La vite e l’olivo salentini nelle memorie degli autori latini e greci

di Armando Polito

CATONE (III-II secolo a. C.), De agricultura, 6, 1: In agro crasso et calido oleam conditivam, radium maiorem, Sallentinam, orcitem, poseam, Sergianam, Colminianam, albicerem;  quam earum in iis locis optimam dicent esse, eam maxime serito (Nel terreno grasso e caldo (pianta) l’olivo nelle varietà  da condimento, allungata maggiore,  salentina, orcite, posea, sergiana, colminiana, albicere; di esse pianta soprattutto quella che in quei luoghi dicono essere la migliore).

DIONIGI DI ALICARNASSO (I secolo a. C.), Antiquitates Romanae, I, 37, 2: Ποίας δ᾽ ἐλαιοφόρου τὰ Μεσσαπίων καὶ Δαυνίων καὶ Σαβίνων καὶ πολλῶν ἄλλων γεώργια; (Di quelle di quale regione olivicola [sono meno pregiate] le coltivazioni dei Messapi, dei Dauni, dei Sabini e di molti altri?

VARRONE (I secolo a. C.), De re rustica, I, 8: Iugorum genera fere quattuor: pertica, arundo, restes, vites. Pertica, ut in Falerno; arundo ut in Arpino; restes, ut in Brundisino; vites, ut in Mediolanensi (I tipi di spalliera sono press’a poco quattro:  con pertica, canna, corda, viticci. Pertica, come nel Falerno; canna, come nel territorio di Arpi; corde, come nel Brindisino; viticci come nel Milanese).

PLINIO  (I secolo d. C.), Naturalis historia, XIV, 3,  passim: Metaponti templum Junonis vitigineis columnis stetit (A Metaponto il tempio di Giunone si resse su colonne di vite); Nec non Tarentinum genus aliqui fecere, praedulci uva (Inoltre alcuni considerarono di origine tarantina una specie di vite dall’uva dolcissima); Verum et longinquiora Italiae ab Ausonio mari non carent gloria Tarentina(Veramente, [viti] d’Italia piuttosto lontane dalla parte del mare Ausonio, non mancano di fama la tarantina …).

La storia del tempio di Metaponto [naturalmente non si tratta dell’ultimo, del quale ci restano le rovine, visibili nella foto in basso tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/Era_(mitologia)#mediaviewer/File:Metapontum_2013.JPG)] retto da colonne di vite (comunque, mi chiedo inizialmente: vite vera e propria o colonna di legno di vite o colonna in pietra rivestita da vite?), anche se non coinvolge il territorio di Terra d’Otranto ma uno confinante, è troppo intrigante perché io passi agli altri brani dello stesso autore sulla vite e sull’olivo salentini senza spendere su di essa più di una parola (si salvi chi può! …).

Che la vite non abbia nel nostro territorio un fusto di grosse dimensioni è cosa risaputa e confermata anche dalla testimonianza di Plinio che nello stesso capitolo dello stesso libro ricorda impieghi tutto sommato eccezionali del suo legno: Jovis simulacrum in urbe Populonio ex una conspicimus, tot aevis incorruptum; item Massiliae pateram. Etiam nunc scalis tectum Ephesiae Dianae scanditur una vite Cypria, ut ferunt, quoniam ibi ad praecipuam amplitudinem exeunt (Ho visto nella città di Populonia una statua di Giove ricavata da una sola vite, intatta dopo tanto tempo; allo stesso modo una tazza a Marsiglia. Anche ora si sale sul tetto del tempio Diana ad Efeso mediante una scala fatta di una sola vite di Cipro, come dicono, poiché lì giungono ad una grossezza eccezionale).

Resti del tempio di Artemide ad Efeso; immagine tratta da http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/b/b2/Ac_artemisephesus.jpg
Resti del tempio di Artemide ad Efeso; immagine tratta da http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/b/b2/Ac_artemisephesus.jpg

E di seguito Plinio dà la sua spiegazione: Nec est ligno ulli aeternior natura. Verum ista ex silvestribus facta crediderim (Né altro legno ha una durata maggiore. Veramente sarei propenso a credere che questi manufatti siano stati ricavati da viti selvatiche).

Non mi è chiaro se al carattere selvatico Plinio attribuisca la grossezza o la durata nel tempo oppure entrambe.

