Libri| A Castro, con il cuore

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di Alessandra Peluso

La cultura – scrive Husserl – è il sedimento oggettivo del sapere della comunità.  Come allora non considerare Rocco Boccadamo depositario della cultura salentina?

Ne scrive da anni, dopo averla vissuta, amata, accettando anche gli aspetti più impervi. In “A Castro, con il cuore” si evidenzia l’amabile arte di destreggiarsi tra racconti che appartengono al piccolo, ma straordinario paese salentino, come Castro: una perla, bellezza dirompente del sud del Salento.

Boccadamo si nutre di cultura, di storia, di tradizioni appartenenti ad una Terra di persone che amano, accolgono, sono ospitali, generosi, inconsapevoli, spesso però, di essere attori e protagonisti di una storia. Ecco che Rocco Boccadamo sembra rappresentare una cartina tornasole, depositario di una cultura da salvaguardare. Egli utilizza la scrittura, a differenza dell’aedo o del bardo, l’oralità, per trasmettere e far conoscere a tutti, visitatori e non, la cultura salentina.

I numerosi racconti contenuti nel libro “A Castro, con il cuore”, come anche in molte altre sue pubblicazioni, rappresentano un legame tra presente e passato, necessario a creare un’identità. Senza identità non si è nessuno. Non soltanto, ma la popolazione che riesce ad aver meglio un rapporto con la propria origine, la propria identità e tradizione, è anche quella capace di confrontarsi con le altre, accettando e rispettando la diversità.

Pertanto, Rocco, oltre ad allietare i lettori con le sue ammalianti storie, funge anche da guida, affinché gli abitanti di Castro e i salentini tutti prendano coscienza di se stessi, riconoscano il valore della propria identità e la presentino agli altri, tutelando per questo anche il territorio nel quale vivono.

Tuttavia, l’autore del prezioso libello è anche il vessillo del sentimento. Il cuore per Boccadamo non è solo l’organo pulsante di vita, ma anche di amore, di quel sentire dolce o acre che scuote il profondo, libera l’istinto, la creatività, la miglior parte dell’individuo e anche la più vera; così come vero è il sole, e caldo che scalda le pietre inscalfibili di questa terra, il mare cristallino dai colori verde e blu cangiante, la luna rassicurante, i gabbiani che gracchiano, volteggiando, indisturbati.

Il Salento è anche questo. E anche Castro diventa il luogo dell’anima, luogo di innamoramento, come scrive Giuliana Coppola nella Prefazione.

E dunque, Rocco Boccadamo, alla stregua di Virgilio quando narra di Enea, prende per mano il lettore, il turista, o il viaggiatore, o il castrense, e lo conduce per mari e per monti, sino a raggiungere il Castello aragonese di Castro giustappunto, e trovarvi ristoro del corpo e dell’anima; mentre, intanto, questa si rinfranca dall’amore intenso per le proprie origini, la bellezza del territorio, come insegna – emblema incontrastato – il caro Rocco.

A CASTRO, CON IL CUORE, di Rocco Boccadamo, Spagine/Fondo Verri Edizioni

Castro

di Armando Polito

(immagine tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Castro_(Puglia)#/media/File:Castro_Panorama.jpg)

 

Certe volte le regole grammaticali costituiscono un serio ostacolo per chi, conoscendole (pure nel mio caso si presume …), intenda rendere anche graficamente certi concetti. Oggi, per esempio, per salvare capra e cavoli, ho dovuto partorire un titolo costituito da una sola parola, da scrivere, naturalmente, con l’iniziale maiuscola ed affidando al resto del post la distinzione tra nome comune e nome proprio, quest’ultimo, quello della bellissima cittadina (nel senso di piccola città …) salentina. Non c’era scelta: Castro e castro non avrebbe escluso la possibilità che pure il primo fosse nome comune o forma verbale, mentre “Castro” e “castro” per via delle virgolette avrebbe limitato, forse, le possibilità del motore di ricerca e io sono uno che se ne fotte dei mi piace di Facebook ma non è insensibile (potenza, comunque, della vanità …) ai contatti, talora in numero non irrilevante, che qualche mio post su questo blog ha registrato, magari senza alcun merito da parte mia o quando meno me l’aspettavo…

Non faccio perdere altro tempo a chi mi ha fin qui seguito e integro quanto detto all’inizio riportando di seguito tutto ciò che so sulla parola del titolo.

Castro toponimo.

castro nome comune: 1) negli studi storici è usato per indicare un centro territoriale e giuridico raccolto intorno ad un castello: 2) negli studi archeologici è usato per indicare un impianto quadrangolare fortificato, che è alla base di molte antiche città italiane; 3) accampamento militare romano (in quest’ultimo significato, però, la voce è obsoleta).

castro prima persona singolare dell’indicativo presente attivo di castrare; nel dialetto neretino è, per metatesi di –r-, crastu.

Sui primi due mi soffermo solo per ricordare, a quei pochi che ancora non lo sanno,  che Castro negli autori antichi è Castrum Minervae e che castro è dal latino castrum=fortezza, castello (sicché Castrum Minervae alla lettera significa fortezza di Minerva, cioè rocca con un tempio dedicato a Minerva).

Dopo queste due affermazioni che farebbero sussultare (perché sono troppo scontate) perfino un archeologo che si fosse comprato, dopo tutti gli esami, anche la stesura e la discussione della tesi …, mi chiedo che rapporti potrebbero esserci con castrare.

Può sembrare poco serio ma tutto potrebbe dipendere non da una ballerina chiamata r ma da una r ballerina.

Dal tema di castrum che è castr– è derivato in latino il diminutivo castellum, da cui l’italiano castello. La ricostruzione della trafila comporta questi passaggi: *castrellum (da castr-+il suffisso diminutivo)>castellum, Faccio notare che castrellum è preceduto dall’asterisco, ad indicare che si tratta di voce ricostruita, cioè non attestata nel latino scritto e che la sincope di –r– in castellum si direbbe dovuta a ragioni eufoniche (la pronunzia di –stre– è certamente meno agevole rispetto a –ste– e meno gradevole ne è anche l’ascolto). Ho l’impressione, però, che un indizio dell’esistenza, sia pure nel latino parlato, di *castrellum mi viene fornito per le osservazioni analogiche che offre il caso dell’italiano rastrello. Infatti tale attrezzo in latino è rastellum, diminutivo di raster/rastri (a sua volta dalla radice di rasus, participio passato di ràdere) del verbo ràdere). Dal tema di quest’ultimo (rastr-) mi sarei aspettato un rastrellum e non un rastellum.Proprio la voce italiana, però, mi fa capire che nel latino parlato doveva essere in uso rastrellum. I presunti motivi eufonici della caduta di –r– già in età antica, perciò, vanno in buona parte a farsi benedire. Una conferma parziale viene, nonostante le apparenze inizialmente contrarie, dal fatto che per il latino medioevale il glossario del Du Cange registra un “castrellum pro costrellum. Poculum vinarium. Gualt. Hemingford. de gest. Eduardi I reg. Angl. ad ann. 1294 pag. 56: Cumque haberent modicum vini, vix unius lagenae castrellum, quod pro rege salvare decreverunt. Vide costrelli”

(castrellum per costrellum. Coppa da vino …. Avendo poco vino, a stento una tazza di una sola coppa, che decisero di riservare al re. Vedi costrelli).

Non riporto quanto si legge al lemma costrelli ed a quelli circonvicini che confermano tutti il significato di contenitore per il vino e, quel che più importante,mostrano come castrellum non fosse un pur teoricamente probabile errore di lettura o di stampa.

Non è da escludersi, perciò, che nel latino scritto sia attestato castellum e non castrellum per evitare confusione e non per motivi esclusivamente eufonici che, invece, restano tutti interi nella trafila che ha portato al nostro coltello: culter>*cultrellus (dal tema cultr– del precedente+il suffisso diminutivo)>cultellus>coltello.

L’immagine del coltello con la sua sfera semantica, non etimologica, e la -r- ballerina di cui s’è detto  mi aiutano a giungere alla conclusione dicendo che anche castus (da cui l’italiano casto nel suo significato di esente da rapporti sessuali) potrebbe originare da un *castrus ed essere in rapporto con castrare), nonostante per qualcuno possa essere da carère=esser privo. E tra castità e castrazione sembra far capolino la radice caes– del supino (caesum) del verbo caedere che significa, appunto, tagliare. E semanticamente con l’idea di tagliare e formalmente con castrare potrebbe essere connesso pure castro e, per la proprietà transitiva, anche Castro (in fondo una fortezza che cos’è se non una fabbrica insistente su superficie isolata per la sua posizione generalmente elevata e tagliata, grazie alle mura, dal resto del territorio circostante?).
Com’è noto, il toponimo Castro in compagnia (intendo dire in unione ad altre parole, non fuso con loro come in Castrovillari in provincia di Cosenza e, proprio vicino alla nostra Castro, in Vignacastrisi) è molto diffuso in Italia [Arlena di Castro, Grotte di Castro, Ischia di Castro e Montalto di Castro in provincia di Viterbo, Castro dei Volsci in provincia di Frosinone, etc. etc.), ma gli unici due Castro solitari che io conosca sono Castro in provincia di Bergamo e la nostra cittadina. Mentre il toponimo lombardo contiene solo un’indicazione banale e un significato scontato (il nome comune di una fortezza è diventato nome proprio) il toponimo salentino, invece, è a tutti gli effetti un’antonomasia legittimata dal nome antico Castrum Minervae (come ho detto, negli autori antichi; Castra Minervae nella Tabula Peutingeriana, vedi immagine sottostante), in cui il sottintendimento di Minervae sembra parallelo al mi mostro, non mi mostro, forse sono io con cui la dea sembra giocare a rimpiattino con gli archeologi.

(immagine tratta ed adattata da http://www.hs-augsburg.de/~harsch/Chronologia/Lspost03/Tabula/tab_pe08.html)

Se, dopo averla conosciuta, amassimo di più la nostra storia, eviteremmo di aderire all’andazzo comune che per una pratica esigenza distintiva ha creato il nesso Castro di Lecce, propiziando la vendetta della dea che, magari, farà ritrovare proprio a Lecce qualche sua gigantesca statua in cui, questa volta, anche un archeologo cieco riconoscerà a tentoni le sue fattezze …

Mi pare doveroso dire in chiusura che, giunto a questo punto, se qualcuno dovesse dimostrarmi che gran parte di tutto ciò che fin qui ho detto è una … castroneria, per me sarebbe …  castrante.

A Castro, con il cuore

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Sabato 2 agosto 2016, a Castro (LE), sarà presentato l’ultimo libro dello scrittore salentino Rocco Boccadamo “A Castro, con il cuore”, pubblicato, per i tipi di “Spagine” Edizioni Fondo Verri, nel maggio 2016.

Questa la prefazione al volume redatta da Giuliana Coppola:

Innamoramento… ecco, mentre mi accingo a scrivere ancora sui pensieri di Rocco Boccadamo, ecco, io penso che sia questo il termine giusto per i suoi scritti, per gli scritti di lui che ritorna a guidare il lettore nel suo personale “paradiso terrestre”, nella sua Castro.

Invita tutti ad essere suoi ospiti, a condividere con lui il senso profondo di quest’amore che dura da una vita – e benedetti siano i suoi genitori per averglielo inculcato nell’anima – e che egli vuol far provare in tutta la sua immediatezza, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, mentre le ore si rincorrono e trascorre il tempo.

Innamoramento, dunque, pudico, silenzioso, attento ai particolari, alle voci, ai sussurri, ai mormorii; alle sensazioni, alle emozioni, ai passi, agli sguardi e ancora ai rumori di mare, di terra, di cielo, ai colori di verde e d’azzurro e di buio e di luci di lampare, stelle nella notte, sospese all’orizzonte.

Castro avvolge l’anima e le pagine raccontano; “l’ideale nassa di pensieri” diventa quotidiana dichiarazione d’amore. “Per soppalco, un cielo azzurro senza ombra di nubi, strato calmo, tratteggiato da linee orizzontali a dividere zone di bianco perlato da altre di colore intenso blu, carezze scintillanti per opera dei raggi solari, aria cristallina e leggera, orizzonte nitido, temperatura dolce e tendente a lievitare verso l’alto con il progressivo innalzarsi del mattino”.

Castro, per Rocco Boccadamo, suo cantore, è “un immenso schermo in cinemascope intessuto di meraviglie, gioie, bozzetti incantevoli della natura” e sorridono “intorno le macchie di verde, le case, le antiche mura e le torri del borgo”. Le pagine scorrono e il film si dipana e secche di gennaio s’alternano a miti pomeriggi di febbraio e il vento, a tratti, è “solo un abbozzo, quasi il respiro d’un neonato” in questo mese di giugno e d’un tratto, siamo già in estate e si chiacchera un po’ con Nino, il pescatore, che vive di pesca e di mare. “Acini d’estate” e il ricordo è per Vincenzo e sono per lui i colori dell’immensa distesa d’acqua, colori che “raccontano rosari d’emozioni” ed è “sinfonia composta di suoni d’aria e di mare” mentre si cavalca mare e volano le vele “colorate d’amaranto”.

A volte è grigio il venerdì ma che importa? “Vi porto talmente dentro, mi siete talmente compagne…” che i colori rimangono nell’anima e si va, Rocco Boccadamo va e intorno “valanghe di immense distese di bianca schiuma, sferzate sul nero delle alte rocce”. Si va e s’affolla “nassa di pensieri” e s’affollano ricordi e scorrono sul palcoscenico dell’anima volti e persone. Si prega per chi non c’è più perché Castro, a tratti, “rievoca l’azzurro profondo delle volte di talune basiliche… quasi per un arcano e invisibile estro d’artista, tra profumi di mirto, carrubi, menta, gelsomino e basilico” ed è frinire di cicale, intorno.

Santa Dorotea e Minerva e Maria, la Madre del mare e Venere proteggono, ognuna a suo modo, uomini ed eroi; e così succede che Enea si salva e si salvano gli uomini, anche quando crolla il mondo sulla piazzetta ed è disastro, ma la vita resiste e piazzetta ritorna nel suo splendore, balcone sul mare e sul porticciolo da favola.

Si rincorrono i pensieri quando soffia vento di tramontana ed è brivido e non ci si accorge che arriva Natale e forse fa freddo ma dentro, nell’anima, c’è il sole. “Se ne sta in alto a vedersi la scena; contrariamente a quanto può succedere con la luna e le stelle… il sole non si presta a colloqui, limitandosi a sfolgorare, bruciare, riscaldare e semmai suscitare idee…”. Già le idee; anche questa che giunge a monito, inaspettata, mentre si gusta il film della bellezza.

Rocco Boccadamo riporta pensiero che può essere attribuito alle sue divinità, alle divinità del cielo, della terra, della natura “Ti ho messo a disposizione una messe di risorse, cielo, mare, aria pulita e non invasa dallo smog, acque incontaminate, e tu ne hai fatto scempio; ho riposto fiducia in te affidandoti tutti questi tesori e tu, non solo non mi hai ascoltato ma ti sei comportato in modo tale da danneggiarli”.

Par di sentirla la voce… richiamo e monito; chi è innamorato, ha paura d’un tratto che venga sciupato l’oggetto del suo amore; questo mondo che appartiene a Rocco e che, affidato alle sue pagine, ora è patrimonio di tutti coloro che le leggono, e che sono diventati, per suo desiderio, ospiti del suo paradiso terrestre, catturati nella nassa dei suoi pensieri.

Ora seguiamo la sua barca che solca le onde del suo mare; forse, siamo idealmente sulla sua barca, come succedeva un tempo quando il “vascelletto” diventava leggero, grazie alla scrittura che diventa monito e memoria; per non dimenticare chi siamo e dove siamo, in ogni momento della nostra esistenza.

 

A Castro (Le), la caseddra delle “mie” Frasciule

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di Rocco Boccadamo

Nel centro abitato di Castro, la splendida e apprezzata “Perla del Salento”, esiste, adesso, un cartello di segnaletica stradale indicante Via Frasciule, nella omonima zona di espansione edilizia, fra civili case popolari e edifici di tipo residenziale.

L’area in questione si trova alla periferia della cittadina, esattamente accanto a un comprensorio di verde pubblico, ricco di lecci, macchia mediterranea e altre interessanti specie di flora, denominato Parco delle querce, e però, lungo l’arco di secoli, già conosciuto con un appellativo differente, ovvero Bosco Scarra o Bosco dello Scarra.

Nel 2013, ci troviamo, dunque, nell’ambito di un agglomerato abitativo, mentre, fino ad alcuni decenni addietro, si aveva di fronte semplicemente un fondo rurale, in mezzo ad altri terreni agricoli, adiacente al comprensorio del bosco sopra indicato, che, sebbene rimaneggiato, è tuttora presente.

Tuttavia, si ha l’espressa intenzione di dedicare queste righe non già alla situazione attuale, bensì alla mappa, consistenza e destinazione precedenti del sito in discorso; del resto, dell’habitat dei tempi lontani, ancorché risalente alla sua primissima fanciullezza, dai due ai quattro anni d’età, l’osservatore di strada che scrive serba un ricordo vivo e nitido.

Con riferimento a quel posto, l’immagine passata conteneva niente più che il fondo agricolo delle Frasciule, accatastato come seminativo, ricco di piante di fico, con l’aggiunta poi di qualche albero di carrubo e adibito anche alla coltivazione di ortaggi.

Ne era proprietario, un signore originario di Marittima, anche se, da adulto, aveva scelto di trasferirsi a Lecce, facente parte di una famiglia signorile del paesello, tale don Gustavo Russi. Per completezza di logistica, v’è da aggiungere che, durante la stagione dei bagni, il predetto benestante se ne veniva in villeggiatura a Castro, dove possedeva una villa in zona Grotta del Conte.

Negli anni quaranta, all’incirca intorno alla fine della seconda guerra mondiale, nonno Cosimo, capo di una famiglia numerosa con moglie e sei figli a carico, prese a mezzadria, da don Gustavo, l’anzidetto appezzamento delle Frasciule, conducendolo direttamente per svariate stagioni.

Sul terreno insisteva anche una casetta in pietra, che, fortunatamente, è sopravvissuta e si può scorgere tuttora, sia pure circondata, in parte, dalle palazzine recentemente realizzate lì intorno.

Una casetta (caseddra) spartana, tipica e simbolo della civiltà contadina, dotata di un’apertura d’accesso sul frontespizio, senza ovviamente alcun infisso o porta in legno o in altro materiale, sovrastata da una finestrella a forma triangolare, finalizzata, insieme con un altro finestrino quadrato situato al centro della parete posteriore, all’aerazione dell’ambiente interno. Caratteristica carina, una scaletta, parimenti in pietra, appoggiata a una parete esterna, per montare, dal terreno, sino alla copertura del manufatto.

Nel periodo estivo, in cui si concentravano diversi raccolti agricoli, ossia a dire patate, grano, orzo, legumi, lupini, fichi, carrube, fichi d’india ecc., nonno Cosimo, unitamente al suo nucleo familiare, si trasferiva stabilmente alle Frasciule, attendendo ai lavori, consumando i pasti e rimanendo, infine, a dormire: tutti insieme, nella ricordata casetta. Per letti, semplici stuoie aperte sul pavimento e, in ogni caso, vale la pena di rimarcarlo, dopo le lunghe ore di fatica, il riposo alle membra e il sonno ristoratore non tardavano a venire.

Le Frasciule rappresentavano, in certo qual modo, la base principale per lo svolgimento, da parte della famiglia di nonno Cosimo, dell’attività agricola nel suo complesso, nel senso che anche i raccolti di altri terreni, di proprietà o condotti a mezzadria, ad esempio i fichi maturati nel Bosco dell’Acquaviva e contenuti in capienti panieri di canne e vimini, erano trasportati sulle spalle, ovviamente a piedi, sino alle Frasciule, per essere ivi spaccati e essiccati al sole su appositi cannizzi.

Per la verità, i giovani di casa Boccadamo, talora, si lamentavano con il proprio genitore per tali lunghi tragitti con pesanti carichi addosso.

In quegli ormai lontani anni, dal 1943 al 1945, succedeva di tanto in tanto che lo scrivente, classe 1941, fosse temporaneamente affidato ai nonni paterni Cosimo e Consiglia e relativi zii, così che trascorreva con loro alcuni periodi nel fondo e nella casetta delle Frasciule.

Per coprire i quasi due chilometri di strada fra il rione natio dell’Ariacorte e, giustappunto, la provvisoria dimora, il bambino non ce la faceva o, perlomeno, dava ad intendere di non essere in grado di camminare a piedi e, di conseguenza, doveva intervenire la buona volontà e la pazienza del giovane zio Vitale, il quale si caricava Rocco sulle spalle.

Nonostante tale provvidenziale venuta in soccorso, rimaneva, per il piccolo, un altro problema: egli aveva un terrore matto della morte, dei defunti e di tutti i riferimenti e ambienti correlati, compreso il cimitero del paese, caratterizzato da alti cipressi. Purtroppo, per recarsi dall’Ariacorte alle Frasciule, era inevitabile percorrere la strada comunale sterrata Marittima – Castro, si doveva passare per forza accanto al camposanto, cosicché succedeva immancabilmente che Rocco, non appena intravedeva da lontano detti cipressi, serrasse gli occhi e si avvinghiasse al collo dello zio Vitale tenendo il capo abbassato, per ritornare poi ad aprirsi dall’isolamento e a guardarsi intorno solo quando si rendeva conto che il cimitero era stato superato e si trovava ormai lontano alle spalle.

Scorrevano serene e interessanti le giornate del piccolo ospite alle Frasciule: caccia alle lucertole o ai grilli, costruzione di rudimentali dischi con le pale di fico d’India, scalate sugli alberi da frutta per abbondanti assaggi, qualche puntata spericolata sino alla parte posteriore del fondo, dove si trovava una vasca di raccolta di acque piovane utilizzate a scopi irrigui.

Il “pilune” (grande pila), presentava all’interno, semi immerse nell’acqua, alcune grosse pietre ed era il regno incontrastato di famiglie di rane, oltre che, a volte, abitacolo di qualche biscia, in particolar modo di un rettile innocuo proprio di queste zone, il biacco, di colore nero intenso che solo ad apparire, faceva scappare a gambe levate il giovanissimo esploratore.

Alle Frasciule, si susseguivano e/o prendevano corpo una serie di abitudini rimaste impresse nella mente, come le levate all’alba di nonno Cosimo al fine di raccogliere le primizie di frutta e ortaggi che recava in dono e omaggio al proprietario del terreno don Gustavo, in villeggiatura nella vicina Castro: così si usava fare allora.

 

Ancora, per consumare i pasti preparati dalla nonna Consiglia nella quadara in rame rossa, non esistevano per niente le posate e per attingere il cibo dal grande piatto comune si faceva ricorso ai gambi di cipolla, opportunamente sagomati alla base in funzione di cucchiaio o di forchetta a seconda del tipo di minestra del giorno.

Bello e tonificante, come già accennato, era il dormire nella casetta delle Frasciule, adagiati alla meno peggio sul duro pavimento e, in qualche evenienza, con la compagnia di ospiti non proprio graditi, sotto forma di un topolino, una lucertola o una “sacara”, altra varietà di rettile presente da queste parti fra i vecchi muri o le pietraie, che, sebbene non velenoso, causa nei bambini forte apprensione e paura.

Durante la permanenza alle Frasciule, capitava anche che, a Castro, si celebrasse la festa della Madonna del Rosario, o Madonna mmenzu mmare, con la caratteristica processione di barche, rito a cui il piccolo Rocco non mancava di assistere accompagnato dai parenti.

Tempi lontani, abitudini tramontate e scomparse e tuttavia rimaste scolpite, giacché hanno segnato in maniera davvero profonda e incisiva la loro epoca. Ci penso, ogni volta che passo dalla zona delle Frasciule, ora centro abitato. Scendendo da Marittima, il terreno era preceduto da un fondo comprendente una piccola casa di villeggiatura, detta il Casino, su due piani, delimitata da colonne in pietra tinteggiate di rosa, al pari della costruzione. Ci sono ancora, pressoché intatte, le colonne, mentre l’edificio si presenta in gran parte crollato e stinto.

Nel Casino si recava ad abitare, in estate, una signora di buona famiglia di Castro, donna Chiarina, la quale, rammento, aveva una figlia, Cecilia, non vedente dalla nascita.

Con il trascorrere degli anni, venendo sempre maggiormente meno la sue capacità fisiche, soprattutto quelle visive e in mancanza dei figli che potessero aiutarlo, perché avevano messo su famiglia, il nonno Cosimo abbandonò la conduzione a mezzadria delle Frasciule e così cessò anche il trasporto delle panare di fichi dal Bosco dell’Acquaviva.

Nel ruolo di nonno Cosimo subentrò un suo nipote, il quale, in seguito diventò proprietario del fondo, acquistandolo da don Gustavo. Fattosi a sua volta anziano, le Frasciule andarono, quindi, al maggiore dei suoi figli. Quest’ultimo, agli inizi, non era molto soddisfatto del cespite pervenutogli in eredità, ma poi, inaspettatamente, è stato per così dire ripagato all’atto dell’esproprio dell’area delle Frasciule per opera del Comune di Castro, in vista della realizzazione del complesso abitativo.

Difatti, in tale sede, gli sono stati dati in permuta alcuni appartamenti che assicurano alla sua famiglia un’apprezzabile rendita.

Gli anni dei temporanei soggiorni del piccolo Rocco alle Frasciule, precedettero di poco una fase assai importante nell’ottica della modernizzazione e dello sviluppo di Castro, all’epoca facente parte, insieme all’altra frazione di Marittima, del comune di Diso.

Il richiamo va esattamente all’amministrazione, dal 1946 al 1951, con alla guida il sindaco Agostino Nuzzo, ancora adesso ricordato.

Il predetto primo cittadino si rese promotore d’importanti e primarie opere per il miglior sviluppo e la crescita di Castro, fra cui l’ampliamento di piazza Dante, la costruzione del ponte che collega il Canalone al Porto Vecchio, della rotonda belvedere, realizzazioni attuate con piglio attraverso Cantieri di lavoro, nonostante le proteste e le reazioni di alcuni signorotti, a Castro unicamente per la villeggiatura, titolari di benessere e privilegi esclusivi, contrapposti alla povertà della gente in genere, i quali, verosimilmente, vuoti Gattopardi del Basso Salento, miravano più che altro a conservare la propria posizione.

Provvidenziale, dunque, l’azione di quegli amministratori pubblici che puntarono esclusivamente al bene della comunità e a prospettive di crescita diffusa.

 

Pubblicato su Il filo di Aracne

Bandiere Blu 2016. Il mare del Salento è sempre più blu

 

Torre dell'Orso, Melendugno
Torre dell’Orso, Melendugno

 

di Giuseppe Massari

Castro, Otranto, Melendugno e Salve hanno ricevuto per il 2016 l’ambito riconoscimento assegnato dalla Fondazione Europea per l’Educazione Ambientale. Il Programma Bandiera Blu, comunque, premia tutte quelle località marine che si sono impegnate nella promozione del territorio a salvaguardia dell’ambiente, secondo criteri di assegnazione che vanno dalla qualità delle acque di balneazione, alla depurazione di quelle reflue, passando per la facile accessibilità alle marine fino alla gestione dei rifiuti.

