Sava (Taranto). L’antica chiesa di Pasano

L’ antica chiesa di Pasano posta alle spalle dell’attuale Santuario: il ritrovamento, e l’auspicato termine dei restauri

 

di Gianfranco Mele

disegno ricostruttivo dell'antica chiesa a cura di Angelo Campo
disegno ricostruttivo dell’antica chiesa a cura di Angelo Campo

 

L’antica chiesa basiliana e l’edificazione di un altro stabile intorno al 1712

Primaldo Coco, nella sua opera “Cenni Storici di Sava”, ci informa in più passaggi dell’esistenza di una antica cappella in Pasano, precedente la chiesa tutt’ora visibile e visitabile: quest’ultima, viene difatti edificata nel 1712 in sostituzione del più antico luogo di culto basiliano. Il Coco fornisce anche alcuni particolari in merito alla sua ubicazione, nonché la notizia del trasporto dell’icona bizantina, appartenente alla vecchia cappella, sull’altare della nuova chiesa (la “Madonna con Bambino” posta al centro dell’altare dell’odierno edificio):

“Dopo i tanti singolari prodigi operati ad intercessione della Vergine SS. di Pasano, i Savesi vollero, per singolare loro divozione, fabbricare una nuova chiesa più bella e più grande accanto alla vecchia. Fu questa portata a compimento nel 1712, nel quale anno al 23 marzo fu trasportata l’immagine dalla chiesa vecchia alla nuova e fu collocata in mezzo sull’altare maggiore: al 31 poi dello stesso mese, di giovedi fra l’ottava di Pasqua, fu benedetta. […] A differenza della prima piccola e bassa la nuova chiesa è lunga una ventina di metri, larga otto, ed è molto ariosa.”[1]

Questa descrizione del Coco coincide con quella, precedente, di un anonimo che nel 1897 scrive che il nuovo santuario fu costruito “dinanzi alla vecchia chiesa della Vergine che ora è a ridosso dell’ altare Maggiore e destinato a sacrestia”.[2]

In un passo successivo, il Coco riferisce in merito alla presenza di resti di dimore di basiliani all’interno della masseria di Pasano (situata nei pressi della chiesa, sulla strada che porta verso Lizzano) e della presenza di “ruderi di una antica chiesuola”:

“… in Pasano […] sino a poco tempo fa nella masseria omonima si notavano avanzi di antiche dimore di basiliani, oggi scomparsi per i restauri eseguiti dai diversi padroni. Sul muro dell’antico edificio, eretto a mo’ di castello medioevale, dalla parte della strada che mena a Lizzano, si vedevano alcuni affreschi in parte coperti di calce con alcune nicchie ed altri ruderi di una antica chiesuola oggi nascosti da una scala, che porta al piano superiore di recentissima costruzione. In un gran vano a pianterreno vi sono avanzi di cornici e capitelli parte rovinati e parte corrosi dal tempo con porta d’ingresso rivolta ad oriente, oggi murata e con una cupoletta di forma ovoide alquanto elevata; pare facesse parte dell’antica chiesetta.” [3]

Occorre osservare che il passo sopracitato appare in lieve contrasto con il primo dello stesso Coco, e con le indicazioni fornite dall’ anonimo del 1897: la vecchia chiesa è collocata accanto a quella nuova oppure è poco distante da essa, appunto, sulla strada “che mena verso Lizzano”, all’interno della Masseria?