Nel capitolo 98 del libro XVI vi è un’integrazione riguardante il  tempio di Diana ad Efeso: Maxime aeternam putant hebenum et cupressum cedrumque, claro de omnibus materiis iudicio in templo Ephesiae Dianae, utpote cum tota Asia extruente quadringentis annis peractum sit. Convenit tectum eius esse e cedrinis trabibus. De simulacro ipso deae ambigitur. Ceteri ex hebeno esse tradunt, Mucianus III consul. ex iis, qui proxime viso eo scripsere, vitigineum et numquam mutatum septies restituto templo, hanc materiam elegisse Pandemion, etiam nomen artificis nuncupans, quod equidem miror, cum antiquiorem Minerva quoque, non modo Libero patre, vetustatem ei tribuat. Adicit multis foraminibus nardo rigari, ut medicatus umor alat teneatque iuncturas, quas et ipsas esse modico admodum miror (Ritengono estremamente durevoli l’ebano, il cipresso e il cedro essendo chiaro su di loro tutti l’esempio nel tempio di Diana ad Efeso poiché col concorso di tutta l’Asia fu edificato in quattrocento anni. Si conviene che il suo tetto è di travi di cedro. Sulla statua stessa della Dea ci sono dubbi. Alcuni tramandano che fosse di ebano, Muciano console per la terza volta, uno di quelli che da poco avendola vista ne hanno scritto, (dice che è) di vite e mai cambiata pur essendo stato il tempio restaurato sette volte e che tale essenza la scelse Pandemione, indicando anche il nome dell’artefice, cosa di cui certamente mi meraviglio poiché le attribuisce un’antichità maggiore di Minerva2 e del padre Libero. Aggiunge che si bagna col nardo attraverso parecchi fori affinché l’umore medicamentoso nutra e mantenga salde le unioni della cui esistenza non mi meraviglio molto).

Indipendentemente dalle dimensioni della statua di Diana, il dettaglio delle unioni ci potrebbe spingere ad ipotizzare che nemmeno la statua di Giove a Populonia e, quel che ci interessa più da vicino, le colonne del tempio di Metaponto fossero in un unico pezzo.

Eppure l’ipotesi è messa in dubbio dalla testimonianza di Strabone (I secolo a. C.-I secolo d. C.), Geographia, II, 1, 14: Ἐν δὲ τῇ Μαργιανῇ τὸν πυθμένα φασὶν εὑρίσκεσθαι τῆς ἀμπέλου πολλάκις δυεῖν ἀνδρῶν ὀργυιαῖς περιληπτόν, τὸν δὲ βότρυν δίπηχυν [Nella Margiana (regione asiatica identificata con la valle di Fergana) dicono che spesso si trova il ceppo della vite così grosso che solo due uomini possono abbracciarlo e il grappolo di due cubiti].

Può darsi che Strabone abbia riportato una diceria esagerata e perciò suscettibile di tara, come non è da escludersi, nonostante lo spesso, che sia esistito qualche esemplare di quelle dimensioni, certamente non paragonabili a quelle di qualche vite centenaria nella quale è possibile imbattersi, per esempio, sulla costiera amalfitana, cui si riferisce la foto che segue, il corrispondente dei nostri ulivi patriarchi.

immagine tratta da http://www.lucianopignataro.it/a/tenuta-san-francesco-le-viti-giganti-e-piede-franco-della-costiera-amalfitana/25504/
immagine tratta da http://www.lucianopignataro.it/a/tenuta-san-francesco-le-viti-giganti-e-piede-franco-della-costiera-amalfitana/25504/

Per quanto fin qui detto appare verosimile che le colonne del tempio di Metaponto fossero costituite veramente da ceppi di vite gigante. Non sono un ingegnere ma credo che sarebbero state, comunque, in grado di reggere il peso del tetto. C’è stato, però, in un passato non molto remoto, chi ipotizzò, sia pure indirettamente, che la fabbrica  fosse una capanna piuttosto che un tempio vero e proprio.

Si tratta di Vincenzo Cuoco (1770-1823) che nel 1806 pubblicò il Platone in Italia, romanzo in forma epistolare, il cui inizio sembra anticipare il dilavato e graffiato autografo2manzoniano:  Il manoscritto greco che ora ti do tradotto, o lettore, fu ritrovato da mio avo, nell’anno 1774, facendo scavare le fondamenta di una casa di campagna che ei volea costruire nel suolo istesso ove già fu Eraclea3. Ogni angolo dell’Italia meridionale chiude tesori immensi di antichità; e non ve ne sarebbe tanta penuria se i possessori non fossero tanto indolenti quanto lo è il ricco possessor del terreno, ove era una volta Pesto, e dove oggi non vi si trova né anche un albergo per ricovrar coloro che una lodevole curiosità move dalle parti più lontane dell’Europa a visitar le ruine venerabili della più antica città dell’Italia.

L’ultimo periodo è di una sconcertante attualità; solo che, probabilmente, il Cuoco si sarebbe ben guardato dallo scriverlo se avesse presagito che il suo invito sarebbe stato accolto con la costruzione di case, alberghi, villaggi turistici e simili sopra i siti archeologici o nelle loro immediate adiacenze, con l’unica magra alternativa di spostare alcuni manufatti dal luogo in cui sono custoditi (vedi la polemica sui Bronzi di Riace da esibire o meno alla ormai famigerata Expo 2015).