Veterana della classifica da oltre un decennio, Otranto si riconferma come uno dei borghi marini più attrattivi del Salento, un riconoscimento che il sindaco Luciano Cariddi commenta così: È la conferma di un lavoro portato avanti da tutta la città. Posso dire però che non ci sentiamo appagati: c’è ancora molto da fare nel settore dei rifiuti, ad esempio. Un ambito in cui l’amministrazione può agire fino a un certo punto, poi tocca ad altri enti .

BAIA DI PUNTA DELLA SUINA, GALLIPOLI, PUGLIA

Stessa soddisfazione aleggia intorno alle parole del sindaco di Melendugno Marco Potì, che è gonfio di orgoglio per il premio ottenuto dalle marine di Torre dell’Orso, Roca e San Foca, le quali possono vantare di aver conquistato, contemporaneamente, la Bandiera Blu, le Cinque Vele e la Bandiera Verde.

Anche Castro non nasconde la sua soddisfazione per la gratificazione alla propria qualità nei servizi.

Ma il Salento nel suo insieme, inteso come penisola salentina, comprensiva delle province di Brindisi e Taranto, può vantare analoghi riconoscimenti per le spiagge e le marine di Fasano, Ostuni e Carovigno e per Ginosa e Castellaneta.

Nove comuni in tutto, su gli 11 pugliesi, tra i quali Polignano a Mare (nona bandiera consecutiva), l’unico in provincia di Bari, e Margherita di Savoia, comune solitario nella Barletta-Andria-Trani.

Grotta della Zinzulusa, Castro
Grotta della Zinzulusa, Castro

In definitiva, la Puglia alza le sue 11 bandiere conquistate l’anno scorso. Con una sola eccezione e un avvicendamento: esce Monopoli ed entra Carovigno. L’auspicio, per il prossimo anno, è che i vessilli aumentino e che la Puglia si confermi nel suo primato di qualità balneare e balneabile.

Gocce di penna, tra albe, crepuscoli e… un pettinino

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di Rocco Boccadamo

Sono arrivato al mondo, una grossa gerla di calendari fa, secondo nato in seno ad un nucleo famigliare numeroso, ossia dire composto da padre, madre e ben sei figli.

Eguale quantificazione, per i rispettivi focolari d’origine dei miei genitori, così che, senza porci alcunché di mio, mi son trovato contornato da una pattuglia di dieci figure, fra zii e zie d’ambedue i rami, numero raddoppiato, per effetto delle loro unioni matrimoniali, alla considerevole cifra di venti.

E, ancora, sull’immediato gradino di discesa generazionale, si è gradualmente collocata una vie più folta schiera di cugini e cugine, pari, per la precisione, a trentuno unità, in cui io occupo il secondo posto in classifica per anzianità anagrafica.

Tuttavia, non è una novità anzi è naturalmente risaputo, che alla data di nascita non sempre sono commisurati, in una sorta di sintonia armonica, gli altri eventi importanti della vita, i cui rintocchi e modalità rispondono a variabili del tutto indipendenti.

In siffatto quadro di svolgimento esistenziale, in questi giorni se n’è, purtroppo, andato, antesignano fra i trentuno, il cugino M., di gran lunga più leggero d’anni rispetto a me e, casualmente, inserito in un’attività lavorativa analoga alla ex mia.

Correlati in modo indicativo a M., mi scorrono nella mente e davanti agli occhi, estremamente freschi e nitidi, due avvenimenti.

All’atto della nascita di M., io frequentavo la terza media e, la sera della festicciola per il suo battesimo in casa degli zii L. e P., all’amico parroco del tempo don Giuseppe, il quale mi chiedeva notizie circa l’andamento del mio profitto scolastico, potetti rispondere che proprio quel giorno il professore ci aveva mostrato, in classe, gli ultimi compiti di italiano corretti (tema sull’Odissea, avente per titolo lo sbarco di Ulisse sull’isola dei Feaci), non senza precisare che, nel consegnarmi il mio elaborato con voto otto, il docente mi aveva gratificato con le parole: “Bravo, hai compiuto un bello sbarco sull’isola di Nausicaa”.

Inoltre, nel Santuario della Madonna del Rosario a Castro Marina, quando, nel 1964, mi sono sposato, presente e officiante il già citato don Giuseppe, insieme con don Salvatore, parroco di Castro, M. adempiva al ruolo di chierichetto, in cotta bianca, com’è rimasto fissato nelle ormai vetuste riprese fotografiche di quella cerimonia.

Sembrano danzare irrefrenabilmente i corsi delle cose, grandi o piccoli che siano, finanche sotto forma di sequenze minutissime e di primo acchito insignificanti, e, in realtà, non ci lasciano mai indifferenti, catturando di volta in volta eppure senza soluzione di continuità barlumi di nostri sguardi e frammenti d’attenzione e riflessione.

Stamani, un venditore ambulante con camioncino carico di frutta e verdura, in barba al freddo insolito per queste plaghe, andava proponendo ad alta voce e di buona lena, ai passanti, in particolare “tre cassette di scarcioppole (carciofi), scontate a otto euro, anziché a nove euro”.

Mentre, di lì a poco, nell’anticamera dello studio del mio medico di famiglia, una donna si disperava all’indirizzo della segretaria del professionista perché “le aveva scangiatu la lizzetta” (le aveva dato una ricetta sbagliata).

Intanto che un altro anziano paziente in attesa, seduto in un angolo avvolto in una giacca a vento con la scritta “Aigle” sui gomiti, si toglieva il copricapo di lana, estraendo contemporaneamente e rapidamente dalla tasca un pettinino e passando quindi a darsi una sistemata a puntino alla bianca capigliatura, muovendo con estrema precisione il piccolo attrezzo dalla parte anteriore delimitante la fronte stempiata verso l’indietro.

Nel medesimo luogo, aspettavano in fila il loro turno un uomo e una donna dall’incarnato decisamente bruno e con gli altri tratti somatici tipicamente orientali.

Il curioso narratore s’avvicina loro con qualche domanda: sono marito e moglie, provengono dallo Sri Lanka, vivono in Italia da trent’anni, quasi interamente trascorsi a Lecce, si trovano bene, hanno due figli, di cui il primo universitario e il secondo frequentante l’Istituto alberghiero, il capofamiglia fa lo stalliere in un centro d’equitazione sulla via per San Pietro in Lama, la donna, invece, è semplicemente casalinga.

In sintesi una bella normale coppia, come tante delle nostre.

Perché si sparge tanta generalizzazione nell’argomentare sulla realtà degli immigrati? Appena sette gradi segna il termometro, l’aria è frizzante e, però, due micetti, a loro modo forse più saggi di noi umani che ci lasciamo perennemente prendere da mille incombenze e impicci, se ne stanno a prendere il sole beatamente accovacciati e quasi sonnecchiando sul tettuccio d’una rossa moderna utilitaria.

Mentre vado completando le presenti righe, volgendomi verso il balcone, ho agio di godermi lo spettacolo del soleggiato pomeriggio leccese, che mi piace abbinare a quello dell’affascinante mare di Castro, catturato con la fotocamera l’altro ieri.

Castro nel Salento

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di Rocco Boccadamo

 

Da tempo “Perla” fulgida e splendente, nella collana di meraviglie di cui sono adornati i tratti costieri e i territori in genere della Penisola Salentina, la minuscola e però eccezionale e unica Castrum Minervae s’accinge ad arricchire i suoi innumerevoli pregi e motivi d’attrazione e richiamo, basati su distese di mare cristallino, vicende storiche insigni, vestigia antiche come le Mura messapiche, i resti del tempio di Minerva, una parte del busto di una statua di detta divinità riportata alla luce giusto nei mesi scorsi e l’imponente e maestoso Castello Aragonese,  mediante un rinnovato fasto, attraverso l’avvincente mondo della celluloide, dei tanti miti, d’impronta epica e/o popolare, che le aleggiano intorno.

Infatti, dopo un lungo e impegnativo percorso di studi e ricerche, allestimenti e riprese, è stato completato un lavoro cinematografico, un’opera giunta a compimento grazie all’impegno e all’abnegazione di un cittadino di Castro, Giuseppe Fersini, il quale non è propriamente uno del ramo o, in qualche modo, addetto ai lavori, svolgendo, nella vita, attività di tutt’altro genere.

Così, il prossimo 18 ottobre, nella sala – auditorium comunale di Via di mezzo, sarà presentato in anteprima il film “La leggenda di Castro – In Terra d’Otranto.

Mentre, il successivo 1° novembre, la pellicola sarà proposta in prima visione al cinema d’essai “Don Bosco” di Lecce

 

 

Castro: la Piazzetta ricostruita è più bella di prima

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di Rocco Boccadamo

Sommerso come tutti da un’ondata di sgomento ed emozione, subito dopo il 31 gennaio 2009, ossia ancora in mezzo ai detriti e al pulviscolo del terribile crollo di Piazza Dante, cuore e luogo simbolo della Marina, pensai di creare su Facebook il Gruppo Amici di Castro, iniziativa che, invero inaspettatamente, nel volgere di pochi mesi, arrivò a raccogliere oltre duemila adesioni da ogni angolo d’Italia.

Cioè a dire, s‘innestò un incontenibile passa parola d’affetto verso l’amata Perla del Salento.

A un certo punto, le luci dello spazio comunicativo allestito sul social network intorno al drammatico evento vennero a spegnersi, forse per via dell’ineludibile legge del nuovo che avanza e/o della cronaca fresca che prevale e, però, almeno secondo la mia sensibilità di operatore culturale, osservatore e ascoltatore, le moltitudini di raggi d’interesse e d’attenzione verso Castro, da allora e in questi lunghi sei anni, sono sempre e vie più rimaste vive e illuminanti.

Naturale scia, adesso che, finalmente, la ricostruzione è stata completata, m’è venuto spontaneo il proposito d’inviare a tutti gli amici di Fb, e non soltanto a loro, un’immagine della mitica Piazzetta, fissata stamani, invitandoli, se non hanno già avuto l’occasione e il modo per farlo, di compiere una visita o trascorrere una vacanza in questa meravigliosa località e così ammirare di persona la rinascita di Piazza Dante.

Castro, Minerva, la civetta e il non gufo …

di Armando Polito

In un post del 21/1/2014 (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/20/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-614-castro/) scrivevo: In attesa che le risultanze archeologiche emerse dagli scavi del 2007-2008 (vedi Castrum Minervae, a cura di Francesco D’Andria, Congedo, Galatina, 2009) confermino definitivamente, magari grazie ad ulteriori  fortunati nuovi ritrovamenti (una bella statua di Minerva, per esempio, o anche una sua parte, purché l’una e l’altra siano in grandezza naturale o, meglio ancora, ultranaturale, sarebbe la prova quasi finale che Castro sia da identificarsi proprio come il luogo del primo sbarco di Enea immortalato da Virgilio …

Il recentissimo ritrovamento a Castro di una grande statua dà un carattere felicemente profetico alle mie parole e quasi quasi, con questa credenziale del non gufo, potrei comunicare al Presidente del Consiglio di essere disponibile al conferimento, su nomina diretta, di un incarico di prestigio anche secondario (tanto non sarebbe certamente secondario l’aspetto economico, quello, come dice Razzi/Crozza, della grana).

Le credenziali di tipo culturale non contano, nonostante la dominante sciamanico-divinatorprofetica delle mie? Lo sospettavo (a dire il vero ne ero più che certo per quelle culturali non inquinate…, con le quali, com’è noto, non si mangia) ma, da ingenuo quale sono, per un attimo ho ceduto, sia pure solo col pensiero, alla tentazione …

In attesa che gli esperti dicano la parola definitiva (almeno si spera) sull’identificazione della statua, il pensiero corre in prima battuta a Minerva (corrispondente alla greca Atena; non a caso la civetta, l’animale a lei sacro, reca il nome scientifico di Athene noctua) e la fantasia galoppa immaginando in qualche modo che la statuetta rinvenuta nei precedenti scavi sia quasi una miniatura di questa enormemente più grande.

Non è così, perché la postura è totalmente differente; ma, da appassionato dilettante allo sbaraglio, dopo aver indossato i panni dell’indovino, voglio abbandonarmi ad un gioco comparativo lasciando al lettore trarre le conclusioni.

Nella prima immagine (tratta da http://relicsquest.blogspot.it/search?q=castro) la statuetta rinvenuta a Castro nel corso della campagna 2007-2008, nella seconda (tratta ed adattata da http://www.lavocedimanduria.it/wp/rirtovato-il-busto-di-minerva-dove-approdo-enea.html) la statua rinvenuta recentissimamente, nella terza (tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Minerva_(statua)#/media/File:Scarico_votivo_1.jpg) la statuetta rinvenuta nel 1984 nello scarico votivo di Privati (Castellammare di Stabia, conservata (subito dopo il ritrovamento, ora non so dove, nell’antiquarium di Stabia e datata al III secolo a. C.

La posizione del braccio destro della grande statua (che a dire il vero vedo un po’ sovradimensionato) mi sembra compatibile con la postura della statuetta di Privati. E se si rinvenisse la testa in condizioni di chiara leggibilità e un frammento, solo un frammento, di scudo? …

A Castro, la lucente Perla del Salento, uno storico grande evento

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di Rocco Boccadamo

 

Non si giudichi intenzionalmente irriverente l’accostamento, giacché, da parte dell’osservatore di strada e narrastorie, è anzi avvertito forte il senso di rispetto e di doveroso omaggio nei confronti del passato, tuttavia viene quasi inevitabile mettere in prossimità, nonostante la distanza temporale di millenni, l’approdo sulle coste di Castro dell’eroe profugo troiano Enea e il Gran Premio d’Italia d’acqua bike, che rientra nel campionato del mondo di tale specialità, in calendario, giustappunto, a Castro dal 22 al 24 maggio 2015.

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Quanto al primo avvenimento, sgorga spontaneo e bello riportare, di seguito, i versi dell’Eneide, al terzo libro, con cui Virgilio descrive l’impatto del famoso esule con le nostre scogliere e lo sbarco:

 

“ci spingiamo innanzi sul mare, tenendoci accosti alle vicine scogliere Ceraunie, da dove è la via per l’Italia e più breve il viaggio sulle onde… e già, fugate le stelle, rosseggiava l’Aurora, quando da lungi scorgiamo oscuri colli e il basso lido dell’Italia…Le invocate brezze rinforzano, e già più vicino si intravede un porto, e appare un tempio di Minerva su una rocca. I compagni ammainano le vele e volgono a riva le prore. Il porto è incurvato ad arco dalla corrente dell’Euro; i suoi moli rocciosi protesi nel mare schiumano di spruzzi salati, e lo nascondono; alti scogli infatti lo cingono con le loro braccia come un doppio muro, e ai nostri occhi il tempio si allontana dalla riva”.

Si tratta di parole e immagini che, seppure risalenti a un contesto lontanissimo, non necessitano di commenti o chiose.

In riferimento, invece, all’evento dei nostri giorni, si scorge tutt’intorno uno scenario nettamente diverso. A parlare, comunicare e conferire un’idea agli astanti, sono i modernissimi strumenti di pubblicità, un’infilata di box o tendoni bianchi a uso delle varie squadre di partecipanti al campionato, un importante assetto organizzativo d’insieme, quest’ultimo in tutto degno e a livello delle grandi competizioni sportive e/o agonistiche.

Poi, la multietnicità del popolo che anima la manifestazione, con pochi italiani e una grande maggioranza, invece, di stranieri, europei e dei restanti continenti. Chi scrive, pass al collo, ha provato a rivolgere un po’ in giro la classica domanda: “What country are you from?”, ottenendo in risposta, ad esempio, Qatar, Portogallo, Martinica, Francia e Polonia, una gamma di provenienze chiaramente non indifferente.

Poi, ancora, seguitando a riferire sullo scenario, ecco gli strumenti al cuore della competizione, riduttivamente definibili moto d’acqua, ma, in realtà, veri e propri bolidi dotati d’accentuate potenzialità e prestazioni, fra cui quelle inerenti alle esibizioni acrobatiche, fortemente spettacolari.

Forse, sin qui e almeno in Italia, rappresenta uno spaccato ancora giovane e da scoprire questo genere di sport, fa presa soprattutto sul pubblico giovane, come traspare dalla ragguardevole sequenza di moto, un unicum davvero eccezionale, sistemate sulla piazzetta di Castro e, non a caso, catturate con un istantanea.

Durante il giro fra i box, mi è stato dato di scorgere nelle adiacenze tre giovani e carine ragazze, sedute tranquillamente su uno dei grandi cubi di cemento che fungono da frangiflutti e intente, più che altro, a conversare.

Il curioso ha chiesto anche a loro da dove venissero, apprendendo che erano tutte italiane, una di Bologna, l’altra a Catania e la terza di Lecce: “Che ci state a fare a Castro, siete appassionate di aquabike?” e, in questo caso, così ha recitato la risposta: “Sì, si tratta di passione, ma non unicamente per la specialità sportiva, siamo amiche o fidanzate o compagne di atleti che partecipano alle gare”.

°   °   °

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E‘ una giornata molto bella, il mare quasi calmo, con i suoi colori cangianti che qui, a onore del vero, sono sempre accattivanti e ti penetrano dentro. Per parte sua, anche il cielo è un vero e proprio spettacolo, le striature di bianche nuvole, che qua e là stazionano o incedono lentamente e leggere, impreziosiscono vie più il manto d’intenso azzurro in alto.

Suggestivo lo spettacolo delle prove degli atleti sulla distesa d’acqua, salutate da applausi specie in occasione di salti e acrobazie fra sbuffi di colonne di schiuma.

Notazione doverosa, gli operatori economici di Castro, in previsione e in concomitanza dell’evento, si sono messi a disposizione, a fianco dell’impegno e dello sforzo dell’amministrazione civica, con in testa il sindaco e i suoi stretti collaboratori. Mobilitati a intenso ritmo i vigili urbani insieme con il personale della Guardia Costiera qui convenuto anche da altri centri marittimi della zona.

Accennavo prima agli operatori economici adoperatisi per rendere puntualmente operativi i loro servizi, esercizi e strutture e così fronteggiare l’afflusso degli addetti ai lavori e degli ospiti appassionati di questo tipo di sport.

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Per citare, ho visto l’esercizio commerciale di Martino, in Piazzetta,  con i battenti aperti anticipatamente, lo stesso ha fatto la tradizionale venditrice di frutta;  il mitico “Speran Bar” di Lucio, in attesa della definitiva imminente risistemazione negli “antichi” locali propri ricostruiti in uno con l’intero stabile crollato, come è noto,  sei anni addietro, ha allestito, per la circostanza, un aggraffiato “balconcino” di servizio semi scoperto con, intorno, una bella platea di tavolini e pure il concorrente  e vicino “Bar La Chianca” si è rimesso a nuovo.

Da segnalare, infine, che ha anticipato la stagione lo stesso Lido La Sorgente, con Anselmo e figli già in attività.

Intanto, fra tutto ciò, mi piace rimarcare che il protagonista dominante di questo sito da sogno che è Castro, nonostante la grandiosità dell’evento sportivo in discorso, e insieme con l’attrattiva inconfondibile esercitata dalle bellezze storiche, architettoniche e naturali complessive, rimane solidamente lui, il mare.

Vuoi nelle giornate serene come l’odierna, vuoi quando le condizioni climatiche non sono le migliori, immergersi nelle sue acque o semplicemente fermarsi a goderne la visione, ingenera una sensazione che non è esagerato definire da paradiso.

 

Castrum Minervae nell’opera di Pietro Marti

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CASTRUM MINERVAE NELL’OPERA DI PIETRO MARTI

In un volume di ERMANNO INGUSCIO

 

Non era difficile per i numerosi intervenuti all’incontro culturale tenutosi nel Salone del castello di Castro Marina, il 29 agosto 2014, ascoltare ragioni a favore, ancora una volta, della tutela e della riscoperta del noto sito archeologico, Castrum Minervae, fatto con la presentazione del volume  Pietro Marti (1863-1933). Cultura e Giornalismo in Terra d’Otranto, di Ermanno Inguscio, su puntuale introduzione del giornalista Rocco Boccadamo.

Una tematica scottante nella perla adriatica, Castro, accostata alla tirrenica più nota Portofino, annunciata dalla puntuale locandina  dell’Associazione  “Castro puoi volare in alto” di Gigi Fersini, se  a tal proposito una attualissima kermesse porta, addirittura, alla eventualità del cambio del nome della bella località turistica salentina sulla base delle nuove acquisizioni archeologiche dell’équipe del prof. D’Andria.  Ciò che era stato già preannunciato da Pietro Marti, nel 1932, già Regio Ispettore ai Monumenti dal 1923 al 1929, nel suo volume  Ruderi e Monumenti nella Penisola salentina. Con molta chiarezza  egli aveva chiesto, nella  Ragione del libro, tra le cinque sue proposte, di dichiarare il Salento inferiore “zona archeologica” di estremo interesse, citando espressamente, accanto a Castrum Minervae, le località di Valentium, Carminianum, Sesinum, Rudiae, Lupiae, Turium o Sybaris, Tutinum, Veretuma, Oxentum, Hydruntum, Bavata, Aletium, Soletum, Galatena e Vasten: solo alcune delle 144 località di città sepolte da esplorare scientificamente.

Alle domande di Boccadamo, l’autore del volume, edito dalla Fondazione Terra d’Otranto di Marcello Gaballo, ha rimarcato quanto scritto da Marti, circa la sua  ansia di ricerca, di tutela e di rivendicazione del noto e dell’ignoto patrimonio archeologico rappresentativo.

Un lavoro di decenni di puntuali segnalazioni e denunce, anche all’interno della Brigata leccese dei Monumenti, ribadito con forza anche nei suoi volumi, a cominciare dal fortunato Origini e Fortuna della Coltura salentina (1893), Lettera a Pompeo Molmenti, La Provincia di Lecce nella storia dell’Arte, Storia e Arte  e Nelle Terre di Galateo, sintesi, quest’ultima opera, dell’attività di conferenziere di Marti in giro per tutta la Puglia.  Mai inerte spettatore, Marti aveva sempre con tempestività segnalato e fatto pressioni sulla Sovrintendenza regionale e sulle Amministrazioni comunali la necessità di una  più larga conoscenza della vita preistorica, messapica, romana, medievale e moderna del Salento e della Puglia.

Una ciclopica battaglia di Marti compiuta anche sui suoi giornali, dal 1887 al 1931, come  “La Democrazia”, “L’Avvenire”, “Il Presente”, “L’Imparziale”, “La Voce del Salento” e “Fede”. Una passione storico-archeologica per la Puglia dimostrata nelle sue Relazioni, nei Discorsi inaugurali delle Esposizioni d’Arte pura e applicata in Lecce e Gallipoli (1924,1925,1926,1928), nei  Bozzetti di Diporti a Carpignano, a Otranto, a Maruggio, a Surbo, a Cerrate, a Giurdignano.

Novità autorevole la sua, ma quasi sempre inascoltata, nelle cinque  proposte-denuncia dello studioso Marti, lanciate, sempre nella  Ragione del libro del volume  Ruderi e Monumenti.

Se, grande è stata l’attenzione dell’uditorio nel Castello di Castro Marina, alla presentazione del volume di Inguscio, si riscopre ancora una volta, un po’ in tutti gli scritti di Marti,  la necessità della nazionalizzazione del Museo Castromediano in Lecce, l’ampliamento e il riordino del Museo Civico di Lecce e del Museo Archeologico di Gallipoli. Ma egli giungeva a chiedere persino la compilazione di un inventario analitico delle opere d’arte conservate nelle chiese della Regione Puglia e nelle gallerie private, ad evitare che tesori dell’arte pugliese, acquistate da facoltosi privati, finissero bellamente nel Museo del Louvre. E, dalle colonne del suo giornale leccese “La Voce del Salento”, chiedeva continuamente alle Autorità preposte il restauro di monumenti come i gioielli della Basilica di Santa Croce, della chiesa delle Scalze a Lecce, di Santa Caterina in Galatina, di Santa Maria di Cerrate, del castello di Acaya, delle cripte di Carpignano e Giurdignano. Un grido di allarme, il suo, sempre attuale. Un’ansia-passione, quella di Pietro Marti, ben descritta nel volume di Ermanno Inguscio.

Quel giornalista salentino, aveva imparato ad amare l’arte alla scuola fiorentina dello scultore Antonio Bortone e  ad occuparsi del recupero di beni storico-ambientali nella sodale frequentazione tarantina con l’archeologo Luigi Viola. Marti, così, nei primi giorni del 1933, già fiaccato nella salute, nell’ accorrere a Rudiae a tentare di fermare la furia devastatrice di contadini e tomabaroli, sotto uno scroscio micidiale di pioggia, riuscì a fermare un ennesimo scempio ai danni della comune memoria. Rientrato nel capoluogo leccese, Marti dovette sostenere un ultimo letale assalto di una sopravvenuta polmonite, che, senza pietà,  per mesi non gli lasciò scampo.

Ma le intuizioni-denuncia di Marti in campo storico-artistico ne fanno un campione di civica modernità: eco di tanta lucida fatica, nella vita di un uomo impegnato come lui, innamorato della sua terra, è nel volume di Ermanno Inguscio, storico e continuatore di quell’antica civica passione, la tutela del nostro patrimonio culturale.

La festa estiva 2014 della Madonna di Castro Marina

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 di Rocco Boccadamo

 

Nel rispetto di una tradizione fortemente consolidata, anche quest’anno, il 12 d’agosto, hanno avuto luogo le celebrazioni religiose e civili in onore della nostra amata e venerata Madonna del Rosario di Pompei.

Festeggiamenti, incentrati, com’è noto, nel trasferimento in processione del simulacro della Vergine dal Santuario al porto e, dopo la celebrazione dell’Eucarestia sul relativo piazzale, nell’uscita in mare, breve pellegrinaggio simbolico, insieme con un nutrito corteo di natanti, lungo il tratto di costa delimitante i confini territoriali di Castro.

Qui, invero, il rito d’insieme va ben al di là degli aspetti esteriori e meramente materiali tipici d’una festa del genere, essendo, soprattutto, sentito nell’animo degli abitanti e rappresentando, a ogni ripetersi, una vera e propria pietra miliare di fede e devozione. Ciò, a testimonianza del forte e intenso legame fra la Madre di Dio Vergine del Rosario benedetto e la gente del posto, con abbraccio, anche, del lavoro e delle attività ruotanti sul mare e intorno al mare.

La manifestazione, programmata da sempre durante la stagione estiva, è, dunque, attesa dalla comunità locale in maniera particolare, ma è partecipata e vissuta anche dai turisti e visitatori e da moltitudini d’affezionati che convergono a Castro dai paese vicini.

