Alessandro VII, un papa già vescovo-fantasma di Nardò, e il suo vice

di Armando Polito

Credo che la grandezza di un uomo, tanto più di un papa, sia direttamente proporzionale al modo in cui ha gestito il potere, qualunque esso sia, che la sorte gli ha concesso di esercitare e sfruttato, seguendo l’insegnamento di Cristo, per il bene comune il prestigio e l’autorevolezza (non l’autorità che è tutt’altra cosa …)  dei vari titoli che nel tempo ha collezionato, più che all’indubbio effetto e alla suggestione che possono suscitare le testimonianze artistiche di cui fu sponsor e pure quelle che post mortem  ne hanno perpetuato la memoria1. Nel caso del nostro, poi, esse furono tante che seguono riprodotte solo quelle firmate, tra i vari,  dal più famoso  artista dell’epoca: Gian Lorenzo Bernini (1598-1680).

 

 

busto di Alessandro VII, Palazzo Chigi Zondadari, Siena immagine tratta da http://www.scultura-italiana.com/Galleria/Bernini%20Gian%20Lorenzo/imagepages/image13.html
busto di Alessandro VII, Palazzo Chigi Zondadari, Siena
immagine tratta da http://www.scultura-italiana.com/Galleria/Bernini%20Gian%20Lorenzo/imagepages/image13.html
Roma, Piazza della Minerva/stemma dei Chigi alla base del Pulcino della Minerva, monumento realizzato dal Bernini nel 1667, a poco più di un mese dalla morte di Alessandro VII che glielo aveva commissionato. immagini tratte, rispettivamente da Google Maps e da http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/3/30/COA_Alexander_VII_Chigi.jpg?uselang=it
Roma, Piazza della Minerva/stemma dei Chigi alla base del Pulcino della Minerva, monumento realizzato dal Bernini nel 1667, a poco più di un mese dalla morte di Alessandro VII che glielo aveva commissionato.
immagini tratte, rispettivamente da Google Maps e da http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/3/30/COA_Alexander_VII_Chigi.jpg?uselang=it

 

 

Sepolcro di Alessandro VII, Basilica di S. Pietro, Roma. immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:0_Monument_fun%C3%A9raire_du_pape_Alexandre_VII_-_St-Pierre_-_Vatican_(1).jpg
Sepolcro di Alessandro VII, Basilica di S. Pietro, Roma.
immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:0_Monument_fun%C3%A9raire_du_pape_Alexandre_VII_-_St-Pierre_-_Vatican_(1).jpg

Anche se il recentissimo post Alessandro VII papa dal 1655 al 1667 (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/28/alessandro-vii-papa-dal-1655-al-1667/) di Lucio Causo non indulge sfacciatamente a toni apologetici, mi pare doveroso, per amore della storia e ancor più della verità, ricordare, al di là dell’accusa di nepotismo contestastagli e fino ad ora non smentita,  tre fatti incontrovertibili ed uno, l’ultimo, con beneficio d’inventario:

1) Com’è noto Fabio Chigi fu nominato vescovo di Nardò l’8 gennaio 1635, consacrato il 1 giugno dello stesso anno  e si dimise dalla carica solo il 19 febbraio 1652. Non mise mai piede nella diocesi e delegò subito le sue funzioni a Giovanni Granafei nominato vicario generale l’8 giugno 1635. Domanda: Fabio Chigi, essendo,  poco dopo la sua nomina a vescovo di Nardò, impegnato a Malta  come generale inquisitore e delegato apostolico ed essendo stato nominato alla fine del giugno 1640 nunzio apostolico a Colonia con potere di legato a latere e successivamente, mentre ancora era a Colonia, prelato domestico ed assistente al soglio pontificio, perché, di fronte ad un siffatto numero di cariche, mantenne formalmente per tanto tempo quella di vescovo di Nardò sapendo che nella sostanza non avrebbe potuto assolverla nemmeno con l’aiuto di Dio?2  C’è da meravigliarsi a questo punto se, in ossequio al proverbio neretino ogni ppetra azza parete (ogni pietra eleva il muro), dal 1643 al 1654 fu pure rettore dell’abbazia di Santa Maria de Cesarea? Se si potesse difendere il buon Fabio oggi direbbe: – E allora, come la mettiamo con Antonio Mastrapasqua? -. Lascio la risposta a Mingo …

2) Durante gli anni del suo formale episcopato ci fu la brutale repressione dei moti del 16473 nel corso della quale né il Granafei né lui mossero un dito a difesa della popolazione e a condanna di tanta brutalità. Lo fecero, forse, per evitare per la popolazione guai peggiori (?) e per loro semplicemente guai?

3) Nel 1666 Fabio Chigi, dal 1655 papa col nome di Alessandro VII,  nominò arcivescovo il Granafei. Qui manifestò almeno buon gusto, (non so se calcolato …) nell’attendere che da quello spargimento di sangue innocente passasse quasi un ventennio.

4) In Pier Giacinto Gallizia, Vita di S. Francesco da Sales, Pezzana, Venezia, 1762 (quinta edizione) , pagg. 314-316 si legge quanto segue4: Essendo notissima al mondo la divozione, che professava al sant’uomo Fabio Chigi, ognuno presagiva, che Alessandro VII null’avrebbe risparmiato per canonizzarlo. Ed affinché sappiano i divoti del Santo donde procedesse quella speciale divozione, che gli aveva questo gran Pontefice, raccontandosi variamente da molti, sarà a proposito, che io narri qui ciò, che vi ha di più certo, essendo stato confidato dal Papa ad un gran Personaggio. Deve dunque sapersi, ch’essendo il Chigi partito da Siena sua patria per andare a Roma, ancor irrisoluto sopra lo stato di vita, ch’egli prenderebbe, incontrò a caso Francesco di Sales in un’osteria, dove ritornando da Roma soggiornava quella sera. S’abbattè poi di passare davanti a lui, e di salutarlo nel primo arrivo, il che diede motivo al buon Prelato di dirgli, che dopo, che col riposo si sarebbe rifatto delle fatiche del viaggio, si lasciasse vedere: la benignità, e dolcezza, con cui parlò, l’opinione, che correva per il mondo, della sua santità, la maestà soave del suo sembiante fecero abbracciare al Chigi con piacere l’occasione di trattare seco, e perciò non mancò di portarsi al più tosto da lui, stimandosi fortunato nel suo incontro. Parlarono di cose virtuose, e sante, ed osservò il Chigi, che le sue parole gli penetravano il cuore. Dopo varj discorsi gli dimandò qual fosse il suo fine nell’andare a Roma, n’ebbe per risposta, non avesse alcun disegno fisso, bensì giunto che fosse in Roma pensare di consultarsi co’ suoi amici, per appigliarsi a quella professione di vita, ch’essi giudicherebbe più propria. Allora soggiunse il Santo, se non avere anche preso consiglio da Dio; e senz’aspettare risposta disse, volersi consigliare egli pure per lui, e che se ne conosceva il volere glie l’avrebbe notificato prima di partire. La mattina seguente, visitato di bel nuovo dal Chigi, gli disse chiaramente, ch’abbracciasse pure lo stato Ecclesiastico, e perciò giunto, che fosse in Roma, s’applicasse allo studio della Sacra Scrittura, e de’ Canoni; come egli promise subito di fare. Stando poi per partire, nel licenziarsi, Francesco presolo in disparte, gli disse:- Giacché vel mi promettete d’abbracciare lo stato Ecclesiastico, promettetemi anche una cosa molto necessaria per la vostra salvezza, ed è di non ricercare giammai alcun benefizio Ecclesiastico-. Glielo promise il Chigi, ed allora il Santo abbracciandolo con grande cordialità, soggiunse: -Se voi osservate fedelmente la promessa, che fate presentemente a Dio, vi prometto per parte sua, che averete un dì il più grande benefizio della Chiesa-. Come poi il successo verificasse la perfezione, ognuno le vede. Intanto il Chigi non dimenticò mai più i divoti ragionamenti uditi dal Santo, il quale e con qusti, e con le sue incomparabili maniere gli aveva rapito il cuore: andò in Roma, s’appplicò agli studi, maneggiò quegli affari, che furono commessi alla sua abilità; ma non si smarrì la memoria di Monsignor di Geneva. Tutto questo racconto è dell’Anonimo al c.14 del lib. 5 della vita del Santo. Cita egli in margine chi accertò averlo udito dalla bocca del Papa medesimo, a cui fa dire che riesce di grande consolazione ad un Sommo Pontefice, quando mette nel numero de’ Santi quel giusto, della virtù di cui può egli produrre pruove, e argomentare da ciò che vide, e udì, ch’era ripieno dello Spirito d’Iddio. Eppur è forza di confessare che l’incontro sia seguito altrove che nel ritornare il Santo da Roma: o che siansi mal intese le parole del Papa. Francesco non fu in Roma che prima d’esser Vescovo, ed allora Fabio Chigi appena contava due anni. Ben potrebb’essere che la predizione fosse fatta al padre, e non a lui, come dicono alcuni, e che nel vederlo fanciullo, gli fosse manifestata la sua futura dignità; il che accordò il Signore a S. Vincenzo Ferreri, e a S. Francesco di Paola. Se poi è arrivato in altro tempo l’incontro, devonsi cambiare nel racconto alcune circostanze, e potrebb’esser seguito nel 1613 quando già aveva il Chigi 15 anni, e fece Francesco il viaggio di Milano. E quantunque ben si sappia che da Siena si va a Roma senza toccare Milano, che fa se ivi non aveva il Chigi qualche interesse, oppure che prima di portarsi a quella Città che è Capo del Mondo, non abbia voluto visitare il Sepolcro di S. Carlo canonizzato di fresco, o vedere Milano che con Roma pretese già di gareggiare? Comunque siasi, allorché Fabio ritrovò la Filotea, non cessava di leggerla, e successivamente ne fece altrettanto de’ libri del santo, esaltando fin alle stelle, com’era dovere, la sapienza celeste, che contengono, ed il profitto, che se ne ricava, come si vede da una lettera da me, portata in altro luogo. Fatto poi da Innocenzo X Nunzio in Colonia, ed inviato Plenipotenziario della pace, che si doveva trattare in Munster, passando in Annisi trattò con la madre di Chaugì, la quale gli disse, di sapere, che il suo Venerabile Fondatore gli aveva predetto il Sommo Pontificato, e che sperava di vederne ben presto l’effettuazione col pensiero, che l’avrebbe favorevole per metterlo sugli Altari, soggiungendo, che sperava di più, cioè a dire, che anco prima d’allora si sarebbe degnato di procurare la sua Canonizzazione con tutti quei mezzi, che gli sarebbero stati possibili. Promise il Chigi ogni sua opera, e conchiuse il suo discorso con queste parole: — Se sarò fatto Papa, lo dichiarerò per Santo-. Rinnovò pure la promessa fatta di adoperarsi per la sua Canonizzazione, quando da Munster mandò al Monastero d’Annisi grossa somma di contante per contribuire alla fabbrica della Chiesa, dicendo di avere sperimentati nella propria persona gli effetti dell’intercessione di Francesco, per mezzo di cui era guarito da pericolosa, e mortale malattia, per lo che a titolo di gratitudine inviava quel danaro. Or essendo salito sul trono di S. Pietro, la Chaugì, nel felicitarlo, lo supplicò a degnarsi di aver memoria della sua promessa, ed altrettanto fece la madre di  Montmorencì, (già Duchessa, della Casa degli orsini di Roma), e le Religiose d’Annisi; onde il Papa incominciò a pensar seriamente a questo grande affare. Fu poi anche determinato dalle sollecitazioni delle maestà Cristianissime, assicurandolo la Regina Madre, che oltre al dovere a Francesco la guarigione del fu re Luigi XIII di gloriosa memoria, allorché in una sua pericolosa infermità gli fu applicato il suo cuore, gli doveva altresì la vita di Luigi XIV, suo figlio, dicendo, ch’era stato risanato dal vajuolo, e conservato alla Francia per la sua intercessione. Alle sollicitazioni di queste Maestà, unirono poi anche le proprie, Enrichetta Regina d’Inghilterra, il Duca di Savoia, e la Duchessa madre, gli Elettori di Treviri, Magonza, e Baviera, ed altri senza numero, contandosi otto Principi, dieci Duchi, sette Duchesse, quattro Marescialli, venti Titolati, settant’otto Città, venticinque Parlamenti, trent’otto Arcivescovi, e Vescovi, ventinove Collegiate, sette Generali d’Ordini, venti Abati, quaranta case Religiose di varj Istituti, e sessantanove Monasterj della Visitazione. Non poteva un Pontefice sì affezionato al Santo resistere a tante istanze, ma resisteva all’esecuzione di questo, ardirei dire, comune desiderio, il decreto con cui Urbano VIII proibì alla Congregazione de’ Riti il procedere nelle cause della Beatificazione, e Canonizzazione de’ servi di Dio, se non se dopo passato l’anno cinquantesimo dal dì della morte loro. Perciò convenne al Sommo Pontefice di dispensare da detto decreto, per anni quattordici, privilegiando Francesco di Sales, sicché prima di tale scorsa di tempo potesse la Sacra Congregazione aprire i processi, esaminarli, e fare le formalità solite, e necessarie in casi consimili. Ma nel decreto, con cui derogò a quel di Urbano, adduce tali motivi, che facendo molto onore al Santo, devono qui aver luogo. Dice adunque, che si moveva per ragioni efficaci, che forse in altro tempo avrebbe dichiarate: per compiacere il Re, e tutto il Clero della Francia, ed anche molto più per cagione del singolar ossequi professato da Francesco alla Santa Sede, di cui ne’ tempi di Clemente VIII, Paolo V e Gregorio XV aveva eseguiti con tanta puntualità, e giubbilo gli ordini: per li segnalati meriti, che aveva verso la Religione Cattolica, alla quale aveva acquistati settantadue mila seguaci ritolti all’Eresia; e finalmente per avere con la sua pastorale sollecitudine convertiti alla fede Cattolica Borghi, Città, e Provincie confinanti a Geneva. Tal decreto spedito fu a’ 20 di Giugno 16595. Testimonio il Papa nel Concistoro segreto de’ Cardinali, che essendo egli in Munster Nunzio Appostolico, fu tagliato per guarirlo dal male di pietra, e che stando per ispirare, attesa la violenza dell’operazione, col raccomandarsi a Francesco di Sales, lo vide davanti a sé, e ricevutane la benedizione, si ritrovò in un subito risanato.   

