Il dipinto delle sante Maria Maddalena e Francesca Romana del pittore Donato Antonio D’Orlando

 

di Stefano Tanisi

Donato Antonio d'Orlando

Soggetto: Sante Maria Maddalena e Francesca Romana

Epoca: 1618

Autore: Donato Antonio D’Orlando (1560 ca. – 1636)

Tecnica: olio su tela

Misure: cm. 263,5 x 166

Stato di conservazione: recente restauro

Provenienza: Ugento, Museo Diocesano (già nella chiesa delle Benedettine di Ugento)

Iscrizioni: DONATO ANTONIO D’ORL.DO PICTORE DI NARDÒ 1618/ S. M. MADALENA / S. FRANCESCA ROMANA / scene lato sinistro: Christum adit cum Simone leproso mense acumbentem / Domum reversa aurea catena corpus suum asperrime castigat / Ad concionem cum Marta se confert ubi amore Dei vehementer accenditur / Romam adeunt a S. Petro inteletum cum Matalena vera pr[A]edicaret / Madalena indeserium locum abit ubi sacta vitam extremo die claudit / scene lato destro: Moltiplica il pane in refettorio / Esce odore soavissimo del suo corpo / Spesso dopuo la Comunione era rapita in estasi / Sana un putto del mal caduco / […]

 

La tela, proveniente dalla chiesa delle Benedettine di Ugento, raffigura le due Sante Maria Maddalena e Francesca Romana. È un’opera autografa del pittore Donato Antonio D’Orlando di Nardò, da come si può leggere dalla firma “DONATO ANTONIO D’ORL.DO PICTORE DI NARDÒ 1618”. Datata dunque 1618, allo stato attuale è l’ultima opera che si conosce con certezza del pittore neretino.

Il dipinto, come spesso si riscontra nelle opere del pittore, ha un carattere devozionale e didattico, grazie all’utilizzo di scenette che ritraggono gli episodi salienti della vita delle due sante accompagnate dalle relative didascalie che permettono ai fedeli una più facile lettura della rappresentazione sacra. Come in altre opere, il pittore utilizza delle bordature in foglia oro per delimitare le scene.

In passato la Chiesa latina accomunava nel culto di santa Maria Maddalena tre donne diverse: 1) la peccatrice perdonata a casa di Simone il lebbroso; 2) Maria di Betania, la sorella di Marta e Lazzaro; 3) l’indemoniata Maria Maddalena (da Magdala, città da dove proveniva) liberata da Gesù che diverrà la sua devota discepola. Essa fu tra le donne che assistette alla crocifissione e divenne la testimone diretta della resurrezione di Cristo. Ed è quest’ultima che va correttamente indicata come la nostra santa.

Nel dipinto ugentino la Maddalena è raffigurata a sinistra in ginocchio con le mani congiunte in segno di preghiera; il suo sguardo è diretto verso il cielo. Alle spalle è un vaso di vetro trasparente contenente il profumo con il quale avrebbe dovuto ungere la salma di Cristo la Domenica di Pasqua. Il lato sinistro è ripartito da cinque scenette con gli episodi della vita della santa, accompagnate da sintetiche didascalie in latino stentato, dove troviamo a partire dall’alto: Gesù mentre è a cena a casa di Simone guarito dalla lebbra, la peccatrice s’inginocchia ai suoi piedi (Christum adit cum Simone leproso mense acumbentem); a casa la santa fa penitenza in ginocchio frustandosi il petto con una catena d’oro di fronte a un tavolo dove è poggiato un crocefisso, il vaso dei profumi e il teschio simbolo della vanitas (Domum reversa aurea catena corpus suum asperrime castigat); Maria con la sorella Marta insieme a un gruppo di donne ascoltano la predica di Cristo posto su di un pulpito (Ad concionem cum Marta se confert ubi amore Dei vehementer accenditur); lo sbarco della Maddalena a Marsiglia, anche se la didascalia allude a una predica con san Pietro a Roma (Romam adeunt a S. Petro inteletum cum Matalena vera pr[A]edicaret); la morte della Maddalena e la gloria tra gli angeli (Madalena indeserium locum abit ubi sacta vitam extremo die claudit).

Donato Antonio d'Orlando

La Maddalena ugentina, pur nella rigidità della posa, ricorda la stessa santa raffigurata nella Crocifissione della chiesa matrice di Galatone. Entrambe, anche se dipinte specularmente, si dimostrano simili nella fisionomia del volto, nell’attacco della testa al lungo tozzo collo, nel modo di trattare la fluente capigliatura, nell’anatomia delle mani.

Donato Antonio d'Orlando

Queste due opere si rivelano assai decisive nell’attribuzione al D’Orlando di un noto dipinto raffigurante la Pietà, conservato nella chiesa dei Carmelitani di Nardò, attribuito nel 1964 da Michele D’Elia e Nicola Vacca al pittore Gian Serio Strafella (documentato dal 1546 al 1573) di Copertino: nonostante il recente restauro che ha evidenziato i colori e le forme, nel 2013, nel catalogo della mostra leccese dedicato ai pittori manieristi (Cassiano-Vona, 2013), gli studiosi hanno confermato tale dipinto al pittore copertinese. È chiaro che la qualità pittorica e coloristica dei tre dipinti menzionati è certamente differente (cosa assai palese nella produzione del pittore), ma mettendo a confronto i tre volti della Maddalena sorprendentemente si richiamano tra loro nella configurazione del naso e delle palpebre dell’occhio, particolari fisiognomici – riscontrabili anche in altri dipinti autografi – che sono peculiari della produzione del D’Orlando. Conferma si ha quando si raffronta anche l’anatomia del corpo esanime del Cristo nel compianto di Nardò con quella del Crocifisso di Galatone (confronta anche con il corpo di Cristo della tela della Madonna della Misericordia della chiesa omonima di Nardò o con quello dell’Allegoria del Sangue di Cristo della chiesa di Santa Maria delle Grazie di Seclì).

Simmetricamente a destra troviamo raffigurata, sempre in ginocchio, santa Francesca Romana. La santa, vissuta tra il XIV e il XV secolo, fu sposa, madre, vedova e fondatrice a Roma dell’ordine religioso delle Oblate Benedettine di Monte Oliveto. Ha dedicato la sua vita all’unità della Chiesa, ai poveri, malati e morenti. Nel dipinto ugentino l’oblata è raffigurata nella sua consueta iconografia: vestita con abito nero e lungo velo, mentre nelle mani regge il libro delle regole. È affiancata dall’angelo custode – abbigliato con una vistosa dalmatica rossa e tiene in mano una palma con i datteri – che la difese dal demonio. Anche il lato destro è occupato da cinque scene dei miracoli della santa, con le relative didascalie scritte invece in italiano, dove troviamo: santa Francesca che moltiplica il pane nel refettorio di fronte alle consorelle (Moltiplica il pane in refettorio); la salma della santa distesa su un catafalco, dal cui corpo esce un odore soave, mentre le consorelle assistono sorprese e un monaco gli si è inginocchiato ai piedi (Esce odore soavissimo del suo corpo); la santa raffigurata in ginocchio davanti il tabernacolo mentre è rapita in estati dopo la Comunione (Spesso dopuo la Comunione era rapita in estasi); la santa guarisce dall’epilessia un giovane trattenuto da un anziano (Sana un putto del mal caduco); la santa visita un’ammalata distesa nel letto (didascalia consunta).

Lo sfondo, dalle contrastate tonalità fredde grigio-verde, è occupato in alto dal cielo plumbeo che va gradualmente a rischiarirsi sulle vette delle montagne alle cui pendici compaiono dei piccoli nuclei abitativi.

Il recente restauro ha restituito i colori e i dettagli del dipinto, oscurati da numerose ridipinture e strati di sporco. Nella rimozione delle parti ridipinte è emerso che le labbra delle due sante sono state in passato volutamente sfregiate.

 

Bibliografia:

– D’Elia M. (a cura di), Mostra dell’Arte in Puglia dal tardo antico al rococo, catalogo, Istituto Grafico Tiberino, Roma, 1964, p. 136;

– Vacca 1964 = Vacca N., Nuove ricerche su Gian Serio Strafella da Copertino, in Archivio Storico Pugliese, XVII, 1964, p. 33;

– Corvaglia F., Ugento e il suo territorio, ristampa, Tipografia F. Marra, Ugento, 1987, p. 110;

– Palese S., Monasteri e società in Terra d’Otranto. Le monache benedettine di Ugento, in «Archivio Storico Pugliese», Bari, Società di Storia Patria per la Puglia, a. XXXIII, 1980, pp. 271-272;

– Cazzato M., Sulle vie delle capitali del Barocco, Antonio Donato D’Orlando (XVI-XVII Sec.), Aradeo 1986, p. 22

– Cassiano A., Il Museo Diocesano di Ugento, in Antonazzo L., Guida di Ugento. Storia e arte di una città millenaria, Galatina, Congedo Editore, 2005, p. 90;

– Cassiano A. – Vona F. (a cura di), La Puglia il manierismo e la controriforma, catalogo della mostra, Congedo Editore, Galatina 2013, pp. 56-57, 224-225.

 

(Tratto da: Tanisi S., Scheda 6. Sante Maria Maddalena e Francesca Romana, in S. Cortese (a cura di), La fede e l’arte esposta. Catalogo del Museo Diocesano di Ugento, Domus Dei, Ugento 2015, pp. 51-53)

Nardò. La chiesa dell’Immacolata e la dimora dei francescani conventuali

 

 

di Marcello Gaballo

Nel 1271 i francescani di Nardò avevano avuto in dono dal re Carlo I d’ Angiò, tramite il suo parente Filippo de Toucy, reggente della città, l’ antico e rovinato castello (castrum temporum & bellorum iniuria destructum), ubicato nel punto più alto della città, per farne un loro convento[1].

Il complesso è nelle vicinanze della cattedrale neritina, identificabile con l’attuale palazzo Castaldo, già Del Prete-Giannelli, a ridosso della chiesa dell’ Immacolata e dell’ Ufficio Postale.

Da quell’anno e per i tre secoli successivi le notizie sull’ordine minoritico in città e sulla loro chiesa sono assai frammentarie. Recenti rinvenimenti di rogiti notarili cinquecenteschi hanno chiarito aspetti sino a qualche decennio fa del tutto oscuri.

La nostra chiesa da svariati Autori è stata sempre attribuita al celebre Giovanni Maria Tarantino, lo stesso delle chiese neritine dell’ Incoronata, S. Domenico e S. Maria della Rosa.

Poco noti sono invece gli interventi di altri fabricatores experti neritini, altrettanto abili, che sul finire del 500 dettero a Nardò l’impronta che in parte ancora possiamo vedere e che ci sembrano meritevoli di accurato studio, in ciò confortati dalla scoperta dei documenti nell’ Archivio di Stato di Lecce, che ci consentono di collocarli, al pari del più noto Tarantino, fra i grandi della storia dell’architettura salentina del XVI-XVII secolo.

Angelo e suo figlio Vincenzo Spalletta, Tommaso Riccio, Donato, Marco Antonio ed Allegranzio Bruno, Francesco delle Verde, sono tra quelli che prestarono la loro opera per realizzare il complesso di cui scriviamo, oltre al menzionato Tarantino, che però in questo caso si limitò a ricostruire il solo chiostro (ancora esistente e adiacente la chiesa, non visitabile).

particolare dell’ingresso con la statua dell’Immacolata

È doveroso riconoscere al prof. Giovanni Cosi il merito di aver dato per primo alla luce alcuni dei capitolati di appalto per la costruzione del nostro complesso, realizzato in più riprese in circa 20 anni, a partire dal 1577.

Altri contributi sono stati pubblicati negli scorsi anni dagli architetti Mario Cazzato, Laura Floro, Giancarlo De Pascalis,  contribuendo così a delineare, con gli ultimi miei rinvenimenti, una microstoria che oggi possiamo ritenere pressocchè definita.

Occorreranno certamente altri studi ed approfondimenti, che si auspicano numerosi, per riscrivere pagine di storia della nostra città, fra le più operose di Terra d’ Otranto, almeno nei tempi passati e, lo speriamo, nel futuro.

Il primo atto notarile sul convento è del 1577, quando i frati danno incarico ai mastri Donato e Allegranzio Bruno, Tommaso Riccio e Angelo Spalletta, affinché realizzino parte della chiesa di S. Francesco (che fu dedicata all’ Immacolata solo nel XIX secolo!).

L’ anno successivo, 1578, dei predetti si ritrovano esecutori dei lavori soltanto Angelo Spalletta e Tommaso Riccio, i quali tutta predetta frabica fino al presente giorno l’ hanno fatta tutti dui essi mastro Jo. Thomasi et mastro Angelo. Ma, per motivi non dichiarati, dopo qualche mese, viene sciolta la società e si conviene con concordia et transazione, che esso m.tro Jo. Thomasi cede et renuntia come già hoggi avanti di noi cede et renuntia a detto m.tro Angelo presente la p.tta frabica di detta ecclesia di S. Francesco.

particolare della facciata

Probabilmente c’è un fermo dei lavori a causa della mancanza di fondi e solo il 15 giugno 1587, con atto del notaio Tollemeto, viene stipulata una convenzione tra i frati, rappresentati dal guardiano Donato Tabba e dal vicario Angelo Assanti, ed Angelo Spalletta. Quest’ultimo, con i mastri Allegranzio Bruno, Giovanni Maria Tarantino, Giovanni Tommaso Riccio e Giovan Francesco delle Verde, realizzerà quattro claustri (super fabrica facienda quator claustrorum). Più in dettaglio il rogito riporta:

I detti mastri siano obligati scarrare à loro dispese lo claustro fatto vecchio, cortina de la cisterna et quanto sarà di bisogno, per la quale scarratura, succedendo rovina al convento, sia à danno et interesse di detti mastri, et la terra de la scarratura et cavatuira di pedamenta detti mastri siano anche obligati portarla fora al giardino di detto convento a loro spese;

item detti mastri saranno anche obligati fare detti claustri con cinque arcate per claustro à colonne con vintiquattro lamie di spicolo;

item saranno anche obligati detti mastri fare di novo la porta di battere di detto convento di carparo bastonata, con una loggia à lamia di palmi sidici di larghezza e vinti longa.

Mentre i frati provvederanno alla calce – continua l’atto – ai mastri spetterà fornire le pietre, che nel caso delle terrazze, capitelli e cornici delle colonne saranno della tagliata di Santo Georgio. Le pietre della facciata  della chiesa del convento et li pezzi delle colonne siano di la tagliata di Pergolati (Pergoleto, Galatone), de la petra forte et negra.

La somma pattuita è di 400 ducati, di cui 20 dati come acconto[2].

Ma anche questa volta il contratto fu sciolto, per cause imprecisate, perchè l’anno dopo, a proseguire e completare i lavori si ritrova ancora Angelo Spalletta, consociato però con il congiunto Vincenzo, oltre a Sansone ed Ercole Pugliese, magistri fabricatores dicte civitatis Neritoni.

Nella convenzione si stabilisce che essi realizzeranno per la fabricam faciendam in aedificandis et construendis: crocera, cubula (cupola), sacrario (sacrestia) et campanile in ecclesia conventus[i][3]. Il capitolato, alquanto articolato e assai interessante, lo riporto in successivo contributo.

Due cartigli sulla facciata riportano a sinistra le cifre “S.T.” e a destra “S.B.”; si potrebbe ipotizzare che queste siano le firme dei mastri realizzatori (Spalletta-Tarantino; Spalletta Bruno?). Al centro ancora un cartiglio sembra riporti 1580 o forse 1589, più consono con le vicende della fabbrica, come è riportato nei documenti che si allegano.

particolare del coronamento superiore. A destra il cartiglio con le cifre “S B”

Nel 1598 ancora un contratto (che si allega nell’altro post) documenta lavori da ultimarsi: il campanile, la sacrestia, parte delle volte. Sulla conduzione del convento e sulle vicende architettoniche successive si conosce ben poco. Nel 1783 comunque dimoravano in esso undici Minori Conventuali: sei sacerdoti e cinque conversi.

Nel primo decennio del XIX secolo, a causa della soppressione di molti ordini, il nostro fu requisito dal governo e venduto a Marcello Giannelli, che ne fece la propria abitazione.

La chiesa rimase chiusa ed abbandonata, riducendosi in pessime condizioni statiche. A causa del crollo della tettoia, il vescovo Luigi Vetta, verso il 1850, fece realizzare la volta in muratura e la risistemò dedicandola alla Vergine Immacolata, gestita dalla confraternita omonima.

L’attuale chiesa, pesantemente riammodernata sotto il rettorato di Aldo Garzia, poi vescovo, risulta alta ed ampia, di forma rettangolare, con sette altari, il maggiore, tre a destra e tre a sinistra, collocati sotto arcate o cappellette.

Del primitivo altare maggiore, maestoso e in marmi policromi, poi barbaramente scomposto in più parti negli anni 70 del secolo scorso, sopravvivono due colonne con capitelli. Su una di esse, che sostiene il Vangelo, è scolpito lo stemma della famiglia Personè, probabile finanziatrice dell’opera. La balaustra, anch’essa rimossa e scomposta, è conservata nella sacrestia; niente sopravvive del pergamo e del coro ligneo dei frati, collocato un tempo dietro l’altare maggiore.

Entrati nel sacro edificio il primo altare di destra (della metà del Settecento)è dedicato a S. Giuseppe da Copertino, con una tela del titolare. Nella chiesa il santo ebbe un’estasi durante le Quarantore del SS.mo Sacramento, elevandosi sino all’altezza dell’ostensorio contenente l’Eucaristia e, nonostante le numerose candele accese, sostò tra le stesse in adorazione per qualche tempo[4]. L’ovale in alto riproduce la Visita della Madonna a S. Elisabetta.

Il secondo altare in origine era dedicato alla Presentazione di Maria al Tempio,  la cui tela fu sostituita da un quadro in cartapesta a rilievo, coperto da vetro, raffigurante Santa Rita da Cascia[5].

Era privilegiato e in alto ospitava il dipinto di San Giovanni da Capestrano.

secondo altare del lato destro

Il terzo altare era dedicato all’Assunzione di Maria, raffigurata nella tela; l’altro dipinto raffigura S. Biagio, commissionato dai baroni Sambiasi, che qui avevano diritto di sepoltura, come confermano l’epigrafe e lo stemma posti ai lati dell’altare.

Sul lato sinistro il primo altare, anche questo settecentesco, era dedicato alla Purificazione di Maria, come conferma la tela in alto. Un secondo dipinto si ritiene raffiguri il protettore cittadino, S. Gregorio Armeno; in verità sarei più del parere che si tratti di Simeone. Lo stemma del Vescovo Carafa conferma la datazione più tarda rispetto agli altri altari.