Pure l’autore di queste note “sente”, con intima e spontanea naturalezza, l’avvenimento, la festa della “Madonna mmenzu mmare” forma per lui un tutt’uno con il periodo estivo e con l’arrivo dei nipotini che, trascorrendo nel Salento almeno una parte delle loro vacanze, gli arrecano ventate di gioiosa, affettuosa e insostituibile compagnia.

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Il corrente 2014, in più, ha segnato per lui un ulteriore speciale tassello nel legame interiore con la Madre Santissima, coincidendo con un anniversario, anzi traguardo, importante, certamente non comune se non unico, che ha visto l’intera famiglia riunirsi nel Santuario, ai piedi della statua della Vergine: com’era avvenuto il 18 aprile 1964, così è stato il 20 aprile 2014, ricorrenza, quest’anno, della Pasqua di Resurrezione.

Memore dell’anzidetto lontano 18 aprile, con un giovanissimo in attesa della sposa, a metà mattinata, sotto le scale che conducono all’interno del Santuario, allo stesso modo, lo scorso 12 agosto, il ragazzo di ieri ha scelto di passare dalla suggestiva chiesetta, per un pensiero in anteprima alla Protettrice: ed è stato assai bello trovare ogni cosa a puntino, fiori semplici e aggraziati nelle aiole fuori e, all’interno, il luminoso baldacchino reggente la statua della Madonna.

Pressoché nessuno intorno, solo un abitante doc di Castro, Nino mulese, avvicinato da un compaesano che gli faceva notare la bellissima “biancata” (mare calmissimo) di quel mattino, con la contemporanea, scontata, osservazione di Nino “lascia stare, guarda che è da giorni che non si prende (pesca) niente”.

Nel pomeriggio, all’avvio della processione con la Madonna  in direzione porto, c’è stato il passaggio da piazza Cristoforo Colombo, in zona Grotta Del Conte, una scelta che, personalmente, ho molto apprezzato e considerato carica di significato denso e profondo, di un genere, purtroppo, assai raro negli attuali tempi: la Madre di tutti si è mossa, Lei, per approssimarsi alla Casa di riposo “S. Giuseppe”, in fondo una speciale Chiesa domestica, ospitante persone anziane, nella maggior parte non autosufficienti o costrette a letto.

Solenne, al solito, la successiva Santa Messa nell’area portuale e ricca di spunti l’omelia del Vescovo celebrante, cerimonia partecipata da moltissimi fedeli.

A seguire, il sempre affascinante corteo in mare, con il simulacro della Vergine ospitato a bordo della motobarca “S. Rocco”, nell’occasione arricchita di luci e di fiori.

A proposito della processione in parola, vengono alla mente di chi scrive le modalità delle uscite risalenti a sessanta – sessantacinque anni fa, quando le barche di Castro erano tutte rigorosamente a remi, senza motori o altri mezzi di propulsione o movimento, e però di gran lunga più numerose delle attuali. Giacché, all’epoca, la larghissima prevalenza dei residenti era fatta di pescatori, si sosteneva con la fatica in mare.

Rammenta, ancora, l’autore delle presenti righe, la sua primissima uscita al seguito della processione, datata 29 agosto 1947, giorno in cui veniva alla luce sua sorella Teresa, la quale, non a caso, porta il secondo nome di Pompea. E, negli anni successivi, le sistematiche analoghe “navigazioni” su battelli di pescatori castrioti, per accompagnare la Madonna nel tratto dalla Grotta Zinzulusa sino all’insenatura Acquaviva.

Con riferimento più o meno a tali lontane stagioni, è casualmente venuta fuori una fotografia di lavoratori del mare, accanto a un gozzo a remi con reti da pesca a bordo e, seduta accanto sullo scalo, un’anziana donna con abito nero e fazzolettone di eguale colore in testa, intenta a rammendare, appunto, le reti;  vi sono raffigurati volti tuttora noti e ricordati in paese, ovviamente dalle persone di una certa età, ossia a dire Peppino Ciriolo e i fratelli Gino e Gabriele Capraro soprannominati schirosi.

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Anche in occasione della festa testé svoltasi, una volta che il corteo di barche ha fatto rientro nella rada e prima del ritorno della Madonna nel suo Santuario, c’è stato lo sparo di bellissimi, entusiasmanti e affascinanti fuochi pirotecnici, per il godimento di svariate migliaia di persone, con gli occhi verso l’alto sulla volta blu, oppure sulla distesa d’acqua ad ammirare gli ammalianti giochi di luccichii che vi si susseguivano.

In parallelo, uno spettacolo silenzioso d’impronta maggiormente tradizionale e però parimenti accattivante è stato, a mio avviso, il lancio di una lunga sequenza di palloni aerostatici, che apparivano nel momento dell’iniziale, e gradualmente vie più celere, ascesa dalla punta di Pizzo Mucurune o da qualche terreno o abitazione nei paraggi.

Ecco,  fuochi d’artificio coloratissimi, moderni con effetti anche sull’acqua e palloni fatti di materiale cartaceo, con, alla base, una fiammella o lucina, un indovinato e indicativo binomio fra passato e  presente, o viceversa che dir si voglia, a testimonianza che, nonostante le grandi differenze e le novità che s’inanellano di pari passo con lo scorrere del tempo, le stagioni della vita dei singoli e quelle sociali in genere possono egualmente conservare  punti di riferimento e di continuità in comune.

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Al termine di queste osservazioni e riflessioni, mi piace sottolineare il transito della statua della nostra Madonna del Rosario accanto alla scala o rampa Italia, appena riaperta al pubblico, che, come si sa, conduce direttamente dalla “piazzetta” al Santuario, nonché lungo l’intero fronte del medesimo cuore della Marina, ricostruito dopo il crollo del 31 gennaio 2009.

 

Castro (Le), Premio Castrum Minervae, edizione 2014

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di Rocco Boccadamo

Ha avuto luogo, nella serata di domenica 3 agosto, la cerimonia di consegna dei riconoscimenti inseriti nell’ambito del Premio Castrum Minervae, giunto alla nona edizione.

Splendida l’ambientazione voluta dagli organizzatori, ossia a dire la magica Piazza della Vittoria del borgo di Castro, delimitata da un lato, come è noto, dalla ex cattedrale; originale anche il palcoscenico richiamante un tempio pagano, del genere di quello, dedicato alla dea Minerva, accennato nei versi dell’Eneide all’atto della rievocazione del primo sbarco dell’eroe troiano in Italia e i cui  resti  sono venuti alla luce, qualche anno addietro, in occasione di scavi archeologici lungo le mura della Perla del Salento.

L’evento, portante, in questa tornata, il titolo “In viaggio con Enea, tra cultura e creatività, nuovi immaginari contemporanei”, è stato inframmezzato dall’esibizione di una serie di artisti della danza, del canto, della musica e della recitazione, con numeri di buona qualità che hanno tenuto fissa l’attenzione del numeroso pubblico che gremiva Piazza della Vittoria.

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Contesto, scenario e corollario a parte, purtroppo, a mio parere, è affiorato qualche limite, ossia a dire non è sembrato pienamente all’altezza il “cuore” del premio per quanto riguarda la specifica destinazione delle artistiche statuine simbolizzanti i riconoscimenti.

I vincitori designati dall’amministrazione comunale di Castro col conforto di un Comitato scientifico costituito ad hoc sono stati i seguenti:

–          LUA Laboratorio Urbano Aperto di S. Cassiano (Le), aggiudicatario del “Premio innovazione culturale di Puglia” con il progetto “Lampa” riecheggiante, nel titolo, l’olio lampante di una volta;

–          Cantina due Palme di Cellino S.Marco (BR), assegnataria del “Premio migliore comunicazione e promozione di Puglia”;

–          Saietta Film, che si è aggiudicato il “Premio migliore impresa culturale di Puglia”, grazie al film “In grazia di Dio” diretto dal regista salentino Edoardo Winspeare.

In aggiunta, in apertura della serata, c’è stata la consegna di un premio speciale, voluta direttamente dall’amministrazione civica di Castro, a favore del Sindaco pro tempore all’epoca dell’ideazione e dell’inaugurazione del “Castrum Minervae”.

In realtà, pur dovendosi oggettivamente riconoscere l’utilità e l’indubbio prestigio insiti nella manifestazione in discorso, a latere dell’edizione appena svoltasi è affiorata l’impressione di un eccesso di presenze istituzionali, reso ancora più evidente dalla carenza, se non assenza, di autentiche collaborazioni, consulenze e voci culturali di qualità. Ovvero, di reali esperienze professionali idonee a garantire la piena aderenza delle scelte di volta in volta operate agli obiettivi istituzionali del premio: individuazione di realtà distintesi nei vari campi, comprese, ad esempio, eccellenze emerse sul piano della cultura, scrittura e poesia.

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°   °   °

Fin qui, i cenni di cronaca e le opinioni soggettive intorno all’evento.

Dopo di che, è desiderio dell’autore aggiungere le seguenti note d’insieme dedicate a Castro e alla sua gente.

 

Castro, la purissima perla del Salento incastonata fra illuminanti fuochi di storia e sfavillii di modernità, è un mio grande amore e luogo dell’anima.

Si tratta di un crogiolo d’autentiche meraviglie, come se, forse a causa di una cocente delusione, la divina Pallade Atena per i greci o dea Minerva per i romani – il cui nome costituisce parte integrante dell’appellativo originale del piccolo borgo di cui si scrive, appunto Castrum Minervae – avesse lasciato stillare ai suoi piedi una piccola pioggia di lacrime. Dette ultime, penetrando poi nel terreno e irrorandolo, avrebbero dato vita a un humus del tutto speciale, a sua volta fonte e origine di una vasta gamma, meglio un concentrato, di bellezze naturali straordinarie e mirabili che si riscontrano diffuse in questa ridente e amena plaga del Basso Salento.

castro cattedrale

Un puntino quasi invisibile sulle carte geografiche, che però reca, di per sé, il pregio di ergersi pressappoco a una sorta di ombelico del connubio fra gli ultimi strati del verde Adriatico e le più vivaci distese, dalle sfumature color blu intenso, del mare Ionio.

Quasi per effetto di un miracolo strano, ma di miracolo non si tratta, Castro è compostamente “vecchia” sulle orme della sua antica e gloriosa storia, intessuta anche da vicende di saccheggi e distruzioni per opera di orde piratesche e di bramosi eserciti conquistatori che salpavano le ancore dalle opposte sponde, vicinissime, del Canale d’Otranto. Si presenta, nello stesso tempo, gioiosamente giovane, giacché è riuscita a conservare, anche il giorno d’oggi, una compatta voglia di vita e di crescita: qui, si deve sottolineare, non esiste, se non in termini modesti, il problema del calo delle nascite, i giovani, i ragazzi e i bimbi appaiono numerosi, almeno quanto (se non addirittura di più) viene dato di constatare con riferimento alle persone anziane.

L’antica Castrum Minervae richiamata all’inizio, si identifica oggi con Castro Città o Castro Alta, adagiata su un costone /promontorio discretamente rialzato sul mare e cinta in parte, almeno intorno all’estensione del borgo, da un’infilata di mura e una catena di castelli con torri cilindriche o a sagoma di parallelepipedo.

La torre più grande, per la verità, da oltre un trentennio è stata “sdemanializzata”, passando così in proprietà a un facoltoso medico, il quale l’ha trasformata in lussuosa residenza privata che vanta, specialmente, un panorama a dir poco mozzafiato: vi si spazia verso nord, quasi a voler rivolgere un rispettoso saluto ideale alla Serenissima, regina di sempre dell’Adriatico, verso est, dove, a portata di mano, si trovano, e sovente si scorgono, le coste e i rilievi dell’Albania e della Grecia, verso sud, nella quale direzione lo sguardo, doppiato il capo di Santa Maria di Leuca, sembra invece rivolgersi all’universo delle civiltà musulmane, importanti e contrapposte. Sostando presso questa torre, si ha veramente la sensazione di “sollevarsi” dall’esistenza quotidiana con i suoi intoppi e le sue brutture e, per un arcano artificio, di salire, salire in alto.

castro castello

In aggiunta, qui, una serie di pietre, spuntoni e vicoli secolari si fanno «sentire», esercitando la loro presenza silenziosa, ma, a parte ciò, nella gente (schietta e semplice) appaiono vive e palpitanti le impronte, appunto, di vecchie e sagge consuetudini

A pochi passi, ecco il piccolo, ma molto armonioso, edificio dell’ex cattedrale, con annesso un raccolto e ben restaurato palazzo vescovile.

Da due lati, l’ex cattedrale si affaccia su uno slargo molto accogliente e tranquillo, riparato dai venti, dove, anche in pieno inverno, è concesso di sostare beatamente sotto il sole che non brucia ma riscalda.

A breve distanza, si apre il piccolo e infiorato Vico S. Dorotea, terminante in un belvedere che si affaccia, a fianco di un altro torrione dei castelli, verso il porticciolo della marina, le incombenti serre salentine e il capo di Santa Maria di Leuca.

A ridosso del primo castello, cilindrico, si stende un’altra piazzetta costituente il classico punto di ritrovo dei castrioti in ogni stagione, largo impreziosito da un‘ampia terrazza quasi protesa verso il mare sottostante sul fronte nord est e nord, con veduta delle scogliere della Grotta Zinzulusa, di Porto Miggiano e di Santa Cesarea Terme.

È questo il sito da cui, più frequentemente e maggiormente, si ha modo di impattare visivamente con la costa greco/albanese, che in certe occasioni, d’inverno in particolare, grazie a uno speciale fenomeno di rifrazione della luce volgarmente denominato “Fata Morgana”, sembra trovarsi a pochissimi chilometri di distanza, potendo distinguerne finanche determinati particolari, ad esempio strade, edifici e altri punti cospicui.

Davvero mitiche, sono le sere, a Castro. A traverso della prima oscurità, sulla destra del prolungamento di Via S. Antonio, quasi a strapiombo, uno splendido scorcio del Canale d’Otranto, punteggiato da insenature e, come già ricordato, da grotte marine, alcune delle quali famose e rinomate per gli studi e le ricerche di carattere scientifico-paleontologico, nonché per i numerosi visitatori che, specie durante la bella stagione, vi accedono. Appena lontane, le luci di Porto Miggiano e di Santa Cesarea Terme. Nell’insieme, un’atmosfera intensa e magica, tanto che, pur nel buio, bastano i nitidi e scintillanti luccichii delle stelle per viverla e gustarla intensamente. A un certo momento, in siffatto magico contesto, ecco levarsi la luna: emerge dalle onde alla stregua di una gigantesca e succosa anguria, ma con un colore più vivo e intenso che, sembra incredibile, ti prende l’anima. Le tonalità del colore, man mano che il disco si alza, vanno attenuandosi ed addolcendosi, ma restano comunque stupende, riflesse, con una lunga scia, luminosa e misteriosa nello stesso tempo, sulla distesa delle acque del Canale. Che bellezza! Di tale livello, e così assoluta ed esclusiva, che, allo spettatore, nel profondo, viene di pensare (o di sognare, non se ne rende conto) alla possibilità di chiudere gli occhi per l’ultima volta avendo davanti, magari, uno spettacolo del genere.

Fare il bagno a Castro Marina ingenera un sublime piacere, senza prezzo e senza paragone.

Potrebbe, qualcuno, osservare, con semplicismo ed approssimazione, che si è di fronte a immagini e sensazioni d’altri tempi, anacronistiche, ma, per fortuna, la verità è di diverso segno: la gente di Castro dimostra di vivere, con ammirevole equilibrio, le scansioni dei giorni nostri, mantenendo, contemporaneamente, talune antiche e belle tradizioni ereditate dai secoli passati, che avverte ancora pregnanti e in cui si riconosce. L’augurio oggettivo e obiettivo è che le presenti note suscitino, in chi avrà modo di scorgerle e scorrerle, un soffio di interesse e/o di curiosità per visionare o riscoprire, alla prima favorevole occasione, le meraviglie di Castro e siffatto speciale spessore dei suoi abitanti.

 

Ho a cuore Castro: perciò, osservo e scrivo

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di Rocco Boccadamo

 

Come è noto, a Castro, la Perla del Salento, si staglia sulla via Vittorio Veneto sboccante nella rinomata e testé ricostruita “Piazzetta” ossia a dire il fulcro pulsante della marina, un imponente edificio risalente agli inizi del 1900 e sorto grazie alle disposizioni testamentarie di un facoltoso e generoso cittadino della vicina località di Ortelle, Francesco De Viti.

La struttura in discorso, denominata, giustappunto, Istituto De Viti, è stata adibita, per circa mezzo secolo a vari servizi di utilità sociale collettiva, in particolare a beneficio dei ragazzi meno abbienti.

Esempio prevalente, l’utilizzo come colonia estiva, dove sono stati accolti, agli inizi, giovanissimi orfani di combattenti della prima guerra mondiale, poi gli ospiti dell’orfanotrofio maschile di Ortelle, quindi gli alunni frequentanti le scuole dell’obbligo del medesimo paese, sempre con priorità per le famiglie in condizioni povere

Servizi, affidati alle cure di un gruppo di suore e di un sorvegliante di sesso maschile.

E però, a un certo punto, vuoi per il cambiamento dei tempi, vuoi a causa di altre più moderne e preferite iniziative similari sorte nella zona, il pur prezioso ruolo dell’Istituto si è andato inaridendo, cosicché il complesso ha finito col chiudere i battenti, rimanendo per diversi lustri abbandonato, con grave rischio di degrado e pregiudizio della sua stessa stabilità e agibilità.

Per fortuna, qualche anno addietro, grazie a un progetto cofinanziato con il Fondo europeo di sviluppo regionale, sono stati avviati consistenti lavori di ristrutturazione radicale dell’edificio, con l’obiettivo di adibirlo, di qui in avanti, all’accoglienza di persone fisiche impedite e versanti in condizioni d’abbandono sociale.

Il relativo cantiere è ormai in stato avanzato, anzi quasi completato.

Nella nuova veste del fabbricato, si pone in risaltò un particolare di carattere estetico ma nello stesso tempo rilevante, cioè il colore utilizzato per tinteggiare le facciate esterne: un giallo “sparato” che, a parere di chi scrive, nulla, proprio nulla, sembra avere a che vedere, né con la tonalità originaria dell’edificio, né tantomeno con il contesto urbano e abitativo in cui la costruzione si trova inserita.

Un non addetto ai lavori potrebbe addirittura avere l’impressione che si tratti di un clamoroso pugno nell’occhio, mentre, verosimilmente, secondo qualche architetto o tecnico o specialista o amministratore, l’accesissimo colore giallo calza a pennello, sia a livello del fabbricato a sé stante, sia in rapporto al panorama e all’habitat circostanti.

In casi del genere, ovviamente, si è di fronte a mere opinioni, rispettabili ma discutibili.

Ad ogni modo, queste note, ispirandosi e ponendosi in ossequio e omaggio al puro e oggettivo senso dell’armonia, si prefiggono essenzialmente di richiamare, sulla realtà di che trattasi, anche con l’ausilio delle immagini allegate, l’attenzione delle istituzioni cui competono la “sorveglianza” e le valutazioni sui luoghi sotto l’aspetto ambientale e paesaggistico.

Si pongono, inoltre, l’obiettivo di conoscere cosa pensano gli altri in generale circa quest’utile insediamento tinteggiato di giallo, in sostanza se l’apprezzano o meno così come si presenta.

C’è sempre un’entità superiore

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 di Rocco Boccadamo

 

Nei raggi scintillanti del bel sole di primavera.

Sulla quieta distesa d’intenso azzurro del mare di Castro.

Dietro i soffi, fumosi, dello scirocco attaccaticcio.

Lungo i sussulti, impetuosi, delle onde color verde e cenere e frammiste a irrequiete macchie di schiuma candida.

Sulla silhouette di un insolito affascinante aquilone che volteggia silente, in alto, rimirando, con distacco, selve di festaioli incolonnati in rumorose scatole di latta a motore.

Nella cornice di un edicola votiva a Maria delle Grazie, impressa a disegno sul muro di un borgo paesano, con l’incerta e approssimata dedica “Per divozione (devozione) di Oronzo Fachiechi (Fachechi).

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Nella coppia di un lui e una lei, nubendi nell’aprile 1964, quarantacinque anni d’età insieme, come pure nell’attuale famiglia allargata di tredici componenti, che ne è conseguita.

Davvero, a prescindere dal nome del Dio, non è difficile, né tantomeno impossibile, crederci, anche se, farlo, può talora tornare scomodo.

Angoli del Salento

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di Rocco Boccadamo

 

Nel sud della penisola bagnata da due mari, dove, secondo la tradizione, hanno inizio le terre del Capo di Leuca, esisteva, nell’antichità, un villaggio avente la denominazione di casale di Cellino, in dialetto Ciddrino o Ciddrini, uno fra i tanti in cui si concentravano e riunivano piccole comunità di nativi.

In occasione dei frequenti sbarchi, sul corrispondente tratto costiero, di navigli e orde di pirati, detti insediamenti furono ripetutamente attaccati e assediati, così che, con riferimento particolare, il casale di Cellino, nel quinto secolo dopo Cristo, finì completamente annientato.

Si sostiene che, giustappunto dalle ceneri del minuscolo agglomerato urbano, sorse l’attuale località di Andrano, posta, da subito, sotto le ali protettrici dell’apostolo Andrea, successivamente arricchita, nei secoli successivi, con un possente e tuttora ben conservato castello e, dal punto di vista paesaggistico, impreziosita da un’incantevole marina.

Nel confronto con la storia e i correlati eventi, accade talora che segni ideali e spirituali sembrino sopravvivere alle distruzioni materiali e definitive dei luoghi e dei siti.

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Difatti, durante il percorso e/o facendo sosta nella mappa del feudo andranese riconducibile esattamente al casale di Cellino, si avverte la sensazione di respirare intorno un’atmosfera circondata da un alone lontano e in  certo qual modo misterioso, eppure viva e palpitante anche ai nostri giorni.

Quasi che, per singolare privilegio, una sorta di grazia leggera si librasse lungo il cammino e permeasse fin dentro il viandante o visitatore.

Può, ancora, capitare di fare impatto e confrontarsi con elementi architettonici solidi che, pur non riconducibili puntualmente e precisamente alle stagioni del distrutto villaggio di Cellino, sono, davvero, autentiche piccole meraviglie, al punto da lasciarti senza fiato.

Vedi, ad esempio, la grande casa agricola, fatta di pietre affiancate e sovrapposte, una a una sopra e accanto alle altre, rigorosamente e religiosamente a secco, per opera di mani maestre. Simbolo di queste plaghe e comunemente detta pajara, questa, fantastica caseddra , l’ho abbracciata e immortalata in un pomeriggio di febbraio.

Dopo giornate di pioggia, una parentesi soleggiata, sotto un cielo d’intenso azzurro, con clima mite e piacevole: sullo sfondo della caseddra, adagiate, le vicine località di Marittima e di Castro, altre piccole perle del Salento.

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Quei fidanzatini di Castro

davanti 

di Rocco Boccadamo 

Per tradizione ormai radicata, sono solito assistere alla messa festiva nell’ex cattedrale di Castro, autentico piccolo gioiello artistico incastonato giusto nel cuore del bellissimo borgo della rinomata località salentina.

L’ultima volta, l’atmosfera intrisa di misticismo e di storia caratteristica del luogo sacro in questione si è viepiù arricchita e sublimata, almeno ai miei occhi, in virtù dell’arrivo – e della successiva partecipazione al rito quasi accanto a me – di una ragazza sui diciotto anni, bionda e dagli occhi azzurri: la predetta era in compagnia, mano nella mano, di un giovane, più o meno ventenne, e di una fanciulla, sicuramente di scuola elementare, la quale, in base alla stretta somiglianza, mi è sembrata essere sua sorella.

Un quadretto, di primo acchito, desueto per i nostri giorni e, tuttavia, animato da soggetti moderni, anche per l’abbigliamento e l’espressività dei loro volti puliti, ma, contemporaneamente, rispettosi di certi schemi o modelli che, sebbene in prevalenza ma superficialmente siano definiti obsoleti, in realtà permangono sempre corretti e attuali.

In tale riflessione, intendo inserire anche il particolare che la coppia non è apparsa in giro da sola ma insieme con una creatura più piccola.

 

I principali protagonisti della scena hanno assistito alla messa con ammirevole compostezza e partecipazione. Alla fine, sono ritornati per strada, seguitando a tenersi per mano e scambiandosi continuamente fugaci sguardi d’affetto e oltre.

A me, è sgorgato da dentro, impetuoso, il desiderio di dir loro “bravi!”; mi sono trattenuto dal proferir parola, solo per il timore di creare imbarazzo, anche se, nella sostanza, credo di essere egualmente riuscito a esprimere ciò che pensavo orientando a più riprese i miei occhi ammirati su quei freschi volti.

