Il Salento e i silenzi della cultura

di Claudio SCAMARDELLA*

Se il Salento non riuscirà a “governare”, nel senso più largo del termine, la straordinaria attrazione che in Italia e all’estero sta riscuotendo il proprio marchio, rischia di rimanerne travolto. E perché questa fase sia “governata” – non solo amministrata – è necessario aprire quanto prima una riflessione profonda, un dibattito vero a tutto campo, senza conformismi e senza infingimenti su che cosa dovrà diventare questa terra nel futuro. Una riflessione, un dibattito e, se del caso, uno scontro di idee tanto più urgente se pensiamo che siamo alla vigilia del rinnovo di molte rappresentanze nei Comuni dell’area jonico-salentina, a partire dai tre capoluoghi Lecce, Taranto e Brindisi.

Mai come stavolta serve un progetto unificante, non un programma frastagliato nei mille particolarismi territoriali. E serve prima dell’imminente apertura della battaglia elettorale, prima che tra primarie e secondarie la parola passi alle truppe cammellate e alle bande organizzate che si contenderanno i consensi. Insomma, prima che i candidati scopiazzino qua e là pensieri e parole per redigere una parvenza di programma che nulla ha a che fare con il progetto.

E prima che comincino i fuochi d’artificio delle promesse elettorali, degli annunci spot, delle proposte di grandi eventi lanciate come armi di distrazioni di massa.
E qui, senza che alcuno si offenda, va detto che il ritardo vero, l’ostacolo più forte riguarda non tanto la politica o l’amministrazione della cosa pubblica, sulle quali pure ricadono gravi responsabilità per aver rinchiuso il confronto in spazi sempre più comodamente autoreferenziali, quanto la cultura, gli intellettuali, i produttori di idee, le competenze che stentano a venir fuori e a schierarsi. Appare sempre più evidente un deficit di soggettività, di protagonismo della cultura in questa terra che va superato al più presto se vogliamo che la politica esca dalla pura amministrazione – buona o cattiva, non è qui importante accertarlo – e torni a governare, cioè ad individuare e a far camminare idee-forza con le quali e sulle quali costruire il futuro del Salento. Proprio ieri, su queste colonne, abbiamo pubblicato una lucidissima riflessione di Domenico Mennitti sul rapporto tra politica e cultura o, meglio, sulla distinzione tra politiche culturali e culture politiche. C’è un filone in quella riflessione – il ruolo della cultura rispetto alla politica e a un territorio – che vale la pena qui sviluppare.

Di fatto, da anni la voce degli intellettuali salentini appare spenta, afona, rassegnata. Un atteggiamento più di rimessa che da protagonisti, segnato spesso in privato da un lamentoso pessimismo privo di sbocchi. Senza urtare la suscettibilità di meritorie associazioni e tranne rarissime eccezioni, il massimo della cultura che si riesce ad esprimere sul territorio è ormai l’organizzazione di incontri e kermesse che, viziati di evidente provincialismo, tendono ad esaltare ciò che avviene “al di fuori” piuttosto che a evidenziare ciò che manca o si produce all’ “interno”. L’esterofilia come malattia infantile del provincialismo genera due risvolti negativi: o il pensare globale liquidando con fastidio l’identità locale; o l’esaltare fino al parossismo la sola identità del territorio senza parlare al mondo e senza dialogare con la globalità. Questo è il frutto della scarsa produzione di idee sul e per il territorio, e dell’altrettanto scarsa circolazione di progetti di lungo respiro. Intendiamoci, va benissimo organizzare le presentazioni di libri o gli incontri con intellettuali e “maître à penser” nazionali su temi e argomenti di generale attualità. Guai a rinchiudersi nei propri confini e limitare la circolazione delle idee. Ma la cultura del territorio è altro. E la cultura di cui ha maledettamente bisogno oggi il Salento è ben altro ancora: è produzione di idee, è schieramento delle competenze, è uscire dalle tante piccole torri d’avorio per spalancare scenari e orizzonti nuovi per questa terra. È spezzare la gabbia della pigrizia intellettuale, rompere la cappa perniciosa del conformismo, mettere in gioco le piccole e grandi rendite di posizione personale. È uscire, insomma, da un rapporto di subalternità con il “principe” di turno, che non sempre tra l’altro coincide con il politico. Solo così il Salento può superare il suo provincialismo culturale.
Citiamo tre casi. Il boom del turismo registrato quest’anno impone la definizione, in tempi brevi, di una precisa strategia che esclude o ridimensioni determinati segmenti a vantaggio di altri.

