Veniva da Lecce la bella maestrina

Caro Marcello, oggi 13 gennaio 2013 mi è arrivata la notizia che la mia vecchia maestra delle scuole elementari è scomparsa. Non so se puoi farne un post con il racconto “Veniva da Lecce la bella maestrina” che a sua volta fu pubblicato.
Un caro saluto
Alfredo

 

 

Veniva da Lecce la bella maestrina: come divenni un leccese

 

di Alfredo Romano

Vestiti d’un grembiulino nero, un po’ lacero ma pulito, con un colletto bianco inamidato allacciato da un grosso fiocco azzurro, stavamo affacciati col naso schiacciato contro il vetro alla finestra della scuola elementare. Attendevamo tutti con ansia l’arrivo della bella maestrina. Era puntuale. Ad un minuto dal suono della campanella sopraggiungeva sul piazzale una fiammante 600, color verdino, con le portiere che dall’interno si aprivano sul davanti.
Accompagnata da un fusto di fidanzato, vestito in doppiopetto grigio con i baffetti alla Fred Buscaglione, la maestrina, nell’atto di scendere dall’auto, divaricando le belle gambe, lasciava involontariamente scoprire un pezzo della sua carnagione bianca. A quel punto per un posto in prima fila alla finestra succedeva di tutto: spintoni, gomitate, cazzotti e colpi bassi. Poi tra un fuggi fuggi generale ognuno al suo banco a far finta di niente al sopraggiungere in classe della maestrina.
Portava generalmente delle scarpe bianche a punta con tacchi alti, un tailleur classico chiaro con gonna che scendeva oltre le ginocchia, una camicetta bianca con colletto smerlato alla quale dava risalto una collana di perle a triplo giro che ornava un collo gentile, a reggere un viso dolce e bianco, di una bellezza non sovrastante ma delicata, pulita, sfumata da una punta di rossetto che sprigionava un profumo vagamente di violetta, profumo che faceva svenire anche quelli dell’ultima fila di banchi che a quel tempo erano i gli asini della classe.
La bella ed elegante maestrina veniva da Lecce. Ma la maestrina non poteva che venire da Lecce. Tutto ciò che era signorile, tutto ciò che era bello, che era grande, che era diverso, tutto quello che noi non conoscevamo, che non avevamo mai visto, veniva da Lecce.
Per noi bambini di Collemeto, una frazione allora abitata in gran parte da contadini, Lecce era un sogno. La maestrina leccese non perdeva occasione di parlarci con dovizia di particolari dei grandi palazzi baronali, delle bellissime chiese barocche, delle ville liberty, dei negozi fantasiosi dove si poteva trovare merce indescrivibile, mai vista, che magari arrivava dall’America o dall’Oriente lontano; ci deliziava facendoci mentalmente entrare in quel bazar che doveva essere il mercato coperto dove c’era tutto il ben di dio: potevi trovare pesci dai mille colori, e alcuni lunghi anche un metro; c’erano montagne di cozze, di ostriche, di polpi; c’erano cataste di agnelli, carni di tutte le specie; c’era gente addirittura che cucinava per strada.
E poi sacchi e sacchi di verdura, di cicorie, finocchi, rape che la gente comprava a bracciate e chi aveva le braccia più lunghe ne portava a casa di più. E c’erano traini pieni di quintali di mandarini, di aranci, di noci. E poi era tutta una festa, Lecce era tutta una festa, con le belle strade illuminate di

Quando la befana smise di portarmi le sue calze

befana

di Alfredo Romano

Negli anni Cinquanta del secolo scorso bastava poco per far contento un bambino. Una caramella era già un dono prezioso e, se la ricevevi da un estraneo, dovevi prima cercare l’assenso del genitore che ti faceva cenno col capo. A Collemeto, paese prossimo in linea d’aria al campo d’aviazione militare di Galatina, era facile incontrare degli avieri che frequentavano l’osteria dei Petrelli (la più vecchia che ricordi) che stava a pochi metri da casa mia in Via Padova n. 31. Noi bambini li aspettavamo gli avieri perché si divertivano a lanciarci le caramelle e noi a rotolare per terra per raccattarle con tutto il cuore fino a escoriarci le mani e le braccia.