 

La Terra d’Otranto ieri e oggi (6/14): CASTRO

di Armando Polito

 

Il toponimo

In attesa che le risultanze archeologiche emerse dagli scavi del 2007-2008 (vedi Castrum Minervae, a cura di Francesco D’Andria, Congedo, Galatina, 2009) confermino definitivamente, magari grazie ad ulteriori  fortunati nuovi ritrovamenti (una bella statua di Minerva, per esempio, o anche una sua parte, purché l’una e l’altra siano in grandezza naturale o, meglio ancora, ultranaturale, sarebbe la prova quasi finale …1)  che Castro sia da identificarsi proprio come il luogo del primo sbarco di Enea immortalato da Virgilio, riporto di seguito, in ordine cronologico, le testimonianze letterarie a me note e che mettono in campo per il nostro territorio un tempio di Minerva. Come si noterà solo quelle del poeta mantovano e di Dionigi d’Alicarnasso contengono qualche dettaglio descrittivo:

 

a) Lo Pseudo Probo (III secolo d. C.) nel suo commento In Vergilii Bucolica, VI, 31 ci ha tramandato un frammento dalle Antiquitates rerum humanarum di  Varrone (II secolo a. C.-I secolo a. C.): Idem Vergilius in tertio Aeneidos ubi primum Italiam, quo auspicati sunt, ac templum in arce Minervae accesserint, quod est oppidum Minervae sacrum, unde nomen castrum Minervae habet conditum ab Idomemeo et Salentinis. De qua re haec tradit Varro. In tertio Rerum Humanarum refert: Gentis Salentinae nomen tribus e locis fertur coaluisse, e Creta, Illyrico, Italia. Idomeneus e Creta oppido Blanda pulsus per seditionem bello Magnensium cum grandi manu ad regem Divitium ad Illyricum venit. Ab eo item accepta manu cum Locrensibus plerisque profugis in mari coniunctus per similem causam amicitiaque sociatis Locros appulit. Vacuata eo metu urbe ibidem possedit aliquot oppida condidit, in queis Uria et Castrum Minervae nobilissimum. In tres partes divisa copia in populos duodecim. Salentini dicti, quod in salo amicitiam fecerint [La stessa cosa (dice) Virgilio nel terzo (libro) dell’Eneide quando per la prima volta, conformemente agli auspici tratti,  si sarebbero accostati all’Italia e al tempio sulla rocca di Minerva, che è una città sacra a Minerva, donde ha il nome di Castrum Minervae, fondata da Idomeneo e dai Salentini. Su questo Varrone tramanda queste cose. Nel terzo (libro) de I fatti umani riferisce: Si dice che Il nome della gente salentina si sia formato dalle combinazione di tre luoghi, da Creta, dall’Illirico, dall’Italia. Idomeneo cacciato da Creta dalla città di Blanda per una sedizione durante la guerra contro i Magnensi venne con un grande esercito nell’Illirico presso il re Divizio. Dopo aver ricevuto pure da lui un esercito, unitosi in mare con i Locresi e parecchi profughi accomunati da un progetto simile e dall’amicizia, approdò a Locri. Dopo che la città per la paura era stata evacuata lì se ne impadronì e fondò parecchie città tra cui Uria e la famosissima Castrum Minervae. L’esercito fu diviso in tre parti e in dodici popoli. Furono detti Salentini perché avevano fatto amicizia in mare).

b) Virgilio (I secolo a. C.): Aeneis, III, 530-536: Crebrescunt optatae aurae portusque patescit/iam propior, templumque apparet in arce Minervae;/vela legunt socii et proras ad litora torquent./Portus ab euroo fluctu curvatus in arcum,/obiectae salsa spumant aspergine cautes,/ipse latet: gemino demittunt bracchia muro/turriti scopuli refugitque ab litore templum (Cresce il vento favorevole a lungo desiderato e un porto ormai alquanto vicino si apre e sulla rocca di Minerva appare un tempio; i compagni ammainano le vele e volgono le prue a riva. Il porto è curvato ad arco dal mare di levante, gli scogli spumeggiano battuti da spruzzi salati e lo stesso (porto) è nascosto: scogli alti come torri stendono le (loro) braccia in un doppio muro e il tempio si allontana dalla riva).

c) Dionigi di Alicarnasso (I secolo a. C.), Antichità Romane, I, 51, 3:  Οἱ δὲ σὺν Αἰνείᾳ ποιησάμενοι τὴν ἀπόβασιν οὐ καθ᾽ ἓν χωρίον τῆς Ἰταλίας, ἀλλὰ ταῖς μὲν πλείσταις ναυσὶ πρὸς ἄκραν Ἰαπυγίας ὁρμισάμενοι, ἣ τότε Σαλεντῖνος ἐλέγετο, ταῖς δὲ λοιπαῖς κατὰ τὸ καλούμενον Ἀθήναιον, ἔνθα καὶ αὐτὸς Αἰνείας ἐτύγχανεν ἐπιβὰς Ἰταλίας. Τοῦτο δὲ τὸ χωρίον ἐστὶν ἀκρωτήριον καὶ ἐπ᾽ αὐτῷ θερινὸς ὅρμος, ὃς ἐξ ἐκείνου λιμὴν Ἀφροδίτης καλεῖται …(Quelli che con Enea intrapresero il viaggio non approdarono a un unico luogo d’Italia ma con la maggior parte delle navi al capo di Iapigia che allora era chiamato Salentino, con le restanti di fronte a quello chiamato Athenaion [=tempio di Atena], dove pure lo stesso Enea capitò dopo aver messo piede in Italia. Questo luogo  è un promontorio e nei suoi pressi vi è un ormeggio estivo che da quegli [Enea] è chiamato Porto di Afrodite …).

 

Interrompo momentaneamente la carrellata degli autori perché credo che particolare attenzione vada riservata alle preposizioni che nei testi originali fin qui riportati corrispondono a tanti cartelli segnaletici o, meglio, costituiscono nel loro insieme i dati di una scatola nera in cui sono registrati i momenti salienti del viaggio:

1) ποιησάμενοι τὴν ἀπόβασι (alla lettera,  che avevano fatto l’uscita): qui la preposizione che ci interessa (ἀπό) è incorporata nel sostantivo ἀπόβασιν, che deriva dal verbo ἀποβαίνω (=allontanarsi), a sua volta composto dalla preposizione ἀπό=via da+ βαίνω=andare. Ἀπόβασις (del quale ἀπόβασιν è l’accusativo) nei vocabolari è registrato con i significati di uscita, discesa, sbarco. Tali significati sottintendono come complemento di moto da luogo nave; nel passo di Dionigi, invece, il complemento di moto da luogo sottinteso è Troia e non a caso alla locuzione qui in esame si accompagna Οἱ δὲ σὺν Αἰνείᾳ (alla lettera: Quelli con Enea). Non tutti, come dirà subito dopo, sbarcarono nello stesso posto, dunque è evidente che ἀπόβασιν registra la partenza (che tutti fecero insieme) da Troia, non lo sbarco in Italia.

2) οὐ καθ᾽ ἓν χωρίον τῆς Ἰταλίας, ἀλλὰ ταῖς μὲν πλείσταις ναυσὶ πρὸς ἄκραν Ἰαπυγίας ὁρμισάμενοι (alla lettera: non in un solo posto dell’Italia ma con la maggior parte delle navi al capo di Iapigia approdarono).

Ho sottolineato le preposizioni su ciascuna delle quali farò ora le osservazioni. Κατἀ indica movimento dall’alto in basso e i significati che può assumere sono: giù, sotto, verso, di fronte, contro, durante. Nella traduzione l’ho reso con un diplomatico a che sembra togliere da ogni impiccio ma che non opera nessuna scelta tra diverse posizioni concettuali legate alla vasta gamma di significati offerti, come abbiamo visto, da κατἀ e che qui, tenendo conto del significato del verbo (approdare) potremmo restringere a sotto e a di fronte).

Πρς può significare verso o presso; nel primo caso, tenendo conto che il verbo è sempre approdare è privilegiato il movimento, nel secondo l’immediato risultato della sua cessazione).

3) ταῖς δὲ λοιπαῖς κατὰ τὸ καλούμενον Ἀθήναιον (alla lettera: con le altre a quello chiamato Athenaion). Anche qui ho reso κατἀ con un generico a. Ho già detto che la preposizione greca può significare sotto ma anche di fronte. Sostituendo nella traduzione a con sotto metto in risalto l’altezza della scogliera, sostituendolo con di fronte metto in risalto il tempio che, tenendo conto dell’idea originaria di movimento dall’alto verso il basso che κατἀ contiene, evoca una situazione nella quale è come se i marinai per un attimo si sentissero “guardati dall’alto in basso” dal tempio proprio mentre loro lo guardano dal basso in alto, finché, procedendo, esso non è più visibile. Ma tutto questo, forse, non è parallelo al refugitque ab litore templum (il tempio si allontana dalla riva) virgiliano?

Riprende ora la carrellata sugli autori poco fa interrotta.

d) Strabone (I secolo a. C.-I secolo d. C.): Geographia, VI, 3, 5: Τοὺς δὲ Σαλεντίνους Κρητῶν ἀποίκους φασίν. Ἐνταῦθα δ᾽ ἐστὶ καὶ τὸ τῆς Ἀθηνᾶς ἱερὸν πλούσιόν ποτε ὑπάρξαν, καὶ ὁ σκόπελος, ὃν καλοῦσιν ἄκραν Ἰαπυγίαν, πολὺς ἐκκείμενος εἰς τὸ πέλαγος καὶ τὰς χειμερινὰς ἀνατολάς, ἐπιστρέφων δέ πως ἐπὶ τὸ Λακίνιον ἀνταῖρον ἀπὸ τῆς ἑσπέρας αὐτῷ καὶ κλεῖον τὸ στόμα τοῦ Ταραντίνου κόλπου πρὸς αὐτόν (Dicono che i Salentini sono coloni di Creta. Qui c’è anche il tempio di Atena un tempo prestigiosissimo e il promontorio che chiamano capo Iapigio, che si distende per largo tratto verso il mare e verso l’oriente invernale volgendosi all’incirca verso il Lacinio che gli si oppone da occidente e che chiude la bocca del golfo tarantino di fronte ad esso).

Il riferimento generico ai Salentini non obbliga, secondo me, ad intendere che Strabone abbia dato un’unica collocazione geografica ristretta al Capo Iapigio (Leuca) e al tempio di Minerva e che, perciò, quest’ultimo potrebbe benissimo non essere quello su cui poi venne eretto il tempio cristiano.

e) Livio (I secolo a. C.-I secolo d. C.): Ab Urbe condita, XXXII, 7, 3: Ii magna inter se concordia et senatum sine ullius nota legerunt et portoria venalicium Capuae Puteolisque, item Castrum portorium, quo in loco nunc oppidum est, fruendum locarunt colonosque eo trecentos , is enim numerus finitus ab senatu erat, adscripserunt et sub Tifatis Capuae agrum vendiderunt (Essi [i censori P. C. Scipione Africano e P. E. Peto] con grande concordia tra loro e senza osservazione di alcuno scelsero il senato e appaltarono la riscossione delle tasse portuali a Capua e a Pozzuoli, parimenti appaltarono come dogana portuale Castro, nel qual luogo ora c’è una città e reclutarono per quel posto trecento coloni, questo infatti era il numero stabilito dal senato, e vendettero il territorio di Capua sotto il [monte] Tifata).

L’identificazione qualche tempo fa proposta (M. Pagano, Sull’identificazione di due centri fortificati del Salento: Rocavecchia e Castro, in Römische Mitteilungen 93, 1986, pagg. 345-356) del Castrum citato nel testo con la nostra Castro mi lascia piuttosto perplesso per l’ambito campano dei restanti dettagli toponomastici: Capua, Pozzuoli, il monte Tifata.

f) Servio (IV secolo), In Vergilii Aeneidos libros, VIII, 9: APPARET IN ARCE MINERVAE hic dubium est utrum “Minervae templum” an “in arce Minervae” debeamus accipere. Sane Calabria ante Messapia vocata est. Hoc autem templum Idomeneus condidisse dicitur, quod etiam Castrum vocatur  (APPARET IN ARCE MINERVAE qui è dubbio se dobbiamo intendere “il tempio di Minerva” o“sulla rocca di Minerva”. Veramente la Calabria prima fu chiamata Messapia. Si dice poi che Idomeneo fondò questo tempio che si chiama anche Castrum).

 

Il problema interpretativo sollevato da Servio è strettamente connesso con il carattere più ambiguo della poesia rispetto alla prosa. Se, infatti, in prosa il genitivo per lo più precede il nome da cui dipende, lo stesso non avviene in poesia dove, anche per esigenze metriche, la disposizione delle singole parole è più libera. Perciò, se si fosse trattato di un testo in prosa saremmo stati quasi obbligati ad intendere Appare sulla rocca il tempio di Minerva. Tuttavia direi che la questione posta da Servio mi appare come un discutere di lana caprina perché è irrilevante, soprattutto ai nostri fini, se di Minerva è la rocca su cui appare il tempio (arx, nominativo di arce che è ablativo retto da in) oppure se di Minerva è il tempio che appare sulla rocca. In entrambi i casi arx può essere considerato per sineddoche (parte per il tutto) come sinonimo di castrum e sarebbe strano, oltretutto,  che sulla rocca di Minerva ci fosse il tempio di un’altra divinità o che un tempio di Minerva proprio sulla rocca non fosse prova che la città era consacrata a tale dea. In fondo sembra ammetterlo lo stesso Servio nel periodo finale e, se dobbiamo stabilire delle priorità, direi che il problema poteva già considerarsi risolto con Varrone e il suo Castrum Minervae, locuzione della quale il Castrum serviano appare abbreviazione.

g) Tabula Peutingeriana (IV secolo), VI, 5: …. Ydrunte      VIII       Castra Minervae

 

h) Guidone (XII secolo), Geographia, 29: Hydrontus, Minervum, in qua templum Minervae, ubi Anchises pater Aeneae primo omen equos pascentes Italiam advectus prospexit, ut infit Virgilius (Otranto, Minervo, nella quale c’è il tempio di Minerva dove Anchise padre di Enea accostatosi all’Italia vide per la prima volta come presagio cavalli pascolanti, come  comincia a raccontare Virgilio); 69-71: Si subtilius scire voluerit totas civitates circumquaque parte per litora maris positas ordinatim unam post alteram … designabo, incipiens ab urbe Ravenna … Barium quae et Monopolis, Augnatium, Spelunca, Saunium, Valetum vel Valentium quae et Carpinium, Brundisium, Liccia, Ruge, Ydrontus, Minervum, Beretos quae nunc Leuca, Yentos quae nunc Augentum (Se uno vorrà sapere più dettagliatamente tutte le città tutto all’intorno poste sulle coste del mare una dopo l’altra … indicherò cominciando dalla città di Ravenna … Bari che è detta anche Monopoli, Egnazia, Spelonca, Saunio, Valeto o Valenzio che è detta anche Carpinio, Brindisi, Lecce, Rudie, Otranto, Minervo, Vereto che ora è chiamata Leuca, Iento che ora è chiamata Ugento).

Se Guidone è attendibile, Minervum appare, toponomasticamente parlando, come la tappa intermedia tra Castra Minervae della Tabula Peutingeriana e l’attuale Castro.

i) AnonimoChronicon breve Northmannicum de rebus in Iapygia et Apulia gestis in Graecos (1041-1085), pubblicato per la prima volta nel 1794 da Ludovico Antonio Muratori nel tomo V dei Rerum Italicarum scriptores:  Humphredus fecit praelium cum Graecis circa Oriam et vicit eos. Gaufredus comes comprehendit Neritonum et Ditium. Robertus comes ivit super Callipolim et fugatus est iterum exercitus Graecorum in terra Tarentina et captum est Hydrontum et castrum Minervae (Umfredo fece un combattimento con i Greci intorno ad Oria e li vinse. Il conte Goffredo prese Nardò e Diso. Il conte Roberto andò su Gallipoli e in terra tarantina l’esercito dei Greci fu messo in fuga per la seconda volta e furono prese Otranto e Castrum Minervae).

 

Mi pare doveroso informare il lettore che l’opinione prevalente tra gli studiosi è che questa cronaca  sia una delle falsificazioni settecentesche di G. B. Tafuri entrate nella raccolta muratoriana3.

 

Pacichelli (A), pag. 165

 

Pacichelli (C, anno 1686)

Fuori della città di Alessano, la terra di San Pietro in Galatina grande e vaga del Duca Spinola, e Castro (in collina questa) nel Capo, che a pena si sa dove sia, passando in proverbio per tutto.4

 

Pacichelli (A)

 

immagine tratta ed adattata da Google Maps
immagine tratta ed adattata da Google Maps
immagine tratta ed adattata da Google Maps
immagine tratta ed adattata da Google Maps

 

 

 

B Castello (mappa/http://www.bbmarina.it/wp-content/uploads/2011/02/DSC_3277-e1320955696768.jpg)

 

D Vescovato/Chiesa dell’Annunziata (mappa/http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/1/1c/Vescovado_Castro.jpg)

 

G Porto (mappa/immagine tratta ed adattata da Google Maps)

 

Stemma di Castro (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Castro_(Puglia)-Stemma.png)

(CONTINUA)

 

Prima partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/19/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-114-presentazione/

Seconda partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/23/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-214-alessano/

Terza partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/05/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-314-brindisi/

Quarta partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/09/la-terra-dotranto-ieri-414-carpignano/

Quinta partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/14/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-514-castellaneta/

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1 Quella, per così dire, iniziale è costituita da una statuetta bronzea di Atena iliaca (in basso nelle immagini tratte da http://relicsquest.blogspot.it/2010/04/lathenaion-di-castro-fu-il-salento.html) che, insieme con altri reperti di uso cultuale autorizza a supporre che l’area corrisponda all’Athenaion citato, come vedremo, da Dionigi di Alicarnasso, che, così, non sarebbe altro che il templum Minervae citato, come anche in questo caso si vedrà,  da Virgilio.

 

2  Il suffisso –ιον (leggi –ion) aggiunto al nome di una divinità ne indica per lo più il tempio [Ἡραῖον (leggi Eràion)=tempio di Era], raramente il simulacro [Παλλάδιον (leggi Pallàdion)=statua di Pallade]. Qui è evidente che l’Athenaion è il tempio e non certo il simulacro.

3 Nel presentarlo il Muratori così si esprime: Quare ante Annum 1127 Historiola haec scripta videtur, adeoque non contemnenda. Debeo illam Nobili, simulque Literarum amantissimo Viro, Ignatio Mariae Como Neapolitano, qui exemplar obtinuit a praeclarissimo, & doctissimo Viro Petro Polidoro. Monente autem Polidoro ipso, descriptus fuit hic Libellus ex Codice  Msto Archivi Episcopalis Ecclesiae Neritinae, et collatum cum altero Clarissimi Viri Jacobi De Franchis, et unius ex Marchionibus Taviani. Neritinus Codex circiter Annum 1530 scriptus videbatur; alter vero ex scripturae forma, aliisque coniecturis credebatur exaratus sub finem Seculi XII, aut initium sequentis XIII (Perciò [in base ad elementi cronologici interni] questa breve storia sembra scritta prima del 1127 e perciò non è da disprezzare. La debbo al nobile e nello stesso tempo amantissimo delle lettere Ignazio Maria Como di Napoli che ottenne una copia dal famosissimo  e dottissimo Pietro Polidoro Su consiglio poi dello stesso Polidoro questo libretto fu trascritto da un codice manoscritto dell’archivio vescovile della chiesa neretina e confrontato con un altro dell’illustrissimo Iacopo De Franchis e di uno dei marchesi di Taviano. Il codice neretino sembrava scritto intorno al 1530; l’altro invero per la forma della scrittura e per altre congetture si credeva scritto verso la fine del secolo XII o all’inizio del XIII).

4 Ignoro quale sia questo proverbio (a meno che non sia riferito a Capo) ma sento l’eco delle parole del Pacichelli in Cesare Brandi (1906-1988), Pellegrino di Puglia, Laterza, Roma, 1977, s. p.: Ora io dirò di Castro, come se Castro fosse un luogo famoso; e invece nessuno lo conosce. A parte gli abitanti, siamo davvero pochi ad essere arrivati su quel punto quasi estremo della costa, a cavaliere fra Santa Maria di Leuca e Santa Cesarea.

A Castro. Parti dal cuore e finisci nel pesce fritto

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di Gianni Ferraris

 

Pensavo al cuore che batte senza stancarsi mai. “Che macchina perfetta” diceva mio padre. Perché il cuore? Boh, mi è venuto in mente così. Il cuore in fondo è anche un simbolo, si dice per dire amore, o per dire infarto, dipende dai punti di vista. Viaggiando si impara, sculture di sabbia sulle spiagge, culi dorati, occhi chiusi al sole. Qualche libro. Poi la sera mangiando pesce fritto seduti su uno scoglio, poi la mareggiata contro le rocce, poi il cemento alzato e ancora rialzato perché il molo tenga. Un molo multistratificato a Castro marina. Dietro al molo, non verso il mare, proprio dietro, al bar, si legge il giornale e si commentano notizie. La politica (nulla a che vedere con la polis, piuttosto con il caos) stanca un po’. Un po’ tanto, un po’ troppo, e noi ne parliamo comunque, convinti che forse cambierà qualcosa… domani.

Intanto le rondini volano basse verso il tramonto, cercano qualcosa da mangiare, cercano di sopravvivere, anche loro hanno un cuore che batte.

“Visto che dice Berlusconi?” mi dice il barista che sa della mia insana passione per le cose della politica. Oggi non commento, lo guardo e gli chiedo “un bianco fresco, la primavera è calda quest’anno” non gli dico del cuore, neppure degli occhi sorridenti del bimbo sul passeggino. Macchè, sto pensando ad altro, a quel dolorino che mi perseguita ed io dal medico prima o dopo ci andrò. Ma sto pensando a quelle alzate alle quattro del mattino perché gli occhi si spalancano da soli e cercano l’orologio che spara sul soffitto i numeri delle ore. Comodo guardare l’ora stando coricati. Poi il primo caffè. Poi il secondo mentre il tempo batte con il cuore e i pesci nel mare che si fanno gli affari loro, e fuori le rondini del mattino iniziano con le prime luci a svolazzare qua e là. Lo so, sto scrivendo parole in libertà, senza coda e senza capo, senza capo e senza coda. Parti dal cuore e finisci nel pesce fritto così, come se fosse normale.  Le parole sopra le scrivevo nella primavera 2013. Le ho trovate sperse fra le pagine del computer  il giorno della befana del 2014.

Neppure fosse passato un attimo, anche oggi ero a Castro al sole. Quasi un pellegrinaggio a sentire il profumo del mare, a vedere barche stanche e il barista, un altro stavolta, una botta di vita non guasta, a Castro si può. Questo non dice di politica, in realtà dice solo l’essenziale, forse ha esaurito le parole. Forse le emozioni, chissà.

Castro, il mare, un bianco fresco bevuto al sole caldo. E un pensiero banale che mi sfarfalla in testa come una falena da qualche giorno: “due è fatto da uno e un altro uno. Due non esiste nella realtà”.  Ecco, l’ho detto.  La coppia è fatta di due facce, due corpi, due modi di emozionarsi, di pensare, di vedere il rosso e il giallo, di pensare al sorriso del bimbo sul passeggino. Se così non fosse sarebbe un Giano bifronte.

Ogni/uno ha la sua specificità, a volte la sua incomunicabilità. Ogni uno ha la capacità di vedere l’altro uno, a volte di parlargli. Apparentemente questione di lana caprina, l’ovvio, l’assurdo. Però poi condividi e ci pensi, e va a finire che ti dici che in fondo è la meraviglia dell’essere uno che avvicina, intreccia, sublima, integra. Essere due volte uno, spesso aiuta a stare da soli. Si è due (uno più uno) anche quando ci si tiene per mano ognuno con il suo pensiero.

Edvard_Munch

Salento! Terra di ulivi e terra dove c’è Castro e il mare che ti fa pensare (quando sei in due) che in fondo è bello essere uno. Salento di Dolmen e Menhir. San Giuliano è una frazione di pochi abitanti, la notte è silenziosa con il cane che abbaia quando passi e rompi il silenzio senza parlare, basta muoversi per farsi ascoltare.  A San Giuliano c’è un ristorante con il ristoratore che ama l’arte. Se vai in bagno ci sta appeso il puzzle di uno dei quadri più imponenti della storia dell’arte contemporanea, in realtà non è bello, però è di una potenza che ti fa volare, l’Urlo di Munch. Lo guardi e ti chiedi se quel signore che corre urlando (lui è uno) sta fuggendo da una tragedia o sta andando verso il dramma che ha visto. Per meglio vedere, forse per portare aiuto e conforto. Magia del Salento anche questa, magia di un altro Uno (il ristoratore) che ti costringe, anche in bagno, a pensare di non poter essere solo.

In Piemonte, a Natale, ho mangiato agnolotti e porceddhuzzi. Poi ho portato qui un vino che mi hanno regalato, è portoghese. Dalla terra del Negramaro a quella del Barolo e del Barbera ed io arrivo in Salento con vino portoghese. Ah, la globalizzazione

Castro e la chianca

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di Gianni Ferraris

 

La Chianca, ne parla in queste pagine Armando Polito (http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/13/la-chianca/).

La chianca è una lastra, una plancia o che altro? Bell’articolo veramente, aiuta a comprendere il Salento colto, quello di chi ha a cuore le proprie radici.

Però, da piemontese cocciuto e testardo, ogni volta che sento dire di “Chianca” la mia mente va a Castro Marina. Poco prima della piazzetta con tanto di palazzina crollata e quasi ricostruita, con i vigili e ausiliari, quattro alla volta per far rispettare il traffico indecente d’agosto, sono un po’ meno in settembre, quando ci sono pochi turisti, pochi “milanesi”, come vengono genericamente chiamati da qualcuno quelli del nord, meno persone che vagano con improbabili tatuaggi che coprono corpaccioni spesso palestrati al punto di sembrare gonfiati con una pompa da bicicletta, che sprizzano olio solare da ogni poro come neppure le pittule malcotte, roba da pupazzi.  Una persona scriveva su facebook che il lavoro del futuro sarà quello del “cancellatore di tatuaggi”. Altri corpi sono soavemente fasciati da copricostumi colorati, sinuosi, voluttuosi (ed ogni altro …uoso che si vuole), e ancora, donne e uomini in costume da bagno dal quale debordano salamini di adipe, giovani ragazzi con tagli di capelli normali, altri assurdamente rasati per due terzi. Ovviamente qualcuno dirà che sono commenti da vecchio, ma tant’è, lo penso e lo scrivo (da vecchio, appunto). Quelli con la pelle che passa dal bianco latte al rosso gamberetto. Mamme e bimbi, carrozzine e tacchi alti che camminano (almeno, ci provano) sugli scogli. Insomma, vita da mare…d’amare… amara(?) A volte basta cambiare accento, apostrofo, una vocale e il senso cambia di botto e di getto, la meraviglia della lingua italiana forse sta proprio qui. E non ci meravigliamo se un immigrato poi fatica a comprendere il senso delle cose, quello stesso che spesso sfugge fra le dita anche a un non immigrato, si perde fra le pieghe del non detto negli sms dei ragazzi, quelli che evitano le vocali, non perché sono brutte o cattive, per risparmiare nel digitare. TVB non è bello come “ti voglio bene” detto guardandosi negli occhi. Ttt non potrà mai sostituire “tutto”, non nella vita normale. La X non è “per” in italiano, lo è in matematica.  L’amore al tempo del codice fiscale.

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Che c’entra con la Chianca? Mi scuserà Armando Polito se sono partito da un pezzo dotto per scrivere pensieri in libertà, senza capo, senza coda. Però le vocali le metto e non no neppure un tatuaggio.  La Chianca è il nome del bar di Castro Marina dove si prende un caffè seduti ai tavolini fuori, sotto il gazebo, non prima di essere entrati a salutare il ragazzo che sta dietro il bancone e che sorride perché non riesce a darmi del tu. A volte c’è la ragazza, carina, però “a settembre finisco qui perché devo fare l’ultimo anno di alberghiero”. In agosto la Chianca è un bar, magari suggestivo, ma solo un semplice bar con turisti, tatuaggi e tutto l’armamentario balneare. Da settembre torna ad essere il Bar del luogo, “Chianca Sport” si potrebbe chiamare. Già, perché lì si fanno commenti sul palazzo che sarà ricostruito bene, sul Milan che quest’anno vince tutto. Quasi come se le vittorie del Milan togliessero la crisi economica. E c’è spesso la TV accesa, a volte un telegiornale che ti dice le nefandezze della vita. E se hai fame ti fanno pure la puccia. Non le conoscevo prima di venire in Salento (proprio a Castro Marina) una decina d’anni fa con i miei figli. Già allora c’era la Chianca, ma era agosto, era tempo per noi “milanesi”. Quando l’ho vissuta, in tempi meno antichi, un inverno passato a Castro, tutto è mutato, ci sono quelli del mattino che prendono il caffè alle sette, e magari il cornetto, più tardi le signore che hanno accompagnato i figli a scuola e si concedono una pausa. C’è lo spazzino, pardon, l’operatore ecologico, e il postino (portatore di missive?), e ci sono i pettegolezzi come solo nei paesi sanno fare. Chi non ha vissuto in un piccolo centro non può comprenderne la grandezza. Il pettegolezzo, nulla a che vedere con il gossip, entra nelle viscere delle coppiette e dei matrimoni, li seziona, vede il colore dell’abito nuovo o delle scarpe Tod’s. Soprattutto il pettegolezzo è solidale, perché divulga conoscenze. Tutti sanno tutto di tutti. Ricordo, ero giovane e pieno di belle speranze. Se una sera uscivo con una ragazza, ci incontravamo in luogo poco in vista, mia madre al ritorno già lo sapeva. E ricordo quel timido bacio dietro un angolo, al buio, nel silenzio irreale del paese alle ventitre. Arrivarono dei passi, a sedici anni si ha qualche timore, ci voltammo e lo sguardo indiscutibilmente eloquente di suo padre ci trapanava da parte a parte. Non ci vedemmo per lungo tempo. E qui terminano i pensieri sulla Chianca. Chissà se Polito riuscirà a perdonare questa intrusione in una conversazione dotta e colta, però mi è venuta così, come se le dita corressero da sole sulla tastiera.