E ciò va fatto qui e ora, prima che i successi di stagione e le mode non governate prendano il sopravvento e finiscano per decidere da soli il corso degli eventi, con la politica chiamata poi solo ad amministrare l’esistente e a rincorrere processi già maturi. Dunque: più infrastrutture, ma quali e per che cosa? Più servizi, ma quali e come? Meno “divertimentificio”, rigetto del modello Ibiza o costiera romagnola, ma con quali politiche e attraverso quali deterrenti? A parte qualche dibattito estemporaneo tra addetti ai lavori, a parte qualche amministratore che tende ad appuntarsi al petto il successo di quest’anno, su questi temi la cultura urbanistica e la cultura economica tacciono. Male. Provi la politica, a questo punto, a stanare le competenze. Provi la politica, fin da settembre, a sollecitare la produzione di idee e progetti, a mettere in rete una discussione sulle criticità emerse in questa stagione, ad aprire un cantiere sulle possibili terapie. Per quanto ci riguarda, siamo pronti a sostenere fin da subito l’apertura di questo dibattito.
Il secondo caso riguarda l’Università. È stato varato tra molte polemiche, quasi tutte però rimaste sotto traccia, il nuovo statuto dell’Ateneo del Salento, come previsto dalla riforma Gelmini. Uno strumento importantissimo per il futuro dell’istituzione sul territorio. Siamo sempre più convinti che il Salento senza l’Università sarebbe una terra molto più povera, destinata ad un sicuro declino: anche per questo, al di là delle non poche cose che non funzionano, siamo scesi in campo al fianco dell’Ateneo in difficoltà con l’appello alla comunità salentina di destinare il cinque per mille della dichiarazione dei redditi all’istituzione. E, tuttavia, se è vero che il Salento non può fare a meno dell’Università, è altrettanto vero che la comunità salentina non può rimanere del tutto estranea, emarginata, tenuta all’oscuro di ciò che vuole e può essere la sua Università. Tranne un articolo su queste colonne del nostro editorialista Ferdinando Boero, che ha avuto il coraggio di uscire allo scoperto e di motivare il suo personale appoggio al nuovo statuto, molti docenti universitari, pur essendo fortemente critici, hanno preferito il basso profilo o il silenzio. Peggio ancora, hanno sollecitato in privato i mass media a intervenire o a denunciare i punti più controversi (che erano e sono rimasti tanti), preferendo non aprire una battaglia alla luce del sole sulla vicenda. Un atteggiamento tutt’altro che esaltante. Speriamo che alla ripresa delle attività, fin da domani, il dibattito si riapra. Anche su questo fronte, siamo pronti ad ospitare contributi e riflessioni.

Il terzo caso riguarda la strigliata che l’arcivescovo di Lecce ha fatto alla comunità – non solo di fedeli – sugli sfarzi della festa di Sant’Oronzo, il suo appello alla maggiore sobrietà della politica, il suo invito a non sperperare fondi pubblici per feste e sagre paesane. «Dobbiamo pensare di più ai poveri, agli emarginati, a chi soffre in questa terra», ha detto monsignor d’Ambrosio. E ha rivolto anche a noi, al mondo dell’informazione, una critica severa perché ci occupiamo pochissimo dei poveri. Critica giusta, giustissima, di cui cercheremo di far tesoro ogni giorno, a partire da un autunno che si preannuncia ancora più caldo sul fronte della povertà. Ma è possibile che su un tema così importante, la cultura taccia? Possibile che gli intellettuali, qui e ora, non abbiano nulla da dire?

*direttore de Nuovo Quotidiano di Puglia

L’articolo è stato pubblicato sabato 27 agosto 2011 su

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