Il secondo era dedicato all’Annunciazione, con la relativa tela e l’altra sulla cimasa raffigurante la Maddalena.

secondo altare del lato sinistro

L’ultimo ospita una tela con la Natività di Maria Vergine e in alto una mediocre, più piccola, raffigurante S. Giovanni Battista, forse in sostituzione di una precedente.

Rilevanti nella chiesa la grande tela con l’immagine dell’Immacolata posta frontalmente, sul presbiterio: l’artistico organo seicentesco, collocato su apposito palchetto a ridosso della controfacciata; l’interessante e molto bella statua lignea della Vergine, precariamente collocata a destra del presbiterio.

 
 
 
cantoria con organo

Per approfondire:

Coco Primaldo, I Francescani nel Salento, Lecce 1916.

Perrone Fr. Benigno, I conventi della Serafica Riforma di S.Nicolò in Puglia (1590-1835), voll.3, Galatina 1981.

Perrone Fr. Benigno, Neofeudalesimo e civiche Università in Terra d’Otranto, voll. 2, Galatina 1980.

Tafuri Giovanbernardino, Dell’ origine, sito e antichità della città di Nardò, in “Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Gio.Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò”, in A. Calogerà, Raccolta di opuscoli scientifici e filologici, t. XI, Venezia 1735.

Vetere Benedetto (a cura di), Città e monastero – i segni urbani di Nardò (secc. XI-XV), Galatina 1986.

particolare dell’altare privilegiato

[1] Wadding Luca, Annales Minorum in quibus res omnes Trium Ordinum a S. Francisco iustitutorum ex fide ponderosius…, II e VIII, 1647: nel 1271 …Neritoni in regno Neapolitano Carolus Andegauensis huius nominis primum utriusque Siciliae Rex concessit in habitaculum Fratibus extruendum regium castrum temporum & bellorum iniuria destructum. Donationis instrumentum ipso rege praesente factum, apparet in vetusta membrana. Recensetur hic conventus sub Provincia S. Nicolai, & custodia Brundisina Patrum Conventualium.

[2] Per questo ed altri lavori del convento v. pure G. COSI, Il notaio e la pandetta, Microstoria salentina attraverso gli atti notarili (secc. XVI-XVII), a c. di M. Cazzato, Galatina 1992, pp. 72,75.

[3] Rimando al mio articolo La chiesa dell’Immacolata e il convento dei Francescani, identificati gli autori del complesso cinquecentesco, in “Portadimare”, dic. 1998, p. 3; L. Floro, La cinquecentesca chiesa di S.M. Immacolata, in “La Voce del Sud”, 22/11/1997; G. COSI, Spigolature su Nardò. Come venne su la chiesa di S. Francesco, in “Voce del Sud”, Lecce 14/11/1981; G. COSI, Spigolature su Nardò. Giovanni Maria Tarantino e il convento di S. Francesco, in “Voce del Sud”, Lecce 6/3/1982.

[4] E. Mazzarella, Nardò Sacra.

[5] Nel 1952 nella chiesa è stata istituita la Pia Unione di S. Rita da Cascia, che ancora attende alla cura ed al decoro del sacro luogo, alle funzioni liturgiche ed alla  diffusione del culto e delle virtù della Santa.


Un pregevole presepio di Malecore a Nardò

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Tra fede e tradizione

L’artistico presepe in cartapesta di Malecore

nella chiesa del Sacro Cuore a Nardò

di Marcello Gaballo

Ben volentieri richiamo l’attenzione sul grande livello qualitativo di un gruppo statuario che è presente nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù in Nardò. Ogni anno, ormai da oltre otto lustri, la comunità esibisce il complesso figurativo in originali e mai ripetitivi presepi, seguendo le volontà del sacerdote che volle commissionare le opere, don Salvatore Leonardo (1939-1997), primo parroco, il cui ricordo e la cui sensibilità restano ancora vivi tra quanti lo ebbero pastore.

Questi ebbe grande cura della comunità e dell’edificio sacro a lui affidato, preoccupandosi di dotarlo di ottimi arredi, tra i quali le statue presepiali di cui si scrive in questa nota.

Attento cultore dell’arte popolare e particolarmente devoto al grande evento della Natività di Cristo, francescanamente innamorato del presepe di Greccio, don Salvatore volle dotare il suo gregge di quanto meglio potesse rievocare la lieta Novella.

Si rivolse dunque al più valido artefice della cartapesta leccese vivente, il maestro per eccellenza, Antonio Malecore,[1] ultimo esponente della celebre bottega ancora attiva sino a qualche decennio fa nel cuore della Lecce antica, impiantata dallo zio Giuseppe nel 1898.[2]

ancora un presepe tradizionale realizzato negli scorsi anni dalla comunità dela parrocchia del Sacro Cuore di Gesù in Nardò. Le statue, come nelle altre foto d’insieme, sono quelle del maestro Antonio Malecore

Il sacerdote aveva notato la finezza e la valenza artistica del Malecore in numerosi lavori sparsi nelle diverse chiese salentine, cogliendone la cura meticolosa dell’esecuzione, il sorprendente realismo dei personaggi e la perizia tecnica esercitata in ogni particolare delle statue. Era soprattutto attratto dalla dolcezza dei volti del maestro, dall’anatomia, dal panneggio e dalla delicata cromìa, mai esagerata, non translucida, ben accostata.

Ne commissionò ben sei, con costi non indifferenti per quel periodo (1979) e per le limitate risorse degli offerenti, sempre ripromettendosi di ampliare la scena con successive committenze, come effettivamente avvenne nei decenni successivi da parte del suo successore e dei parrocchiani.

Maria, Giuseppe, il Bambino con la mangiatoia, il pastore in ginocchio, l’umile contadina con il cesto di mandarini, il pifferaio. Meravigliose opere gelosamente custodite nel corso dell’anno, tolte dal luogo “proibito” solo alla vigilia, per essere collocate nel presepe allestito, ultimo atto da compiersi poco prima della Veglia della Santa Notte.

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Nel 1998 alcuni fedeli, desiderosi di incrementare il patrimonio scultoreo, commissionarono al medesimo maestro, ormai al termine della carriera, i tre Magi, l’angelo e un terzo pastore.

La diversa cronologia delle opere non si ravvisa in modo netto, è evidente per lo più nella crescita artistica del Malecore: è il caso ad esempio degli alteri Magi, particolarmente interessanti rispetto alle restanti statue per la capacità manuale che senz’altro supera il limite dell’artigiano.

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Non è da meno il bel pastore genuflesso sull’arto destro, figura che si volge delicatamente verso destra, con un atteggiamento devoto che nulla ha da invidiare ai simili dipinti nelle più belle opere del Seicento. La raffinata resa delle mani, i lineamenti del volto, l’andamento della barba e la garbata posa forse potrebbero designarlo come il miglior pezzo della collezione.

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Non esiste tuttavia competizione tra le figure, rispettando ognuno il suo ruolo ed esercitando un fascino che solo Malecore poteva attribuire loro. E quanta dolcezza nel volto di quel giovin suonatore di piffero, le cui mani stringono con incredibile eleganza l’umile strumento che sembra davvero diffondere un melodioso suono nell’angusta stalla.

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Lo stile del gruppo statuario senz’altro richiama ai leccesi altari zimbaleschi, infinite volte ammirati dal maestro nella chiesa del Rosario in particolare,  la sua “maniera” tuttavia si distingue dallo stile accartocciato barocco, prediligendo una composizione più sobria e più vicina al gusto del contemporaneo. L’angelo del presepio neritino, per esempio, nulla ha a che fare con gli angioletti paffuti e giocosi degli altari di S. Irene o di Santa Croce e di tanti altri altari barocchi salentini, offrendosi allo spettatore in posa severa, consapevole dell’evento che si celebra, fiero di esibire quel cartiglio che esorta alla Gloria al Padre per tutti gli uomini nel più alto dei Cieli, in eterno.

E quella che potrebbe apparire come la statua più semplice, raffigurando un contadinello con la legna nella saccoccia, ancora una volta conferma l’abile modellazione plastica del Malecore, evidente nella realizzazione di caratteri somatici sempre differenti, marcati, tipici della gente del Sud, con uno standard che non tradisce mai la sua inconfondibile arte scultorea.

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La semplice carta, ridotta in poltiglia secondo tecniche centenarie, diventa pregevole materia capace di competere con i più nobili materiali, alla ricerca della perfezione e della bellezza classica che indossa le vesti del popolo salentino. Ma anche quando deve trattare “reali” personaggi, come i tre Magi, l’artista riesce a conservare la dolcezza dei loro volti, l’umile posa, rendendoli esuberanti solo per le vesti degne del loro status, impreziosite dall’abile collocazione  di gemme e minuterie in metallo dorato.

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Il risultato è dato dall’insieme di undici figure a tutto tondo, di grandezza proporzionatamente ridotta (la più alta è di circa 120 cm), colorate a pennello, dal peso alleggerito grazie alla struttura impagliata.[3] Il contesto presepiale in cui vengono annualmente inserite – anche questo mai ripetitivo – conforme al mondo contadino di fine Ottocento, esalta la bellezza dei manufatti, esprimendo egregiamente il bimillenario racconto della Natività nell’angusta stalla.

Non ci vuole molto a capire che il maestro Antonio Malecore qui, come per altri presepi sparsi nelle sedi più prestigiose del mondo, è andato ben oltre la tradizione leccese, con risultati che lo inseriscono di diritto nella storia della cartapesta. Un catalogo delle sue opere, a mio parere, è più che mai auspicabile, a dispetto degli scettici che si ostinano a ritenere quella della cartapesta un’arte di livello inferiore.

Il gruppo statuario neritino, per la sua singolarità e il gusto realistico, meriterebbe una collocazione stabile nel sacro edificio, magari in un’apposita cappellina laterale. Questo eviterebbe gli immancabili guasti delle opere, in più punti già riscontrabili con le cadute di colore e la frattura di alcune parti più deboli, come purtroppo ho potuto constatare.

Plaudo comunque alle sagge scelte della fervente comunità, che ha saputo ben scegliere, investendo attentamente sulla cultura dell’arte popolare a Nardò e nel Salento.

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Le foto sono state concesse in esclusiva a Spigolature Salentine e non è consentita in nessun modo la loro riproduzione.©

QUEL BASTONE DEL SANTO PONTEFICE, REGALATO CON PROFONDO AFFETTO E STIMA, AL NUOVO VESCOVO DI NARDO’

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di Paolo Marzano

Ho ritenuto opportuno, introdurre, in queste mie riflessioni, con due brani, scelti, tra i tanti ed interessanti episodi, che descrivono la densa vita di Ambrogio Salvio, il domenicano vescovo di Nardò che come si già raccontato, dal 1569 al 1577 guidò quell’antica diocesi. Leggendo, comprenderete l’obiettivo dello scritto. Lo studio pone l’attenzione su un periodo che la storia locale, ritengo, abbia tenuto troppo da parte, ma che invece si colloca in una fase di grandi decisioni fondamentali per la Chiesa e conseguentemente sullo sviluppo della nostra città. Chi per studio o per curiosità volesse adoperarsi nel leggere quei volumi, ne trarrebbe una complessa atmosfera, esistente, proprio nella nostra diocesi. Si tratta della nostra storia e pochi sono i documenti che possono descriverne il contesto. D’altronde, nessuno fin’ora ha dichiarato di aver trovato falsità incongruenze o errori, o ancora, interpretazioni sbagliate di quelle notizie. Sappiamo però che la storia di Nardò, esiste in alcune relazioni, depositate anche presso la biblioteca privata Chigi.

 

facciata

Sono brani, dunque, tratti dai due volumi che compongono il “Della vita del venerabile monsignore F. Ambrogio Salvio dell’ordine de’ predicatori. Eletto vescovo di Nardò dal Santo Pontefice Pio Quinto e di altre notizie storiche spettanti a quella Chiesa”. I due volumi sono stati pubblicati dalla Stamperia Arcivescovile in Benevento nel 1716.

Tali brani descrivono e dunque dimostrano come venne elaborato un approccio interessante, ed allo stesso tempo importante, nei metodi, dall’anziano vescovo di Nardò. Ricordo che Michele Ghislieri fu il Santo Padre, dal 1566 -72

QUEL BASTONE DEL SANTO PONTEFICE, REGALATO CON PROFONDO AFFETTO E STIMA, AL NUOVO VESCOVO DI NARDO’

capitolo I del secondo volume pag. 102

“… Onde strano parvergli a prima vista, che se gli raddoppiassero le fatiche, quando il lasciarlo riposare era necessità più presto, che elezione. Contuttociò, e tra perche ubbidientissimo Uomo si fù sempre egli, e tra perche ancora non sentì mai smorzato in sé quel vivo desiderio di lavorare nella vigna del Signore, accettò ubbidiente la carica, non senza il merito d’un gran rassegnamento fatto maggiore, e dalla sua decrepitezza, e dal bisogno, da lui conosciuto di quella Chiesa. E bene a chi piacerà andare avanti nella nostra storia sarà agevole il ravvisare in lui un ottimo Prelato, un zelante Pastore, e un Padre amoroso verso la cara Gregge alla sua cura affidata. Bisognò intanto che San Pio ve l’astringesse con un espresso comando di santa ubbidienza, che altrimenti la sua soda modestia, e profonda umiltà vinto avrebbe ogni altro rispetto, e rimasta sarebbe defraudata del suo ottimo fine l’intenzione santissima del Pontefice. Quale per rimostrargli sempre più la propensione dell’Animo suo, intento a favorirlo, aiutarlo, ed  assistergli in ogni sua occorrenza, lo dispensò primieramente dal pagamento delle Bolle, ordinando, che gli fussero spedite gratis, indi lo provide di denaro per soffrire co minore incomodo quelle spese, che in tali congiunture non possono evitarsi, cendogli pagar mille feudi. Ultimamente con una sovrabbondanza di tenerezza, e d’affetto, vedendolo prender congedo da se per inviarsi al Vescovato, gli donò un suo bastone, il quale a di nostri conservasi nel Convento di S. Domenico in Bagnolo. Essendoche fusse quello tenuto sempre caro dal Salvio, come memoria rimastgli di quell’affetto, con cui il Santo Pontefice lo riguardava…”.

particolari della facciata della chiesa di San Domenico a Nardò
particolari della facciata della chiesa di San Domenico a Nardò

Un altro episodio che riporto l’ho titolato:

GLI ATTRIBUTI CHE ‘DISCIPLINANO’

dal capitolo III del secondo volume pag. 156 (opera citata in testa)

“ … Nella continua occasione di assistere al Coro osservato avea, che alcuni dei suoi Canonici soverchiamente frettolosi, e alquanto distratti, e disattenti recitavano tanto in fretta l’Officio, che tirandosi dietro la voce degli altri tutti, mancavasi molto a quella pausa, e devozione, che ricercasi nel salmeggiare. Chiamatili a se ammonilli il Vescovo più, e più volte. Ultimamente vedendo, che nulla approfittavansene, aspettò che una mattina tutti fussero al Coro i Canonici in atto di aspettarlo per cominciare. Comparve egli, ma vestito, e adornato di tutte le vesti Ponteficali, e assisosi alla sua Sede con una certa aria di maestà, fece un Ragionamento con tal calore, e veemenza, che ne rimasero per qualche tempo storditi. E tanta fu la compunzione, e’l terrore di quei, sovra di cui principalmente scaricorsi quella piena, che per lo avanti ravveduti, ed emendati riuscirono e di consolazione al zelante Pastore , e d’esempio a Compagni. E questo doveroso genio di sempre più mantenere riformato, ed esemplare il suo Clero, lo rendette ancora cauto oltremodo e guardingo nell’ordinare Cherici, e nell’ammetterli allo stato di Ecclesiastici. Ne ciò succedeva, se non quando aveane preso rigorosa ugualmente, che minuta informazione, e dopo averli da per se stesso più, e più volte esaminati. Mostrandosi oltre a ciò renitente molto in dispensare a quel tempo, che da un’ordine all’altro vogliono i Canoni, che si frammezzi: volendo, che col lungo esercizio delle virtù, e col desiderio più ardente, si rendessero maggiormente degni di quel grado, a cui aspiravano. Questi furono i mezzi, co’ quali ottenne, ciocche a prima vista parea poco meno che impossibile, un’intiera riforma di tutta la sua Diocesi. La quale poi andò così in essa prendendo piede, che Monsignor Cesare Bovio immediato di lui successore, benché venisse, come altrove abbiamo scritto, dalla scuola di S. Carlo, ebbe a dire nel primo entrarvi. Io trovo il terreno della mia diocesi molto ben governato senza alcuna erba trista di modo, che non vi è bisogno d’altro, che di ottima semenza”.

S.Domenico 01.10.2007 003

Le domande e le curiosità sono tante e leggendo i volumi diventeranno tantissime.

Perché un Papa (in particolare San Pio V) manda il teologo domenicano (quasi obbligandolo e richiamandolo all’ obbedienza) a 78 anni, ad iniziare una tremenda battaglia per la fede, nella diocesi di Nardò? (leggendo si capirà il motivo del “tremenda”).

Perché ‘quel’ Papa, si fa carico dei pagamenti delle bolle, privilegiando la figura di Ambrogio Salvio e ponendosi quasi a disposizione del domenicano, purchè lui dedicasse attenzione a quella diocesi?

Cosa sapeva il Papa (San Pio V) della diocesi di Nardò, per “richiamare” una gigantesca figura dell’ordine domenicano (molti lo indicano anche come maestro del Ghislieri, quindi, del Papa) come quella di Ambrogio Salvio? (forse aveva concreti dubbi sulla conduzione della diocesi, dopo la presenza del vescovo Giovan Battista, della famiglia Acquaviva D’Aragona?)

Il domenicano avendo carta bianca ela fiducia estrema del Papa mette in atto la zelante strategia che aveva adottato nella sua vita. In Cattedrale, sposta il coro (non soltanto), per far avanzare l’altare (mensa) e porlo a più stretto contatto con i fedeli, gestisce l’urbanistica innalzando cuspidi, recupera monasteri e riconsolida la fede con episodi evidenti di profonda fede e zelo come quello di andare in casa delle famiglie indigenti e portare loro conforto e cibo.

L’equivoca situazione della diocesi di Nardò, non veniva fuori forse da un’altra importante figura prima di lui (Giovan Battista Acquaviva d’ Aragona)? Ma allora perché il narratore racconta di tante situazioni al limite della normale civiltà che Ambrogio Salvio, rivela fino a “piangere” per la situazione in cui trova quella diocesi?

Ambrogio Salvio combatterà contro l’arroganza, il tradimento, la cupidigia, la superficialità dei comportamenti, il malcostume, denuncerà i titoli acquisiti senza la dovuta dottrina per il clero e cercherà di arginare diverse sacche di eresie contro la fede. Ma com’era la situazione della diocesi di Nardò a quel tempo?