A Castro, la caseddra delle “mie” Frasciule

di Rocco Boccadamo

 

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Nel centro abitato di Castro, la splendida e apprezzata “Perla del Salento”, esiste, adesso, un cartello di segnaletica stradale indicante Via Frasciule, nella omonima zona di espansione edilizia, fra civili case popolari e edifici di tipo residenziale ad uso di residenti e/o ospiti.

L’area in questione si trova alla periferia della cittadina, esattamente a fianco di un comprensorio di verde pubblico, ricco di lecci, macchia mediterranea e altre interessanti specie di flora, denominato Parco delle querce, e però, lungo l’arco di secoli, già conosciuto con un appellativo differente, ovvero Bosco Scarra o Bosco dello Scarra.

Nel 2013, ci troviamo, dunque, nell’ambito di un agglomerato abitativo, mentre, fino ad alcuni decenni addietro, si aveva di fronte semplicemente un fondo rurale, in mezzo ad altri terreni agricoli, adiacente al comprensorio del bosco sopra indicato, che, sebbene rimaneggiato, è tuttora presente.

Tuttavia, si ha l’espressa intenzione di dedicare queste righe non già alla situazione attuale, bensì alla mappa, consistenza e destinazione precedenti del sito in discorso; del resto, dell’habitat dei tempi lontani, ancorché risalente alla sua primissima fanciullezza, dai due ai quattro anni d’età, l’osservatore di strada che scrive serba un ricordo vivo e nitido.

Con riferimento a quel posto, l’immagine passata conteneva niente più che il fondo agricolo delle Frasciule, accatastato come seminativo, ricco di piante di fico, con l’aggiunta poi di qualche albero di carrubo e adibito anche alla coltivazione di ortaggi.

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Ne era proprietario, un signore originario di Marittima, anche se, da adulto, aveva scelto di trasferirsi a Lecce, facente parte di una famiglia signorile del paesello, tale don Gustavo Russi. Per completezza di logistica, v’è da aggiungere che, durante la stagione dei bagni, il predetto benestante se ne veniva in villeggiatura a Castro, dove possedeva una villa in zona Grotta del Conte.

Negli anni quaranta, all’incirca intorno alla fine della seconda guerra mondiale,  nonno Cosimo, capo di una famiglia numerosa con moglie e sei fra figlie e figli, prese a mezzadria, da don Gustavo, l’anzidetto appezzamento delle Frasciule, conducendolo  direttamente per svariate stagioni.

Sul terreno insisteva anche una casetta in pietra, che, fortunatamente, è sopravvissuta e si può scorgere tuttora, sia pure circondata, in parte, dalle palazzine recentemente realizzate lì intorno.

Una casetta (caseddra) spartana, tipica e simbolo della civiltà contadina, dotata di un’apertura d’accesso sul frontespizio, senza ovviamente alcun infisso o porta in legno o in altro materiale, sovrastata da una finestrella a forma triangolare, finalizzata, insieme con un altro finestrino quadrato situato al centro della parete posteriore, all’aerazione dell’ambiente interno. Caratteristica carina, una scaletta, parimenti in pietra, appoggiata a una parete esterna, per montare, dal terreno, sino alla copertura del manufatto.

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Nel periodo estivo, in cui si concentravano diversi raccolti agricoli, ossia a dire patate, grano, orzo, legumi, lupini, fichi, carrube, fichi d’india, nonno Cosimo, unitamente al suo nucleo familiare, si trasferiva stabilmente alle Frasciule, attendendo ai lavori, consumando i pasti e rimanendo, infine, a dormire: tutti insieme, nella ricordata casetta, per letti, semplici stuoie aperte sul pavimento e, in ogni caso,  vale la pena di rimarcarlo, dopo le lunghe ore di fatica, il riposo alle membra e il sonno ristoratore non tardavano.

Le Frasciule rappresentavano, in certo qual modo, la base principale per lo svolgimento, da parte della famiglia di nonno Cosimo, dell’attività agricola nel suo complesso, nel senso che anche i raccolti di altri terreni, di proprietà o condotti a mezzadria, ad esempio i fichi maturati nel Bosco dell’Acquaviva e contenuti in capienti panieri di canne e vimini, erano trasportati sulle spalle, ovviamente a piedi, sino alle Frasciule, per essere ivi spaccati e essiccati al sole su appositi cannizzi.

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Per la verità, i giovani di casa Boccadamo, talora, si lamentavano con il genitore per tali lunghi tragitti con pesanti carichi addosso.

In quegli ormai lontani anni, dal 1943 al 1945, succedeva di tanto in tanto che lo scrivente, classe 1941, fosse temporaneamente affidato ai nonni paterni  Cosimo e Consiglia e relativi zii, così che trascorreva alcuni periodi, unitamente a loro, nel fondo e nella  casetta delle Frasciule.

Per coprire i quasi due chilometri di strada fra il rione natio dell’Ariacorte e, giustappunto, la provvisoria dimora, il bambino non ce la faceva o, perlomeno, dava ad intendere di non essere in grado, a camminare con i suoi piedi e, di conseguenza, doveva intervenire la buona volontà e la pazienza del giovane zio Vitale, il quale si caricava Rocco sulle spalle.

Nonostante tale provvidenziale venuta in soccorso, rimaneva, per il piccolo, un altro problema: egli aveva un terrore matto della morte, dei defunti e di tutti i riferimenti e ambienti correlati, compreso il cimitero del paese, caratterizzato da alti cipressi. Purtroppo, per recarsi dall’Ariacorte alle Frasciule, era inevitabile percorrere la strada comunale sterrata Marittima – Castro, si doveva passare per forza accanto al camposanto, così, in ogni occasione, succedeva immancabilmente che Rocco, non appena intravedeva da lontano detti cipressi, serrasse gli occhi e si avvinghiasse al collo  dello zio Vitale tenendo il capo abbassato, per ritornare poi ad aprirsi dall’isolamento  e a guardarsi intorno solo quando si rendeva conto che il cimitero era stato superato e si trovava ormai lontano alle spalle.

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Scorrevano serene e interessanti le giornate del piccolo ospite alle Frasciule: caccia alle lucertole o ai grilli, costruzione di rudimentali dischi con le pale di fico d’India, scalate sugli alberi da frutta per abbondanti assaggi, qualche puntata spericolata sino alla parte posteriore del fondo, dove si trovava una vasca di raccolta di acque piovane utilizzate a scopi irrigui.

Il “pilune” (grande pila), presentava all’interno, semi immerse nell’acqua, alcune grosse pietre ed era il regno incontrastato di famiglie di rane, oltre che, a volte, abitacolo di qualche biscia, in particolar modo di un rettile innocuo proprio di queste zone, il biacco, di colore nero intenso che solo ad apparire, faceva scappare a gambe levate il giovanissimo esploratore.

Alle Frasciule, si consumavano e/o prendevano corpo una serie di abitudini  rimaste impresse nella mente, come le levate all’alba di nonno Cosimo al fine di raccogliere le primizie di frutta e ortaggi che recava in dono e omaggio al proprietario del terreno don Gustavo, in villeggiatura nella vicina Castro: così si usava fare allora.

 

Ancora, per consumare i pasti preparati dalla nonna Consiglia nella quadara in rame rossa, non esistevano per niente le posate e per attingere al cibo nel grande piatto comune si faceva ricorso ai gambi di cipolla, opportunamente sagomati alla base in funzione di cucchiaio o  di forchetta a seconda del tipo di minestra del giorno.

Bello e tonificante, come già accennato, era il dormire nella casetta delle Frasciule, adagiati alla meno peggio sul duro pavimento e, in qualche evenienza, con la compagnia di ospiti non proprio graditi, sotto forma di un topolino, una lucertola o una “sacara”, altra varietà di rettile presente da queste parti fra i vecchi muri o le pietraie, fonte di forte impressione sebbene non velenoso.

Durante la permanenza alle Frasciule, capitava anche che, a Castro, si celebrasse la festa della Madonna del Rosario, o Madonna mmenzu mmare,  con la caratteristica processione di barche, rito a cui il piccolo Rocco non mancava di assistere accompagnato dai parenti.

Tempi lontani, abitudini tramontate e scomparse e tuttavia rimaste scolpite, giacché hanno segnato in maniera davvero profonda e incisiva la loro epoca.

Ci penso, ogni volta che passo dalla zona delle Frasciule, ora centro abitato. Scendendo da Marittima, il terreno era preceduto da un fondo comprendente una piccola casa di villeggiatura, detta il Casino, su due piani, con ingresso sul fronte strada delimitato da colonne in pietra tinteggiate di rosa, al pari della costruzione. Ci sono ancora, pressoché intatte, le colonne, mentre l’edificio si presenta in gran parte crollato e stinto.

Nel Casino si recava ad abitare, in estate, una signora di buona famiglia di Castro, donna Chiarina, la quale, rammento, aveva una figlia, Cecilia, non vedente dalla nascita.

Passando gli anni, venendo sempre maggiormente meno la sue capacità visive e man mano sposandosi i figli, il nonno Cosimo abbandonò la conduzione a mezzadria delle Frasciule e così cessò anche il trasporto delle panare di fichi dal Bosco dell’Acquaviva.

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Nel ruolo di nonno Cosimo subentrò un suo nipote, il quale, anzi, in seguito diventò proprietario del fondo, acquistandolo da don Gustavo. Fattosi a sua volta anziano, le Frasciule passarono, quindi, al maggiore dei suoi figli. Quest’ultimo, agli inizi, non era molto soddisfatto del cespite pervenutogli, ma poi, inopinatamente, è stato per così dire ripagato all’atto dell’esproprio dell’area delle Frasciule per opera del Comune di Castro, in vista della realizzazione del complesso abitativo.

Difatti, in tale sede, gli sono stati dati in permuta alcuni appartamenti che assicurano alla sua famiglia un’apprezzabile rendita per affitto.

Gli anni dei temporanei soggiorni del piccolo Rocco alle Frasciule, precedettero di poco una fase assai importante nell’ottica della modernizzazione e dello sviluppo di Castro, all’epoca facente parte, insieme all’altra frazione di Marittima, del comune di Diso.

Il richiamo va esattamente all’amministrazione, dal 1946 al 1951, con alla guida il sindaco Agostino Nuzzo, ancora adesso ricordato.

Il predetto si rese promotore d’importanti e primarie opere per il miglior sviluppo e la crescita di Castro, fra cui l’ampliamento di piazza Dante, la costruzione del ponte che collega il Canalone al Porto Vecchio, della rotonda belvedere, realizzazioni attuate con piglio attraverso Cantieri di lavoro, nonostante le proteste e le reazioni di alcuni signorotti, a Castro unicamente per la villeggiatura,  titolari di benessere e privilegi esclusivi, contrapposti alla povertà della gente in genere, i quali, verosimilmente, vuoti Gattopardi del Basso Salento, miravano più che altro a conservare la propria posizione.

Provvidenziale, dunque, l’azione di amministratori pubblici che guardavano al bene della comunità e a prospettive di crescita diffusa.

 

Castro (LE) e la sua Madonna mmenzu mmare

di Rocco Boccadamo

 

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“Al primo sole si desta, la cittadella marina…”

 

 

Esistono storie e tradizioni che travalicano secoli, decenni e generazioni, mantenendosi perennemente vive e presenti.

Lunedi 12 agosto 2013, a Castro (LE) , hanno luogo gli abituali festeggiamenti in onore della Madonna del Rosario di Pompei, alla quale è intitolata la locale parrocchia.

Componente particolare, anzi cuore di tale celebrazione, è la processione, sotto forma di nutrito e colorato corteo di barche, durante la quale il simulacro della Vergine, collocato sotto un baldacchino a bordo del natante di maggiore stazza facente parte della flottiglia del posto, è condotto ad attraversare, a breve distanza dalla costa, l’intero specchio di mare, fra la Grotta Zinzulusa e l’insenatura Acquaviva, su cui s’affaccia la Perla del Salento.

Si tratta di un rito, che si rinnova immancabilmente e resiste ai cambiamenti e alle mode, presente, anzi inculcato nella profondità dell’animo di tutta la gente di Castro. Vi partecipano, inoltre, villeggianti e turisti  e moltitudini di persone, fedeli o devoti o semplici visitatori, che accorrono dai paesi dell’entroterra.

Negli ultimi decenni, l’evento è stato arricchito con lo sparo, al termine della processione della Madonna, fatta sostare nella rada, di artistici fuochi pirotecnici che illuminano di fantasie di colori non solo la volta stellata della prima fase notturna, ma anche la distesa d’acqua salsa, riuscendo a dischiuderne e osannare la straordinaria trasparenza dei fondali.

In occasione dell’evento, nella Piazzetta, cuore pulsante di Castro, che conduce al porticciolo, sono allestite serie di luminarie.

Così e in siffatta cornice, ora, si svolge e si vive, per sommi capi, la festa, non senza, purtroppo, qualche inevitabile contorno di confusione, ingorghi d’auto, fragori.

Completamente differente, invece, appariva l’atmosfera d’insieme, ieri, ossia a dire nei tempi lontani, sino ad alcuni decenni addietro.

In primis, era di tutt’altro tenore la stessa denominazione della festa, si diceva, più alla buona ma in termini maggiormente mirati e puntuali, “Madonna mmenzu mmare”.

Ciò, non per semplice aderenza all’itinerario della processione, bensì per suggellare il rapporto massiccio e prevalente, se non proprio esclusivo e assoluto, fra la comunità castrense e l’ambiente marino, una sorta di legame vitale imprescindibile. E quando c’e’ comunione, in questo caso addirittura interdipendenza esistenziale, non può non collocarsi, in mezzo, anche la sfera dei sentimenti religiosi e devozionali.

Era la stessa di oggi la statua della Madonna, con la sua veste che rispecchia insieme ed egualmente i colori del cielo e, giustappunto, del mare.

Rammenta l’autore di queste righe, che il breve corteo che, intorno al crepuscolo, si snodava dal santuario della Divinita’ festeggiata sino al porto, era aperto dalle orfanelle accolte e ospitate nell’apposito istituto, annesso al santuario medesimo e affidato a un gruppetto di suore, voluto e realizzato, agli albori del ventesimo secolo, dal canonico Don Gabriele Ciullo, allora parroco di Castro.

Purtroppo, ormai da lunga pezza, detto benemerito istituto ha chiuso i battenti e anche le suore hanno lasciato Castro.

Seguivano i ragazzi ospiti della colonia estiva.

Poi, la confraternita, le associazioni religiose, i gruppi dell’Azione Cattolica e i restanti fedeli e devoti incolonnati, a precedere il parroco, con fascia violacea propria del suo rango di canonico e attorniato dai chierichetti, che scortava il simulacro della Madonna.

Immediatamente dietro, sfilavano le autorità, sindaco e amministratori comunali, maresciallo dei carabinieri, vigili urbani, Delegato di spiaggia.

Infine, la banda musicale e la restante popolazione che prendeva parte alla processione.

In una ventina di minuti si arrivava al porto vecchio, percorrendo l’ultima strada in forte declivio, denominata, ancora adesso, via Scalo delle barche.

Il natante prescelto per ospitare e trasportare la Madonna era pronto, impreziosito e illuminato con semplici ghirlande di fiori e qualche lampadina.

Lo stimolo alla breve navigazione era conferito esclusivamente dal vigore delle braccia dei rematori: in quei tempi, perlomeno a Castro, non c’erano motori marini.

Si muoveva, quindi, la barca della Madonna e contestualmente, a fianco e dietro, i remi sospingevano tutte le altre barche della locale marineria, grandi e piccole, alcune ospitanti, a bordo, fedeli arrivati dai paesi dell’ entroterra, i quali, in cambio di poche lire, avevano agio di accompagnare la Madonna nella sua uscita a mare.

Coperto il tragitto indicato all’inizio, la processione riguadagnava la rada e la banchina, dopodiché, al rimbombo di qualche carcassa (fuoco d’artificio), la Madonna ritoccava la terraferma ed era riaccompagnata nel santuario.

 

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Ho tratteggiato e rievocato, con semplici sequenze, la “navigazione” di una volta della Madonna mmenzu mmare.

Non c’è che dire, era un’altra Castro, genuina, semplice, tranquilla, fascinosa e amata.

E però, fascinosa e amata, parimenti se non ancora di più, è pure la Castro attuale.

L’osservatore di strada che scrive, il quale ha da sempre eletto la Perla del Salento a proprio luogo dell’anima, solamente per buon ricordo e per riassaporare ideali ventate d’aria giovanile e lontana, é portato a rinverdire una piccola sequenza d’immagini e situazioni che contraddistinguevano le proprie primavere e quelle di Castro.

Sulla piazzetta si affacciavano unicamente il “Bar la chianca”, la trattoria “Da  Arturo”, la cooperativa pescatori, la rivendita sali e tabacchi di mesciu Miliu,  la pescheria  di Nina e Nzinu.

Alle spalle del porticciolo, d’estate, erano montati i camerini in legno di Luigi u Musulinu, prototipi approssimativi di stabilimento balneare.

Altre strutture similari, in epoca successiva, erano poste in atto verso la zona cosiddetta delle taiate, in corrispondenza della Grotta del conte, per opera di Rosario  Iaiu Fersini e di Angelo Coluccia.

Le barche da pesca in regolare e permanente attività d’esercizio ammontavano a molte decine, se non a qualche centinaio, tutte rigorosamente a remi.

Difatti, l’infilata di lampare notturne al largo formava un suggestivo spettacolo, che partiva dalla zona della Zinzulusa e arrivava sino alla marina di Andrano.

Del resto la popolazione di Castro era formata per la quasi totalità da pescatori e pescivendoli.

Anche nella parte alta del paese, il Borgo, erano frequentissime e numerose le madri di famiglia e anche le donne giovani, occupate a rammendare le reti da pesca.

 

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Il 29 agosto 1947, all’età di sei anni, mi sono trovato a partecipare, per la prima volta, alla festa della Madonna mmenzu mmare, accompagnato non da mio padre ma da due giovani zie: quel giorno, nasceva mia sorella Teresa, la quale, non a caso, porta il secondo nome di Pompea.

Intorno al 1950, nella zona della già menzionata Grotta del conte, a Castro fu inaugurato un cinematografo estivo all’aperto, con l’insegna “Arena verde”. Da tempo, non v’è più traccia di tale iniziativa.

A proposito della Madonna del Rosario di Pompei, mi piace annotare che, circa mezzo secolo fa, mi sono sposato proprio nel suo santuario di Castro.

Infine, osservazione di fresca attualità, la mia nipotina Elena è nata, a Monaco di Baviera, il 29 agosto 2009, esattamente sessantadue anni dopo mia sorella Teresa, venuta al mondo, come appena ricordato, in concomitanza con la festa della Madonna mmemzu mmare.

 

°   °   °

 

Il primo rigo delle presenti note corrisponde all’inizio dell’inno “Madonnina del mare”, eseguito, nelle solennità particolari, dal coro parrocchiale di Castro:

 

Al primo sole si desta
la cittadella marina
e in un bel giorno, risuona
la dolce campana vicina
mentre sul mare d’argento
va il pescatore contento
passa e s’inchina
alla sua Madonnina
dicendole piano così:

“Madonnina del mare,
non ti devi scordare di me,
vado lontano a pescare,
ma il mio dolce pensiero è per te”
Canta, il pescatore che va,
“Madonnina del mare
con te questo cuore
sicuro sarà!”

L’ultimo raggio di sole
muore sull’onda marina
e in un tramonto di sogni,
lontano la barca cammina
fra mille stelle d’argento
va il pescatore contento
sente nel cuore un sussulto
d’amore sospira pregando così:

“Madonnina del mare,
non ti devi scordare di me,
vado lontano a pescare,
ma il mio dolce pensiero è per te”
Canta, il pescatore che va,
“Madonnina del mare
con te questo cuore
sicuro sarà!”

 

I fastidi del vento: fossero i soli!

castro 15 maggio 2013

di Rocco Boccadamo

 

Soffio sostenuto, proveniente da ovest sud ovest: per i nativi, come pure per i villeggianti e/o vacanzieri, della fascia costiera del Basso Salento, non è la condizione meteo propriamente ideale e gradita. Anzi, nel soffermare lo sguardo sull’accentuato broncio grigio scuro della distesa marina, sfociante, da ultimo, in diffuse valanghe di schiuma contro la scogliera, si prova una sensazione di tristezza e sconforto.

E però, maggio sta per finire e l’estate s’accinge a spalancare le porte, così che, vento e onde mosse a parte, ieri, il piccolo battello a vela “My three cats” è stato riadagiato nel porticciolo e anche armato a puntino: con l’auspicio che, nel volgere di qualche giorno, il tempo si rimetta al bello e dia modo, ai familiari qui giunti dal Nord Europa per uno scampolo anticipato di ferie, di concedersi piccoli, ameni giretti e, insieme, i primi bagni e tuffi nella stupenda rada di Castro.

Intanto, l’anziano pescatore Nino, classe 1924, si presenta intento a dare una mano di colore blu marino all’interno del suo piccolo gozzo in legno, provvisoriamente tirato a terra: ”Le fiancate esterne, questa volta, le lascio come stanno” – dice – “giacché mi sono fatto vecchio”, quando, invece, nella luminosità degli occhi e sotto i baffetti, si legge benissimo che non vede l’ora di riprendere in mano il suo “conzo” (lunga lenza con centinaia d’ami) e catturare i suoi amati saraghi o altre varietà ittiche pregiate.

Gina e la figlia Lucia, da un pezzo, hanno riaperto il chiosco bar e, al solito, fanno i turni per intrattenere i clienti, abituali e nuovi: la scena della loro presenza che ritorna puntuale è, in fondo, un segno di continuità nell’immagine del minuscolo e raccolto scalo marittimo.

Evento assai atteso e di notevole importanza, pare che, nei prossimi giorni, inizino i lavori di ricostruzione della Piazzetta, ossia a dire il rifacimento delle unità abitative rimaste danneggiate o completamente distrutte a causa del terribile crollo avvenuto il 31 gennaio 2009. E’ previsto che, per l’estate 2014, tutto sia ultimato e che la marina si presenti nuovamente con il suo più classico, affascinante e amato volto, sistemato nel  miglior modo possibile.

Vite che rinascono e altre che si concludono, nel giardino di Via Premuda, lo storico albero di fico, per la precisione di “culummi di San Giovanni”, è improvvisamente morto di vecchiaia; da un giorno all’altro, non ce l’ha fatta più, lasciando i numerosi frutti, già a metà crescita, rattrappiti da far pena e, quindi, destinati a cadere ingloriosamente sulla terra rossa sottostante, senza guadagnare la canonica stagionale maturazione.

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Nota avulsa dalle scansioni e dagli eventi della natura, il mese di giugno, anche quest’anno, si approssima sotto l’insegna dell’IMU, la vituperata, discussa e contrastata imposta sugli immobili. L’impressione è che, tale balzello, non si riesca in alcun modo ad abolirlo e cancellarlo del tutto.

Le casse pubbliche, il tessuto produttivo e il mercato dell’occupazione, non navigano per nulla a gonfie vele. Addirittura, il Presidente di “Confindustria” ha appena dichiarato che “il nord dell’Italia è sull’orlo del baratro”.

Non c’è che dire, visto che noi, comuni mortali, non abbiamo, autonomamente, grandi capacità, il Padre Eterno, almeno Lui, ce la mandi buona.

C’era la luna sul mare di Castro

di Gianni Ferraris

C’era la luna sul mare di Castro. Ed era il primo giorno d’estate. La notte scendeva lentamente, si portava appresso stupore e voglia di lasciarsi andare. Quasi come se tutto fosse stato detto e ascoltato.  Poi di nuovo i ricordi che si inseguivano. Abbiamo mangiato acciughe e bevuto birra in riva al mare. “Li portate via o li mangiate qui vicino al mare?” ci chiedeva la signora che stava friggendo. “Qui, vicino al mare, è meglio”. Di fronte a quello spettacolo che le parole non riescono a dire, che commuove per la sua prepotente imponenza e maestosa bellezza era bello ascoltare le onde e la luna. Ma si sa,  spesso si vive ieri.  Oggi è talmente strano da sembrare incomprensibile.