La prima spiegazione, come si vedrà, coincide con il ritrovamento di un antico edificio posto, trasversalmente, alle spalle dell’altare della chiesa settecentesca, riadattato ad altri utilizzi e dunque “mascherato” rispetto al suo aspetto originario. Nella seconda spiegazione il Coco si riferisce, a quanto sembra, ad un’area poco distante (la vecchia masseria). Dello stesso tenore è un documento del Catasto Onciario: al foglio 105 sarebbe menzionata una chiesetta antica nella vicina masseria di Pasano, dopo aver descritto, al foglio 104, la cappella del 1712 (il documento risale al 1742).[4]

La chiesa fu dunque costruita più volte, nella stessa area ma a una certa distanza ? Se dobbiamo tener fede alle varie ricostruzioni storiche e ai vari documenti, e ricomporre in modo coerente tutto l’insieme delle informazioni, allora dobbiamo ipotizzare che in effetti la chiesa deve essere stata ricostruita almeno per la terza volta a partire dall’insediamento bizantino originale. Il Coco ritiene esistente un culto della Vergine a Pasano già ai tempi delle persecuzioni di Leone Isaurico (717-741)[5], e coincidente con il periodo della edificazione del Limes bizantino: ipotesi, questa, ripresa dal Pichierri il quale sottolinea che il santuario odierno è “l’ennesimo rifacimento della originaria chiesa dell’accampamento[6], riferendosi ad un luogo di culto inserito nell’ambito di un accampamento a ridosso del Limes. Il toponimo Camarda (una delle contrade adiacenti) sta ad indicare inoltre, sottolinea il Pichierri, appunto un accampamento bizantino.

 

Pasano luogo di culto nei pressi del cosiddetto Limes bizantino. La chiesa ritrovata

Più volte il Coco riferisce di Pasano come antico luogo di culto basiliano, citandolo insieme ai vari altri insediamenti nei dintorni di Sava, e descrivendo minuziosamente i luoghi che i monaci basiliani (o bizantini che dir si voglia) vanno a occupare nel territorio, e le chiese che edificarono (di alcune delle quali, come ad es. la chiesa di S. Elia e quella di S. Nicola situate nel cuore dell’abitato di Sava, restano solo tracce documentarie)[7].

A ridosso del cosiddetto (e discusso)[8] Limes bizantino, altrimenti detto Limitone dei greci o Paretone, sorgeva l’antica cappella di Pasano, santuario di frontiera[9] situato in una fascia confinaria che precedentemente era stata anche (secondo le ricostruzioni storiche) luogo di confine tra magnogreci e messapi: successivamente alla spartizione territoriale tra longobardi bizantini, lo fu tra il principato di Taranto e la foresta oritana.

Tornando al Coco, nonostante le sue indicazioni e quelle dell’anonimo ottocentesco, gli studiosi successivi hanno fatto fatica a rintracciare la presenza e i resti dell’antico santuario presso Pasano, tanto da lasciar perpetrare come problema insoluto, per decenni, quello dell’ubicazione della cappella originaria.

E’ solo alle soglie del nuovo millennio, in seguito ad alcuni lavori di restauro, che vengono rintracciati i resti di una costruzione antecedente: a quel punto, non c’è stata alcuna titubanza nell’identificare quei resti come appartenenti alla chiesa che l’anonimo ottocentesco indicò come la “vecchia chiesa della Vergine che ora è a ridosso dell’ altare Maggiore”.[10] 

La notizia è affidata per la prima volta ad una stringata descrizione apparsa nel 2006 in un lavoro di Giuseppe Rossetti, dedicato al Limes Bizantino e al santuario di Pasano[11]. In questo lavoro appaiono tre significative ed eloquenti foto che nella didascalia specificano il riferimento all’antica cappella, i cui resti sono identificabili con quelli descritti dall’anonimo scrittore ottocentesco, situati alle spalle dell’altare della “nuova” chiesa, e posti trasversalmente ad essa: l’antico edificio era stato ristrutturato, gli affreschi erano stati ricoperti ed era stato inglobato in una sala destinata agli usi di un convento-orfanotrofio.

Dell’argomento si è occupato recentemente anche Angelo Campo il quale fornisce diversi particolari descrittivi della antica struttura, una foto e un disegno ricostruttivo.[12]

A tutt’oggi, nonostante siano passati diversi anni dal ritrovamento, i restauri non sono terminati e l’accesso è interdetto ai visitatori.