Come si vedrà (per chi leggerà i densi due volumi), è evidente un’atmosfera al quanto particolare che ritengo, la storia locale, non abbia, messo a fuoco abbastanza e magari, considerato nel giusto modo. Specialmente quelle particolari relazioni conseguenti al contesto dei rapporti tra la chiesa, i duchi del periodo e il popolo. Auspico una rivalutazione, dell’opera, e in particolare della figura di Ambrogio Salvio.

S.Domenico 01.10.2007 006

13 FACINOROSI TELAMONI DI LECCE VS 13 FANCIULLI BIZANTINI DI NARDO’

Ricordo a questo proposito ciò che ho già riportato in altri scritti e che ritengo di fondamentale importanza. Il domenicano Ambrogio Salvio è vescovo di Nardò dal 1569 al 1577 e che l’ispirazione, quindi, la decisione della facciata di San Domenico come un arco di trionfo domenicano, a tre fornici, è contemporanea alla battaglia di Lepanto 1571 (è uno dei buoni motivi per cui l’opera vada tenuta da conto per il suo valore storico architettonico, nell’ambito, ritengo, di tutto il meridione d’ Italia). Coincidono troppi elementi per non definire quella facciata preziosa in ogni suo particolare, e sarà certamente ‘scrutata’ ancora. Per esempio, è molto probabile e facilmente presumibile, anche con un confronto visivo (particolare che difficilmente sarà riportato su documenti, ricordo che la facciata della chiesa non è mai stata descritta nei dettagli come stiamo contribuendo a fare, con questi miei scritti), che il domenicano cerca di ‘naturalizzare’ moderatamente l’azzardo, ritenuto esageratamente pagano, della facciata leccese di Santa Croce, il cui tremendo primo livello, a quel momento, era già costruito fino alla balustra compresi i telamoni reggitori. Il domenicano, teologo, allora, a Nardò, sottolinea l’equivoco sull’interpretazione della legge della natura, ‘sostenuto’, ad esempio, dalle colonne laterali poste all’ingresso del tempio di Lecce. Invece di bacchi danzanti e fauni barbuti a cavallo di volute fin troppo esplicite, di sirene bicaudate o figure femminili che ‘offrono’ il loro ventre come frutto ricolmo, a Nardò, egli contrappone, ‘criticamente’ la norma. La serie di regole che la disciplina impone per la salvezza dell’anima. E, proprio là, dove a Lecce, insiste un nastro con vitigni, spirali e simboli pagani che prepara alla scenografica balaustra sostenuta da telamoni, invece a Nardò ci sono vari omucoli (M. Manieri-Elia) apparati con i vari messaggi di fede, e che ‘segnano’ un intero livello. Gli dei pagani barbuti, esposti in perverse ammiccanti torsioni, non possono avere posto, all’ingresso del tempio, invece, hanno l’obbligo di ‘reggere’ o sostenere la regola che conduce alla salvezza dell’anima. Ne risulta una semplice, ma sconvolgente teoria critica, estetica, simbologica. Penso che possa essere stato proprio questo, uno dei motivi dell’ispirazione della facciata di San Domenico. Essa nasce dal semplice incontro dell’uomo con Dio nel dies irae (giorno del giudizio), a continuo monito per le sue creature. Di fronte alla sua presenza, infatti, messa da parte l’arroganza e la superbia, risultano i 13 facinorosi telamoni a Lecce, trasformati, a Nardò, in 13 fanciulli nudi (di cui, il motivo di quella simbologia, chiarirò nel link indicato in calce) pronti per il giudizio.

Tesori, dunque, che acquistano preziosità e lucentezza intellettuale, pari alla sensibilità di chi li legge o ne ipotizza interpretazioni, fin’ora, tutte attendibili.

 

Per approfondire l’argomento, in tutti i suoi punti discussi, dal quale l’articolo è tratto, vedere:

http://culturasalentina.wordpress.com/2014/07/08/il-vuoto-e-leccedente/

Quasi un biglietto da visita

di Armando Polito

 

SE L’INFERMO DESIA STAR QUETO E SANO

DI CHRISTO PIGLIA PRIA LA MEDICINA

CH’È ‘L SACRAMENTO GUIDA DEL CHRISTIANO.

SANATA L’ALMA, INVOCHI LA REGINA

DEI CIELI E I SANTI SUOI COSMO E DAMIANO,

E POI ‘L DOTTO PARER, LA DISCIPLINA

DEL MEDICO TERREN, PERCHÉ SÌ VOLE

LA SANTA CHIESA E ‘L SUO FULGENTE SOLE

                                1603

 

L’epigrafe consta di otto endecasillabi di pregevole fattura, i primi sei con rima alternata AB AB AB, gli ultimi due con rima baciata CC.

Questa autopresentazione sintetica ed efficace che rivendica anche nel campo della salute la preminenza, quanto meno cronologica (PIGLIA PRIA), della religione (SÌ VOLE LA SANTA CHIESA E ‘L SUO FULGENTE SOLE1) sulla scienza (IL DOTTO PARER, LA DISCIPLINA DEL MEDICO TERREN), è leggibile a Nardò nella chiesa dei SS. Medici alla base di un affresco venuto alla luce nel 1980 (le foto sono mie e risalgono al 2000), raffigurante la Madonna con il Bambino e in basso i santi Cosimo e Damiano, la cui posizione subalterna nell’ambito del divino è ribadita dall’esser citati per ultimi (… Christo … Regina dei Cieli … Santi …); essa, perciò, appare anche come un’efficacissima didascalia del dipinto.

_______

1 Nel 1603 era papa Clemente VIII, ma credo che qui il riferimento sia senz’altro all’Eucaristia (la medicina ch’è ‘l sacramento guida del Cristiano), sicché quello che ho definito un biglietto da visita si chiude con la stessa immagine divina del verso 2, a sancire il trionfo sulla malattia o, quantomeno, sull’inquietudine dello spirito (non tende forse a questo la fede?), cioè l’immagine tutta umana con cui si era aperto.

La chiesa e la confraternita di San Giuseppe a Nardò

chiesa di san Giuseppe Nardò

Sarà presentato Sabato 26 aprile il sesto supplemento della Collana che arricchisce la collana dei “Quaderni degli Archivi diocesani di Nardò-Gallipoli”,  La chiesa e la confraternita di San Giuseppe a Nardò, edizioni Mario Congedo, aggiungendo un altro importante tassello all’opera di ricostruzione storica del tessuto religioso, sociale e urbanistico di Nardò.

Curato da Marcello Gaballo e Fabrizio Suppressa, il volume di 154 pagine, di grande formato, vede la collaborazione di Stefania Colafranceschi, Giovanna Falco, Paolo Giuri, Salvatore Fischetti, Riccardo Lorenzini, Armando Polito, Giuliano Santantonio,  Stefano Tanisi, che hanno offerto saggi di notevole spessore sul culto, iconografia, studi storici e aspetti artistici concernenti il santo e la chiesa neritina a lui dedicata, nella quale ha sede la confraternita.

la facciata della chiesa (ph Paolo Giuri)
la facciata della chiesa (ph Paolo Giuri)

Vengono ricostruite minuziosamente le vicende dell’edificio, realizzato prima della metà del ‘600 su una preesistente chiesetta di Sant’Aniceto, nel pittagio Sant’Angelo, per espresso desiderio del sodalizio, già costituitosi nel 1621.

Tantissimi i documenti citati nel volume, in buona parte inediti e riportati da rogiti notarili e visite pastorali, grazie ai quali si riesce, finalmente, a ricostruire le vicende della bellissima chiesa, a torto ritenuta tra le “minori” della città.

Notevole il corredo pittorico in essa presente, che per la prima volta viene assegnato a valide maestranze salentine del 6 e 700, tra i quali Ortensio Bruno, Nicola Maria De Tuglie, Donato Antonio Carella e Saverio Lillo.

Centinaia di foto documentano le varie espressioni artistiche che si sono sommate nel corso dei secoli, e nel XVIII secolo in particolare, quando la chiesa fu ricostruita a seguito degli ingenti danni riportati nel terremoto del 1743. I rilievi architettonici dell’edificio e dell’annesso oratorio, la ricchissima raccolta di santini provenienti da collezioni private, le bellissime foto e gli inevitabili richiami al culto del santo nella Puglia, accrescono il valore dell’edizione, lodevolmente sostenuta ed incoraggiata dalla confraternita di San Giuseppe.

l'altare maggiore della chiesa (ph Paolo Giuri)
l’altare maggiore della chiesa (ph Paolo Giuri)

Scrive nella presentazione il direttore dell’Ufficio dei Beni Culturali della Diocesi, don Giuliano Santantonio “…Il pregio del lavoro che si pubblica è quello di offrire, in modo documentato e circostanziato, uno sguardo puntuale e dettagliato sulla Chiesa e sulla Confraternita, dalle origini al presente, capace di far apprezzare le significative peculiarità di realtà, come l’edificio sacro e la comunità che è in esso si riconosce, che nel tempo hanno finito per riorganizzare e caratterizzare anche urbanisticamente l’assetto di un intero quartiere, senza il quale la Città sarebbe altra cosa rispetto a come oggi si presenta.

Di particolare interesse è anche il suggestivo sforzo di inquadrare l’origine e lo sviluppo a Nardò del culto verso San Giuseppe nel contesto di un movimento devozionale più ampio, del quale la Città non ha mancato di cogliere i passaggi più decisivi con una tempistica che manifesta, come il tessuto sociale neritino dell’epoca non mancasse di attenzione verso ciò che andava manifestandosi fuori dalla cerchia delle proprie mura. E’ una bella lezione, che a noi, cittadini di un mondo globalizzato, pone l’interrogativo se la nostra capacità di intercettare il futuro che incombe sia ugualmente desta oppure non si sia alquanto assopita”.

particolare dell'altare maggiore (ph Paolo Giuri)
particolare dell’altare maggiore (ph Paolo Giuri)

fronte

fronte retro

Libri. La chiesa e la confraternita di San Giuseppe a Nardò

chiesa di san Giuseppe Nardò

E’ uscito in questi giorni il sesto supplemento della Collana che arricchisce la collana dei “Quaderni degli Archivi diocesani di Nardò-Gallipoli”,  La chiesa e la confraternita di San Giuseppe a Nardò, edizioni Mario Congedo, aggiungendo un altro importante tassello all’opera di ricostruzione storica del tessuto religioso, sociale e urbanistico di Nardò.

Curato da Marcello Gaballo e Fabrizio Suppressa, il volume di 154 pagine, di grande formato, vede la collaborazione di Stefania Colafranceschi, Giovanna Falco, Paolo Giuri, Salvatore Fischetti, Riccardo Lorenzini, Armando Polito, Giuliano Santantonio,  Stefano Tanisi, che hanno offerto saggi di notevole spessore sul culto, iconografia, studi storici e aspetti artistici concernenti il santo e la chiesa neritina a lui dedicata, nella quale ha sede la confraternita.

la facciata della chiesa (ph Paolo Giuri)
la facciata della chiesa (ph Paolo Giuri)

Vengono ricostruite minuziosamente le vicende dell’edificio, realizzato prima della metà del ‘600 su una preesistente chiesetta di Sant’Aniceto, nel pittagio Sant’Angelo, per espresso desiderio del sodalizio, già costituitosi nel 1621.

Tantissimi i documenti citati nel volume, in buona parte inediti e riportati da rogiti notarili e visite pastorali, grazie ai quali si riesce, finalmente, a ricostruire le vicende della bellissima chiesa, a torto ritenuta tra le “minori” della città.

Notevole il corredo pittorico in essa presente, che per la prima volta viene assegnato a valide maestranze salentine del 6 e 700, tra i quali Ortensio Bruno, Nicola Maria De Tuglie, Donato Antonio Carella e Saverio Lillo.

Centinaia di foto documentano le varie espressioni artistiche che si sono sommate nel corso dei secoli, e nel XVIII secolo in particolare, quando la chiesa fu ricostruita a seguito degli ingenti danni riportati nel terremoto del 1743. I rilievi architettonici dell’edificio e dell’annesso oratorio, la ricchissima raccolta di santini provenienti da collezioni private, le bellissime foto e gli inevitabili richiami al culto del santo nella Puglia, accrescono il valore dell’edizione, lodevolmente sostenuta ed incoraggiata dalla confraternita di San Giuseppe.

l'altare maggiore della chiesa (ph Paolo Giuri)
l’altare maggiore della chiesa (ph Paolo Giuri)

Scrive nella presentazione il direttore dell’Ufficio dei Beni Culturali della Diocesi, don Giuliano Santantonio “…Il pregio del lavoro che si pubblica è quello di offrire, in modo documentato e circostanziato, uno sguardo puntuale e dettagliato sulla Chiesa e sulla Confraternita, dalle origini al presente, capace di far apprezzare le significative peculiarità di realtà, come l’edificio sacro e la comunità che è in esso si riconosce, che nel tempo hanno finito per riorganizzare e caratterizzare anche urbanisticamente l’assetto di un intero quartiere, senza il quale la Città sarebbe altra cosa rispetto a come oggi si presenta.

Di particolare interesse è anche il suggestivo sforzo di inquadrare l’origine e lo sviluppo a Nardò del culto verso San Giuseppe nel contesto di un movimento devozionale più ampio, del quale la Città non ha mancato di cogliere i passaggi più decisivi con una tempistica che manifesta, come il tessuto sociale neritino dell’epoca non mancasse di attenzione verso ciò che andava manifestandosi fuori dalla cerchia delle proprie mura. E’ una bella lezione, che a noi, cittadini di un mondo globalizzato, pone l’interrogativo se la nostra capacità di intercettare il futuro che incombe sia ugualmente desta oppure non si sia alquanto assopita”.

particolare dell'altare maggiore (ph Paolo Giuri)
particolare dell’altare maggiore (ph Paolo Giuri)

Alessandro VII, un papa già vescovo-fantasma di Nardò, e il suo vice

di Armando Polito

Credo che la grandezza di un uomo, tanto più di un papa, sia direttamente proporzionale al modo in cui ha gestito il potere, qualunque esso sia, che la sorte gli ha concesso di esercitare e sfruttato, seguendo l’insegnamento di Cristo, per il bene comune il prestigio e l’autorevolezza (non l’autorità che è tutt’altra cosa …)  dei vari titoli che nel tempo ha collezionato, più che all’indubbio effetto e alla suggestione che possono suscitare le testimonianze artistiche di cui fu sponsor e pure quelle che post mortem  ne hanno perpetuato la memoria1. Nel caso del nostro, poi, esse furono tante che seguono riprodotte solo quelle firmate, tra i vari,  dal più famoso  artista dell’epoca: Gian Lorenzo Bernini (1598-1680).

 

 

busto di Alessandro VII, Palazzo Chigi Zondadari, Siena immagine tratta da http://www.scultura-italiana.com/Galleria/Bernini%20Gian%20Lorenzo/imagepages/image13.html
busto di Alessandro VII, Palazzo Chigi Zondadari, Siena
immagine tratta da http://www.scultura-italiana.com/Galleria/Bernini%20Gian%20Lorenzo/imagepages/image13.html
Roma, Piazza della Minerva/stemma dei Chigi alla base del Pulcino della Minerva, monumento realizzato dal Bernini nel 1667, a poco più di un mese dalla morte di Alessandro VII che glielo aveva commissionato. immagini tratte, rispettivamente da Google Maps e da http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/3/30/COA_Alexander_VII_Chigi.jpg?uselang=it
Roma, Piazza della Minerva/stemma dei Chigi alla base del Pulcino della Minerva, monumento realizzato dal Bernini nel 1667, a poco più di un mese dalla morte di Alessandro VII che glielo aveva commissionato.
immagini tratte, rispettivamente da Google Maps e da http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/3/30/COA_Alexander_VII_Chigi.jpg?uselang=it

 

 

Sepolcro di Alessandro VII, Basilica di S. Pietro, Roma. immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:0_Monument_fun%C3%A9raire_du_pape_Alexandre_VII_-_St-Pierre_-_Vatican_(1).jpg
Sepolcro di Alessandro VII, Basilica di S. Pietro, Roma.
immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:0_Monument_fun%C3%A9raire_du_pape_Alexandre_VII_-_St-Pierre_-_Vatican_(1).jpg

Anche se il recentissimo post Alessandro VII papa dal 1655 al 1667 (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/28/alessandro-vii-papa-dal-1655-al-1667/) di Lucio Causo non indulge sfacciatamente a toni apologetici, mi pare doveroso, per amore della storia e ancor più della verità, ricordare, al di là dell’accusa di nepotismo contestastagli e fino ad ora non smentita,  tre fatti incontrovertibili ed uno, l’ultimo, con beneficio d’inventario:

1) Com’è noto Fabio Chigi fu nominato vescovo di Nardò l’8 gennaio 1635, consacrato il 1 giugno dello stesso anno  e si dimise dalla carica solo il 19 febbraio 1652. Non mise mai piede nella diocesi e delegò subito le sue funzioni a Giovanni Granafei nominato vicario generale l’8 giugno 1635. Domanda: Fabio Chigi, essendo,  poco dopo la sua nomina a vescovo di Nardò, impegnato a Malta  come generale inquisitore e delegato apostolico ed essendo stato nominato alla fine del giugno 1640 nunzio apostolico a Colonia con potere di legato a latere e successivamente, mentre ancora era a Colonia, prelato domestico ed assistente al soglio pontificio, perché, di fronte ad un siffatto numero di cariche, mantenne formalmente per tanto tempo quella di vescovo di Nardò sapendo che nella sostanza non avrebbe potuto assolverla nemmeno con l’aiuto di Dio?2  C’è da meravigliarsi a questo punto se, in ossequio al proverbio neretino ogni ppetra azza parete (ogni pietra eleva il muro), dal 1643 al 1654 fu pure rettore dell’abbazia di Santa Maria de Cesarea? Se si potesse difendere il buon Fabio oggi direbbe: – E allora, come la mettiamo con Antonio Mastrapasqua? -. Lascio la risposta a Mingo …

2) Durante gli anni del suo formale episcopato ci fu la brutale repressione dei moti del 16473 nel corso della quale né il Granafei né lui mossero un dito a difesa della popolazione e a condanna di tanta brutalità. Lo fecero, forse, per evitare per la popolazione guai peggiori (?) e per loro semplicemente guai?

3) Nel 1666 Fabio Chigi, dal 1655 papa col nome di Alessandro VII,  nominò arcivescovo il Granafei. Qui manifestò almeno buon gusto, (non so se calcolato …) nell’attendere che da quello spargimento di sangue innocente passasse quasi un ventennio.

