello, La patria, geografia dell’Italia, Unione tipografico-editrice, Torino, 1899, p. 216
stampa tratta da Enciclopedia popolare illustrata a cura di Palmiro Premoli, Sonzogno, Milano, 1896-1899
stampa tratta da Enciclopedia popolare illustrata a cura di Palmiro Premoli, Sonzogno, Milano, 1896-1899

Il titolo non allude ad un improbabile scontro campanilistico tra macinnulari e nnardiati1, con l’auspicio da parte di questi ultimi dell’intervento pacificatore del santo dei voli; nemmeno presso gli antichi mi risulta che qualcuno, forse perché deluso dal proprio,  tentava di corrompere con preghiere e offerte il dio dei nemici …

Il problema è infinitamente meno grave, cioè di natura filologica, e riguarda l’etimo del nome della cittadina distante da Nardò non più di dieci km. Ecco a tal proposito cosa scriveva Girolamo Marciano (1571-1628) nell’opera postuma (Stamperia dell’Iride, Napoli, 1855)  Descrizione, origine e successi della Provincia d’Otranto, p. 476: “Fu detto Cupertino secondo alcuni da Cuperio suo primo edificatore, e secondo altri a Cooperio voce latina, ovvero da Aperio Apertino, e dopo per la figura protesi Copertino, o Coopertino dalla sua quasi chiusa ed aperta campagna, simile a quella del Poeta: Vix e conspectu exierat campumque tenebat,/cum pater Eneus saltus ingressus apertos. Altri dicono Convertino dal verbo Converto, ed altri Conventino da Convenio, per essere stati i popoli de’ suddetti casali dopo la loro distruzione conversi e convenuti ad abitare in questo luogo. Onde Servio sopra quei versi di Virgilio: Tunc manus Ausoniae et gentes venere Sicanae;/saepius et nomen posuit Saturnia tellus dice che tutti gli abitanti della terra o sono ivi geniti, o forastieri, o vennero da un solo luogo, ovvero da luoghi diversi, come si dice essere stati questi che da’ suddetti diversi casali convenuti edificarono questa terra, e la chiamarono Convertinio. Il che si pruova chiaramente dalle sue insegne, le quali sono un pino carico di frutta con queste lettere C. P. significando i frutti e la raccolta natura del pino, i cui frutti sono l’immagine della natura, l’unità e ferma conversione di quei diversi popoli congregati in uno dinotati con quelle due lettere, le quali dicono Conventio et Custodia populorum, che convenuti si doveano con naturale ordine custodire e conservare unitamente in un sol popolo a guisa del frutto del pino, il quale si unisce, e con naturale ordine conserva in un sol corpo i suoi molli semi, come ben disse il beato Ambrogio e nota Pierio nei suoi Geroglifici, così dicendo: Naturae immaginem esse pinum Divus Ambrosius dixit, quippe quae semina ab illo primo divino celestique privilegio accepta custodiat, partusque suos quadam veluti annorum vice et ordine referat, neque nisi vi coloris admota excludat. Atque eadem ipsa nux flammae speciem imitatur, lacinatis, in turbinem toris reticulato opere circumductis”.

Cerchiamo di dare dei connotati più precisi ad alcuni nomi, anche comuni, messi in campo dall’umanista di Leverano senza indicazione della fonte (per uno come me, che in questo campo non dà fiducia a nessuno, me stesso in primis, è dura …). 1) Cuperio,  secondo alcuni non meglio identificati sarebbe stato il fondatore di Copertino. Un Cuperius Hostilianus è attestato in un’epigrafe (CIL, XI, 3614) rinvenuta a Cerveteri: Vesbinus Aug(usti) l(ibertus) phetrium Augustalibus / municipi(i) Caeritum loco accepto a re p(ublica) / sua i<m=N>pensa omni exornatum donum dedit / descriptum et recognitum factum in pronao aedis Martis / ex commentario quem iussit proferri Cuperius Hostilianus per T(itum) Rustium Lysiponum / ……  Un Caius Cuperius compare col titolo di quinquennalis1 insieme con innumerevoli altri in un’epigrafe (CIL, XIX, 244) lunghissima (per questo non ne riporto il testo) rinvenuta ad Ostia antica. Un terzo Cuperius, infine, compare in un’iscrizione funeraria (AE, 1987, 388)  , riprodotta nella foto che segue, rinvenuta nei pressi di Saturnia (in provincia di Grosseto):  D(is) M(anibus) / Cuperiu[s] Cleme[ns(?)] / Cu[peri

immagine tratta da http://db.edcs.eu/epigr/bilder.php?bild=$ILSaturnia_00013.jpg
immagine tratta da http://db.edcs.eu/epigr/bilder.php?bild=$ILSaturnia_00013.jpg

Ora, se Copertino è di origine prediale, Cuperius avrebbe dovuto dare Cuperianus (ager)=territorio di Cuperio  e, quindi non Copertino ma Coperiano. Ignorando chi sono gli alcuni padri della proposta, non posso chiedere loro ragione della scomparsa di una  –i– e dell’aggiunta di una –t-; e poi, anche se conoscessi il loro nome, la mia domanda resterebbe inevasa, essendo defunti da una manciata di secoli , a meno che qualcuno non voglia organizzare una bella seduta spiritica … 2) a Cooperio: sicuramente errore di stampa per “da cooperio” (cooperio è la prima persona singolare del presente indicativo attivo del verbo cooperìre=coprire); per capire anche quello che vien subito dopo, qui debbo precisare che secondo altri (pure questi non identificati) Copertino deriverebbe da *coopertinus, forma aggettivale di coopertus, participio passato di cooperìre. 3)da Aperio Apertino”. Anche qui per il non addetto ai lavori va chiarito: aperio è la prima persona singolare del presente indicativo attivo di aperìre=aprire e Apertino sarebbe forma aggettivale da apertus, participio passato di aperìre; “e  dopo per la figura protesi Copertino, o Coopertino dalla sua quasi chiusa ed aperta campagna, simile a quella …”: a parte il fatto che con la protesi di c– da Apertino si ha Capertino e non Copertino, è inverosimile l’ammucchiata concettuale successiva in cui, ricordandosi di quanto detto al n. 2, si mette in campo contemporaneamente una chiusura ed un’apertura senza la minima copertura … alla quale maldestramente si cerca di ricorrere scomodando, addirittura, un poeta. 4) “Altri dicono Convertino dal verbo Converto, ed altri Conventino da Convenio; qui gli effetti della sbornia precedente sembrano svaniti perché, anche se le fonti non sono citate, almeno Convertino è la forma con cui il toponimo appare, come vedremo di seguito, nelle mappe più datate.   5) Convertinio: sicuramente errore di stampa per Convertino. 6) Conventio et Custodia populorum (unificazione e protezione di popoli). Così il Marciano scioglie le lettere C e P dello stemma, attribuendo, dunque, a C quasi una doppia valenza abbreviativa ed introducendo il concetto nuovo della protezione, semanticamente in linea con cooperìre; a questo punto, però, poteva farla completa e mettere in mezzo pure conversio (rivoluzione) …

immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/Copertino#mediaviewer/File:Copertino-Stemma.png
immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/Copertino#mediaviewer/File:Copertino-Stemma.png

Ecco ora le mappe promesse:  Il Regno di Napoli in una tavola di Pirro Ligorio (1513-1583) inserita nel Theatrum orbis terrarum di Abraham Ortelius pubblicato ad Anversa da Gilles Coppens de Diest nel 1570:

Puglia piana terra di Bari, terra di Otranto, Calabria et Basilicata, 1589, di Gerardo Mercatore: A

puliae, quae olim Iapygia, nova corographia, 1595, di Giacomo Gastaldi: Da notare come in quest’ultima mappa in Convertino è saltata la –v– e come il toponimo latino Neritum (Nardò) risulta tradotto nello strano Naroi. Siccome il Marciano mostra che già al suo tempo il toponimo era Copertino Cupertino2, sorge  il sospetto che il Convertino delle mappe, più o meno coeve, sia stato indotto proprio dalla maggiore considerazione riservata  all’ultima delle elucubrazioni etimologiche già viste.

Insomma, per tornare al titolo: sull’etimo sarebbe opportuno un illuminante intervento del santo; ma dovrebbe essere diretto, concreto, pubblico, inequivocabilmente autentico, per evitare che qualche cialtrone, magari, sfrutti a modo suo qualche sogno dovuto ad una cena troppo abbondante, credendo di poter volare, sia pure metaforicamente, anche lui. Forse sto chiedendo troppo, anche ad un santo, per giunta protettore degli studenti?

______

1 Macinnulàri è da macènnula=arcolaio (da un latino *machìnula, diminutivo del classico màchina, che è, a sua volta, dal greco dorico μαχανά (leggi machanà), in attico μηχανή (leggi mechanè), da cui  son derivati Meccano (il nome commerciale del gioco in passato più diffuso prima che Lego e successivamente le diavolerie elettroniche ne prendessero il posto), meccanica, meccanico, meccanismo e meccanizzare;  la voce primitiva è μῆχος (leggi mechos)=mezzo, espediente. Se il nomignolo si riferisse all’arte della filatura, di regola riservata alle donne, sarebbe sinonimo di effeminati. Le cose, però, stanno diversamente. Si racconta che un contadino per sapere da che punto esatto spirasse il vento collocò una macennula sul campanile di una chiesa e, siccome essa girava un po’ da una parte e un po’ in senso contrario, concluse che in quel giorno il vento spirava da tutte le direzioni. Siccome, poi, le disgrazie non vengono mai sole gli abitanti di Copertino hanno anche il nomignolo di Mangiaciùcci, ricordo del fatto che in occasione della festa patronale il piatto speciale era la carne ti ciùcciu a ppignàtu (carne di ciuco cotta nella pignatta). ‘Nnardiàti è di formazione piuttosto recente; Nardò, infatti, è uno dei pochi centri del Salento i cui abitanti non hanno un nomignolo tradizionale. Debbo fare i miei complimenti a chi ha inventato questo participio passato da un inusitato *innardiàre (da in+*nardiàre) in cui, poi, l’aferesi di i- ha finito per sottolineare anche foneticamente la valenza dispregiativa. Il lettore avrà capito che nutro una particolare simpatia per questi nomignoli e, quindi, non mi piace il fatto che i neretini non abbiano un nomignolo tutto loro, più caratterizzante di quello di cui ho già detto. Mi conforto pensando che, pur risiedendo da sempre a Nardò, sono nato a Manduria, i cui abitanti possono esibire la bellezza di tre nomignoli: mangiacàni, ccitipidùcchie (uccidipidocchi) e sonacampani (campanari). Se i primi due contengono un’allusione a condizioni di vita non certo ottimali, il terzo potrebbe far riferimento al numero notevole di chiese della città ma, più probabilmente, contenere una punta d’invidia nei confronti di una popolazione che più volte nella storia seppe resistere, reagire nella sconfitta, ricostruire.

2 Quinquennalis era un magistrato che nelle colonie e nei municipi ricopriva una carica quinquennale con funzioni analoghe a quelle dei censori in Roma. 3 In numerosissimi atti del XVI secolo ricorre, in riferimento al luogo di origine di persone nominate, de Cupertino che suppone un latino Cupertinum, da cui l’italiano Cupertino, forma utilizzata dal cartografo dell’esploratore spagnolo Juan Bautista de Anza (1736-1788) per dare, in onore al santo di origini salentine, il nome San José de Cupertino (oggi Stevens Creek) ad un ruscello e nel XX secolo il solo Cupertino divenne il nome della città californiana cuore della Silicon Valley. Insomma, un po’ di benemerenze informatiche, anche se non richieste, ce l’ha pure il santo copertinese, ma sarebbe veramente azzardato mescolare il sacro col profano sostenendo che con Copertino abbia a che fare Coppertone, il noto marchio di abbronzanti. I meno giovani tra i lettori ricorderanno senz’altro la simpaticissima immagine pubblicitaria che segue: A stroncare sul nascere l’azzardo di indebita mescolanza prima nominato va detto che in Coppertone il primo componente è copper=rame e il secondo tone=tonalità. W l’America, dunque? Ma neppure per scherzo! Copper è dal latino cuprum=rame rosso [dal greco Κύπρος (leggi Chiùpros)=Cipro (il rame abbonda nell’isola)] e tone dal latino tonos=tono, a sua volta dal greco τόνος (leggi tonos) con lo stesso significato. E in Cera di Cupra, la crema per il viso creata dal mitico dottor Ciccarelli insieme con il dentifricio Pasta del capitano, Cupra potrebbe avere la stessa origine ma far riferimento a Venere che, secondo Esiodo, dal mare di Cipro sarebbe nata.  È chiaro ora perché mi vien da ridere il doppio quando sento qualche nostro esponente politico esprimersi isolatamente o in forma distesa (direi un po’ troppo …) in inglese (?)?

Stradetta di Copertino

copertino 

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

 

Non ha mutato volto

la vita in via Iconella.

 

Sferruzzano, le donne,

o rammendano panni

sugli usci bassi,

all’ombra che trasmigra;

e vivacemente intrecciano parole

che sono di sfogo ai vari sentimenti.

 

Uomini, sudati e scalzi,

spaccano legna per l’inverno

al centro del selciato;

e alle scintille

che genera l’accetta

sognano dolcezza di camini accesi,

profumo di melecotogne

cotte nella brace,

sapore di legumi

nella vecchia pignatta di creta.

 

Grida di monelli

dilagano nel sole,

che festoso accoglie i giochi

e le innocenze.

 

Appese, lungo i muri, ad asciugare,

lenzuola di cotone barbarescu

si gonfiano nel vento;

e tanto, ma tanto è l’intreccio dei rattoppi

che per il forestiero

sono inediti mappamondi di miseria.

 

3 luglio 1964

Copertino. Considerazioni estive da un belvedere

copertino

di Nino Pensabene

 

Nessuno immagina la ‘rabbia’ e nello stesso tempo l’affettuosa invidia che d’estate provo nel vedere i turisti che, con i polmoni saturi d’ossigeno, se la danno a  passeggiare per il centro storico di Copertino godendosi tutte le meraviglie architettoniche e artistiche  della città. Loro non dormono in  paese: a conclusione dei tours,  organizzati o non,  si ritirano o nei paesi di mare da dove si spostano per le escursioni turistiche o, se villeggiano in paese, negli alberghi o nei bed & breakfast  situati nelle periferie, dicat all’aria aperta, quasi in campagna.

veduta del centro storico di Copertino dalle terrazze (ph N. Pensabene)

Il centro storico di Copertino, anticamente racchiuso nelle mura di cinta, delizioso nella sua architettura medioevale e caratteristico nella sua proporzionata piccolezza, tanto da sembrare una bomboniera posata nell’aperta campagna, oggi è imprigionato in una morsa di cemento, sprofondato come in una valle irrespirabile per mancanza d’aria, tanto da essere guardato – da chi ci vive stabilmente – come abitato da una folla di martiri che agonizzano in una fossa di leoni.

La campagna che lo contornava, avvolgendolo di aromi e profumi, e facendolo apparire come l’abitazione plurifamiliare in un’enorme villa, è ormai un ricordo lontano, sostituita da grandi e alti palazzoni che non solo tolgono il respiro financo ai tufi o a lli liccìse che decorano la parte nobiledell’antico borgo, ma ne  influenzano lo stato di buona conservazione,  determinandone, addirittura, affrettatamente, la corrosione attraverso il morboso inquinamento.

Chi scrive  ne parla con cognizione di causa, essendo  uno dei ‘martiri’ che  d’estate, pur trascorrendo le serate (o le notti) sulle più alte terrazze di casa, si trova a non respirare come se vivesse in fondo ad una valle o peggio ancora in una fossa. E inutile sarebbe salire ed affacciarsi alla torretta belvedere, elemento che, neanche a farlo apposta, ha seguito la decadenza di tutte le nobiltà sociali, comprese le aristocrazie civili, militari ed ecclesiastiche. Per via della nuova allargatissima pianta urbanistica della città, la torretta è andata in pensione,  perdendo tutte le  funzioni che la caratterizzavano fino alla prima metà del Novecento, quando ancora, salendo, la si poteva sfruttare sia nella versione terapeutica respiratoria sia in quella  paesaggistica naturale.

Finché è vissuta la Giulietta vi salivamo una volta l’anno, e precisamente l’ultima sera della festa di San Giuseppe, quando l’altezza ci aiutava a goderci meglio lo spettacolo dei meravigliosi fuochi pirotecnici, nella cui fabbricazione gli artigiani salentini sembra siano dei veri maestri specializzati.

Ma chi può immaginare  cos’è  stata la torretta per le generazioni che ci hanno preceduto, quando appunto, oltre le mura di cinta, Copertino  era ancora tutto campagna?   Il bisnonno Giuseppe*, tanto per fare qualche esempio, la sfruttava tangibilmente tutte le volte che – tramite messaggio di un servitore arrivato, qualche giorno prima, a piedi o a dorso di mulo –  sapeva di stare a ricevere la visita della figlia Amalia (la nonna di Giulietta), la quale, avendo alla fine dell’Ottocento, sposato un signore di Salice (Don Felice Capocelli*) , era andata a vivere in quel paese.  Con un bel binocolo in mano,  da sopra la torretta  ne vigilava così l’arrivo in carrozza; cosa che faceva anche per il viaggio di ritorno, per lo meno fino a Leverano,  e – alberi permettendo – anche per qualche altro tratto fuori dal paese.

Torrette, carrozze, binocoli:   lussi da signori, nel contesto di un mondo privo di cellulari o telefoni fissi, di mezzi motorizzati o di strade illuminate, non dimenticando oltretutto che siamo in un’epoca quando i briganti derubavano  quei pochi che si azzardavano ad affrontare la strada, per cui il viaggio si doveva concludere entro l’imbrunire non solo per motivi logistici ma anche per paure legate alla sopravvivenza. Oggi non abbiamo l’idea di quante difficoltà fosse costellato il vivere in quel tempo, e già mi riferisco a persone privilegiate che potevano appunto permettersi tutte quelle comodità che  facilitavano il correre dell’esistenza, prima fra tutte la possibilità di avere altri esseri umani come servitori.

Non mi è stato detto, né credo potesse essere attribuito alla condotta degli appartenenti a questa famiglia, tramandata  come dotata di virtù benefiche nei confronti del prossimo, ma parlando di difficoltà esistenziali e differenze di classe il mio pensiero  corre  alla torretta, al binocolo e ai contadini che lavorando nelle vicinissime campagne potevano essere controllati alla stregua di chi si trovasse a lavorare con il padrone accanto, intimorito e  condizionato pure nel desiderio di raccogliere un frutto per mangiarlo.

Non posso non concludere queste note senza fare ancora una volta riferimento ai turisti: è vero, loro di giorno si godono i centri storici e di  notte respirano all’aria aperta, ma è pur vero che io, incallito eremita, dalle mie terrazze, mi godo un paesaggio a loro precluso: le tre torri, quella campanaria, quella dell’orologio e quella di palazzo Verdesca Zain (dalla Giulietta ribattezzato “Casa dei Poeti”);  tre torri che, stando a pochi metri una dall’altra, fanno quasi da sentinelle (una al centro, una a destra e una a sinistra) all’antica “Piazza” di Copertino, ma che soltanto da pochissime terrazze si offrono in  uno spettacolo unico, soprattutto quando – all’imbrunire – le rondini,  impazzendo di  gioia, ti fanno volare con loro da una torre all’altra, dando  conferma – per chi non lo sapesse – che questo è il paese del Santo dei Voli.

 

* Ho citato i nomi, esclusivamente per dei riferimenti storici: il nonno Felice, così come parecchi appartenenti alla famiglia Capocelli sono citati nei libri di Storia Salicese, così come il bisnonno Giuseppe è citato nel libro  “Tre santi e una campagna”.