“Devo andare ad Alessano domattina, mi accompagni? Poi ci fermiamo a Castro”. Mi aveva detto l’amica con la quale stavo condividendo birra e acciughe. Così ci sono andato, mentre lei era presa dai suoi impegni, io sono salito sull’auto e me ne sono andato in giro. Erano le otto e trenta circa quando entravo nel cimitero di quel paese. Non sono un frequentatore di cimiteri. Di solito li evito,  perchè  ritengo che i ricordi siano nel cuore e nella testa. Parlo con un tramonto, con la luna magari. Non mi riesce farlo di fronte ad una lapide con una fotografia che ha fermato un attimo, un momento. Non necessariamente dei migliori. Magari vedo quella posa in giacca a cravatta: “proprio lui che detestava le cravatte…”.  Ma era la foto buona, quella per le grandi occasioni.    E’ come il vestito della domenica di quando ero piccolo. Era magari bello, l’avevo scelto con cura, però non lo indossavo che in poche occasioni. Che perdita di tempo. Forse per questo il mio guardaroba è ridotto al minimo. Solo cose che mi piacciono. O con le quali mi sento a mio agio. Finchè le logoro.  Però ad Alessano mi sono sentito in dovere di entrarci, nel cimitero. C’è una specie di piccolo anfiteatro rotondo. Con gradoni dove ti puoi sedere. Al centro, in un’aiola, rotonda anch’essa, con erba tagliata e curata, c’è la grande lapide di Don Tonino Bello. Mi sono seduto su quei gradini. Non ho pregato perchè non lo so fare. Neppure so, e non compete a me sapere, se è giusto santificare una persona. Ritengo però sia indispensabile ricordarne la figura in ogni momento. Perchè la vera santificazione è questa. Ricordare. Sopratutto in questi tempi. Dove per troppe persone la vita è una scommessa. No, veramente non so se la santificazione lo renderà più santo di quanto già non sia. Ero solo in quel cimitero, a quell’ora. Unica presenza, lo zampillo dell’acqua che rendeva più verde l’erba intorno alla lapide. Ripensavo al grembiule e alla stola  uscendo. Camminavo leggero per non disturbare. Di nuovo l’auto,  sono andato fino al Ciolo. Così, per ricordarmi la bellezza. Per farmi rapire. Così, giusto per sapere di essere vivo. Poi, la sera, quella luna che abbiamo visto sorgere, alzarsi piano piano, e illuminarsi sempre più mentre dall’altra parte il sole calava. Le luci là in fondo erano l’estremo lembo d’Italia. Il giorno prima ero in piazza Sant’Oronzo a Lecce. Mi ferma un signore, era in compagnia della moglie e del figlioletto di pochi mesi. Mi ha chiesto dove fosse il duomo. Pantaloni corti come si conviene ai turisti. Accento veneto. “Lei è veneto vero?” “Si sente eh? Anche lei non è di qui”. Poi abbiamo parlato un pò mentre gli spiegavo il duomo e la strada per arrivarci. “Come mai lei vive qui?” mi chiede. “Vede la luce? Ecco, forse è per quella” Non so se ha capito. Ma come è possibile spiegare un profumo? O un lampo di luce? O quella luna? Come si può parlare delle pagghiare e della via del sale senza sentire le voci dei contrabbandieri di sale? Come è possibile dire il perchè, io che non so muovere due passi di qualunque ballo, rimango affascinato dalla taranta? E dalla pizzica?  “E’ stato a Nardò?” “Si, bella cittadina”. Però nulla sapeva della repubblica neritina, neppure della fame dei contadini. Nulla dei murales ebrei. Conosceva le chiese e qualche dipinto, le apprezzava anche. Ma accidenti. L’anima mancava. Guernica non è solo un quadro. E’ un pezzo di storia narrato incredibilmente da Picasso con tratti decisi, con sofferenza. Munch e quell’urlo che è un quadro magari non bello in senso assoluto, ma con un pathos, una forza evocativa, una violenza inaudite.

Accidenti alla luna e al mare. Accidenti al silenzio di Castro.

Simone de Beauvoir diceva in non ricordo quale libro, che quando arrivava in una città sconosciuta la visitava di giorno, ma non poteva non passeggiarci tutta la notte. Per coglierne l’anima, i silenzi. Per vederne il passato. Perchè la notte i muri parlano, parlano le chiese e i monumenti. La notte accompagna e avvolge le storie lette o ascoltate. Mi mancava Chopin davanti a quel mare. Sarebbe stato perfetto. Contaminare Chopin con acciughe, birra, la luna, il suo riflesso nel mare  può sembrare blasfemo. Penso lo avrebbe apprezzato però.

Terminare così una giornata iniziata davanti ad una lapide, in fondo, è la vita che per ora procede con lentezza, con fatica. Con il pensiero fisso che torna: “E se tutto fosse stato già detto veramente?” –

Mare di tramontana a Castro

 

 di Rocco Boccadamo

Venti dicembre, alle soglie del Natale, il primo approccio dell’inverno indossa le vesti di una giornata non solo fredda, ma anche caratterizzata da vivace vento di tramontana, mare mosso e, appena al largo, addirittura in burrasca.

In siffatte condizioni ambientali, la sosta sulla rotonda di Castro è un’autentica meraviglia. Colpiscono i vari elementi prima accennati, vale proprio la pena di soffermarsi a rimirarne l’insieme, dall’eccezionale palcoscenico si possono trarre molteplici pensieri, motivi di riflessione, ricordi, visioni e rievocazioni.

Ecco, la natura è protagonista in pieno, non meno indicativamente di ciò che accade allorquando, in un teatro cittadino, si esibiscono artisti di calibro che catturano l’attenzione e l’interesse degli spettatori.

Personalmente, bavero alzato e berretto in testa per non farmi attaccare troppo dai soffi settentrionali, trovo attraente soffermarmi a guardare la distesa.

Già, il suo colore è speciale, assolutamente non comune, come tonalità si aggira fra l’azzurro e il grigio, rispecchiando in fondo anche le sfumature in alto, ma soprattutto, la superficie, la sconfinata coperta è increspata di strisce, ghirigori, accavallamenti di bianco, evidente effetto del trascinamento operato, dai refoli decisi, sullo strato liquido: talmente espressiva, la contingente situazione del nostro Canale, da sembrare quasi un’eco di immagini, voci provenienti dalla profondità e vogliose di proferire o suggerire qualcosa.

La prima sequenza nella memoria è fatta di un piccolo gozzo di legno recante sulla fiancata la denominazione carina di “Davide”, non proprio comune da queste parti. A imbracciare i remi del legno, un signore di mezza età, da poco pensionato, il quale sembra usare il veicolo acquatico alla stregua d’una bicicletta, vi monta dentro ogni giorno che il tempo lo consente, a prescindere dalle stagioni.

E’ comunissimo notarlo nei pressi del molo frangiflutti  o a ridosso del Pizzo Mucurune in tutti i mesi dell’anno, in particolare il sabato e la domenica, unico soggetto in servizio,  gli altri operatori che si pongono a disposizione dei turisti e visitatori per escursioni in barca esercitano, in genere, da giugno a settembre/ottobre, mentre l’armatore di ”Davide” è fisso, mai che manchi, remi in mano e muovendo lentamente il piccolo pegno, d’incitare e di richiamare i turisti a passeggio sulla banchina esterna del molo  foraneo, invitandoli a raggiungerlo sulla barchetta, al Porto vecchio, sua base di partenza e di rientro. Precisa ad alta voce “a prezzi modici”, si sa che le sue sono gite brevi, un quarto d’ora, venti minuti, d’altro canto il nocchiero non si avvale di motore, bensì soltanto della forza delle sue braccia d’anziano, però è egualmente bello scorgere sparuti gruppi di visitatori/utenti a bordo del risicato gozzo “Davide”.

Una seconda immagine che, nonostante il passare del tempo, rimane incancellabile, è quella di un bel barcone, con, al timone, un’altra figura tipica di qui, Vincenzo. Decisamente più giovane del precedente personaggio ma non in grandissima forma dal punto di vista della salute, sempre cordiale affabile e disponibile, egli si avvale di un potente entrobordo per il suo “stozzo” intitolato “Nina”, che mena i turisti sino alle grotte Zinzulusa e Romanelli  o a Porto Miggiano, giacché il motore, appunto, consente di coprire discrete distanze. Col suo modo di parlare, calmo, quieto, lento, quasi cantilenante, Vincenzo fornisce, agli ospiti, sommarie e tradizionali illustrazioni sui tratti e i dintorni della costa e del paesaggio di Castro.

Vincenzo è permanentemente di colorito scuro, nero, tanto che A., quando capita di incontrarlo, è indotta a sostenere che, secondo lei, non è italiano, che, magari ha origini indiane, laddove però di indiani, da queste parti, non é che ne siano capitati molti nei secoli, essendo semmai approdati gruppi di turchi, i quali, invero, nulla hanno a che vedere con il colorito di Vincenzo.

Ma Vincenzo è un personaggio unico e basta. Fa un certo contrasto vederlo con indosso la cotta bianca, nell’atto di servire Messa nella ex cattedrale di Castro, e però quest’ultimo ruolo rientra nell’accennata disponibilità dell’uomo a trovarsi con la gente, per la gente.

Vincenzo, dunque, soggetto servizievole, umile, indubbiamente unico a Castro: peccato che, al pari del proprietario di “Davide”, non ci sia più.

I riverberi di bianco sulla superficie scompaginata dalla spinta del vento sembrano una serie di voci, di volti e d’immagini solo superficialmente cancellate dal tempo e dagli eventi, ma che, in realtà, quanti si sono trovati a vivere lungo le stagioni passate e lasciate alle spalle, nel loro intimo  non dimenticheranno facilmente.

In proposito, il pensiero non può non andare a chi, sulle onde di questo tratto di mare, ha concluso i suoi giorni, a causa di vicende varie, per una burrasca che lo ha colto intento alla pesca, oppure in servizio, come qualche militare delle Fiamme Gialle in attività di contrasto e di controllo avverso ai tristemente noti fenomeni dell’immigrazione clandestina e dei trafficanti di vite umane, sfociati, talvolta, in epiloghi tragici.

E, poi, non è difficile immaginare che, attraverso le striature di schiuma o tra le onde sbattute dal vento, facciano capolino una serie di persone che hanno semplicemente preceduto il cronista di oggi, testimone e spettatore di una giornata di tramontana, figure riconducibili ad ambiti disparati, dai legami differenti ma, ugualmente, non meno solidi: familiari, parenti, amici, paesani, giovani e meno giovani

Tra dette figure – che, a loro volta, in tante occasioni si saranno verosimilmente soffermate a godersi lo spettacolo del mare, di Castro, di Marittima, dell’insenatura Acquaviva, delle scogliere di  Porticelli – mi sovviene quella di un primo cittadino, il sindaco del comune dove sono nato, il cui nome, questa è una cosa bella, di qui in avanti sarà ricordato o scritto o letto più spesso, giacché è stato recentemente deciso di intitolargli una strada e, quindi, sia per indirizzo, sia per transito, sia per sguardi rivolti verso la relativa targa toponomastica, il suo nome ricorrerà, insomma, più spesso, per il futuro e per le generazioni che seguiranno.

Del resto, la personalità in discorso è ampiamente meritevole di restar viva nella memoria, dal momento che, a suo tempo, non è passata inosservata, anzi ha fatto molto, ha lasciato il segno in senso positivo e costruttivo.

Seguita a soffiare e a sussultare, il vento di tramontana e, a un certo punto, causa anche qualche brivido. L’osservatore di strada è nondimeno molto soddisfatto dello spettacolo cui è andato assistendo, avendo potuto cogliere, in una mattinata prenatalizia, in una particolare situazione meteorologica, fra clima freddo, vento, mare mosso, burrasca al largo e impossibilità di esercizio della pesca, una rappresentazione non comune che gli è penetrata dentro, lo ha colpito, lo ha arricchito di nuove emozioni e di nuove sensazioni.

Del resto, sul metro e lungo il canovaccio del suo abituale e costante rapporto di amore, consuetudine, vicinanza e colloquio con la natura della propria terra d’origine.

Castro, purissima perla del Salento

Castro, mio grande amore: la purissima perla del Salento, incastonata fra illuminanti fuochi di storia e sfavillii di modernità

 

di Rocco Boccadamo

 

Non sembra per niente di sognare, si avverte anzi una sensazione concreta, quasi che la divina Pallade Atena per i greci o dea Minerva per i romani – il cui nome costituisce parte integrante dell’ appellativo originale del piccolo borgo di cui mi accingo a dire, appunto Castrum Minervae – forse a causa di una cocente delusione, avesse lasciato stillare da queste parti una piccola pioggia di lacrime, lacrime che, penetrando poi nel terreno e irrorandolo, si sarebbero trasformate in un humus del tutto speciale, a sua volta fonte e origine di una vasta gamma, meglio un concentrato, di bellezze naturali straordinarie e mirabili che si riscontrano diffuse in questa ridente e amena plaga del sud Salento.

Un puntino quasi invisibile sulle carte geografiche, che però reca, di per sé, il pregio di ergersi un po’ ad una sorta di ombelico del connubio fra gli ultimi strati del verde Adriatico e le più vivaci distese, dalle sfumature blu intenso, del mare Ionio.

Come per effetto di un miracolo strano, ma di miracolo non si tratta, Castro è compostamente «vecchia» sulle orme della sua antica e gloriosa storia, intessuta anche da vicende di saccheggi e distruzioni per opera di orde piratesche e di bramosi eserciti conquistatori che salpavano le ancore dalle opposte sponde, vicinissime, del Canale d’Otranto. Si presenta, nello stesso tempo, gioiosamente giovane, dal momento che è riuscita a conservare, anche il giorno d’oggi, una compatta voglia di vita e di crescita: qui, si deve sottolineare, non esiste, se non in termini modesti, il problema del calo delle nascite, sicché i giovani, i ragazzi e i bimbi appaiono numerosi, almeno quanto (se non addirittura di più) viene dato di constatare con riferimento alle persone anziane.
Castro la minuscola, pur tuttavia centro importante nella storia della cristianità. Molti, forse, non sanno che, per tanti e tanti secoli, è stata sede vescovile e, quindi, dimora di una lunga serie di Pastori della Chiesa, con giurisdizione su una decina di piccoli paesi del circondario.

Castro, con appena 100/150 anime, sede diocesana guidata da alti prelati delle più svariate provenienze, anche se in prevalenza di origini meridionali.
Mi immagino tali molteplici figure di successori degli Apostoli in condizioni di naturale e dignitosa povertà, dimoranti sì nel «loro» piccolo palazzo vescovile, ma certamente povere: e, del resto, come poteva essere altrimenti alla luce e sulla base di una comunità – e relative risorse – così risicate?
Chissà quale vita austera, al di là dei paramenti sacri e degli stemmi, dovevano condurre! Chissà come e con quali mezzi di fortuna si arrischiavano, quando arrivava il momento, ad affrontare i viaggi a Roma, alla sede di Pietro, per le periodiche visite apostoliche «ad limina» secondo la definizione del diritto canonico! Nel corso di così lunghi spostamenti, sostavano forse in lussuose dimore pluristellate, o erano costretti ad accontentarsi dell’ospitalità di qualche «collega» o povero parroco dei paesi che attraversavano?
Castro, dunque, e i suoi vescovi, rimasti insediati lì sino all’anno 1818, allorquando la diocesi, al pari di altri similari organismi di piccola portata, venne abolita, dopo che, negli ultimi periodi, mancando completamente i mezzi per il «mantenimento» della sede, alcuni Presuli erano stati costretti ad abbandonare la loro residenza e si erano trasferiti nei paraggi, prima nella località di Poggiardo e poi in un convento di frati della confinante Marittima.
Un breve inciso. A proposito di Marittima, mette conto di sottolineare come i corsi della storia siano davvero strani, ove si pensi che tale convento è attualmente di proprietà di un lord inglese, il quale – previo una serie di ammirevoli, importanti e radicali restauri – lo ho adibito a sua stabile dimora e, in aggiunta, vi ha organizzato un’attività turistica nella formula del «bed & breakfast».
Castro cancellata quindi, oramai da due secoli, come diocesi. Attenzione però, non si è trattato di un colpo di spugna in ogni senso! Le autorità ecclesiastiche hanno infatti gelosamente «conservato» l’antica e prestigiosa sede vescovile «castrensis», tenendola annoverata fra le cosiddette «Chiese titolari», quelle cioè che sono attribuite, giusto come titolo, al momento della nomina, a nuovi Vescovi, nelle più svariate parti del mondo, i quali non siano Pastori residenziali di una determinata città o sede, vale a dire, ad esempio, i Vescovi Ausiliari, i Nunzi Apostolici, i prelati preposti ad organismi pontifici. Per la cronaca, attualmente – precisamente dal dicembre 1979 – il titolo di «Vescovo titolare di Castro delle Puglie» è proprio di un Ausiliare della arcidiocesi della città nord americana di Milwakee, S.E. Rev.ma Mons Richard J. SKLBA.
L’antica «Castrum Minervae» richiamata all’inizio, si identifica oggi con Castro Città o Castro Alta, adagiata su un costone/promontorio discretamente rialzato sul mare e cinta in parte, almeno intorno all’estensione del borgo, da mura e da una catena di castelli con torri cilindriche o a sagoma di cubo/parallelepipedo.
La torre più grande, per la verità, da circa un trentennio è stata «sdemanializzata», passando così in proprietà ad un facoltoso medico, il quale la ha trasformata in lussuosa residenza privata che vanta, soprattutto, un panorama a dir poco mozzafiato: vi si spazia verso nord, quasi a voler rivolgere un rispettoso saluto ideale alla Serenissima, regina di sempre dell’Adriatico, verso est, dove a portata di mano si trovano, e sovente si scorgono, le coste e i rilievi dell’Albania e della Grecia, verso sud, nella quale direzione lo sguardo, doppiato il capo di Santa Maria di Leuca, sembra invece rivolgersi all’universo delle civiltà musulmane, importanti e contrapposte.
Sostando presso questa torre, si ha veramente la sensazione di «sollevarsi» dall’esistenza quotidiana con i suoi intoppi e le sue brutture e, per un arcano
artificio, di salire, salire in alto.

A pochi passi, ecco il piccolo, ma molto armonioso, edificio dell’ex cattedrale, con annesso un raccolto e ben restaurato palazzo vescovile. Soffermandosi sia pure per un momento all’interno della chiesa, si riceve una ventata di sublimazione dello spirito: la mente e il cuore si spostano indietro e lontano, si registra intimamente la rievocazione di annunci di Natività, proclami di Resurrezione del Signore, canti solenni di «Te Deum» di ringraziamento, succedutisi nel corso di secoli; quasi non ci si avvede più della comunità del terzo millennio che qui, appena all’esterno, al contrario è pullulante, viva ed attiva. Da due lati, l’ex cattedrale si affaccia su uno slargo molto accogliente e tranquillo, riparato dai venti, dove, anche in pieno inverno, è concesso di godere magnificamente sostando sotto il sole che non brucia, ma riscalda.
Altri pochi metri di distanza e si apre il piccolo e infiorato Vico S. Dorotea, terminante in un belvedere che si affaccia, a fianco di un altro torrione dei castelli, verso il porticciolo della marina, le incombenti serre salentine e il capo di Santa Maria di Leuca.

A ridosso del primo castello, cilindrico, si stende un’altra piazzetta costituente il classico punto di ritrovo degli abitanti di Castro in ogni stagione, largo impreziosito da un‘ampia terrazza quasi protesa verso il mare sottostante sul fronte nord est e nord, con veduta delle scogliere della Grotta Zinzulusa, di Porto Miggiano e di Santa Cesarea Terme.

E’ questo il sito da cui, più frequentemente e maggiormente, si ha modo di impattare visivamente con la costa greco/albanese, che in certe occasioni, d’inverno in particolare, grazie ad uno speciale fenomeno di rifrazione della luce volgarmente denominato «Fata Morgana», sembra trovarsi a pochissimi chilometri di distanza, potendo distinguerne finanche determinati particolari come strade, edifici ed altri punti cospicui.

All’estremità del Paese, nella parte che conduce ad una piccola altura chiamata con un pizzico di esagerazione Monte Lacquaro, si gode ancora di una entusiasmante veduta su Porto Miggiano e Santa Cesarea Terme, nonché su altre rade e grotte marine, prima fra tutte la Grotta Romanelli.

A Castro città, le giornate si dipanano attive e vive ma, nel contempo, quiete e silenti: un autentico prodigio rispetto alla frenesia e al movimento, almeno durante la bella stagione e nei weekend, che caratterizzano invece Castro Marina, rinomata località di villeggiatura e di esodo frequentata da migliaia di turisti e visitatori – provenienti non solo dalle zone limitrofe, ma anche da tutta l’Italia, specie dal Nord, e dall’estero – i quali rimangono letteralmente estasiati dalla bellezza di questo mare e inebriati dalle acque cristalline che ridanno vitalità e senso di benessere a chi vi si immerga.
Fare il bagno a Castro Marina ingenera un sublime godimento, senza prezzo e  senza paragone.

Nell’ambito del porticciolo, accanto ai villeggianti, si svolge anche la vita di un discreto numero di pescatori: certo, ora i pescherecci si sono ridotti appena a tre/quattro e in più rimangono solo i piccoli battelli dei singoli. Eppure, i pescatori di Castro conservano ancora un’abitudine contratta nel corso delle lunghe stagioni delle battute di pesca in gruppo, quella cioè di parlare tra loro solitamente ad alta voce, così come facevano in alto mare per superare i rumori delle onde, della motobarca e dei movimenti dell’attività peschereccia.
Sebbene il mio paese di nascita sia la piccola località contermine di Marittima e abbia trascorso per lavoro diversi decenni fuori regione, Castro è da sempre un po’ parte della mia vita: conosco molti degli abitanti e auspico di arrivare ad essere considerato da loro quasi alla stregua di compaesano.
Altro particolare: nel Santuario di Castro Marina, quaranta anni addietro, mi
sono sposato.

Non è un bel quadretto d’insieme?

D’estate, nel porticciolo di Castro Marina, lascio agli ormeggi la mia piccola barca a vela per le quotidiane regate nella rada, al largo oppure nei dintorni.
Infine, conservo presenti e integri taluni ricordi molto belli di quando ero ragazzo.
Innanzitutto, le gite su barche da pesca, rigorosamente a remi e dotate di grandi lampare, per accompagnare la statua della Madonna di Pompei in occasione della tradizionale processione a mare nel mese di agosto. Particolarmente impresso nella mente, quindi, un piccolo episodio, risalente al 1950 o 1951, periodo in cui – durante le vacanze scolastiche – mio padre soleva portarmi con sé in Municipio, dove era impiegato, per aiutarlo: un giorno, allo sportello dell’anagrafe, rilasciai la prima carta di identità ad un bellissima ragazza bionda di Castro, di quindici o sedici anni, il cui nome di battesimo era Natalizia. Poco tempo fa, un po’ prima della scomparsa di detta persona, ho scoperto che si trattava della madre di due soci della cooperativa che al porticciolo custodiscono le barche dei villeggianti, compresa la mia. Ho successivamente riferito dell’episodio a Luigi, padre dei predetti e vedovo della stupenda Natalizia, il quale si è profondamente commosso ed ha voluto rendere partecipe della mia antica testimonianza un giovane nipote, il quale, da quella volta, ho notato che mi si rivolge con maggior rispetto e riguardo.
E poi, le scalate dei costoni di Pizzo Mucurune alla «caccia» di giovani gazze (qui sono chiamate «ciole») nidificanti nei numerosi anfratti, uccelli che venivano portati in casa, in un certo senso addomesticati e giungevano a far
parte, per l’intera estate, dei nuclei familiari.

E che dire dei richiami ad alta voce, di buon mattino, da parte di pescatori rientranti dalla nottata trascorsa in mare, i quali si fermavano a riva in corrispondenza della «marina» e della semplice casettina di vacanza della mia famiglia per lasciare a mio padre piccoli panieri, o semplici incartate, di pesci azzurri spesso ancora guizzanti.

Piccoli amarcord, intrisi però da profondo significato umano.
Certo, Castro ha un grosso problema: quello delle aree di parcheggio per le auto; spero vivamente che gli amministratori si impegnino e riescano a trovare soluzioni idonee.

Per i tempi a venire ed a favore di un’equilibrata crescita, auspico da ultimo che si introduca, accanto a quelle tradizionali, qualche intelligente formula di turismo culturale.

La pesca con le “botte”

Rammendo delle reti – Castro 1966 (ph Giorgio Cretì)

di Giorgio Cretì

Tutti i mercoledì la gente di Castro si reca­va al mercato di Poggiardo. A piedi. Andava­no tutti scalzi e con le scarpe legate tra di loro per i lacci ed appese ad una spalla. Non facevano grandi acquisti, perché di soldi ne avevano pochi, ma andavano ugualmente, specie d’inverno quando il tempo non permetteva di uscire in mare; anche se poi acquistavano solo qualche chilo di verdura. A Poggiardo compravano anche la canapa ed il cotone che poi davano da filare a Mastro Pativito, per le lenze e per le reti.

Nunzio andò anche lui al mercato, a fare provvista di materia prima. Comprò da Elia, dove andava sempre per questo genere di spese, un chilo di co­loratu – sali di acido clorico –,   mezzo chilo di solfuro di antimonio, che era una polvere nera come il carbone e pesante come il piombo, ed un quarto di pece greca. Nascose il tutto in fondo alla bisaccia e di sopra vi pose un paio di chili di cavoli ed una manna (un mannello) di canapa grezza.

Tornando a casa pensava alle sarpe(1). Le aveva osservate per un po’ di tempo, sotto uno scoglio alle Striare. Perlamadonna, si andava dicendo, devo prenderle! Dieci, quin­dici chili di sarpe gli avrebbero fatto proprio comodo, a venderle se ne poteva ricavare al­meno settanta lire. Tutti i giorni, ad una cer­ta ora, andavano lì a brucare le alghe alla foce di un fiumicello sotterra­neo – erano ghiotte di quell’erba morbida che i pescatori chiamavano erba di seta –. Co­me le pecore, pensava Nunzio, sono proprio come le pecore, per la loro madonna!

Giunto a casa si mise subito all’opera. Ma­cinò nel mortaio la pece greca e la passò al se­taccio della farina, poi prese un pezzo di car­ta azzurra, di quella che allora veniva usata per involgere la pasta, e con la massima at­tenzione cominciò a fare la miscela per le botte. Bisognava fare tutto con arte e perizia. Quello non era un mestiere da pulcinella, ma di gente seria; qualcuno che ci si era messo a farlo senza conoscerne bene l’arte, o ci aveva rimesso la vita oppure era rimasto mutilato di una mano o, anche, di un occhio. Nah, perlamadonna!  Bisognava  assolutamente evitare l’attrito tra le diverse polveri, adesso. Non c’era pericolo di esplosione, ma la mi­scela poteva incendiarsi e bruciare come bru­cia la benzina. Chi gli dava poi le sette lire per andare ancora da Elia? A credenza, ad uno come lui, non dava niente nessuno! Pre­se un altro pezzo di carta, ne fece una specie di cilindro, piano piano lo riempì di miscela e pressò bene il tutto. Mise la miccia, che per il lancio che aveva in mente stimò sufficiente della lunghezza di mezzo fiammifero, chiuse l’ordigno e lo legò stretto con lo spago, come si legano le cartucce dei fuochi d’artificio. Nascose ogni cosa in un posto dove i bambini non  potevano arrivare e scese al Porto per altre faccende. La sua vita era lì.

La sera andò a letto presto, come di con­sueto, anche prima dei bambini. La moglie rimase a rammendare alla luce di una piccola lampadina di quindici candele.

Adunata al vecchio porto – Castro 1966 (ph Giorgio Cretì)

Aveva mangiato poco e sognò molto. Un branco di cefali, di oltre mezzo chilo l’uno, continuava a girare vicino alla sua postazio­ne, ma non veniva mai a tiro ed egli si girava e rigirava nel letto. Poi la visione dei cefali svanì ed egli dormì tranquillamente per qual­che ora.

Si trovò seduto sopra una roccia. Poteva essere il mese di giugno e dal mare soffiava una leggera brezza di scirocco, increspando appena appena le onde che battevano sotto di lui e si frantumavano in spuma frizzante. Stava lì seduto ed attento perché era l’ora in cui le sarpe venivano al pascolo. Teneva pog­giata sulla roccia, alla sua sinistra la bomba pronta per essere innescata e lanciata e alla sua destra teneva accesa una vecchia corda di gabbia di frantoio avvolta stretta con un pez­zo di rete. La corda imbevuta di olio emana­va un acre odore di lucerna.