L' abside dell'antica cappella durante i lavori di scavo, foto Angelo Campo
L’ abside dell’antica cappella durante i lavori di scavo, foto Angelo Campo

 

elementi architettonici dell'altare dell'antica cappella (foto arch. Aldo Caforio, tratta dal citato testo di Giuseppe Rossetti, pag. 33)
elementi architettonici dell’altare dell’antica cappella (foto arch. Aldo Caforio, tratta dal citato testo di Giuseppe Rossetti, pag. 33)

 

L’antica icona della Vergine Odigitria e la nuova chiesa

In un libello divulgativo intitolato “Il santuario di Santa Maria di Pasano”[13] si legge: “Sappiamo da un manoscritto antico che “dalla vecchia chiesa fu tagliato il muro, che aveva su sé dipinta l’immagine della Beata Vergine Maria di Pasano, fu trasportato e incassato sull’altare maggiore”. Non vien citata la data né l’autore del manoscritto, né vi sono altri riferimenti di sorta. Ad ogni modo, c’è anche il Coco che ci informa della medesima cosa, con un passo che abbiamo già citato per intero agli inizi di questo scritto: “Fu questa (la nuova chiesa, n.d.a.) portata a compimento nel 1712, nel quale anno al 23 marzo fu trasportata l’immagine dalla chiesa vecchia alla nuova e fu collocata in mezzo sull’altare maggiore.[14]

Il blocco in pietra raffigurante la Madonna di Pasano
Il blocco in pietra raffigurante la Madonna di Pasano

 

Di datazione incerta[15], l’icona della Madonna, riprodotta su una lastra litica, è senz’altro di scuola e manifattura bizantina. Si tratta di una  Odigitria dexiokratousa (ovvero una “Madonna che indica la via”[16] e che ha la particolarità di tenere il Bambino nella mano destra, la qual cosa la rende rara e distinta rispetto ad altre raffigurazioni di Odigitrie nelle quali invece il Bambino è retto sulla mano sinistra).

A tutt’oggi, è possibile ammirare il dipinto (frutto di numerosi e diversi restauri) che è posto ancora sull’ altare centrale della chiesa.

 

Riassunto e conclusioni

Relativamente recente è la riscoperta di una antica chiesa posta in Pasano alle spalle, e trasversalmente, rispetto alla chiesa edificata nel 1712. Questo edificio “nascosto” era stato modificato sino a renderlo irriconoscibile, e adattato ad altri utilizzi. Si tratta della chiesa indicata dallo storico Primaldo Coco come adiacente e precedente a quella costruita agli inizi del secolo XVIII. L’ubicazione corrisponde anche ad una più dettagliata descrizione fornita da un anonimo ottocentesco. La vecchia chiesa è anche quella dalla quale fu asportata una lastra tufacea su cui era affrescata una Madonna con Bambino di manifattura bizantina: tale lastra fu posizionata sull’altare della costruzione del 1700, dove è ancora esposta. Tuttavia il Coco, nella medesima opera (“Cenni storici di Sava”) aveva fornito ulteriori particolari in merito a quella che può essere considerata una terza costruzione.

Vi sono una serie di elementi che fanno pensare in effetti all’esistenza di un ulteriore edificio, e verosimilmente anche di una iniziale struttura ipogea.

Pasano è luogo di culto e insediamento basiliano posto lungo un asse insediativo (e anche confinario se prendiamo per buona l’ipotesi del maestoso “paretone” ivi ricadente, come residuo del “mitico” Limes Bizantino), che comprende l’antichissima cripta della SS. Trinità in agro di Torricella (c.da Tremola). Si adatta inoltre alle esigenze tipiche dei basiliani che ricavavano spazi nel sottosuolo, essendo provvisto di una serie di cavità e cunicoli[17]. Inoltre il Coco riferisce della presenza dei Basiliani in Pasano ponendo l’accento sia sul loro posizionamento nelle adiacenze del Limes, sia narrando del periodo delle persecuzioni iconoclaste (Leone Isaurico) che avrebbero toccato anche i basiliani presenti in Pasano[18]. A tal proposito riferisce anche dell’occultamento di una icona della Vergine di Pasano “in una cisterna[19] che non può essere l’icona su lastra tufacea asportata dalla chiesa riscoperta e posta sull’altare maggiore al posto di quella “nuova”, ma deve necessariamente essere – se mai è esistita – antecedente a questa.