4) In Pier Giacinto Gallizia, Vita di S. Francesco da Sales, Pezzana, Venezia, 1762 (quinta edizione) , pagg. 314-316 si legge quanto segue4: Essendo notissima al mondo la divozione, che professava al sant’uomo Fabio Chigi, ognuno presagiva, che Alessandro VII null’avrebbe risparmiato per canonizzarlo. Ed affinché sappiano i divoti del Santo donde procedesse quella speciale divozione, che gli aveva questo gran Pontefice, raccontandosi variamente da molti, sarà a proposito, che io narri qui ciò, che vi ha di più certo, essendo stato confidato dal Papa ad un gran Personaggio. Deve dunque sapersi, ch’essendo il Chigi partito da Siena sua patria per andare a Roma, ancor irrisoluto sopra lo stato di vita, ch’egli prenderebbe, incontrò a caso Francesco di Sales in un’osteria, dove ritornando da Roma soggiornava quella sera. S’abbattè poi di passare davanti a lui, e di salutarlo nel primo arrivo, il che diede motivo al buon Prelato di dirgli, che dopo, che col riposo si sarebbe rifatto delle fatiche del viaggio, si lasciasse vedere: la benignità, e dolcezza, con cui parlò, l’opinione, che correva per il mondo, della sua santità, la maestà soave del suo sembiante fecero abbracciare al Chigi con piacere l’occasione di trattare seco, e perciò non mancò di portarsi al più tosto da lui, stimandosi fortunato nel suo incontro. Parlarono di cose virtuose, e sante, ed osservò il Chigi, che le sue parole gli penetravano il cuore. Dopo varj discorsi gli dimandò qual fosse il suo fine nell’andare a Roma, n’ebbe per risposta, non avesse alcun disegno fisso, bensì giunto che fosse in Roma pensare di consultarsi co’ suoi amici, per appigliarsi a quella professione di vita, ch’essi giudicherebbe più propria. Allora soggiunse il Santo, se non avere anche preso consiglio da Dio; e senz’aspettare risposta disse, volersi consigliare egli pure per lui, e che se ne conosceva il volere glie l’avrebbe notificato prima di partire. La mattina seguente, visitato di bel nuovo dal Chigi, gli disse chiaramente, ch’abbracciasse pure lo stato Ecclesiastico, e perciò giunto, che fosse in Roma, s’applicasse allo studio della Sacra Scrittura, e de’ Canoni; come egli promise subito di fare. Stando poi per partire, nel licenziarsi, Francesco presolo in disparte, gli disse:- Giacché vel mi promettete d’abbracciare lo stato Ecclesiastico, promettetemi anche una cosa molto necessaria per la vostra salvezza, ed è di non ricercare giammai alcun benefizio Ecclesiastico-. Glielo promise il Chigi, ed allora il Santo abbracciandolo con grande cordialità, soggiunse: -Se voi osservate fedelmente la promessa, che fate presentemente a Dio, vi prometto per parte sua, che averete un dì il più grande benefizio della Chiesa-. Come poi il successo verificasse la perfezione, ognuno le vede. Intanto il Chigi non dimenticò mai più i divoti ragionamenti uditi dal Santo, il quale e con qusti, e con le sue incomparabili maniere gli aveva rapito il cuore: andò in Roma, s’appplicò agli studi, maneggiò quegli affari, che furono commessi alla sua abilità; ma non si smarrì la memoria di Monsignor di Geneva. Tutto questo racconto è dell’Anonimo al c.14 del lib. 5 della vita del Santo. Cita egli in margine chi accertò averlo udito dalla bocca del Papa medesimo, a cui fa dire che riesce di grande consolazione ad un Sommo Pontefice, quando mette nel numero de’ Santi quel giusto, della virtù di cui può egli produrre pruove, e argomentare da ciò che vide, e udì, ch’era ripieno dello Spirito d’Iddio. Eppur è forza di confessare che l’incontro sia seguito altrove che nel ritornare il Santo da Roma: o che siansi mal intese le parole del Papa. Francesco non fu in Roma che prima d’esser Vescovo, ed allora Fabio Chigi appena contava due anni. Ben potrebb’essere che la predizione fosse fatta al padre, e non a lui, come dicono alcuni, e che nel vederlo fanciullo, gli fosse manifestata la sua futura dignità; il che accordò il Signore a S. Vincenzo Ferreri, e a S. Francesco di Paola. Se poi è arrivato in altro tempo l’incontro, devonsi cambiare nel racconto alcune circostanze, e potrebb’esser seguito nel 1613 quando già aveva il Chigi 15 anni, e fece Francesco il viaggio di Milano. E quantunque ben si sappia che da Siena si va a Roma senza toccare Milano, che fa se ivi non aveva il Chigi qualche interesse, oppure che prima di portarsi a quella Città che è Capo del Mondo, non abbia voluto visitare il Sepolcro di S. Carlo canonizzato di fresco, o vedere Milano che con Roma pretese già di gareggiare? Comunque siasi, allorché Fabio ritrovò la Filotea, non cessava di leggerla, e successivamente ne fece altrettanto de’ libri del santo, esaltando fin alle stelle, com’era dovere, la sapienza celeste, che contengono, ed il profitto, che se ne ricava, come si vede da una lettera da me, portata in altro luogo. Fatto poi da Innocenzo X Nunzio in Colonia, ed inviato Plenipotenziario della pace, che si doveva trattare in Munster, passando in Annisi trattò con la madre di Chaugì, la quale gli disse, di sapere, che il suo Venerabile Fondatore gli aveva predetto il Sommo Pontificato, e che sperava di vederne ben presto l’effettuazione col pensiero, che l’avrebbe favorevole per metterlo sugli Altari, soggiungendo, che sperava di più, cioè a dire, che anco prima d’allora si sarebbe degnato di procurare la sua Canonizzazione con tutti quei mezzi, che gli sarebbero stati possibili. Promise il Chigi ogni sua opera, e conchiuse il suo discorso con queste parole: — Se sarò fatto Papa, lo dichiarerò per Santo-. Rinnovò pure la promessa fatta di adoperarsi per la sua Canonizzazione, quando da Munster mandò al Monastero d’Annisi grossa somma di contante per contribuire alla fabbrica della Chiesa, dicendo di avere sperimentati nella propria persona gli effetti dell’intercessione di Francesco, per mezzo di cui era guarito da pericolosa, e mortale malattia, per lo che a titolo di gratitudine inviava quel danaro. Or essendo salito sul trono di S. Pietro, la Chaugì, nel felicitarlo, lo supplicò a degnarsi di aver memoria della sua promessa, ed altrettanto fece la madre di  Montmorencì, (già Duchessa, della Casa degli orsini di Roma), e le Religiose d’Annisi; onde il Papa incominciò a pensar seriamente a questo grande affare. Fu poi anche determinato dalle sollecitazioni delle maestà Cristianissime, assicurandolo la Regina Madre, che oltre al dovere a Francesco la guarigione del fu re Luigi XIII di gloriosa memoria, allorché in una sua pericolosa infermità gli fu applicato il suo cuore, gli doveva altresì la vita di Luigi XIV, suo figlio, dicendo, ch’era stato risanato dal vajuolo, e conservato alla Francia per la sua intercessione. Alle sollicitazioni di queste Maestà, unirono poi anche le proprie, Enrichetta Regina d’Inghilterra, il Duca di Savoia, e la Duchessa madre, gli Elettori di Treviri, Magonza, e Baviera, ed altri senza numero, contandosi otto Principi, dieci Duchi, sette Duchesse, quattro Marescialli, venti Titolati, settant’otto Città, venticinque Parlamenti, trent’otto Arcivescovi, e Vescovi, ventinove Collegiate, sette Generali d’Ordini, venti Abati, quaranta case Religiose di varj Istituti, e sessantanove Monasterj della Visitazione. Non poteva un Pontefice sì affezionato al Santo resistere a tante istanze, ma resisteva all’esecuzione di questo, ardirei dire, comune desiderio, il decreto con cui Urbano VIII proibì alla Congregazione de’ Riti il procedere nelle cause della Beatificazione, e Canonizzazione de’ servi di Dio, se non se dopo passato l’anno cinquantesimo dal dì della morte loro. Perciò convenne al Sommo Pontefice di dispensare da detto decreto, per anni quattordici, privilegiando Francesco di Sales, sicché prima di tale scorsa di tempo potesse la Sacra Congregazione aprire i processi, esaminarli, e fare le formalità solite, e necessarie in casi consimili. Ma nel decreto, con cui derogò a quel di Urbano, adduce tali motivi, che facendo molto onore al Santo, devono qui aver luogo. Dice adunque, che si moveva per ragioni efficaci, che forse in altro tempo avrebbe dichiarate: per compiacere il Re, e tutto il Clero della Francia, ed anche molto più per cagione del singolar ossequi professato da Francesco alla Santa Sede, di cui ne’ tempi di Clemente VIII, Paolo V e Gregorio XV aveva eseguiti con tanta puntualità, e giubbilo gli ordini: per li segnalati meriti, che aveva verso la Religione Cattolica, alla quale aveva acquistati settantadue mila seguaci ritolti all’Eresia; e finalmente per avere con la sua pastorale sollecitudine convertiti alla fede Cattolica Borghi, Città, e Provincie confinanti a Geneva. Tal decreto spedito fu a’ 20 di Giugno 16595. Testimonio il Papa nel Concistoro segreto de’ Cardinali, che essendo egli in Munster Nunzio Appostolico, fu tagliato per guarirlo dal male di pietra, e che stando per ispirare, attesa la violenza dell’operazione, col raccomandarsi a Francesco di Sales, lo vide davanti a sé, e ricevutane la benedizione, si ritrovò in un subito risanato.   

Ammesso che sia attendibile quanto ho appena finito di citare, mi chiedo: Fabio Chigi avrebbe lo stesso santificato Francesco se quest’ultimo non gli avesse predetto l’ascesa al soglio pontificio, e se, come lui stesso sembrerebbe aver dichiarato, non avesse potuto, voluto o dovuto compiacere una caterva di pezzi grossi, tra cui, come sempre succede, alcuni molto grossi, uno grossissimo? Tralascio il miracolo di cui sarebbe stato beneficiario perché, se non ci fosse stato, certamente non avrebbe potuto proclamare santo nessuno, come per lo stesso motivo sarebbe stato più improbabile poterlo fare se avesse dovuto rispettare il decreto di Urbano VIII (infatti, essendo morto Francesco di Sales nel 1622, avrebbe dovuto attendere il 1672, cioè il suo 73° anno; e non si sbagliava, perché morì nel 1667); si può perciò escludere che il suo decreto ante tempus sia stato pure un egoistico espediente per garantirsi di passare alla storia prima di passare al mondo dei più?

Più avanti, a pag. 318 si legge: Nella chiesa cattedrale poi di Nardò, di cui egli [il Chigi] fu molti anni vescovo fu altresì fabbricata una cappella famosa, in cui si conserva un dito indice della sua [di S. Francesco di Sales] mano é, onde se ne celebra solennemente la festa. È ora quella Chiesa governata da Monsignor D. Antonio Sanfelice…

Di questa cappella6 e della inevitabile epigrafe che avrebbe dovuto accompagnarla, nonché della reliquia,  non resta traccia, ma, se la notizia corrisponde al vero, essa fu testimonianza di autentica devozione o personale desiderio di Alessandro VII di essere ricordato nella città di cui era stato il vescovo-fantasma?

Non posso chiudere questo post senza spendere poche parole su Giovanni Granafei al quale il Chigi, in tutt’altre faccende affaccendato, aveva delegato, come s’è detto all’inizio, la funzione vescovile. Nel suo piccolo anch’egli volle lasciare testimonianza visiva del suo passaggio terreno. Tra le tante epigrafi perfettamente conservate che lo riguardano mi piace ricordare, paradossalmente per motivi che saranno chiarissimi solo alla fine, proprio quella malridotta, come il resto della fabbrica che la ospita,  ancora visibile nella chiesetta di Santa Maria delle Grotta nel territorio rurale di Nardò (tutte le foto che seguono sono mie)7.

Sulla parete destra della parte ipogea, il cui ingresso è evidenziato dalla freccia e riproposto dall’interno nella foto a fianco, è ancora visibile lo stemma del Granafei e al di sotto di questo l’epigrafe in questione.

 

D. O. M. JOA(N)NES GRANAFEUS BRU(N)DISINU(S)/U(NUSCUIUSQUE) I(URIS) D(OCTOR) PROT(ONOTARIUS) AP(OSTOLICUS) PRA(EPOSITUS) RE(GULARIS) VIC(ARIUS) G(ENERALIS) HOD(IE)/D(OMINI) FABII CHISII  NERIT(ONENSIS) EPI(SCOPI) ET IN GER(MANIA)/HESPERIORI NUN(TII) APOS(TOLICI) HANC ECCL(ESIAM)/[……………/……………/…….] ANNO DOMINI MDCXL

 

A DIO OTTIMO MASSIMO GIOVANNI GRANAFEI DI BRINDISI

DOTTORE DI ENTRAMBI I DIRITTI PROTONOTARIO APOSTOLICO PREPOSTO REGOLARE VICARIO GENERALE OGGI DEL SIGNOR FABIO CHIGI VESCOVO DI NARDÒ E IN GERMANIA OCCIDENTALE NUNZIO APOSTOLICO QUESTA CHIESA [………./………/……] NELL’ANNO DEL SIGNORE 1640.

 

L’epigrafe, dunque, fu apposta sette anni prima dell’eccidio ricordato e sicuramente quando il Chigi era stato nominato nunzio apostolico, cioè dopo la fine del giugno 1640. Il suo stato attuale e quello dell’intero fabbricato, mi ricordano lo strazio non di pietre ma di carne umana del 1647. Vandalismo a parte, sic transit gloria mundi….

 

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1 Oltretutto il personaggio di cui si parla nacque particolarmente favorito, nel senso che apparteneva ad una famosissima e facoltosissima famiglia di banchieri, i Chigi; i suoi nipoti Mario e Agostino acquistarono dagli Aldobrandini quello che sarebbe diventato palazzo Chigi, poi, dopo la vendita allo Stato italiano nel 1916, sede definitiva dal 1963 della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

2 Si legge in Sforza Pallavicino, Della vita di Alessandro VII,  Fratelli Giachetti, Prato, 1849, libro I, a pag. 77:  Appena il Chigi ritrovavasi a Messin, che seppe essergli stato destinato dal Papa in cambio di Nicastro Nardò, chiesa di congrua dote, la quale poi gli è stata d’opportuno sovvenimento per supplire a’ grossi e necessarj dispendj della straordinaria nunziatura alemanna.

Sempre nello stesso libro alle pagg.  91-92: Con più grave jattura della sua borsa deliberava di far un’altra azione, la qual riputava non di magnanimità, ma di giustizia e di convenienza. Aveva egli posseduta per tre anni la chiesa di Nardò, ma con l’animo, e non col piede, e si vedea destinato ad altra occupazione rimota di luogo, e diuturna di tempo [nomina a Nunzio in Colonia]: gli venne però in animo di rinunziarla, parendogli ingiusto godere i frutti assegnati per ricompensa del servigio, e non prestarlo. Benché l’impedimento fosse legittimo per l’obbedienza debita al superiore, e sincera da ogni sua richiesta ed industria, ciò nondimeno scusarlo bensì dall’adempimento dell’assistenza tacitamente promessa nel matrimonio spirituale, non già dall’obbligazion di riporre, quant’era in lui, la sua sposa in libertà, insieme con la dote, acciocché fosse provveduta d’altro sposo non impedito ed assiduo. Ne prese consiglio da persona religiosa a lui confidente, e questa l’interrogò, se la chiesa, stando egli lontano, pativa molto in quelle cose, in cui non sogliono patire le chiese che hanno presente il pastore; imperocché se ciò era, e non vi fosse rimedio per altra via, doveva egli procurar la rinuncia: ma il Chigi rispose di no. Più oltre fu interrogato, se il suo vicario governava la chiesa punto men bene di quel che sogliono governarla i presenti lor vescovi; perciocché in tale evento, quantunque picciol fosse stato il vantaggio, era opera non già d’obbligazione, ma di perfezione di procurare alla sua chiesa accrescimento di buon governo col rinunziarla; ed anche in questa parte rispose di no; perché egli, non potendo servire alla sua chiesa personalmente avea usate esquisite diligenze per provederla d’un buon vicario, e trovandovelo messo dalla s. Sede, ve lo confermò, facendogli larghe condizioni, onde i popoli, e ‘l clero unitamente n’erano soddisfatti, ed il commendavano assai, e secondo la qualità comune de’ vescovi, che a quella chiesa sarebbono potuti toccare, non era verisimile, ch’ella fosse da loro meglio amministrata, che dal suo presente vicario. Udito ciò, quel religioso il confortò, che la ritenesse con ogni tranquillità di coscienza: e così fece, ma sempre in modo, che non usò mai opera per aver nuovo uffizio, o per continuar nell’antico, sicché la residenza gli venisse impedita; anzi sempre desiderò d’esercitarla disegnado di far vita comune co’ suoi canonici ad uso de’ santi vescovi. E qualora quelli della sua diocesi diedero memoriale al pontefice per riaver o piuttosto per avere una volta il loro pastore sempre assente, egli non solo non contraddisse, ma fe’ rispondere, ch’essi aveano ragione, e che a lui sarebbe piaciuto , che fosse lor fatta.

Nel libro II, a pag. 175: Né il Papa [Innocenzo X] nel dargli questi onorati pesi [dopo la nomina a cardinale avvenuta il 19 febbraio 1652 gli vennero assegnate quattro Congregazioni: del Sant’Uffizio, del De propaganda fide,  per l’esame dei vescovi, di Stato] trascurò di sovvenirlo a sostenere altri pesi più molesti, che alla nuova dignità venivano congiunti. Per le spese straordinarie dei primi giorni gli diede un sussidio di tremila scudi e disse al cardinal Pamfilio: – A quest’uomo conviene che pensiamo noi, perché egli niente pensa a se stesso-. Volle anche fornirlo stabilmente d’entrate, e oltre a qualche cosa che gli avea dato innanzi alla promozione, gli aggiunse pensioni e benefici di nuovo. Ma deliberò di sciorlo dal vescovado di Nardò, non gli parendo dicevole, che in quell’abito egli rimanesse vescovo d’una piccola città baronale nel regno di Napoli. Ed in cambio gli offerse ad arbitrio di lui o la chiesa d’Imola assai principale nella Romagna, ovvero in luogo d’essa  tanto d’annua ricompensa (come altri per quella mitra esibiva) quanto n’agguagliasse tutte le rendite. E di più gli diè facoltà di nominare chi gli paresse alla chiesa di Nardò con ogni patto a suo favore più vantaggioso. Alla prima parte rispose, che né poteva mostrarsi inclinato a prendere la nuova chiesa, mentre sua Santità non voleva che andasse alla residenza, come per se stesso era pronto; né dall’altra banda gli pareva conveniente quella maniera d’imporre altrui la soma del vescovado, ed accettare la ricompensa di tutte l’entrate costituite dalla pietà de’ fedeli per sostentamento del vescovo. Dover bene le chiese particolari contribuire a mantenere i senatori della chiesa universale, ma non esser equa contribuzione dare il tutto. Le considerazioni contro la seconda parvero più valevoli, che quelle contro la prima. Avvegnaché il cardinale sarebbe stato assente dal vescovado per le ragioni approvate dal concilio di Trento, ed anche da lungi l’avrebbe amministrato meglio, che altri di presenza; e così di fatto il pontefice diede al cardinale la chiesa d’Imola. Intorno a quella di Nardò egli accettò dal Papa il disporne, ma sotto condizione, purché s’inducesse a pigliarla uno a cui pensava, e della cui attitudine era sì certo, che con l’elezione d’esso credeva di rendere qualche gratitudine alla sua sposa, la cui dote avea posseduta molt’anni con trarne opportuno aiuto nelle sue nunziature

3 http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/08/16/lolocausto-di-nardo-un-tributo-doveroso-ai-suoi-martiri-a-363-anni-dalla-loro-tragica-fine/

4 Lo trascrivo integralmente per fugare nel lettore qualsiasi dubbio di aver estrapolato ad arte ciò che mi faceva più comodo.