 

La stessa cosa capitava quando una coppia se spusava te carbu (si sposava in bianco) in chiesa con tanto di cerimonia, codazzo, confetti e cannellini lanciati in aria. Anche qui a rotolarci sulla terra battuta (non c’era l’asfalto allora) per riempirci le tasche e tornare a casa vantandoci del bottino. Accadeva raramente, però, perché, ahimé, la maggior parte delle coppie se nde fucìanu (fuga d’amore) non solo per contrasti familiari, ma soprattutto per non affrontare le spese delle nozze in pompa magna.

Nel giorno di Natale allora non c‘erano regali per i bambini, ma, a cominciare dalla prima elementare, era d’uso porre una letterina sotto il piatto di papà, letterina che era stata preparata a scuola con l’aiuto della maestra. Papà sapeva della letterina, ma faceva finta di niente e aspettava la fine del pranzo per scoprirla. Quindi l’apriva e me la porgeva per leggerla. In poche righe dichiaravo i miei buoni propositi di diventare più buono e ubbidiente e di voler sempre più bene ai miei cari genitori. Finita la lettura, papà si metteva le mani in tasca e ti porgeva 10 lire: ci potevi comprare 2 caramelle con 10 lire, oppure 10 monachelle di liquirizia dalla putea te lu nunnu Vitu Sparpaja. Eppure per noi bambini bastavano a farci provare la gioia del Natale.

Ma l’attesa più grande per noi era quella della Befana, quando arrivavano dei regali veri. Eravamo quattro fratellini e la sera della vigilia c’era un certo trambusto alquanto inspiegabile dentro casa: si trattava dei miei genitori che si davano da fare per cercare i posti più assurdi per nascondere i doni da mettere nelle calze. Noi sapevamo che la vecchia Befana sarebbe scesa dal cielo passando per lo stretto del focalìre (caminetto). Aspettarla era sicuramente un evento carico di attese, ma anche di paura per l’arrivo in fondo di una misteriosa vecchia strega che arrivava chissà da dove e si fermava nel buio a un passo da noi per depositare i suoi doni. Sapevamo che i bambini più buoni sarebbero stati premiati; quelli cattivi, invece, avrebbero avuto solo carboni.

Naturalmente la sera della vigilia bisognava andare a letto presto e guai ad alzarsi nel corso della notte: occorreva attendere l’alba almeno per levarsi: rischiavi senò di far fuggire la Befana con tutti i suoi regali. E all’alba era un corri corri a llu focalìre per scoprire le calze lasciate dalla Befana per ognuno di noi fratelli. Io, che ero più grande, trovavo sempre un fuciletto che sparava a càzzule (una specie di triktrak che scoppiettavano), 3-4 arance e, immancabilmente, uno o due carboni. Quindi la Befana era stata sì generosa, ma.. ma… quei carboni stavano a significare che bisognava essere più buoni, più ubbidienti ai genitori, più timorati di Dio.
Si può immaginare sul tardi tutti i bambini in mezzo alla strada con i loro giocattoli: i maschietti con le pistole e i fuciletti, le femminucce con le bambole per lo più. Ma poi ricordo anche tanti bambini di famiglie più indigenti cui la Befana “non portava nulla” e imprecavano per non essersi degnata di scendere nel loro focalìre. E i genitori davano loro manforte incolpando anch’essi la vecchia strega.

Per tutto il giorno era un rincorrersi tra bambini in mezzo alla strada con spari di qua e di là, tanto che i grandi sbottavano nel solito: Vagnuni, ci cu ppuzzati schittunisciàre, spicciàtela! ca sta nne purtati la capu! (Ragazzi, che vi possano uscire getti in tutto il corpo, finitela! che ci fate venire mal di capo!). E dàgli e dàgli, a sera finivano le càzzule, e anche le pistole e i fuciletti erano ormai inservibili: avevano ballato un solo giorno, tanto per parodiare il titolo del romanzo “Ha ballato una sola estate” di Olof Ekström.