Nell’attesa – e ancor prima – di chiarire, se mai sarà possibile, questi interrogativi, attendiamo il compimento dei lavori (per la verità piuttosto lenti) di restauro della chiesa ritrovata, che probabilmente apporteranno indizi e chiarimenti anche rispetto ad una serie di elementi qui considerati.

Pasano oggi: la facciata della costruzione terminata nel 1712
Pasano oggi: la facciata della costruzione terminata nel 1712

 

Particolare dell'Altare della chiesa di Pasano con al centro l'antico dipinto della Vergine
Particolare dell’Altare della chiesa di Pasano con al centro l’antico dipinto della Vergine
La chiesa di Pasano come si presentava ai primi del '900 (immagine tratta dal testo del Coco)
La chiesa di Pasano come si presentava ai primi del ‘900 (immagine tratta dal testo del Coco)

 

[1]Coco, Primaldo: Cenni Storici di Sava, Stab. Tipografico Giurdignano, Lecce, 1915, pag. 282

[2]Anonimo, Dei miracoli e dei prodigi operati dalla Vergine SS. Di Pasano (opuscolo dedicato a Monsignor M.T. Gargiulo Vescovo di Oria), Manduria, 1897, pag. 13. Ho ripreso questa citazione di seconda mano, dal testo di Annoscia Mario Il Santuario della Madonna di Pasano presso Sava, Del Grifo Ed., 1996, Lecce, pag. 19 e dal testo di Gaetano Pichierri Le origini del culto di Maria SS. Di Pasano, Italgrafica, Oria, 1985, pag. 129

[3]Coco, Primaldo, op. cit., pag. 29.

[4]Ricavo anche questa citazione dal testo di Annoscia M. (op. cit., pag. 31), che a sua volta cita il Catasto Onciario della Terra di Sava in Terra d’Otranto (Archivio di Stato di Napoli, foglio 105, 1742).

[5]Vedi Coco, Primaldo. op. cit. pp. 20-21: qui il Coco accenna anche ad una icona della Vergine nascosta in una cisterna (a causa delle persecuzioni iconoclaste) difficilmente riconducibile a quella trasportata dalla “antica chiesa” a quella attuale.

[6]Pichierri, Gaetano Le origini del culto di Maria SS. Di Pasano, Rivista Diocesana, Oria, 1985 pp. 127-128

[7] Mele, Gianfranco: Presenze bizantine nel territorio savese: il mistero dell’antica chiesa di San Nicola, i resti della chiesa di S. Elia, e altre note, in: Terre del Mesochorum, agosto 2016 https://terredelmesochorum.wordpress.com/2016/08/13/presenze-bizantine-nel-territorio-savese-il-mistero-dellantica-chiesa-di-san-nicola-i-resti-della-chiesa-di-s-elia-e-altre-note/

[8]Come noto, vi sono incertzze e ipotesi discordanti in merito alla costruzione del “Paretone” ad opera dei Bizantini, v. Stranieri, Giovanni: Un Limes Bizantino nel Salento? La frontiera bizantino-longobarda nella Puglia meridionale. Realtà e mito del Limitone dei greci

[9]In tale accezione, Pasano farebbe parte di una serie di luoghi di culto costruiti appunto sulla linea del Limes Bizantino: San Pietro di Crepacore presso Torre S. Susanna, San Miserino presso San Donaci, Madonna dell’Alto presso Campi Salentina, Madonna delle Grazie presso S. Marzano di S. Giuseppe, SS. Trinità in agro di Torricella. Cfr. Rossetti, Giuseppe: Due significativi monumenti in agro di Sava, Filo Ed., Manduria, 2006, pp. 11-12; Pichierri, Gaetano op. cit., pp. 127-128