Meglio non divagare, ma solo per rispetto del lettore e dell’economia del post, non certo di quella legata unicamente all’ignoranza e alla speculazione; nel capitolo XXXV così si legge: Peccato, che in questo bel tempio, tu ricerchi in vano una bella Dea! Non vedi né il sublime Giove, né la Minerva bella del nostro Fidia. Quando sei nel sacrario, ti si mostra una colonna rozza, sconcia, quasi simile a quelle sciagurate colonne di viti che sostengono quella capanna che in Metaponto chiamasi anch’essa tempio di Giunone.

E il Cuoco, quasi a commento alle immaginarie parole messe in bocca a Platone, in nota a Giunone aggiunge con nonchalance, quasi a conferma filologica della sua invenzione: Lo stesso Plinio ci dice che in Metaponto eravi un tempio di Giunone le di cui colonne eran di legno di vite. O la vite di Metaponto dovea esser marmo, o il tempio dovea esser una capanna.

Capanna o non capanna che sia stato questo tempio, non mancano testimonianze moderne di manufatti in legno di vite.

Girolamo Fabri, Le sagre memorie di Ravenna antica, Francesco Valuasense, Venezia, 1664, p. 3: A questa Santa Basilica (il Duomo di Ravenna) fa nobile, e maestoso ingresso una gran piazza apertavi dall’Arcivescovo Cristoforo Boncompagno con trè porte in faccia, la maggior delle quali è di vari marmi, e colonne egregiamente ornata, e massime di un grandissimo architrave con diversi intagli, figure, & è tradizione antica, che la porta di legno, che la chiude sia di vite.

Scipione Maffei, Osservazioni letterarie, Stamperia del Seminario, Verona, 1739, tomo IV, p. 371: Meritano menzione ancora le antiche porte del Duomo, che sono di legno di vite. Le tavole sono lunghe piedi 10, larghe più d’un piede, e grosse un’oncia e mezza.  

Giovanni Poleni, Sopra al tempio di Diana d’Efeso, in Saggi di dissertazioni accademiche pubblicamente lette nella nobile Accademia etrusca dell’antichissima città di Cortona,  tomo I, parte II, Pagliarini, Roma, 1742, pp. 48-49: Le porte della vecchia Chiesa Cattedrale di Ravenna, che fu abbattuta pochi anni sono, ed ora si rifabbrica magnificamente erano di legno di vite. Menzionate esse furono nella relazione d’un giro fatto dal celebratissimo Autore delle Osservazioni letterarie; e di esse pure me ne ha data una piena contezza il Reverendissimo P. P. Pomponio Suardi Abate in S. Vitale di Ravenna. Questo misurar fece da un architetto quelle porte, ed io qui trascrivo la nota delle misure da lui mandatami. La lunghezza delle Tavole è di palmi Romani 21. In circa: la larghezza di mezza porta è di palmi 8 e mezzo; la larghezza delle Tavole più strette è d’once 14 e delle più larghe d’once 21. In circa: la grossezza delle dette Tavole è di once 4 circa. Anche al dì d’oggi nelle pignete vicine a Ravenna vi si veggono delle viti d’una straordinaria grossezza. Quelle porte, benché antichissime siano, non ostante sono così ben conservate, che li direttori di quella grandissima fabbrica della Cattedrale pensano di servirsi delle Tavole di esse per formare alla cattedrale medesima le nuove porte.

Francesco Ginanni (1716-1766), Istoria civile e naturale delle pinete ravennati, Salomoni, Roma, 1774 p. 204: Di questa spezie di vite (labrusca, di cui ha parlato prima) forse potrebbero essere le tavole, che formavano le antiche Porte del Duomo nostro, e ora foderano le moderne. Esse erano lunghe piedi 10, larghe più di un piede, e mezzo.

Al di là delle divergenze dimensionali ravvisabili nei brani del Maffei e del Poleni, sembrerebbe che il pensiero dei direttori nominati nel passo del Poleni divenne, in qualche modo, realtà, ma credo che il foderano del passo precedente vada inteso tenendo conto di quanto si legge  in Francesco Nanni, Il forestiere in Ravenna, Roveri & figli, Ravenna, 1821, p. 5:  Meritano qui di essere ricordati sedici riquadri di tavole di vite, tenue avanzo delle antiche porte di questa Cattedrale, impostati nel di dietro della moderna porta, i quali fanno prova di quanto scrissero gli antichi intorno al crescere a dismisura di questa pianta.