5 La bolla di canonizzazione emessa in data 19 aprile 1665 è riportata integralmente alle pagg. 318-325. Il testo del Gallizia è reperibile all’indirizzo

http://books.google.it/books?id=bVN-Q2_tIMAC&printsec=frontcover&dq=gallizia+sales&hl=it&sa=X&ei=gXfAUM2RHsaXtAbki4DoDg&ved=0CDYQ6AEwAQ#v=onepage&q=indice&f=false

6 In realtà la cappella fu fatta costruire da Giovanni Francesco Cristaldi, personaggio legato alla famiglia Chigi,  che nel 1668 commissionò a Pietro Lucatelli (pittore romano del XVII secolo) proprio per la cappella un dipinto, non più rintracciabile, raffigurante il santo.

7 Sulla fabbrica: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/14/note-storiche-e-decrittive-della-chiesetta-di-santa-maria-della-grotta-in-agro-di-nardo/

Sull’epigrafe più dettagliatamente: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/14/non-ci-sono-alibi-2/

Anche un’epigrafe può essere un pretesto …

di Armando Polito

Sono trascorsi poco più tredici anni e mezzo da quel fatidico 1 gennaio 2000, anno che qualcuno sicuramente ricorderà per qualche evento piacevole o spiacevole, al di là del clima di attesa che la data prima indicata portò con sé, anche se ben diverso dovette essere lo stato d’animo di chi in prossimità della conclusione del millennio precedente era vissuto tra attese apocalittiche e profezie la cui cripticità creava più terrore di qualsiasi catastrofe chiaramente annunziata.

Pure l’homo tecnologicus non fu indenne dal trambusto da passaggio di millennio: chi, avendo dimestichezza col pc, non ricorda la “maledizione” del millennium bug? La cosa paradossale è che allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre 1999 non successe nulla, mentre a scoppio ritardato la Microsoft rilasciava in data 14 settembre 2000 la versione del suo sistema operativo denominata Windows ME (Millennium edition) che non avrebbe avuto lunga vita, soppiantata, come fu, da Windows XP, versione rilasciata il 25 ottobre 2001.

Io, per fortuna, ricordo il 2000 per motivi professionali, più precisamente per un cd su Nardò realizzato prima della fine dell’anno 1999-2000 con la mia quinta ginnasiale.

 

Non è che il laboratorio d’informatica all’epoca potesse definirsi avanzato o adeguatamente aggiornato; ad ogni modo, sfruttando ciò che avevamo, riuscimmo a portare a termine la nostra fatica, pur tra mille contrasti dovuti soprattutto al fatto che non è facile mettere d’accordo 23 teste sulla scelta di uno sfondo o di un font … (per parecchi di loro, beata incoscienza della gioventù, era proprio quella la scelta più importante).

E poi, avrei potuto mandare a monte tutto dopo le innumerevoli foto fatte insieme, sia pure con gruppi diversi, nelle due ore del pomeriggio nei giorni in cui ragazzi potevano “rubare” il tempo allo studio “normale”?

Avrei potuto mandare a monte tutto dopo che mi ero dissanguato (2.100.000 lire) a comprare la mia prima fotocamera digitale che maneggiavo con una cura, con una delicatezza e con mille precauzioni (quando prendevo in braccio le mie figlie ne usavo 999 …)? Certo, avrei potuto spendere di meno, ma sono fatto così: tendo al meglio, ma so aspettare finché non è possibile realizzare la mia aspirazione (certo, se si fosse trattato di una Ferrari, starei ancora ad aspettare il meglio …).

Per sfortuna del lettore ho ritrovato ieri il cd contenente quelle foto, gran parte delle quali confluirono in quel lavoro che, rivisto oggi,  mi sembra certamente ingenuo ma, mi si conceda un attacco di immodestia, dignitoso. Quelle foto le cercavo da quattro anni e ormai mi ero rassegnato all’idea di averle perse per sempre, anche perché due anni è stato fino ad ora  il tempo medio di aspettativa di ritrovamento quando mia moglie mette ordine nelle mie disordinatissime cose nelle quali, però, finché restano tali, vado ad occhi bendati.

La prima foto della serie è proprio quella riproducente l’altare maggiore della chiesa della B. Vergine Incoronata a Nardò.

 

Ha attratto la mia attenzione l’epigrafe (nel 2000 non c’era il tempo per fare approfondimenti, né a scuola o a casa avevamo la connessione alla rete) nel dettaglio della foto sottostante.

 

VOCE CHRISTI

MAGNUS

OMNIUMQUE VOCE

MAGISTER

 

Per voce di Cristo

grande

e per voce di tutti

maestro

 

Da notare la costruzione simmetrica delle due parti ognuna delle quali occupa due linee:  il voce Christi e il magnus della prima corrispondono, rispettivamente, all’omniumque voce e al magister della seconda. Da notare, inoltre, l’inversione dei componenti (ablativo e genitivo) in voce Christi e omniumque voce allo scopo, credo, di far risaltare il più importante (Christi) di fronte al meno importante, anche se collettivo, (omnium).

Le frecce in basso hanno il compito di evidenziare graficamente queste corrispondenze.

Ma i due nominativi MAGNUS e MAGISTER (peraltro entrambi dalla stessa radice mag-; in particolare magister risulta formato dall’avverbio magis=più, il cui originario valore comparativo viene ribadito dal suffisso –ter che indica confronto fra due) a chi si riferiscono? Il primo sospetto in questi casi è che l’epigrafe sia in qualche modo una citazione da qualche scrittura sacra. Un’indagine in rete, però, anche cambiando l’ordine di qualche parola, non ha fornito alcun riscontro.

Non mi restava che consultare qualche testo che se ne fosse occupato. E qui spunta il nostro Marcello Gaballo, curatore, sottolineo curatore, di Nardò Sacra scritto da Emilio Mazzarella e pubblicato da Mario Congedo a Galatina nel 1999. Sono sicuro che l’amico Marcello che tempo fa me ne ha regalato una copia non si pentirà, per quel che dirò, del suo generoso gesto.

Alle pagg. 340-341 leggo: L’altare maggiore, cui si accedeva mediante alcuni gradini in marmo bianco, era tutto in pietra leccese con sculture in bassorilievo e angeli in vari atteggiamenti e nel mezzo, sotto la base del Crocifisso, la scritta:

VOCE CHRISTI MAGNA

OMNIUMQUE VOCE MAGISTER

La traduzione fornita in nota è: Il Maestro con la grande voce di Cristo è quello con la voce di tutti.

Questa traduzione mi pare discutibile (al di là del suo ermetismo) non tanto per il verbo essere sottinteso quanto perché risulta totalmente ignorata l’enclitica que. Tutt’al più si potrebbe tradurre: Il maestro (è tale) per la grande voce di Cristo e per voce di tutti. Il lettore noterà che ho scritto maestro con l’iniziale minuscola perché il Maestro per eccellenza è già in Christi.

Inutile, però, perdere tempo su questa traduzione quando nel testo trascritto cui essa si riferisce compare un MAGNA invece del MAGNUS che la foto inequivocabilmente attesta.

E allora? Riconsiderando il tutto mi viene in mente che qui ci potrebbe essere un’eco (solo un’innocente eco, non intendo dire altro …) del magnus Magister dei cavalieri templari applicato, però,  al rettore (inteso come figura istituzionale e senza alcun riferimento individuale) del tempio, con una scissione concettuale del nesso, per cui tale rettore sarebbe magnus per voce di Cristo e magister per voce di tutti. Per ulteriore slittamento, poi, il tutto potrebbe essere un monito generale rivolto al celebrante: (Tu sei) grande grazie alla voce di Cristo e pastore grazie alla voce di tutti.

Il parallelismo grammaticale all’inizio descritto mi impedisce di considerare l’omnium di omniumque di genere neutro plurale sostantivato e, dunque escluderei quest’ulteriore interpretazione, anche se mi sembra la più suggestiva e cristianamente profonda tra tutte: Tu (sei) grande con la voce di Dio e  maestro con la voce di tutte le cose (cioè con l’esempio).

Anche se tutto ciò che non è connesso strettamente con l’epigrafe è andato esattamente così come l’ho descritto, non posso affermare senza ombra di dubbio che la scrittura di questo post è stata dettata da motivazioni di (basso, visti gli esiti … come al solito incerti) ordine scientifico piuttosto che dalla irrefrenabile nostalgia suscitata da quella foto. E di questo chiedo perdono a chi ha avuto la pazienza di seguirmi fin qui.

Complimenti al mio ex allievo!

di Armando Polito

Nel commento ad un recente post di Marcello Gaballo sulla chiesetta di Santa Maria della Grotta1  Piero Barrecchia sottolineava la somiglianza di un affresco con uno del 1656, raffigurante S. Oronzo, opera di Andrea Coppola, presente nel Duomo di Lecce, giungendo alla conclusione che ne sarebbe una delle tante copie.

Siccome la foto del post originale non consente di cogliere i dettagli, ne ho qui ritagliato due da una foto che scattai una decina di anni fa, il che, credo, consente un agevole esame comparativo.

 

 

Leggermente diversa mi pare solo la postura della testa del santo.

 

Un’epigrafe2 presente nella chiesetta è datata 1640, per cui è ragionevole supporre che il dipinto ricalchi l’abituale schema iconografico ma non sia di derivazione coppoliana, a meno che non sia stato realizzato successivamente a tale data.  È certo, però, grazie alla segnalazione di Piero, che esso raffigura S. Oronzo.

Partendo da ciò si potrebbe ipotizzare che tutte le figure facciano parte di un unico ciclo e che quelle non individuate abbiano a che fare con San Giusto, San Fortunato e Santa Petronilla (nobile romana, e questo potrebbe giustificare la corona). Ma io da solo non ce la faccio …

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/14/note-storiche-e-decrittive-della-chiesetta-di-santa-maria-della-grotta-in-agro-di-nardo/

2http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/14/non-ci-sono-alibi-2/

Note storiche e descrittive della chiesetta di Santa Maria della Grotta in agro di Nardò

di Marcello Gaballo 

A pochi chilometri da Nardò, in contrada La Grotta, in quello che anticamente era denominato feudo di San Teodoro, sopravvive una interessantissima testimonianza architettonica, a torto considerata tra le chiese minori extra moenia. Ci riferiamo alla chiesetta di S. Maria della Grotta (in catasto al fg. 84, p.lla 68), talvolta denominata anche S. Maria della Grottella.

Un tempo della prebenda della Prepositura, oggi proprietà privata, è soggetta a vincolo con D.M. dell’ 11/11/86, grazie alle pressanti segnalazioni dell’ associazione Nardò Nostra (allora da me presieduta)[1], sebbene fosse stata già segnalata al Ministero dei BB. CC. il 9/9/981 per il riconoscimento di interesse storico-artistico ai sensi della L. n° 1089 del 1/6/939. Difatti “l’edificio sacro riveste notevole interesse storico-artistico, rappresentando un’insigne testimonianza di architettura religiosa campestre legata alle forme liturgiche proprie della cultura contadina dei centri minori del Salento nel XVII sec.”.

Nella successiva relazione del novembre 1986 della Soprintendenza viene descritta quale “tipico prodotto di architettura religiosa del XVII secolo legata ad un contesto economico-sociale non urbano bensì rurale… caratterizzato da peculiarità stilistiche e formali che lo pongono a pieno titolo nel ricco e complesso fenomeno figurativo comunemente definito come barocco salentino. Rispetto a tale fenomeno il piccolo monumento in questione occupa un posto che, sotto il profilo strettamente stilistico, non può dirsi prioritario; dal punto di vista storico e documentario esso è, tuttavia, ugualmente significativo per comprendere la varietà e la molteplicità delle manifestazioni originatesi da un’ unica temperie culturale ed estetica e ciò lo rende, dunque, meritevole di essere tutelato dal vincolo al pari di tanti altri episodi architettonici maggiori”.

la chiesa con la scala di accesso, vista dall’interno

L’ edificio è costituito da due corpi di fabbrica strettamente connessi, dei quali uno è occupato dalla chiesetta e l’ altro da locali di servizio, dei quali almeno uno già esistente nel 1678, come attesta la visita pastorale del vescovo Fortunato, in cui si legge essere  concamerata.

Il prospetto principale presenta un paramento murario, interamente intonacato, provvisto di due aperture e la cortina muraria degli altri tre lati “è realizzata, invece, in conci di pietra calcarea a faccia vista la cui tessitura contribuisce, insieme alla semplice cornice sagomata di coronamento, ad esaltare l’ essenziale volumetria della struttura parallelepipeda, interrotta soltanto dalle finestre a leggero strombo che si aprono sui fianchi”.

Dalla porta di destra del prospetto si accede, tramite una scalinata alquanto ripida, all’interno della chiesa, il cui piano di calpestío è di circa quattro metri più basso del livello esterno del terreno che circonda l’ edificio.

la volta della chiesa

La peculiarità dell’edificio, senz’altro attribuibile alle celebri maestranze neritine, oltre al vano ipogeo, è data dalla volta lunettata e dalla navata unica di notevole altezza. Ancor più caratterizzante il grande festone “a motivi fogliari scolpiti a forte aggetto che la solca longitudinalmente e che si apre in chiave di ogni campata per includere grandi rombi  decorati in forme diverse, a rosette dai petali rilevati o a racemi incornicianti il monogramma di Cristo. Un’analoga ornamentazione plastica segna i reni dei singoli pennacchi della volta, mentre sui blocchi d’imposta degli stessi compaiono lunghe foglie acquatiche dalla punta ricurva. L’insieme è trattato con evidente finezza ed eleganza e conferisce un piacevole aspetto dell’ambiente che doveva essere ulteriormente arricchito dall’ originaria decorazione pittorica di cui sussistono poche tracce nella parete di fondo”.  Inevitabili i richiami di questa decorazione a quelle della chiesa di S. Maria della Rosa e, soprattutto, della chiesa agostiniana dell’Incoronata, sempre a Nardò.

Occorre infine sottolineare che “singolare è il sistema di illuminazione naturale congegnato mediante alte finestre che attingono la luce dal di fuori e la convogliano mediante le doppie unghie sferoidiche all’interno costituendo diversi piani di luce e ombra che vivacizzano la volta. Le unghie sferoidiche della volta si intersecano in chiave  realizzando il singolare disegno del quadrato ruotato a quarantacinque gradi sottolineato da un cordolo di fiori chiusi, che segnano le linee di tensione della struttura voltata”[2].

una delle finestre

La chiesetta aveva un solo altare, distrutto negli ultimi decenni dai soliti “cercatori di tesori”, mentre le pareti retrostanti ospitavano alcuni dipinti a tempera, oggi a stento visibili, dei quali uno forse raffigurante la Vergine o un santo con lunga capigliatura[3], l’altro  una Crocifissione (vi esisteva infatti un beneficio omonimo) ed il terzo un vescovo con i suoi mitra e pastorale, inquadrato in cornice floreale anch’essa dipinta. Quest’ultimo è raffigurato su un ingresso murato della parete sinistra, probabilmente creato nel Seicento, quando fu dato il definitivo assetto alla chiesa, per ostruire una cavità che è riemersa dagli “scavi” dei soliti sciagurati “cercatori”. Risaltano speroni  rocciosi sulla parete sinistra, avanzati da una possibile grotta originaria, che successivamente fu inglobata nell’edificio. Sulla parete di fronte è murato lo stemma del vicario Granafei, con un’ epigrafe datata 1640, dalla quale si evince che l’ attuale chiesa fu ricostruita essendo abate Marcello Massa.

particolare della volta con il monogramma JHS

Quest’ultimo, già rettore nella visita pastorale del vescovo Luigi de Franchis del 1613, risulta ancora beneficiario nel trentennio successivo, come attestano le visite del vicario Granafei e del vicario Corbino, quando gli si  ordina  che facci far l’ astrico. Nel 1678 è rettore l’abate Girolamo delli Falconi. La chiesetta è censita nella visita del vescovo Sanfelice del 1723 come S. Maria de Griptella in feudo di Agnano; in quella del Lettieri del 1830 risulta officiata dal preposito don Pasquale De Laurentis, che forse fu l’ultimo a celebrarvi la Messa domenicale.

L’occasione è utile per ribadire, ancora una volta, che ci troviamo di fronte ad un monumento di grande interesse nel totale abbandono, che non può essere alla mercè di chi voglia accedervi, magari continuando a smantellare le poche parti ancora integre. Facciamo dunque appello ai proprietari, che non sembrano voler recuperare il bene, perché provvedano a impedirne il crollo, come sembrano minacciare le crepe sul lato destro.

Si preoccupino perlomeno di chiudere gli accessi e il cancello esterno, per evitare curiosi intrusi ed ulteriori vandaliche azioni che ci priverebbero, ancora, di parti di un patrimonio collettivo che ci è stato lasciato in consegna e che abbiamo l’obbligo di consegnare integro ai posteri.

dipinto con il santo vescovo
dipinto del santo o santa con corona, bordone e saccoccia. Tutte le foto sono di M. Gaballo

[1] Per le segnalazioni dell’ associazione Nardò Nostra v. “Quotidiano di Lecce”; “La città”, a. V, n°5, giugno 1986; “Il Salento Domani”, maggio 1986. Parte delle notizie le ho riportate in nota alla scheda compilata da Emilio Mazzarella in Nardò Sacra.

[2] cfr G. DE CUPERTINIS-L.FLORO, La chiesa di S. Maria della Grotta, in “La Voce di Nardò”, dic. 1995, p.17.