Ammesso che sia attendibile quanto ho appena finito di citare, mi chiedo: Fabio Chigi avrebbe lo stesso santificato Francesco se quest’ultimo non gli avesse predetto l’ascesa al soglio pontificio, e se, come lui stesso sembrerebbe aver dichiarato, non avesse potuto, voluto o dovuto compiacere una caterva di pezzi grossi, tra cui, come sempre succede, alcuni molto grossi, uno grossissimo? Tralascio il miracolo di cui sarebbe stato beneficiario perché, se non ci fosse stato, certamente non avrebbe potuto proclamare santo nessuno, come per lo stesso motivo sarebbe stato più improbabile poterlo fare se avesse dovuto rispettare il decreto di Urbano VIII (infatti, essendo morto Francesco di Sales nel 1622, avrebbe dovuto attendere il 1672, cioè il suo 73° anno; e non si sbagliava, perché morì nel 1667); si può perciò escludere che il suo decreto ante tempus sia stato pure un egoistico espediente per garantirsi di passare alla storia prima di passare al mondo dei più?

Più avanti, a pag. 318 si legge: Nella chiesa cattedrale poi di Nardò, di cui egli [il Chigi] fu molti anni vescovo fu altresì fabbricata una cappella famosa, in cui si conserva un dito indice della sua [di S. Francesco di Sales] mano é, onde se ne celebra solennemente la festa. È ora quella Chiesa governata da Monsignor D. Antonio Sanfelice…

Di questa cappella6 e della inevitabile epigrafe che avrebbe dovuto accompagnarla, nonché della reliquia,  non resta traccia, ma, se la notizia corrisponde al vero, essa fu testimonianza di autentica devozione o personale desiderio di Alessandro VII di essere ricordato nella città di cui era stato il vescovo-fantasma?

Non posso chiudere questo post senza spendere poche parole su Giovanni Granafei al quale il Chigi, in tutt’altre faccende affaccendato, aveva delegato, come s’è detto all’inizio, la funzione vescovile. Nel suo piccolo anch’egli volle lasciare testimonianza visiva del suo passaggio terreno. Tra le tante epigrafi perfettamente conservate che lo riguardano mi piace ricordare, paradossalmente per motivi che saranno chiarissimi solo alla fine, proprio quella malridotta, come il resto della fabbrica che la ospita,  ancora visibile nella chiesetta di Santa Maria delle Grotta nel territorio rurale di Nardò (tutte le foto che seguono sono mie)7.

Sulla parete destra della parte ipogea, il cui ingresso è evidenziato dalla freccia e riproposto dall’interno nella foto a fianco, è ancora visibile lo stemma del Granafei e al di sotto di questo l’epigrafe in questione.

 

D. O. M. JOA(N)NES GRANAFEUS BRU(N)DISINU(S)/U(NUSCUIUSQUE) I(URIS) D(OCTOR) PROT(ONOTARIUS) AP(OSTOLICUS) PRA(EPOSITUS) RE(GULARIS) VIC(ARIUS) G(ENERALIS) HOD(IE)/D(OMINI) FABII CHISII  NERIT(ONENSIS) EPI(SCOPI) ET IN GER(MANIA)/HESPERIORI NUN(TII) APOS(TOLICI) HANC ECCL(ESIAM)/[……………/……………/…….] ANNO DOMINI MDCXL

 

A DIO OTTIMO MASSIMO GIOVANNI GRANAFEI DI BRINDISI

DOTTORE DI ENTRAMBI I DIRITTI PROTONOTARIO APOSTOLICO PREPOSTO REGOLARE VICARIO GENERALE OGGI DEL SIGNOR FABIO CHIGI VESCOVO DI NARDÒ E IN GERMANIA OCCIDENTALE NUNZIO APOSTOLICO QUESTA CHIESA [………./………/……] NELL’ANNO DEL SIGNORE 1640.

 

L’epigrafe, dunque, fu apposta sette anni prima dell’eccidio ricordato e sicuramente quando il Chigi era stato nominato nunzio apostolico, cioè dopo la fine del giugno 1640. Il suo stato attuale e quello dell’intero fabbricato, mi ricordano lo strazio non di pietre ma di carne umana del 1647. Vandalismo a parte, sic transit gloria mundi….

 

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1 Oltretutto il personaggio di cui si parla nacque particolarmente favorito, nel senso che apparteneva ad una famosissima e facoltosissima famiglia di banchieri, i Chigi; i suoi nipoti Mario e Agostino acquistarono dagli Aldobrandini quello che sarebbe diventato palazzo Chigi, poi, dopo la vendita allo Stato italiano nel 1916, sede definitiva dal 1963 della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

2 Si legge in Sforza Pallavicino, Della vita di Alessandro VII,  Fratelli Giachetti, Prato, 1849, libro I, a pag. 77:  Appena il Chigi ritrovavasi a Messin, che seppe essergli stato destinato dal Papa in cambio di Nicastro Nardò, chiesa di congrua dote, la quale poi gli è stata d’opportuno sovvenimento per supplire a’ grossi e necessarj dispendj della straordinaria nunziatura alemanna.

Sempre nello stesso libro alle pagg.  91-92: Con più grave jattura della sua borsa deliberava di far un’altra azione, la qual riputava non di magnanimità, ma di giustizia e di convenienza. Aveva egli posseduta per tre anni la chiesa di Nardò, ma con l’animo, e non col piede, e si vedea destinato ad altra occupazione rimota di luogo, e diuturna di tempo [nomina a Nunzio in Colonia]: gli venne però in animo di rinunziarla, parendogli ingiusto godere i frutti assegnati per ricompensa del servigio, e non prestarlo. Benché l’impedimento fosse legittimo per l’obbedienza debita al superiore, e sincera da ogni sua richiesta ed industria, ciò nondimeno scusarlo bensì dall’adempimento dell’assistenza tacitamente promessa nel matrimonio spirituale, non già dall’obbligazion di riporre, quant’era in lui, la sua sposa in libertà, insieme con la dote, acciocché fosse provveduta d’altro sposo non impedito ed assiduo. Ne prese consiglio da persona religiosa a lui confidente, e questa l’interrogò, se la chiesa, stando egli lontano, pativa molto in quelle cose, in cui non sogliono patire le chiese che hanno presente il pastore; imperocché se ciò era, e non vi fosse rimedio per altra via, doveva egli procurar la rinuncia: ma il Chigi rispose di no. Più oltre fu interrogato, se il suo vicario governava la chiesa punto men bene di quel che sogliono governarla i presenti lor vescovi; perciocché in tale evento, quantunque picciol fosse stato il vantaggio, era opera non già d’obbligazione, ma di perfezione di procurare alla sua chiesa accrescimento di buon governo col rinunziarla; ed anche in questa parte rispose di no; perché egli, non potendo servire alla sua chiesa personalmente avea usate esquisite diligenze per provederla d’un buon vicario, e trovandovelo messo dalla s. Sede, ve lo confermò, facendogli larghe condizioni, onde i popoli, e ‘l clero unitamente n’erano soddisfatti, ed il commendavano assai, e secondo la qualità comune de’ vescovi, che a quella chiesa sarebbono potuti toccare, non era verisimile, ch’ella fosse da loro meglio amministrata, che dal suo presente vicario. Udito ciò, quel religioso il confortò, che la ritenesse con ogni tranquillità di coscienza: e così fece, ma sempre in modo, che non usò mai opera per aver nuovo uffizio, o per continuar nell’antico, sicché la residenza gli venisse impedita; anzi sempre desiderò d’esercitarla disegnado di far vita comune co’ suoi canonici ad uso de’ santi vescovi. E qualora quelli della sua diocesi diedero memoriale al pontefice per riaver o piuttosto per avere una volta il loro pastore sempre assente, egli non solo non contraddisse, ma fe’ rispondere, ch’essi aveano ragione, e che a lui sarebbe piaciuto , che fosse lor fatta.

Nel libro II, a pag. 175: Né il Papa [Innocenzo X] nel dargli questi onorati pesi [dopo la nomina a cardinale avvenuta il 19 febbraio 1652 gli vennero assegnate quattro Congregazioni: del Sant’Uffizio, del De propaganda fide,  per l’esame dei vescovi, di Stato] trascurò di sovvenirlo a sostenere altri pesi più molesti, che alla nuova dignità venivano congiunti. Per le spese straordinarie dei primi giorni gli diede un sussidio di tremila scudi e disse al cardinal Pamfilio: – A quest’uomo conviene che pensiamo noi, perché egli niente pensa a se stesso-. Volle anche fornirlo stabilmente d’entrate, e oltre a qualche cosa che gli avea dato innanzi alla promozione, gli aggiunse pensioni e benefici di nuovo. Ma deliberò di sciorlo dal vescovado di Nardò, non gli parendo dicevole, che in quell’abito egli rimanesse vescovo d’una piccola città baronale nel regno di Napoli. Ed in cambio gli offerse ad arbitrio di lui o la chiesa d’Imola assai principale nella Romagna, ovvero in luogo d’essa  tanto d’annua ricompensa (come altri per quella mitra esibiva) quanto n’agguagliasse tutte le rendite. E di più gli diè facoltà di nominare chi gli paresse alla chiesa di Nardò con ogni patto a suo favore più vantaggioso. Alla prima parte rispose, che né poteva mostrarsi inclinato a prendere la nuova chiesa, mentre sua Santità non voleva che andasse alla residenza, come per se stesso era pronto; né dall’altra banda gli pareva conveniente quella maniera d’imporre altrui la soma del vescovado, ed accettare la ricompensa di tutte l’entrate costituite dalla pietà de’ fedeli per sostentamento del vescovo. Dover bene le chiese particolari contribuire a mantenere i senatori della chiesa universale, ma non esser equa contribuzione dare il tutto. Le considerazioni contro la seconda parvero più valevoli, che quelle contro la prima. Avvegnaché il cardinale sarebbe stato assente dal vescovado per le ragioni approvate dal concilio di Trento, ed anche da lungi l’avrebbe amministrato meglio, che altri di presenza; e così di fatto il pontefice diede al cardinale la chiesa d’Imola. Intorno a quella di Nardò egli accettò dal Papa il disporne, ma sotto condizione, purché s’inducesse a pigliarla uno a cui pensava, e della cui attitudine era sì certo, che con l’elezione d’esso credeva di rendere qualche gratitudine alla sua sposa, la cui dote avea posseduta molt’anni con trarne opportuno aiuto nelle sue nunziature

3 http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/08/16/lolocausto-di-nardo-un-tributo-doveroso-ai-suoi-martiri-a-363-anni-dalla-loro-tragica-fine/

4 Lo trascrivo integralmente per fugare nel lettore qualsiasi dubbio di aver estrapolato ad arte ciò che mi faceva più comodo.