Aveva anche pronto il coppo(2) a portata di mano, per buttarsi in mare dopo l’esplosione e raccogliere i pesci che sarebbero venuti a galla riversi.

Le sarpe non si facevano vedere. Eppure, perlamadonna!, era l’ora. Controllò l’ordi­gno e ne osservò bene la miccia, tutto era a posto.

Stava con gli occhi fissi al mare, quando intravide sotto il pelo dell’acqua il branco che si avvicinava. Attese che i pesci si avvici­nassero di più e, intanto, con la sinistra prese la botta e ne verificò ancora la miccia. Senza voltarsi allungò la destra per prendere la cor­da accesa e… sentì al tatto una cosa fredda e viscida che non si attendeva, una sacara(3) perlamadonna!, e, d’istinto, scaraventò tutto in acqua.

Si svegliò di soprassalto e si rese conto ch’era ora di alzarsi. In casa tutti dormivano profondamente.

Si infilò in fretta i calzoni, li legò con un pezzo di corda resa rigida dalla salsedine e in­dossò un maglione scuro che aveva comprato chissà quando. Mise in tasca due botte ed uscì. Dalla posizione delle Pleiadi potevano essere le tre e mezzo.

Prese il ripido sentiero che collegava a mo’ di strada diretta il paese alla marina e, quando giunse nel punto in cui questo tagliava la litora­nea, trovò la macchina della Finanza che fa­ceva il giro d’ispezione notturno. Cercò di ti­rare diritto, ma il brigadiere lo chiamò.

“Hei, Nunzio, dove vai?”

“Stavo scendendo al Porto”, Nunzio ri­spose fermandosi. Apparentemente era cal­mo.

“Sali che vieni con noi”, lo invitò il briga­diere.

“Grazie, comandante, disse Nunzio, giù di qua sono già arrivato”.

“E sali..”., lo invitò ancora il brigadiere.

E Nunzio salì e con loro fece il giro di Santa Croce. Nessuno dei finanzieri parlò finché non giunsero sulla piazzetta del Porto.

“Che cosa bevi, Nunzio?”, chiese il briga­diere mentre entravano nel bar di sotto.

“Il compare lo sa, Nunzio disse, compare dammi un Sammarzano”. Pensò che le guar­die erano brave persone, ma siccome le pre­cauzioni non erano mai troppe, disse: “Per­messo un momento, quanto vado qua dietro a urinare”.

Uscì con molta calma, ma appena fuori controllò con la coda dell’occhio i finanzieri e si diresse di corsa verso la parete rocciosa. Prima trasse di tasca le due botte e le nascose in una fessura e poi urinò. Allora tornò al bar, non solo tranquillo, ma anche spavaldo.

“Dov’eri?”, finse di chiedergli il barista.

“Come dov’ero, perlamadonna! Ho detto che andavo fuori a urinare! Dammi il mio Sammarzano, dammi! E ne vogliamo noi di questi!”, disse alzando il bicchiere e schiz­zando l’occhio al compare.

“E ne vogliamo!”, confermò il barista, che sapeva molto bene di quale piede Nunzio zoppicasse.

I finanzieri, bevuto che ebbero, se ne an­darono verso Tricase. Nunzio salutò, andò a riprendersi ciò che aveva prima nascosto e scese al porticciolo. Aveva i suoi attrezzi in una delle grotte naturali ai piedi del monte, li raccolse e li portò nella barca.

Tirò su la mazzara(4), slegò la zuca(5) dell’ormeggio e, remando con ritmo lento ma vigoroso, si avviò verso la Punta Mucurone.

L’alba si preannunciava radiosa.

Sarpe, salpe.

Coppo, retino.

Sacàra, sorta di serpe di considerevoli dimensioni. E’ il Cervone o Colubro a quattro righe che può raggiungere il peso di 3 chili e la lunghezza di 260 centimetri. Una diceria popolare voleva che la sacara, molto ghiotta di latte, durante la notte succhiasse alle mammelle delle donne mettendo la sua coda in bocca ai bambini per farli star buoni.

Màzzara, àncora.

Zuca, generalmente corda di sparto o di giunco, la meno resistente e la meno costosa, in questo caso cima d’ancoraggio.

 

(“il Rosone” – Anno VII n. 4-5, 1984)

Castro, nel Salento, capolavoro di bellezza


di Rocco Boccadamo


L’intenzione, indubbiamente, è di sintetizzare, già nel titolo, un pregevole connotato naturale che risale alle epopee del mito, ha intersecato millenni di vicende ed evoluzioni storiche e, infine, per prezioso prodigio, permane ancora vivo al presente.

Nel fascio del passato e dei segni lontani, valgono e sono illuminanti, in maniera particolare, le parole con cui Virgilio, nel terzo libro dell’Eneide, canta l’impatto e descrive il primo estasiato colpo d’occhio sui luoghi della Perla del Salento, da parte dell’ardimentoso equipaggio guidato dall’eroe troiano Enea, al momento dell’approdo sulle sponde italiche:

“ci spingiamo innanzi sul mare, tenendoci accosti alle vicine scogliere Ceraunie, da dove è la via per l’Italia e più breve il viaggio sulle onde… e già, fugate le stelle, rosseggiava l’Aurora, quando da lungi scorgiamo oscuri colli e il basso lido dell’Italia…Le invocate brezze rinforzano, e già più vicino si intravede un porto, e appare un tempio di Minerva su una rocca. I compagni ammainano le vele e volgono a riva le prore. Il porto è incurvato ad arco dalla corrente dell’Euro; i suoi moli rocciosi protesi nel mare schiumano di spruzzi salati, e lo nascondono; alti scogli infatti lo cingono con le loro braccia come un doppio muro, e ai nostri occhi il tempio si allontana dalla riva”.

A distanza di millenni, è possibile continuare a “leggere e metabolizzare” tali mirabili righe, rinvenendovi fedeltà di descrizione e corrispondenza fra narrazione dei naufraghi e stato attuale del tratto costiero.

E, certamente, non in un processo d’enfasi suggestiva, bensì proprio nell’individuazione sulla cima rocciosa del tempio dedicato alla dea, viene ad affacciarsi e a ricorrere sovente, all’indirizzo della località, l’appellativo completo di “Castrum Minervae”.

A questo punto, appare chiaro che, in confronto alle alate e mirabili espressioni del  “Maestro” dantesco nel Paradiso e ai nitidi segni impressi tutt’intorno dalla madre storia, qualsivoglia considerazione attuale, specie se per opera di un comune osservatore di strada, non può che risultare inadeguata e rischia di suonare irriverente.

Sicché, in seno alla presente timida testimonianza, che pur sgorga del tutto genuina e animata dal trasporto per le natie plaghe, si ravvisa l’opportunità di sostituire le parole con alcune immagini catturate in tempo reale, aggiungendo, a quanto traspare inconfondibilmente dalle medesime, appena una breve sequenza di pensieri e/o suggerimenti.

Come non accostarsi e prendere conoscenza e confidenza nei riguardi di un sito così eccezionale?

Oltre a godere del mare da favola e dello stesso respiro di un’aria che ha, insieme, sapore di mistero e di balsamo, a guisa di pietre miliari del contatto, si vorrebbe innanzitutto suggerire di scrutare nella trasparenza dei fondali e di soffermarsi sulle venature incontaminate e selvagge delle discese a strapiombo di Pizzo Mucurune.

Castro. Resti di una chiesa del IX – X secolo, edificata su un precedente impianto paleocristiano. Nelle tracce di affreschi sulle pareti, risalenti a tre diversi periodi pittorici, si distinguono le immagini di sant’Onofrio, di san Giovanni Battista e del Redentore

Quindi, dopo aver doppiato la punta del promontorio a bordo di una barca da passeggio, sostare in corrispondenza della grande fenditura nella roccia detta “canale ‘i picciuni” e, in successiva progressione, all’altezza delle piccole grotte marine battezzate con i nomi ”Palummaru”, Ritunna o Rutunna” e “Azzurra”, prima di guadagnare le più grandi e famose “Zinzulusa” e “Romanelli”.

A Castro alta, avvicinarsi in silenzio e con spirito meditativo ai resti dell’antica basilica bizantina ingioiellata d’affreschi, monumento che, per fortuna, è sopravvissuto a una vasta serie d’interferenze e, peggio, di azioni vandaliche, compresa la pesante invasione di Castro da parte di orde ottomane.

Regalarsi, da ultimo, un’istantanea dal belvedere per antonomasia di Piazza Perotti che, alla luce dell’immensità d’orizzonte, conferisce un autentico senso d’infinito e un’altra dal fondo del vicolo S. Dorotea, da cui si dischiude un panorama mozzafiato sulla marina e sulle sporgenze e rientranze della costa salentina sino al Capo di S. Maria di Leuca.

A conclusione di queste brevi note, una personale opinione sentita e convinta: Castro può assurgere al ruolo d’autentico luogo dell’anima per chiunque la visiti e la conosca, rappresentando un minuscolo paradiso di vita, anche nelle stagioni più incerte, perigliose e inclementi.

L’estate sta finendo, ma è ancora tempo di vele


di Rocco Boccadamo

Ce n’è voluto, ma, alla fine, qualche goccia di pioggia è caduta anche su questo lenzuolo di terra e mare, in corrispondenza dell’amplesso fra verde Adriatico e azzurro Ionio.

Invero, solamente sparute stille, assommatesi attraverso isolati brevi scrosci nelle prime ore di due mattine successive, e, però, forza e prodigio della natura, bastevoli  per conferire un respiro, per dare rifiato alle piante, specie ai giovani alberelli.

In tale situazione, la speranza del comune osservatore firmatario delle presenti righe, del tutto digiuno di tecniche ed evoluzioni agricole e colturali, è che i suggerimenti dell’amico anziano contadino si rivelino efficaci e diano un esito positivo.

Un po’ d’ore avanti che il cielo scuro e rabbuiato si aprisse alle deboli precipitazioni, ho provveduto a spargere, a secco, alcune manciate di  minuscoli semi neri di rape su due riquadri di zolle rosse, sommariamente predisposti con il ricorso manuale a zappetta e rastrello e, adesso, vado osservando con occhi insistenti e ansiosi lo spuntare timido delle verdi rosette di foglie.

Chissà se arriveranno a far capolino in strati diffusi e, soprattutto, se resisteranno all’eventuale, probabile ritorno di temperature medio – alte.

Sempre in tema agricolo, meno male che i miei carissimi ulivi sembrano aver già tratto giovamento dalle anzidette gocce di pioggia, mostrando segni di ripresa e dando quasi l’impressione di sorridere, dopo un quadrimestre e passa di assedio per opera del caldo e del secco.

Mi auguro che il buon aspetto delle chiome sia foriero pure del rilancio, nel senso di adeguato ingrossamento prima della maturazione senza ingloriose cadute anticipate ai piedi del tronco, dei preziosi frutti pendenti, gli apprezzabili grappoli di olive che arricchiscono e abbelliscono, ancor più, i rami grandi e piccoli delle piante.

Lasciando i campi e le colture, sta di fatto che, in aggiunta al naturale scorrere sul calendario e all’avanzamento verso il termine della stagione bella per eccellenza, i recenti passaggi di cattivo tempo hanno inferto un colpo alla lunga parentesi delle vacanze marine, si è inequivocabilmente imboccata la via del disarmo, ci si appresta a tirare i remi in barca.

Immagine concreta, il magico porticciolo che, per la verità, affascina di suo in ogni periodo dell’anno, si è quasi completamente svuotato dei legni dei diportisti: rimangono ormeggiati appena tre scafi di media stazza e contenute decine di gozzi, lancette e gommoni.

I custodi soci della cooperativa “Los Barqueros” hanno smontato finanche i distributori automatici di bevande e snack, mentre, in seno alla rarefazione degli scafi, fa intanto spicco la barca di un pescatore di lungo corso, il quale ha contrassegnato le aste degli strumenti di lavoro che restano a galla come segnali di localizzazione mediante una serie di rudimentali bandiere color giallo vivo con, impresso, uno stemma di tonalità bruna: si tratta, guarda un po’, di banali buste di plastica  per la nettezza urbana, predisposte dalla locale amministrazione civica, sezionate a mo’ di vessilli.

Come dire, quando l’arte dell’arrangiarsi si abbina a una certa dose d’intelligenza pratica.

Dopo le intense e divertenti evoluzioni di ieri pomeriggio, grazie a un vento intenso ma non  disturbatore, contavo di compiere anche stamani una breve sortita nella rada e appena oltre Pizzo Mucurune.

Sennonché, alla luce degli accenni usciti dalla bocca di qualche operatore del ramo in merito agli attendibili sviluppi del tempo meteorologico, mi sono astenuto, scegliendo una tranquilla sosta a un tavolino del chiosco giù al porto, donde ecco qui questi appunti.

Tuttavia, a parte oggi, per l’anziano legno a vela “My three cats”, l’estate non ha chiuso definitivamente i battenti e certamente, di qui a fine mese, i caratteristici, unici teli di tonalità amaranto ritorneranno a passeggiare e sfilare gaiamente sul mare di Castro.

 

Settembre a Castro: mare, vela e pensieri, aspettando che arrivi l’anelata pioggia

di Rocco Boccadamo

 

Dopo oltre quattro mesi dall’ultima precipitazione, al pari di tutti, vado seguendo, ormai giorno per giorno, le indicazioni delle varie “sibille meteo” circa le prospettive di una caduta d’acqua a breve scadenza; si sente dire domani, dopodomani, speriamo bene.

Ciò, non tanto per un motivo strettamente personale ed egoistico, quanto, piuttosto, allo scopo di vedere, finalmente, respirare le mie minuscole campagne, trarre sollievo gli alberelli, in particolare i giovani ulivi, che si trovano ormai esausti, le foglie accartocciate, i frutti rinsecchiti, i colori sbiaditi, insomma morti di sete, è proprio il caso di dirlo.

Nel frattempo, rispetto alle canoniche date figuranti sull’almanacco di Fra Indovino, è anche passata la stagione della semina di talune verdure, ad esempio le rape: sia ben inteso, solamente qualche fazzoletto di zolle per quel che mi riguarda, giusto per soddisfare le strette occorrenze familiari.

E’ trascorsa, in pratica, invano, giacché nessun mezzo meccanico, con una simile siccità, colla terra rossa così riarsa e dura, ha potuto sin qui mettere piede nei fondi agricoli al fine, almeno, di rigirare e mescolare le zolle.

Che dire, aspetto e spero, forse, domani o dopodomani, cadranno, finalmente, 5 – 10 centimetri di pioggia, l’indispensabile per porre in atto qualche operazione.

°   °   °

Fatta questa premessa obbligata, sotto la data di mercoledì 12 settembre, metà mattino, si offre l’ennesima giornata meravigliosa, di sole: è vero, si è ancora in estate, ma è pure prossimo l’autunno, qui si ha l’impressione di trascorrere ancora giugno luglio.

Sicché, in attesa della pioggia, l’osservatore di strada non trova di meglio che salpare con la sua barchetta, per una breve veleggiata.

Come succede da un po’ di tempo, in concreto da quando si è superata la fase delle tipiche, intense frequenze agostane, uscire per mare adesso conferisce una soddisfazione speciale, per molti aspetti, anzi, unica.

L’azzurra distesa sembra quasi che inviti ad adagiarsi sul suo strato molto calmo, spirano venticelli senza raffiche, in prevalenza da nord o da nord est, almeno nella prima parte della giornata, per cui l’aria è gradevole, nonostante che le temperature salgano ancora verso i trenta, si respira a polmoni pieni, il refrigerio penetra fin dentro.

La barchetta, da parte sua, va incedendo con le caratteristiche vele color amaranto rigonfie, non molto ma a sufficienza per una scivolata distensiva; lo sguardo rigirato intorno segnala l’assoluta esclusività su un vasto orizzonte marino, praticamente fra il Capo di S. Maria di Leuca che si scorge in fondo verso sud e il suo omologo otrantino – tra detti punti cospicui, corrono alcune decine di chilometri di distanza – si presentano alla vista pochissime barche o navi, cioè quasi nessuno: un piccolo infinito, un palcoscenico ragguardevole tutto per il timoniere che scrive.

Astraendo, ad ogni modo, dalla mia persona, che cosa potrebbe voler dire questa situazione, siffatta immagine, tale constatazione?

Verosimilmente, sta significare che il Padreterno ha inteso espressamente che, nell’universo del creato, in tutti i suoi elementi, dal cielo, dal sole che manda i suoi raggi verticali da lassù, alla distesa immensa che profuma di miti e odora della vita intensa che vi scorre sotto, fra pesci, infiorescenze e vegetazioni, l’uomo fosse al centro, alla sommità e in posizione primaria, rispetto al meraviglioso insieme.

Al riguardo, non bisogna trascurare un particolare, minuscolo, da un lato, per via dell’aggiunta di una parola, immensamente grande, invece, per il relativo significato.

Allo scadere di ciascuno dei giorni della creazione, l’Altissimo pose una sorta di sigillo “abbiamo fatto ecc.ecc. ed  è stata cosa buona”; al termine dell’ultimo,  però, ossia di quello della creazione dell’uomo a sua immagine e somiglianza, la frase non fu identica, bensì arricchita con una parola in più “….ed è stata cosa molto buona”.

Ecco, dunque, l’uomo, messo in grado di cogliere un’enorme quantità di mirabilie naturali, allestite e rese disponibili addirittura già  prima che egli fosse plasmato.

E però, il medesimo uomo, se, per un verso, ha avuto l’immenso privilegio di poter contare su tante meraviglie, bellezze e risorse naturali, in ogni senso, di converso, deve sentire lo stimolo, il desiderio, l’intendimento di salvaguardare detti tesori naturali.

Com’è noto, l’accezione “salvaguardare” ha, per opposto, i termini annientare, annullare, compromettere, distruggere, snaturare, rovinare.

Purtroppo, sono secoli, forse millenni che tocca assistere a comportamenti nient’affatto di conservazione, ma di compromissione e/o distruzione totale dell’habitat che circonda gli esseri umani.

E’, questa, una colpa gravissima, una mancanza di cui, quantunque non appaia configurata fra i comuni peccati da confessare, è da ritenere che, in qualche modo, sarà chiesto conto. Pare di udire una voce del seguente tenore: “Ti ho messo a disposizione una messe di risorse, cielo, mare, aria pulita e non invasa dallo smog, acque incontaminate, e tu ne hai fatto scempio; ho riposto fiducia in te affidandoti tutti questi tesori e tu, non solo non mi hai ascoltato, ma ti sei comportato in modo tale da danneggiare detti beni.”

Fila la barchetta e, intorno, continuo a vedere pressoché nessuno, salvo, negli ultimi minuti, qualche legno di diportisti, pescatori dilettanti, i quali, con lunghi fili ed ami camuffati e colorati, pescano a traina; dicono, i citati sportivi, che è il periodo propizio per talune varietà di pesce azzurro, pappagalli, palamiti, purceddre, talora qualche ricciola o aguglia e così hanno lasciato la tradizionale e più frequente modalità di pesca con il tognarello e optato per la traina.

Non è facile, né l’uno, né l’altro modo, è tutto un gioco di pazienza, da abbinarsi a qualche rudimento di pratica ed esperienza.

Il chiacchiericcio lieve delle onde sotto lo scafo della barchetta dà l’impressione di vocii argentini di bimbi e bimbe. Più da vicino, mi richiama alla mente le vocine dei miei nipotini più piccoli.

Escluso Paolo, oramai grandicello, il quale non ha vocii, ma talora vocioni, si spera diretti sempre in senso giusto e in direzione positiva, le altre piccoline, con Andrea, sovente mi circondano con il loro dire sommario, e però sempre indicativo, lieve. Niente discorsi articolati, ma frasi dirette, essenziali, secche; del resto, anche con parole e frasi succinte, si può dire tanto.

Così fanno i miei nipotini, le cui tracce fisiche, in realtà, sono abitualmente distanti e lontane, ma che, stamani, mi sembrano a portata di mano, grazie allo sciabordio leggero e alla corsa lieve e a saltelli delle onde sotto la chiglia della barca.

°   °   °

Il sole, frattanto, se ne sta in alto a godersi la scena; contrariamente a quanto può succedere con la luna e le stelle, la sera, l’astro in riferimento non si presta a colloqui, limitandosi a sfolgorare, bruciare, riscaldare e, semmai, suscitare idee nell’interiorità delle menti e dei cuori degli umani.

Poi, però, è come se dicesse severo “sviluppati i concetti da te, io sono troppo grande e in alto, non ho la possibilità di un dialogo diretto, il mio ruolo è di affacciarmi, risplendere e sorridere a beneficio del mondo intero, di cui tu sei un minuscolo, impercettibile granello”.

L’aria, gradevole come dicevo in precedenza, seguita a inebriarmi, mi sento particolarmente bene, avanti di scendere al porto ho sbrigato in giro una serie di commissioni; nonostante le ore mattiniere l’afa si era già affacciata e, quindi, la corsa verso il mio piccolo legno è stata volutamente celere e decisa.

Ora, a un paio di chilometri dalla costa rocciosa, nel silenzio più assoluto, fantasticando sulle esistenze nei fondali alla cui sommità vado scivolando, mi sento completamente ripagato.

E’ una grande fortuna poter cogliere e annoverare simili contatti con gli elementi della natura, confrontarsi idealmente, pensare, riflettere, maturare idee e propositi, formulare considerazioni, a distanza e in estraneità, una volta tanto, dai condizionamenti di vario genere della società in cui siamo quotidianamente immersi, che non sempre ci lasciano essere obiettivi, illuminati e lineari in seno ai nostri comportamenti e alla nostra condotta.

Eccomi, in conclusione, solo con me stesso, cullato dalle tenui onde che paiono sorridere sotto e intorno alla mia barchetta; mi considero in una situazione ideale, di grosso privilegio, lascio da parte, per un momento, ogni aspetto confuso di questa società che si arrabatta fra luci e ombre, solitamente immersa in ambiguità, limiti e problemi.

Ovviamente, non scappo, mi concedo uno stacco momentaneo che mi rigenera, mi fa bene e mi aiuta, credo, ad avere occhi più disponibili, maggiormente allineati e sinceri, per scrutare e considerare con obiettività le cose e i fatti che mi circondano e, soprattutto, le altre persone che mi sfilano accanto e/o con cui svolgo relazioni e, più in generale, che semplicemente, come me, respirano.

 

Appunti dal Tacco, salutando agosto

di Rocco Boccadamo

 

E’ l’ultimo d’agosto e sono settantatrè gli anni di un’amica lontana, incontrata e conosciuta, su monti che in certo qual modo mi mancano, una quarantina di calendari fa.

Il suo aspetto, allora, era un po’ diverso, ma anche oggi sono evidenti i tratti di una bella donna. Auguri, C.

°   °   °

In tema di bellezza, questa volta riferita alla natura, qui c’è Castro, verosimilmente la più fulgida perla della splendida penisola salentina. Chi non la conosce, la ammira e l’apprezza?

Solo a immergersi nelle acque della sua rada si prova una sensazione paradisiaca, così come il semplice sguardo ai suoi tesori artistici e storici riempie e inebria gli occhi, la mente e il cuore.

E pensare che, appena mezzo secolo addietro, Castro era un nome quasi sconosciuto ai più, correva prevalentemente l’accezione dialettale di Casciu, piccola frazione con una marina raggiungibile a fatica, animata da alcune centinaia di poveri pescatori, i quali

Castro, bellezze naturali e tradizioni

 di Rocco Boccadamo

Un puntino quasi invisibile sulle carte geografiche, una sorta di ombelico segnante il connubio fra gli ultimi strati del verde Adriatico e le vivaci distese, dalle sfumature color blu intenso, del mare Ionio.

Tuttavia, Castro, autentica perla del Salento, è da tempo conosciuta ed amata: sia per le vestigia storiche (antiche mura, castello, torrioni, ex cattedrale), sia per le grotte marine (in primo luogo, Zinzulusa e Romanelli), sia per le incomparabili attrattive turistico – balneari (mare e fondali da incanto). Ormai, si colloca a pieno titolo come méta apprezzata e frequentata non solamente dai salentini e dai pugliesi, ma anche da parte di numerosi turisti e visitatori provenienti dal centro-nord Italia e dall’estero.

Nel Borgo, la torre medioevale più grande vanta, soprattutto, un panorama a dir poco mozzafiato: vi si spazia verso nord, quasi a voler rivolgere un rispettoso saluto ideale alla Serenissima, regina di sempre dell’Adriatico, verso est, dove a portata di mano si trovano, e sovente si scorgono, le coste e i rilievi dell’Albania e della Grecia, verso sud, nella quale direzione lo sguardo, doppiato il capo di Santa Maria di Leuca, sembra invece indirizzarsi all’universo delle civiltà musulmane, importanti e contrapposte. Sostandole accanto, si ha veramente la sensazione di “sollevarsi” dall’esistenza quotidiana

Luoghi dell’anima: Castrum Minervae

Punta Mucurune

di Rocco Boccadamo

Castro, fulgida perla del meraviglioso Salento, si pone alla stregua di sublime crogiolo, fantastico concentrato di bellezze e tesori, fra angoli d’incanto, fondali cristallini, luminosi soppalchi d’azzurro vivo.

Tale e tanto insieme, immerso in un’atmosfera che avvolge, accarezza e rigenera lo spirito, alleviandone ambasce, debolezze e sfinimenti.

E’ un sito di sogno, Castro, che si fa ammirare sotto un moto irresistibile, un bene, un tesoro che si lascia amare e preservare.

Intorno ai bastioni possenti e alle mura di cinta del Borgo, alle chiazze verdeggianti e profumate degli orti, giardini e frutteti in declivio verso la marina, al palpito che aleggia e si muove silenzioso nelle piazzette raccolte e lungo i vincoli trasudanti storia e testimoni di vestigia lontane, si avverte la sensazione di essere più lievi e insieme più pieni. Si riscoprono ricordi ed emozioni, si compongono pensieri positivi, si vivono autentici stacchi rispetto al vortice e ai sobbalzi del quotidiano, ai malesseri della realtà, agli affanni nell’attesa del divenire.

In termini diversi, ciascuno ha agio di tirar fuori la propria anima autentica, magari a lungo negletta, nella semplicità dell’accontentarsi dell’essenziale, come dire dei valori veri.

Solo in apparenza, insomma, limitazioni e rinunce, mentre, nella realtà, si avverte, invece, appagamento, anzi gioioso appagamento.

A seguire, quali e quanti misteri di sogno, spunti  d’immaginazione e d’estasi nel rimirare le onde di Castro, nel trattenere lentamente lo sguardo  a ridosso degli sviluppi – in su e giù, va e vieni – dei suoi confini di rocce brune, lunga  e tratteggiata collana di tonalità scura e dolce.