Il chiostro di S. Francesco di Paola a Grottaglie e il pittore Bernardino Greco da Copertino

 

IL CICLO BIOGRAFICO DI S. FRANCESCO DI PAOLA NELLE LUNETTE DEL CHIOSTRO DEI PAOLOTTI DI GROTTAGLIE

 

di Rosario Quaranta

 

Il chiostro dei Paolotti non è l’unico in Grottaglie; altri ve ne sono, infatti, nei diversi complessi conventuali dei Carmelitani, dei Cappuccini e delle Monache di S. Chiara. Di questi però solo quello annesso al maestoso convento del Carmine risulta degno di particolare nota, sia per la struttura che per le interessanti pitture e decorazioni. Quello dei Cappuccini, molto semplice e di modeste dimensioni, è ormai irriconoscibile come quasi tutta l’imponente struttura conventuale sita, peraltro, in un sito altamente suggestivo sullo spalto  nord della storica gravina del Fullonese, da tempo abbandonata allo scempio e alla distruzione ed ora in fase di recupero e restauro. Il minuscolo chiostro delle Clarisse, in aderenza alla peculiare severità ed estrema semplicità del monastero, non presenta interesse artistico o architettonico. Il chiostro del Carmineappartenente strutturalmente al secolo XVI e completato nelle decorazioni nel secolo XVIII, rappresenta sicuramente un elemento di notevole interesse artistico e architettonico del territorio. Nonostante le modeste dimensioni, si presenta all’occhio del visitatore

Copertino. Il santuario della Madonna della Grottella

 

di Fabrizio Suppressa

Una strofa della pizzica copertinese “lu sciallabbà” recita così: “Gira, gira bella come il vento della Grottella”. Poche semplici parole, cariche di bellezza e di sensualità, descrivono con un colpo di pennello un luogo caro alla memoria degli abitanti di Copertino: il Santuario della Madonna della Grottella.

Santuario della Grottella (ph F.Suppressa)

L’attuale chiesetta sorge nei pressi dell’antico casale di Cigliano, uno dei tanti distrutti durante le invasioni dei Goti e dei Saraceni. Il luogo fu frequentato fin dall’epoca romana, come attesta l’origine prediale del toponimo, ma le uniche tracce antiche rintracciabili sono quelle relative all’epoca dei monaci basiliani. La leggenda narra come nel 1540 un pastorello avendo smarrito un vitello, incominciò in lungo e largo a cercarlo in questa antica terra; lo ritrovò tra cespugli e rovi, inginocchiato davanti l’ingresso di una grotta, dove all’interno due misteriosi ceri accesi  rischiaravano il volto affrescato della Vergine. Il pastore, dopo un attimo di smarrimento, corse subito al vicino paese per annunciare il ritrovamento al Capitolo della Collegiata e a tutta la cittadinanza, che una volta accertata la verità, si recò in processione a venerare la sacra immagine.

Affresco raffigurante il ritrovamento miracoloso

Dietro autorizzazione di Mons. Giovanni Battista Acquaviva, in quel periodo Vescovo di Nardò, fu costruita una piccola cappella; probabilmente si trattava di una piccola costruzione che custodiva l’ingresso del vano ipogeo. In pochi anni dal ritrovamento fortuito dell’immagine, crebbe in tutto il territorio della Terra d’Otranto la devozione verso la Madonna della Grottella. Occorreva quindi un luogo di culto più capiente e dignitoso.

Per questo motivo attorno al 1578 fu costruita per volontà di Mons. Cesare Bovio, Vescovo di Nardò, l’attuale chiesa. Infatti in un manoscritto del 1700 è possibile leggere “l’immagine fu venerata con molte particolari processioni dal clero, e crescendo tuttavia li miracoli, e la di lei fama, si rese in tal maniera celebre non solo in tutta la provincia, ma ancora nel Regno che da per tutto venivano genti a tributarla di doni” e ancora “coll’autorità, e pia munificenza di Monsignore Cesare Bovio (…) fu dalli fondamenti eretta la nuova Chiesa in quella forma, e magnificenza che hora si vede.”

La nuova fabbrica, costruita in piena Controriforma, segue molto dettagliatamente le nuove linee dettate nel 1577 da San Carlo Borromeo e presenti nel suo libro intitolato “Instructiones fabricae et supellectilis ecclesiasticae” ovvero le istruzioni per l’assetto di nuovi edifici di culto. Infatti la chiesa si caratterizza in pianta dalla croce latina a navata unica, con piccoli altari intitolati ad alcuni santi situati lateralmente al posto delle navate laterali. Ed ancora, per garantire un’ottima acustica durante le omelie e le predicazioni, la navata è coperta da una poderosa volta a botte così come prescrivevano le nuove regole. L’unica eccezione è data dal livello del pavimento della chiesa; San Carlo Borromeo stabiliva che le nuove costruzioni fossero elevate di almeno tre gradini al di sopra del piano stradale, la nostra chiesa invece è posta quasi un metro e mezzo al di sotto, e per accedervi dall’esterno, una volta varcata la soglia, è necessario scendere una decina di gradini. Probabilmente questa deroga è dovuta all’antico livello dell’ipogeo, ampliato nel friabile tufo in modo da far poggiare l’altare direttamente sull’antica area sacra e soprattutto per non compromettere la stabilità delle possenti mura perimetrali.

Navata centrale (ph F. Suppressa)

Molto più semplice e pulita la facciata dai lineamenti cinquecenteschi, composta da un profilo a capanna con al centro un ampio rosone decorato con putti, foglie e fiori, e un portale in pietra leccese sormontato da una piccola statua raffigurante la Madonna con Bambino.

All’interno della chiesa non mancano pregevoli testimonianze artistiche, sulla sinistra si susseguono gli altari intitolati a San Leonardo, San Francesco, Sant’Eligio e Sant’Antonio, mentre sulla destra sono presenti gli altari dedicati al Calvario e San Giuseppe Sposo; quest’ultimo attribuito con certezza allo scultore barocco Giuseppe Longo di Lecce. L’altare privilegiato è invece opera dello scultore Donato Chiarello, realizzato in pietra leccese con alcune parti in rilievo dorate e presenta al centro l’affresco ritrovato dal pastorello della leggenda.

Particolare del portale in pietra leccese

Interamente affrescata è la parete dell’abside sinistra, in alto, nel catino, troviamo Santa Cecilia che suona e canta con gli angeli la gloria di Dio, immediatamente sotto vi è la scena del ritrovamento miracoloso, e infine nella parte inferiore vi sono gli affreschi di San Francesco che riceve le stimmate e accanto il mistero della Visitazione.

Come ci ricorda la strofa della pizzica, il luogo è caratterizzato da un particolare venticello, fresco e asciutto nel periodo estivo, costantemente in rotazione da tutti i quadranti. Questa peculiarità avviene grazie alle caratteristiche geografiche dell’area, posta infatti su un piccolo poggio a spartiacque tra la Valle della Cupa e la piana di Copertino. Per questo motivo l’area fu la sede prediletta per la villeggiatura estiva di nobili e prelati e nel 1579 il Vescovo di Nardò, Mons. Cesare Bovio vi aggiunse “un comodo, et opportuno Palazzo fabbricatovi (…) attaccato alla chiesa medesima per divertimento e soggiorno de’ Vescovi Suoi Successori”.

Il 23 Febbraio 1613 la chiesetta passò sotto la tutela dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali grazie all’intercessione di Padre Donato Caputo di Copertino e nel 1618 si diede vita ad una piccola comunità monastica dipendente dal Convento di San Francesco intra moenia. In quegli anni, durante i lavori di ingrandimento del complesso monastico, vi lavorò come manovale il quindicenne Giuseppe Desa che tra quelle pietre maturò l’idea di farsi frate. Qui visse per circa 17 anni prima da oblato, poi da novizio, in seguito da diacono e infine fu ordinato sacerdote a Poggiardo il 18 Marzo 1628. La devozione alla Madonna della Grottella era talmente intensa da portare il frate in estasi; davanti alla sacra immagine, che lui amava chiamare “la Mamma mia”, volava “come ape che coglie il nettare dai fiori”. La fama del frate che volava, aumentò la mole di devoti che accorrevano al santuario, ma insospettì anche la Santa Inquisizione e il 21 ottobre 1638 Padre Giuseppe dovette lasciare la sua amata Grottella per recarsi alla volta di Napoli per comparire dinnanzi al tribunale del Sant’Uffizio. Non tornò più nei suoi amati luoghi, e dopo un lungo peregrinare tra Roma, Assisi, Pietrarubbia e Fossombrone, approdò a Osimo dove morirà il 18 settembre 1663.

Altare Privilegiato, affresco della Madonna della Grottella

Nel 1753, in occasione della Beatificazione di Fra Giuseppe da Copertino, fu demolita l’abside destra e vi fu aggiunta la cappella in onore del novello Beato, dove qualche anno dopo fu posta sotto l’altare la cassa mortuaria, donata per l’occasione dai confratelli di Osimo.

Il lento declino del Santuario iniziò dapprima nel 1810 con le leggi napoleoniche; i frati continuarono in ogni caso ad officiare e a vivere in convento fino alla definitiva chiusura del 1867, causata dalla legge di soppressione degli ordini monastici. I beni mobili furono incamerati e venduti dal Regio Demanio, mentre tutto il complesso andò lentamente in rovina fino agli anni ’50 del Novecento, quando i Frati Minori Conventuali ritornarono in possesso del Santuario e si poterono apprestare i primi urgenti lavori di restauro.

Un discorso a parte merita la storia della Grottella durante la Seconda Guerra Mondiale. L’intero complesso fu requisito dalla Regia Aeronautica e trasformato in deposito di munizioni e ordigni a servizio dei vicini aeroporti di Galatina e di Leverano. A partire dal 1940, durante i bombardamenti da parte degli Alleati sui cieli salentini, molti copertinesi venivano a rifugiarsi in questo luogo nonostante la pericolosità e la sensibilità dell’area, probabile obiettivo dell’aviazione nemica.

Le fonti orali narrano di come gli Alleati non bombardarono volutamente il facile bersaglio del Santuario poiché molti piloti italoamericani erano devoti a San Giuseppe da Copertino, Santo protettore degli aviatori. Infatti, tra leggenda e realtà, molti contadini delle nostre campagne sostenevano di aver visto tra le lamiere di alcuni aerei abbattuti medagliette o santini raffiguranti il Santo, come altrettanto riferirono alcuni soldati americani dopo gli sbarchi del 1943.

Ed è così che il “santuario dei copertinesi” entrò a far parte della storia anche in questa occasione.

 

Bibliografia:

P. Bonaventura Popolizio, La Grottella, Santuario mariano del Salento, Copertino, Ed. Il Santo dei Voli, 1958.

F. Verdesca, M. Cazzato, A. Costantini, Guida di Copertino, Galatina, Congedo Editore, 1996.

 

Particolare del rosone (ph F. Suppressa)

Copertino. Antichi riti nella notte di Parasceve anticipando la Risurrezione di Cristo

CULTI MAGICO-RELIGIOSI

NEL SALENTO FINE OTTOCENTO

LA NNUCCICATA TI CHIASCIONE

 

 

Nella notte di Parasceve

 i pastori copertinesi anticipavano la Risurrezione di Cristo

celebrando un loro rito simbolico sul sagrato della chiesa matrice.

 La “Nnuccicata ti chiasciòne” (“Piegatura di lenzuolo”)

era la cagliata ivi approntata:

simboleggiando la sindone e quindi l’avvenuta risurrezione

la distribuivano gratuitamente ai poveri e ai derelitti

sicuri che  fosse apportatrice della benedizione di Cristo,

riconducibile ai doni della salute, della prosperità, della pace.

 

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

Nel contesto di un dettato storico-sacrale che la figura del Cristo fondeva al costrutto sacrificale degli agnelli nell’insistita cornice di simbolici pascoli e altrettanto simboliche premure per il gregge, i pastori salentini vedevano nella Pasqua non solo la ricorrenza liturgica più importante ma anche il figurativo convenzionale del loro vissuto, che pertanto ne usciva avvalorato nei termini di un’autoidentificazione per rispecchiamento.

Partendo da questa piattaforma di credute equivalenze – comodo strumento di mediazione nel disagio provocato dalle inevitabili contraddizioni insorgenti fra l’investimento metaforico di un privilegio categoriale e la realtà del quotidiano individuale – si sentivano autorizzati ad esprimersi in chiave di libere interpretazioni e rappresentazioni. Con la scusa della loro impossibilità a partecipare alla Messa di resurrezione – in quanto, all’epoca, liturgicamente Cristo risorgeva il mezzogiorno del sabato santo, ora di pascolo per le greggi e quindi di loro impegno nella sorveglianza – si arrogavano il diritto di anticiparne i tempi di proclamazione. Priorità nell’enunciazione peraltro espressa attraverso una ritualità per così dire autonoma, cioè discostata da quelli che erano gli ufficiali canoni ecclesiastici, pur se, in definitiva, a questi si rifaceva traducendone in proprio la manifestazione simultanea dell’emozione, dell’azione e della trasmutazione. Emozione come adesione affettivo-memoriale dell’evento messianico; azione come riconoscimento interpretativo del sublime nella donazione – insito nella passione, morte e deposizione del Cristo -; e trasmutazione nel senso celebrativo di quell’energia vitale che si era appalesata nel momento della risurrezione; energia che loro, arbitrariamente accostando al misterioso intervento divino il tentato parametro di una possibile rappresentazione umana, prefiguravano nel processo enzimatico del latte. Un assunto la cui peculiarità costitutiva si imperniava su una voluta esaltazione dei significanti, primo fra tutti quello di una presunta complicità di Dio, che nella compiacenza di un’elezione a beneficio categoriale, li voleva nelle vesti di fervorosi pur se anomali ministri.

Da ciò si può evincere come nell’ambiente pastorizio vigesse il legame con un arcaismo di marca ebraica attestante, nella strutturazione mentale del divino privilegio, l’implicito riporto a Israele, popolo eletto per antonomasia, gratificato dalla facilitazione  a un esodo tanto storicamente liberatorio quanto miticamente consolatorio. Popolo dedito appunto alla pastorizia, organizzato in tribù i cui vertici patriarcali avevano non solo il diritto al comando ma anche il permesso all’officiatura, da intendersi come rapporto diretto conla Divinità al di fuori di ogni intermediario.

Sarebbe certo di troppo affermare che, nel compiere la loro ritualità pasquale, i pastori fossero consapevoli dell’originaria matrice e di riflesso agissero in netta funzione rievocatoria di quello che – nella loro misura cognitiva – si poneva come il più remoto degli atavismi. Col trascorrere del tempo e più che altro con l’avvenuta sovrapposizione del Cristianesimo si era determinata un’intersecazione di moduli fideistici per cui anche le suggestioni evocative dell’eredità arcaica ne uscivano commiste venendo a creare nella dominante simbolica un’interscambiabilità di applicazioni. Nel momento che si accingevano a dare corpo alla ritualità pasquale avveniva un’assunzione globale di moventi che, scartando ogni differenza o incidenza cronologica, flettevano fra la visita al sepolcro di Cristo e il cammino versola Terra Promessa, antonomastica meta del celebrato esodo. Due elementi fusi in un’unica funzione liberatoria, perché se l’esodo biblico era valso ad affrancamento dalla schiavitù egiziana e contemporaneamente dal nomadismo – grazie ai pascoli opulenti di una terra dove scorreva latte e miele -, l’andata al sepolcro di Cristo valeva la remissione delle colpe commesse e quindi ad accaparrarsi la promessa del paradiso. Un senso di rinascita spirituale che prendeva corpo dal loro raccogliersi in gruppi sotto la guida degli anziani per subito uscire dall’abituale dimora e affrontare a piedi il lungo cammino nella notte, eloquente figurale e della dolorosa Via Crucis e della faticosa marcia nel deserto.

Sul calare della notte di Parasceve infatti, nelle masserie sparse nel profondo della campagna copertinese, si avvertiva un clima frenetico e insieme sofferto, quasi aleggiasse nell’aria la consapevolezza di una imminente partenza sospesa alla dialettica di una necessaria reintegrazione morale ottenuta attraverso l’offerta olocaustica. Un procedere alla cancellazione di ogni colpevolezza – singola e collettiva – che prendeva avvio nel momento che si provvedeva a trasferire il bestiame, togliendolo dagli abituali stazzi esterni per ammassarlo intr’a lla curte ti lu mmàsunu, ovverosia lo spiazzo situato all’interno dell’arco d’ingresso e di solito prospiciente la casa del massaro. Un provvedimento che si offriva a ulteriore chiarificazione di quello che era l’atavico nucleo ideologico che governava l’agire: nella spontaneità delle equivalenze non elaborate mentalmente ma avvertite sensibilmente quale frutto di avvenute sedimentazioni, quel cortile, così invaso di pecore e agnelli, veniva a rapportarsi ai recinti del tempio di Salomone dove i pellegrini israeliani ammassavano i capi del  bestiame in offerta, subito abbandonandoli per recarsi il più vicino possibile all’Arca e attendere alla propria depurazione.

Quasi vedessero rinsaldare il circuito delle affinità, anche i nostri pastori si comportavano allo stesso modo: non appena si assicuravano di aver convogliato nel recinto tutti i capi di bestiame, si estraniavano da ogni immanenza di cure terrene, cercando integrazione solo nell’urgenza di raggiungere il sepolcro di Cristo, dove di lì a poco, nel contesto della loro ritualità a nette scansioni testamentarie, la vita avrebbe trionfato sulla morte.

Sbarrato il portone d’ingresso, legato ai battenti due cani scelti fra i più svegli e aggressivi e accesa la linterna ti lu camìnu (la lanterna da viaggio), mmassàru, picuràri e ppicurasciùli (massaro, pastori e pastorelli), lasciando le donne nella masseria, a gruppo stretto e a marcia serrata si avviavano frettolosamente verso il paese, ad ogni curva o bivio invocando l’aiuto di Santu Ggiuànni ti lu picurièddhru, cioè San Giovanni Battista che, per essere appunto iconograficamente raffigurato con in un braccio un agnello, consideravano loro particolare protettore.

Quella notte, nel desiderio di renderne concreta la presenza e quindi ottenere il desiderato aiuto, il capogruppo simbolicamente ne assumeva l’identità facendo – per così dire – piovere dall’alto ogni sua parola, incitamento o raccomandazione, cioè intercalando nel dialogo un’autoritaria declinazione di accredito: “Cu lla occa mia stà cconta lu Ggiuanninu” (“Con la mia bocca sta parlando Giovannino=San Giovanni Battista”). Curioso scambio di oggettività nel linguaggio, per di più adottato non soltanto nei confronti degli altri componenti il gruppo, ma addirittura usato con il mulo che li accompagnava trasportando sulla groppa nnu cutrùbbu (un recipiente di zinco della capacità di cinque litri) pieno di latte e nna mmarzàta, ossia un secchio di legno provvisto di coperchio, normalmente usato per il trasporto delle marzòtiche (pezzotte di formaggio fresco impastato con erbe aromatiche) ma che quella notte si portavano dietro vuoto, più esattamente con all’interno un rametto verde di mortella.

Punto di convegno dei vari gruppi era il sagrato della chiesa matrice, a quell’ora già chiusa e perciò emanante una gelosa accumulazione di trascendenza che la rendeva dolorosamente fusa all’atmosfera di quella notte già di per sé stessa satura di mistero. Notte sacra che sembrava trasformare gli umidori del selciato in lacrime rapprese e rimandare in permanenza di echi i singulti della Vergine Addolorata, la cui statua poche ore prima era stata portata in processione per le vie del paese, passando da chiesa a chiesa, da cappella a cappella nell’affannata ricerca del Figlio crocefisso. Un peregrinare sincopato dal rullìo funebre dei tamburi e convertito in assillo umano dal coro lamentoso delle donne che interpretando, da madre a madre, lo strazio della Madonna, chiedevano a gran voce, spesso roteando su sé stesse:

Fìgghiu, fìgghiu mia!… a ddò stàe lu fìgghiu mia?!… Lu stà ccercu e nno llu ttròu!… Fìgghiu, fìgghiu mia!… Ticìtime a ddò stàe lu fìgghiu mia!…

Richiesta tanto umanamente delirante quanto spiritualmente ancorata ai sensi di una catarsi la cui certificazione si era esplicata a processione conclusa, su quel sagrato appunto, quando il padre quaresimalista, rimasto ad attendere in chiesa, aveva spalancato la porta facendo portare all’aperto e proprio ai piedi dell’Addolorata l’urna di vetro con dentro la statua del Cristo morto: “Ecco tuo figlio”, aveva esclamato con voce accorata, e cincischiando un rettangolo di lino bianco a simbolica testimonianza del sudario, aveva precisato: “E’ morto Maria, è morto in croce per i nostri peccati!”.

Cadendo in ginocchio e battendosi il petto a pugni chiusi, il popolo aveva singhiozzato:

Pi’ lli piccati nuésci è mmuértu… pi’ lli piccati nuésci è mmuértu an croce!… Pirdònane, Maria, comu nn’à ppirdunàtu Iddhru!…

Come fosse doverosa assimilazione di un sollecito al pentimento, anche i pastori, salendo i gradini del sagrato, proiettavano sul metafisico schermo di quella notte la loro dolorosa considerazione, ripetendo – ognuno per suo conto e tutti insieme – “E’ mmuértu an croce pi’  lli piccati nuésci… pi’ lli piccati nuésci è mmuértu an croce…”.

