Il quadriportico di S. Caterina d’Alessandria a Galatina

Quadriportico di S. Caterina d'Alessandria a Galatina

di Andrea Panico

 

Molti studiosi si sono interessati alla Basilica di S. Caterina d’Alessandria a Galatina ma, pochi hanno focalizzato il proprio interesse sul quadriportico annesso all’edificio. Tra questi è da annoverare padre Benigno Francesco Perrone (1914-1995) che, per anni condusse la sua ricerca sui conventi francescani disseminati sul territorio pugliese.[1] Una monografia dedicata esclusivamente al quadriportico è stata pubblicata nel 2007, opera di Domenica Specchia.[2]

Mi permetto in questa sede di tracciare un quadro d’insieme dal carattere storico-artistico a seguito dei miei studi universitari sull’argomento.

La storia dell’ordine francescano, custode del complesso cateriniano,[3] è segnata negli ultimi decenni del XVI secolo da un profondo ripensamento spirituale e dall’esigenza di una più rigida osservanza della regola, in ragione del rinnovamento interno alla chiesa avviato durante la controriforma. Il convento galatinese fu aggregato nel 1597 al novello istituto della Serafica Riforma di San Nicolò.

«Sessanta e più anni»[4] dopo che i Riformati se ne erano impossessati, fu demolito il convento orsiniano e si diede inizio alla costruzione della nuova dimora.

Il quadriportico seicentesco a pianta quadrata, a due ordini e di dimensioni maggiori rispetto all’architettura trecentesca segue a grandi linee lo schema adottato negli altri conventi della Serafica Riforma.

I frati riformati, che verso il 1657 avevano innalzato il nuovo convento, nell’ultimo decennio del XVII secolo, affidarono al confratello Giuseppe da Gravina la decorazione degli ambulacri superiori e del quadriportico. Il pittore appose sulle superfici parietali istoriate del chiostro la scritta «Frater Ioseph a Gravina Reformatus pingebat Anno Domini 1696».[5] Documento visibile, nell’angolo di sinistra, entrando nel chiostro dalla portiera della dimora minoritica.

Il ciclo pittorico si dispiega sui quattro lati del quadriportico, con scene coordinate ma indipendenti. Con il suo linguaggio felicemente narrativo e cromaticamente intenso affresca “in versi” l’epopea del francescanesimo intrecciando insieme gli eventi e le figure più rappresentative dell’ordine, la salmodia cromatica delle virtù morali, cristiane e francescane, e le insegne araldiche in ricordo della generosità dei benefattori.

Gli affreschi del quadriportico, in sintonia con la tendenza storiografica del XVII secolo che risaliva agli Annales Minorum del frate e studioso irlandese Luca Wadding e ripresa da padre Diego Tafuro da Lequile nella Hierarchia Franciscana, innanzitutto pongono in evidenza il concetto che san Francesco d’Assisi e l’ordine minoritico insieme a san Domenico di Guzmàn e all’ordine dei padri predicatori sotto lo sguardo della Vergine costituiscono i pilastri, su cui si regge la Chiesa di Dio. A tal fine, a Galatina, negli angoli interni del quadriportico, fra Giuseppe da Gravina dipinse i padri fondatori dei due ordini, riconosciuti Salvezza dell’Umanità e nel gesto di Sostenere la Chiesa Vivente. Nell’altro le Stigmate e l’Apparizione della Vergine a san Francesco d’Assisi. Quest’ultimo episodio, da me ricondotto al legittimo partecipe, è uno dei temi nuovi dell’iconografia francescana inaugurato dalla controriforma.[6]

Sulla parete, che fiancheggia il vecchio refettorio, ora adibito a museo della Basilica, sono narrati gli eventi della vita di san Francesco d’Assisi. Il padre fondatore è colto nella sua piena maturità religiosa. Come cronista attento hai particolari, fra Giuseppe da Gravina, con passo lento e cadenzato in tre pannelli mette a fuoco il Perdono d’Assisi. Segue il Miracolo del bambino resuscitato e San Francesco davanti al Sultano. L’endecasillabo che accompagna quest’ultimo evento paragona «l’e[roe] d’Assisi» al «gra[n] duce Goffredo». Il trionfo del santo, che termina con l’episodio delle Stigmate, è un tema ricorrente dell’iconografia barocca.

Sarebbe tuttavia azzardato far corrispondere alla visione estetica del barocco imperante alla fine del XVII secolo l’esecuzione del frate gravinese che si mostra per certi versi arcaica. Nella sua opera di divulgazione si coglie una linea stilistica ma soprattutto una linea iconografica. Nella raffigurazione di San Francesco riceve le Stigmate ad esempio, rimane ancorato alle pitture medievali e in aderenza con le fonti francescane dipinge un serafino alato che imprime nel corpo del santo i segni della passione. Nel medesimo pannello si avverte una spiccata sensibilità per l’elemento paesaggistico che è propria del gusto del tempo.

Dispregio del mondo
Dispregio del mondo (ph O. Ferreiro)

Elemento ricorrente in tutto il ciclo è l’introduzione di elementi estranei e decorativi. Nell’Apparizione di Gesù Bambino a sant’Antonio di Padova, eseguita nel lato prospiciente palazzo Orsini, ora sede del Comune, e narrante eventi della vita del grande taumaturgo, si nota un gatto accucciato sullo sgabello in primo piano a sinistra e dietro una porta socchiusa, è raffigurato il conte Tiso di Camposampiero, stupefatto nell’assistere al miracoloso evento.

