QUEL BASTONE DEL SANTO PONTEFICE, REGALATO CON PROFONDO AFFETTO E STIMA, AL NUOVO VESCOVO DI NARDO’

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di Paolo Marzano

Ho ritenuto opportuno, introdurre, in queste mie riflessioni, con due brani, scelti, tra i tanti ed interessanti episodi, che descrivono la densa vita di Ambrogio Salvio, il domenicano vescovo di Nardò che come si già raccontato, dal 1569 al 1577 guidò quell’antica diocesi. Leggendo, comprenderete l’obiettivo dello scritto. Lo studio pone l’attenzione su un periodo che la storia locale, ritengo, abbia tenuto troppo da parte, ma che invece si colloca in una fase di grandi decisioni fondamentali per la Chiesa e conseguentemente sullo sviluppo della nostra città. Chi per studio o per curiosità volesse adoperarsi nel leggere quei volumi, ne trarrebbe una complessa atmosfera, esistente, proprio nella nostra diocesi. Si tratta della nostra storia e pochi sono i documenti che possono descriverne il contesto. D’altronde, nessuno fin’ora ha dichiarato di aver trovato falsità incongruenze o errori, o ancora, interpretazioni sbagliate di quelle notizie. Sappiamo però che la storia di Nardò, esiste in alcune relazioni, depositate anche presso la biblioteca privata Chigi.

 

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Sono brani, dunque, tratti dai due volumi che compongono il “Della vita del venerabile monsignore F. Ambrogio Salvio dell’ordine de’ predicatori. Eletto vescovo di Nardò dal Santo Pontefice Pio Quinto e di altre notizie storiche spettanti a quella Chiesa”. I due volumi sono stati pubblicati dalla Stamperia Arcivescovile in Benevento nel 1716.

Tali brani descrivono e dunque dimostrano come venne elaborato un approccio interessante, ed allo stesso tempo importante, nei metodi, dall’anziano vescovo di Nardò. Ricordo che Michele Ghislieri fu il Santo Padre, dal 1566 -72

QUEL BASTONE DEL SANTO PONTEFICE, REGALATO CON PROFONDO AFFETTO E STIMA, AL NUOVO VESCOVO DI NARDO’

capitolo I del secondo volume pag. 102

“… Onde strano parvergli a prima vista, che se gli raddoppiassero le fatiche, quando il lasciarlo riposare era necessità più presto, che elezione. Contuttociò, e tra perche ubbidientissimo Uomo si fù sempre egli, e tra perche ancora non sentì mai smorzato in sé quel vivo desiderio di lavorare nella vigna del Signore, accettò ubbidiente la carica, non senza il merito d’un gran rassegnamento fatto maggiore, e dalla sua decrepitezza, e dal bisogno, da lui conosciuto di quella Chiesa. E bene a chi piacerà andare avanti nella nostra storia sarà agevole il ravvisare in lui un ottimo Prelato, un zelante Pastore, e un Padre amoroso verso la cara Gregge alla sua cura affidata. Bisognò intanto che San Pio ve l’astringesse con un espresso comando di santa ubbidienza, che altrimenti la sua soda modestia, e profonda umiltà vinto avrebbe ogni altro rispetto, e rimasta sarebbe defraudata del suo ottimo fine l’intenzione santissima del Pontefice. Quale per rimostrargli sempre più la propensione dell’Animo suo, intento a favorirlo, aiutarlo, ed  assistergli in ogni sua occorrenza, lo dispensò primieramente dal pagamento delle Bolle, ordinando, che gli fussero spedite gratis, indi lo provide di denaro per soffrire co minore incomodo quelle spese, che in tali congiunture non possono evitarsi, cendogli pagar mille feudi. Ultimamente con una sovrabbondanza di tenerezza, e d’affetto, vedendolo prender congedo da se per inviarsi al Vescovato, gli donò un suo bastone, il quale a di nostri conservasi nel Convento di S. Domenico in Bagnolo. Essendoche fusse quello tenuto sempre caro dal Salvio, come memoria rimastgli di quell’affetto, con cui il Santo Pontefice lo riguardava…”.

particolari della facciata della chiesa di San Domenico a Nardò
particolari della facciata della chiesa di San Domenico a Nardò

Un altro episodio che riporto l’ho titolato:

GLI ATTRIBUTI CHE ‘DISCIPLINANO’

dal capitolo III del secondo volume pag. 156 (opera citata in testa)