Un intrecciarsi di voci basse, di parole sussurrate che si interrompeva di colpo non appena raggiunta la porta della chiesa, ai cui stipiti i componenti dei vari gruppi si addossavano in silenzio nell’attesa che lu nannimmassàru (il nonno massaro, ossia il più anziano fra di loro) li raggiungesse. Questi infatti non saliva subito e insieme agli altri i gradini del sagrato: si attardava sulla strada prospiciente la chiesa al fine di dare previa sistemazione al rituale che nel suo svolgimento non doveva essere turbato da distrazioni o preoccupazioni di ordine materiale.

Coadiuvato da due giovani aiutanti agiva con decisione, e nell’impartire i suoi ordini spesso preferiva al suono delle parole l’eloquenza dei gesti, quasi volesse accreditare una sorta di iniziatico misterioso cifrario. Bisognava infilare il muso dei muli dentro li puppàri (i sacchetti di iuta dentro i quali a ristorazione delle bestie si mettevano manciate di biada), scegliendo il punto più riparato dove farli riposare; bisognava trasportare sul sagrato li cutrùbbi pieni di latte e li mmarzàte con dentro il rametto di murtèddhra; e infine si doveva accendere nel mezzo della strada un piccolo falò di ramaglie d’ulivo, cosa che si faceva battendo forte l’acciarino sobbra’a nna èsca ti pirnacòcchia (su un’esca ricavata dal tronco marcito di un albicocco) cosparsa di salnitro.

Al primo divampare del fuoco lu nannimmassàru si chinava a baciare per terra e subito dopo, tracciando nell’aria un grande segno di croce, dava il via allo svolgimento della cerimonia schioccando la lingua contro il palato e ricavandone quel suono caratteristico che era il loro abituale richiamo delle mandrie. Da quel momento non si poteva pronunciare parola che non fosse di preghiera, e anche nel muoversi si doveva  fare attenzione a non suscitare rumori capaci di incrinare il silenzio o, come usavano dire, nfastitiàre lu ssignùttu ti l’Angilu ca stàe ncucculàtu nnanzi a lla petra ti lu santu sipùrcu (infastidire il singhiozzare  dell’Angelo che sta accoccolato davanti alla pietra che ottura l’ingresso del santo sepolcro).

Era perciò con mosse lente, quasi timorose, che i pastori si staccavano dalla porta della chiesa per convenire l’uno dopo l’altro al centro del sagrato e deporre a terra i loro bastoni, sovrapponendoli a forma di croce in chiaro riferimento all’avvenuta deposizione di Cristo. Un gesto che, al di là di ogni valenza memoriale, veniva assunto attivamente come doverosa risposta all’appello da parte dei capifamiglia, la cui singola identità  si intendeva appunto dichiarata e testimoniata dalla presenza del bastone.

L’ultimo a declinare – si fa per dire – le proprie generalità era lu nannimmassàru, che dopo aver salito lentamente i gradini del sagrato, deponeva il suo teste al vertice della piccola catasta calcandolo con le mani a più riprese, quasi volesse mettere in risalto l’ipotetica apposizione di un sigillo di compatibilità fra la suggestione di un figurato rievocatore e la tangibilità del quotidiano. Un gesto di qualificazione sociale esercitato non come semplice potere acquisito con l’età, bensì come frutto di un’avvenuta elezione nel cui conferimento era sottinteso un preciso privilegio divino, oseremmo dire una predestinazione a condottiero di popoli. Legittimazione che acquistava sostanza  di convincimento ideologico sovrapponendo alla realtà dell’azione l’allegoria di un immaginario ambientale triangolato fra il divampare delle ramaglie nel mezzo della strada – riporto al mitico roveto ardente –,  la nudità del sagrato simboleggiante il deserto, e la presenza dei bastoni valevole tanto come certificazione di cammino, quanto come dichiarazione di arrivo nella terra promessa. Arrivo come sospensione di penitenza, come conquista di potere, come affermazione di spettanza.

Con il lento spegnersi del piccolo falò scattava infatti la tacita comunicazione di un mutamento in atto, ovverosia cessava quello che poteva intendersi come scenografico riporto alle mitiche radici bibliche immettendo, sia per completamento sia per superamento, in un pregnante clima neotestamentario. A chiave di svolta del graduale passaggio veniva eletto il latte, più precisamente le sue proprietà enzimatiche, proprietà che, come abbiamo già detto, nel processo ideativo dei pastori ben si comparavano a quella combustione di energie vitali che aveva determinato la resurrezione di Cristo. Ne conseguiva un’immediata parificazione fra i pastori presenti sul sagrato, quale trasformazione della patriarcalità nei ritmi indifferenziati di una collettività che  annullava la privativa del geloso “io” nell’amplificazione di un “noi” tanto più valevole quanto maggiormente espresso nell’uniformità dell’agire.

Smessi i panni di Mosè – figura antonomastica del celebrato esodo – lu nannimmassàru rientrava nel gruppo, assieme agli altri intonando a mo’ di preghiera:

“Lu fuécu s’à stutàtu

e cce gghète… e cce nno gghéte…

lu santu patriarca nduliràtu

si nn’à sciùtu rretu a llu parète.

 

Stà spètta la nzuppittàta

ti l’àunu mmaculàtu

ca intr’a lla rutta mpitràta

si nni stàe mpannàtu”.

 

“Il fuoco si è spento / e cosa succede… e cosa non succede…/ il santo patriarca addolorato / se n’è andato dietro al muro. // Sta aspettando il risveglio / dell’agnello immacolato / che dentro la grotta ostruita da una grossa pietra tombale / se ne sta addormentato”.

A “grotta ostruita da una grossa pietra tombale” veniva focalizzata la porta della chiesa, a ridosso della quale i pastori allineavano li mmarzàte, pronti a riempirli con il latte trasportato nei capaci cutrùbbi. Un travaso che eseguivano con religiosa delicatezza, attenti a sincronizzarne il flusso affinché simultaneo risultasse il momento delle varie colmature e altrettanto simultanea l’immissione dei pizzichi di caglio che, a travaso avvenuto, lasciavano cadere nel latte, a questo amalgamandoli con un lungo tramestio circolare eseguito con i rametti verdi di mortella. Il tutto in una crescente assimilazione di solleciti emotivi, sicché quella che di base voleva essere motivazione mitico-allegorica si trasformava in tensione oggettiva, sorpassando il compiaciuto senso di partecipazione al rito in favore di una profonda immedesimazione. L’iniziale misura di memento cedeva infatti il passo all’azione del momento, e i convenuti sul sagrato non si consideravano semplici coadiutori al buon andamento della celebrazione: si sentivano protagonisti nella totalità del significato, e accoccolati sui talloni – ognuno accanto  il più possibile alla propria mmarzàta – attendevano in religioso silenzio il concretizzarsi dell’evento, convinti che lo stesso potesse trarre forza di esplosione anche dalla loro affettuosa presenza.

L’àngilu à nnuccicàtu lu chiasciòne!” (“L’angelo ha ripiegato il lenzuolo!”), proclamava lu nannimmassàru non appena constatava il definitivo indurimento della cagliata; e questa volta, non essendo in clima di passione e morte e quindi non più vincolato alla mortificazione e al silenzio, batteva forte le mani, palma contro palma, incitando i presenti: “Asàmu a nterra e spartìmune lu bene ca Cristu nn’à rricalàtu” (“Baciamo a terra e scambiamoci il bene che Cristo ci ha regalato”).

Se baciare per terra era gesto di ringraziamento e lode a Dio, spartirsi il bene ricevuto significava mettere in atto il comandamento dell’amore fraterno, per prima cosa cancellando dal proprio animo ogni eventuale dissapore nei confronti del prossimo. Un invito che nel contesto del rito celebrato nella notte di Parasceve, non si poneva come frutto di vana retorica, essendo più che risaputo come, fra pastori, spesso e volentieri si entrasse in rivalità: per la contesa di un pezzo di pascolo, per la perdita di un capo di bestiame o sia pure semplicemente per gelosia connessa alla maggiore o minore fortuna nello smercio dei prodotti.

Quali che fossero i motivi del risentimento, questo non poteva e non doveva permanere fra i convenuti sul sagrato: all’invito del nannimmassàru dovevano subito riconciliarsi, tant’è che, a segno tangibile del ritrovato sentimento fraterno, usavano scambiarsi i secchi con le relative cagliate: “A tte la nnuccicàta mia, a mme la nnuccicàta tua”.

Traendo spunto dal passo evangelico che racconta come nel sepolcro scoperchiato fu rinvenuta soltanto la sindone ripiegata, la cagliata preparata sulla soglia della chiesa veniva detta “nnuccicàta ti chiasciòne” (“piegatura di lenzuolo”), intendendo con tale denominazione alludere alla sua simbologia e sottolinearne le proprietà sacre che aveva sviluppato. Metaforicamente elevata a sudario di Cristo non poteva infatti non rappresentarlo e quindi essere vista come apportatrice della sua benedizione riconducibile ai doni della salute, della prosperità, della pace.

Affinché il rito avesse, oltre all’equivalenza mitico-psicologica, la concretezza di un tracciato informatore, il principio – fino a quel momento perseguito idealisticamente o al massimo come cementazione di rapporti categoriali –  doveva attuarsi a livello comportamentale più vasto, ovverosia ricondotto alle radici primarie dell’amore fra tutti e per tutti. La cagliata approntata sulla soglia della chiesa nella notte di Parasceve – simbolicamente eletta a testimone del trionfo nel conflitto fra la dualità morte-vita, tenebre-luce, condanna-redenzione – andava perciò distribuita gratuitamente, destinando a fruitori di tanto dono i più poveri e derelitti.

Ancor prima che l’alba schiarisse il cielo, i pastori, con appese al braccio le loro mmarzàte colme di cagliata, si sparpagliavano per il paese, percorrendone il dedalo di viuzze e vicoli alla ricerca di usci filtranti luce, segno convenzionale che in quella casa si poteva fare l’opera di misericordia: c’era un ammalato, una partoriente, un orfanello o più comunemente un vecchio.

Chiasciòne ti Cristu!…” (“Lenzuolo di Cristo!…”), annunziavano con voce cantilenante, e battendo con un cucchiaione di legno sulla fiancata del secchio, attendevano che la porta venisse aperta e nel tenue fiotto di luce si delineasse l’orlo di un piattino entro il quale deporre tre cucchiaiate di cagliata: “Quista comu pruitènzia ti lu Patre, quista rricàlu ti lu Fìgghiu, quista asu ti lu  Spìritu Santu” (“Questa come provvidenza del Padre; questa, regalo del Figlio; questa, bacio dello Spirito Santo”).

Così di strada in strada, di vicolo in vicolo, di porta in porta, finché nei secchi non rimaneva che un sottile strato di cagliata, capace appena di coprirne il fondo: era lu rispìcu ti la ràzzia (il racimolo della grazia), ossia la porzione di benedizioni che i pastori trattenevano a beneficio delle proprie famiglie, nonché del gregge a loro affidato. Una volta tornati nelle masserie – il che avveniva subito dopo l’alba – si premuravano infatti di versare questo residuo dentro nnu fiscariéddhru (un piccolo cestello di giunchi intrecciati usato per sgrondare la ricotta), ricavandone  una pezzotta di pseudoformaggio che poi seccavano rigirandola quotidianamente nel sale, accorgimento reso necessario dal fatto che, essendo il composto a base di latte non cotto, tendeva a inacidire. E se per qualsiasi prodotto caseario l’inacidimento rappresentava un pericolo da evitare, nel caso specifico sarebbe stato recepito come il peggiore degli accadimenti, in quanto superstiziosamente interpretato come presagio di sventura per la masseria: le persone che vi abitavano si sarebbero di certo ammalate; il gregge sarebbe stato decimato da qualche morìa; i pascoli distrutti dalla grandine; e c’era il rischio che financo le opere murarie avrebbero accusato un improvviso deperimento. Questo perché la piccola forma di formaggio ricavata dai residui della nnuccicàta ti chiasciòne non veniva vista alla stregua di un qualsiasi prodotto destinato al normale consumo, bensì ritenuto elemento apotropaico, tanto più efficiente in quanto commestibile.

Una volta indurita, infatti, la si metteva gelosamente da parte, se possibile addirittura sotto chiave, ricorrendovi solo in caso di bisogno, cioè quando occorreva sventare una minaccia, arginare un pericolo, combattere una malattia, ristabilire la pace in una famiglia lacerata da gravi discordie.

Se in famiglia scoppiavano liti o si temevano delle infedeltà, le donne ne grattugiavano un pezzettino e lo mescolavano alla pasta del pane, sicure di esorcizzare in tal modo lo spirito della discordia e riavere integro l’amore del marito; sempre grattugiata e sempre a parsimoniosi pizzichi, veniva aggiunta alle minestre degli ammalati per affrettarne la guarigione, al pancotto degli anziani per salvaguardarli dal micidiale risintèriu (dissenteria) e financo inserita nelle pupatelle (succhiotti) degli infanti, soprattutto nel periodo critico della dentizione, spesso costellato da febbri e deperimenti. Né da tanta panacea venivano escluse le bestie, ché anzi si può dire ne fossero le maggiori fruitrici: nessun massaro dimenticava di elargirla alle sue pecore gravide, certo di aiutarle in tal modo a partorire agnelli sani e di vello bianco; con la stessa premura ne assicurava una porzione ai capri e ai tori da monta per regolare la pericolosa violenza, così come non mancava di somministrarla ai puledri per renderli docili alla domatura. Si può ben dire che financo i cani riuscivano ad assaggiarla, anche se, in verità, solo di traverso e cioè quando, nell’incalzare di una tempesta, il massaro, per placare la furia degli elementi, ne gettava un pezzettino all’esterno, certo di salvaguardare così i campi dalla grandine e a tenere lontane eventuali trombe d’aria.

Tutte queste credenze sui poteri “soprannaturali” della nnuccicàta ti chiasciòne derivavano dal fatto che le benedizioni assorbite durante il rito nella notte di Parasceve erano state determinate dalla forza enzimatica del latte, principio base dell’operato-vissuto pastorizio (riportabile all’agricolo impinguarsi della spiga) e quindi anche fulcro di tutta una formulazione di implicazioni superstiziose. Il positivo o il negativo di una masseria, infatti, si decretava in base alla maggiore o minore riuscita del caglio giornaliero, ché se questo accidentalmente (imperizia nella preparazione, condizioni atmosferiche sfavorevoli o anche difetto di pascolo) per più giorni sortiva male, non si esitava a parlare di malocchio e di conseguenza  richiedere con urgenza un intervento esorcistico, non dissimile da quello richiesto per una scarsa fermentazione del vino o per un  insolito inverminirsi del grano.

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Nino Pensabene, quale collaboratore ed erede dell’autrice, si riserva tutti i diritti.

Raffaella Verdesca e i suoi Volti di carta, oggi a Copertino

Copertino, Piazza Umberto, ore 18

8 Marzo 2013 – Volti di carta

Ornella Castellano dialoga

con l’autrice Raffaella Verdesca

La raccolta “Volti di carta. Storie di donne del Salento che fu” è composta da venti racconti ispirati alla vita del popolo salentino nel secolo scorso.

Le fatiche e i sogni di contadini, vedove, soldati e gente comune vengono filtrati dalla sensibilità femminile, quella delle protagoniste, soggetti in primo piano o talvolta echi di sottofondo a vicende che un tempo scandirono la vita tanto nei centri rurali del tacco italico quanto nel resto della nazione. S’intrecciano folclore e storia dando vita a spennellate d’ingenuità contadina e di profonda saggezza umana. Il riscatto e l’emancipazione risiedono nelle mani delle donne, continua a pensare qualcuno ancora oggi, e le storie custodite in questo libro gliene danno piena conferma mettendo in luce il coraggio di mogli, sorelle, figlie e madri capaci di addolcire la brutalità delle ingiustizie e dei sacrifici con la forza del proprio essere culla di vita. E’ proprio questo prezioso messaggio di positività e coraggio che le donne portano in sé a trasformare la fine in un nuovo inizio, la sciagura in insegnamento e il dolore in dignità.

Non manca tra i righi il tocco poetico dei canti popolari, è particolarmente curato il divertimento nato dai paradossi, dalla semplicità dei personaggi, è vitale il tratteggio di personalità capaci di respirare anche a libro chiuso.

Se da una parte si lavora a sdrammatizzare, dall’altra si lascia intatto il lirismo del dolore e la sacralità della conoscenza, quella di chi deve lottare per sopravvivere e vivere per conquistarsi sereno e onore: le nostre radici sono l’assicurazione migliore sui nostri frutti.

Motivazioni

Da una valigia piena di vecchie fotografie e ricordi, salta fuori l’idea di raccontare storie utili a restituirci il valore del passato rivalutando quello del presente.

In questa raccolta si è lasciata la parola al Salento e ai ritratti che delle sue genti portano alla luce momenti di vita e voci di donna capaci di raccontarla.

Il periodo storico che fa da sfondo al libro è quello attorno alle due guerre, momento importante per enfatizzare la forte volontà popolare di ricostruzione dei princìpi e dei sentimenti contro il caos della miseria, della violenza e del sopruso sempre perpetrato ai danni dei più deboli.

Le donne di “Volti di carta”, all’apparenza parte integrante di quest’ultima categoria, raccontano invece gioie e dolori con l’integrità di un Titano, pronte a chiarirci gli orizzonti del nostro essere.

Siamo tutti figli di una madre e da questa abbiamo ricevuto e imparato la vita, la stessa che qui si cerca di non far dimenticare e soprattutto di fare amare secondo i giusti meriti.

 

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ph. Stefano Crety

Verdesca Raffaella è nata a Lecce e qui ha conseguito il diploma di maturità classica proseguendo poi i suoi studi pressola Facoltàdi Medicina e Chirurgia di Pisa.

Ha pubblicato i romanzi Chandra Mahal (Il Filo, 2005) e Deliri di una verità (Gruppo Albatros Il Filo, 2010) e le raccolte dei racconti All’ombra dell’Arca (Il Filo, 2007), Racconti per ridere- La lisca (Gruppo Albatros Il Filo, 2010) e Volti di carta- Storie di donne del Salento che fu (Gruppo Albatros Il Filo, 2012).

 

Scheda del libro:

Autore: Raffaella Verdesca

Titolo dell’opera: “Volti di carta – Storie di donne del Salento che fu

Editore: Gruppo Albatros Il Filo

Anno di stampa 2012

Formato: 21x14cm – 171 pagine

Numero illustrazioni: 26. Prezzo: 12 Euro.

Prefazione di Pier Paolo Tarsi. Patrocinio della Fondazione Terra d’Otranto

Cod  ISBN 978-88-567-5710-1

Il libro può essere ordinato all’indirizzo mail ordini@ilfiloonline.it  e in qualsiasi libreria italiana fornita da PDE.

 

Sono arrivati i santi! Tutti al teatrino dei guitti…

 

 

La piazza di Copertino in una veduta agli inizi del secolo scorso, ricavata da un vetrino a coppie stereoscopiche (coll. priv. Nino Pensabene)

LA CIVILTA’ CONTADINA NEL SALENTO  FINE OTTOCENTO

 

LI SANTI A ‘NDINIEDDHRU

 

Il teatrino dei guitti che col carrozzone, di tanto in tanto, allietavano i pomeriggi domenicali, si basava su delle figure statiche (i santi, interpretati dagli stessi guitti) che – a tende abbassate , nel segreto di cinque cabine – andavano indovinate solo attraverso suoni o rumori alludenti a una particolarità episodica o iconografica del santo.

  

GUSTO DELLA SCOMMESSA

ED OSTENTAZIONE DELLA CONOSCENZA SACRO-CULTURALE

 

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

Fra gli spettacoli piazzaioli che di quando in quando interrompevano la monotonia delle domeniche paesane offrendo ai contadini un gradito diversivo al loro abitudinario incontrarsi, bere un quarto di vino assieme e parlare di lavoro, il più elettrizzante era “Lu tiatrìnu ti li santi a ‘ndiniéddhru” (“Il teatrino dei santi da indovinare”). E questo non perché offrisse un maggiore divertimento, che anzi, al confronto delle spericolate esibizioni dei funamboli, delle clownesche uscite dei saltimbanchi o delle lunghe tessiture dei cantastorie, poteva dirsi misero – basato com’era su delle figurazioni statiche e prive di un qualsiasi commento verbale -, ma per la capacità di coinvolgimento che esercitava. Una forza dovuta unicamente alla formula d’impianto, studiata in modo di garantire agli spettatori, oltre al godimento della fruizione – comune a tutti gli spettacoli -, la possibilità di una partecipazione nonché esibizione personale, con ciò venendo a centrare quelli che – al riguardo – erano i due punti sensibili della psiche contadina: il gusto della scommessa sostenuto dalla speranza di una vincita, e la soddisfazione di potere pubblicamente ostentare la personale conoscenza sacro-culturale acquisita attraverso li cunti ti li santi patriarchi (i racconti dei santi patriarchi), al cui tramando orale scrupolosamente attendevano gli anziani ritenendolo inescludibile patrimonio del sapere familiare.