5 La bolla di canonizzazione emessa in data 19 aprile 1665 è riportata integralmente alle pagg. 318-325. Il testo del Gallizia è reperibile all’indirizzo

http://books.google.it/books?id=bVN-Q2_tIMAC&printsec=frontcover&dq=gallizia+sales&hl=it&sa=X&ei=gXfAUM2RHsaXtAbki4DoDg&ved=0CDYQ6AEwAQ#v=onepage&q=indice&f=false

6 In realtà la cappella fu fatta costruire da Giovanni Francesco Cristaldi, personaggio legato alla famiglia Chigi,  che nel 1668 commissionò a Pietro Lucatelli (pittore romano del XVII secolo) proprio per la cappella un dipinto, non più rintracciabile, raffigurante il santo.

7 Sulla fabbrica: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/14/note-storiche-e-decrittive-della-chiesetta-di-santa-maria-della-grotta-in-agro-di-nardo/

Sull’epigrafe più dettagliatamente: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/14/non-ci-sono-alibi-2/

Gallipoli. Tra i deserti del carparo, la “Mater Gratiae” di Daliano

                             L'affresco di Mater Gratiae                                                                                                                                           di di Piero Barrecchia

 

Esiste un luogo sacro, tra Gallipoli ed Alezio, da tempo immemorabile. Fino a qualche decennio addietro l’edificio era preannunciato da un maestoso Osanna, sormontato da una croce, al quale, defilato sulla destra, faceva compagnia un pozzo con paraste semplici, doppia coppia di colonne quadrate ed un arco a tutto sesto. L’invito all’edificio sacro, nelle sue semplici modanature, è interrotto da quell’unica nicchia che incorona l’ingresso principale, contenente una Madonna in pietra, monocromatica, di quel colore dell’alba che connota la pietra leccese, assisa su un tronetto biondo di carparo, di quel carparo estratto dalle vicine cave. Chiaro omaggio del luogo alla Vergine da cui prende il nome  “matercrazia”.

E’ un luogo di equilibrio tra la vita cittadina ed il riposo dello spirito. Lo fa intendere anche la sua posizione. In mediazione, tra i baratri delle “Tajate” e la rassicurante pianura su cui sorge da secoli. Luogo sacro,  prima inviolato, poi dimenticato e defraudato, infine recuperato.

In equilibrio, tra un passato troppo remoto, evanescente ed incerto ed un presente costellato da atti di donazione di opere, culto, fede e fatica. Equilibrio tra cripte oscure portate nell’intimo e santuari innalzati, spontanei, ispirati dall’affresco, bizantino, sulla parete di fondo, la “Mater Gratiae”.

Alla visione si può accedere dalle tre porte, segno evidente di una struttura importante. E’ facile intravedere tra le crepe della galatea calce un avanzo d’affresco, cosa che fa presuppore ad un intero ciclo pittorico che svela il suo apice nell’affresco centrale della Vergine con Bambino, fino ad innalzarsi oltre il mediano cornicione, sulla parete di fondo, che imprigiona un paradiso di Santi ossidati, ove solo la Trinità resiste nelle sue cromie.

Il tutto risulta equilibrato da scansione di archi ciechi, a tutto sesto, che convogliano le loro forze ritmate verso l’arco centrale sovrastante il presbiterio. Tutto è armonico, tra l’alternanza dei chiaro-scuro delle finestre, delle quali una funge da ingresso centrale alla luce ed irrompe sul prospetto principale. Tutto è unanime, persino gli ornamenti scolpiti del soffitto ed i cornicioni perimetrali, nel condurti a quello sguardo materno, con, sulle ginocchia, un Figlio benedicente, colorato da tempere tenui e da ricordi svaniti di pennellate staccate, non più recuperabili. Tutto risulta sobrio, ma non povero, armonico eppur barocco. Persino le memorie conducono a quell’unico affresco che ha attraversato i secoli e le strutture, rimanendo sempre e comunque, l’unico superstite.

Da ”Assunta dei Basiliani” a “Sancta Maria de Balneo”, da “Madonna Adigria o Odigria” a “S.Maria di Costantinopoli”, fino a “Santa Maria delle Grazie o di Daliano” all’attuale “Mater Gratiae”, dal periodo bizantino fino all’era contemporanea.

L’interno era ornato da due statue lignee di S.Lazzaro e S.Domenico, riposte nelle due nicchie laterali del presbiterio. Vi erano due dipinti rappresentanti S.Francesco e S.Andrea, che affiancavano l’affresco principale della Vergine, racchiuso in una lignea cornice, attualmente in restauro. Inoltre, impreziosivano l’interno, due tele, di notevole dimensione, sfondo alle due arcate adiacenti la zona presbiterale e rappresentanti l’una la “Presentazione della Vergine al Tempio” e l’altra la “Nascita del Redentore”. Memoria antica e storia gloriosa, si confondono con i vaghi ricordi.

Il tempo che ha consunto le opere e mani sacrileghe che hanno trafugato sculture e dipinti, non hanno potuto nulla per asportare una devozione mai interrotta e sempre viva. Nulla rimane degli antichi e preziosi omaggi a quella Madre che, per fortuna, da secoli, è riuscita a trattenere sulle sue ginocchia quel Figlio benedicente. L’amore spontaneo verso tale luogo ha, comunque sia, contribuito a restituire alla memoria collettiva l’importanza e la sacralità del sito.

Da ormai un decennio il culto è stato ripristinato ed anche l’aspetto del sito si è arricchito di recenti donazioni spontanee, tutte di fattura locale. All’esterno, nella nicchia sovrastante l’ingresso principale, è stata ricollocata una recente statua della Vergine.

Restituita l’Osanna, ai cui piedi campeggia una croce ferrea con i simboli della passione. Arricchito lo spazio esterno con un altare in carparo sovrastato da un crocifisso in pietra. Circondano l’opera le panche in cemento ed una via crucis in terracotta e carparo. Completano il decoro esterno un recinto ligneo che custodisce il simulacro di S.Pio da Pietralcina ed un basamento, in carparo, sovrastato dalla statua del Beato Giovanni Paolo II, figure moderne di spiritualità, festeggiate nelle loro rispettive memorie liturgiche.

La chiesa è aperta ogni sabato per le funzioni religiose e l’inglobato edificio monastico è  annualmente scenario di un suggestivo presepe vivente, oltre che della spettacolare accensione della “focaredda” in onore di S.Antonio Abate.

Prospetto principale della Chiesa
particolare del prospetto principale della chiesa

L’ingresso.  

L’ingresso al luogo di culto è stato arricchito da una bussola lignea. All’interno dell’aula liturgica sono stati collocati due confessionali ed una nicchia, lignea, finemente lavorata, proveniente dalla gallipolina chiesa di S.Francesco d’Assisi, che custodisce la statua, in cartapesta, della Madonna delle Grazie, dono della famiglia dei Cavamonti ed oggetto di venerazione nel terzo lunedì di Ottobre. Rifatte, in pietra locale, le acquasantiere che adornano i pilastri d’ingresso. Restaurato e riportato all’antico fascino l’affresco bizantino di “Mater Gratiae”, che negli ultimi anni del 1900 era stato picchettato e ridipinto. Le panche lignee sono un dono aletino. In restauro la fastosa cornice che circondava l’affresco. Una novella nicchia ospitante un bel simulacro di S.Antonio da Padova. All’interno dell’unica navata è appesa, sulla destra del centrale ingresso, una stampa oleografica del secolo scorso, rappresentante la Deposizione. Una nicchia lignea racchiude una statua del Cristo Risorto.

particolare dell'affresco absidale
particolare dell’affresco absidale

I pilastri sono scanditi da una moderna via crucis in gesso alabastrino, montata su supporti lignei. Le due porte laterali sono sovrastate da due dipinti, eseguiti e donati nel 2012, che hanno voluto restituire la memoria storica di quelli preesistenti, certo nel titolo, non nelle dimensioni, né nell’impostazione pittorica di quelli, di cui non rimane testimonianza, neppure fotografica.

A proposito delle attuali rappresentazioni, è necessario soffermarsi per spiegarne il contenuto, attinto dalla storia di questa chiesa-santuario. Quello sulla parete sinistra raffigura la “Presentazione della Vergine al Tempio”. Maria bambina è accolta dal sommo sacerdote, sul pronao di un ipotetico tempio, al vertice di una scalinata. Alle spalle delle scena principale, si apre un prospetto che coglie, in prima linea, i visi degli anziani genitori, i Santi Anna e Gioacchino, preludio all’orizzonte retrostante, composto dall’antica collina verde che discende dal sito di Daliano fino al centro storico di Gallipoli, assiso sul ceruleo mare. I riferimenti topografici fanno intravedere il percorso che va dalla Chiesa dei Cappuccini, detta “S.Anna”, sul colle S.Giusto, fino al Santuario di “Santa Maria del Canneto”. Il tutto è sovrastato da una scena cherubica.

L’altra tela rappresenta la “Nascita del Redentore” Le figure classiche del presepio sono  amalgamate con la tradizione locale. Il tutto si svolge in agro di Alezio, sublimato, sullo sfondo, dalla sagoma del Santuario di “Santa Maria dell’Alizza”, ospitante, nel suo pronao i quattro magi, come da tradizione locale. Mentre il riposo del dormiente trova collocazione ai piedi dell’osanna. La campagna distende i suoi sentieri ai locali pastori fino al luogo dell’evento, che per l’occasione si svolge in una cava. La Vergine è distesa, per ricordare un aneddoto aletino, secondo il quale, dopo aver salvato Alezio da un terremoto, la Madonna, stanca, si riposò in questa contrada. Ma, anche, per rendere omaggio al culto bizantino, che rappresenta usualmente, al momento del parto, Maria distesa nella mangiatoia, mentre il S.Giuseppe custodisce la divina maternità, ospitata in una cava di carparo ed annunziata dalla colomba dello Spirito Santo e dalla scena cherubica. Una popolana in primo piano, in offerente atto, porge un cesto ricolmo di olive. Chiara allusione alle passate fortune economiche della Città di Gallipoli, quando era dedita al commercio dell’olio lampante. Nella mano sinistra è visibile una corda, sulla quale è dipinta in vermiglio, la data “1544”. Tale data riporta ad un fatto storico avvenuto in quell’anno del quale, l’esito positivo venne attribuito all’intercessione della Vergine. In particolare, si tramanda che sull’acquasantiera alloggiata sul pilastro destro della chiesa, si conservava un pezzo di fune proveniente da una nave turca che fece naufragio, sulle coste gallipoline, determinando la salvezza di tutti gli ostaggi cristiani prelevati dalle scorrerie turche in terra salentina e calabrese.

Le due tele costituiscono, nel loro intento, un dittico che riproduce le due città limitrofe e che riporta, idealmente, gli eventi rappresentati, come se si svolgessero nel luogo di “Mater Gratiae”. I dipinti sono racchiusi da due artistiche cornici lignee, indorate. La premura della devozione antica, si fonde con il rinnovo contemporaneo e moderno, con l’estetica, l’architettura, la pittura, tra iniziative personali e corali, a volte riparatrici di gesti e di ingiurie, a volte, solo, piene di gratitudine. Sempre volontarie.

Non è opportuno tralasciare i luoghi intorno alla chiesa, pregni da alto valore artistico e naturalistico che si coordinano tra loro, lasciando un senso di equilibrio e di armonia nel visitatore. Per un invito alla conoscenza del luogo descritto, si rimanda ai paragrafi contenuti in recenti pubblicazioni, quali “Sulle orme di Maria” di Giuseppe Marino e “Gallipoli Sacra” di uno scrittore locale.