“ … Nella continua occasione di assistere al Coro osservato avea, che alcuni dei suoi Canonici soverchiamente frettolosi, e alquanto distratti, e disattenti recitavano tanto in fretta l’Officio, che tirandosi dietro la voce degli altri tutti, mancavasi molto a quella pausa, e devozione, che ricercasi nel salmeggiare. Chiamatili a se ammonilli il Vescovo più, e più volte. Ultimamente vedendo, che nulla approfittavansene, aspettò che una mattina tutti fussero al Coro i Canonici in atto di aspettarlo per cominciare. Comparve egli, ma vestito, e adornato di tutte le vesti Ponteficali, e assisosi alla sua Sede con una certa aria di maestà, fece un Ragionamento con tal calore, e veemenza, che ne rimasero per qualche tempo storditi. E tanta fu la compunzione, e’l terrore di quei, sovra di cui principalmente scaricorsi quella piena, che per lo avanti ravveduti, ed emendati riuscirono e di consolazione al zelante Pastore , e d’esempio a Compagni. E questo doveroso genio di sempre più mantenere riformato, ed esemplare il suo Clero, lo rendette ancora cauto oltremodo e guardingo nell’ordinare Cherici, e nell’ammetterli allo stato di Ecclesiastici. Ne ciò succedeva, se non quando aveane preso rigorosa ugualmente, che minuta informazione, e dopo averli da per se stesso più, e più volte esaminati. Mostrandosi oltre a ciò renitente molto in dispensare a quel tempo, che da un’ordine all’altro vogliono i Canoni, che si frammezzi: volendo, che col lungo esercizio delle virtù, e col desiderio più ardente, si rendessero maggiormente degni di quel grado, a cui aspiravano. Questi furono i mezzi, co’ quali ottenne, ciocche a prima vista parea poco meno che impossibile, un’intiera riforma di tutta la sua Diocesi. La quale poi andò così in essa prendendo piede, che Monsignor Cesare Bovio immediato di lui successore, benché venisse, come altrove abbiamo scritto, dalla scuola di S. Carlo, ebbe a dire nel primo entrarvi. Io trovo il terreno della mia diocesi molto ben governato senza alcuna erba trista di modo, che non vi è bisogno d’altro, che di ottima semenza”.

S.Domenico 01.10.2007 003

Le domande e le curiosità sono tante e leggendo i volumi diventeranno tantissime.

Perché un Papa (in particolare San Pio V) manda il teologo domenicano (quasi obbligandolo e richiamandolo all’ obbedienza) a 78 anni, ad iniziare una tremenda battaglia per la fede, nella diocesi di Nardò? (leggendo si capirà il motivo del “tremenda”).

Perché ‘quel’ Papa, si fa carico dei pagamenti delle bolle, privilegiando la figura di Ambrogio Salvio e ponendosi quasi a disposizione del domenicano, purchè lui dedicasse attenzione a quella diocesi?

Cosa sapeva il Papa (San Pio V) della diocesi di Nardò, per “richiamare” una gigantesca figura dell’ordine domenicano (molti lo indicano anche come maestro del Ghislieri, quindi, del Papa) come quella di Ambrogio Salvio? (forse aveva concreti dubbi sulla conduzione della diocesi, dopo la presenza del vescovo Giovan Battista, della famiglia Acquaviva D’Aragona?)

Il domenicano avendo carta bianca ela fiducia estrema del Papa mette in atto la zelante strategia che aveva adottato nella sua vita. In Cattedrale, sposta il coro (non soltanto), per far avanzare l’altare (mensa) e porlo a più stretto contatto con i fedeli, gestisce l’urbanistica innalzando cuspidi, recupera monasteri e riconsolida la fede con episodi evidenti di profonda fede e zelo come quello di andare in casa delle famiglie indigenti e portare loro conforto e cibo.

L’equivoca situazione della diocesi di Nardò, non veniva fuori forse da un’altra importante figura prima di lui (Giovan Battista Acquaviva d’ Aragona)? Ma allora perché il narratore racconta di tante situazioni al limite della normale civiltà che Ambrogio Salvio, rivela fino a “piangere” per la situazione in cui trova quella diocesi?

Ambrogio Salvio combatterà contro l’arroganza, il tradimento, la cupidigia, la superficialità dei comportamenti, il malcostume, denuncerà i titoli acquisiti senza la dovuta dottrina per il clero e cercherà di arginare diverse sacche di eresie contro la fede. Ma com’era la situazione della diocesi di Nardò a quel tempo?

Come si vedrà (per chi leggerà i densi due volumi), è evidente un’atmosfera al quanto particolare che ritengo, la storia locale, non abbia, messo a fuoco abbastanza e magari, considerato nel giusto modo. Specialmente quelle particolari relazioni conseguenti al contesto dei rapporti tra la chiesa, i duchi del periodo e il popolo. Auspico una rivalutazione, dell’opera, e in particolare della figura di Ambrogio Salvio.

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13 FACINOROSI TELAMONI DI LECCE VS 13 FANCIULLI BIZANTINI DI NARDO’