E’ bello, conferisce gioia, sebbene sotto un alone di mistero, il lontanissimo impatto del pugno di legni condotti dal troiano Enea di fronte agli scogli, al minuscolo falcato seno da riparo e  al promontorio di Castro.

Canto unico e senza confronto, poesia nel poema, i versi del terzo capitolo dell’Eneide:

 

Le brezze sperate
rinforzano, ormai vicino si
schiude un porto e sulla rocca si
profila il tempio di Minerva.
I nostri ammainano le vele e
volgono a riva le prue.
Il porto si inarca curvato dalle
onde d’oriente; una barriera di
roccia biancheggia di spume
salate e lo ripara; scogliere
turrite lo presidiano
con duplice abbraccio,
e il tempio arretra da riva.

Una sorta di singolare battesimo per una creatura senza pari, come, fuor d’ogni esagerazione, si può definire Castro.

E dopo l’antichissimo approccio dell’eroe esule, sullo scorrere del tempo e dei millenni, una ridda di altre immagini storiche, una lunga catena di personaggi, eventi e accadimenti grandi e minuscoli, che hanno lasciato segni e orme nell’habitat d’intorno e, soprattutto, fra i respiri di quanti c’erano e vivevano, volti e voci a loro volta perpetuatisi, idealmente ma inequivocabilmente, nelle albe che si sono susseguite e levate sino ai calendari presenti.

Ci vuole poco per sognare, per richiamare, dal profondo, il meglio di sé, per scoprire, dentro, un altro io, un’essenza migliore.

Come dire, l’umile moderno cantore di Castro non smette mai di volgere gli occhi verso Punta o Pizzo Mucurune, lingua naturale che si colloca fra i più conosciuti simboli della località; oltre a indirizzare lo sguardo,  sofferma la mente sulla gran parte dell’estensione del promontorio, che, pur ricca di vegetazione che spontaneamente  nasce e resiste  nel tempo, di strati verdi che si rinnovano ad ogni primavera, di rovi riarsi e secchi quando il bacio del sole estivo diventa rovente, tuttavia, forse, non è mai stata calpestata da essere umano,  è rimasta così come si trovava millenni fa.

Deriva, da ciò, il ritorno a mondi per un verso lontani e distanti, e però vivi e vicini almeno sottoforma di speciali pensieri che si rincorrono, in particolar modo nelle calde e intriganti notti  estive.

Godere di simili spettacoli ed effetti nutre meglio di qualsiasi sontuoso banchetto, è il cibo ideale per ogni animo sensibile, amante del bello e dell’autentico, amante della natura.

Castro Marina. Quando finisce l’estate?

#41
ph Vincenzo Gaballo

di Gianni Ferraris

Quando finisce l’estate? Domanda banale in fondo. Per i calendario termina il 21 settembre. Posto questo assioma, supponiamo che il 22 settembre ci siano 38 gradi, chi di noi uscirebbe con un maglioncino di lana, l’ombrello e un giubbino perché “l’estate è finita”? Soprattutto chi, se libero da impegni, non approfitterebbe per passare una giornata al mare?

Mi ponevo questa domanda  domenica 18 settembre rosolando al sole a Castro Marina. La temperatura era estiva nel senso più caldo del termine, e l’acqua piacevolmente fresca. Di solito frequentiamo spiagge libere, non certo perché ci fanno ribrezzo gli stabilimenti, anzi, sostanzialmente per abitudine, oltre che per la scelta di poterci spostare dove ci piace.

Oggi lo stabilimento, l’unico, di Castro marina era aperto  e senza cassa all’ingresso. Era diventato spiaggia libera.  Spariti ombrelloni, lettini, sdraio, sparite le docce sostituite poi da una gomma per annaffiare le piante, ed era stata smurata (letteralmente visti i frammenti di cemento pericolosi, pungenti e zozzi che stavano lì attorno) la scaletta che agevolava la risalita dall’acqua. Il chioschetto bar era rigorosamente chiuso e squallidamente era in pieno sole il gazebo di fronte al chiosco in quanto le coperture erano state tolte.

Semplicemente, banalmente, ironicamente, i gestori hanno stabilito che il 15 settembre l’estate era finita. Alla faccia di chi parla di destagionalizzare il turismo. Le centinaia di persone che affollavano   Castro erano praticamente allo sbando,  solo i bar della piazzetta funzionavano, ma quelli stanno aperti

Suoni, voci e visioni del meraviglioso Salento

ph Rocco Boccadamo

di Rocco Boccadamo

Non sono un suonatore in senso prettamente musicale, conosco a stento la sequenza verbale delle sette note.

E, tuttavia, attraverso momenti e situazioni in cui avverto improvvisi, quanto irrefrenabili stimoli a riempire ideali spartiti, a intrecciare incorporee ghirlande d’armonie melodiose.

Fonte d’ispirazione e, in pari tempo, insieme di strumenti sonori, gli incanti naturali che ho la fortuna di poter cogliere con lo sguardo, toccare con mano, respirare, vivere intensamente e assimilare dentro.

Qui, in questo natio angolo salentino, fra cielo che rievoca l’azzurro profondo delle volte di talune basiliche e distese d’acqua dalle nuance cangianti e ammalianti quasi per un arcano e invisibile estro d’artista, tra profumi di mirto, carrubi, menta, gelsomino e basilico che s’intrecciano e si fondono lievi, attutendolo, con il frinire delle cicale, è realmente  dato, si ha agio di godere di giorni e notti ristoratori e gratificanti.

E’ Castro, a sola e con i deliziosi dintorni, il fulcro e il cuore di tanta bellezza e meraviglia: un autentico mito, che arriva a trattenere chi scrive finanche dal desiderio d’accostarsi, conoscere e frequentare lidi, siti e ambiti più decantati e famosi.

Domenica mattina, uscito dalla messa nella minuscola e graziosa ex cattedrale, mi sono diretto in fondo al contermine vicolo S. Dorotea che si chiude con un belvedere: dal relativo davanzale, gli occhi si sono riempiti di un orizzonte d’immagini e visioni che, per il mio sentire e le mie suggestioni,  sono valse alla stregua di un mappamondo dischiuso e disteso, di un pianeta intero.

I confini di quello scenario mi sono rimasti stagliati in fondo all’anima, me li porterò sicuramente con me fino all’ultimo.

Si riconduce ancora di Castro, il meraviglioso colpo d’occhio di ieri pomeriggio, fissato nell’unita foto.

ph Rocco Boccadamo

Lasciatemelo dire, in una stagione caratterizzata, se non dominata, da brutture, atti ed eventi sporchi, lotte, guerre e miserie, sopravvivono, per fortuna, frammenti, minuscoli fogli di ambienti sani, puliti e leggeri.

Scrutando e guardandosi intorno, senza volerlo, si dischiudono oasi di frescura e di sollievo, rispetto alle soverchianti montagne d’immondizie e ambasce.

Storie di piccioni e di ciabattini tra Marittima, Diso, Castro e Andrano

torre colombaia, ph Rocco Boccadamo

I piccioni, nel palummaru della “Arciana”

e secondo il racconto del ciabattino

di Rocco Boccadamo

Costeggiando e tenendo a manca la civettuola villetta con fontana a zampillo di Piazza della Vittoria, sorta nello slargo già denominato “Campurra”, che, sino a cinquantacinque/sessanta anni fa, era in parte occupato dalla cappella di S. Giuseppe e, per il resto, fungeva da campetto alla buona per giocare al calcio, s’imbocca via Giuseppe Parini che, praticamente, delimita, in quel senso direzionale, il vecchio centro abitato di Marittima e, una volta superato l’incrocio con via Murtole, recente nastro d’asfalto su cui s’affaccia uno sparuto numero di costruzioni, segnando in prevalenza, d’ambo i lati, i confini di fondi agricoli, inizia la cosiddetta via vecchia per Andrano.

Il primo appezzamento di terreno che scorre sul relativo versante sud è storicamente denominato “Arciana”, accezione di significato sconosciuto, almeno per lo scrivente, contraddistinto, lungo il confine con la strada, da un’infilata di bellissimi, datati e svettanti pini, dagli ampi cappelli di verde che sembrano sfiorare insieme sole e cielo.

Più o meno al centro della “Arciana”, si erge una solida e massiccia torre colombaia (in dialetto, palummaru), per stagioni secolari in funzione di rifugio, praticamente casa e nido, grazie alla ragnatela di cellette ad incollo ricoprenti l’intera estensione interna delle pareti cilindriche, di nutrite colonie di colombi o piccioni.

Nei tempi andati, tali volatili abitatori si annoveravano, a buon titolo, fra gli animali domestici o da cortile, seppure allevati in libertà e a campo aperto senza reticolati,  il loro  nutrimento consisteva unicamente in semi, erbe, insetti, larve, frutti sui rami o avanzi dei medesimi caduti sulle zolle rosse, davano carni assolutamente commestibili, anzi di particolare leggerezza, digeribilità e pregio.

Sicché, di frequente, finivano con arricchire la tavola delle famiglie abbienti, benestanti. Inoltre, anche da parte dei nuclei comuni e poveri, non si mancava d’acquistare almeno un esemplare di colombo, allo scopo di preparare un brodo e una pietanza speciali per le puerpere: piccolo segno di festa in ogni grande evento, quale, al paesello, era considerato l’avvento di una nuova nascita.

I ragazzini della metà del ventesimo secolo, fra i quali il sottoscritto, avvertivano sin  da lontano il vociare dei pennuti del palummaru , risuonante a guisa di un coro, una successione di uhù, uhù, uhù…, che, nel sentire e nella suggestione di quelle individualità infantili e ingenue, s’interpretava come Gesù, Gesù, Gesù…, la qual cosa incuteva sprazzi di timore, se  non di vera paura.

Oggi, purtroppo, degli antichi, familiari e domestici colombi, non residua alcuna traccia, sulla cinta di copertura e nelle cellette del palummaru s’aggirano sparuti esemplari di piccioni che, già osservandoli a distanza, danno l’idea d’essere come spaesati, imbastarditi, identici, o quasi, a quelli presenti in abbondanza fra i condomini e negli spazi delle città, che, però, non rendono più alcun contributo utile alle mense, anzi nessuno s’azzarderebbe a mangiare la loro carne, al contrario creano problemi, giacché, con i loro escrementi, imbrattano, su scala diffusissima, edifici, monumenti, chiese, balconi, cortili, inferriate, al punto da far sorgere una linea di produzione, un mercato di aggeggi, marchingegni dissuasori e ritrovati vari anti colombi.

Adesso, com’è noto, si vive in un contesto, una sorta di cornice di globalizzazione di portata planetaria e, invero, non si fa che parlarne e sottolineare a ogni piè sospinto tale realtà che avrebbe rivoluzionato tanti aspetti, lo stesso metro esistenziale e d’abitudini.

Tuttavia, il concetto di coinvolgimento collettivo e d’interazione allargata non è un’autentica novità, si manifestava nei fatti e nelle azioni concreti, pure nel secolo e nei decenni trascorsi.

Ad esempio, le comunità di Marittima, Diso, Castro e Andrano, sebbene separate da qualche chilometro di distanza e collegate da arterie strette, sconnesse e martoriate dai solchi dei traini, erano ambiti di scambi e d’incroci di frequentazioni, scenario reale e antesignano di piccole globalizzazioni interpaesane, in seno agli abitanti ci si conosceva in  molti. E ciò era, già di per sé, bello.

ph Rocco Boccadamo

Si snodavano minuscoli cortei umani, sullo stimolo di devozioni religiose, ma, parimenti, alla ricerca di divertimenti, svaghi, incontri e così via, ogni domenica e, particolarmente, in occasione delle feste patronali.

Il giorno d’oggi, sembra un paradosso eppure, nonostante la disponibilità e la diffusione in termini massicci, di mezzi di comunicazione e di contatto, raramente sono vissuti e alimentati effettivi e personali tratti di frequentazione e reciproca consuetudine al di fuori dai confini comunali o della singola, propria località e comunità.

Eccezione, in confronto al quadro della realtà così radicalmente evolutasi e mutata, ad Andrano, permane verde un “pezzo d’antico”, un riferimento desueto, nella persona di un  artigiano, meglio dire un calzolaio, Maestro D., classe 1930. Egli incarna, oltre che l’operatore tradizionale al desco da ciabattino, il gestore di un’utile bottega, anche l’animatore e la voce di un minuscolo ma attivo salotto vecchia maniera.

E’ originario di Diso, Maestro D., dove ha esercitato il solito mestiere in collaborazione con il padre sino alla prima giovinezza, servendo una vasta clientela sia a Diso, sia e soprattutto nella più popolosa frazione di Marittima, intessendo intense conoscenze  in special modo con le famiglie di ceto medio elevato, le quali, chiaramente, meglio potevano permettersi d’ordinare calzature di pelle e cuoio di manifattura spiccatamente artigianale.

Sposatosi, si trasferì in Andrano.

Adesso, Maestro D., di scarpe nuove ne confeziona poche, mentre è impegnato da una buona domanda d’interventi di riparazione su calzature moderne, non necessariamente di cuoio e pelle, ma pure di para, plastica e stoffa: il ciabattino sopravvissuto è in grado di porre rimedio un po’ a tutti i leggeri e gravi deterioramenti.

Da quando ho fatto ritorno nel Salento, anch’io sono divenuto cliente di Maestro D., in proprio e ancor più per conto di mia figlia, la quale vive e lavora all’estero, ma, in occasione dei saltuari weekend e/o vacanze da queste parti, non manca mai di portarsi appresso qualche paio di scarpe per l’amico artigiano.

Interessante si rivela che, a ogni accesso alla bottega di Maestro D., si ha agio di recepire un fatto, o ricordo o racconto inedito. L’altro giorno, al mio accenno che per raggiungere Andrano in  motorino ero passato davanti alla “Arciana” e al “palummaro” , il calzolaio ha prontamente fatto notare che quel fondo, in anni lontani, è stato per lui un abituale territorio di caccia.

Già, perché lo sport venatorio ha rappresentato da sempre la sua principale passione.

Difatti, fece domanda per il rilascio del porto d’armi a 18 anni, all’epoca ancora minorenne e, perciò, con la necessità dell’assenso paterno; dovette versare una tassa di concessione governativa di 1300 lire e acquistare marche da bollo per altre 850 lire. L’agognato porto d’armi giunse in prossimità del Natale 1948 e Maestro D., ansioso di toccar con mano il tanto sognato permesso, si spinse addirittura a fare  pressioni sul  Sindaco, in modo che la pratica fosse perfezionata a stretto giro. Osservazione di quel primo cittadino: “Maestro D., ma proprio in questi giorni di Natale è atteso l’arrivo di tanti…piccioni?”, laddove non mancava una chiara, maliziosa allusione a bersagli tutt’altro che volatili.

Maestro D. acquisto il suo primo fucile, usato, per 17.000 lire, dopo di che, per la messa a punto e previa prudenziale richiesta e ottenimento di un preventivo di spesa nell’ordine di ulteriori 14.000 lire, gli tocco d’inviare l’arma ad una famosa casa di produzione del bresciano. Per maggiore garanzia, Maestro D. preferì rivolgersi al più lontano e costoso indirizzo e  non far capo ad un artigiano d’Andrano, tale “Rondone” di soprannome, un autentico genio, il quale costruiva e affilava falci per lavori agricoli, ma sapeva anche costruire, riparare fucili, avancariche eccetera. Prova ne è che, emigrato a distanza di tempo in Lombardia, si occupò in una grande azienda del settore, svolgendo il compito d’istruttore dei giovani operai.

Ritornando al tema delle sue conoscenze e dei rapporti dei tempi passati, Maestro D. mi ha chiesto notizie sugli eredi di una determinata famiglia del mio paesello, non  senza regalarmi la chicca della notizia che, nel momento della dipartita, intorno al 1950, del capo della medesima famiglia, gli fu ordinato e, insieme con il padre, dovette confezionare lavorando anche la notte, un paio di scarpe in capretto: un cult, frutto della volontà e della speranza  dei congiunti, di poter così rendere comodi e leggeri i passi del viaggio del loro caro, con traguardo l’aldilà.

Castro val sempre una gita

 

di Rocco Boccadamo

Sorridente e promettente mattino di fine ottobre.

BJ110BS, Golf color argento metallizzato ormai ultra decenne, copre, al solito, d’un fiato i quarantotto chilometri di nastro d’asfalto che separano la capitale del Barocco dalla specialissima e amata località marina, eletta a luogo dell’anima, di Castro.

Il giro a sinistra della chiavetta sul cruscotto arresta il rombo del turbo, come sempre, all’altezza di un posteggio della Piazzetta, a pochi passi dal portone della “Cooperativa Adriatica”, ovvero la pescheria storica e per antonomasia della Perla del Salento.

La “fama”, meritata non a caso, nasce dal fatto che, in detto esercizio di vendita al dettaglio, le specialità ittiche, dalle varietà più ricercate e pregiate sino alle gustose e salutari specie di pesce azzurro, approdano qui con appena un salto – dice proprio il vero, l’attuale gestore Donato – direttamente dal porticciolo: non è raro, infatti, scorgere, nelle cassette allineate sul bancone, scorfani, lucerne, “parasaule” e anche saraghi ancora vivi e guizzanti.

V’è, non solo in loco, un diffuso attaccamento alla cooperativa di che trattasi, a partire dalla sua costituzione, legame particolarmente sentito anche per via del ricordo della tragica scomparsa, intorno al 1950, del Presidente fondatore Luigi R, sorpreso da una violenta mareggiata mentre era intento a pescare nei pressi della Grotta Zinzulusa.

Quella odierna, sembra una giornata speciale per la Cooperativa, alcuni soci aderenti stanno scaricando consistenti quantitativi di pescato, si registra un susseguirsi di veloci passaggi fra selezione di cassette, pesatura, conteggi, rilascio di ricevute.

Gli stessi avventori presenti si mostrano presi dagli abbondanti arrivi, assistono di buon grado allo spettacolo, rinunciando, per una volta, alla frenesia e alla fretta di scegliere ed essere serviti subito per i propri singoli acquisti.

L’eccezionale “raccolto”, purtroppo non quotidiano, degli operatori del mare castrensi, si pone in concomitanza di una distesa d’acqua, poco distante laggiù, che è proprio il caso di definire d’incanto.

Per soppalco, un cielo azzurro senza ombra di nubi, strato calmo, tratteggiato da linee orizzontali a dividere zone di bianco perlaceo da altre di colore intenso blu, carezze scintillanti per opera dei raggi solari, aria cristallina e leggera, orizzonte nitido, temperatura dolce e tendente a lievitare lentamente verso l’alto con il progressivo innalzarsi del mattino.

Davvero un immenso schermo in cinemascope intessuto di meraviglie, gioie, bozzetti incantevoli della natura.

E, parallelamente, sembrano sorridere, intorno, le macchie di verde, le case, le antiche mura e le torri del Borgo.

Intanto, poco al largo, molti i gusci di piccole imbarcazioni, cullati lievemente, con pescatori di mestiere e diportisti alle prese con lenze, “conzi”, traine e reti.

Non c’è che dire, per l’affezionato visitatore in Golf, un appagamento fuori stagione che penetra fin dentro, imprimendo un dolce e piacevole stacco e stordimento nel menage della giornata.

La qual cosa accentua, rende unico e imperdibile il gusto della scelta e dell’acquisto, sul bancone della Cooperativa, di un bell’esemplare di “palamita” e, ancor maggiormente, dopo un buon caffè,  la sosta al sole con la rada di fronte e, nella mente, un’ideale nassa di pensieri, immagini e ricordi, di quelli che fanno bene.

Castro, perle très pure du Salento

 

Castro, mon grand amour: perle très pure du Salento, entre lumineux feux d’histoire et rayonnements de modernité

de Rocco Boccadamo

On a pas l’impression de rêver, on perçoit la réelle sensation que la divine Pallas Athéna pour les Grecs ou déesse Minerve pour les Romains – dont le nom constitue partie intégrante du surnom original du petit bourg que je m’apprête a nommer justement Castrum Minervae – peut-être à cause d’une forte déception, elle aurait distillé aux alentours une petite pluie de larmes ; larmes qui, arrosant et pénétrant le terrain, se seraient transformées en humus particulier qui, à son tour, serait à l’origine d’une vaste gamme, ou mieux d’un concentré, de beautés naturelles extraordinaires et admirables qu’on note diffusées dans cette souriante et amène contrée du Salento.
Un point presque invisible sur les cartes géographiques, qui cependant donne, en soit même, l’avantage de ressembler à l’ombilic de l’accouplement entre les dernières épaisseurs du vert de l’Adriatique et les plus animées nuances de bleu intense, de la mer Ionienne.

Comme par l’effet d’un miracle étrange, mais il ne s’agit pas d’un miracle, Castro est une «vieille» ville sur les traces de son antique et glorieuse histoire, bourrée aussi d’épisodes de saccages et destructions à l’oeuvre de hordes de pirates et de garnisons conquérantes qui jetaient l’ancre depuis  les rives très proches du Canal d’Otrante. Castro se présente, en même temps, joyeusement jeune, du moment qu’elle a réussi à garder, de nos jours encore, une grande envie de vivre et de croissance: ici, on doit le souligner, le problème de la baisse de la natalité n’existe pas, si non dans des termes modestes, de sorte que les jeunes, les adolescents et les enfants sembles nombreux, du moins en rapport du nombre de personnes âgées.
Castro la minuscule, cependant centre important dans l’histoire de la chrétienté. Beaucoup, peut-être, ne savent pas, que pour plusieurs siècles

C’era la luna sul mare di Castro

di Gianni Ferraris

C’era la luna sul mare di Castro. Ed era il primo giorno d’estate. La notte scendeva lentamente, si portava appresso stupore e voglia di lasciarsi andare. Quasi come se tutto fosse stato detto e ascoltato.  Poi di nuovo i ricordi che si inseguivano. Abbiamo mangiato acciughe e bevuto birra in riva al mare. “Li portate via o li mangiate qui vicino al mare?” ci chiedeva la signora che stava friggendo. “Qui, vicino al mare, è meglio”. Di fronte a quello spettacolo che le parole non riescono a dire, che commuove per la sua prepotente imponenza e maestosa bellezza era bello ascoltare le onde e la luna. Ma si sa,  spesso si vive ieri.  Oggi è talmente strano da sembrare incomprensibile.

“Devo andare ad Alessano domattina, mi accompagni? Poi ci fermiamo a Castro”. Mi aveva detto l’amica con la quale stavo condividendo birra e acciughe. Così ci sono andato, mentre lei era presa dai suoi impegni, io sono salito sull’auto e me ne sono andato in giro. Erano le otto e trenta circa quando entravo nel cimitero di quel paese. Non sono un frequentatore di cimiteri. Di solito li evito,  perchè  ritengo che i ricordi siano nel cuore e nella testa. Parlo con un tramonto, con la luna magari. Non mi riesce farlo di fronte ad una lapide con una fotografia che ha fermato un attimo, un momento. Non necessariamente dei migliori. Magari vedo quella posa in giacca a cravatta: “proprio lui che detestava le cravatte…”.  Ma era la foto buona, quella per le grandi occasioni.    E’ come il vestito della domenica di quando ero piccolo. Era magari bello, l’avevo scelto con cura, però non lo indossavo che in poche occasioni. Che perdita di tempo. Forse per questo il mio guardaroba è ridotto al minimo. Solo cose che mi piacciono. O con le quali mi sento a mio agio. Finchè le logoro.  Però ad Alessano mi sono sentito in dovere di entrarci, nel cimitero. C’è una specie di piccolo anfiteatro rotondo. Con gradoni dove ti puoi sedere. Al centro, in un’aiola, rotonda anch’essa, con erba tagliata e curata, c’è la grande lapide di Don Tonino Bello. Mi sono seduto su quei gradini. Non ho pregato perchè non lo so fare. Neppure so, e non compete a me sapere, se è giusto santificare una persona. Ritengo però sia indispensabile ricordarne la figura in ogni momento. Perchè la vera santificazione è questa. Ricordare. Sopratutto in questi tempi. Dove per troppe persone la vita è una scommessa. No, veramente non so se la santificazione lo renderà più santo di quanto già non sia. Ero solo in quel cimitero, a quell’ora. Unica presenza, lo zampillo dell’acqua che rendeva più verde l’erba intorno alla lapide. Ripensavo al grembiule e alla stola  uscendo. Camminavo leggero per non disturbare. Di nuovo l’auto,  sono andato fino al Ciolo. Così, per ricordarmi la bellezza. Per farmi rapire. Così, giusto per sapere di essere vivo. Poi, la sera, quella luna che abbiamo visto sorgere, alzarsi piano piano, e illuminarsi sempre più mentre dall’altra parte il sole calava. Le luci là in fondo erano l’estremo lembo d’Italia. Il giorno prima ero in piazza Sant’Oronzo a Lecce. Mi ferma un signore, era in compagnia della moglie e del figlioletto di pochi mesi. Mi ha chiesto dove fosse il duomo. Pantaloni corti come si conviene ai turisti. Accento veneto. “Lei è veneto vero?” “Si sente eh? Anche lei non è di qui”. Poi abbiamo parlato un pò mentre gli spiegavo il duomo e la strada per arrivarci. “Come mai lei vive qui?” mi chiede. “Vede la luce? Ecco, forse è per quella” Non so se ha capito. Ma come è possibile spiegare un profumo? O un lampo di luce? O quella luna? Come si può parlare delle pagghiare e della via del sale senza sentire le voci dei contrabbandieri di sale? Come è possibile dire il perchè, io che non so muovere due passi di qualunque ballo, rimango affascinato dalla taranta? E dalla pizzica?  “E’ stato a Nardò?” “Si, bella cittadina”. Però nulla sapeva della repubblica neritina, neppure della fame dei contadini. Nulla dei murales ebrei. Conosceva le chiese e qualche dipinto, le apprezzava anche. Ma accidenti. L’anima mancava. Guernica non è solo un quadro. E’ un pezzo di storia narrato incredibilmente da Picasso con tratti decisi, con sofferenza. Munch e quell’urlo che è un quadro magari non bello in senso assoluto, ma con un pathos, una forza evocativa, una violenza inaudite.

Accidenti alla luna e al mare. Accidenti al silenzio di Castro.

Simone de Beauvoir diceva in non ricordo quale libro, che quando arrivava in una città sconosciuta la visitava di giorno, ma non poteva non passeggiarci tutta la notte. Per coglierne l’anima, i silenzi. Per vederne il passato. Perchè la notte i muri parlano, parlano le chiese e i monumenti. La notte accompagna e avvolge le storie lette o ascoltate. Mi mancava Chopin davanti a quel mare. Sarebbe stato perfetto. Contaminare Chopin con acciughe, birra, la luna, il suo riflesso nel mare  può sembrare blasfemo. Penso lo avrebbe apprezzato però.

Terminare così una giornata iniziata davanti ad una lapide, in fondo, è la vita che per ora procede con lentezza, con fatica. Con il pensiero fisso che torna: “E se tutto fosse stato già detto veramente?” –

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