E’ indubbio il valore del lavoro monografico più rilevante, stilato da S. Bolognese, nel suo “La chiesa di S.Maria delle Grazie o di <<Taliano>> nel territorio di Gallipoli”,  pubblicato in “Contributi”, Rivista della Società di Storia Patria per la Puglia, Anno V, n.1 marzo 1988, Ed. Congedo. Il testo ora citato, oltre ad offrire un contributo eccezionale e puntuale dal punto di vista storico ed artistico del sito, ci regala una foto d’altri tempi, che esprime tra le righe, una descrizione sulla vita quotidiana di allora in queste contrade, quando i “cavamonti”, invocavano la loro Vergine ed a lei si affidavano: (…)””a questa categoria si deve ancora oggi quella minima cura e la conservazione del rito con una festa che si tiene il giorno successivo alla seconda domenica di ottobre di ogni anno. (…) Il loro lavoro si svolgeva dall’alba al tramonto sotto le viscere della terra in enormi ed esotiche gallerie o vani a campana. Questo lavoro veniva sospeso soltanto per la consumazione di un frugale pasto composto da un pezzo di pane bagnato, cosparso, qualche volta, d’olio d’oliva con qualche pomodoro o peperoncino e per bevanda l’acqua che si raccoglieva in <<ombili>> o <<quartare>> (recipienti di terra cotta tipici del posto) lì dove la roccia lambiccava gocce d’acqua freatica che, attraverso il materasso freatico, filtrava e filtra ancora oggi. Alla Vergine  questa gente si è rivolta e continua a rivolgersi invocandone la protezione e rifugio (…)””. Questa piccola, grande oasi di “Mater Gratiae”, grazie ai custodi scrupolosi, che amorevolmente la curano, ha ricominciato a rifiorire, tra i deserti del carparo di Daliano.

Complimenti al mio ex allievo!

di Armando Polito

Nel commento ad un recente post di Marcello Gaballo sulla chiesetta di Santa Maria della Grotta1  Piero Barrecchia sottolineava la somiglianza di un affresco con uno del 1656, raffigurante S. Oronzo, opera di Andrea Coppola, presente nel Duomo di Lecce, giungendo alla conclusione che ne sarebbe una delle tante copie.

Siccome la foto del post originale non consente di cogliere i dettagli, ne ho qui ritagliato due da una foto che scattai una decina di anni fa, il che, credo, consente un agevole esame comparativo.

 

 

Leggermente diversa mi pare solo la postura della testa del santo.

 

Un’epigrafe2 presente nella chiesetta è datata 1640, per cui è ragionevole supporre che il dipinto ricalchi l’abituale schema iconografico ma non sia di derivazione coppoliana, a meno che non sia stato realizzato successivamente a tale data.  È certo, però, grazie alla segnalazione di Piero, che esso raffigura S. Oronzo.

Partendo da ciò si potrebbe ipotizzare che tutte le figure facciano parte di un unico ciclo e che quelle non individuate abbiano a che fare con San Giusto, San Fortunato e Santa Petronilla (nobile romana, e questo potrebbe giustificare la corona). Ma io da solo non ce la faccio …

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/14/note-storiche-e-decrittive-della-chiesetta-di-santa-maria-della-grotta-in-agro-di-nardo/

2http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/14/non-ci-sono-alibi-2/

Note storiche e descrittive della chiesetta di Santa Maria della Grotta in agro di Nardò

di Marcello Gaballo 

A pochi chilometri da Nardò, in contrada La Grotta, in quello che anticamente era denominato feudo di San Teodoro, sopravvive una interessantissima testimonianza architettonica, a torto considerata tra le chiese minori extra moenia. Ci riferiamo alla chiesetta di S. Maria della Grotta (in catasto al fg. 84, p.lla 68), talvolta denominata anche S. Maria della Grottella.

Un tempo della prebenda della Prepositura, oggi proprietà privata, è soggetta a vincolo con D.M. dell’ 11/11/86, grazie alle pressanti segnalazioni dell’ associazione Nardò Nostra (allora da me presieduta)[1], sebbene fosse stata già segnalata al Ministero dei BB. CC. il 9/9/981 per il riconoscimento di interesse storico-artistico ai sensi della L. n° 1089 del 1/6/939. Difatti “l’edificio sacro riveste notevole interesse storico-artistico, rappresentando un’insigne testimonianza di architettura religiosa campestre legata alle forme liturgiche proprie della cultura contadina dei centri minori del Salento nel XVII sec.”.

Nella successiva relazione del novembre 1986 della Soprintendenza viene descritta quale “tipico prodotto di architettura religiosa del XVII secolo legata ad un contesto economico-sociale non urbano bensì rurale… caratterizzato da peculiarità stilistiche e formali che lo pongono a pieno titolo nel ricco e complesso fenomeno figurativo comunemente definito come barocco salentino. Rispetto a tale fenomeno il piccolo monumento in questione occupa un posto che, sotto il profilo strettamente stilistico, non può dirsi prioritario; dal punto di vista storico e documentario esso è, tuttavia, ugualmente significativo per comprendere la varietà e la molteplicità delle manifestazioni originatesi da un’ unica temperie culturale ed estetica e ciò lo rende, dunque, meritevole di essere tutelato dal vincolo al pari di tanti altri episodi architettonici maggiori”.

la chiesa con la scala di accesso, vista dall’interno

L’ edificio è costituito da due corpi di fabbrica strettamente connessi, dei quali uno è occupato dalla chiesetta e l’ altro da locali di servizio, dei quali almeno uno già esistente nel 1678, come attesta la visita pastorale del vescovo Fortunato, in cui si legge essere  concamerata.

Il prospetto principale presenta un paramento murario, interamente intonacato, provvisto di due aperture e la cortina muraria degli altri tre lati “è realizzata, invece, in conci di pietra calcarea a faccia vista la cui tessitura contribuisce, insieme alla semplice cornice sagomata di coronamento, ad esaltare l’ essenziale volumetria della struttura parallelepipeda, interrotta soltanto dalle finestre a leggero strombo che si aprono sui fianchi”.

Dalla porta di destra del prospetto si accede, tramite una scalinata alquanto ripida, all’interno della chiesa, il cui piano di calpestío è di circa quattro metri più basso del livello esterno del terreno che circonda l’ edificio.

la volta della chiesa

La peculiarità dell’edificio, senz’altro attribuibile alle celebri maestranze neritine, oltre al vano ipogeo, è data dalla volta lunettata e dalla navata unica di notevole altezza. Ancor più caratterizzante il grande festone “a motivi fogliari scolpiti a forte aggetto che la solca longitudinalmente e che si apre in chiave di ogni campata per includere grandi rombi  decorati in forme diverse, a rosette dai petali rilevati o a racemi incornicianti il monogramma di Cristo. Un’analoga ornamentazione plastica segna i reni dei singoli pennacchi della volta, mentre sui blocchi d’imposta degli stessi compaiono lunghe foglie acquatiche dalla punta ricurva. L’insieme è trattato con evidente finezza ed eleganza e conferisce un piacevole aspetto dell’ambiente che doveva essere ulteriormente arricchito dall’ originaria decorazione pittorica di cui sussistono poche tracce nella parete di fondo”.  Inevitabili i richiami di questa decorazione a quelle della chiesa di S. Maria della Rosa e, soprattutto, della chiesa agostiniana dell’Incoronata, sempre a Nardò.

Occorre infine sottolineare che “singolare è il sistema di illuminazione naturale congegnato mediante alte finestre che attingono la luce dal di fuori e la convogliano mediante le doppie unghie sferoidiche all’interno costituendo diversi piani di luce e ombra che vivacizzano la volta. Le unghie sferoidiche della volta si intersecano in chiave  realizzando il singolare disegno del quadrato ruotato a quarantacinque gradi sottolineato da un cordolo di fiori chiusi, che segnano le linee di tensione della struttura voltata”[2].

una delle finestre

La chiesetta aveva un solo altare, distrutto negli ultimi decenni dai soliti “cercatori di tesori”, mentre le pareti retrostanti ospitavano alcuni dipinti a tempera, oggi a stento visibili, dei quali uno forse raffigurante la Vergine o un santo con lunga capigliatura[3], l’altro  una Crocifissione (vi esisteva infatti un beneficio omonimo) ed il terzo un vescovo con i suoi mitra e pastorale, inquadrato in cornice floreale anch’essa dipinta. Quest’ultimo è raffigurato su un ingresso murato della parete sinistra, probabilmente creato nel Seicento, quando fu dato il definitivo assetto alla chiesa, per ostruire una cavità che è riemersa dagli “scavi” dei soliti sciagurati “cercatori”. Risaltano speroni  rocciosi sulla parete sinistra, avanzati da una possibile grotta originaria, che successivamente fu inglobata nell’edificio. Sulla parete di fronte è murato lo stemma del vicario Granafei, con un’ epigrafe datata 1640, dalla quale si evince che l’ attuale chiesa fu ricostruita essendo abate Marcello Massa.

particolare della volta con il monogramma JHS

Quest’ultimo, già rettore nella visita pastorale del vescovo Luigi de Franchis del 1613, risulta ancora beneficiario nel trentennio successivo, come attestano le visite del vicario Granafei e del vicario Corbino, quando gli si  ordina  che facci far l’ astrico. Nel 1678 è rettore l’abate Girolamo delli Falconi. La chiesetta è censita nella visita del vescovo Sanfelice del 1723 come S. Maria de Griptella in feudo di Agnano; in quella del Lettieri del 1830 risulta officiata dal preposito don Pasquale De Laurentis, che forse fu l’ultimo a celebrarvi la Messa domenicale.

L’occasione è utile per ribadire, ancora una volta, che ci troviamo di fronte ad un monumento di grande interesse nel totale abbandono, che non può essere alla mercè di chi voglia accedervi, magari continuando a smantellare le poche parti ancora integre. Facciamo dunque appello ai proprietari, che non sembrano voler recuperare il bene, perché provvedano a impedirne il crollo, come sembrano minacciare le crepe sul lato destro.

Si preoccupino perlomeno di chiudere gli accessi e il cancello esterno, per evitare curiosi intrusi ed ulteriori vandaliche azioni che ci priverebbero, ancora, di parti di un patrimonio collettivo che ci è stato lasciato in consegna e che abbiamo l’obbligo di consegnare integro ai posteri.

dipinto con il santo vescovo
dipinto del santo o santa con corona, bordone e saccoccia. Tutte le foto sono di M. Gaballo

[1] Per le segnalazioni dell’ associazione Nardò Nostra v. “Quotidiano di Lecce”; “La città”, a. V, n°5, giugno 1986; “Il Salento Domani”, maggio 1986. Parte delle notizie le ho riportate in nota alla scheda compilata da Emilio Mazzarella in Nardò Sacra.

[2] cfr G. DE CUPERTINIS-L.FLORO, La chiesa di S. Maria della Grotta, in “La Voce di Nardò”, dic. 1995, p.17.

[3] Il dubbio è legittimo in quanto la figura, coronata, che regge con le mani quella che sembra una lunga croce astile o un bordone da pellegrino, è ben distante dalla nota iconografia mariana. Potrà aiutare nell’identificazione del santo quella che parrebbe essere una bisaccia, tenuta tra le mani.

 

Pubblicata su Il Filo di Aracne

Non ci sono alibi…

santa maria della grotta

di Armando Polito

La tecnologia mette oggi a nostra disposizione strumenti preziosi per conoscere e conservare le testimonianze del passato. Indagini impensabili fino a qualche decennio fa sono rese possibili da sofisticatissimi strumenti che trovano nell’informatica il partner ideale per l’elaborazione e la comparazione dei dati, alla ricerca di verità nascoste o offuscate dalle offese del tempo. Da qui le ricostruzioni in realtà virtuale che consentono di rivivere il passato, sia pure con i rischi di spettacolarizzazione che nell’era dell’immagine sono sempre in agguato. E sul piano della conservazione? Il discorso qui è molto più complicato perché coinvolge risorse umane ma, soprattutto, finanziarie. In un paese, come l’Italia, che detiene una parte notevolissima del patrimonio culturale dell’umanità il problema non è stato mai particolarmente sentito, nemmeno quando erano i tempi delle vacche grasse, figuriamoci oggi! Se gli affreschi a Pompei lentamente ma inesorabilmente svaniscono (ma qualcuno è pure svanito in un istante nel nulla…), se ai graffiti antichi si sovrappongono quelli moderni di visitatori idioti, che importa? Ci sono ben altri problemi da risolvere! Se penso ai cassintegrati ed alla schiera di giovani in cerca di un lavoro che non comporti lo sfruttamento schiavistico delle loro competenze, finisco, non guardando alle responsabilità oggettive che stanno a monte della crisi, per essere anch’io d’accordo con questo atteggiamento. Allora, se Pompei è destinata ad andare in rovina, se è fatale che manoscritti e libri antichi siano oggetto dell’attenzione privilegiata dei topi e delle muffe, se un fabbricato antico diventato nel corso del tempo rudere fra dieci anni dovrà essere solo un ammasso informe, perché non procedere sistematicamente almeno alla riproduzione digitalizzata del suo stato attuale? Nell’era del decentramento basterebbe che ogni amministrazione comunale utilizzasse le stesse attrezzature riservate ad immortalare, per lo più,  le gesta della maggioranza di turno; gli operatori, poi, potrebbero essere, naturalmente a titolo gratuito, quei numerosi cittadini che in ogni centro danno prova di amore disinteressato per la loro città e per la sua cultura. Ogni riproduzione, ancora, prima di essere immessa in un catalogo generale, dovrebbe essere certificata dalle istituzioni competenti per evitare il rischio dell’intrufolamento di qualche immagine falsa o ritoccata da parte del solito idiota. Tutto ciò comporta preliminarmente l’abolizione di tutti i lacciuoli e le esclusive che attualmente impediscono al privato cittadino di effettuare riprese fotografiche in edifici  aperti al pubblico di qualcosa che è, in fondo, patrimonio di tutti. Il consenso alla ripresa, insomma, resterebbe solo nel caso di edificio privato…non in palese stato di totale abbandono.