Ricordo a questo proposito ciò che ho già riportato in altri scritti e che ritengo di fondamentale importanza. Il domenicano Ambrogio Salvio è vescovo di Nardò dal 1569 al 1577 e che l’ispirazione, quindi, la decisione della facciata di San Domenico come un arco di trionfo domenicano, a tre fornici, è contemporanea alla battaglia di Lepanto 1571 (è uno dei buoni motivi per cui l’opera vada tenuta da conto per il suo valore storico architettonico, nell’ambito, ritengo, di tutto il meridione d’ Italia). Coincidono troppi elementi per non definire quella facciata preziosa in ogni suo particolare, e sarà certamente ‘scrutata’ ancora. Per esempio, è molto probabile e facilmente presumibile, anche con un confronto visivo (particolare che difficilmente sarà riportato su documenti, ricordo che la facciata della chiesa non è mai stata descritta nei dettagli come stiamo contribuendo a fare, con questi miei scritti), che il domenicano cerca di ‘naturalizzare’ moderatamente l’azzardo, ritenuto esageratamente pagano, della facciata leccese di Santa Croce, il cui tremendo primo livello, a quel momento, era già costruito fino alla balustra compresi i telamoni reggitori. Il domenicano, teologo, allora, a Nardò, sottolinea l’equivoco sull’interpretazione della legge della natura, ‘sostenuto’, ad esempio, dalle colonne laterali poste all’ingresso del tempio di Lecce. Invece di bacchi danzanti e fauni barbuti a cavallo di volute fin troppo esplicite, di sirene bicaudate o figure femminili che ‘offrono’ il loro ventre come frutto ricolmo, a Nardò, egli contrappone, ‘criticamente’ la norma. La serie di regole che la disciplina impone per la salvezza dell’anima. E, proprio là, dove a Lecce, insiste un nastro con vitigni, spirali e simboli pagani che prepara alla scenografica balaustra sostenuta da telamoni, invece a Nardò ci sono vari omucoli (M. Manieri-Elia) apparati con i vari messaggi di fede, e che ‘segnano’ un intero livello. Gli dei pagani barbuti, esposti in perverse ammiccanti torsioni, non possono avere posto, all’ingresso del tempio, invece, hanno l’obbligo di ‘reggere’ o sostenere la regola che conduce alla salvezza dell’anima. Ne risulta una semplice, ma sconvolgente teoria critica, estetica, simbologica. Penso che possa essere stato proprio questo, uno dei motivi dell’ispirazione della facciata di San Domenico. Essa nasce dal semplice incontro dell’uomo con Dio nel dies irae (giorno del giudizio), a continuo monito per le sue creature. Di fronte alla sua presenza, infatti, messa da parte l’arroganza e la superbia, risultano i 13 facinorosi telamoni a Lecce, trasformati, a Nardò, in 13 fanciulli nudi (di cui, il motivo di quella simbologia, chiarirò nel link indicato in calce) pronti per il giudizio.

Tesori, dunque, che acquistano preziosità e lucentezza intellettuale, pari alla sensibilità di chi li legge o ne ipotizza interpretazioni, fin’ora, tutte attendibili.

 

Per approfondire l’argomento, in tutti i suoi punti discussi, dal quale l’articolo è tratto, vedere:

http://culturasalentina.wordpress.com/2014/07/08/il-vuoto-e-leccedente/

1614. Restauri nella chiesa di San Domenico a Nardò

Nardò, s. Domenico (ph M. Gaballo)

di Marcello Gaballo

Nel 1614 si ritrovano nel convento dei frati Domenicani, oltre al priore e ai frati, Alessio, Colella e Bernardino Sambiasi, figli di Giulio Cesare e di Lucrezia de Castello, agenti anche in nome del loro cugino Roberto Sambiasi, figlio di Beatrice de Castello, sorella della predetta Lucrezia.

I de Castello hanno posseduto et al presente anche possedono la cappella maggiore della chiesa di detto convento… edificata da loro predecessori con tutte le statue et ornamenti come al presente se ritrova; et perchè essi Rev.di Padri vogliono er commodità loro et per ornamento della detta loro chiesa ampliare il choro, che stà dentro detta cappella, et l’ altare farla sotto l’ arco come già s’è ncominciata a fare, et vogliono finirla con farci due porte alle bande et altri ornamenti che meglio li parerà, per lo che è necessario che li butti a terra il baldacchino da quel loco dove stà. Et anche è necessario che le due statue, una di Santo Pietro et l’ altra di Santo Paulo si levano di quel loco dove stanno et si trasferiscano alli dui lati delle dette due porte, et di più che l’ altre due statue della Visitatione si levano più in alto insieme con li due sepolchri et arme et anche il cornicione, acciò si possa più commodamente allargare et accomodare il choro, conforme al disegno fatto dalli mastri.

I suddetti Sambiasi si contentano come dechiarano contentarsi d’ esser lecito à detti Rev.di Padrid’ accomodare l’ altare nel detto loco come di sopra, di levare in tutto il detto baldacchino, di tranferire dette due statue… con patto che detti Sambiasi debbiano contribuire per la metà della spesa che si farà nella translatione…

particolare della facciata di S. Domenico (ph M. Gaballo)

L’ altra metà della spesa verrà coperta dai frati, che si impegnano a riparare eventuali danni occorsi nei lavori, subito o entro due mesi, senza alcun aggravio per i Sambiasi.

Qualora i danni si verificassero per le statue o fossero irreparabili, i frati si impegnano a pagare il giusto prezzo alli predetti Sambiasi per farne fare altre simili o spenderli in beneficio di detta cappella.

Viene poi pattuito che se si dovranno porre le armi dei Sambiasi e De Castelli sulle porte, le spese conseguenti saranno a carico dei Sambiasi (atti del notaio Santoro Tollemeto del 1614).

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