La notizia è confermata da Gaspare Ribuffi in Guida di Ravenna, Roveri & figli, Ravenna, 1835, p. 16: Parete interna della Porta d’ingresso in Prospetto. Sopra la porta di mezzo: Grandioso Quadro rappresentante il Convitto del re Assuero di Carlo Bonomi ferrarese scolaro  di Paolo Veronese.   Nella serranda: Sedici riquadri di tavole di Vite, avanzo delle antiche Porte di questa cattedrale.  Sarebbe interessante, a questo punto, sapere come sono e stanno le porte attuali e chissà se qualche lettore, magari  ravennate perché per lui sarebbe più agevole, non soddisferà questa mia curiosità.

Il duomo di Ravenna; immagine tratta da http://www.duomoravenna.it/?page_id=236#duomo
Il duomo di Ravenna; immagine tratta da http://www.duomoravenna.it/?page_id=236#duomo

Chissà, chissà, chissà … che fine ha fatto il tronco di cui scrive Gaetano Savi nel Trattato degli alberi della Toscana, Piatti, Firenze, 1811, tomo II, p. 192: … nell’atrio dell’orto botanico di Pisa se ne (di vite) conserva un tronco alto braccia 5 (m. 2,918), e di braccia 2 (m. 1,67) di circonferenza, proveniente dalla maremma Sanese, e nominatamente da un terreno situato Tra Soreno e Castellottieri. 

Dopo questa lunga parentesi torno all’assunto iniziale e alla carrellata principale delle altre testimonianze pliniane.

XV, 1, 8: Principatum in hoc quoque bono obtinuit Italia toto orbe, maxime agro Venafrano eiusque parte quae Licinianum fundit oleum: unde et Liciniae gloria praecipua olivae. Unguenta hanc palmam dedere, accomodato ipsis odore. Dedit et palatum, delicatiore sententia. De cetero baccas Liciniae nulla avis appetit (Anche in questo bene [l’olio, prima ha parlato del vino] l’Italia ha il primato in tutto il mondo, soprattutto nel territorio di Venafro e nella parte di esso che produce l’olio liciniano, per cui altissima è la considerazione riservata all’oliva licinia. Questa fama la diedero i profumi adattandosi loro il suo odore; la diede anche il gusto per il sapore alquanto delicato. Per il resto nessun uccello è ghiotto delle bacche di [oliva] licinia).

Rinvio il lettore che si starà chiedendo dov’è citato il Salento (però ho sottolineato Licinianum e Liciniae) in questo brano all’ipotesi formulata in http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/10/24/olive-celline-perche-questo-nome/.

MACROBIO (IV-V secolo d. C.), Saturnalia,  III, 20, 6: Olearum genera haec enumerantur: Africana, albigerus, Aquilia, Alexandrina, Aegyptia, culminia, conditiva, Liciniana, orceas, oleaster,  pausia, paulia, radius, Sallentina, Sergiana, Termutia (Si contano queste varietà di olivi: l’africana, l’albigera, l’aquilia, l’alessandrina, l’egizia, la culminia, quella da condimento, la liciniana, l’orcea, la pausia, la paulia, la allungata, la salentina, la sergiana, la Termuzia).

Chiedo scusa al lettore per averlo intrattenuto, ancora una volta, con un argomento nella trattazione del quale di mio c’è ben poco, a parte l’augurio finale, in due versi (!), endecasillabi in rima baciata, per chiudere in allegria, augurio per oggi limitato a queste due essenze e dovuto alle ben note contingenze non solo economiche:

Lunga vita alla vite e all’ulivo

per noi vino ed olio senza additivo!

___________

1 Minerva era considerata l’inventrice di tutte le arti.

2 Come sapeva qualsiasi studente del passato (quando la lettura de I promessi sposi era obbligatoria), il Manzoni finge di aver ritrovato un antico manoscritto e, dopo aver rinunziato alla sua semplice trascrizione, decide di prender la serie de’ fatti da questo manoscritto, e rifarne la dicitura.

3 Nei pressi di Policoro, in provincia di Matera.

FILOLOGI (?) vs1 BRAVO CONTADINO 0-1

ph Riccardo Schirosi

 

di Marcello Gaballo e Armando Polito

In questo periodo la vigna viene sottoposta ad operazione colturali molto importanti per garantire (condizioni climatiche ed altri inconvenienti permettendolo…) una buona vendemmia. Chiediamo scusa ai fitotecnici se molto probabilmente incorreremo in qualche inesattezza, nonostante il nostro intento sia solo quello di soffermarci sulle parole che designano tali operazioni.

Al risveglio dal letargo invernale sulla parte inferiore della pianta, lu cippòne2, cominciano a spuntare dei polloni, li pitalòre3, che vanno eliminati al pari, poco dopo, di quelli spuntati sulle branche, li purìsi.

Quest’ultima voce verrà ora trattata direttamente e non in nota come le precedenti, e non solo perché non compare nel dizionario del Rohlfs…

Secondo noi potrebbe essere derivata dal greco porìasis=callo sulla palpebra, da poros= concrezione pietrosa (con riferimento anche alla stalagmite).