[10]Anonimo, op. cit. Su questo argomento si sofferma anche Gaetano Pichierri nel suo lavoro del 1985 (Le origini del culto di Maria SS. Di Pasano, op. cit.) osservando che “oggi a ridosso dell’ Altare Maggiore vi è un lungo salone, rimaneggiato nell’ultimo dopoguerra” (nota 23 a pag. 29 ) ma senza altro aggiungere e dunque, probabilmente, senza immaginare che proprio quel “lungo salone” conservava e mascherava le spoglie della chiesetta, che forse il Pichierri riteneva completamente abbattuta.

[11]Rossetti, Giuseppe: Due significativi monumenti in agro di Sava, Filo Ed., Manduria, 2006

[12]Campo, Angelo: L’antica cappella ritrovata presso il santuario dedicato alla Madonna di Pasano – Sava in: Terre del Mesochorum, gennaio 2015 https://terredelmesochorum.wordpress.com/2015/01/19/lantica-cappella-ritrovata-presso-il-santuario-dedicato-alla-madonna-di-pasano-sava-_-di-angelo-campo/

[13]AA:VV:, Il Santuario di Santa Maria di Pasano, C.S.P. Centro Studi Pubblicitari, Tipografia Centrale, Manduria, senza data

[14]Coco, Primaldo, op. cit., pag. 284

[15] Nel testo di Giuseppe Rossetti (op. cit., pag. 24) viene definita “di tarda scuola bizantina, probabilmente dei primi del sec. XIV”, ma sono state proposte anche datazioni riferite al periodo tra il IX e il X sec. . Poichè l’icona è un affresco dipinto in origine su una lastra tufacea parte del muro della chiesa riscoperta, si potranno integrare, probabilmente, le ipotesi di datazione di questa lastra con gli studi sulla costruzione e sugli affreschi restanti in essa rinvenuti.

[16]Odigitria, dal greco bizantino Oδηγήτρια, colei che conduce, mostrando la direzione. Il termine dexiokratousa invce si riferisce, come già indicato, alla posizione del Bambino sul braccio destro della Vergine. Quest’ultima è una caratteristica piuttosto rara dell’antica iconografia mariana, e in Puglia la si ritrova soltanto, oltre che a Pasano, nell’icona della Madonna di Ripalta conservata nel Duomo di Cerignola.

[17]Questo aspetto è descritto in più passaggi nella citata opera del Coco. A tutt’oggi sono presenti in zona cavità e cunicoli percorribili come la Grotta Grava-Palombara e un inghiottitoio nel cuore della vicina macchia “Fallenza”. Il Caraccio conferma inoltre l’esistenza di cunicoli che si diramano da Pasano verso Sava e verso contrada “Monaci” (vedi Caraccio, Giglio Sava – Cronistoria della cittadina ionica, Schena Ed., BR, 1987, pag. 283) . Sulla rete dei camminamenti sotterranei esistenti in agro di sava v. anche Mele, Gianfranco, Sava-Castelli, la città sotterranea e la necropoli. Documenti, tracce e testimonianze di un antico centro abitato precedente la Sava del XV secolo, in: Terre del Mesochorum, luglio 2015 https://terredelmesochorum.wordpress.com/2015/07/19/sava-castelli-la-citta-sotterranea-e-la-necropoli-documenti-tracce-e-testimonianze-di-un-antico-centro-abitato-precedente-la-sava-del-xv-secolo/

[18]Coco, Primaldo op. cit. pag. 20

[19]Ibid., pag. 21

 

 

 

 

S. Vito ha una pietra forata: appunti per un rito arcaico

Calimera (Lecce), dintorni della cappella di San Vito

di Brizio Montinaro*

Che il Salento sia una penisola estremamente pietrosa non sono più solo gli abitanti del posto a saperlo, non sono i contadini disperati e piegati in due dal lavoro a farne quotidianamente i conti, ma oggi lo sanno anche i tanti turisti che vengono in questa terra dal misterioso fascino, arcaica e piena di sole a trascorrere le loro feriae. italiani e stranieri. Il Salentino ha avuto sempre un rapporto stretto con la pietra. E non è casuale che sia proprio questa terra uno dei siti più ricchi di monumenti di pietra: i megaliti.