[3] Il dubbio è legittimo in quanto la figura, coronata, che regge con le mani quella che sembra una lunga croce astile o un bordone da pellegrino, è ben distante dalla nota iconografia mariana. Potrà aiutare nell’identificazione del santo quella che parrebbe essere una bisaccia, tenuta tra le mani.

 

Pubblicata su Il Filo di Aracne

Non ci sono alibi…

santa maria della grotta

di Armando Polito

La tecnologia mette oggi a nostra disposizione strumenti preziosi per conoscere e conservare le testimonianze del passato. Indagini impensabili fino a qualche decennio fa sono rese possibili da sofisticatissimi strumenti che trovano nell’informatica il partner ideale per l’elaborazione e la comparazione dei dati, alla ricerca di verità nascoste o offuscate dalle offese del tempo. Da qui le ricostruzioni in realtà virtuale che consentono di rivivere il passato, sia pure con i rischi di spettacolarizzazione che nell’era dell’immagine sono sempre in agguato. E sul piano della conservazione? Il discorso qui è molto più complicato perché coinvolge risorse umane ma, soprattutto, finanziarie. In un paese, come l’Italia, che detiene una parte notevolissima del patrimonio culturale dell’umanità il problema non è stato mai particolarmente sentito, nemmeno quando erano i tempi delle vacche grasse, figuriamoci oggi! Se gli affreschi a Pompei lentamente ma inesorabilmente svaniscono (ma qualcuno è pure svanito in un istante nel nulla…), se ai graffiti antichi si sovrappongono quelli moderni di visitatori idioti, che importa? Ci sono ben altri problemi da risolvere! Se penso ai cassintegrati ed alla schiera di giovani in cerca di un lavoro che non comporti lo sfruttamento schiavistico delle loro competenze, finisco, non guardando alle responsabilità oggettive che stanno a monte della crisi, per essere anch’io d’accordo con questo atteggiamento. Allora, se Pompei è destinata ad andare in rovina, se è fatale che manoscritti e libri antichi siano oggetto dell’attenzione privilegiata dei topi e delle muffe, se un fabbricato antico diventato nel corso del tempo rudere fra dieci anni dovrà essere solo un ammasso informe, perché non procedere sistematicamente almeno alla riproduzione digitalizzata del suo stato attuale? Nell’era del decentramento basterebbe che ogni amministrazione comunale utilizzasse le stesse attrezzature riservate ad immortalare, per lo più,  le gesta della maggioranza di turno; gli operatori, poi, potrebbero essere, naturalmente a titolo gratuito, quei numerosi cittadini che in ogni centro danno prova di amore disinteressato per la loro città e per la sua cultura. Ogni riproduzione, ancora, prima di essere immessa in un catalogo generale, dovrebbe essere certificata dalle istituzioni competenti per evitare il rischio dell’intrufolamento di qualche immagine falsa o ritoccata da parte del solito idiota. Tutto ciò comporta preliminarmente l’abolizione di tutti i lacciuoli e le esclusive che attualmente impediscono al privato cittadino di effettuare riprese fotografiche in edifici  aperti al pubblico di qualcosa che è, in fondo, patrimonio di tutti. Il consenso alla ripresa, insomma, resterebbe solo nel caso di edificio privato…non in palese stato di totale abbandono.

Per dare spessore concreto al mio discorso prenderò in esame l’epigrafe presente in un ambiente di quella che era la fabbrica della chiesa di Santa Maria della Grotta1, nell’immediata periferia di Nardò.

La mia foto in basso, elaborata per accrescerne la leggibilità, risale al 2006.

L’epigrafe consta di sette linee, delle quali sono ancora agevolmente leggibili le prime quattro contenenti, come vedremo, il nome dell’intestatario e la brava serie di titoli suoi e del suo “principale”; purtroppo le condizioni del manufatto degradano irrimediabilmente nella metà inferiore (molto probabilmente perché più soggetta alle conseguenze di qualche dissennata attività di tiro a segno o, addirittura, di sovrascrittura), proprio quella che doveva contenere le motivazioni che avrebbero potuto darci qualche ulteriore lume sulla storia della chiesa, sicchè pare un colpo di fortuna che nell’estremo lembo destro si sia  conservata appena leggibile l’indicazione dell’anno.

Eccone la trascrizione:

J(ESUS) H(OMINUM) S(ALVATOR)2 JOANNES GRANAPHEUS BRU(N)DIS(INUS)

U(NIUSCUIUSQUE) I(URIS) D(OCTOR) PROT(ONOTARIUS) AP(OSTOLICUS) PRA(EPOSITUS) RE(GULARIS) VIC(ARIUS) G(ENERA)LIS HOD(IE)

D(OMINI) FABII CHISII NERIT(ONENSIS) EPI(SCOPI) ET IN GER(MANIA)

HESPERIORI NUN(TII) APOS(TOLICI) HA(N)C ECCL(ESIAM)

……………A REPR……….O

…………..ANTE…….

AN(NO) DOM(INI)3 (?) MDCXL

Va subito detto che molto probabilmente la tendenza all’abbreviazione delle parole fu conservata anche nelle linee ora illegibili, sia pure in misura ridotta, dal momento che non vi dovevano comparire, come nella parte precedente, titoli ma solo indicazioni circa l’intervento effettuato sulla chiesa.

Traduzione:

GESÙ SALVATORE DEGLI UOMINI.  GIOVANNI GRANAFEI DI BRINDISI4,

DOTTORE DI ENTRAMBE LE LEGGI, PROTONOTARIO APOSTOLICO, PREPOSITO REGOLARE, OGGI VICARIO GENERALE

DEL SIGNOR FABIO CHIGI5 VESCOVO DI NARDÒ ED IN GERMANIA

OCCIDENTALE NUNZIO APOSTOLICO, QUESTA CHIESA

…………………

…………………

NELL’ANNO DEL SIGNORE(?) 1640

Lascio al lettore immaginare cosa sarà dell’epigrafe fra qualche decennio e cosa sarebbe stato possibile a quella data ricostruirne senza l’ausilio di una foto più o meno datata.

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1 Il lettore che abbia interesse all’argomento può trovarne ampia e dettagliata notizia in Emilio Mazzarella, Nardò  sacra, a cura di Marcello Gaballo, Congedo, Galatina,  1999, pagg. 377-378 e figg. 116-122.

2 JHS è il trigramma, acronimo rivisitato dell’originale greco IHS, abbreviazione di IHSOUS (Gesù).

3 Il dubbio riguarda solo se la formula era riportata in modalità estesa o abbreviata.

4 Nativo di Mesagne, marchese di Carovigno, dottore delle due leggi e protonotario apostolico, inviato a Nardò dalla S. Sede quale vicario apostolico, fu poi fatto nominare vicario generale da Fabio Chigi e l’8 giugno 1635 prese possesso della diocesi. Nel 1636 fu nominato canonico della Cattedrale e nel 1639 preposito.

5 Ordinato sacerdote nel 1634, vescovo di Nardò dal  9 gennaio 1635 al 13/5/1652,  non mise mai piede nella diocesi né mai conobbe Nardò, impegnato a Malta come generale inquisitore e delegato apostolico, alla fine del 1640 nunzio apostolico a Colonia con potere di legato a latere. Mentre era a Colonia fu nominato prelato domestico ed assistente al soglio pontificio. Dal 1655 al 1667 fu Papa col nome di Alessandro VII.

Un pregevole presepio di Malecore a Nardò

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Tra fede e tradizione

L’artistico presepe in cartapesta di Malecore

nella chiesa del Sacro Cuore a Nardò

di Marcello Gaballo

Ben volentieri richiamo l’attenzione sul grande livello qualitativo di un gruppo statuario che è presente nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù in Nardò. Ogni anno, ormai da oltre otto lustri, la comunità esibisce il complesso figurativo in originali e mai ripetitivi presepi, seguendo le volontà del sacerdote che volle commissionare le opere, don Salvatore Leonardo (1939-1997), primo parroco, il cui ricordo e la cui sensibilità restano ancora vivi tra quanti lo ebbero pastore.

Questi ebbe grande cura della comunità e dell’edificio sacro a lui affidato, preoccupandosi di dotarlo di ottimi arredi, tra i quali le statue presepiali di cui si scrive in questa nota.

Attento cultore dell’arte popolare e particolarmente devoto al grande evento della Natività di Cristo, francescanamente innamorato del presepe di Greccio, don Salvatore volle dotare il suo gregge di quanto meglio potesse rievocare la lieta Novella.

Si rivolse dunque al più valido artefice della cartapesta leccese vivente, il maestro per eccellenza, Antonio Malecore,[1] ultimo esponente della celebre bottega ancora attiva sino a qualche decennio fa nel cuore della Lecce antica, impiantata dallo zio Giuseppe nel 1898.[2]

ancora un presepe tradizionale realizzato negli scorsi anni dalla comunità dela parrocchia del Sacro Cuore di Gesù in Nardò. Le statue, come nelle altre foto d’insieme, sono quelle del maestro Antonio Malecore

Il sacerdote aveva notato la finezza e la valenza artistica del Malecore in numerosi lavori sparsi nelle diverse chiese salentine, cogliendone la cura meticolosa dell’esecuzione, il sorprendente realismo dei personaggi e la perizia tecnica esercitata in ogni particolare delle statue. Era soprattutto attratto dalla dolcezza dei volti del maestro, dall’anatomia, dal panneggio e dalla delicata cromìa, mai esagerata, non translucida, ben accostata.

Ne commissionò ben sei, con costi non indifferenti per quel periodo (1979) e per le limitate risorse degli offerenti, sempre ripromettendosi di ampliare la scena con successive committenze, come effettivamente avvenne nei decenni successivi da parte del suo successore e dei parrocchiani.

Maria, Giuseppe, il Bambino con la mangiatoia, il pastore in ginocchio, l’umile contadina con il cesto di mandarini, il pifferaio. Meravigliose opere gelosamente custodite nel corso dell’anno, tolte dal luogo “proibito” solo alla vigilia, per essere collocate nel presepe allestito, ultimo atto da compiersi poco prima della Veglia della Santa Notte.

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Nel 1998 alcuni fedeli, desiderosi di incrementare il patrimonio scultoreo, commissionarono al medesimo maestro, ormai al termine della carriera, i tre Magi, l’angelo e un terzo pastore.

La diversa cronologia delle opere non si ravvisa in modo netto, è evidente per lo più nella crescita artistica del Malecore: è il caso ad esempio degli alteri Magi, particolarmente interessanti rispetto alle restanti statue per la capacità manuale che senz’altro supera il limite dell’artigiano.

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Non è da meno il bel pastore genuflesso sull’arto destro, figura che si volge delicatamente verso destra, con un atteggiamento devoto che nulla ha da invidiare ai simili dipinti nelle più belle opere del Seicento. La raffinata resa delle mani, i lineamenti del volto, l’andamento della barba e la garbata posa forse potrebbero designarlo come il miglior pezzo della collezione.

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Non esiste tuttavia competizione tra le figure, rispettando ognuno il suo ruolo ed esercitando un fascino che solo Malecore poteva attribuire loro. E quanta dolcezza nel volto di quel giovin suonatore di piffero, le cui mani stringono con incredibile eleganza l’umile strumento che sembra davvero diffondere un melodioso suono nell’angusta stalla.

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Lo stile del gruppo statuario senz’altro richiama ai leccesi altari zimbaleschi, infinite volte ammirati dal maestro nella chiesa del Rosario in particolare,  la sua “maniera” tuttavia si distingue dallo stile accartocciato barocco, prediligendo una composizione più sobria e più vicina al gusto del contemporaneo. L’angelo del presepio neritino, per esempio, nulla ha a che fare con gli angioletti paffuti e giocosi degli altari di S. Irene o di Santa Croce e di tanti altri altari barocchi salentini, offrendosi allo spettatore in posa severa, consapevole dell’evento che si celebra, fiero di esibire quel cartiglio che esorta alla Gloria al Padre per tutti gli uomini nel più alto dei Cieli, in eterno.

E quella che potrebbe apparire come la statua più semplice, raffigurando un contadinello con la legna nella saccoccia, ancora una volta conferma l’abile modellazione plastica del Malecore, evidente nella realizzazione di caratteri somatici sempre differenti, marcati, tipici della gente del Sud, con uno standard che non tradisce mai la sua inconfondibile arte scultorea.

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La semplice carta, ridotta in poltiglia secondo tecniche centenarie, diventa pregevole materia capace di competere con i più nobili materiali, alla ricerca della perfezione e della bellezza classica che indossa le vesti del popolo salentino. Ma anche quando deve trattare “reali” personaggi, come i tre Magi, l’artista riesce a conservare la dolcezza dei loro volti, l’umile posa, rendendoli esuberanti solo per le vesti degne del loro status, impreziosite dall’abile collocazione  di gemme e minuterie in metallo dorato.

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Il risultato è dato dall’insieme di undici figure a tutto tondo, di grandezza proporzionatamente ridotta (la più alta è di circa 120 cm), colorate a pennello, dal peso alleggerito grazie alla struttura impagliata.[3] Il contesto presepiale in cui vengono annualmente inserite – anche questo mai ripetitivo – conforme al mondo contadino di fine Ottocento, esalta la bellezza dei manufatti, esprimendo egregiamente il bimillenario racconto della Natività nell’angusta stalla.

Non ci vuole molto a capire che il maestro Antonio Malecore qui, come per altri presepi sparsi nelle sedi più prestigiose del mondo, è andato ben oltre la tradizione leccese, con risultati che lo inseriscono di diritto nella storia della cartapesta. Un catalogo delle sue opere, a mio parere, è più che mai auspicabile, a dispetto degli scettici che si ostinano a ritenere quella della cartapesta un’arte di livello inferiore.

Il gruppo statuario neritino, per la sua singolarità e il gusto realistico, meriterebbe una collocazione stabile nel sacro edificio, magari in un’apposita cappellina laterale. Questo eviterebbe gli immancabili guasti delle opere, in più punti già riscontrabili con le cadute di colore e la frattura di alcune parti più deboli, come purtroppo ho potuto constatare.

Plaudo comunque alle sagge scelte della fervente comunità, che ha saputo ben scegliere, investendo attentamente sulla cultura dell’arte popolare a Nardò e nel Salento.

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Le foto sono state concesse in esclusiva a Spigolature Salentine e non è consentita in nessun modo la loro riproduzione.©

I cavalieri teutonici in Puglia e a Santa Maria al Bagno (II parte)

Santa Maria al Bagno - Nardò (Lecce), masseria Fiume, ingresso principale

L’ ABBAZIA DI S. MARIA DE BALNEO

DA DIMORA DEI CAVALIERI TEUTONICI A MASSERIA (seconda parte. La vendita di tutti i beni pugliesi dell’ordine)

 

di Marcello Gaballo

… Per restare nello specifico della nostra abbazia di S. Maria e nel tentativo di ordinare cronologicamente le sue vicende attraverso i documenti pervenutici, l’ Ordine, rappresentato dal procuratore Giovanni Helfenbeck di Norimberga, dovette sostenere una lite con la diocesi neritina, rappresentata dal vescovo Stefano Agricola De Pendinellis (1436-1451), per il possesso pleno jure dell’ abbazia di S. Maria de Balneo; lite poi risolta da papa Eugenio IV, che confermò al monastero di S. Leonardo di Siponto il possesso  dell’ abbazia[42].

Il primo documento sulla questione è stato riportato dal Camobreco nel suo “Regesto”[43]. Datato 13 aprile 1440 e rilasciato a Barletta, vede tra i testimoni pure Marinus de Falconibus et Perrus eius frater, Lodovicus de Noya, Petrus de Fonte Francisco, artium et medecine doctores, fr. Cicchus abbas S. Marie de Alto, fr. Benedictus abbas S. Angeli de Salute, Cobellus Cafaro vicarius Episcopi in spiritualibus, abbas Nicolaus Grande episcopi vicarius in temporalibus, fr. Victori Gayetanus propositus maioris eccl. Neritonensis, not. Antonius Natalis, not. Loysius Securo et not. Loysius de Vito, tutti di Nardò.

 

Un altro documento datato 20 giugno 1444, rilasciato in Manfredonia[44], tra l’ altro riporta: …locumtenentem cum aliis fratibus dicentes ab antiquo possedisse ecclesiam S. Marie de Balneo… et ipsam ecclesiam Stefanus episc.

San Bernardino. Un affresco del santo senese nella cattedrale di Nardò

Nardò, cattedrale, affresco di s. Bernardino da Siena (ph Marcello Gaballo)

di Marcello Gaballo

La festa del santo senese (*Massa Marittima, 8 settembre 1350 – +L’Aquila, 20 maggio 1444) è occasione utile per sottolineare ancora una volta l’operosità del parroco don Giuliano Santantonio, che ha fermamente voluto il restauro dell’affresco del santo francescano, celebre nel mondo per la devozione al santissimo nome di Gesù e per la riforma del suo ordine, della quale fu uno dei principali sostenitori.

La straordinaria capacità oratoria e le ferventi prediche tenute in moltissime città italiane ne fecero il più illustre predicatore italiano del secolo XV.

Non si riproporrà qui la biografia, trattata ampiamente in numerosissimi libri e facilmente consultabile nel web, mentre piace sottolineare come nessuno degli agiografi ufficiali faccia cenno della sua sosta in Puglia e a Nardò nello specifico. Si descrivono infatti le sue celebri prediche tenute per un trentennio in quel di Mantova, Bologna, Venezia, Ferrara, Siena, Viterbo e nell’Urbe, ma non risultano soste pugliesi.

Si è portati a considerare quelle neritina come l’unica tappa del santo nella nostra regione, e vi giunse perché chiamato dal vescovo dell’epoca, suo confratello, monsignor Giovanni  Barella o Barlà, in carica dal 1423 al 1435[1].

Il fratello Minore avrebbe predicato nella cattedrale di Nardò nel 1433 e la memoria di quel celebre atto fu immortalata qualche decennio dopo da un altro vescovo neritino, Ludovico de Pennis, in carica dal 1451 al 1484[2]. Il presule volle raffigurare l’evento ritraendo il santo nell’atto di predicare dal pergamo di questa cattedrale, con un affresco del 1478, ventotto anni dopo la santificazione. La presenza dello stemma episcopale[3], replicato nei due angoli superiori, consente di fornire veridicità sulla datazione dell’opera.

Molti secoli dopo ancora un vescovo neritino, Antonio Sanfelice[4], volle rimarcare quel giorno facendo dipingere a celeberrimo Solimena il santo con in mano il turibolo. Ciò avvenne nel 1734, con pittura ad olio sul marmo del lastrone posteriore del pergamo, addossato alla quinta colonna della medesima cattedrale[5]. L’inusuale tecnica e l’usura del tempo hanno cancellato buona parte del dipinto e confidiamo sempre nella sensibilità del parroco a che si recuperi quanto gravemente danneggiato.