Era infatti sulla rappresentazione di personaggi arcaico-biblici o neotestamentari che il suddetto spettacolo si imperniava, ovviamente

Il castello di Copertino

di Fabrizio Suppressa

Immerso tra il verde degli ulivi salentini e a pochi chilometri dal blu del mare Ionio sorge Copertino, un comune popolato da poco meno di 25000 abitanti. Se dovessimo descrivere questa ridente cittadina con un’immagine che la rappresenta, senz’altro ci lasceremmo catturare dalla mole bruno-carparo del castello cinquecentesco e dal mastio angioino inglobato nella fortezza. Una perfetta macchina da guerra, che seppur svaniti i cupi periodi bellicosi, continua tutt’ora a destare rispetto e meraviglia ai turisti che giungono a visitare il Monumento Nazionale.

veduta aerea di Copertino

Ripercorriamo brevemente le origini del fortilizio celate nelle gagliarde murature, sino ad arrivare all’attuale conformazione del “più grande, bello e forte castello che si vegga nella provincia”, per dirla con le parole del Marciano, opera di Evangelista Menga “Architettore eccellentissimo, (..) della Cesarea Maestà di Carlo V”. 

Delle primordiali origini del castello di Copertino vi sono molte ipotesi, la più avvincente riguarda una possibile fondazione bizantina di un castéllion o di una piccola cittadella fortificata che amministrava fiscalmente e militarmente i limitrofi casali. Nonostante accurati saggi di scavi e rilievi a

Il chiostro di S. Francesco di Paola a Grottaglie e il pittore Bernardino Greco da Copertino

 

IL CICLO BIOGRAFICO DI S. FRANCESCO DI PAOLA NELLE LUNETTE DEL CHIOSTRO DEI PAOLOTTI DI GROTTAGLIE

 

di Rosario Quaranta

 

Il chiostro dei Paolotti non è l’unico in Grottaglie; altri ve ne sono, infatti, nei diversi complessi conventuali dei Carmelitani, dei Cappuccini e delle Monache di S. Chiara. Di questi però solo quello annesso al maestoso convento del Carmine risulta degno di particolare nota, sia per la struttura che per le interessanti pitture e decorazioni. Quello dei Cappuccini, molto semplice e di modeste dimensioni, è ormai irriconoscibile come quasi tutta l’imponente struttura conventuale sita, peraltro, in un sito altamente suggestivo sullo spalto  nord della storica gravina del Fullonese, da tempo abbandonata allo scempio e alla distruzione ed ora in fase di recupero e restauro. Il minuscolo chiostro delle Clarisse, in aderenza alla peculiare severità ed estrema semplicità del monastero, non presenta interesse artistico o architettonico. Il chiostro del Carmine appartenente strutturalmente al secolo XVI e completato nelle decorazioni nel secolo XVIII, rappresenta sicuramente un elemento di notevole interesse artistico e architettonico del territorio. Nonostante le modeste dimensioni, si presenta all’occhio del visitatore

Sul feudo copertinese di Specchia di Normandia o Cambrò e sulla masseria “la Torre”

di Marcello Gaballo

Uno dei più bei complessi masserizi dell’agro di Copertino è la masseria comunemente nota come “la Torre”, sulla strada Nardò-Copertino, a poche centinaia di metri da quest’ultima, raggiungibile mediante più tratturi. Posta al centro di un territorio coltivato ad uliveto di antico impianto, confina a nord con la masseria Li Tumi, a ovest con proprietà Licastro, a sud con la ferrovia, ad est con altra proprietà Licastro.

La singolarità e la peculiarità della sua forma, pur nella varietà delle tipologie masserizie della Puglia, è data nel nostro caso dall’imponenza del torrione, che rinvia al mastio e alle torri angolari del cinquecentesco castello copertinese e particolarmente allo stile delle torri costiere a pianta quadrata della “serie di Nardò”. Se queste ultime avevano prevalentemente funzione di avvistamento, la nostra masseria possiede più i connotati di una residenza signorile, fortificata per la difesa patrimoniale del bestiame, dei prodotti agricoli e delle suppellettili. Attorno ad essa si sono man mano aggiunti, e sino a pochi decenni addietro, locali di lavoro e di deposito, inevitabile segno delle dinamiche storico-produttive del complesso, che hanno alterato la struttura originaria, che tuttavia non ha risentito delle grandi trasformazioni agrarie tra Otto e Novecento.

Una prima testimonianza architettonica della masseria, anch’essa singolare ma più tarda, è a meno di 200 metri. Si tratta di una vera e propria dimora in tufi, aperta su tutti i quattro lati, con due archi laterali per parte ed uno, più alto, avanti e dietro. Al centro ospita il pozzo, il cui boccale è delimitato da blocchi di pietra piuttosto voluminosi.

Il prospetto della masseria è rivolto a mezzogiorno, verso Copertino, e su di esso spiccano l’unica caditoia, localizzata al centro della facciata, a sbalzo su mensoloni lobati, in corrispondenza dell’ingresso originario (ancora raggiungibile con scala in muratura), il cordolo marcapiano, la cornice a beccatelli, la base quadrata con leggera scarpa, che ricordano ancora i tempi in

La porta bronzea della basilica Sancta Maria ad Nives di Copertino

Le figure, pur nel loro vitale proporsi, non irrompono prepotenti, non asservono la loro carica alla limitazione del momento, bensì la carpiscono a un’armonia cuneiforme che le rende promanazione di un passato o, se preferiamo, concretezze riassuntive di una scenografia preesistente.

  

 

 

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

La creazione di un’opera d’arte che si trovi, già in partenza, condizionata da precisi moduli di collocazione, e quindi subordinata alle esigenze di un contesto ambientale, non può non rivelarsi complessa, se non addirittura difficile. La sua maturazione, infatti, deve scontare in anticipo la prigionia dell’orbita assegnatale, e perciò spesso si svolge in un clima di contrasti, o per lo meno in un conglobamento di motivi non sempre facilmente incastrabili fra di loro.

Per semplificare l’idea, la si potrebbe paragonare alla sorte delle antiche donzelle reali che, promesse spose fin dalla nascita, dovevano dalla più tenera infanzia adeguarsi – a volte torcersi – alle abitudini e culture del popolo che in un domani le avrebbe avute a regine. Il loro, era perciò un crescere nella messa a fuoco della cornice che le avrebbe inquadrate, e ogni giudizio sulla loro adeguatezza al ruolo andava sempre rappresentato in chiave di trapianto.

Un costante gioco di trasposizione che, tornando all’arte, non può che rivelarsi stressante per l’artista, costretto a far marciare insieme la carica creativa e le remore di ordine logistico. Considerazione questa da non dimenticare quando si accede a una valutazione dell’opera, che necessariamente deve essere giudicata nel contesto del suo inserimento, oggettivata cioè non soltanto nelle sue incidenze espressive, ma anche, forse soprattutto, nella sua maggiore o minore concordanza con l’insieme. Che se poi l’insieme è una costruzione antica come la basilica S. Maria ad Nives di Copertino, l’asserto si complica, poiché al di là dei rispetti architettonici, dei rapporti spaziali e delle eventuali fedeltà iconografiche, si impone la necessità di non generare strappi all’atmosfera stessa della costruzione, quell’atmosfera  complessa – impossedibile ma percepibile – che è propria  dei monumenti antichi e contemporaneamente sacri, e che scaturisce non tanto dalla sedimentazione del tempo, quanto da un’avvenuta permealizzazione spirituale. Elemento sottile e pur non di meno determinante per un approccio artistico che, in questo caso, deve essere condotto sul filo dell’avvertibile più che del semplice visibile.

Quasi una sintonizzazione sulle onde del sensoriale che Raffaele Del Savio deve avere bene eseguito durante le sue visite di studio alla Basilica – precedenti e seguenti all’incarico di realizzare in bronzo la porta centrale della chiesa – e intelligentemente teorizzato, tanto da riuscire poi a lievitarne la presenza nella dipanazione dell’opera, che appare appunto come patinata dal passaggio di una luce che la insegue, la raggiunge e la supera in uno stabilirsi di circuito.

Patina che peraltro potremmo definire composita, poiché al di là della luce – che è la risultanza più avvertibile, soprattutto quando si avvita sul tondeggiare delle figure – s’inseriscono delle modulazioni diaframmatiche, quasi parvenze di un tempo vissuto e perciò unificato alla porosità delle scansioni circostanti.

Le figure, infatti, pur nel loro vitale proporsi, non irrompono prepotenti, non asservono la loro carica alla limitazione del momento, bensì la carpiscono a un’armonia cuneiforme che le rende promanazione di un passato o, se preferiamo, concretezze riassuntive di una scenografia preesistente.

Che Raffaele Del Savio abbia solide esperienze scenografiche (è infatti Direttore di Scenografia al Teatro Comunale di Firenze) lo si comprende a primo acchito, e non tanto dall’armonica formulazione delle scene, quanto dall’aver saputo brillantemente risolvere il rischio di un’immanenza del fondo come piano d’appoggio, pervenendo, in virtù di ritmi spaziali ben congegnati, a un’abolizione del piano come superficie geometrica. Le figure, nascendo, già autonomizzate e quindi non soggette a schiacciature di appoggio, incrinano il piano, dissolvendone l’ingrata schematicità, sicché la porta esiste soltanto come proiezione, come orizzonte interno, quindi, ovviamente, assorbita dalla  contestualità delle immagini e felicemente mutata in spessore atmosferico.

Il rapporto diretto esistente tra figure e piano di appoggio ne esce così traslato o,  meglio ancora, incuneato in uno spazio indefinito che può essere

L’arte di scavare la pietra

di Fabrizio Suppressa

I primi abitanti che popolarono il nostro territorio erano prevalentemente semi-nomadi, si spostavano a seconda dei periodi stagionali con gli armenti al seguito, alla ricerca di pascoli da utilizzare. I loro ricoveri erano costruiti con materiale vegetale (legno, canne, fango, pelli), sul suolo calcareo, come testimoniano i numerosi buchi da palo, scavati nella roccia in aree costiere o sulle alture rocciose.

Con lo stanziamento, le invasioni e l’influenza di altri popoli, nonché con lo sviluppo di nuove tecnologie, l’uomo iniziò a sfruttare ciò che aveva in abbondanza – il materiale lapideo – ricercando nuove soluzioni edilizie adatte ai nuovi bisogni.
Sulle scogliere di Porto Selvaggio è presente una cava, datata all’epoca messapica, da cui si estraeva una roccia calcarea molto compatta e resistente, cavata con un metodo molto antico: venivano scavati i contorni del concio da estrarre e si infilavano al di sotto dei cunei di legno che, bagnati abbondantemente con acqua, dilatandosi provocavano il distaccamento del pezzo dal substrato roccioso;  sono ancora visibili i segni lasciati dagli scalpelli, e numerosi blocchi monolitici, alcuni di notevoli dimensioni, che aspettano da millenni un imbarco, dai resti del sommerso molo d’attracco delle navi.

Passarono i secoli e dal vicino Oriente arrivarono i monaci Basiliani, portatori di grandi conoscenze tecniche, oltre che della cultura e della lingua. Essi erano dediti prevalentemente all’esercizio spirituale, in ascesi, o in piccoli cenobi. A causa delle persecuzioni iconoclaste e delle scorrerie di pirati e barbari, preferirono realizzare i loro luoghi di culto e le loro dimore in cavità ipogee che scavarono a mano, creando cripte, abitazioni a grotta, depositi per derrate alimentari. Alcuni complessi molto articolati dove si uniscono con splendidi affreschi raffiguranti scene di rievocazioni evangeliche e figure di santi per lo più orientali sono tra i capolavori del Salento. I monaci insegnarono alle nostre genti medievali i benefici di queste tipologie abitative di cui rimangono molte testimonianze nei pressi di Casole a Copertino, come pozzelle e case a grotta, ormai riempite di terra per piantarvi ulivi. Rimangono ancora alcune cripte, come a Veglie quella della Favana, in agro di Nardò quella di Sant’Antonio Abate, a Copertino quella di Masseria Monaci, della Grottella; rimangono anche alcune testimonianze orali, seppur molto fantasiose di lunghe gallerie che collegano varie località, come i conventi.

 

Dal Basso Medioevo agli Anni ’50

Con la necessità di accorpamento della popolazione e la relativa difesa, cresce il bisogno di materiale edilizio per la costruzione delle strutture. Nasce così la nuova figura dello zzoccatore, o del cavamonti, mentre il paesaggio rurale si trasforma; alcune aree adatte all’estrazione vengono trasformate per la nuova attività “industriale”. Lo zzoccatore, era uno dei mestieri più duri e meno pagati, il nome deriva dall’unico attrezzo usato, lo zzueccu; un ferro con due punte, la prima lunga circa 35 cm e stretta, disposta a coltello, serviva per creare i quattro solchi paralleli, che davano i lati al concio, la seconda punta più corta, lunga circa 20 cm, con forma di ascia, serviva ad estrarre il pezzo mediante lievi colpi e facendo leggermente leva alla base, e per livellarne le irregolarità.

Lu zzueccu Esiste ancora a Copertino, il vico degli zoccatori, un rione all’epoca molto povero e con le condizioni igieniche ai limiti della vivibilità, caratterizzato da una strada molto stretta con le case ammassate le une e le altre, situata appena fuori le mura sulla direttrice, stradale che portava alle tagghiate, ovvero alle cave.

In base alle richieste de lu mesciu, il cavamonti estraeva i cuzzetti, i pezzi, che in cantiere in base alle dimensioni prendevano il nome di purpittagnu con sezione quadrata di 25 cm, pizzottu con 30 cm di base, Palmo e mezzo con 35 cm di base. L’altezza veniva definita tagghia, ed era in legno e costante per tutti i zoccaturi (25 cm nel Novecento, ma varia a seconda delle epoche), la lunghezza invece variava a seconda dell’utilizzo e si misurava in palmi.

La qualità del tufo faceva dipendere il prezzo, quello rosso, era di scarso valore poiché il primo strato sotto il terreno era ricco di umidità e molto più friabile, sovente era utilizzato per le fondazioni o scartato, quello bianco, di media qualità veniva estratto dalle parti più basse della cava, quello giallo, per tutti gli impieghi variava di prezzo in base all’area di estrazione, le più rinomate erano presso masseria la Torre (torre te lu fieu) e li Monaci. Infine il materiale veniva trasportato dalla cava al cantiere tramite il trainieri.

Il paesaggio che si viene a creare è molto singolare, le cavità prendono forma a gradini, a causa dell’ingombro laterale dello zzueccu, con un labirinto irregolare costituito di varie stanze, dislivelli, scale e pinnacoli di pietra non estratta poiché di cattiva qualità (con catene o linee di cozza).
Una volta esaurita, la cava veniva recuperata a giardino, pian piano la natura si riappropriava della terra, e crescevano spontaneamente, chiappari, tumi, fichi, ficatigne, mentre in anfratti più ampi venivano piantati ulivi o agrumi; con il materiale tufaceo di scarto venivano realizzati muretti a secco di contenimento o di confine, e furnieddhi per riparo dalle improvvise intemperie.
La natura geologica del tufo permette la creazione di questi miracolosi giardini ad esempio il mantenimento dell’umidità in caso di siccità; questi esempi sono ritrovabili nell’area a sud est di Copertino, ma purtroppo c’è da constatare l’ignoranza di molte persone, che hanno utilizzato questi anfratti per liberarsi di elettrodomestici non più funzionanti, materassi rigorosamente bruciati, carcasse di auto, e l’immancabile “cesso” incontrastato principe delle improvvisate discariche salentine.

Consiglio ai lettori la visione di questo bel documento dell’Istituto Luce, a proposito delle nostre cave:

http://www.youtube.com/watch?v=n1Q8WJcalTY

Copertino. Il santuario della Madonna della Grottella

 

di Fabrizio Suppressa

Una strofa della pizzica copertinese “lu sciallabbà” recita così: “Gira, gira bella come il vento della Grottella”. Poche semplici parole, cariche di bellezza e di sensualità, descrivono con un colpo di pennello un luogo caro alla memoria degli abitanti di Copertino: il Santuario della Madonna della Grottella.

Santuario della Grottella (ph F.Suppressa)

L’attuale chiesetta sorge nei pressi dell’antico casale di Cigliano, uno dei tanti distrutti durante le invasioni dei Goti e dei Saraceni. Il luogo fu frequentato fin dall’epoca romana, come attesta l’origine prediale del toponimo, ma le uniche tracce antiche rintracciabili sono quelle relative all’epoca dei monaci basiliani. La leggenda narra come nel 1540 un pastorello avendo smarrito un vitello, incominciò in lungo e largo a cercarlo in questa antica terra; lo ritrovò tra cespugli e rovi, inginocchiato davanti l’ingresso di una grotta, dove all’interno due misteriosi ceri accesi  rischiaravano il volto affrescato della Vergine. Il pastore, dopo un attimo di smarrimento, corse subito al vicino paese per annunciare il ritrovamento al Capitolo della Collegiata e a tutta la cittadinanza, che una volta accertata la verità, si recò in processione a venerare la sacra immagine.

Affresco raffigurante il ritrovamento miracoloso

Dietro autorizzazione di Mons. Giovanni Battista Acquaviva, in quel periodo Vescovo di Nardò, fu costruita una piccola cappella; probabilmente si trattava di una piccola costruzione che custodiva l’ingresso del vano ipogeo. In pochi anni dal ritrovamento fortuito dell’immagine, crebbe in tutto il territorio della Terra d’Otranto la devozione verso la Madonna della Grottella. Occorreva quindi un luogo di culto più capiente e dignitoso.

Per questo motivo attorno al 1578 fu costruita per volontà di Mons. Cesare Bovio, Vescovo di Nardò, l’attuale chiesa. Infatti in un manoscritto del 1700 è possibile leggere “l’immagine fu venerata con molte particolari processioni dal clero, e crescendo tuttavia li miracoli, e la di lei fama, si rese in tal maniera celebre non solo in tutta la provincia, ma ancora nel Regno che da per tutto venivano genti a tributarla di doni” e ancora “coll’autorità, e pia munificenza di Monsignore Cesare Bovio (…) fu dalli fondamenti eretta la nuova Chiesa in quella forma, e magnificenza che hora si vede.”

La nuova fabbrica, costruita in piena Controriforma, segue molto dettagliatamente le nuove linee dettate nel 1577 da San Carlo Borromeo e presenti nel suo libro intitolato “Instructiones fabricae et supellectilis ecclesiasticae” ovvero le istruzioni per l’assetto di nuovi edifici di culto. Infatti la chiesa si caratterizza in pianta dalla croce latina a navata unica, con piccoli altari intitolati ad alcuni santi situati lateralmente al posto delle navate laterali. Ed ancora, per garantire un’ottima acustica durante le omelie e le predicazioni, la navata è coperta da una poderosa volta a botte così come prescrivevano le nuove regole. L’unica eccezione è data dal livello del pavimento della chiesa; San Carlo Borromeo stabiliva che le nuove costruzioni fossero elevate di almeno tre gradini al di sopra del piano stradale, la nostra chiesa invece è posta quasi un metro e mezzo al di sotto, e per accedervi dall’esterno, una volta varcata la soglia, è necessario scendere una decina di gradini. Probabilmente questa deroga è dovuta all’antico livello dell’ipogeo, ampliato nel friabile tufo in modo da far poggiare l’altare direttamente sull’antica area sacra e soprattutto per non compromettere la stabilità delle possenti mura perimetrali.

Navata centrale (ph F. Suppressa)

Molto più semplice e pulita la facciata dai lineamenti cinquecenteschi, composta da un profilo a capanna con al centro un ampio rosone decorato con putti, foglie e fiori, e un portale in pietra leccese sormontato da una piccola statua raffigurante la Madonna con Bambino.

All’interno della chiesa non mancano pregevoli testimonianze artistiche, sulla sinistra si susseguono gli altari intitolati a San Leonardo, San Francesco, Sant’Eligio e Sant’Antonio, mentre sulla destra sono presenti gli altari dedicati al Calvario e San Giuseppe Sposo; quest’ultimo attribuito con certezza allo scultore barocco Giuseppe Longo di Lecce. L’altare privilegiato è invece opera dello scultore Donato Chiarello, realizzato in pietra leccese con alcune parti in rilievo dorate e presenta al centro l’affresco ritrovato dal pastorello della leggenda.