Dolmen, specchie e menhir a centinaia sono sparsi per questo estremo lembo d’Italia. Nel 1955 G. Palumbo in un suo ” Inventario delle pietrefitte salentine ” contò poco meno di cento soltanto di questi prismi di pietra alti e sottili. E poi ancora i dolmen, mai veramente contati, e le tante specchie il cui mistero mai e stato risolto. ” Congestio lapidum ” dicono gli antichi storici e stendono un velo. E intanto intorno a questi coni di pietre si intrecciano in una fitta rete storie di sudore contadino, di tesori nascosti, di diavoli che si presentano come grandi bisce nere, more, come more erano altre bestie nella fantasia popolare: i Saraceni che terrorizzavano le genti delle masserie e delle terre costiere nei tempi passati.

In questi ultimi decenni i megaliti hanno cessato completamente di “parlare” ai salentini o, forse meglio, i salentini non intendono più il linguaggio delle pietre monumentali, linguaggio oggi quanto mai difficile, criptico. Sono attratti da altro, da altri problemi, da altre terre. La campagna non li interessa e le pietre che li hanno per secoli angosciati non li toccano più. Sono le coste la loro meta, il loro interesse, la loro speculazione. Ma in tanta indifferenza c’è ancora una pietra degna di attenzione perché parla un linguaggio chiaro e comprensibile. E’ una pietra che almeno una volta l’anno è meta di visite, se non proprio di pellegrini e devoti, come avviene in altri Santuari salentini, di persone che in un certo qual modo la venerano e credono confusamente ad un suo magico potere.

Appena fuori dell’abitato di Calimera, un paesino di origine greca a 15 chilometri a sud di Lecce, ad est del cimitero, nei pressi del fondo detto Malakrito esiste una piccola cappella dedicata a San Vito, chiusa tutto l’anno. Intorno, piccoli apprezzamenti di terreno coltivati in massima parte a olivi e spesso a metà tra la campagna vera e propria e l’orto.

A pochissima distanza le querce di un bosco, del bosco di Calimera. Nell’interno della cappella, leggermente sulla destra, sporge dall’impiantito una grossa pietra calcarea. Su parte della superficie, tracce di colore di un dipinto difficilmente riconducibile ad un preciso momento storico e raffigurante forse l’effigie di San Vito.

Calimera, la pietra forata nella cappella di San Vito

Tutti gli anni, il giorno di Pasquetta, gli abitanti del vicino centro di Calimera andavano, e ancora vanno, a consumare la festa a ” Santu Vitu “, come oggi si

A Palmariggi tutto pronto per la festa della Matonna du Munte

Palmariggi, martedì 6 marzo 2012

FESTA DELLA MADONNA DI COSTANTINOPOLI

nota come “Matonna du Munte”

L’effigie nella cappella della Madonna du Munte a Palmariggi (ph Luigi Panico)

La cappella della Madonna di Costantinopoli sorge fuori dal centro abitato di Palmariggi, in campagna, su di un’altura, e deve ritenersi molto antica. L’edificio è un rarissimo esempio, fortunatamente conservato, di edificio religioso di epoca medioevale.

In tale cappella per molti secoli si celebrarono le sacre funzioni fino a quando, intorno al 1840 o 1848, fu interdetta dall’Arcivescovo di Otranto Monsignor Vincenzo Morelli a causa dello stato precario della costruzione e delle limitate dimensioni.