Ma arrivò l’anno in cui la Befana smise di portarmi le sue calze. Facevo la terza elementare. Si dà il caso che la sera della vigilia della Befana improvvidamente aprii casualmente un cassetto del comò, e che cosa ti andai a scovare?: pistole e fuciletti per me e per i miei fratellini. Non dissi niente ai miei genitori, ma ci rimasi di stucco: era sparita la magia della Befana, era sparita la bella attesa della vecchia strega carica dei suoi doni che scendeva nel focalìre. E quando il giorno dopo aprii la calza con dentro il mio fuciletto, le arance e i carboni, non esultai più di tanto: s’era rotto l’incantesimo. E sul tardi, appresso a mamma, quasi per fare il saputello:
«Mamma, io so chi è la Befana!».
«E chi è?» mi incalzò lei un po’ perplessa.
«Sei tu,» le dissi sfoderando un mezzo sorriso «l’ho scoperto ieri sera in un cassetto del comò».
«Ah sì? E allora d’ora in poi la Befana non verrà più a portarti i suoi doni!» sentenziò.
Ed è da allora che la mattina di ogni 6 gennaio, appena sveglio, mi affaccio sempre al caminetto della mia vecchia casa di campagna a Civita Castellana, ma nessuna calza, nessun fuciletto a càzzule, arance o carboni dir si voglia riesco a intravedere con gli occhi in su scrutando la canna fumaria: giusto la spenta brace e la graticola usata la sera prima per una cena consumata tra vecchi amici.

 

Al mio paese nessun morto è mai morto…

 

da: http://erbariodellastrega.splinder.com/

di Alfredo Romano

Non ho avuto libri da bambino, non c’erano i libri. La carta era quella paglierina del pizzicagnolo che ti incartava un’aringa o cento grammi di ricotta forte detta schianta. La pagina era quella di un vecchio giornale che trovavi dal barbiere, tagliata fino a ricavarne un mazzo di quadratini da inchiodare sul muro: serviva a pulire il rasoio dalla schiuma da barba intrisa di peli. Per non dire di quella scritta in latino quando si andava a servire messa a don Salvatore. A fare i bravi si guadagnava anche un ordo missae, l’annuario delle messe, che portavo a casa raggiante: era pur sempre un libro.

Non c’erano libri da bambino, ma è stata una fortuna per me non avere libri da bambino, ci sarebbe stato tempo per questi.

Non ho avuto libri… ma ho avuto in casa dei narratori che ricordo come altrettanti libri parlanti le cui voci mi giungono ora, nel tempo, misteriose, inafferrabili. Non si dice che quando muore uno dei nostri vecchi è come se morisse una biblioteca?

L’arte del raccontare è stata una prerogativa della mia famiglia. I miei nonni materni[1], come i miei genitori, erano depositari di una sconfinata tradizione orale fatta di storie vere e fantastiche, satire e lazzi tipici dell’astuzia contadina. E poi canti d’amore e di dispetto, poesie religiose e d’occasione, proverbi, modi di dire, indovinelli, filastrocche, conte, ecc.

Erano i tempi dell’ozio, inteso come tempo necessario da dedicare allo spirito, allo svuotamento dei pensieri, al comunicare, al tramandare. Era questo il “perder tempo” a raccontare. Il momento magico arrivava di sera, quando il buio scatenava le paure sopite, quando il latrare dei cani sembrava provenire dagli abissi infernali. La morte era in agguato, ma i morti non erano morti e tornavano a solleticare i vivi. C’erano strane donne vestite di nero che salivano il sagrato della chiesa per la funzione serale, poi, a rito finito, di loro nessuna traccia. C’era un cane sconosciuto, enorme, vestito di una lanugine bianca, che di notte girava il paese e scompariva all’alba: era l’uomo pugnalato per sbaglio davanti all’osteria in una sera di lampi e di tuoni, e la moglie, a cercarlo, era inciampata sul corpo nel buio.