Particolare del portale in pietra leccese

Interamente affrescata è la parete dell’abside sinistra, in alto, nel catino, troviamo Santa Cecilia che suona e canta con gli angeli la gloria di Dio, immediatamente sotto vi è la scena del ritrovamento miracoloso, e infine nella parte inferiore vi sono gli affreschi di San Francesco che riceve le stimmate e accanto il mistero della Visitazione.

Come ci ricorda la strofa della pizzica, il luogo è caratterizzato da un particolare venticello, fresco e asciutto nel periodo estivo, costantemente in rotazione da tutti i quadranti. Questa peculiarità avviene grazie alle caratteristiche geografiche dell’area, posta infatti su un piccolo poggio a spartiacque tra la Valle della Cupa e la piana di Copertino. Per questo motivo l’area fu la sede prediletta per la villeggiatura estiva di nobili e prelati e nel 1579 il Vescovo di Nardò, Mons. Cesare Bovio vi aggiunse “un comodo, et opportuno Palazzo fabbricatovi (…) attaccato alla chiesa medesima per divertimento e soggiorno de’ Vescovi Suoi Successori”.

Il 23 Febbraio 1613 la chiesetta passò sotto la tutela dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali grazie all’intercessione di Padre Donato Caputo di Copertino e nel 1618 si diede vita ad una piccola comunità monastica dipendente dal Convento di San Francesco intra moenia. In quegli anni, durante i lavori di ingrandimento del complesso monastico, vi lavorò come manovale il quindicenne Giuseppe Desa che tra quelle pietre maturò l’idea di farsi frate. Qui visse per circa 17 anni prima da oblato, poi da novizio, in seguito da diacono e infine fu ordinato sacerdote a Poggiardo il 18 Marzo 1628. La devozione alla Madonna della Grottella era talmente intensa da portare il frate in estasi; davanti alla sacra immagine, che lui amava chiamare “la Mamma mia”, volava “come ape che coglie il nettare dai fiori”. La fama del frate che volava, aumentò la mole di devoti che accorrevano al santuario, ma insospettì anche la Santa Inquisizione e il 21 ottobre 1638 Padre Giuseppe dovette lasciare la sua amata Grottella per recarsi alla volta di Napoli per comparire dinnanzi al tribunale del Sant’Uffizio. Non tornò più nei suoi amati luoghi, e dopo un lungo peregrinare tra Roma, Assisi, Pietrarubbia e Fossombrone, approdò a Osimo dove morirà il 18 settembre 1663.

Altare Privilegiato, affresco della Madonna della Grottella

Nel 1753, in occasione della Beatificazione di Fra Giuseppe da Copertino, fu demolita l’abside destra e vi fu aggiunta la cappella in onore del novello Beato, dove qualche anno dopo fu posta sotto l’altare la cassa mortuaria, donata per l’occasione dai confratelli di Osimo.

Il lento declino del Santuario iniziò dapprima nel 1810 con le leggi napoleoniche; i frati continuarono in ogni caso ad officiare e a vivere in convento fino alla definitiva chiusura del 1867, causata dalla legge di soppressione degli ordini monastici. I beni mobili furono incamerati e venduti dal Regio Demanio, mentre tutto il complesso andò lentamente in rovina fino agli anni ’50 del Novecento, quando i Frati Minori Conventuali ritornarono in possesso del Santuario e si poterono apprestare i primi urgenti lavori di restauro.

Un discorso a parte merita la storia della Grottella durante la Seconda Guerra Mondiale. L’intero complesso fu requisito dalla Regia Aeronautica e trasformato in deposito di munizioni e ordigni a servizio dei vicini aeroporti di Galatina e di Leverano. A partire dal 1940, durante i bombardamenti da parte degli Alleati sui cieli salentini, molti copertinesi venivano a rifugiarsi in questo luogo nonostante la pericolosità e la sensibilità dell’area, probabile obiettivo dell’aviazione nemica.

Le fonti orali narrano di come gli Alleati non bombardarono volutamente il facile bersaglio del Santuario poiché molti piloti italoamericani erano devoti a San Giuseppe da Copertino, Santo protettore degli aviatori. Infatti, tra leggenda e realtà, molti contadini delle nostre campagne sostenevano di aver visto tra le lamiere di alcuni aerei abbattuti medagliette o santini raffiguranti il Santo, come altrettanto riferirono alcuni soldati americani dopo gli sbarchi del 1943.

Ed è così che il “santuario dei copertinesi” entrò a far parte della storia anche in questa occasione.

 

Bibliografia:

P. Bonaventura Popolizio, La Grottella, Santuario mariano del Salento, Copertino, Ed. Il Santo dei Voli, 1958.

F. Verdesca, M. Cazzato, A. Costantini, Guida di Copertino, Galatina, Congedo Editore, 1996.

 

Particolare del rosone (ph F. Suppressa)

Metereologia salentina e celebrazione dei Santi, dall’8 settembre a Natale

 

 

CULTI MAGICO-RELIGIOSI  NEL SALENTO  FINE OTTOCENTO

 

TI LA MMACULATA L’ACQUA SERVE SULU PI LLI PUCCE

 

 Le celebrazioni dei santi come termini convenzionali di riferimento meteorologico in una strumentale emissione di volontà collettiva e l’accanita ricerca di segni a carattere divinatorio.

 

 

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

(…) Dal niente al troppo. Era questa la scomoda altalena della meteorologia salentina, nel cui quadro però, il “troppo” non veniva tanto rappresentato dagli improvvisi nubifragi – statisticamente rari nel Salento -, quanto dalle possibili eccedenze pluviali del tardo autunno, capaci di determinare, con l’impantanamento delle campagne, non solo la crisi economica dei coltivatori (era periodo di semine e di raccolta delle olive), ma soprattutto la disperazione dei sciurnaliéri (giornalieri) che, privati di ogni possibilità di trovare ingaggio di lavoro, soffrivano la fame.

Uno spauracchio che nella frequenza del suo proporsi aveva generato una vera e propria psicosi stagionale, a sua volta convertita, quasi a contrasto propiziatorio, in una sorta di tabella delle piogge da scandire in misura calendariale, ovverosia assumendo le celebrazioni native dei santi come termini convenzionali di riferimento meteorologico. Riferimento che, sia pure inconfessatamente, voleva adire alla messa in orbita di un condizionamento, la cui sostanza magico-religiosa la si poteva carpire più che dalla valenza delle singole aggiudicazioni, dalla curiosa eterogeneità di significanti espressi dallo stessa scadenzario, nel quale venivano a confluire, unitamente ai sensi di affidamento devozionale, una strumentale emissione di volontà collettiva e l’accanita ricerca di segni a carattere divinatorio.

Appena iniziato settembre, con ancora sulla nuca lo specchio ustorio dell’estate, i contadini cominciavano a parlare di pioggia come di un ospite che avesse già annunziato il suo arrivo, fissandone la data in concomitanza con la festa della Madonna delle Grazie (8 settembre), giorno ritenuto di stura ai doni celesti e perciò quanto mai adatto a segnare l’avvio di quello che era il ciclo di fertilità della terra:

Pi’ lla Matònna ti li razzie,

ssetta li roddhre, scupa la lliàma

e mminti lu limmu sott’a llu canàle,

scuscitàtu ca l’acqua la tiéni an capitàle.

Entro la ricorrenza della Madonna delle Grazie, / sistema i semenzai, scopa la terrazza / e metti la vaschetta sotto il canale di scolo, / sicuro di avere l’acqua già sotto il guanciale.

Pur se attinte al comune canovaccio delle consuetudini contadine e perciò ricche di una certa spontaneità nella scelta, le tre azioni da compiere in sostanza risultano ideologicamente mediate nella sovrapposizione dei simboli, ovverosia finalizzate a rappresentare il passaggio da un presente ancora in debito col passato a un presente già in commistione col futuro: la terrazza da liberare dalle scorie accumulatesi durante  il tempo dell’arsura; la presenza della conca che da vuota deve farsi piena; la sistemazione dei semenzai– momento icastico del rinnovamento nel festoso schiudersi dei germogli -, nel mentre provvedono ad assolvere a quelli che sono gli strascichi della patita sofferenza estiva, si convertono in rituale di accoglienza dell’acqua, peraltro celebrata non in quanto oggetto della speranza, ma come bene già assicurato, prova ne sia che la si dà presente sotto il guanciale, notturno posto di deposito dei risparmi contadini e quindi significante il pieno possesso del tesoro.

Non è infatti difficile notare come il tutto tenda a stabilire un magico processo di decretazione, quasi si voglia, attraverso la forza coercitiva del pensiero, vincere le leggi della fisicità facendole incappare nel tranello di una finzione che vuole dare per conclusa una stagione ancora in attivo.

Malgrado gli alberi di fico fossero ancora carichi di frutti in maturazione e si prevedesse di continuare il lavoro di essiccazione per tutto settembre, li ficalùri (i ficaioli) si imponevano l’aria del disarmo già dai primi del mese, non trascurando di far rimbalzare da campo a campo l’interessato monito:

A Mmatònna rriàta,

furnìta la spaccata…

Stà rrusce lu mmuddhràtu…

ncanìscia lu siccàtu,

ccuégghi lu siccatiéddhru

e lli littére mìntile a ccastiéddhru.

L’8 settembre, / la spaccatura dei fichi è conclusa!… / Si avverte già il crepitìo della pioggia… / ci conviene, pertanto, radunare nella canestra l’ultimo prodotto seccato, / raccogliere da terra quello appassito sugli alberi / e mettere i cannicci a deposito, sistemandoli, come si fa a ogni fine stagione, uno sull’altro a mo’ di castello.

Né diversamente si comportavano gli ortolani di Copertino: pur sapendo che avrebbero aspettato la festa ti li paisàni [1] (19 settembre) per portare al mercato li ponte ti cucùzza (le cimature delle piante di zucca), ritenute una leccornia in quanto raccolte solo una volta all’anno – in concomitanza cioè con l’estirpazione di tutta la coltura -, nell’approssimarsi della festa della Madonna delle Grazie davano già per conclusa la stagione orticola:

La tìa ti li ràzzie

no ffranca la mmuddhràta:

scigghiàmu la pagghiàra

e ffacìmu scapuzzàta.

Il giorno dedicato alla Madonna delle Grazie / non ci rinfranca dalla pioggia: / smontiamo perciò il pagliaio / e, raccogliendo gli ultimi frutti, sradichiamo le piante.

 

A quanti potranno trovare assurda tanta finzione, magari giudicandola incompatibile col rozzo semplicismo campagnolo, facciamo presente che lo spirito d’impostura non era estraneo al comportamentale  dei contadini spesso obbligati dalla necessità a prospettare ai padroni, più precisamente ai fattori, una situazione  – familiare, economica o agricola – diversa da quella reale, all’uopo mendicando la complicità dei vicini e sempre riservandosi la possibilità di cambiarne i termini allorché venivano a mutare le tangenze della loro convenienza.

Ugualmente impotenti di fronte alle forze della natura, trovavano logico ricorrere allo stesso stratagemma, credendo di poter influire sul proporsi della fenomenica meteorologica così come, imbrogliando, condizionavano le decisioni dell’avversario padrone: unica differenza  che questa volta la complicità la chiedevano ai santi, delle cui ricorrenze si servivano come di altrettante chiavi di volta in sintonia con i loro tornaconti. L’avere scelto la festività della Madonna delle Grazie a data della prima pioggia, rientrava in un loro calcolato piano di ipotetica regolamentazione degli avvicendamenti atmosferici, nella convinzione che solo attraverso lo scatto del primo passo le nuvole stabilivano il tempismo dei successivi: un partire col piede giusto, in base al quale – e proprio in virtù di quelle che erano le naturali leggi di avvicendamento fra periodi di sereno e giornate piovose -, una volta piovuto ai primi di settembre, si sarebbe avuto bel tempo durante la vendemmia, il cui travaglio aveva inizio subito dopo la festa di San Giuseppe da Copertino (18 settembre).

Va da sé che simili previsioni erano del tutto aleatorie, nessuno essendo certo che una volta ottenuta la pioggia questa non avrebbe poi continuato a cadere per giorni e giorni, miseramente fagocitando quello scampolo di sereno necessario ai vendemmiatori, nonché a quanti dovevano approntare i campi per la semina delle granaglie. Un’apprensione che, sollecitando al rimedio preventivo, faceva sì che i contadini, appena superata la festa della Madonna delle Grazie, avessero di colpo a cambiare bandiera, incentrando la loro volontà – sino a quel momento evocativa della pioggia – in uno scongiuro orientato a ottenere bel tempo. E poiché la vendemmia, come già detto, si poneva a ruota delle celebrazioni patronali, era proprio a San Giuseppe che si appellavano, coinvolgendolo in un’azione di salvaguardia comprendente festa e campagna:

Ti la paratùra e ddi lu innimàre

Sangiséppu nuésciu no ssi nni pote scirràre.

Della luminaria e della vendemmia / San Giuseppe nostro non se ne può dimenticare.

   L’associazione delle due proposte beneficiarie – luminaria e vendemmia – risultava più che pertinente ai fini atmosferici, e non soltanto perché l’addobbo stradale, per essere l’elemento più fragile della festa, offriva perfetta corrispondenza alla deperibilità dell’uva in caso di gravi intemperie, ma anche per il sottile concatenamento di incomodi che pure una semplice piovuta avrebbe provocato e ai festeggiamenti e ai vendemmiatori.

Per comprendere l’oggettività della concatenazione, occorre rifarsi all’epoca, cioè tenere presente che nell’Ottocento, essendo l’illuminazione elettrica una realtà di là da venire e non avendo il  Salento adottato quella ad acetilene – attestatasi solo ai primi del Novecento -, le luminarie venivano ancora allestite fissando alle arcate di legno – in una composizione a tappeto – dei piccoli bicchieri di vetro variamente colorato, che debitamente riempiti d’olio  e muniti di luminelli venivano accesi dai paratori con un paziente passare di stoppino.

A tanta laboriosità di accensione corrispondeva un’altrettanta precarietà di funzionamento, essendo bastevole un semplice piovasco a decretare non soltanto l’immediato abbuiarsi, ma anche l’intransitabilità delle strade addobbate: la pioggia, colmando i bicchieri, faceva infatti traboccare l’olio, macchiando i vestiti di chi si trovava a passare sotto gli archi e, quel che era più grave, rendendo pericolosamente sdrucciolevole il selciato. Un incomodo che durava anche a pioggia finita, convertendosi in vero e proprio ostracismo al passeggio, soprattutto a quello dei contadini, i quali, calzando acchétte cu lli tacce (stivaletti con le suole bullonate), nel contatto fra metallo e pietra unta facilmente finivano stesi per terra.

Analoghe conseguenze si registravano in campagna se la vendemmia si svolgeva sotto la pioggia: nel passa e ripassa fra i filari di vite, il terreno bagnato diventava estremamente viscido, non  offrendo stabile appiglio ai piedi nudi ti li scufanatùri (dei trasportatori) che, già sbilanciati dal peso delle tinéddhre (tinozze) rette sulle spalle, sommavano capitomboli con grave rischio per la loro incolumità e ovvio danneggiamento dell’uva così malamente scodellata per terra. C’è da aggiungere che all’impraticabilità dei terreni faceva riscontro quella dei viottoli e strade sterrate, per cui spesso capitava che i carri pieni d’uva s’impantanassero, richiedendo,  per il loro disincaglio, immani sforzi di uomini e bestie messi insieme.

Alla luce di tanta collimanza e soprattutto tenendo presente la stretta successione dei tempi – inizio di vendemmia a fine celebrazioni – , vien fatto di pensare che i contadini, nel basare la richiesta di protezione sull’abbinamento “paratùra-innimàre”, al di là dell’indiscusso interesse alla buona riuscita dei festeggiamenti, perseguissero un calcolo di opportunistica connessione delle due citazioni, volendo far sì che l’una (luminaria) avesse a risultare il preambolo dell’altra (vendemmia): se infatti avesse piovuto durante i giorni di festa, all’untuosità del selciato avrebbe corrisposto la fanghiglia della campagna, mentre il bel tempo assicurato ai festeggiamenti – qui rappresentati dalla luminaria – si convertiva in terreno asciutto per chi si accingeva a vendemmiare. Un esplicito sfruttamento delle circostanze, che trasferito sul piano morale veniva a configurarsi in manovra di incastro per le buone disponibilità di S. Giuseppe, il quale, dopo aver vigilato sinu all’ùrtimu scungulàre ti nucéddhre (fino all’ultimo sgusciare di noccioline [fino agli ultimi minuti di festa]), e presumibilmente soddisfatto per le onoranze ricevute, non poteva ingratamente uscirsene con un ”Sparàti li fuéchi, ccenca bbole fazza, fazza!” (“Una volta esplosi i fuochi d’artificio, quel che il tempo vuol fare, faccia!”), fregandosene della vendemmia: se per tre giorni consecutivi il paese si trasformava in un “paradiso di suoni e di luci”, lo si doveva in buona parte al contributo economico di pastori e contadini, i quali, abituati com’erano all’obbligatoria  spartizione dei prodotti cu lli patrùni ti stu munnu (con i padroni terreni), si facevano scrupolo di non concorrere personalmente e tangibilmente alla spesa per i festeggiamenti in onore ti lu  patrùnu an celu ti tuttu lu paése (del santo padrone di tutto il paese). Quasi il pagamento di una decima, il cui saldo, per i contadini avveniva proprio durante la vendemmia, quando i componenti del comitato feste patronali imboccavano i viottoli campestri sollecitando i coltivatori – così come d’estate avevano fatto con i pastori per le pezzotte di formaggio – a offrire uno o più panieri d’uva.

Nna stiddhra ti miéru pi llu Santu nuésciu!…” (“Una goccia di vino per il nostro santo!…”), chiedevano con voce stentorea fermando al margine del campo il loro traino con sopra due botti vistosamente contrassegnate da più croci dipinte con la calce; e a ogni vuotata di paniere si facevano obbligo di prendere un grappolo d’uva e sollevarlo verso il cielo, quasi volessero lasciare intendere che S. Giuseppe stava lì, affacciato a conteggiare l’entità dell’offerta. “Bbiùnnali a ccentu vussignurìa…” (“Ricompensali centuplicando, vostra signoria…”), dicevano infatti, dandone per scontata la presenza; e  rifacendosi alla necessità del momento, concludevano pressanti: “E stiénni la manu a ttiémpu ssuttu… ca topu nn’annu ti fatìa, no bbògghia Ddiu àggianu a sprangìre jastìme!…” (“E stendi la mano a trattenere il bel tempo… ché dopo un anno di lavoro, non voglia Dio abbiano motivo di snocciolare bestemmie!…”).

L’abitudine a minacciare i santi di un possibile ricorso alla bestemmia in previsione di un qualsivoglia accadimento avverso – viziosità della religione popolare, altrove messa in rilievo – in questo caso viene a spogliarsi da ogni sospetto di esagerazione nella causa, suffragata com’è dal fatto che settembre era periodo di rotture atmosferiche, facili a passare dalla semplice piovuta alla catastrofica grandinata. Un peggio che se pure scaramanticamente taciuto per non creare nell’alone evocativo dell’immagine una qualche forza di richiamo, era nel senso e nella destinazione dell’appello, implicitamente intendendo stabilire nella raccomandazione “stendi la mano a trattenere il bel tempo” il più radicale dei fermi all’evoluzione del negativo.

Non a caso fra richiesta di intervento e minaccia di ricorso all’imprecazione scatta la cognizione di causa “dopo un anno di lavoro”, pregiudiziale che nel mentre si fa consuntiva dei sacrifici affrontati, allude a una temuta vanificazione degli stessi, qualificando lo stato apprensivo in paura di completa distruzione dell’uva. Un attestarsi sul problema di fondo – quello degli interessi economici -, del resto implicito nello scongiuro iniziale, non certo esauribile agli incomodi provocati dalla banale piovuta ma chiaramente finalizzato a salvaguardare quello che era il nocciolo e della vendemmia e della festa: il guadagno, appunto.