Come se non bastasse, però, ulteriori problemi etimologici pone il fatto che la stessa formazione parassita, o succhione, negli alberi prende il nome di sobbracàddhu. A prima vista si direbbe che sia una parola composta da sobbra=sopra+caddhu=callo [dal latino callu(m)] e che, dunque, sia semanticamente connessa con purìsi.

Il problema è che caddhu ha un omofono che significa cavallo [in questo caso, però, è dal latino cabàllu(m)=cavallo da lavoro, cavallo castrato: cabàllu(m)>(sincope di –ba)>callu(m)>caddhu].

E allora, per sobbracàddhu vale il caddhu callo o il caddhu cavallo?

Per fortuna, ancora una volta, l’esame delle varianti è decisivo perché le forme sobbracavàddu (Mesagne, Oria, San Giorgio sotto Taranto), subbracavàddhu (San Pietro Vernotico), sobbacavàdde (Ceglie Messapico) ci autorizzano a salvare il cavallo e a sopprimere il callo, perché quest’ultimo non ha niente a che fare con il nostro sobbracàddhu e forme affini (sobbracàddu a Sava, subbracàddhu a San Cesario di Lecce); infatti filologicamente è plausibile la sincope [caballu(m)>caddhu] ma non l’epentesi [callu(m)>cavàddhu4].

Già, ma, escluso il callo, che ci azzecca, direbbe Antonio Di Pietro, il cavallo? Ci azzecca, ci azzecca, perché il sobbracàddhu sta a cavallo del ramo principale; e così addio per sempre alla stalagmite, che, a pensarci bene, era ancora più suggestiva del callo della palpebra, anche se essa rimane in piedi (se la nostra proposta etimologica è esatta…) per purìsi!

Eliminate le pitalòre, bisogna ntestàre. Quest’ultima voce in generale indica l’operazione di potatura con cui viene impostata la forma che l’albero deve assumere. È chiaramente connessa con l’italiano intestàre, ma nel senso particolare di scelta delle parti destinate a dare alla pianta una certa conformazione nel suo sviluppo vegetativo, determinazione delle teste.

Nel caso della vigna assume il significato particolare di potatura con cui si lasciano solo due punte per tralcio (sarmènta5). Dopo tale operazione si ‘nzurfa  (inzolfa) e poi si pompa (utilizzando sempre lo zolfo non più in polvere ma in soluzione). A distanza di una ventina di giorni vengono eliminati i purìsi.

Basta! Tra latino e greco ci è venuto un dolore di testa peggiore di quello che si scatena quando, pur non eccedendo, il povero vino ha subito l’attacco violento di una percentuale eccessiva di metabisolfito di potassio ad opera di un enologo incompetente o troppo preoccupato di perdere il posto…

E la partita si chiude con la vittoria (fuori casa!) del bravo contadino che magistralmente ha già eliminato pitalòre, purìsi e altrettanto meticolosamente ha ‘nzurfàtu e pumpàtu.  Lo attende ulteriore lavoro e gli auguriamo un felicissimo raccolto; il nostro, quello appena fatto, comunque andranno le condizioni climatiche, resterà, comunque, modesto e non basterà certo la vignetta a smentire il detto scarpe grosse e cervello fino

* Tu riesci a capire che è successo a questa bottiglia?

** Te l’avevo detto che bisognava eliminare le pitalore e i purisi…

*** Quasi quasi questi due fessacchiotti mi hanno dato un’idea…

_______

1 È l’abbreviazione del latino versus=contro; non è per esibizione di cultura (?) che lo usiamo ma solo perché è troppa la rabbia che ci prende quando lo vediamo stampato su una locandina, in italiano, che annuncia, per esempio, un incontro di calcio o di pugilato; quel vs è, paradossalmente, l’unico segno di cui capiamo il significato intuitivamente. In realtà si tratta, come abbiamo detto, di una voce latina usata internazionalmente (sull’esempio inglese!) per indicare opposizione. Usarlo, purtroppo, era l’unico modo per ricordarlo.

2 Accrescitivo di cippo, corrispondente all’italiano ceppo, dal latino cippu(m)=colonnetta.

3 Forma aggettivale da pedale (nel significato di parte basale di una pianta), a sua volta da piede, dal latino pede(m) connesso col greco pus/podòs.

4 È vero che il probabile incrocio è sempre in agguato e che spesso scherzosamente si sentono espressioni del tipo tegnu nnu cavàllu allu pete! (ho un callo al piede!); ma cavàllu è forma italianizzata (dunque più recente) di caddhu, frutto dell’equivoco omofonico, per cui il fenomeno appena ricordato non può qui essere tenuto in conto.