Al mio paese nessun morto è mai morto, i sogni erano sempre tempestati di anime, di anime in pena che invocavano i suffragi così come gli eroi greci rimasti insepolti invocavano una degna sepoltura. Le anime erano i rami degli ulivi pronti a ghermirti che pendevano al chiaro di luna disegnando strane ombre sulle strade bianche e polverose. Le anime bussavano alla finestra annunciate dal lugubre verso della civetta, oppure camminavano

CASA MIA / CANZONE PER LA TERRA NATIA

Collemeto alla fine degli anni Ottanta. Foto tratta da Storia di Galatina di Michele Montinari, 1972

di Alfredo Romano

Una premessa. Era il 1984 quando mi capitò un giorno di ricevere per posta da Parigi un’audiocassetta dal mio amico Giuseppe Maniglio. Giuseppe, anch’egli nativo di Collemeto, di pochi anni più piccolo di me, era emigrato a Parigi nel 1963 con tutta la famiglia all’età di otto anni. Con lui mi incontravo nelle vacanze estive a Collemeto, avevamo in comune degli ideali e, soprattutto, la passione per la musica. Nel 1976 fummo invitati a cantare a una Festa dell’Unità a Collemeto: io cantavo con la chitarra, lui, che era un virtuoso della chitarra, creava figure musicali che arricchivano le mie interpretazioni. Si trattava ovviamente di canzoni popolari e di protesta che scandalizzavano una parte del pubblico cosiddetto benpensante. In coppia con Giuseppe suonava anche suo cognato Alain Aussage che creava altri virtuosismi col suo flauto traverso.

Tornando all’audiocassetta, c’era acclusa una lettera dove Giuseppe mi  spiegava di aver composto cinque motivi musicali e io dovevo metterci le

Oltre la statale. Tra Collemeto e Santa Barbara

di Massimo Negro

Questa volta vi propongo le immagini di un viaggio che, pur avendo la meta a noi vicina, mi ha proiettato in un contesto i cui i caratteri storico e sociali dei luoghi visitati meritano di essere adeguatamente tratteggiati, per quanto ne possa essere capace, perché forse, e senza neanche forse, poco conosciuti, ancorché si tratti pur sempre del territorio di Galatina.

Oltre la statale è un viaggio lungo la strada che unisce la frazione di Collemeto a Santa Barbara e nei luoghi più significativi di quest’ultima.

E’ un viaggio accompagnato dal suono di una carro lungo la strada. La scelta dell’audio non è casuale. Si tratta di una registrazione fatta nel 1968 da due ricercatori, Bosio e Longhini, che attraversarono il Salento studiando le nostre tradizioni e registrandone il suono vitale del tempo, non in studio, ma per le strade parlando con gli anziani e i giovani dell’epoca.

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Passare la statale ed immergersi a piedi o in bicicletta in quei luoghi, mi ha rimandato quasi indietro in un epoca in cui la vita ruotava attorno alle masserie, alle case di campagna, alla piccola piazza del paese, alle persone sedute sui marciapiedi delle case e a ragazzi che giocano a pallone per le strade. Strade lungo le quali era raro veder passare una macchina, ma che spesso portavano il rumore delle ruote dei carri. Molte di queste abitudini sono ormai scomparse, cancellate dai ritmi forsennati che ci sono imposti ma che molto spesso noi stessi scegliamo, inconsapevoli di quello che perdiamo. Altre sono rimaste e giunte ai nostri giorni; non certamente quel senso di comunità che una volta, pur con tutti i dissidi che ci potevano essere, era presente e aleggiava tra la gente.