Per dare spessore concreto al mio discorso prenderò in esame l’epigrafe presente in un ambiente di quella che era la fabbrica della chiesa di Santa Maria della Grotta1, nell’immediata periferia di Nardò.

La mia foto in basso, elaborata per accrescerne la leggibilità, risale al 2006.

L’epigrafe consta di sette linee, delle quali sono ancora agevolmente leggibili le prime quattro contenenti, come vedremo, il nome dell’intestatario e la brava serie di titoli suoi e del suo “principale”; purtroppo le condizioni del manufatto degradano irrimediabilmente nella metà inferiore (molto probabilmente perché più soggetta alle conseguenze di qualche dissennata attività di tiro a segno o, addirittura, di sovrascrittura), proprio quella che doveva contenere le motivazioni che avrebbero potuto darci qualche ulteriore lume sulla storia della chiesa, sicchè pare un colpo di fortuna che nell’estremo lembo destro si sia  conservata appena leggibile l’indicazione dell’anno.

Eccone la trascrizione:

J(ESUS) H(OMINUM) S(ALVATOR)2 JOANNES GRANAPHEUS BRU(N)DIS(INUS)

U(NIUSCUIUSQUE) I(URIS) D(OCTOR) PROT(ONOTARIUS) AP(OSTOLICUS) PRA(EPOSITUS) RE(GULARIS) VIC(ARIUS) G(ENERA)LIS HOD(IE)

D(OMINI) FABII CHISII NERIT(ONENSIS) EPI(SCOPI) ET IN GER(MANIA)

HESPERIORI NUN(TII) APOS(TOLICI) HA(N)C ECCL(ESIAM)

……………A REPR……….O

…………..ANTE…….

AN(NO) DOM(INI)3 (?) MDCXL

Va subito detto che molto probabilmente la tendenza all’abbreviazione delle parole fu conservata anche nelle linee ora illegibili, sia pure in misura ridotta, dal momento che non vi dovevano comparire, come nella parte precedente, titoli ma solo indicazioni circa l’intervento effettuato sulla chiesa.

Traduzione:

GESÙ SALVATORE DEGLI UOMINI.  GIOVANNI GRANAFEI DI BRINDISI4,

DOTTORE DI ENTRAMBE LE LEGGI, PROTONOTARIO APOSTOLICO, PREPOSITO REGOLARE, OGGI VICARIO GENERALE

DEL SIGNOR FABIO CHIGI5 VESCOVO DI NARDÒ ED IN GERMANIA

OCCIDENTALE NUNZIO APOSTOLICO, QUESTA CHIESA

…………………

…………………

NELL’ANNO DEL SIGNORE(?) 1640

Lascio al lettore immaginare cosa sarà dell’epigrafe fra qualche decennio e cosa sarebbe stato possibile a quella data ricostruirne senza l’ausilio di una foto più o meno datata.

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1 Il lettore che abbia interesse all’argomento può trovarne ampia e dettagliata notizia in Emilio Mazzarella, Nardò  sacra, a cura di Marcello Gaballo, Congedo, Galatina,  1999, pagg. 377-378 e figg. 116-122.

2 JHS è il trigramma, acronimo rivisitato dell’originale greco IHS, abbreviazione di IHSOUS (Gesù).

3 Il dubbio riguarda solo se la formula era riportata in modalità estesa o abbreviata.

4 Nativo di Mesagne, marchese di Carovigno, dottore delle due leggi e protonotario apostolico, inviato a Nardò dalla S. Sede quale vicario apostolico, fu poi fatto nominare vicario generale da Fabio Chigi e l’8 giugno 1635 prese possesso della diocesi. Nel 1636 fu nominato canonico della Cattedrale e nel 1639 preposito.

5 Ordinato sacerdote nel 1634, vescovo di Nardò dal  9 gennaio 1635 al 13/5/1652,  non mise mai piede nella diocesi né mai conobbe Nardò, impegnato a Malta come generale inquisitore e delegato apostolico, alla fine del 1640 nunzio apostolico a Colonia con potere di legato a latere. Mentre era a Colonia fu nominato prelato domestico ed assistente al soglio pontificio. Dal 1655 al 1667 fu Papa col nome di Alessandro VII.

Note storiche e architettoniche sulla masseria Brusca in agro di Nardò

 

Una villa-masseria in agro di Nardò. Note storiche e architettoniche sulla masseria Brusca

 

di Marcello Gaballo

L’area neritina è straordinariamente ricca di strutture masserizie, tra le più variegate per tipologia ed estensione rispetto ad altri territori a vocazione contadina del Salento e della Puglia.

Il territorio del secondo comune della provincia si affaccia sul mare, nel tratto di costa ionica di circa 22 Km. compreso tra torre del Fiume e Punta Prosciutto, estendendosi per circa 2000 ha. anche nell’interno, arrivando ad ovest sino al confine provinciale Lecce-Taranto.

Il suolo è pianeggiante con qualche ondulazione che, nella parte sud, si eleva in collinette che fanno parte del sistema orografico delle Serre Salentine, propaggine delle Murge, abbassandosi con varia pendenza verso il mare.

Su una di queste lievi alture, a poche centinaia di metri dalla costa, si trova la nostra masseria, a brevissima distanza dalle altre denominate Nociglia (a scirocco), Torre Nova (a ponente), Càfari (a tramontana), Torsano e Sciogli (a levante), e dal più noto parco attrezzato di Porto Selvaggio. La raggiungiamo dalla litoranea Gallipoli-Porto Cesareo (S.P. 286), poco prima del villaggio turistico di Torre Inserraglio,  o dalla strada Tarantina (S.P. 112), immettendoci sulla strada che collega questa con la litoranea. Dista da Nardò meno di 6 Km. Seminascosta dalla vegetazione arborea, un tempo era fondamentale punto di riferimento per quanti scendevano al mare.

Le variazioni apportate all’originario arredo architettonico nel corso dei secoli, caratterizzate soprattutto dal successivo accorpamento di locali di lavoro e di deposito, segno delle dinamiche storico-produttive del complesso, tuttavia non hanno alterato la struttura settecentesca, che non sembra aver risentito granchè delle grandi trasformazioni agrarie dell’Otto e Novecento.

Oggi il Brusca, che copre un’area di circa sette ettari, oltre che residenza estiva dei proprietari, è particolarmente attiva dal punto di vista agricolo, destinata alla produzione di olio, vino, cereali, latticini e miele.

L’attuale complesso risulta da un importante ampliamento di una struttura originaria, perlomeno cinquecentesca, della quale sopravvivono tracce. Finora la documentazione non ha aiutato a chiarire in cosa consistesse il nucleo preesistente, forse una torre di difesa a pianta quadrata, inglobata negli ammodernamenti dei secoli successivi e protetta da un circuito murario di difesa con una o più porte di accesso.

I primi documenti disponibili sulla nostra masseria li fornisce il prodigo Archivio di Stato di Lecce, dove sono conservati i documenti notarili della provincia e quindi di Nardò.

Il primo atto particolarmente interessante che la riguardi è del 1716, perché indica l’acquirente, Francesco Santachiara, ed il venditore, il barone neritino Francesco Carignani, residente a Napoli, tramite l’interposta persona di Francesca Alfarano Capece, vicaria e procuratrice del figlio. L’atto indica anche l’intermediazione del fratello il chierico Giuseppe Carignani, residente a Lecce, con procura stipulata dal notaio Giovanni Tafarelli di Napoli del 29/1/1721. L’acquisto viene fissato per 1951 ducati, che il Santachiara avrebbe saldato senza alcun interesse entro il mese di gennaio 1717.

Nel rogito la masseria è denominata Bruschia e la descrizione dettagliata elenca i beni oggetto della compravendita: curti, case, capanne, turre, trozza, aera e palumbaro, terre seminatorie e macchiose di tomolate 200, con tutti li suoi membri ed intiero stato, con un pezzo di terreno di sei tomolate detto lo Calaprico ubicato nello stesso feudo, con 2 buoi, 134 pecore, 9 montoni, 37 agnelli, 32 capre, 16 magliati, 3 capretti, 2 aratri con li giochi, una mattra per la ricotta, come risulta dall’atto di vendita e ricompra stipulato per notar Biagio Mangia da Lecce.

Dopo la morte di Francesco la masseria passerà a suo figlio il reverendo Giuseppe Francesco Santachiara. Forse per insolvenza di quest’ultimo, il complesso viene rivenduto dal barone Carignani al chierico Vincenzo dell’Abate, figlio del noto possidente Francesco, per la cospicua somma di 1900 ducati. La maggior parte di questo importo era stato donato al minore Vincenzo dai nonni materni Giovanni Primativo e Angela Megha.

E’ difficile mettere in luce i reali motivi che spinsero il chierico e suo padre all’acquisto della masseria, ma è certo che al momento dell’acquisto la fortuna economica e sociale dei Dell’Abate è in piena ascesa e la famiglia è tra quelle più in vista a Nardò, desiderosa di soppiantare la vecchia nobiltà agraria e feudale. Anche se non inclusa tra le famiglie nobili, i suoi rappresentanti hanno occupato per molti anni posti di rappresentanza nella civica amministrazione e lo status agiato accresce grazie all’attività economica e alle strategie matrimoniali.

Altri documenti del 1725 e 1727 confermano la proprietà di Vincenzo Dell’ Abate, che nel 1736, già sacerdote, apporta numerose varianti e abbellimenti, riedificando la chiesa per ovvi motivi cultuali. Forte della somma ereditata dagli avi e dagli introiti derivanti dalla vendita della masseria Spinna in feudo di Tabelle, fa realizzare nuovi ambienti, addossandoli per tre lati alla torre, compreso lo scalone che porta al piano superiore, decorandolo con due pitture a tema sacro ancora esistenti.

Probabilmente è suo nipote il medico Francesco Maria, figlio del fratello Saverio e di Fortunata Ricci, erede universale del padre e dello zio, che amplia e abbellisce il giardino annesso, dotandolo di statue e fontana ornamentale, facendo scolpire i profili clipeati e lo stemma familiare sul portale. A causa del raccordo dislivellato con la chiesa è da supporre che egli rifà pure la facciata, forse per rinforzare la torre originaria pericolante, inglobandola in nuove cortine murarie, come si evince da una sommaria ispezione interna. Ne risulta un prospetto insolitamente caratterizzato da sette archi a tutto sesto su pilastri, sui quali corre su tutta la facciata una funzionale loggia su cui affacciano le porte finestre. Allo stesso periodo sembra risalire anche l’interessante balcone interno, posto sul prospetto orientale, che si affaccia sull’ingresso di servizio.

Francesco Maria è lo stesso che ha restaurato e decorato in città il maestoso palazzo di famiglia, tra i più scenografici della città, su via Angelo delle Masse, in cui abita con la moglie Teresa Gorgoni e con gli otto figli. Economicamente supportato dalla ricca dote muliebre, si può pensare che sia stato proprio lui il regista, trasformando la masseria in residenza degna del rango e più consona al suo tenore di vita, considerato che nello stesso periodo avvenivano grandi lavori di ammodernamento di residenze di campagna, come nella coeva villa Scrasceta, che i baroni Personè avevano fatto ampliare e ristrutturare.

Non si registrano grandi variazioni nei decenni successivi e la masseria resta sempre proprietà della titolata famiglia: nel 1809 è ancora dei coniugi Teodora Gorgoni e Francesco Maria Dell’Abate, che nel 1821 in virtù di disposizione testamentaria la lasciano con tutti li fabrichi antichi e nuovi al figlio Vincenzo, dichiarandola del valore di ben novemila ducati.