Ma torniamo al nostro prezioso affresco, che originariamente si trovava su di un pilastro della navata sinistra, inserito in una più ampia decorazione pittorica che solo in minima parte sopravvive.

I rifacimenti e rimaneggiamenti del provato edificio sacro, in origine basiliano, poi benedettino, ampiamente rivisto nel XVI secolo, quindi da Ferdinando Sanfelice (Napoli, 18 febbraio 1675  – Napoli 1 aprile 1748) ed infine dagli importanti lavori di restauro e ripristino della fine dell’800, probabilmente causarono diverse traslazioni del nostro, come avvenne per altri pregevoli  affreschi eseguiti nello stesso edificio.

L’affresco, su incarico del Ministero, venne separato nel 1893 dal muro con la tecnica dello “strappo” dal pittore-restauratore romano Pietro Cecconi Principi e montato su una rete metallica trattata adeguatamente, per essere collocato dove si trova attualmente[6].

Alto 270 cm e largo 130, l’affresco è stato restaurato quest’anno da Januaria Guarini e Gaetano Martignano, che lo hanno ultimato nell’aprile 2011[7]. Eccellente il lavoro da essi effettuato, anche perché non facile era la rimozione meccanica del cemento utilizzato dal Cecconi Principi e dell’altro del 1980, quando con esso si vollero colmare delle lacune. Diligentemente rimosse anche le scialbature a calce e le scolature di colore utilizzato nella ridipintura delle pareti. Tutte le complesse fasi di restauro hanno restituito un’opera tra le più belle della cattedrale, la cui iconografia merita dei cenni.

l’affresco restaurato nel 2011

Il santo è raffigurato in piedi, inquadrato in un’edicola ottagonale, leggermente rivolto a sinistra. Indossa un saio grigio con cappuccio e cordone intorno alla vita da cui pende un sacchetto. Con la mano destra regge una tavoletta circolare col trigramma JHS, con la quale benediva i fedeli al termine della sua predicazione, e nella sinistra ha un antifonario aperto su cui si legge Pater/ mani/ festa/ vi no/ men/ tuum/ homi/ nibus. In alto, agli angoli, sono dipinti i citati due scudi con lo stemma del vescovo; ai lati del capo si legge il nome del santo (S. BER – NAR. OM[8].).

A parte la rarità del soggetto in Puglia, occorre anche rimarcare che il nostro è uno dei più antichi ritratti, probabilmente conforme al  calco mortuario eseguito a L’Aquila, comunque assai vicino ai prototipi delle rappresentazioni rinascimentali di Bernardino che lo raffigurano calvo, con il volto scarno e mento prominente[9].
Qualche nota merita anche il trigramma JHS, il simbolo ideato dal nostro santo, che per questo motivo è ritenuto patrono dei pubblicitari.

Consiste in un sole raggiante in campo azzurro, al centro del quale vi sono le lettere dorate IHS, le prime tre del nome greco di Gesù, oppure forma abbreviata di “Iesus Hominum Salvator”. L’asta sinistra della H è chiaramente tagliata in alto per farne una croce.
Il sole è chiara allusione a Cristo e i dodici suoi raggi a serpentina rappresenterebbero  i dodici Apostoli. Studi accreditati dei secoli scorsi attribuiscono ai raggi un preciso significato teologico: il primo raggio starebbe per “rifugio dei penitenti”; il secondo per “vessillo dei combattenti”; il terzo per “rimedio degli infermi; il quarto-conforto dei sofferenti, il quinto-onore dei credenti, il sesto-gioia dei predicanti, il settimo-merito degli operanti, l’ottavo-aiuto degli incapaci, il nono-sospiro dei meditanti, il decimo-suffragio degli oranti, l’undicesimo-gusto dei contemplanti, il dodicesimo-gloria dei trionfanti.

Nella nostra tavoletta non figurano altri otto raggi che in altre raffigurazioni si intercalano ai precedenti, che rappresenterebbero le beatitudini.

Il simbolo, più tardi adottato anche dai Gesuiti[10], dunque conteneva la devozione al Nome di Gesù. Venne rappresentato in moltissimi luoghi religiosi e civili, pubblici e privati, e risulta che esso campeggiasse sulle antiche porte della città di Nardò. Sempre in città sopravvive ancora sulla facciata della chiesa dei SS. Medici, sull’architrave d’accesso al palazzo di città (nella piazza), sul pergamo della cattedrale e in diversi altri luoghi che sarebbe troppo lungo elencare.

Ci piace esprimere gratitudine al citato don Giuliano per la sensibilità e l’impegno dimostrato, ancora una volta, a salvaguardare il notevole patrimonio artistico di cui la città di Nardò può gloriarsi.

Per approfondire e sulla vita del santo:

http://it.wikipedia.org/wiki/Bernardino_da_Siena#Le_prediche

http://www.paginecattoliche.it/modules.php?name=News&file=article&sid=1506

http://www.santiebeati.it/dettaglio/27300


[1] Nato a Galatina nel 1359, nato da nobile famiglia, francescano, deceduto a Nardò nel 1435, nominato dal pontefice Martino V.

[2] Nato a Napoli nel 1393, di nobile schiatta, deceduto a Nardò nel gennaio 1485, nominato dal pontefice Niccolò V.

[3] ”d’azzurro a tre penne di struzzo d’ argento disposte in palo” (cf. M. Gaballo, Araldica civile e religiosa a Nardò, p. 88).

[4] Napoletano, XXIV vescovo della diocesi, in carica dal 2/11/1707 sino al 1/1/1736, data della sua morte.

[5] Cf. V. De Martini-A. Braca (a cura di), Angelo e Francesco Solimena, due culture a confronto, Fausto Fiorentino Ed. 1994, pp. 83-84.

[6]A. Tafuri, Ripristino e restauro della Cattedrale di Nardò, Roma 1944, p.66; C. Gelao, Chiesa Cattedrale, in Insediamenti benedettini in Puglia, II/2, p.439.

[7] La relazione dei lavori di restauro è datata 22 aprile 2011.

[8] OM sta per Ordinis Minorum.

[9] Una delle prime raffigurazioni di Bernardino pervenutaci, datata 1447, tre anni prima della sua canonizzazione, è data da un affresco strappato e riportato su tela proveniente dalla chiesa di San Francesco di Vercelli e conservato al Museo Borgogna. Nel 1460 (vale a dire 16 anni dopo la sua morte) s. Bernardino viene affrescato nel Santuario della Madonna del Carmine in s. Felice del Benaco (Brescia), come risulta dal libro “1952-2002 – Cinquantesimo anniversario dal ritorno dei Padri Carmelitani nel Santuario della Madonna del Carmine a s. Felice del Benaco” (da wikipedia).

[10] Pur con delle variazioni. A volte c’è la figura di Gesù al posto della croce che sormonta la lettera H (Iesus per crucem Hominum Salvator) e i tre chiodi della passione sono infissi in un cuore.

Da Sancta Maria de Nerito a cattedrale. Un millennio di storia nella chiesa madre di Nardò (XIII secolo)

di Maria Vittoria Mastrangelo

Tra il 1230 e il 1249 due violente scosse telluriche lesionarono gravemente tutta la navata a nord. I monaci benedettini che intrapresero i primi interventi di restauro fecero ricostruire la navata  a nord, secondo lo stile gotico, con archi a sesto acuto, visibilmente assai diversi da quelli a tutto sesto della navata di destra.

E’ cosi spiegata l’anomalia evidente, dettata dall’esigenza (come affermava Cosimo De Giorgi) e non voluta intenzionalmente (come invece sosteneva Giacomo Boni).

Dal punto di vista tecnico, gli archi a sesto acuto hanno diversi vantaggi rispetto a quelli a tutto sesto. Il materiale utilizzato fu il carparo, materiale più duro e che fa miglior presa con le malte rispetto alla pietra leccese, utilizzata in precedenza.

probable look of the church after the partial rebuilding: the bell tower is detached from the church

 

I capitelli e le cornici delle semicolonne addossate ai pilastri vennero tutti realizzati in pietra leccese, pietra friabile e facilmente lavorabile.

Nel 1249 l’abate Goffredo fece restaurare la venerata immagine della Madonna della Sanità, affrescata su una lastra di carparo. Lo attestava un’epigrafe dell’epoca, oggi scomparsa, che riportava anche il nome del pittore (Bisardo) e del restauratore (Baylardo).

Interior of the church: perspective section of the central nave. The asymmetry between the arcades is clear after the partial rebuilding

Alla fine del XIII secolo, i benedettini ripresero la costruzione del campanile in stile tipicamente normanno e staccato dal corpo della chiesa. Di forma quadrangolare, su due ordini sovrapposti, con bifore sui lati, fu anch’esso costruito in carparo, utilizzando le soluzioni decorative tipiche dell’età

Nardò. L’antichissima abbazia di Santa Maria delle Tagliate

Dai “Sommessi racconti inediti”

 Il racconto del silenzio. L’abbazia di “Sancta Maria de le Talliate”

di Enrico Gaballo

Può sembrare un fantasioso ed antistorico controsenso che si possano raccontare vicende legate indissolubilmente ad un’antica abbazia benedettina attraverso alcuni segni rupestri. L’abbazia di S. Maria de le Talliate sorgeva a circa due chilometri dal centro abitato di Nardò e a quattro dal mare. Insisteva su di un’area di nove ettari a forma di valletta quadrilatera facilmente individuabile dalle rovine di una chiesa con campanile a vela. Della chiesetta settecentesca di origine bizantina, crollata tra il 1964 – 1966, rimane solo un cumulo di macerie.

Intorno e nelle immediate vicinanze si può godere della visione dell’omonimo insediamento rupestre (vedi sez. urbanistica Nardò, zona rilevante) con alcune abitazioni – grotte, con croci latine sugli stipiti degli ingressi, che hanno senz’altro subito scavi da parte dell’uomo nel periodo intorno all’anno Mille a.C. con scale di collegamento e con una cisterna vicino alla chiesa diroccata, che consisteva in un unico ambiente con volta a botte di circa metri tre per cinque.

Queste testimonianze si sprofondano nella roccia dissestata e sono cavità di piccola dimensione in parte allineate ed, in apparenza, intercomunicanti. Somigliano molto alle grotte otrantine. Il complesso rupestre si affacciava con molta probabilità su di un’importante via di comunicazione: la Sallentina che collegava non solo centri marittimi come Otranto e Taranto, ma anche due mari: l’Adriatico e lo Ionio. La strada un tempo tagliata dalle ruote dei carri, oggi è impietosamente sepolta da grigio asfalto.

Questi agglomerati scavati nella roccia erano occupati da popolazioni disperate per il continuo stato di guerra nell’Alto Medioevo.

Nei pressi del villaggio con molta probabilità vi era l’antichissima abbazia appunto di “Sancta Maria de le Talliate”,

1614. Restauri nella chiesa di San Domenico a Nardò

Nardò, s. Domenico (ph M. Gaballo)

di Marcello Gaballo

Nel 1614 si ritrovano nel convento dei frati Domenicani, oltre al priore e ai frati, Alessio, Colella e Bernardino Sambiasi, figli di Giulio Cesare e di Lucrezia de Castello, agenti anche in nome del loro cugino Roberto Sambiasi, figlio di Beatrice de Castello, sorella della predetta Lucrezia.

I de Castello hanno posseduto et al presente anche possedono la cappella maggiore della chiesa di detto convento… edificata da loro predecessori con tutte le statue et ornamenti come al presente se ritrova; et perchè essi Rev.di Padri vogliono er commodità loro et per ornamento della detta loro chiesa ampliare il choro, che stà dentro detta cappella, et l’ altare farla sotto l’ arco come già s’è ncominciata a fare, et vogliono finirla con farci due porte alle bande et altri ornamenti che meglio li parerà, per lo che è necessario che li butti a terra il baldacchino da quel loco dove stà. Et anche è necessario che le due statue, una di Santo Pietro et l’ altra di Santo Paulo si levano di quel loco dove stanno et si trasferiscano alli dui lati delle dette due porte, et di più che l’ altre due statue della Visitatione si levano più in alto insieme con li due sepolchri et arme et anche il cornicione, acciò si possa più commodamente allargare et accomodare il choro, conforme al disegno fatto dalli mastri.

I suddetti Sambiasi si contentano come dechiarano contentarsi d’ esser lecito à detti Rev.di Padrid’ accomodare l’ altare nel detto loco come di sopra, di levare in tutto il detto baldacchino, di tranferire dette due statue… con patto che detti Sambiasi debbiano contribuire per la metà della spesa che si farà nella translatione…

particolare della facciata di S. Domenico (ph M. Gaballo)

L’ altra metà della spesa verrà coperta dai frati, che si impegnano a riparare eventuali danni occorsi nei lavori, subito o entro due mesi, senza alcun aggravio per i Sambiasi.

Qualora i danni si verificassero per le statue o fossero irreparabili, i frati si impegnano a pagare il giusto prezzo alli predetti Sambiasi per farne fare altre simili o spenderli in beneficio di detta cappella.

Viene poi pattuito che se si dovranno porre le armi dei Sambiasi e De Castelli sulle porte, le spese conseguenti saranno a carico dei Sambiasi (atti del notaio Santoro Tollemeto del 1614).

Stefano da Putignano e la statua di Sant’Antonio a Nardò

Nardò, chiesa di S. Antonio da Padova, statua del santo di Stefano da Putignano (1514) (ph Mino Presicce – riproduzione vietata)

di Marcello Gaballo

La festa del santo patavino è occasione utile per focalizzare una delle cappelle laterali esistenti nella chiesa del santo a Nardò (Lecce), fondata nel 1497 dal primo duca, Belisario Acquaviva d’Aragona, che la affidò ai francescani Osservanti.

La cappella, seconda del fianco destro, ospita un altare in pietra leccese di pregevole fattura, alto circa 3 metri e largo 4. Non sono la mensa o il gradino a renderla particolarmente interessante, quanto la decorazione che orna la parete frontale e la statua del santo, cui l’edificio è dedicato.

La novità è data dall’altorilievo del Padre Eterno sul coronamento dell’altare, per alcuni aspetti simile all’iconografia riscontrabile sull’altare di S. Girolamo in Cattedrale e sul protiro cinquecentesco della chiesa del Carmine, sempre a Nardò. Nella nostra chiesa il Padre fuoriesce da una nube, attorniato da testoline di putti e adorato da due angeli ai lati, genuflessi e oranti.

Sono coevi i quattro alti plinti posti alle estremità laterali, con decorazioni floreali ed enigmatiche  figure antropomorfe, sostenenti  altrettante colonne, sempre in pietra leccese. Decorate con tralci di vite e grappoli d’uva, terminano con graziosi capitelli in stile corinzio. Ai lati dell’ altare sono scolpiti due interessanti stemmi gentilizi baronali, con elmo, cimiero e svolazzi, di cui il

Nardò. La chiesa dell’Immacolata e la dimora dei francescani conventuali

 

 

di Marcello Gaballo

Nel 1271 i francescani di Nardò avevano avuto in dono dal re Carlo I d’ Angiò, tramite il suo parente Filippo de Toucy, reggente della città, l’ antico e rovinato castello (castrum temporum & bellorum iniuria destructum), ubicato nel punto più alto della città, per farne un loro convento[1].

Il complesso è nelle vicinanze della cattedrale neritina, identificabile con l’attuale palazzo Castaldo, già Del Prete-Giannelli, a ridosso della chiesa dell’ Immacolata e dell’ Ufficio Postale.

Da quell’anno e per i tre secoli successivi le notizie sull’ordine minoritico in città e sulla loro chiesa sono assai frammentarie. Recenti rinvenimenti di rogiti notarili cinquecenteschi hanno chiarito aspetti sino a qualche decennio fa del tutto oscuri.

La nostra chiesa da svariati Autori è stata sempre attribuita al celebre Giovanni Maria Tarantino, lo stesso delle chiese neritine dell’ Incoronata, S. Domenico e S. Maria della Rosa.

Poco noti sono invece gli interventi di altri fabricatores experti neritini, altrettanto abili, che sul finire del 500 dettero a Nardò l’impronta che in parte ancora possiamo vedere e che ci sembrano meritevoli di accurato studio, in ciò confortati dalla scoperta dei documenti nell’ Archivio di Stato di Lecce, che ci consentono di collocarli, al pari del più noto Tarantino, fra i grandi della storia dell’architettura salentina del XVI-XVII secolo.

Angelo e suo figlio Vincenzo Spalletta, Tommaso Riccio, Donato, Marco Antonio ed Allegranzio Bruno, Francesco delle Verde, sono tra quelli che prestarono la loro opera per realizzare il complesso di cui scriviamo, oltre al menzionato Tarantino, che però in questo caso si limitò a ricostruire il solo chiostro (ancora esistente e adiacente la chiesa, non visitabile).

particolare dell’ingresso con la statua dell’Immacolata

È doveroso riconoscere al prof. Giovanni Cosi il merito di aver dato per primo alla luce alcuni dei capitolati di appalto per la costruzione del nostro complesso, realizzato in più riprese in circa 20 anni, a partire dal 1577.

Altri contributi sono stati pubblicati negli scorsi anni dagli architetti Mario Cazzato, Laura Floro, Giancarlo De Pascalis,  contribuendo così a delineare, con gli ultimi miei rinvenimenti, una microstoria che oggi possiamo ritenere pressocchè definita.

Occorreranno certamente altri studi ed approfondimenti, che si auspicano numerosi, per riscrivere pagine di storia della nostra città, fra le più operose di Terra d’ Otranto, almeno nei tempi passati e, lo speriamo, nel futuro.

Il primo atto notarile sul convento è del 1577, quando i frati danno incarico ai mastri Donato e Allegranzio Bruno, Tommaso Riccio e Angelo Spalletta, affinché realizzino parte della chiesa di S. Francesco (che fu dedicata all’ Immacolata solo nel XIX secolo!).