Dietro l’ostracismo al passeggio, in sé per sé patetico – e diciamo pure alquanto comico -, scattava l’anticipato rientro dei pellegrini, decurtando, se non addirittura azzerando, l’introito dei venditori. E in quei tre giorni di festa, venditore non era soltanto il piazzista venuto da fuori a rizzare la sua bancarella, ma anche la contadina che, collocando sulla soglia di casa uno sgabello con sopra tre fichi e un grappolo di ua rosa (uva da tavola bianco-rosata), invitava i forestieri a entrare e comprare i frutti della sua campagna; o l’artigiana che, sperando di ottenere commesse di lavoro, appendeva agli stipiti della porta – a seconda se era tessitrice, frangiaia o filatrice – un lembo di tela, due fiocchetti di frangia o una matassina di cotone filato. Un intrecciarsi di piccole industrie casalinghe che venivano a saldarsi agli introiti delle improvvisate trattorie, ai contributi pro-festa, alle offerte lasciate in chiesa e – perché no? – all’accarezzata speranza delle ragazze di trovare marito, assillo che le madri fronteggiavano corredando le figlie di un vestito nuovo, magari stentatamente pagato cu ssordi pigghiàti a spiéttu (con denaro preso in prestito) e per la cui restituzione attendevano i risultati della vendemmia.

Nel malaugurato caso di una grandinata, altro che mancato pagamento del vestito! Dopo un intero anno di lavoro non retribuito in quanto svolto nel proprio campo, e privata di quella che sarebbe stata la giusta ricompensa dei sudori, la famiglia si ritrovava sul lastrico, impossibilitata non solo ad assolvere ai debiti contratti nell’attesa del raccolto, ma tragicamente catapultata nel contesto di una miseria in alcuni casi talmente nera da far dubitare circa le possibilità di sopravvivenza. Ecco perché a scongiurare simile catastrofe i componenti il comitato festa patronale si rifacevano all’uso del ricatto: furbamente menzionando il disperato ricorso alla bestemmia erano convinti che S. Giuseppe, interessato come tutti i santi a salvare l’anima dei fedeli, pur di non indurre in tentazione i contadini facendoli peccare, avrebbe soddisfatto le loro suppliche, quella preventiva e quella memorativa, che ripetevano in continuazione mentre vendemmiavano:

Sangiséppu no tti nni scirràre

mantiéni lu tiémpu

pi’ ttuttu lu innimàre.

 

S. Giuseppe non te ne dimenticare; / trattieni il bel tempo / finché tutti abbiano finito di vendemmiare.

 

Richieste che in fin dei conti si riducevano a ottenere solo una breve parentesi di sereno, essendo bastevoli pochi giorni a eseguire il taglio di tutte le uve: a parte l’abbondanza della manodopera, all’epoca il Salento non vantava le odierne estensioni di vigneto, trovando gli agricoltori pari convenienza economica in coltivazioni alternative, quali i seminativi e i ficheti, senza parlare poi degli uliveti, ai cui impianti secolari nessuno si sarebbe mai azzardato di sostituire la vite. “Cinca tàgghia nn’àrriru t’aulìa / scetta nna chésia!” (“Chi taglia [estirpa] un albero d’ulivo / abbatte una chiesa!”), dicevano i contadini a difenderne la sacralità, ben lontani dall’immaginare i sacrilegi che invece furono perpetrati subito dopo la seconda guerra, quando, col sorgere delle cantine sociali e quindi nel miraggio di una redditizia esportazione vinicola, vaste zone furono selvaggiamente disarborate.

C’è da aggiungere che, allora, si coltivavano solo ue nustràli (uve nostrane, cioè vitigni non innestati), capaci di dare qualità, non quantità di prodotto, per cui a fine settembre la vendemmia poteva dirsi conclusa o quanto meno agli sgoccioli. In verità, se qualche ritardo c’era, lo si doveva al caparbio ordine di quei padroni che, dovendo vinificare solo per uso familiare, pretendevano uva ultramatura, spesso cozzando con gli intendimenti dei coloni, il cui credo, in tempo di vendemmia, era solo quello di “manisciàmune mmanisciàmune prima ca rrìanu l’àngili”  (“sbrighiamoci, sbrighiamoci, prima che arrivino gli angeli”).

Nel loro quadro meteorologico, infatti, il 2 di ottobre (festa degli Angeli custodi) era giornata di rientro nel clima piovoso; e questo porsi nuovamente in aspettativa dell’acqua lo si poteva notare già nella mattinata del 27 settembre, quando le donne, convenendo in chiesa per la messa dei SS. Cosimo e Damiano (protettori della salute), si auguravano l’un l’altra: “La casa a mmanu a lli Santi miétici / e lli gnofe a mmanu a ll’Angili ti Ddiu” (“La casa sia affidata ai Santi medici [affinché custodiscano la salute degli abitanti] e le zolle agli Angeli di Dio [affinché non le abbiano a privare dell’acqua]”). Un buttare in avanti le mani nel timore che il bel tempo, una volta instauratosi, non avesse più a finire, in questo caso confermando lo sgradito detto:

Ci l’Angilu no ssi mmoddhra l’ale

no cchiòe fenca a Nnatale.

Se il 2 ottobre l’Angelo non si bagnerà le ali / non pioverà fino a Natale.

 

Previsione preoccupante per l’andamento agricolo, essendo ottobre e novembre gli antonomastici mesi delle piogge, periodo che i contadini, vigili traduttori delle necessità della campagna, definivano ti mpurpamiéntu (di rimpolpamento [nutritizio]), poeticamente immaginando la terra nello stadio della primissima infanzia, quando unico compito – e spettanza – è quello di dormire e succhiare. Dal canto loro avevano provveduto ad assicurare questo nutrimento, spargendo a larghe manate il letame curato nelle concimaie, ma affinché lo stesso penetrasse ingrassando le zolle e raggiungendo le radici delle piante, occorreva la collaborazione delle nuvole, ovverosia l’azione dissolvente della pioggia, in assenza della quale il processo rigenerativo non sarebbe avvenuto, mettendo in serio dubbio la sperata produttività:

Fiàcca nnata si para nnanti

ci ti tutti li Santi

la nuégghia no cchiànge

e lla gnofa no rrufa!…

Cattiva annata si prospetta / se arrivata la festività di Ognissanti / la nuvola non piange / e la zolla non tracanna!…

Situata com’era il I° di novembre, proprio al centro di quello che veniva ritenuto il periodo delle piogge, la festa di Ognissanti si poneva a data di resoconto della situazione, diciamo pure di verifica dell’ansia insorta un mese prima, cioè quando, ricorrendo la festa degli Angeli custodi, si era paventata la iattura di un asciutto protratto sino a Natale. Ormai non si era più nell’ambito delle ipotesi, bensì dei riscontri oggettivi, al di là dei quali c’erano solo urgenze, venendo inesorabilmente a restringersi il tempo giudicato utile all’impinguamento idrico della campagna. La ricorrenza di San Martino (11 novembre) era vicina e per quella data ogni acquiescenza nell’attesa si intendeva bandita, letteralmente cancellata dal montare di una fretta tradotta in perentorietà di affermazione:

Ti Santu Martinu

la gnofa s’à ttaccàre a lla menna ti la nuégghia

comu lu mbriàcu a lla entre ti la otte.

 

Di San Martino / la zolla deve attaccarsi alla mammella della nuvola / come l’ubriaco si attacca al ventre della botte.

 

     Considerando come questo era l’ultimo dei detti affermanti la necessità della pioggia e senza trascurarne il senso di voluttuosa imbibizione – già espresso nel detto riguardante la ricorrenza di Ognissanti e perciò piuttosto esasperante nella rimarcatura -, vien fatto di pensare che i contadini, nella scelta della data e  più che altro mediante la metafora comparativa terra-ubriaco, intendessero – sia pure in modo indiretto – prefigurare i termini di quella che, nella loro visuale, doveva essere la svolta meteorologica.

Decretando l’immancabilità della pioggia per l’11 novembre, in sostanza concedevano parecchio spazio al pacifico susseguirsi delle precipitazioni, ma nell’istintiva rimonta dell’atavica diffidenza prudentemente cercavano di segnarne  la cessazione ricorrendo, appunto, alla comparazione terra-ubriaco: se da una parte l’ubriachezza relazionava l’avidità del bere, per cui ne usciva esclusa l’immagine limitativa del bicchiere – controfigura dell’isolata pioggerellina -, dall’altra, proprio in virtù dell’ingordo tracannare, scattavano i limiti dell’assorbimento: continuando a bere, l’ubriaco rischiava di vomitare, così la terra, nell’esagerato intridersi, si sarebbe impantanata.

Una deduzione che potrebbe apparire frutto di arzigogolamento, se ad assolvere ogni dubbio di arbitraria interpretazione non concorresse il successivo detto imperniato sul 30 novembre, ricorrenza di S. Andrea Apostolo:

Pi’ Ssantu Ndrea ti li corde

tinne croce fatta;

ca ci nno rria jùtu ti limòne

nni tocca lu maru ti lu fele.

Il giorno di Sant’Andrea delle corde[2] / devi dire “Sia croce fatta [punto e basta]”; / perché se non viene in aiuto il limone [fermo della pioggia] / ci toccherà l’amaro del fiele [vomito, cioè tanta pioggia d’averla a nausea].

 

Ora, premettendo come questi detti, che a noi possono apparire isolati, in realtà si ponevano a tasselli di un mosaico unico, per cui, nascendo concatenati nella significazione, l’uno si prestava a complementarità dell’altro, va sottolineato che quest’ultimo riguardante S. Andrea non aveva esclusiva applicazione agricolo-meteorologica, essendo ampiamente sfruttato dai cantinieri allorché, per una certa etica professionale, si vedevano costretti a rifiutare la mescita agli ubriachi che palesemente non erano più in grado di reggere altro vino. Esortazione-imposizione che accompagnavano appunto con l’offerta di un limone (ne tenevano sempre un cesto pieno sul banco), le cui proprietà antiemetiche e astringenti venivano a rappresentare sia il rimedio pratico, sia la scansione simbolica del punto e basta.

Detto questo, al lettore risulterà chiara – e soprattutto giustificata – l’interpretazione fornita circa il ricorso alla comparazione terra-ubriaco; tanto più se riuscirà a convincersi che i simbolismi popolari – spesso esposti in accozzaglia – non erano riducibili a semplice funzione connotativa, ma erano invece condizioni della decifrabilità stessa dell’esposto, in quanto metro delle effettive denotazioni psicologiche. Un eleggere l’immagine a mezzo di svisceramento della tensione interna, e che, per quanto riguardava il 30 novembre, denunciava un vero e proprio subbuglio negli animi, venendo di lì a due giorni a scattare la ricorrenza di S. Bibiana, giornata pericolosa ai fini meteorologici, gravata com’era dalla scoraggiante affermazione:

Ci chiòe ti Santa Bbibbiana

quarànta sciùrni e nna simàna.

Se piove il giorno di S. Bibiana / pioverà per quaranta giorni e una settimana.

 

     Se in ottobre e novembre l’acqua veniva invocata, compiacentemente  tollerandone anche l’eccesso, con l’attestarsi di dicembre si reclamava un tassativo ritorno del sereno, nel timore che le granaglie già seminate avessero, per il troppo ammollo, a marcire e ponendosi la fretta di iniziare la raccolta delle olive, per la quale occorreva poter contare su un terreno agibile al via-vai dei passi. Ansia che, pur quando veniva brillantemente superato lo scoglio di S. Bibiana, non  si acquietava, tant’è che il 7 dicembre, vigilia dell’Immacolata, ci si impegnava a dire e ridire “Ti la Mmaculàta / l’acqua serve sulu pi lli pucce” (“Il giorno dell’Immacolata / l’acqua serve solo per fare le pagnottelle con le olive”), enucleando, nella laconicità della frase, e la tangenza del rifiuto, e la blandizie devozionale.

Essendo le pucce assurte a emblema del digiuno vigiliare, nominandole si faceva presente alla Madonna la pia disponibilità alla penitenza, implicitamente chiedendole, a contropartita, di appoggiare il rifiuto dell’acqua, peraltro espresso in una forma che oseremmo definire elegante, cioè basandolo su un simbolo privilegiato e facendolo nascere per gioco di antitesi: nel dichiarare l’acqua necessaria solo alla produzione delle pucce, ci si riferiva a quella occorrente per sciogliere il lievito e impastare, operazione per la quale si adoperava solo acqua piovana, essendo quella sorgiva di scarso sollecito alla fermentazione; nel momento però che si tirava in campo la panificazione, automaticamente si entrava nell’aura di quelli che erano i rituali domestici, sicché l’immagine mentale che ne conseguiva escludeva l’acqua piovana come contemporaneità di effetto-pioggia, focalizzata com’era sulla madre di famiglia che, scoperchiando la cisterna – sua o della vicina di casa -, religiosamente vi attingeva ripetendo ad alta voce una delle tante antiche formule di benedizione scrupolosamente trasmesse da madre a figlia. Tirando le somme e tenendo presente che in quel periodo le cisterne erano già colme, si può affermare che nel dire “L’acqua serve solo per le pucce” i contadini intendevano precisare: “La pioggia non serve affatto”.

Dal diplomatico rifiuto all’aperta provocazione il passo era breve; sette giorni appena, quelli appunto che intercorrevano fra la vigilia dell’Immacolata e la ricorrenza di S. Lucia (13 dicembre), al cui approssimarsi i contadini non si peritavano di commentare “Santa Lucia éte pisciacchiàra!…” (“S. Lucia è pisciona!…”), furbamente sperando che la santa, risentita per così irrispettoso epiteto, si impegnasse a smentirlo tenendo lontana la pioggia.

Azzardo curioso nel suo farsi chiave di convincimento attraverso l’offesa, ma non certo unico nella proposizione, poiché se ne trovava copia pressoché conforme il 16 di luglio, quando la Madonna del Carmine veniva definita “La Madonna latra ca pìzzica la ua” (“La Madonna ladra che ruba l’uva”), nell’ingenuo convincimento, appunto, di indurla a moderare i raggi solari che, battendo sui chicchi d’uva ancora troppo teneri, ne provocavano la bruciatura con ovvia decurtazione del raccolto.

E’ chiaro che, pur se anomali nella formulazione, tali detti nascevano per così dire comprovati, traendo origine dal riscontro oggettivo di quelle che erano le climatiche stagionali: se la Madonna del Carmine diventava “ladra”, era perché, essendo piena estate, bastava una giornata di sole più cocente a danneggiare i chicchi in gonfiatura; così come con  S. Lucia, alla quale si dava della “pisciona” perché piscione poteva essere il tardo autunno, spesso caratterizzato da uno snervante rincorrersi di pioggerelle che, si sapeva, erano di preludio a quelle più compatte dell’inverno ormai alle porte.

L’accanimento con il quale i contadini perseguivano lo stralcio di sereno era dovuto in  buona parte a questa consapevolezza, diciamo pure paura dei mesi a venire, a moderare la quale altro non rimaneva che aggrapparsi alla consolatoria previsione scandita a chiusura della tabella calendariale:

Ci uéi bbegna nna bbona nnata

Natàle ssuttu e Pasca mmuddhràta.

Per avere una buona annata / Natale asciutto e Pasqua sotto la pioggia.

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[1] Essendo la festa di S. Giuseppe da Copertino (16-18 settembre) frequentatissima da pellegrini che giungevano da tutto il Salento, gli abitanti del luogo, per un senso di ospitalità, l’avevano soprannominata “Festa ti li furastiéri”. Di contrasto, il 19, giornata ritenuta di ponte fra la stanchezza delle celebrazioni e la ripresa della normale attività lavorativa, era festa tutta per loro; festa ti li paisàni, appunto, durante la quale potevano, senza la confusione dei giorni precedenti, fermarsi con calma alle bancarelle superstiti, comprare a minor prezzo, e a sera, sia pure a luminaria pressoché spenta, assistere tranquillamente all’esibizione concertistica di una delle bande rimasta in paese esclusivamente per loro.

[2] Detto “delle corde” per agevolarne la visualizzazione iconografica che lo presentava su una croce decussata, oltre che confitto, legato con più giri di grosse funi.

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Da “TRE SANTI E UNA CAMPAGNA”, Culti Magico-Religiosi nel Salento fine Ottocento, con la collaborazione di Nino Pensabene, Laterza, Bari 1994, pagg. 359-373

Copertino. La chiesa matrice di Santa Maria ad Nives elevata a basilica pontificia minore

di Aldo Zuccalà

 

La chiesa matrice Santa Maria ad Nives in Copertino è stata elevata dal Santo Padre Benedetto XVI alla dignità di “Basilica Pontificia Minore”.
Tale solenne proclamazione è avvenuta il 3 luglio 2011 durante la celebrazione eucaristica, presieduta da S. Em. il Card. Salvatore De Giorgi, concelebrata da S. Ecc. il Vesc. Domenico Caliandro, dal parroco Mons. Giuseppe Sacino e da tutto il clero copertinese.
La messa solenne ha visto la partecipazione tanto delle istituzioni locali, nelle vesti del Sindaco di Copertino e del presidente della Provincia di Lecce, quanto di numerosissimi fedeli (la chiesa era stracolma di gente anche sulle navate laterali e sul sagrato) plaudenti e gioiosi per l’evento.
L’insigne titolo, materialmente visibile con l’apposizione degli stemmi pontifici sul prospetto principale e con una lapide commemorativa posta all’interno, concesso alla chiesa di Santa Maria ad Nives in Copertino per la sua particolare importanza storica, artistica e religiosa, lega ora la Collegiata copertinese in modo speciale con la Chiesa romana e il Sommo Pontefice; inoltre le conferisce specifici compiti e privilegi, riservati alle Basiliche Pontificie Minori.

Copertino, chiesa collegiata, la cosidetta “porta dei leoni”

La chiesa matrice, o collegiata, dedicata a “Sancta Maria ad Nives” (Madonna della Neve), rappresenta lo scrigno della storia religiosa e civile di Copertino.
Le collegiate erano praticamente delle cattedrali ma, mancando la figura del vescovo, non potevano rappresentare la sede episcopale né adempiere alle funzione di governo della diocesi. Esse facevano da corona alla chiesa vescovile e i membri appartenenti, oltre a curare le cerimonie liturgiche, erano tenuti a far vita comune insieme (da cui il nome).
Esistevano due tipologie di collegiate: quelle “a pieno titolo”, oppure quelle “ad instar”, e tale differenziazione nasceva dall’onorificenza del “canonico” del quale si fregiavano i componenti delle prime; mentre le seconde erano formate da semplici sacerdoti.
Nella diocesi di Nardò, dipendevano dalla cattedrale neretina due chiese propriamente collegiate (Copertino e Galatone) e due “ad instar” collegiate (Casarano e Parabita).

L’attuale chiesa matrice di Copertino fu fondata sull’antica chiesa di San Nicola di rito greco-bizantino, nel 1088, quando nel Salento, per volere e ad opera del conte Goffredo il Normanno, si andò affermando il rito latino. Purtroppo non si sa nulla sulle caratteristiche della chiesa precedente, né di quella edificata nel 1088.
Essa venne riedificata da Manfredi, come possiamo leggere in una fonte tutt’ora conservata negli archivi della stessa Collegiata:

Giacinto Dragonetti, Difesa del Real Patronato
della Collegiata di Cupertino fondata nel
MLXXXVIII (1088) dal Conte Goffredo Normanno
e nel MCCXXXV (1235) riedificata e dotata dal
serenissimo re Manfredi, Napoli.

Manfredi di Svevia, conte di Copertino, la dotò di numerosi privilegi elevandola a basilica con il titolo di Vergine delle Nevi, dedicazione che sostituì quella originale dell’Assunta.
Dopo il 1235 la chiesa matrice subì solo delle modifiche e dei restauri, senza essere completamente distrutta. La struttura ha subito, infatti, ampliamenti e rimaneggiamenti nel corso dei secoli, sopratutto nel corso del ‘500 e del ‘700, per poi assumere la forma che noi oggi possiamo ammirare.

La facciata a capanna, è caratterizzata dalla presenza di archetti pensili, medievali, appartenuti alla prima costruzione medievale e dal portone principale, realizzato in bronzo nel 1985 dagli artisti R. Del Savio e G. Gianese.

Copertino, chiesa collegiata, l’ingresso principale

Sul portale maggiore di ingresso esiste un’epigrafe che cita e ricorda il nome di Manfredi e la data di costruzione della riedificazione.
Il cosidetto “portale dei leoni” è quello che si apre sulla facciata del lato destro, in prossimità del campanile, così chiamato per la presenza di due leoni stilofori, romanici.
Questo portale, molto più elegante di quello maggiore, è affiancato da due colonne rinascimentali, che lo separano da due nicchie; al di sopra dell’architrave, è incisa la seguente frase latina di dedica alla vergine Maria della Neve: “Divae Mariae ad Nives Dicatum” ed è impreziosito da un piccolo rosone scolpito nella pietra leccese, sormontato dal un timpano spezzato al cui centro è collocata la statua lapidea della Vergine.