Forse per le oscure vicende politiche, essendo Vincenzo un carbonaro, la proprietà passa negli anni 40 dello stesso secolo a tre dei sei fratelli, Vincenzo, Giosafatta e Fortunato Dell’Abate. L’unica sorella aveva sposato Maurizio De Pandi, che risulterà proprietario del complesso dopo l’estinzione della famiglia di sua moglie. Da Maurizio passa ai figli, quindi ai Giulio con cui erano coniugati, e da questi agli Zuccaro, che detengono ancora la masseria.

Fu Luigi, secondo marito di Francesca Giulio, che rinnovò le piante del giardino, sostituendo la limonaia con  altre ornamentali, rifacendo i viali interni e meccanizzando la fontana centrale. Altri rimaneggiamenti funzionali e di adeguamento, che non hanno alterato la struttura settecentesca,  sono stati apportati da Francesco, dal quale la masseria è passata al figlio Giovanni, attuale proprietario.

In essa fu ospitato nei mesi di maggio e giugno del 1826 il vescovo di Nardò Salvatore Lettieri, convalescente da una grave malattia e bisognoso di aria salubre e di  riposo.

Il prospetto si articola su due livelli, dei quali il superiore si conclude con un massiccio cornicione aggettante. L’inferiore è caratterizzato da un avancorpo di sette archi a tutto sesto sostenuti da poderosi pilastri, dei quali cinque ciechi. Delle due aperture quella minore consente l’accesso al piano superiore; l’altra conduce al vasto cortile interno, su cui si affacciano abitazioni più modeste e locali di lavoro. Il superiore mostra sette finestre che illuminano ampie sale, tra le quali la sala da pranzo con le pareti dipinte con un illusionistico pergolato che occupa tutte le pareti  e desta stupore in quanti la vedono per la prima volta. Questa immette nel salone di rappresentanza, anch’esso dipinto con graziosi motivi classicheggianti, ridipinti negli anni 60 del secolo scorso da Totò De Simone. In questo ambiente senz’altro importante è il discreto dipinto settecentesco sulla volta raffigurante La morte di Adone. Il taglio orizzontale e ristretto del dipinto consente al pittore di portare in primissimo piano i protagonisti dell’episodio: Adone giace inerme, con la testa riversa, fra le braccia di una addolorata Venere. Altrettanto disperati Cupido e i due amorini, che tentano invano di ferire il cinghiale, le cui sembianze erano state prese dal geloso Ares, che ha appena azzannato il giovane. Sullo sfondo un paesaggio arcadico da ricollegare al monte Idalio, nell’attuale Libano, su cui si era recato a cacciare Adone. Il mito ricorda che Zeus esaudirà le preci di Afrodite, consentendo che il giovine trascorra solo una parte dell’anno nel Tartaro, potendo risalire alla luce per il restante tempo e così unirsi alla dea della primavera e dell’amore.

La scena del compianto della dea potrebbe essere rintracciata in alcuni versi dell’Adone di Giovan Battista Marino. Nel canto XVIII si legge infatti: purché morto ancor m’ami e non ti spiaccia / aver la tomba tua fra le mie braccia” e “Su’l bel ferito la pietosa amante/ altrui compiange, e se medesma strugge. / E sparge, lassa lei, lagrime tante, / e con tanti sospir l’abbraccia e sugge”, e ancora “e sentendo scaldarsi il cor di ghiaccio / per volerlo baciar lo stringe in braccio.

Il perimetro della cinta muraria continua verso oriente con la chiesa e con altro accesso al giardino “delle api”, aggraziato da un artistico frontale con lesene, coronamento e pinnacoli in carparo, tanto da caratterizzare ancor più il complesso, contribuendo ulteriormente a farlo apparire più una villa suburbana che una funzionale ma modesta masseria.

L’adiacente giardino, posizionato ad occidente e denominato “dei Continenti”, più vicino ad un hortus conclusus che non ad un parco campestre, è uno degli elementi di maggiore caratterizzazione, con soluzioni decorative che rendono il complesso masserizio davvero unico, soprattutto per l’arredo statuario di ispirazione mitologica che popola l’interno.

Vi si accede per un portale d’accesso di squisito gusto neoclassico, scandito da quattro semicolonne e dall’insolita conformazione concava, con busti, fregi e decori geometrici e vegetali, due profili clipeati, lo stemma di famiglia. Particolarmente bella ed insolita per il territorio è la collezione di statue dei Continenti: Asia, Africa, Europa e America, con sembianze femminili, disposte alle spalle dei sedili semicircolari in pietra e interposte tra altrettante coppie di statue (Pomona e Vertumno, Diana e Silvano, Cerere e Bacco, Flora e Fauno). Ne risulta quindi una scenografica, quasi teatrale, disposizione a quarti di cerchio e a gruppi di tre.

L’impianto del giardino maggiore è cruciforme e la coppia Zuccaro-Giulio fece realizzare un modellino in muratura della masseria, alquanto fedele, collocato nell’ultima aiuola a sinistra del giardino “dei Continenti”.

Chi fece realizzare questo luogo lo volle davvero delizioso, come lo è tuttora, con piccoli sentieri ombreggiati da maestosi pini di Aleppo che conducono ai viali rettilinei e quindi alla fontana centrale con base quadrata, certamente precedente all’altra circolare posta di fronte all’ingresso. I viali si concludono con altrettante nicchie inquadrate da paraste, con archi mistilinei e con stemmi gentilizi.

Che il giardino fosse presente già prima dei grandi lavori settecenteschi è avvalorato da una data “1636” incisa sul basolato.

torre colombaia

Risulta difficile datare i bellissimi muri di cinta “a secco”, dei quali soprattutto quello che protegge il giardino “della colombaia”, con la cinquecentesca torre colombaia a pianta quadrata, sul lato occidentale del complesso e ben visibile dalla strada.

Altri muri interni suddividono lo spazio del parco in altri quattro giardini, dei quali uno con funzioni di frutteto, l’altro di mandorleto.

La chiesa, eretta in sostituzione della piccola cappella che si trovava nell’ala occidentale, è dedicata all’Immacolata. Forse la precedente può identificarsi con la cappella di Sancta Maria ad Nives, visto che viene visitata dal vescovo, nel Cinquecento, dopo l’abbazia di Santo Stefano di Curano e la chiesa dei Santi Stefano e Vito, entrambe assai vicine al nostro complesso.

Il prospetto della chiesa, con zona inferiore più larga della superiore, è caratterizzato dal portone centrale sormontato da una nicchia vuota e da un’ampia finestra con frontoncino mistilineo, oltre ad una trabeazione con quadriglifi e metope che separa i due ordini. è movimentato nella parte inferiore da paraste e da quattro colonne doriche su pilastri; due sono le colonne superiori, con capitello corinzio. Un frontone triangolare, più ampio del piano superiore, conclude la parte sommitale e ai suoi lati sono collocati due grandi vasi in terracotta. Grazioso il campanile a vela, ruotato lievemente rispetto alla facciata, che ospita una campana del 1636.

L’interno è ad aula unica rettangolare, coperta da una volta a sesto ribassato, unghiata in corrispondenza delle finestre. Numerose decorazioni floreali dipinte sulle pareti allietano l’ambiente, solennizzato dai dipinti di falsi tendaggi annodati. L’altare in pietra policroma occupa tutta la parete frontale e sul gradino più alto ospita la statua della Vergine Immacolata, sotto un artistico baldacchino di legno. Sulla controfacciata vi è un palco o matroneo in muratura, perchè i familiari possano accedervi dall’interno della masseria.

La chiesa è già realizzata nel 1740, quando il sacerdote Vincenzo Dell’Abate pro Ecclesia sub titulo Immaculatae Conceptionis B. M. V., deve al vescovo di Nardò l’obbedienza e il peso annuale di mezza libbra di cera lavorata (cum oblatione medietatis librae cerae elaboratae).

Fu ricostruita nel 1780, come si legge sempre negli Atti di Obbedienza conservati nell’archivio diocesano di Nardò, in cui si legge dell’obbligo annuale di una libbra di cera, oltre l’obbedienza, da parte dello stesso prelato (pro Eccl. Immaculatae Conceptionis noviter erecta in rure eiusdem in loco dicto Brusca). 

La cappella, che nel 1830 riscosse la lode del detto Lettieri, è officiata tuttora nei mesi estivi e nella festa della titolare, l’otto dicembre. Nel 1979 è stata ridipinta da Francesco Zuccaro, che osservava ancora i medesimi obblighi nei confronti del vescovo di Nardò.

Si ringraziano gli attuali proprietari, Giovanni e Maria Luisa Zuccaro, per la cortese disponilità.

 

Bibliografia essenziale

AA.VV., Paesaggi e sistemi di Ville nel Salento (a c. di V. Cazzato), Galatina 2006.

A.S.L., spoglio degli atti notarili di Nardò.

V. Cazzato, Il giardino di statue della masseria Brusca a Nardò, teatro del mondo e degli dei, in Interventi sulla “questione meridionale”, a c. di F. Abbate, Roma 2005.

V. Cazzato-A. Mantovano, Paradisi dell’Eclettismo. Ville e villeggiature del Salento, Cavallino, 1992.

A. Costantini, Le masserie del Salento. Dalla masseria fortificata alla masseria villa, Galatina 1995.

C. Daquino, Masserie del Salento, Cavallino 2007

M. Deolo, La masseria Brusca. Un’architettura barocca nelle campagne di Nardò, tesi di Laurea in Storia dell’Architettura Moderna, relatore prof. Vincenzo Cazzato, Università degli Studi di Lecce, a.a. 2003-2004.

M. Deolo, Una masseria ai margini di un “sistema”, la Brusca in territorio di Nardò, in AA.VV., Paesaggi e sistemi di Ville nel Salento (a c. di V. Cazzato), Galatina 2006, 198-209.

M. Gaballo, Civitas Neritonensis. La storia di Nardò di Emanuele Pignatelli ed altri contributi, Galatina 2001.

E. Mazzarella, Nardò Sacra, a c. di M. Gaballo, Galatina 1999.

 

pubblicato su Spicilegia Sallentina n°6.

Note storiche e architettoniche sulla masseria Brusca in agro di Nardò

 

Una villa-masseria in agro di Nardò. Note storiche e architettoniche sulla masseria Brusca

 

di Marcello Gaballo

L’area neritina è straordinariamente ricca di strutture masserizie, tra le più variegate per tipologia ed estensione rispetto ad altri territori a vocazione contadina del Salento e della Puglia.

Il territorio del secondo comune della provincia si affaccia sul mare, nel tratto di costa ionica di circa 22 Km. compreso tra torre del Fiume e Punta Prosciutto, estendendosi per circa 2000 ha. anche nell’interno, arrivando ad ovest sino al confine provinciale Lecce-Taranto.

Il suolo è pianeggiante con qualche ondulazione che, nella parte sud, si eleva in collinette che fanno parte del sistema orografico delle Serre Salentine, propaggine delle Murge, abbassandosi con varia pendenza verso il mare.

Su una di queste lievi alture, a poche centinaia di metri dalla costa, si trova la nostra masseria, a brevissima distanza dalle altre denominate Nociglia (a scirocco), Torre Nova (a ponente), Càfari (a tramontana), Torsano e Sciogli (a levante), e dal più noto parco attrezzato di Porto Selvaggio. La raggiungiamo dalla litoranea Gallipoli-Porto Cesareo (S.P. 286), poco prima del villaggio turistico di Torre Inserraglio,  o dalla strada Tarantina (S.P. 112), immettendoci sulla strada che collega questa con la litoranea. Dista da Nardò meno di 6 Km. Seminascosta dalla vegetazione arborea, un tempo era fondamentale punto di riferimento per quanti scendevano al mare.

Le variazioni apportate all’originario arredo architettonico nel corso dei secoli, caratterizzate soprattutto dal successivo accorpamento di locali di lavoro e di deposito, segno delle dinamiche storico-produttive del complesso, tuttavia non hanno alterato la struttura settecentesca, che non sembra aver risentito granchè delle grandi trasformazioni agrarie dell’Otto e Novecento.

Oggi il Brusca, che copre un’area di circa sette ettari, oltre che residenza estiva dei proprietari, è particolarmente attiva dal punto di vista agricolo, destinata alla produzione di olio, vino, cereali, latticini e miele.

L’attuale complesso risulta da un importante ampliamento di una struttura originaria, perlomeno cinquecentesca, della quale sopravvivono tracce. Finora la documentazione non ha aiutato a chiarire in cosa consistesse il nucleo preesistente, forse una torre di difesa a pianta quadrata, inglobata negli ammodernamenti dei secoli successivi e protetta da un circuito murario di difesa con una o più porte di accesso.