5 L’italiano sarmento è dal latino sarmèntu(m); la voce neretina ne è tal quale il plurale (sarmènta) con valore collettivo e successiva acquisizione del genere femminile e del numero singolare.

Le terre del Salento, terre ricche di storia enoica

ph Riccardo Schirosi

di Pino De Luca

La storia del vino avvinghia la storia delle umane genti come la vite sa avvinghiarsi al tronco o al filo di spalliere e pergolati. Risale alla notte del tempo in tutte le latitudini che la vigna può occupare.

La pianta delle quattro stagioni ha lasciato traccia di sé in antichi scritti del celeste impero, dell’Egitto e della Siria. Dell’Ellade e della Magna Grecia e di quella che, per la sua ricchezza e fertilità fu detta Enotria. Tracce nei libri sacri, suggellatrice del primo atto del patto dell’Arca, generatrice di felicità e di conflitti che trova nell’opera di Cristo la sua santificazione nell’atto della comunione all’ultima cena.

E come l’umanità i vitigni, facili all’innesto, hanno viaggiato in lungo e in largo per le terre dell’Eurasia, e si son diffuse nei cinque continenti vestendo sempre più gli abiti dell’emigrante e sempre meno quelli del viaggiatore.

Così è stato per tutti e così è anche per le terre del Salento, terre ricche di storia enoica fin dalla comparsa dei bipedi implumi ma nelle quali i “vitigni autoctoni” sono figli dell’emigrazione di uomini e di piante, qui si sono acclimatati e hanno trovato sesto, sviluppandosi e riproducendosi, creando colture e culture.

Raramente la storia ha un principio preciso, ogni volta che si narra del passato per sostenere una idea o uno stato del presente si fa una cesura stabilendo arbitrariamente un “punto di inizio della storia” e questa arbitrarietà è fonte di infinite discussioni poiché spostando in avanti o indietro la genesi di un pensiero muta il pensiero medesimo e il suo significato.

Per la vite invece si può ricordare il principio di una nuova storia: 17 febbraio 1863. In quel secolo guerre spaventose hanno devastato l’Europa, nuove tecnologie si sono affacciate a modificare la vita e l’organizzazione sociale del Vecchio Continente. I sentimenti di civiltà espressi oltralpe alla fine del secolo precedente, per quanto sconfitti si sono radicati. Ma un piccolo afide, microscopico e letale, distrugge tutta la tradizione vinicola del regno della viticultura: la Francia. La fillossera della vite compie il misfatto devastando la quasi totalità dell’agricoltura francese che rimane priva di uve. In Italia la fillossera non è giunta e il 17 febbraio 1863 viene stilato un trattato commerciale tra Italia e Francia per la fornitura di uve e vino. Il Salento nelle mani del latifondo viene rapidamente riconvertito impiantando estensioni di vigneti a perdita d’occhio. Il tabacco, il grano, i frutteti e le ortive, finanche gli oliveti, lasciano spazio ad una monocoltura della vite con un sesto straordinario per le terre salentine che rimarrà per oltre un secolo il simbolo della campagna: l’alberello.

Il vino da palmento, per piacere personale e alimentazione da masseria lascia spazio ai vini da taglio che, in vagoni cisterna su lente tradotte, partono per la Francia e il Nord Italia. Dura poco, circa vent’anni. I Francesi impiantano nuovi portainnesti di vite americana resistente all’afide e già nel 1881 il trattato diventa più restrittivo. Crisi di produzione e ricerca di nuovi mercati, nuovi trattati con Austria e Germania e nuovi vagoni fino al 1892 quando la fillossera arriva anche qui distruggendo ogni cosa. Finché, nel 1930 non si ricomincia con nuovi portainnesti e nuove talee riprendendo Primitivo, Negroamaro e Malvasia nel tentativo di ricercare il passato migliore.

Un passato che non tornerà se non a sprazzi, e il vino emigrante sarà sostituito dagli emigranti del vino. Un tempo partivano i mosti poi cominciarono a partire i braccianti nonostante le politiche di sostegno. E quando il mercato sussultava la piaga della sofisticazione contribuiva a soffocarlo, fino alla cecità e alla morte di ignari consumatori.

Poi la presa di coscienza e la svolta, nessuno avrebbe più voluto vini da “tagliare” e allora Primitivo e Negroamaro e Malvasia, Sussumaniello e Ottavianello e Aleatico hanno ricordato le origini, alcune antichissime come il Primitivo e il Negroamaro e si son messi in proprio. Produttori coraggiosi hanno cominciato a lavorarli per ottenere prodotti qualitativamente proponibili e, in molti casi, abbiamo dei veri e propri must. Nelle classifiche mondiali e nelle guide specializzate i vini del Salento e le loro declinazioni hanno assunto fama internazionale, dai pionieri Leone De Castris e Cosimo Taurino ai “miti” dell’Enologia planetaria come Severino Garofano fino ad una molteplicità di aziende di varie dimensioni che sul mercato internazionale fanno la loro grande figura. Il solco è tracciato, nuove mani e nuove menti sui campi e in cantina possono ridare alla viticoltura pugliese antichi splendori, e stavolta non più “vini emigranti” ma vini “viaggiatori” che è molto meglio esportare la gioia che la fame.