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Passata la statale ci si immerge in un paesaggio modellato anticamente dall’uomo, da forti mani nodose che con gli zocchi e le mannaie hanno estratto i conci di tufo per costruire le antiche masserie della zona. Da alberi di ulivo e antiche carraie che richiamano alla mente silenzi e suoni di cui si è

La messa te le villane

 

di Alfredo Romano


Nònnuma lu Pascalinu, quandu abitava a Nnevianu, a ddhunca facìa l’uccièri, tenìa casa a via Roma, propriu te frunte a ‘nnu palazzu te signuri.
Addhai ca ‘na tumènica mmatina, nfacciata a llu balcone te sti signuri nc’era tonna Rusina, ca, vitendu nònnuma ca sta’ ‘ssia te casa, aźàu voce e llu chiamau:
«Pascalinu? Pascalinu?»
«Cumandi![1] tonna Rusina,» prontu nònnuma.
«Sai gnenzi ci è bessùta la messa te le villane?»
«Sine,» ne rispuse nònnuma, «ca mo’ ccumìncia quiddha te le bbuttane!» [2]

Traduzione

Mio nonno Pasqualino, quando abitava a Neviano, dove di mestiere faceva il macellaio, aveva casa in via Roma, proprio di fronte a un palazzo di ricchi

Collemeto e la sua chiesa

Della chiesa di Collemeto a 50 anni dalla consacrazione e di don Salvatore Nestola

 

di Alfredo Romano

Torno ogni estate a Collemeto. Non nascondo che col tempo il viaggio si fa sempre più lungo, più faticoso: ti pare di non arrivare mai. Ma per nulla al mondo rinuncerei a quegli attimi di commozione che ogni volta mi prendono, quando, nei pressi della casa cantoniera, sulla Lecce-Gallipoli, il mio sguardo coglie la sommità delle case bianche in mezzo agli ulivi, e su tutto svetta la chiesa col suo campanile asimmetrico, il simbolo del mio paese.

Il ritorno è bello ed anche amaro a volte. Ci sono cose che hai lasciato e che non trovi più. Il paese va avanti, si trasforma, cambia; i luoghi della tua infanzia spariscono man mano; tanti volti di persone care non ci sono più; altri si affacciano, sempre più numerosi, tanto che a volte hai come l’impressione di essere un estraneo nel tuo paese.

Io, nel mio egoismo, vorrei magari che tutto restasse come prima, fermo a quel giorno lontano di 35 anni fa, quando un furgone mi strappò via per altre terre più feconde. Ma questo pensiero, lo so, è il difetto di tutti gli emigranti, ed io non sono da meno.

Una cosa che non cambia mai però c’è, e se ne sta lì immobile, maestosa: è la chiesa. È grande la chiesa, la… più grande del mondo, a guardarla con quegli occhi di quand’ero bambino, allorché le cose reali sfumavano nell’immaginario e spesso, come in tutti i bambini, assumevano dimensioni fantastiche, gigantesche.

È che io sono cresciuto con la chiesa; io e la chiesa siamo nati insieme, e insieme stiamo invecchiando. Mi conforta sapere che il giorno in cui non ci sarò più, la chiesa sarà sempre lì, con la sua maestosità, testimone della storia di un paese e delle piccole storie di ognuno di noi, che, intorno ad

Veniva da Lecce la bella maestrina

 

Veniva da Lecce la bella maestrina: come divenni un leccese

 