L’ anno successivo, 1578, dei predetti si ritrovano esecutori dei lavori soltanto Angelo Spalletta e Tommaso Riccio, i quali tutta predetta frabica fino al presente giorno l’ hanno fatta tutti dui essi mastro Jo. Thomasi et mastro Angelo. Ma, per motivi non dichiarati, dopo qualche mese, viene sciolta la società e si conviene con concordia et transazione, che esso m.tro Jo. Thomasi cede et renuntia come già hoggi avanti di noi cede et renuntia a detto m.tro Angelo presente la p.tta frabica di detta ecclesia di S. Francesco.

particolare della facciata

Probabilmente c’è un fermo dei lavori a causa della mancanza di fondi e solo il 15 giugno 1587, con atto del notaio Tollemeto, viene stipulata una convenzione tra i frati, rappresentati dal guardiano Donato Tabba e dal vicario Angelo Assanti, ed Angelo Spalletta. Quest’ultimo, con i mastri Allegranzio Bruno, Giovanni Maria Tarantino, Giovanni Tommaso Riccio e Giovan Francesco delle Verde, realizzerà quattro claustri (super fabrica facienda quator claustrorum). Più in dettaglio il rogito riporta:

I detti mastri siano obligati scarrare à loro dispese lo claustro fatto vecchio, cortina de la cisterna et quanto sarà di bisogno, per la quale scarratura, succedendo rovina al convento, sia à danno et interesse di detti mastri, et la terra de la scarratura et cavatuira di pedamenta detti mastri siano anche obligati portarla fora al giardino di detto convento a loro spese;

item detti mastri saranno anche obligati fare detti claustri con cinque arcate per claustro à colonne con vintiquattro lamie di spicolo;

item saranno anche obligati detti mastri fare di novo la porta di battere di detto convento di carparo bastonata, con una loggia à lamia di palmi sidici di larghezza e vinti longa.

Mentre i frati provvederanno alla calce – continua l’atto – ai mastri spetterà fornire le pietre, che nel caso delle terrazze, capitelli e cornici delle colonne saranno della tagliata di Santo Georgio. Le pietre della facciata  della chiesa del convento et li pezzi delle colonne siano di la tagliata di Pergolati (Pergoleto, Galatone), de la petra forte et negra.

La somma pattuita è di 400 ducati, di cui 20 dati come acconto[2].

Ma anche questa volta il contratto fu sciolto, per cause imprecisate, perchè l’anno dopo, a proseguire e completare i lavori si ritrova ancora Angelo Spalletta, consociato però con il congiunto Vincenzo, oltre a Sansone ed Ercole Pugliese, magistri fabricatores dicte civitatis Neritoni.

Nella convenzione si stabilisce che essi realizzeranno per la fabricam faciendam in aedificandis et construendis: crocera, cubula (cupola), sacrario (sacrestia) et campanile in ecclesia conventus[i][3]. Il capitolato, alquanto articolato e assai interessante, lo riporto in successivo contributo.

Due cartigli sulla facciata riportano a sinistra le cifre “S.T.” e a destra “S.B.”; si potrebbe ipotizzare che queste siano le firme dei mastri realizzatori (Spalletta-Tarantino; Spalletta Bruno?). Al centro ancora un cartiglio sembra riporti 1580 o forse 1589, più consono con le vicende della fabbrica, come è riportato nei documenti che si allegano.

particolare del coronamento superiore. A destra il cartiglio con le cifre “S B”

Nel 1598 ancora un contratto (che si allega nell’altro post) documenta lavori da ultimarsi: il campanile, la sacrestia, parte delle volte. Sulla conduzione del convento e sulle vicende architettoniche successive si conosce ben poco. Nel 1783 comunque dimoravano in esso undici Minori Conventuali: sei sacerdoti e cinque conversi.

Nel primo decennio del XIX secolo, a causa della soppressione di molti ordini, il nostro fu requisito dal governo e venduto a Marcello Giannelli, che ne fece la propria abitazione.

La chiesa rimase chiusa ed abbandonata, riducendosi in pessime condizioni statiche. A causa del crollo della tettoia, il vescovo Luigi Vetta, verso il 1850, fece realizzare la volta in muratura e la risistemò dedicandola alla Vergine Immacolata, gestita dalla confraternita omonima.

L’attuale chiesa, pesantemente riammodernata sotto il rettorato di Aldo Garzia, poi vescovo, risulta alta ed ampia, di forma rettangolare, con sette altari, il maggiore, tre a destra e tre a sinistra, collocati sotto arcate o cappellette.

Del primitivo altare maggiore, maestoso e in marmi policromi, poi barbaramente scomposto in più parti negli anni 70 del secolo scorso, sopravvivono due colonne con capitelli. Su una di esse, che sostiene il Vangelo, è scolpito lo stemma della famiglia Personè, probabile finanziatrice dell’opera. La balaustra, anch’essa rimossa e scomposta, è conservata nella sacrestia; niente sopravvive del pergamo e del coro ligneo dei frati, collocato un tempo dietro l’altare maggiore.

Entrati nel sacro edificio il primo altare di destra (della metà del Settecento)è dedicato a S. Giuseppe da Copertino, con una tela del titolare. Nella chiesa il santo ebbe un’estasi durante le Quarantore del SS.mo Sacramento, elevandosi sino all’altezza dell’ostensorio contenente l’Eucaristia e, nonostante le numerose candele accese, sostò tra le stesse in adorazione per qualche tempo[4]. L’ovale in alto riproduce la Visita della Madonna a S. Elisabetta.

Il secondo altare in origine era dedicato alla Presentazione di Maria al Tempio,  la cui tela fu sostituita da un quadro in cartapesta a rilievo, coperto da vetro, raffigurante Santa Rita da Cascia[5].

Era privilegiato e in alto ospitava il dipinto di San Giovanni da Capestrano.

secondo altare del lato destro

Il terzo altare era dedicato all’Assunzione di Maria, raffigurata nella tela; l’altro dipinto raffigura S. Biagio, commissionato dai baroni Sambiasi, che qui avevano diritto di sepoltura, come confermano l’epigrafe e lo stemma posti ai lati dell’altare.

Sul lato sinistro il primo altare, anche questo settecentesco, era dedicato alla Purificazione di Maria, come conferma la tela in alto. Un secondo dipinto si ritiene raffiguri il protettore cittadino, S. Gregorio Armeno; in verità sarei più del parere che si tratti di Simeone. Lo stemma del Vescovo Carafa conferma la datazione più tarda rispetto agli altri altari.

Il secondo era dedicato all’Annunciazione, con la relativa tela e l’altra sulla cimasa raffigurante la Maddalena.

secondo altare del lato sinistro

L’ultimo ospita una tela con la Natività di Maria Vergine e in alto una mediocre, più piccola, raffigurante S. Giovanni Battista, forse in sostituzione di una precedente.

Rilevanti nella chiesa la grande tela con l’immagine dell’Immacolata posta frontalmente, sul presbiterio: l’artistico organo seicentesco, collocato su apposito palchetto a ridosso della controfacciata; l’interessante e molto bella statua lignea della Vergine, precariamente collocata a destra del presbiterio.

 
 
 
cantoria con organo

Per approfondire:

Coco Primaldo, I Francescani nel Salento, Lecce 1916.

Perrone Fr. Benigno, I conventi della Serafica Riforma di S.Nicolò in Puglia (1590-1835), voll.3, Galatina 1981.

Perrone Fr. Benigno, Neofeudalesimo e civiche Università in Terra d’Otranto, voll. 2, Galatina 1980.

Tafuri Giovanbernardino, Dell’ origine, sito e antichità della città di Nardò, in “Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Gio.Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò”, in A. Calogerà, Raccolta di opuscoli scientifici e filologici, t. XI, Venezia 1735.

Vetere Benedetto (a cura di), Città e monastero – i segni urbani di Nardò (secc. XI-XV), Galatina 1986.

particolare dell’altare privilegiato

[1] Wadding Luca, Annales Minorum in quibus res omnes Trium Ordinum a S. Francisco iustitutorum ex fide ponderosius…, II e VIII, 1647: nel 1271 …Neritoni in regno Neapolitano Carolus Andegauensis huius nominis primum utriusque Siciliae Rex concessit in habitaculum Fratibus extruendum regium castrum temporum & bellorum iniuria destructum. Donationis instrumentum ipso rege praesente factum, apparet in vetusta membrana. Recensetur hic conventus sub Provincia S. Nicolai, & custodia Brundisina Patrum Conventualium.

[2] Per questo ed altri lavori del convento v. pure G. COSI, Il notaio e la pandetta, Microstoria salentina attraverso gli atti notarili (secc. XVI-XVII), a c. di M. Cazzato, Galatina 1992, pp. 72,75.

[3] Rimando al mio articolo La chiesa dell’Immacolata e il convento dei Francescani, identificati gli autori del complesso cinquecentesco, in “Portadimare”, dic. 1998, p. 3; L. Floro, La cinquecentesca chiesa di S.M. Immacolata, in “La Voce del Sud”, 22/11/1997; G. COSI, Spigolature su Nardò. Come venne su la chiesa di S. Francesco, in “Voce del Sud”, Lecce 14/11/1981; G. COSI, Spigolature su Nardò. Giovanni Maria Tarantino e il convento di S. Francesco, in “Voce del Sud”, Lecce 6/3/1982.

[4] E. Mazzarella, Nardò Sacra.

[5] Nel 1952 nella chiesa è stata istituita la Pia Unione di S. Rita da Cascia, che ancora attende alla cura ed al decoro del sacro luogo, alle funzioni liturgiche ed alla  diffusione del culto e delle virtù della Santa.


Libri/Nardò Sacra

 

 

Emilio Mazzarella, Nardò Sacra, (a cura di Marcello Gaballo) Quaderni degli Archivi Diocesani di Nardò e Gallipoli, Nuova Serie, Congedo Editore, Galatina 1999. ISBN 8880862758

Dalla PREFAZIONE di Marcello Gaballo al volume:

è un patrimonio notevole quello delle chiese neritine, anzi rappresenta la maggior parte dei beni culturali che la città possiede e sui quali si può puntare per far decollare il paese, in tempi di accresciuta sensibilità per le espressioni storico-artistiche, che sono sotto i nostri occhi e che abbiamo sottovalutato per troppo tempo, perdendo di vista l’interrelazione profonda del futuro della città col suo passato e con la sua identità.

E’ un patrimonio straordinario che lentamente si è formato nel corso dei secoli, col contributo delle diverse gentes che hanno animato per secoli la città: messapi, greci, romani, bizantini, normanni, ebrei, francesi e spagnoli.

Già alla fine del Medioevo si era registrato in città un incremento edilizio, stimolato dalle costruzioni dei nuovi ordini mendicanti dei Francescani e dei Domenicani che, a differenza dei Benedettini, preferirono scegliere le loro dimore nel centro abitato anziché nelle abbazie sparse nella campagna.
Il numero di chiese ubicate intra moenia civitatis, che ho voluto considerare come termometro dell’ evoluzione della stessa, già è cospicuo nel XV secolo: lo provano le visite pastorali di Mons. Ludovico De Pennis del 1452 e di Mons. Gabriele Setario del 1500, i quali ne visitano, rispettivamente, 28 e 51 (quest’ultimo numero, da attribuirsi, probabilmente, al rinnovamento urbanistico della città voluto dal duca Belisario Acquaviva d’Aragona).

Emerge chiaramente da recenti studi, ancora meritevoli di approfondimento, che è il periodo compreso tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo quello di maggior sviluppo.

E’ il rinascimento cittadino, in parte stimolato dallo zelo dei diversi vescovi napoletani, ma forse anche dai grandi Giubilei del 1575, 1595 e 1600, che faceva contare ben 55 chiese nella visita di mons. Bovio del 1581 e addirittura 69 in quella di mons. Luigi De Franchis del 1612. C’è lavoro per tutti e, fra i tanti mastri ed experti fabricatores impegnati, spiccano figure come quelle del Tarantino, degli Spalletta, dei Sansone, Pugliese, Dello Verde o ancora dei Maurico, che lavorano in città e in tutta la Terra d’ Otranto.
Ricchi e poveri, nobiltà e popolo, semplici sacerdoti ed alti prelati, tra cui molti vescovi aristocratici, concorrono congiuntamente, con l’ interessamento personale e con le offerte dei devoti, ad incrementare il patrimonio architettonico ed artistico di Nardò.

Non poco impulso a questa rinascita danno i primi Acquaviva d’Aragona, e primo fra tutti il citato Belisario, che probabilmente intendono trasferire nel proprio ducato quanto già avviene a Napoli ed in tutto il Regno. Si circondano essi di nobili cortigiani e di facoltosi faccendieri che a Nardò scelgono la propria dimora, supportando l’emergente ceto sociale, la borghesia, che con le sue attività produttive e mercantili, contribuisce a trasformare la città da centro quasi esclusivamente agricolo a luogo di scambi e di consumi.

Sono i duchi a rilanciare l’amore per le lettere, a fondare accademie, ad ingrandire chiese, a costruiscono il castello e diversi conventi: quando non bastano gli artisti locali, non di rado importano maestranze forestiere, con nuovi modelli e stili che poi, spesso, ispireranno gli artisti locali per la creazione di quanto, solo in minima parte, possiamo ancora ammirare.

La nuova nobiltà invece, proveniente da tutto il Regno di Napoli, gareggia nel suo ambito per comunicare la propria potenza economica, sociale e politica: sorgono sontuosi edifici e case palazziate, individuali e collettive, ricche masserie ed artistiche cappelle, sui quali di frequente spicca, quale signum proprietatis, lo stemma di famiglia.
Sul finire del secolo XVI gran parte degli atti notarili, oltre le frequenti compravendite di suoli e abitazioni, registra numerosi appalti per la costruzione di opere pubbliche e religiose.

Si realizza il nuovo palazzo di città, si ampliano i monasteri di S. Domenico e di S. Francesco, si realizzano ex novo quelli dell’Incoronata, di S. Maria di Costantinopoli, dei Cappuccini e del Carmine con le rispettive chiese. Si ingrandiscono le cappelle della Carità, di S. Maria del Ponte, di San Giuseppe, di S. Maria della Rosa e di tante altre minori. Il tutto, frequentemente, su disegno e progetto delle anzidette maestranze locali, che modellano abilmente la tenera pietra leccese, come già stava avvenendo in tutta la terra d’Otranto.

Ogni barone fa realizzare la propria degna sepoltura nelle cappelle laterali delle chiese, prediligendo S. Antonio da Padova o la Cattedrale, senza però tralasciare San Domenico, il Carmine, S. Francesco d’Assisi.
Si fortificano anche le masserie, si costruiscono le torri costiere, i ponti, le mura esterne all’ abitato; si ripavimenta anche l’intero centro urbano. Tutta la città è un cantiere.

La straordinaria rinascita purtroppo viene interrotta dalle mutate vicende politiche, che la tirannia di Giangirolamo II (1603-26/6/1665) rende sempre più intricate e difficili, sino ad arrivare alle sommarie condanne ed alle numerose morti, tra cui quelle dei gloriosi martiri neritini del 1647.
Il clima pesante e la delazione dei sicari, l’arroganza della nobiltà e gli odiosi balzelli, preoccupano sempre di più e ben poco pensiero rimane da dedicare all’arte e forse anche al culto, tanto da far registrare un vertiginoso decremento delle opere pubbliche e delle chiese: di queste, le sole intra moenia sono passate dalle 69 visitate da Mons. Luigi De Franchis (1612), alle 23 del Vicario Nicola Giorgio Corbino (1655).

Bisognerà aspettare almeno altri 70 anni, e cioè durante l’episcopato di Mons. Antonio Sanfelice (2/11/1707 – 1/1/1736) e quando gli Acquaviva si sono definitivamente trasferiti a Conversano, per assistere finalmente ad una ripresa della città e al rifiorire di chiese e confraternite.
I modelli napoletani importati dal celebre Ferdinando Sanfelice, fratello del vescovo, e dal non meno importante pittore Solimena, prevalgono dappertutto e l’ occasione, altrettanto funesta, del flagello del terribilissimo terremoto sortito in questa città à 20 febbraro 1743, determina una nuova fisionomia della città, in gran parte ricostruita e tuttora visibile.
Si realizzano le chiese di S. Maria della Purità e dell’annesso Conservatorio, le chiese di S. Trifone, S. Giuseppe, S. Lucia, S. Teresa, la guglia dell’Immacolata. Si rifanno gli interni di S. Domenico e dell’Incoronata, del Carmine e dei Paolotti e tante altre chiese minori, intra ed extra moenia, sorgono dovunque.
Nel frattempo sono scomparse le antiche abbazie e delle chiese di patronato familiare cinque-secentesche ne sopravvivono ben poche.

Cessate da molto tempo le incursioni piratesche e venuto meno il pericolo del brigantaggio, le nuove famiglie, per lo più forestiere, giuntevi più che altro per la fertilità dei terreni e l’ amenità dei luoghi, si trasferiscono in campagna e lì, per non mancare agli obblighi domenicali della Messa, fanno costruire per sè e per i propri servi le chiesette private nei pressi della masseria o annesse alle lussuose residenze nelle Cenate.

Una ulteriore perdita, forse ancor più grave, del patrimonio religioso, viene causata dalla repubblica giacobina del 1798-99 e, soprattutto, dalla seconda occupazione Napoleonica del 1809-1814 e la promulgazione della legge 7/7/1866 numero 3036, concernente la devoluzione allo stato dei beni delle corporazioni religiose soppresse. Tutti i monasteri, fatta eccezione per quello di S. Chiara, sono soppressi e fatta variare la loro destinazione d’uso: quelli di S. Teresa, dei Paolotti, dell’ Incoronata e di S. Francesco d’Assisi sono adibiti ad abitazioni private, quelli dei Carmelitani e Domenicani in caserma e scuole. L’altro convento, quello dei Riformati, viene adibito ad ospedale civico, mentre quello dei Cappuccini è abbandonato per le esigue dimensioni. Molte chiese sono ridotte a stalle, depositi o abitazioni private, privandole delle preziose tele del Sei e Settecento, degli arredi sacri, dei reliquiari, tavole dipinte, oreficerie, ex voto, sculture…
Con queste premesse e con la speranza di dare giusto risalto e possibile salvataggio delle testimonianze di civiltà e cultura religiosa di una città distratta e poco sensibile come la nostra, si è voluta inserire Nardò Sacra, del canonico don Emilio Mazzarella, che ben merita un posto di rilievo tra gli studiosi delle vicende civiche e religiose di Nardò.

INDICE DELL’ OPERA
Presentazione di S. E. Mons. Vittorio Fusco
In memoria di Mons. E. Mazzarella, di Cosimo Carrozza
Omelia di S. E. Mons. Vittorio Fusco nelle esequie di Mons. E. Mazzarella
Prefazione del Curatore
Sequenza delle chiese nelle Visite Pastorali, a cura di Marcello Gaballo
Avvertenze del Curatore
Abbreviazioni e sigle
Introduzione
Cenno storico della città di Nardò
Dominazioni, date ed eventi memorabili
Topografia
Nardò Sacra

PARTE PRIMA
Chiese, conventi, confraternite, oratori domestici nella città di Nardò
Oratori domestici o privati

PARTE SECONDA
Istituzioni, monumenti sacri, opere caritative e pie

PARTE TERZA
Conventi e chiese presso le mura

PARTE QUARTA
Abbazie e cappelle fuori le mura
APPENDICE
Altre chiese e cappelle intra ed extra moenia non riportate dall’Autore, a cura di Marcello Gaballo

INDICI
Indice delle chiese, confraternite, monumenti ed altre istituzioni
Indice dei nomi
Indice dei luoghi

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