La qualità del vino all’ombra dell’alberello


di Antonio Bruno*

Una volta nel Salento leccese dire vigneto significava dire Alberello Pugliese che è con molta probabilità il sistema di allevamento della vite più antico.
Anche se la pianta della vite ha una crescita considerevole adottando il sistema ad alberello si costringe la pianta ad avere una minore vegetazione in maniera tale da poter vivere anche nelle condizioni climatiche poco favorevoli del nostro Salento sfruttando in modo ottimale le limitate risorse idriche, in condizioni di siccità, o la limitata fertilità dei terreni .

Uno dei massimi luminari della vitivinicoltura mondiale, il professor Mario Fregoni, lo ha sempre detto e scritto: salvare l’alberello pugliese equivale a tenere in piedi la viticoltura di qualità e sempre lo studioso in un occasione aveva bacchettato gli attori delle decisioni del territorio affermando che nessuno s’era accorto che la “Puglia aveva un cadavere: l’alberello”. L’alberello l’avete visto? No? E allora se vedete un tronco mai più alto di un metro, con le piante distanti tra di loro un metro e mezzo con un sistema che vede le piante come il cinque della faccia di una dado, ovvero il sistema a quinconce, bene siete di fronte a una vite che è oggi è rarissima perché è allevata ad alberello.

La pianta viene allevata a vaso, con il tronco che può essere alto dai 20 centimetri sino a un metro, alla sommità del quale possiamo vedere due o tre branche che ogni anno vengono potate lasciando da una tre gemme con un tipo di potatura definita corta.
Adesso le distese infinite di alberello non si vedono più. Sono pochi che continuano a coltivarlo e tra questi l’Azienda agricola Attanasio che ha cominciato un percorso di coltivazione che prevede l’inerbimento del vigneto con la semina del favino da sovescio permettendo di non utilizzare i fertilizzanti chimici azotati. L’obiettivo della pratica del sovescio è l’apporto di materia organica al terreno e quello di fornire gli elementi nutritivi in maniera naturale.
Inoltre questo imprenditore ritiene essenziale trattare le viti con prodotti rameici solo se necessario e prima della pioggia. Ed ecco che sempre questo imprenditore adottando la cimatura manuale favorisce lo sviluppo di una folta parete fogliare, che è la condizione necessaria per ottenere grappoli maturi e ricchi di zuccheri.
Tanto tempo fa ogni famiglia di agricoltori possedeva il palmento con i capasoni, e dopo le lavorazioni ogni famiglia otteneva il suo Primitivo. I vigneti erano allevati esclusivamente ad alberello e le vinificazioni garantivano piena naturalità.
Negli anni ‘60 sorsero le cantine sociali, con costi di produzione sensibilmente più bassi dei piccoli palmenti familiari che decretarono la chiusura delle vecchie modalità di produzione.

I vigneti ad alberello sono oggi quasi scomparsi, lasciando spazio a sistemi e a varietà alloctone più “facili” e produttive. Chi coltiva oggi gli alberelli è una mosca bianca: si scontra con una modalità poco produttiva e difficile da coltivare ma molto generosa nel conferire qualità alle uve, frutto e struttura al vino. Salvaguardare l’alberello pugliese è la condizione necessaria per fare qualità.

L’alberello coccolato, conservato e promosso da un uomo che da ragazzo partiva con la bicicletta da casa per arrivare alla stazione del suo paese, aspettava l’arrivo del treno e insieme agli altri ragazzi e ragazze ci saliva sopra trascorrendo il viaggio a parlare del futuro che per lui era fatto di di grappoli d’uva e di vino. Giunto alla stazione di Lecce prendeva un’altra bicicletta che lo doveva portare verso l’Antica Rudiae, nella valle che ospita l’Istituto Tecnico Agrario Giovanni Presta. Un uomo che nella 44a edizione del Vinitaly, il Salone internazionale dei vini e dei distillati, in corso di
svolgimento a Verona. è stato insignito della Gran Medaglia Casagrande per la Viticoltura italiana 2010. Un uomo simbolo per ogni Dottore Agronomo, un esempio da imitare per chiunque desideri affacciarsi nel fantastico mondo dell’ambiente che è Paesaggio Agrario: un uomo, un enologo Angelo Maci, presidente delle Cantine Due Palme di Cellino San Marco (Br).
L’enologo salentino ha ricevuto questa prestigiosa onorificenza, a dimostrazione del grande lavoro svolto per la valorizzazione del patrimonio vitivinicolo, soprattutto per l’impegno profuso nel tutelare e valorizzarlo e, in particolar modo, l’alberello pugliese anche con l’opera che sta svolgendo l’Accademia dell’alberello pugliese, che da lui fondata ha stretto attorno a sé tutti i rappresentanti istituzionali e scientifici dell’intera Puglia.