I primi documenti disponibili sulla nostra masseria li fornisce il prodigo Archivio di Stato di Lecce, dove sono conservati i documenti notarili della provincia e quindi di Nardò.

Il primo atto particolarmente interessante che la riguardi è del 1716, perché indica l’acquirente, Francesco Santachiara, ed il venditore, il barone neritino Francesco Carignani, residente a Napoli, tramite l’interposta persona di Francesca Alfarano Capece, vicaria e procuratrice del figlio. L’atto indica anche l’intermediazione del fratello il chierico Giuseppe Carignani, residente a Lecce, con procura stipulata dal notaio Giovanni Tafarelli di Napoli del 29/1/1721. L’acquisto viene fissato per 1951 ducati, che il Santachiara avrebbe saldato senza alcun interesse entro il mese di gennaio 1717.

Nel rogito la masseria è denominata Bruschia e la descrizione dettagliata elenca i beni oggetto della compravendita: curti, case, capanne, turre, trozza, aera e palumbaro, terre seminatorie e macchiose di tomolate 200, con tutti li suoi membri ed intiero stato, con un pezzo di terreno di sei tomolate detto lo Calaprico ubicato nello stesso feudo, con 2 buoi, 134 pecore, 9 montoni, 37 agnelli, 32 capre, 16 magliati, 3 capretti, 2 aratri con li giochi, una mattra per la ricotta, come risulta dall’atto di vendita e ricompra stipulato per notar Biagio Mangia da Lecce.

Dopo la morte di Francesco la masseria passerà a suo figlio il reverendo Giuseppe Francesco Santachiara. Forse per insolvenza di quest’ultimo, il complesso viene rivenduto dal barone Carignani al chierico Vincenzo dell’Abate, figlio del noto possidente Francesco, per la cospicua somma di 1900 ducati. La maggior parte di questo importo era stato donato al minore Vincenzo dai nonni materni Giovanni Primativo e Angela Megha.

E’ difficile mettere in luce i reali motivi che spinsero il chierico e suo padre all’acquisto della masseria, ma è certo che al momento dell’acquisto la fortuna economica e sociale dei Dell’Abate è in piena ascesa e la famiglia è tra quelle più in vista a Nardò, desiderosa di soppiantare la vecchia nobiltà agraria e feudale. Anche se non inclusa tra le famiglie nobili, i suoi rappresentanti hanno occupato per molti anni posti di rappresentanza nella civica amministrazione e lo status agiato accresce grazie all’attività economica e alle strategie matrimoniali.

Altri documenti del 1725 e 1727 confermano la proprietà di Vincenzo Dell’ Abate, che nel 1736, già sacerdote, apporta numerose varianti e abbellimenti, riedificando la chiesa per ovvi motivi cultuali. Forte della somma ereditata dagli avi e dagli introiti derivanti dalla vendita della masseria Spinna in feudo di Tabelle, fa realizzare nuovi ambienti, addossandoli per tre lati alla torre, compreso lo scalone che porta al piano superiore, decorandolo con due pitture a tema sacro ancora esistenti.

Probabilmente è suo nipote il medico Francesco Maria, figlio del fratello Saverio e di Fortunata Ricci, erede universale del padre e dello zio, che amplia e abbellisce il giardino annesso, dotandolo di statue e fontana ornamentale, facendo scolpire i profili clipeati e lo stemma familiare sul portale. A causa del raccordo dislivellato con la chiesa è da supporre che egli rifà pure la facciata, forse per rinforzare la torre originaria pericolante, inglobandola in nuove cortine murarie, come si evince da una sommaria ispezione interna. Ne risulta un prospetto insolitamente caratterizzato da sette archi a tutto sesto su pilastri, sui quali corre su tutta la facciata una funzionale loggia su cui affacciano le porte finestre. Allo stesso periodo sembra risalire anche l’interessante balcone interno, posto sul prospetto orientale, che si affaccia sull’ingresso di servizio.

Francesco Maria è lo stesso che ha restaurato e decorato in città il maestoso palazzo di famiglia, tra i più scenografici della città, su via Angelo delle Masse, in cui abita con la moglie Teresa Gorgoni e con gli otto figli. Economicamente supportato dalla ricca dote muliebre, si può pensare che sia stato proprio lui il regista, trasformando la masseria in residenza degna del rango e più consona al suo tenore di vita, considerato che nello stesso periodo avvenivano grandi lavori di ammodernamento di residenze di campagna, come nella coeva villa Scrasceta, che i baroni Personè avevano fatto ampliare e ristrutturare.

Non si registrano grandi variazioni nei decenni successivi e la masseria resta sempre proprietà della titolata famiglia: nel 1809 è ancora dei coniugi Teodora Gorgoni e Francesco Maria Dell’Abate, che nel 1821 in virtù di disposizione testamentaria la lasciano con tutti li fabrichi antichi e nuovi al figlio Vincenzo, dichiarandola del valore di ben novemila ducati.

Forse per le oscure vicende politiche, essendo Vincenzo un carbonaro, la proprietà passa negli anni 40 dello stesso secolo a tre dei sei fratelli, Vincenzo, Giosafatta e Fortunato Dell’Abate. L’unica sorella aveva sposato Maurizio De Pandi, che risulterà proprietario del complesso dopo l’estinzione della famiglia di sua moglie. Da Maurizio passa ai figli, quindi ai Giulio con cui erano coniugati, e da questi agli Zuccaro, che detengono ancora la masseria.

Fu Luigi, secondo marito di Francesca Giulio, che rinnovò le piante del giardino, sostituendo la limonaia con  altre ornamentali, rifacendo i viali interni e meccanizzando la fontana centrale. Altri rimaneggiamenti funzionali e di adeguamento, che non hanno alterato la struttura settecentesca,  sono stati apportati da Francesco, dal quale la masseria è passata al figlio Giovanni, attuale proprietario.

In essa fu ospitato nei mesi di maggio e giugno del 1826 il vescovo di Nardò Salvatore Lettieri, convalescente da una grave malattia e bisognoso di aria salubre e di  riposo.

Il prospetto si articola su due livelli, dei quali il superiore si conclude con un massiccio cornicione aggettante. L’inferiore è caratterizzato da un avancorpo di sette archi a tutto sesto sostenuti da poderosi pilastri, dei quali cinque ciechi. Delle due aperture quella minore consente l’accesso al piano superiore; l’altra conduce al vasto cortile interno, su cui si affacciano abitazioni più modeste e locali di lavoro. Il superiore mostra sette finestre che illuminano ampie sale, tra le quali la sala da pranzo con le pareti dipinte con un illusionistico pergolato che occupa tutte le pareti  e desta stupore in quanti la vedono per la prima volta. Questa immette nel salone di rappresentanza, anch’esso dipinto con graziosi motivi classicheggianti, ridipinti negli anni 60 del secolo scorso da Totò De Simone. In questo ambiente senz’altro importante è il discreto dipinto settecentesco sulla volta raffigurante La morte di Adone. Il taglio orizzontale e ristretto del dipinto consente al pittore di portare in primissimo piano i protagonisti dell’episodio: Adone giace inerme, con la testa riversa, fra le braccia di una addolorata Venere. Altrettanto disperati Cupido e i due amorini, che tentano invano di ferire il cinghiale, le cui sembianze erano state prese dal geloso Ares, che ha appena azzannato il giovane. Sullo sfondo un paesaggio arcadico da ricollegare al monte Idalio, nell’attuale Libano, su cui si era recato a cacciare Adone. Il mito ricorda che Zeus esaudirà le preci di Afrodite, consentendo che il giovine trascorra solo una parte dell’anno nel Tartaro, potendo risalire alla luce per il restante tempo e così unirsi alla dea della primavera e dell’amore.

La scena del compianto della dea potrebbe essere rintracciata in alcuni versi dell’Adone di Giovan Battista Marino. Nel canto XVIII si legge infatti: purché morto ancor m’ami e non ti spiaccia / aver la tomba tua fra le mie braccia” e “Su’l bel ferito la pietosa amante/ altrui compiange, e se medesma strugge. / E sparge, lassa lei, lagrime tante, / e con tanti sospir l’abbraccia e sugge”, e ancora “e sentendo scaldarsi il cor di ghiaccio / per volerlo baciar lo stringe in braccio.

Il perimetro della cinta muraria continua verso oriente con la chiesa e con altro accesso al giardino “delle api”, aggraziato da un artistico frontale con lesene, coronamento e pinnacoli in carparo, tanto da caratterizzare ancor più il complesso, contribuendo ulteriormente a farlo apparire più una villa suburbana che una funzionale ma modesta masseria.

L’adiacente giardino, posizionato ad occidente e denominato “dei Continenti”, più vicino ad un hortus conclusus che non ad un parco campestre, è uno degli elementi di maggiore caratterizzazione, con soluzioni decorative che rendono il complesso masserizio davvero unico, soprattutto per l’arredo statuario di ispirazione mitologica che popola l’interno.

Vi si accede per un portale d’accesso di squisito gusto neoclassico, scandito da quattro semicolonne e dall’insolita conformazione concava, con busti, fregi e decori geometrici e vegetali, due profili clipeati, lo stemma di famiglia. Particolarmente bella ed insolita per il territorio è la collezione di statue dei Continenti: Asia, Africa, Europa e America, con sembianze femminili, disposte alle spalle dei sedili semicircolari in pietra e interposte tra altrettante coppie di statue (Pomona e Vertumno, Diana e Silvano, Cerere e Bacco, Flora e Fauno). Ne risulta quindi una scenografica, quasi teatrale, disposizione a quarti di cerchio e a gruppi di tre.

L’impianto del giardino maggiore è cruciforme e la coppia Zuccaro-Giulio fece realizzare un modellino in muratura della masseria, alquanto fedele, collocato nell’ultima aiuola a sinistra del giardino “dei Continenti”.

Chi fece realizzare questo luogo lo volle davvero delizioso, come lo è tuttora, con piccoli sentieri ombreggiati da maestosi pini di Aleppo che conducono ai viali rettilinei e quindi alla fontana centrale con base quadrata, certamente precedente all’altra circolare posta di fronte all’ingresso. I viali si concludono con altrettante nicchie inquadrate da paraste, con archi mistilinei e con stemmi gentilizi.

Che il giardino fosse presente già prima dei grandi lavori settecenteschi è avvalorato da una data “1636” incisa sul basolato.

torre colombaia

Risulta difficile datare i bellissimi muri di cinta “a secco”, dei quali soprattutto quello che protegge il giardino “della colombaia”, con la cinquecentesca torre colombaia a pianta quadrata, sul lato occidentale del complesso e ben visibile dalla strada.

Altri muri interni suddividono lo spazio del parco in altri quattro giardini, dei quali uno con funzioni di frutteto, l’altro di mandorleto.

La chiesa, eretta in sostituzione della piccola cappella che si trovava nell’ala occidentale, è dedicata all’Immacolata. Forse la precedente può identificarsi con la cappella di Sancta Maria ad Nives, visto che viene visitata dal vescovo, nel Cinquecento, dopo l’abbazia di Santo Stefano di Curano e la chiesa dei Santi Stefano e Vito, entrambe assai vicine al nostro complesso.

Il prospetto della chiesa, con zona inferiore più larga della superiore, è caratterizzato dal portone centrale sormontato da una nicchia vuota e da un’ampia finestra con frontoncino mistilineo, oltre ad una trabeazione con quadriglifi e metope che separa i due ordini. è movimentato nella parte inferiore da paraste e da quattro colonne doriche su pilastri; due sono le colonne superiori, con capitello corinzio. Un frontone triangolare, più ampio del piano superiore, conclude la parte sommitale e ai suoi lati sono collocati due grandi vasi in terracotta. Grazioso il campanile a vela, ruotato lievemente rispetto alla facciata, che ospita una campana del 1636.

L’interno è ad aula unica rettangolare, coperta da una volta a sesto ribassato, unghiata in corrispondenza delle finestre. Numerose decorazioni floreali dipinte sulle pareti allietano l’ambiente, solennizzato dai dipinti di falsi tendaggi annodati. L’altare in pietra policroma occupa tutta la parete frontale e sul gradino più alto ospita la statua della Vergine Immacolata, sotto un artistico baldacchino di legno. Sulla controfacciata vi è un palco o matroneo in muratura, perchè i familiari possano accedervi dall’interno della masseria.