di Alfredo Romano

Vestiti d’un grembiulino nero, un po’ lacero ma pulito, con un colletto bianco inamidato allacciato da un grosso fiocco azzurro, stavamo affacciati col naso schiacciato contro il vetro alla finestra della scuola elementare. Attendevamo tutti con ansia l’arrivo della bella maestrina. Era puntuale. Ad un minuto dal suono della campanella sopraggiungeva sul piazzale una fiammante 600, color verdino, con le portiere che dall’interno si aprivano sul davanti.
Accompagnata da un fusto di fidanzato, vestito in doppiopetto grigio con i baffetti alla Fred Buscaglione, la maestrina, nell’atto di scendere dall’auto, divaricando le belle gambe, lasciava involontariamente scoprire un pezzo della sua carnagione bianca. A quel punto per un posto in prima fila alla finestra succedeva di tutto: spintoni, gomitate, cazzotti e colpi bassi. Poi tra un fuggi fuggi generale ognuno al suo banco a far finta di niente al sopraggiungere in classe della maestrina.
Portava generalmente delle scarpe bianche a punta con tacchi alti, un tailleur classico chiaro con gonna che scendeva oltre le ginocchia, una camicetta bianca con colletto smerlato alla quale dava risalto una collana di perle a triplo giro che ornava un collo gentile, a reggere un viso dolce e bianco, di una bellezza non sovrastante ma delicata, pulita, sfumata da una punta di rossetto che sprigionava un profumo vagamente di violetta, profumo che faceva svenire anche quelli dell’ultima fila di banchi che a quel tempo erano i gli asini della classe.
La bella ed elegante maestrina veniva da Lecce. Ma la maestrina non poteva che venire da Lecce. Tutto ciò che era signorile, tutto ciò che era bello, che era grande, che era diverso, tutto quello che noi non conoscevamo, che non avevamo mai visto, veniva da Lecce.
Per noi bambini di Collemeto, una frazione allora abitata in gran parte da contadini, Lecce era un sogno. La maestrina leccese non perdeva occasione di parlarci con dovizia di particolari dei grandi palazzi baronali, delle bellissime chiese barocche, delle ville liberty, dei negozi fantasiosi dove si poteva trovare merce indescrivibile, mai vista, che magari arrivava dall’America o dall’Oriente lontano; ci deliziava facendoci mentalmente entrare in quel bazar che doveva essere il mercato coperto dove c’era tutto il ben di dio: potevi trovare pesci dai mille colori, e alcuni lunghi anche un metro; c’erano montagne di cozze, di ostriche, di polpi; c’erano cataste di agnelli, carni di tutte le specie; c’era gente addirittura che cucinava per strada.
E poi sacchi e sacchi di verdura, di cicorie, finocchi, rape che la gente comprava a bracciate e chi aveva le braccia più lunghe ne portava a casa di più. E c’erano traini pieni di quintali di mandarini, di aranci, di noci. E poi era tutta una festa, Lecce era tutta una festa, con le belle strade illuminate di

Sancta Maria de Tollemeto nella masseria Càmara in Collemeto

di Massimo Negro

Immaginate di vivere in una vecchia masseria nel Salento, circa quarant’anni fa. Una masseria con mura spesse, possenti. Anche quelle interne.
Immaginate di trovarvi in una stanza, non una stanza anonima perché la porta di ingresso lasciava pensare ad un’antica chiesetta, ma completamente spoglia con mura imbiancate a calce. In questa stanza una parete, ogni volta che vi appoggiavate, poggiavate qualcosa o battevate con il martello per un chiodo o altro, suonava come vuota.  Un suono strano, diverso rispetto a quello delle altre pareti spesse della masseria.
Finchè un bel giorno presi dalla curiosità, vi siete armati di attrezzi e avete deciso di buttar giù il muro per vedere cosa nascondesse quella parete.
Man mano che i mattoni venivano giù vi comparivano dinanzi colori, aureole, facce di Santi. Quando infine l’intera parete era stata abbattuta vi siete trovati dinanzi un’autentica meraviglia. La Camara.

La Camara è il nome di una masseria di Collemeto, frazione di Galatina, ormai inglobata nel centro abitato. La storia è pressa poco per come ve l’ho raccontata. Circa quarant’anni fa ci fu il ritrovamento dell’affresco che potete ammirare nelle foto.

ph Massimo Negro

 

La Camara rappresentava in antichità il cuore e il centro della zona dove ora sorge l’attuale Collemeto. La masseria ingloba la cappella di Santa Maria di Tollemeto detta anche Camara. Sul sito sono state scritte anche un paio di tesi ed è stata visitata più volte da studiosi non solo locali.

La cappella è privata , come la masseria che nel frattempo è stata suddivisa tra i figli di chi ritrovò casualmente gli affreschi.  Il proprietario è sempre disponibile ad aprire la masseria per far visitare la cappella.

Gli affreschi della Camara sono un gioiello ritrovato ma che si è fatto in tempo a perdere o quasi, se non si corre subito ai ripari.

 

Le foto del locale e dell’affresco sono visibili su http://www.youtube.com/watch?v=6Y9veElKWaQ

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