Gruppo di fedeli davanti alla cappella della Madonna du Munte a Palmariggi (ph Luigi Panico)

Tra la fine del XIX secolo e gli inizi del successivo la nobildonna Carmela Elia, moglie del patrizio di Palmariggi Don Gabriele Modoni, essendo devota della Vergine di Costantinopoli, a proprie spese fece ristrutturare e imbiancare la cappella, ricostruire il piccolo altare e restaurare l’affresco della Vergine; dotò, inoltre, la cappella di una porta e donò per gli usi sacri tovaglie per l’altare e altri oggetti. Quotidianamente la nobildonna si recava sul luogo e per devozione si preoccupava di accendere e far ardere le lampade.

Gruppo di fedeli davanti alla cappella della Madonna du Munte a Palmariggi (ph Luigi Panico)

È da notare che la devozione alla Madonna di Costantinopoli era molto radicata nella nobile famiglia Modoni, tant’è che nella Chiesa Madre, sull’altare di San Giuseppe eretto dagli avi di quella famiglia, come è evidenziato dallo stemma gentilizio posto in alto, vi è al di sopra una piccola nicchia con dentro l’immagine della Madonna di Costantinopoli.

Per antica tradizione ogni anno, il primo martedì del mese di Marzo, festività della Madonna di Costantinopoli, i fedeli devoti di Palmariggi si portano in processione (ore 16.00) dalla Chiesa Madre del paese alla cappella, dove il parroco, quest’anno don Michele Cursano celebra una Santa Messa.

Pietanze da consumarsi nel giorno della fest della Madonna du Munte a Palmariggi (ph Luigi Panico)

Nella campagna circostante, tra il verde degli ulivi, su prati ormai invasi da pratoline e altri fiori spontanei, chiaro segno dell’incipiente primavera, la Pro Loco “Montevergine” mantiene  viva la tradizione di consumare, per l’occasione,  il panino con la mortadella e il provolone, il pane di grano – cotto nel tradizionale forno a legna – con  i “pimmitori scattarisciati”, l’uovo sodo nel sale e nel pepe, le crostate; il tutto accompagnato da un salutare bicchiere di vino, godendo dei primi raggi di sole primaverile e allietati dall’ameno panorama.

(fonte: Pro Loco ‘Montevergine’ Palmariggi)

La campagna circostante (ph Luigi Panico)
Gruppo di fedeli nei pressi della cappella della Madonna du Munte a Palmariggi (ph Luigi Panico)

Chiese rupestri: il ritorno degli studiosi giapponesi

Gravina in Puglia. Chiesa di san Vito vecchio. Cristo Pantocratore

di Giuseppe Massari

Una promessa mantenuta che rinvigorisce l’orgoglio di essere gravinesi. La visita effettuata nell’agosto 2010 dall’équipe italo-giapponese che curerà lo studio delle “Tebaide del Sud Italia” era solo di ricognizione, ma adesso il progetto entra nel vivo con l’avvio della campagna di indagini.

La delegazione di studiosi nipponici, guidata dal prof. Takaharu Miyashita, docente di storia dell’arte occidentale all’Università di Kanazawa e italiani rappresentati dagli architetti toscani Carlo Battini e Massimo Chimenti, è così composta: professori Masaaki Omura, Nozomu Eto, Shigaru Sanada, Shinichi Igarashi; dai tecnici ricercatori dott.sa Mitsumi Miyashita, dott.sa Mutsuyo Miyashita, dott.sa Shigemi Shimomura, dal ricercatore coordinatore dott. Daisuke Kamiguchi e dagli studenti universitari Mariko Oso, Tomohisa Sekiya, Hitomi Kimura, Kota Kawakubo.

Le giornate di studio e catalogazione, iniziate il 5 settembre scorso, verteranno sulle pitture rupestri delle chiese di San Vito Vecchio, San Michele e Padre Eterno, dureranno fino al 16 settembre e si articoleranno in rilievi ad alta definizione tridimensionale, attraverso scanner laser, nel seguente modo:

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

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