Il campanile, sorto sui resti dell’antico cimitero di Copertino, fu innalzato tra il 1588 ed il 1603 dal magister lapidarius Giovan Maria Tarantino da Nardò.
Tale torre campanaria, in stile tardo rinascimentale, per molti aspetti stilistici e strutturali richiama quella della chiesa matrice di Galatone e le altre dell’Immacolata e del Carmine di Nardò. Da una attestazione risulterebbe che ai piedi del campanile, nel 1460 vi fosse una cappella dedicata allo Spirito Santo, sita iuxta parochialem, nel cortile della chiesa di allora, oggi sostituito dal sagrato.

Copertino, chiesa collegiata, interno

All’interno la chiesa Matrice si presenta con una pianta basilicale a tre navate, un tempo sorrette e scandite da colonne rinascimentali, poi rivestite ed incassate negli attuali pilastri tardo-barocchi del XVIII secolo; entrando dall’ingresso principale sul primo pilastro a destra è possibile scorgere da una fessura, lasciata appositamente, tale stratificazione di stili architettonici.

Il vano absidale, pentagonale, realizzato nel 1576, è opera del Tarantino, lo stesso del campanile, e di Francesco Maria Dello Verde, suo concittadino.
La collegiata di Copertino fu radicalmente restaurata a partire dal 1707 per volontà del vescovo di Nardò, Antonio Sanfelice. Ciò causò l’inglobamento delle colonne romaniche interamente affrescate e dei relativi capitelli in poderosi pilastri; scomparve anche la volta a capriate, nascosta da un tetto decorato con stucchi in stile rococò; il tutto ad opera di valenti artigiani provenienti dall’area barese.

Copertino, chiesa collegiata, particolare del portone bronzeo

Nell’antico rituale religioso delle collegiate il luogo deputato per la recita dell’Ufficio, la partecipazione alla messa “conventuale” e le eventuali riunioni capitolari era il coro (o aula capitolare), posto dietro l’altare maggiore. Sulla parete frontale rispetto all’altare maggiore vi erano gli scranni riservati alle “dignità” del Capitolo, mentre gli altri posti venivano occupanti dai restanti. L’ordine superiore era  riservato ai sacerdoti mentre i cosiddetti “beneficiari minori” (chierici, accoliti, mansionari…) occupavano posto nell’ordine inferiore.
Il coro della Matrice è formato da stalli, intagliati in legno, attribuiti a Raffaele Monteanni, che lo realizzò nel 1793, per volontà testamentaria di Vito Nicola Saggese..

La zona del transetto sinistro è occupata da un altare settecentesco con la tela della “Gloria di San Giuseppe” (1754); sul lato destro si trova il magnifico altare, in pietra e indorato, eseguito nel 600, dal celebre scultore copertinese Antonio Donato Chiarello e dedicato alla Vergine della Neve, contenente, incastonato al centro un affresco di stile tardo-gotico, raffigurante Gesù Bambino e la Madonna, la quale è rappresentata mentre viene incoronata da due angeli.

Copertino, chiesa collegiata. Antonio Donato Chiarello, altare in pietra e indorato, eseguito nel 600

Nella stessa sezione di questo altare è raffigurato il Miracolo della Neve.
Si racconta che a metà del IV secolo d.C, ad agosto, in piena estate, una forte nevicata si abbattè su Roma. Fu così che papa Liberio tracciò un solco, tra la neve caduta, sul colle Esquilino, esattamente nel luogo nel quale poi sarebbe sorta la basilica di Santa Maria Maggiore, conosciuta anche tempio della Vergine della Neve. Dopo questo prodigioso miracolo il culto della Madonna della Neve si diffuse ampiamente ed in suo onore, nel Salento, oltre alla matrice di Copertino, furono edificate la cappella a Galugnano, la parrocchiale di Strudà ed una chiesetta a Neviano.

In una cappella nel transetto a destra è collocata una tela con la rappresentazione del Trionfo dell’Eucarestia, affiancata da delle tavole raffiguranti le effigie di San Pietro, San Paolo, San Zaccaria e San Gerolamo, dipinte dal copertinese Gianserio Strafella. Queste tavole, risalenti al 1554, probabilmente erano parti di un unico polittico di cui non esiste più la figura centrale.

Rinnovatore della pittura figurativa salentina della metà del ‘500, lo Strafella, fu enfaticamente definito dal medico leveranese Girolamo Marciano, “pittore nobilissimo, discepolo di Michelangelo, il quale non solamente si può eguagliare al suo maestro e a Raffaello da Urbino, ma agli antichi Apelle e Zèusi”.

Più veritiero, è invece il giudizio espresso nel 1882 dallo studioso leccese Cosimo de Giorgi, che lo riteneva ”uno dei pochi pittori veramente esimi di Terra d’Otranto”.
L’attività manierista dello Strafella, oltre che nei dipinti presenti nella matrice, è visibile negli affreschi della cappella di San Marco nel Castello di Copertino ed è rintracciabile in molti dei principali centri dell’epoca (Lecce, Nardò, Gallipoli) e conferma le capacità artistiche dell’artista copertinese e le chiare influenze desunte dai maestri del tempo.
Interessanti sono le decorazioni barocche degli altari delle cappelle laterali, posti nel 700, in sostituzione di quelli rinascimentali; tra essi, spiccano quelli dedicati a Sant’Anna, al Cristo morto, con l’altra celebre tela dello Strafella, al Crocefisso ed alla Visitazione.

La collegiata di Copertino è il tempio salentino, nel quale gli elementi architettonici di vario stile e di varie epoche si fondono tra di loro, rendendo questo monumento mariano un bene prezioso, pieno di fascino e di arte, tenuto da sempre in enorme considerazione dagli storici, per via anche del suo archivio storico plurisecolare.

Da secoli attrae l’attenzione di fedeli, turisti e studiosi, provenienti dall’Italia e da tutta Europa, e da oggi, con l’elevazione a Basilica Pontificia Minore, si spera possa mantenere indiscusso ed inalterato nel tempo questo suo splendore e possa essere motivo di vanto per tutta la comunità copertinese e salentina.

 

 

le foto sono di Marcello Gaballo. Vietata la riproduzione.

Fonti:
– Salento Mariano – Valerio Terragno – Rubrica de “L’Ora del Salento” del 5 settembre 2009
– Topografia Medievale: Copertino e Sternatia, Studio di due Borghi in Età Medievale – 2004/205 – I. Alemanno
– http://www.facebook.com/l/lAQD3R6ZgAQD-yXbRJoCH4QE5Xr-9Sw8mpqk5h-Pep_3Jkg/www.comune.copertino.le.it/

La cappella di santa Caterina nella chiesa dei Francescani Neri di Specchia

 

di Stefano Cortese

Il complesso dei Francescani Neri a Specchia Preti, fondato secondo la tradizione da san Francesco reduce dall’oriente[1], presenta ancora oggi -oltre ai locali del convento e un frantoio ipogeo con i suoi torchi alla calabrese- una chiesa conventuale che custodisce pregevoli altari e frammenti decorativi bassomedievali.

In prossimità del lato destro dell’ingresso nel 1532 Antonio Mariglia fa costruire una cappella a pianta quadrata e coperta da una volta a crociera, espediente che ricorre -sia per la posizione che per la tecnica costruttiva- nella cappella dei Tolomei nel convento di santa Maria la Nova a Racale, collocabile qualche decennio prima[2]. Un altro confronto per l’ubicazione della cappella e datazione può essere effettuato con la cappella dell’Annunciazione nel santuario della Madonna della Strada a Taurisano[3], dove anche le tematiche affrescate sembrano essere di gusto francescano.

Il ciclo decorativo della cappella di Specchia risulta essere complesso: lo sguardo viene catalizzato dall’episodio frontale, ovvero Gesù con la croce che incontra

Poesie al santo di Copertino

LEVITAS VOLAT

di Maria Grazia Anglano

E’ stata una particolare esperienza quella del calarsi nella vita di Giuseppe Desa da Copertino. Il santo dall’eccezionale carisma della profusione completa, di corpo e spirito, nel Verbum Dei, sino a sollevarsi in volo.

Tutti i suoi accadimenti sono diventati per me come una seconda pelle, da cui permeare le difficili vicissitudini della sua vita. Ad iniziare dalla sua fanciullezza passata in solitudine a causa della sua salute, passando poi alla sua, spesso ribadita, inettitudine. Senza poi tralasciare il suo particolare attaccamento all’immagine della Madonna della Grottella. Nella quale probabilmente, sublimava il mancato affetto di sua madre Franceschina, donna parca di effusioni, dal carattere duro.

Le poesie che qui seguono nascono, e si ascrivono, all’interno di una

Uomini e vini di Copertino

di Pino de Luca

Copertino, comune dalle probabili origini bizantine, adiacente alla più antica ed estesa città di Nardò, presenta numerose caratteristiche interessanti. Ha una storia singolare e intrigante come moltissimi centri della penisola circondata dal mare.

Cultore delle storie ispirate a Bacco, il luogo mi ha colpito perché è quello della nascita della prima Cantina Cooperativa del Salento. 1935: trentasei persone decidono di fondare una Cantina Sociale che, in qualche modo, proteggesse i contadini dal rasoio che i compratori di uve, noti per lo spessore del pelo sullo stomaco, usavano mettere alla gola di chi coltivava. Il rischio di svendere il prodotto o lasciarlo marcire sulla pianta era scongiurato. Ma quanta fatica per tenere insieme una comunità di soci in una terra nella quale la cooperazione non aveva alcuna esperienza.

E invece, negli anni, la Cupertinum s’è rafforzata, ha acquisito un ruolo produttivo e una rilevanza nazionale e internazionale valorizzando le uve prodotte delle terre di Carmiano, Arnesano, Monteroni, Galatina e Lequile oltre che di Copertino. Ora viaggia sotto la guida di Mario Petito, socio dal 1966 e Presidente dal 1985 e la supervisione tecnica dell’enologo Giuseppe Pizzolante Leuzzi, chiamato a sostituire un mostro sacro dell’Enologia, l’irpino di nascita e salentino d’adozione Severino Garofano, ormai in meritata pensione.

La Cupertinum ha storia salda e radici d’antica tradizione, ma come tutto ciò che è forte di una identità consolidata, non teme sperimentazione e

Salento terra di santità. I Servi di Dio di Carpignano, Casarano, Castellaneta, Castrì, Ceglie, Cisternino e Copertino

di fra Angelo de Padova

 

Fra Francesco da Carpignano, pio, osservante delle Sante leggi, caritatevole, obbediente, devotissimo all’Immacolata. Morto il 1°marzo 1645. Frate minore.

Fra Gaetano di San Francesco da Casarano, distintosi per le virtù dell’obbedienza, povertà e carità. Morto a Oria il 10 agosto 1785. Frate minore.

Fra Bartolomeo da Castellaneta, morto l’11 settembre 1652. Ottimo predicatore e devotissimo alla Madonna del Carmelo. Frate minore.

Suor Cherubina Perrone di Castellaneta morta nel 1682. Morta con l’odore soave della santità.

Fra Primaldo Marulli da Castrì: rifulse per la carità e la regolare osservanza. Morto il 16 febbraio 1854. Frate minore.

Venerabile F. Angelo Vitale da Ceglie,  nato il 26 novembre del 1595; morì

Oltre la statale. Tra Collemeto e Santa Barbara

di Massimo Negro

Questa volta vi propongo le immagini di un viaggio che, pur avendo la meta a noi vicina, mi ha proiettato in un contesto i cui i caratteri storico e sociali dei luoghi visitati meritano di essere adeguatamente tratteggiati, per quanto ne possa essere capace, perché forse, e senza neanche forse, poco conosciuti, ancorché si tratti pur sempre del territorio di Galatina.

Oltre la statale è un viaggio lungo la strada che unisce la frazione di Collemeto a Santa Barbara e nei luoghi più significativi di quest’ultima.

E’ un viaggio accompagnato dal suono di una carro lungo la strada. La scelta dell’audio non è casuale. Si tratta di una registrazione fatta nel 1968 da due ricercatori, Bosio e Longhini, che attraversarono il Salento studiando le nostre tradizioni e registrandone il suono vitale del tempo, non in studio, ma per le strade parlando con gli anziani e i giovani dell’epoca.

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Passare la statale ed immergersi a piedi o in bicicletta in quei luoghi, mi ha rimandato quasi indietro in un epoca in cui la vita ruotava attorno alle masserie, alle case di campagna, alla piccola piazza del paese, alle persone sedute sui marciapiedi delle case e a ragazzi che giocano a pallone per le strade. Strade lungo le quali era raro veder passare una macchina, ma che spesso portavano il rumore delle ruote dei carri. Molte di queste abitudini sono ormai scomparse, cancellate dai ritmi forsennati che ci sono imposti ma che molto spesso noi stessi scegliamo, inconsapevoli di quello che perdiamo. Altre sono rimaste e giunte ai nostri giorni; non certamente quel senso di comunità che una volta, pur con tutti i dissidi che ci potevano essere, era presente e aleggiava tra la gente.

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Passata la statale ci si immerge in un paesaggio modellato anticamente dall’uomo, da forti mani nodose che con gli zocchi e le mannaie hanno estratto i conci di tufo per costruire le antiche masserie della zona. Da alberi di ulivo e antiche carraie che richiamano alla mente silenzi e suoni di cui si è

IL BARDO DI COPERTINO

di Paolo Vincenti

da http://www.elamilmago.com/world/taverna.htm

I bardi, presso i popoli celtici, erano dei poeti cantori che, come gli aedi nella Grecia antica, accompagnandosi con l’arpa, cantavano, in versi, fatti epici e avvenimenti leggendari, inni religiosi e genealogie. Poeti di corte, nei secoli successivi, celebravano nella  poesia le gesta dei loro signori. Non sappiamo se Maurizio Leo, nel 1991, si sia  ispirato a queste figure semileggendarie di poeti oppure ai canti di guerra degli antichissimi popoli germanici per il titolo della sua creatura editoriale, Il Bardo, appunto, che, partendo da Copertino, è stato pian piano distribuito  in tutta la provincia di Lecce. Ne ha fatta di strada, da allora, questo giornale dal titolo così accattivante, che ci evoca le misteriose atmosfere dei “Canti di Ossian” di James Macpherson, il quale, nel XVIII secolo, dall’Inghilterra, con questa sua opera (tradotta in Italia da Melchiorre Cesarotti) diffuse la moda della poesia bardita in tutta Europa. Forse il direttore- editore del Bardo si è ispirato proprio alle storie ossianesche dell’opera di Cesarotti del 1763, oppure è stato ispirato dall’ “Arminio” di Ippolito Pindemonte (1804), o da “Il Bardo della Selva Nera” di Vincenzo Monti (1806). Comunque sia, è proprio una bella avventura  quella del Bardo che, partito in sordina e con pochi, pochissimi mezzi finanziari, si è ritagliato uno spazio sempre maggiore nell’ambito della pubblicistica salentina e si è accreditato presso gli addetti ai lavori come un foglio culturale di alto valore, per la serietà dei suoi collaboratori e il rigore scientifico di tutti i loro contributi.Tutto questo mai rinunciando a quell’appeal che la rivista ( come tutti i prodotti della carta stampata, per noi incalliti bibliofili) reca in sè.  Probabilmente, Maurizio Leo non sarebbe andato oltre i primi numeri, se non avesse trovato sulla sua strada un gruppo di amici disposti ad aiutarlo, credendo fortemente nella sua iniziativa, e a coadiuvarlo nella redazione del giornale. Al  primo gruppo di lavoro, formato essenzialmente da Maurizio Leo e dalla moglie, sua inseparabile e silente compagna d’avventura, si sono poi aggiunti numerosi amici intellettuali, che hanno garantito allo squattrinato editore un supporto morale ed anche economico, ciascuno con i propri mezzi e secondo le proprie possibilità.

Free press, senza una cadenza regolare, ma contando, più o meno, tre uscite l’anno, Il Bardo, Fogli di culture si distingue dalle altre riviste, innanzitutto per il suo formato gigante ( “lenzuolo” nel linguaggio giornalistico), poi per le copertine, sempre molto originali e senza alcuna didascalia, di Caterina Gerardi, e per il bianco e nero al quale il giornale è rimasto caparbiamente fedele (e sia perciò lodato) in tutti questi anni. Anche il numero delle pagine può variare da 6 a 10, a 12,  in base alla mole dei materiali che arrivano in redazione per i vari numeri.

Grazie al Bardo, che va a completare la nostra emeroteca ideale, la storia di Copertino è stata riscoperta ed indagata a fondo dai collaboratori di questa rivista.  Sono state così scritte pagine nuove ed interessanti della antichissima storia di questo casale centrosalentino, quel  Convertino o Conventino patria di San Giuseppe Desa e di Frà Silvestro Calia, di cui si sono occupati, fin dal primo numero, studiosi come Giancarlo Vallone, Giovanni Cosi, Mario Cazzato, Giovanni Greco, Alessandro Laporta, Fernando Verdesca e Vittorio Zacchino. Si aggiungano i nomi di Luigi Manni, Luciano De Rosa, Antonio Edoardo Foscarini, Alvaro Ancora, Antonio Errico, Giuseppe Conte, Pierpaolo De Giorgi, Giovanni Greco, con pezzi di ricerca storica, letteraria, filologica, antropologica, recensioni, segnalazioni e cultura generale, sempre appassionati e originali. Ma addirittura, sul Bardo, hanno scritto Mario Marti, Ennio Bonea, Gino Pisanò, Donato Valli; insomma si è mosso lo stato maggiore della Repubblica delle Lettere salentina. A metà giornale, si trova un inserto, “Allestimento- prove di poesia”, che ospita liriche edite ed inedite di svariati autori. Non si potrebbe dare una definizione unitaria di questo inserto poetico per la eterogeneità dei brani che vi appaiono, anche se tutti, grossomodo, percorsi da una certa vena di sperimentalismo.  Scrive Maurizio Leo: “Ho voluto dei fogli dal vivo dove chiunque (poeti scrittori o altri ARTisti, purchè attraversino il valore della scrittura in pura e semplice ricerca) possa esprimere creato e/o rappresentato, il di-segno che è tutta un’esistenza”. Fra gli autori che si sono avvicendati su questo foglio “allestito”  da Leo a mo’ di silloge poetica, scorriamo i nomi di Walter Vergallo, Arrigo Colombo, Giuseppe Conte, Carlo Alberto Augeri, Elio Coriano, Antonio Tarsi, Tatàr Sàndor, Pierpaolo De Giorgi, Nicola De Donno, Vincenzo Ampolo, Florio Santini, Mauro Marino, Piero Rapanà, Maurizio Nocera, Kavafis, Marilena Cataldini, Michelangelo Zizzi, ed altri. La  poesia di Leo è molto vicina al beat, per il culto che  egli ha per autori come Allen Ginsberg e Jack Kerouac, e per una certa ricerca nella scrittura che lo porta, in alcuni casi, ad una forte tensione e ad impennate del senso, mentre, in altri, ad una deriva non sense.

Se pensiamo al Bardo, ai tantissimi contributi  su San Giuseppe Desa, il santo dei voli, amatissimo protettore della città,  e ai tanti interventi sul patrimonio artistico, archeologico, paesaggistico di Copertino, Conventio Populorum,  come recita lo stemma civico del paese,  subito  ci vengono incontro nella mente il suo magnifico Castello con il Torrione medievale e la Porta di San Giuseppe, L’Arco dei Pappi e la Cripta di San Michele con l’epigrafe dedicatoria del Cavaliere Sourè, la Colonna di San Sebastiano e la Chiesa di Santa Chiara,  il magnifico complesso della Grottella, che ci accoglie all’entrata del paese, e la Chiesa di Santa Maria di Casole, la ecc. Maurizio Leo, questo “piccolo Barone di Munchausen del suo paese”, come è stato definito da Stefano Donno, che per vivere fa il pizzaiolo e rincorre i suoi sogni letterari, è anche il fondatore di una indipendente casa editrice, “I quaderni del Bardo”, con la quale, da molti anni, porta avanti il suo discorso culturale. Sotto questa etichetta, Maurizio Leo ha pubblicato Dogmaginazione(1992),  L’albergo di latta (1994), Fobia ( 1995), Non suona più il jukebox nell’appartamento di allen (1998), Il bazar delle parole scomposte (2002), per citare solo alcuni titoli comunque rappresentativi del suo “agire poetico”. Ma sono stati pubblicati anche affermati autori, come Vittorio Zacchino, con Religiosità e tradizione nelle poesie di S.Giuseppe da Copertino (1993), Paolo Valesio, con Anniversari (1999), Vittore Fiore, con Nicola a Copertino (2003), Giovanni Cosi, con Sette lustri di vita lequilese (2003), Maurizio Nocera, con Figli vostro padre uccidete! (2004), Elio Coriano, con Dolorosa impotenza il mestiere delle parole (2004), ed altri.  