Un’altra costante è costituita dal gusto per i costumi esotici, che compaiono spesso nelle scene dedicate ai martiri dell’ordine che coprono il lato del quadriportico parallelo alla strada. La derivazione iconografica degli eroi minoriti trae spunto dai martirii subiti da san Bartolomeo apostolo, san Sebastiano e via enumerando. Il riflesso esecutivo appare evidentissimo.

Con ricchezza inventiva i grandi pannelli sono scanditi da nicchie, nelle quali fra Giuseppe da Gravina esegue emblematiche figure, che simboleggiano le virtù cristiane e minoritiche, ispirandosi iconograficamente al testo Iconologia dell’erudito e letterato Cesare Ripa.[7] Nella parte inferiore una serie di medaglioni accolgono le effigi di sante e santi appartenenti all’ordine francescano e figure di dottori minoritici.[8]

 

Povertà (ph O. Ferreiro)
Povertà (ph O. Ferreiro)

Il risultato finale dell’opera pittorica del quadriportico della Basilica di S. Caterina d’Alessandria a Galatina è di una “galleria” delle glorie francescane, destinata quale luogo di raccoglimento, meditazione e preghiera.


[1] PERRONE B.F., o.f.m., I conventi della Serafica Riforma di San Nicolò in Puglia (1590- 1835), 3 voll., Galatina Congedo, 1981-1982; ID. Storia della serafica riforma di S. Nicolò in Puglia, 2 voll., Bari, Grafica Bigiemme, 1981-1982; ID. La regolare osservanza francescana nella Terra d’Otranto, 2 voll., Galatina, Congedo, 1992-1993.

[2] SPECCHIA D., Gli affreschi del chiostro. Basilica di S. Caterina d’Alessandria Galatina, Galatina, ed. Salentina, 2007

[3] La Basilica di S. Caterina d’Alessandria a Galatina, voluta dai del Balzo Orsini fu custodita dai frati minori fino al 1494. Da tale anno la reggenza del complesso cateriniano passò, per volere del re Alfonso II d’Aragona, ai monaci olivetani e quindi riaffidata agli stessi minori nel 1507.

[4] Padre Bonaventura Quarta da Lama, rievocando l’avvenimento, riporta tale dato. Perrone B.F., I conventi … op. cit., vol. 1, p. 249.

[5] La data è la stessa apposta nell’iscrizione «Del sig.r d.r gio: andrea mongiò sindico 1696» ai lati dello stemma dei Mongiò dell’Elefante.

[6] I primi sviluppi iconografici dell’Apparizione della Vergine a san Francesco d’Assisi sono individuabili ad esempio tra Orazio Borgianni custodito nella chiesa del Cimitero a Sezze del 1608. L’opera è formulata secondo un’accezione di trascrizione del pensiero religioso in termini di affettuosa vita familiare destinati a grandi sviluppi futuri.

[7] Il testo ha ispirato, inoltre, la decorazione delle facciate del Palazzo Ducale a San Cesario di Lecce, del Castello de’ Monti a Corigliano d’Otranto e la galleria del Castello ducale Castromediano-Limburg a Cavallino. Ne troviamo traccia, in forma miniaturizzata, in altri contesti religiosi e profani.

[8] I medaglioni ovali erano un tempo dotati tutti di didascalie in prosa. Oggi permangono solo sotto gli ovali con le immagini del Beato Giovanni Duns Scoto, Guglielmo di Occam e San Ludovico re di Francia.

Il chiostro di S. Francesco di Paola a Grottaglie e il pittore Bernardino Greco da Copertino

 

IL CICLO BIOGRAFICO DI S. FRANCESCO DI PAOLA NELLE LUNETTE DEL CHIOSTRO DEI PAOLOTTI DI GROTTAGLIE

 

di Rosario Quaranta

 

Il chiostro dei Paolotti non è l’unico in Grottaglie; altri ve ne sono, infatti, nei diversi complessi conventuali dei Carmelitani, dei Cappuccini e delle Monache di S. Chiara. Di questi però solo quello annesso al maestoso convento del Carmine risulta degno di particolare nota, sia per la struttura che per le interessanti pitture e decorazioni. Quello dei Cappuccini, molto semplice e di modeste dimensioni, è ormai irriconoscibile come quasi tutta l’imponente struttura conventuale sita, peraltro, in un sito altamente suggestivo sullo spalto  nord della storica gravina del Fullonese, da tempo abbandonata allo scempio e alla distruzione ed ora in fase di recupero e restauro. Il minuscolo chiostro delle Clarisse, in aderenza alla peculiare severità ed estrema semplicità del monastero, non presenta interesse artistico o architettonico. Il chiostro del Carmineappartenente strutturalmente al secolo XVI e completato nelle decorazioni nel secolo XVIII, rappresenta sicuramente un elemento di notevole interesse artistico e architettonico del territorio. Nonostante le modeste dimensioni, si presenta all’occhio del visitatore

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