I sindaci dei Comuni delle principali DOC salentine, il presidente della Provincia di Lecce e ricercatori universitari hanno sancito un importante documento, utile a tutelare e valorizzare un patrimonio in via d’estinzione.
L’enologo Angelo Maci che è realista affermando che in Australia sono sufficienti appena 50 ore di lavoro meccanizzato per gestire un ettaro di vigneto, mentre nei nostri territori sono necessarie anche mille ore di lavoro. Questo dato di fatto però fa riflettere il Presidente Maci su che tipo di concorrenti abbiamo in ambito mondiale. Ma il Presidente Angelo Maci è lo stesso che ha l’orgoglio e la consapevolezza di essere convinto che il nostro punto di forza è, e deve continuare ad essere, la qualità, lo stretto legame tra il nostro vino ed il territorio, la storia e la cultura della nostra terra. In controtendenza anche con la Storia e con un altro enologo, Giuseppe Turco, che il 4 gennaio 1969 scriveva che aveva la consapevolezza della opinione diffusa di allora che si dovesse rinforzare l’alberello in difficoltà potando a una sola gemma. Giuseppe Turco riportò dati sperimentali secondo cui le viti non potate avevano prodotto 22,7 chili di uva; la vite potata lunga aveva prodotto 16,6 chili di uva; la vite speronata a 2 – 3 gemme aveva prodotto 11,1 chili di uva ed infine la vite speronata a 1 gemma aveva prodotto 2,8 chili di uva. Nell’articolo l’enologo Turco affermava che l’alberello aveva fatto il suo tempo e che andava sostituito. Gli Anni ’70 che avevano una visione “AUSTRALIANA” dell’agricoltura sempre invidiosa dell’industria e della sua efficienza attraverso l’uso delle macchine.

L’alberello a seconda dei terreni ha una densità d’impianto che va da 3.000 ad un massimo di 8.000 ceppi per ettaro. E i conti sono presto fatti se presupponiamo di ottenere un prodotto DOC a cui la Cantina Due Palme l’anno scorso ha riconosciuto 65 Euro al quintale il reddito lordo per ettaro da un allevamento di viti ad alberello va da un minimo di 22.000 euro a 3.000 ceppi per ettaro, ad un massimo di 57.000 euro se si hanno 8.000 ceppi per ettaro. Il confronto con la Tabella dei Redditi Lordi Standard (per ettaro di superficie coltivata e per capo allevato) della Regione Sardegna che per un ettaro di Vigneto per uva da vino di qualità prevede un reddito lordo per ettari di euro 2.223,86 lascia senza parole.

Infine una bella ricerca di due colleghi Dottori Agronomi. Si tratta di Marco Simonit e Pierpaolo Sirch due Dottori Agronomi “preparatori d’uva” che hanno recuperato un antico sistema di potature, che previene le malattie del legno e allunga il ciclo di vita della vite, applicandolo alla viticoltura moderna.
L’approccio è individuale, fatto di interventi mirati pianta per pianta, con potature sul legno giovane e con il risultato di rendere produttivo un vigneto per almeno 50 anni.
Dalle sperimentazioni dei due colleghi friulani, condotte a partire dal 1988, è emerso infatti che il segreto della longevità della vite dipende in particolare da una potatura corretta, che non provochi ferite sulle porzioni vitali della pianta.

Queste sperimentazioni hanno confermato che il sistema di coltivazione ad alberello, tipico dell’area mediterranea è particolarmente longevo grazie a potature sul legno giovane, fino ai 2 anni di età.
*Dottore Agronomo

Bibliografia
Preparatori d’uva – e mail: preparatoriuva@preparatoriuva.it, cell. Marco Simonit 348.8555647 Il ritorno dell’antico metodo della potatura “soffice” dei vigneti
Francesca Mosele, La biodinamica non è un’utopia
Alfredo Tocchini, Il modo di fare viticoltura
Rolando Mucciarelli, La coltivazione della vite
Azienda Agricola Giuseppe Attanasio http://www.primitivo-attanasio.com/index.html
T. N., Fiat lux, nasce l’Accademia dell’alberello pugliese http://www.teatronaturale.it/articolo/8688.html
Giuseppe Turco, La potatura del vigneto ad alberello
Tabella dei Redditi Lordi Standard (per ettaro di superficie coltivata e per capo allevato) della Regione Sardegna
http://www.regionesardegna.it/documenti/1_19_20060929095438.pdf

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