Sfogliando le pagine del Bardo, ancora, incontriamo i nomi di Lucio Romano, Ermanno Inguscio, Marcello Gaballo, Salvatore Muci, Giovanni Giancreco, grazie ai quali approfondiamo la nostra conoscenza della antica Terra Hydrunti. Ma un foglio di cultura è sempre solo un foglio di cultura. Non può fare rivoluzioni, non può spostare le opinioni della gente, non dà notizie di cronaca o di attualità, può essere del tutto ignorato dal grande pubblico dei lettori. Chi si approccia a questo foglio, magari attirato dal  grande formato o dal fatto che non costi nulla, però, sia avvisato: può ritrovarsi rapito dagli approfondimenti che offre questa miscellanea e

e può magari appassionarsi a tal punto da scoprire una sensibilità nuova, nei confronti della cultura, che non sapeva di avere. Il gusto di scoprire cose nuove ed interessanti della nostra storia patria può portare anche il semplice amatore a misurarsi con la ricerca, dapprima da neofita,  in maniera discontinua ed inesperta, e poi sempre più accuratamente, mano a mano che acquisisce un metodo di analisi, fino a diventare anch’egli un roditore di vecchie carte, al pari di quegli affermati studiosi che lo avevano primieramente entusiasmato. La conoscenza del passato, infatti, non siamo i primi a dirlo, porta consapevolezza del presente, ci rende più forti e fieri della nostra identità, ci aiuta a comprendere meglio quel patrimonio culturale di cui è depositario il nostro territorio, e , naturaliter, a diventarne  promoters, ossia divulgatori, cosicchè tutti  possiamo intraprendere un affascinante percorso a rebòurs,  all’indietro nella nostra storia, e, grazie a questa appassionata riscoperta delle nostre radici,  farci infine anche noi  bardi della salentinità.

PAOLO VINCENTI

Pubblicato su  “Espresso Sud”,  Giugno 2007 e poi in “A volo d’arsapo. Note bio-bibliografiche su Maurizio Nocera”, Il Raggio Verde Editore, Lecce 2008

Un murales nel centro storico di Copertino

Copertino (Lecce), Via Regina Margherita, Maria d’Enghien parte con il suo esercito per difendere Taranto dall’assedio di Ladislao re di Napoli, dipinto su muro realizzato dal professor Franco Contini e dai suoi allievi Antonio Mingolla, Giovanni Perdicchia e Stefano Tanisi, studenti dell’Accademia di Belle Arti di Lecce (11/9/2006).

La scena rappresenta un momento preciso della vita di Maria d’Enghien, principessa di Taranto, contessa di Lecce e Copertino. Morto il 17 gennaio 1406 il marito Raimondo del Balzo Orsini, n’è occultata la notizia affinchè re Ladislao non affretti gli apparecchi di guerra e non trovi il principato di Taranto indifeso. Maria chiama a raccolta i suoi alleati tra i quali spiccano i Sanseverino duchi di Venosa e si trasferisce a Taranto, capitale del feudo e centro della resistenza, portando con sé i quattro figliuoli: Maria, Caterina, Giovanni Antonio e Gabriele.

Bellissima nella sua armatura d’argento, ornata di gioie, con la sola presenza effondeva coraggio alle truppe che più volte seppero vincere l’assedio. Vicino a lei il rettore dei frati Minori, per l’elezione del quale Raimondo, suo marito, aveva ottenuto la concessione da Bonifacio IX, e Gabriele Capitignano, uomo di corte della principessa.

Nelle mani di quest’ultimo, re Ladislao dopo circa un anno pose la proposta d’amore per la sua signora. Capendo di non poterla vincere con le armi, il re provò a colpirla nell’ambizione e orgoglio.

Maria non seppe resistere all’offerta della corona di regina di Napoli, di Sicilia, di Gerusalemme, di Ungheria e di altri stati. Rimandò al re il fedele Capitignano con la comunicazione che accettava. Il matrimonio fu celebrato il 23 aprile 1407 nella cappella del castello di Taranto.

I personaggi raffigurati, da sinistra a destra di chi guarda, sono: Maria, Caterina, Giovanni Antonio e Gabriele del Balzo Orsini, con la loro madre Maria d’Enghien; il rettore dei frati Minori; Gabriele Capitignano; il duca di Venosa Sanseverino. Si notino le armi dei Del Balzo (sulla bandiera), dei Del Balzo-Orsini-D’Enghien e Sanseverino (sugli scudi).

Càusi e stiani (pantaloni e gonne)

CIVILTA’ CONTADINA DI FINE OTTOCENTO

 CAUSI E STIANI  (PANTALONI E GONNE)

 

 di  Giulietta Livraghi Verdesca Zain

 

(…) “La strata ncursàta spenta l’andòre…” (“nella strada affollata il profumo svapora…”), si diceva a inculcare che una donna onesta non doveva oziosamente gironzolare per il paese, pena la perdita delle sue qualità morali; e continuando nello snocciolare dei proverbi a carattere formativo, si affermava che “Lu passìu ti la fèmmina ete l’urtàle” (“La passeggiata, la donna può farsela sfaccendando nel cortiletto di casa”), dichiarando “Bbinitétta la fémmina ca tàe palòra sulu a lla nnàccara ti lu tilàru”  (“Benedetta la donna che conversa solamente col ticchettio del telaio”), sino a prendere spunto dalla sciorinata del bucato per ricordare che “Càusi e stiànu no bbànu mpisi a lla stessa corda ci ti miènzu no nc’ete nnu chiasciòne” (“Pantaloni e gonna non vanno appesi allo stesso filo se fra un indumento e l’altro non si tende un lenzuolo”, cioè un uomo e una donna non devono stare a tu per tu se fra di loro non c’è vincolo matrimoniale).

E non si creda che queste fossero formule assolte solo in linea di principio, ché anzi trovavano nella messa in pratica una più espansa misura di responsabilità, quasi il preservo morale della donna non fosse di esclusivo interesse familiare, ma riguardasse l’intera collettività quale elemento connotativo della stessa. Nel comportamento del singolo, infatti, il paese veniva a riflettersi, e per così dire a saggiarsi, nel vigile timore che uno sgarro individuale si rivelasse azione corrosiva al buon nome della popolazione, dando motivo agli abitanti dei paesi vicini di forgiare etichette sarcastiche o addirittura offensive. Un danneggiamento morale che, nel caso specifico, avrebbe avuto delle spiacevoli conseguenze pratiche, rivelandosi bastone d’intralcio nell’accasamento delle ragazze cu strìi ti fore paése (con giovanotti residenti in altri paesi). Di qui la necessità per i capifamiglia di esonerare le donne da ogni incombenza che offrisse ragione di sortita, per cui non solo si privavano del loro aiuto nel vendere frutta e verdura al mercato o nel recapitare  la minéscia ti fogghe a ccasa a llu patrùnu (il fascio di verdure a casa del padrone), ma si accollavano tutti quelli che erano gli abituali – od occasionali – disbrighi esterni, quali fare la spesa, andare a chiamare il medico, passare dallo speziale o portare dal calzolaio le scarpe abbisognevoli di risolatura.

Una vera e propria estromissione femminile dalla vita pubblica, insomma; regolamentazione del resto ormai vecchia di secoli e perciò connaturata col sentire stesso delle donne, che spontaneamente ne rimarcavano i contorni: per recarsi in chiesa, alle veglie funebri, a visitare un ammalato o una puerpera, si industriavano a come compiere il tragitto percorrendo strade secondarie, scrupolosamente scantonando da quelle principali e soprattutto dalla piazza, che attraversavano solo se debitamente accompagnate dai rispettivi mariti. E malgrado le vie, per l’inesistenza del traffico, si offrissero ai loro passi come altrettanti campi aperti, non si azzardavano mai a camminarvi nel centro, bensì rasentavano il più possibile i muri, quasi prevalesse in loro l’inconscio desiderio di apparire fagocitate dall’ombra.

Nell’andare e tornare dalla campagna, infatti, a parte l’immancabile scorta dei loro uomini o – se si trattava d’ingaggio a gruppo – di un anziano remunerato a tal scopo dal padrone, erano abituate ad attraversare il paese nell’incerta luce delle albe e nell’ovattatura dei crepuscoli, per cui quella volta che si trovavano ad affrontarne le strade in pieno giorno soggiacevano  a un senso di verecondia, specie se si vedevano soppesate da occhi maschili. In tal caso, a scanso di equivoci, occorreva dichiarare la propria onestà, e come qualche anziana vedova in servizio presso una casa signorile, eccezionalmente trovandosi a comprare il pesce al mercato o la soda caustica nel negozio di alimentari, si premurava di precisare “Mi ttròu acquài pi ccumànnu patrunàle” (“Se mi trovo qui è solo per soddisfare al comando della padrona”), così la donna in transito per la strada, incrociando un gruppo di uomini o rasentando la bottega di un barbiere (la cui vocazione al pettegolezzo era a quel tempo virus categoriale), correva ai ripari atteggiando il viso a mestizia e sospirando come anima in pena: “Ah, nicissitàte ti la ita… lu jéntu azza quannu menu ti la spiétti!…” (“Ah, necessità della vita… il vento si leva quando meno te l’aspetti!… [Se mi trovo fuori casa, è per una sgradita  quanto inaspettata emergenza!]”). Naturalmente, compostezza voleva non si avesse mai a guardare in faccia gli uomini che s’incontravano, né tanto meno fermarsi a dar loro parola: al di là del soliloquio, fossero anche cugini, cognati o compari, non si doveva andare oltre i recisi saluti di “Bbona sciurnàta, bbon’éspira e bbonaséra” (“Buon giorno, buon vespro e buonasera”).

Come già detto, pantaloni e gonne non dovevano trovarsi a tu per tu, e l’importanza che si dava a questo assunto si può desumere dall’estremistica imposizione che donne e uomini subivano in chiesa, dove questi ultimi, privilegiati nell’occupare la navata centrale, venivano diffidati – spesso pubblicamente, dal pulpito – dal lanciare sguardi verso le navate laterali, zone che per essere più in ombra erano tassativamente riservate alle donne. (…)

 

Da “TRE SANTI E UNA CAMPAGNA”, Culti Magico-Religiosi nel Salento fine Ottocento, con la collaborazione di Nino Pensabene, Laterza, Bari, 1994 (pagg. 347-349)

Fra le mura di un antico palazzo a Copertino

QUANTE COSE NASCONDE QUESTO SALENTO!

FRA LE MURA DI UN ANTICO PALAZZO, LA RIPRODUZIONE IN MINIATURA DELL’ALTARE MAGGIORE DELLA CHIESA MATRICE DI COPERTINO

di Nino Pensabene

Chi ha avuto modo di leggere il libro di Giovanni Greco sul pittore copertinese Gianserio Strafella* avrà notato – se ricorderà – che fra le opere attribuibili al grande manierista del Cinquecento c’è la cosiddetta “Madonna della Cappellina”, a proposito della quale così ha formulato il suo giudizio: “…se l’attribuzione allo Strafella è probabile, il dipinto si potrebbe datare di poco dopo la “DEPOSIZIONE”, quando cioè il pittore acquisisce appieno l’ideale della bellezza raffaelliana”.

Un giudizio che, data la sconvolgente e raffinata bellezza dell’opera (olio su pergamena, cm. 28,5 x 37,5) avvalora altra tesi, secondo la quale, se non dovesse appartenere alla mano dello Strafella (e se lo fosse, in effetti rappresenterebbe l’apice della sua ascesa pittorica), potrebbe essere attribuita a colui che fu il suo maestro, lo stesso Raffaello, appunto.

Certo, Strafella o Raffaello, non va dimenticato che “…perentoria è l’affermazione di Luigi Tasselli, padre cappuccino di Casarano, il quale dice: “discepolo di Rafaele d’Urbino riuscì così eccellente pittore che avanzò il maestro””.*

Che la paternità dell’opera fosse, anzi sia, dello Strafella è stata sempre suffragata dal fatto che il possessore che l’ha portata a palazzo Verdesca Zain, sposando, appunto, una donzella della nobile famiglia, fosse un pronipote del nostro artista, un tal Vincenzo Strafella, dal quale – generazione dietro generazione – è giunto fino a noi che Gianserio amasse particolarmente questo dipinto da tenerlo gelosamente a capo del letto.

Il tema raffigurato, la Vergine Maria (di una soavità raffaelliana), ha fatto sempre da scudo sulle probabili recondite ragioni che hanno accompagnato il dipinto: lo Strafella, lo amava così tanto per il fattore devozionale o perché era stato eseguito dal suo maestro Raffaello, a ricordo del quale gli era stato donato lasciando la bottega per tornare a Copertino?

E i Verdesca Zain hanno costruito la cappellina barocca in rapporto al culto mariano – coprendosi, appunto, dal fatto che ne erano appassionati – o per proteggere dai ladri il dipinto del quale avevano consapevolezza del grande valore?

Va detto infatti che l’opera pittorica, pur creando delle sproporzioni prospettiche, era stata posta come pala d’altare, peraltro non come quadro appeso ma incastonandola in un gioco di tavole inchiodate e ricoperte – a mo’ di intonaco – da una lavorazione in cartapesta.

Se il lettore guarderà una delle foto relative a quando il dipinto faceva ancora corpo unitario con la costruzione barocca, si accorgerà che il volto della Vergine è grande quasi quanto tutto l’altare, mentre per essere visto dal basso, ad occhio dei fedeli, dovrebbe essere più piccolo di quello del celebrante o del loro stesso volto, cioè di quello delle altre statuine che li rappresentano. In verità questo mio contributo non nasce con lo scopo preciso di parlare dell’opera pittorica dello Strafella quanto per mettere in luce, attraverso qualche immagine, il prezioso gioiellino d’arte barocca che l’ha ospitata fino al 1968, quando – mentre noi abitavamo a Roma, e quasi per miracolo lasciando indenne il dipinto – un’umidità perniciosa ha danneggiato la parte frontale della cappellina unitamente a quanto fungeva da abside sopra l’altare.

In pietra leccese scolpita e legno lavorato, la chiesetta in miniatura è stata realizzata in uno spazio ricavato all’interno di una muraglia, da poter chiudere con una porta, anticamente tutta in legno, così da sembrare – in simmetria con un’altra porta – un varco d’ingresso.

Datata fine Settecento-primi Ottocento, riproduce l’altare maggiore che si trovava nella chiesa matrice di Copertino fino all’avvento del Concilio Vaticano II, quando in moltissime chiese di tutto il mondo sono stati compiuti crimini d’arte.

Rientrati da Roma e completato il restauro della casa, nel 1975 la cappellina non ha più avuto sull’altare il suo antico quadro dello Strafella: al di là dei motivi di ordine artistico-prospettico che ci ha visto riottosi nel ricollocarlo, non erano più i tempi quando, se il denaro si nascondeva sotto i materassi, le opere d’arte di grande valore – quelle cioè che si volevano proteggere – si dovevano quasi murare alle pareti. Altri sono oggi i sistemi o i luoghi di sicurezza.

Per una diecina d’anni, sull’altare ha trovato posto un antico quadro avente sotto vetro una preziosissima seta riproducente “La Pentecoste”, mentre dal 1987, a sistemazione definitiva, c’è “La Vergine della Rivelazione”, un manufatto della Giulietta realizzato per un oratorio pubblico in un seminterrato e a chiusura del quale io, per motivi affettivi, ho voluto associare alla storica cappella in miniatura. Storica nel vero senso della parola, perché al di là dei valori artistici riguardanti la costruzione monumentale appartenente a un’epoca ben precisa, ancora più storica è divenuta oggi per dei particolari antropologici che al momento della realizzazione gli autori hanno eseguito in perfetta semplicità d’intenti, rispettando cioè la realtà socio-ambientale in cui vivevano.

Mi riferisco alla parte animata del piccolo tempio: al di là del motivo religioso attraverso il quale i giovani possono scoprire la dinamica della celebrazione eucaristica (la Messa in latino) prima della recentissima riforma liturgica del Concilio Vaticano II, ciò che più è interessante – e che oggi sconvolge o sconcerta – è la visione dell’assemblea che vi partecipa, formata dalle tre categorie socialmente più rappresentative dell’epoca: i nobili e quindi latifondisti, gli artigiani e i contadini.

L’etno-antropologia illustrata nel nostro saggio “Tre Santi e una Campagna” trova le sue basi proprio guardando queste affascinanti figure in cartapesta e stoffa, rudimentalmente realizzate in casa dagli antenati Verdesca Zain.

Ogni categoria è rappresentata nel più rigoroso rispetto ai dettami gerarchici, inquadrati non solo in ciò che viene palesato nell’assunto esteriore attraverso segni inequivocabili di appartenenza ma anche nell’atteggiamento interiore che conferma – con le sue sfumature etico-comportamentali – lo stato sociale che il personaggio rappresenta.

Pur nella dignità cristiana che li accomuna, vediamo la contadina e il contadino eccellere per la loro umiltà, frutto della nobiltà della terra; l’artigiana e l’artigiano per il contegno dovuto alla consapevolezza della maestria nel loro lavoro; i signori per la cosciente affermazione di uno stato di superiorità a carattere non economico-volgare ma educativo-sapienziale.

Da un punto di vista esteriore, nel rispetto ad un protocollo classista, le differenze sono più marcate, ma nella loro palpabile visibilità si fanno un tutt’uno con i moti interiori del vissuto spirituale: la contadina con il facciulittòne e llu mantile, l’artigiana, di ceto già superiore, non col facciulittòne ma con la scialla (sciarpa) e senza grembiule, mentre la signora con il velo di pizzo, e così come l’artigiana si permette la corona del rosario, lei ha il messalino in mano con la custodia poggiata sulla sedia, fonte anche quest’ultima di dichiarazione classista nella raffinatezza della sua impagliatura.

Il contadino, inginocchiato, con il copricapo di foggia diversa e qualità inferiore a quello dell’artigiano, che già, nel rispetto dei momenti liturgici, si sente autorizzato a stare in piedi. Anche le due popolane, a marcatura simbolica della gerarchia sociale, le vediamo inginocchiate, in contrasto alla signora che si può permettere invece di stare seduta, come il signore d’altra parte, entrambi elegantemente abbigliati, con una nota di galateo religioso che vede la signora, in chiesa, priva di borsetta, cappello e ventaglio.

A proposito di abbigliamento e accessori mi piace far notare come l’epoca privilegiava in assoluto gli uomini: al gentiluomo, infatti, non è stato negato nulla: la bombetta e il bastone con l’impugnatura d’argento, il fermacravatta con il rubino come pietra preziosa, e l’orologio nel taschino del gilet con la sua bella catena d’argento.

Tutti particolari che al di là delle dissonanze e discrepanze sociali, al di là delle vanità e sovrastrutture umane, tornano a vantaggio di coloro che, per realizzare l’opera, hanno pazientemente trascorso le loro serate lavorando alla fioca luce dei petroli o delle lucerne ad olio, chi con l’ago in mano ricamando i paramenti sacri; chi con una pinza per torcere il filo di ferro e infilare perline al fine di creare i lampadari o le ampolline per l’acqua e per il vino; chi con le mani impiastricciate di colla per realizzare li pupi in cartapesta; chi con lo scalpello in mano per trasformare la pietra in armonia attinta dal creato.

E nella nota dei particolari in miniatura, nell’esecuzione di questo lavoro a conduzione familiare, da non sottovalutare calici e cartegloria, candelieri, croci e crocette, messali e messalini vari.

Dovrei dire sacrifici? No, in quel tempo i sacrifici erano quelli di chi zappava la terra! Direi piuttosto appagamenti devozionali e realizzazioni o soddisfazioni artistiche, pacatezze familiari e gioie lavorative in un tessuto esistenziale vissuto – come obby aristocratico – dalla classe per così dire evoluta di quel tempo, uomini sicuramente non emancipati come noi ma, nella saggezza, forse, superiori a noi… a noi che, a dispetto della loro paziente operosità, possiamo lavorare con lampadine accese che ci offrono una luce più che a giorno… a noi che non soltanto abbiamo la macchina da cucire e l’automobile e l’aereo e il treno, ma anche il telefono fisso e il cellulare, il PC e la posta elettronica, una facilità di vita, insomma, inimmaginabile all’epoca (e se immaginata, dai contadini sicuramente giudicata opera del diavolo), avviata con la conquista dell’energia elettrica e giunta a noi con tutti i confort che la tecnologia ci offre su un vassoio d’argento, tentando (ahinoi) di trasformarci in uomini robot.

* Giovanni Greco, “GIANSERIO STRAFELLA, (XVI SEC.), PITTORE COPERTINESE”, Edizioni Pro Loco, Copertino, 1990.

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