La chiesa è già realizzata nel 1740, quando il sacerdote Vincenzo Dell’Abate pro Ecclesia sub titulo Immaculatae Conceptionis B. M. V., deve al vescovo di Nardò l’obbedienza e il peso annuale di mezza libbra di cera lavorata (cum oblatione medietatis librae cerae elaboratae).

Fu ricostruita nel 1780, come si legge sempre negli Atti di Obbedienza conservati nell’archivio diocesano di Nardò, in cui si legge dell’obbligo annuale di una libbra di cera, oltre l’obbedienza, da parte dello stesso prelato (pro Eccl. Immaculatae Conceptionis noviter erecta in rure eiusdem in loco dicto Brusca). 

La cappella, che nel 1830 riscosse la lode del detto Lettieri, è officiata tuttora nei mesi estivi e nella festa della titolare, l’otto dicembre. Nel 1979 è stata ridipinta da Francesco Zuccaro, che osservava ancora i medesimi obblighi nei confronti del vescovo di Nardò.

Si ringraziano gli attuali proprietari, Giovanni e Maria Luisa Zuccaro, per la cortese disponilità.

 

Bibliografia essenziale

AA.VV., Paesaggi e sistemi di Ville nel Salento (a c. di V. Cazzato), Galatina 2006.

A.S.L., spoglio degli atti notarili di Nardò.

V. Cazzato, Il giardino di statue della masseria Brusca a Nardò, teatro del mondo e degli dei, in Interventi sulla “questione meridionale”, a c. di F. Abbate, Roma 2005.

V. Cazzato-A. Mantovano, Paradisi dell’Eclettismo. Ville e villeggiature del Salento, Cavallino, 1992.

A. Costantini, Le masserie del Salento. Dalla masseria fortificata alla masseria villa, Galatina 1995.

C. Daquino, Masserie del Salento, Cavallino 2007

M. Deolo, La masseria Brusca. Un’architettura barocca nelle campagne di Nardò, tesi di Laurea in Storia dell’Architettura Moderna, relatore prof. Vincenzo Cazzato, Università degli Studi di Lecce, a.a. 2003-2004.

M. Deolo, Una masseria ai margini di un “sistema”, la Brusca in territorio di Nardò, in AA.VV., Paesaggi e sistemi di Ville nel Salento (a c. di V. Cazzato), Galatina 2006, 198-209.

M. Gaballo, Civitas Neritonensis. La storia di Nardò di Emanuele Pignatelli ed altri contributi, Galatina 2001.

E. Mazzarella, Nardò Sacra, a c. di M. Gaballo, Galatina 1999.

 

pubblicato su Spicilegia Sallentina n°6.

Vestigia di due insediamenti scomparsi tra Felline e Ugento

di Stefano Cortese

Chi dalla marina di Posto Rosso si reca a Felline, non può fare a meno di visitare quei ruderi di un’antica chiesetta intitolata alla Vergine “Santa Potenza”. Tanti misteri cela questo antico edificio sacro, già a partire dall’attributo alla Vergine, misterioso quanto insolito nelle nostre aree. Nella monografia di Felline (Cartanì 1990) viene detto che risalirebbe al 1481, per via un beneficio ecclesiastico in onore della Natività della Vergine voluto da Rosa de Nicola da Cutrofiano, ma già nella visita pastorale del 1452 del mons. De Epiphanis si hanno diverse attestazioni del “loco Santa Mariae Potenciae” (Cortese 2010, 95): la sfortuna ha voluto che tale chiesa, insieme ad altre di Felline, Melissano e Casarano parvum, fossero state censite nel foglio poi smarrito, perdendo cosi tutto il suo inventario “bonorum mobilium et stabilium”. La primitiva chiesetta potrebbe anche essere stata di culto italo-greco, come sembrano confermare i non certamente probanti indizi dell’orientamento est-ovest e di una croce greca incisa in un blocco di reimpiego.

Una volta ricostruita nella seconda metà del XV secolo, subì diverse modifiche tra cui l’abbattimento dell’altare della Purificazione nel 1580 e soprattutto l’edificazione di alcuni locali adiacenti dove doveva vivere l’oblato. Nel 1640 fu dipinta, nel muro di recinto del giardino, una Vergine in trono con Bambino, mentre ai primi anni del ‘700 risale la pittura, oggi in evoluto stato di degrado (si nota ancora la sinopia), del “Riposo durante la fuga in Egitto”, sita a destra entrando nella chiesetta. Sul muro frontale, dove doveva esistere l’altare della SS. Trinità, non rimane che una nicchia, invasa sia dalla vegetazione affiorante, sia dai conci del soffitto crollato.

Pochissimo è rimasto anche delle sale adiacenti, edificate a differenza del sacro edificio, in pietre informi misto a bolo, mentre resiste ancora oggi il muro a secco con nervature in conci che recinta il giardino.

Si teneva una festa il giorno della Natività della Vergine (8 settembre) e la prima antifona vespertina era celebrata dall’arciprete di Ugento, la seconda dall’arciprete di Felline (AVU 1819), essendo lo stesso complesso situato metà nel feudo fellinese (il giardino), metà nel feudo ugentino (la stessa chiesa). Nella visita del 1878 del mons. Masella viene detta “in ristaurazione” (AVU 1878).

In alcune fonti la chiesa viene ubicata nel cuore di Cesite, un casale ricordato nel 1278 quando era infeudato a Raynaldo de Hugot e che verrà poco dopo accorpato a Felline essendo spopolato. A personale avviso l’insediamento di Cesite, come confortato dalle ricognizioni, era situato ancora più ad est, ai piedi della serra, nella zona Acquare/Santi Viti (Cortese 2007): è qui infatti che è stata rinvenuta ceramica imperiale e frammenti sporadici di età bizantina, confortata inoltre dalla presenza della chiesetta intitolata a San Vito, diruta già nel XVII secolo. La chiesa di Santa Potenza era a metà tra l’insediamento medievale di Felline (anch’esso leggermente più ad est) e quello di Cesite, quest’ultimo abbandonato già in età medievale e non come citano le fonti (Corvaglia 1987), soltanto dopo la scorreria turca del 1547.

Un altro insediamento, distante un chilometro circa, è quello di Fracagnone (Cortese 2010, 27-28). Questo insediamento è ben più difficile da intercettare, ma dovrebbe essere sito in prossimità del fondo Gorgoni o Palombaro; toponimo, quest’ultimo, che ci indica la presenza di un bene, cioè una colombaia in avanzato stato di degrado. Probabilmente fu edificata nel ‘500, quando l’insediamento era già da qualche secolo spopolato, e presenta profonde lesioni che minacciano un crollo imminente. E’ una colombaia a pianta circolare, inframmezzata da un toro e con una graziosa merlatura in parte preservata.

 

BIBLIOGRAFIA

-AVU 1819, Visita pastorale mons. Alleva

-AVU 1878, Visita pastorale mons. Masella

-G. Cartanì (1990), Felline. Storia tradizione costume, Grafo 7, Taviano pp. 316-20

-E. Ciriolo (1999), “Gli affreschi della chiesa di S. Maria della Potenza in Felline” in Lu Lampiune n° 2 anno XV, edizioni del Grifo, Lecce pp. 127-128

-S. Cortese (2007), Il paesaggio medievale tra Felline e Ugento, tesi di laurea in topografia medievale a. a. 2006/07 relatore prof. Paul Arthur

-S. Cortese (2010), Nei borghi dei Tolomei. Formazione e caratteristiche dei borghi antichi di Racale, Alliste e Felline, C.R.S.E.C. Le/46 Casarano, Parabita pp. 95-97

-F. Corvaglia (1987), Ugento e il suo territorio, Galatina pp. 153-155

-P. Scarlino (1899), Memoria giuridica pel comune di Alliste e frazione Felline contro Vitali, ed eredi Basurto fu Luigi da Racale, Gallipoli, Tipografia gallipolina

Nardò. L’antichissima abbazia di Santa Maria delle Tagliate

Dai “Sommessi racconti inediti”

 Il racconto del silenzio. L’abbazia di “Sancta Maria de le Talliate”

di Enrico Gaballo

Può sembrare un fantasioso ed antistorico controsenso che si possano raccontare vicende legate indissolubilmente ad un’antica abbazia benedettina attraverso alcuni segni rupestri. L’abbazia di S. Maria de le Talliate sorgeva a circa due chilometri dal centro abitato di Nardò e a quattro dal mare. Insisteva su di un’area di nove ettari a forma di valletta quadrilatera facilmente individuabile dalle rovine di una chiesa con campanile a vela. Della chiesetta settecentesca di origine bizantina, crollata tra il 1964 – 1966, rimane solo un cumulo di macerie.

Intorno e nelle immediate vicinanze si può godere della visione dell’omonimo insediamento rupestre (vedi sez. urbanistica Nardò, zona rilevante) con alcune abitazioni – grotte, con croci latine sugli stipiti degli ingressi, che hanno senz’altro subito scavi da parte dell’uomo nel periodo intorno all’anno Mille a.C. con scale di collegamento e con una cisterna vicino alla chiesa diroccata, che consisteva in un unico ambiente con volta a botte di circa metri tre per cinque.

Queste testimonianze si sprofondano nella roccia dissestata e sono cavità di piccola dimensione in parte allineate ed, in apparenza, intercomunicanti. Somigliano molto alle grotte otrantine. Il complesso rupestre si affacciava con molta probabilità su di un’importante via di comunicazione: la Sallentina che collegava non solo centri marittimi come Otranto e Taranto, ma anche due mari: l’Adriatico e lo Ionio. La strada un tempo tagliata dalle ruote dei carri, oggi è impietosamente sepolta da grigio asfalto.

Questi agglomerati scavati nella roccia erano occupati da popolazioni disperate per il continuo stato di guerra nell’Alto Medioevo.

Nei pressi del villaggio con molta probabilità vi era l’antichissima abbazia appunto di “Sancta Maria de le Talliate”,

Chiesetta dei Santi Stefano e Vito presso la masseria Carignano Grande

 

ph Aristide Mazzarella

Chiesetta dei Santi Stefano e Vito presso la masseria Carignano Grande in agro di Nardò

di Marcello Gaballo

A circa 1,5 Km dal centro abitato, tutta in muratura, di media grandezza, era dotata di beneficio ecclesiastico: un terreno seminativo e macchioso circondato da muro; un ettaro e due orti di seminativo, tutti con la decima; nove orti di vigneto; una grotta ed una casupola, senza alcun obbligo.

Fu arcipretura curata e l’arciprete ogni anno prestava obbedienza al vescovo di Nardò ed offriva una candela di cera del peso di una libbra.

Trascorso il tempo la cappella crollò ed il casale ne rimase privo per anni. Verso il 1577 il rettore Leonardo Trono, assecondato dal barone Francesco Antonio Carignano, ne iniziò  la ricostruzione, terminata sotto il rettore successivo Giovanni Lorenzo Carignano. Risultò tutta in muratura, di forma rettangolare (circa metri sei per otto), con un solo altare e l’immagine di San Vito dipinta sulla parete retrostante, con campanile, campana, due grandi tele e quattro gradini di accesso.

Il barone donò cinque orti e mezzo di terreno in Carignano con la decima, ed un capitale censo di ducati seicento per la celebrazione ivi di due Messe domenicali ed una festiva, ridotta  successivamente dai vescovi Lelio Landi (1596 – 1610), Luigi e Girolamo De Franchis (1611 – 35) ad una sola domenicale e ad un’altra in Cattedrale. Il beneficio rendeva, al netto degli oneri, ducati venti annui.

Verso il 1870 i beni furono incamerati dallo stato e venduti a privati; tuttavia, per interessamento del proprietario, nella cappella si celebrò la messa le domeniche e feste fino ai primi decenni del secolo scorso, poi fu chiusa ed abbandonata come è ora.

Verso il 1860, cessato di esistere il casale, la  cappella non fu più arcipretura curata.

Arcipreti della stessa, tra gli altri, furono: Tommaso Inno, che rinunziò poco dopo; Leonardo Trono, 7 maggio 1546 – maggio 1600; Giovanni Lorenzo Carignano, dottore nelle Leggi, 13 maggio 1600 – 34; Giuseppe Carignano, 2 dicembre 1634 – 78; Oronzo Carignano, 1679 – 94; Felice Carignano, 1695 – 1714; Giuseppe Carignano, 1715 – 4874; Giovan Battista Carignano, 1749 – 71; Antonio Della Ratta da Lecce, 1772 – 86; Giovan Battista Tollemeto, 1787 – 1822; Cesare Stasi,  1823 – 37; Domenico Trotta 1838 – 60 circa.

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