Le fortezze dell’isola di Sant’Andrea nel porto di Brindisi

Banner_Castello

Maggio, 2, Lunedì. Inizio ore 17.30. Accoglienza ore 17.15.

 XLV Colloquio di studi e ricerca storica

Ruolo e funzione di forte a mare e del

castello alfonsino nel porto di Brindisi

Presentazione del volume Le fortezze dell’isola di Sant’Andrea nel porto di Brindisi, a cura di Giuseppe Marella e Giacomo Carito, Brindisi: Pubblidea Edizioni, 2014

Brindisi. Palazzo Granafei-Nervegna (g.c.)

 

“Non vi è un fanciullo, non un uomo forse, che non abbia in fondo sognato di essere un Robinson, e, se non di vivere solitario in un’isola deserta, almeno di rifare lui stesso, ripartendo dalla fonte, i propri alimenti e i propri abiti”.

Maxence Van der Meersch, Perché non sanno quello che fanno, 1933

 

Un’isola proteggeva i due imbocchi, l’uno delle Pedagne, l’altro di Bocche di Puglia, per i quali si accedeva alla grande rada portuale di Brindisi; interessata secondo le fonti latine da un precoce popolamento, nella prima età normanna avrebbe ospitato un monastero maschile benedettino sotto il titolo di Sant’Andrea.

Nel tardo XV secolo, concretizzatasi la minaccia turca con la presa di Otranto, si volle la costruzione di un castello che poi sarebbe stato denominato rosso o alfonsino. Nel XVI secolo al castello si aggiunse il forte; fu opera costosissima e ideata per ottenere effetto dissuasivo su chiunque avesse pensato di forza l’ingresso nel porto adriatico.

Di fatto solo i veneziani tentarono, inutilmente, tale impresa; vi rinunciò invece la flotta ottomana che pure poteva far riferimento alla munita base di Valona. Quando ci si riferisce a un “castello”, in genere si evoca un universo popolato di dame e cavalieri, assedi e duelli, antiche guerre e amori appassionati. Nelle pietre dei castelli sono incisi secoli di storia e in questo le fortezze di Sant’Andrea certamente non differiscono; immerse nella quiete di un’isola da tempo abbandonata, offrono ai loro visitatori l’immagine di avamposti su un mare allora vissuto come fossato tra due mondi. Mantennero la loro funzione durante le due guerre mondiali nel corso delle quali fu ampliato il sistema difensivo con la costruzione di due grandi batterie costiere: la Pisacane e la Sant’Andrea.

Oggi tutto riposa nella quiete dell’abbandono e le antiche stanze sono dimora solo di spettri del passato.

 

Organizzazione

Società di Storia Patria per la Puglia –Sezione di Brindisi

The International Propeller Club Port of Brindisi

 

Patrocinio

Comune di Brindisi

 

Interventi

Damiano Mevoli

Università del Salento

 

Conclusioni

Giacomo Carito

Vicepresidente della Società di Storia Patria per la Puglia

 

Coordina e introduce i lavori

Donato Caiulo

Presidente del The International Propeller Club Port of Brindisi

Spese amministrative d’altri tempi (XVI secolo) in Terra d’Otranto, privilegi della casta inclusi (2/5)

di Armando Polito

1° volume, f. 117r

b

f. 117v

f. 118r

f. 118v

f. 119r

f. 121v

f. 122r

La prossima puntata riguarderà le saline e i fondachi del sale.

(CONTINUA)

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/09/07/spese-amministrative-daltri-tempi-seconda-meta-del-xvi-secolo-in-terra-dotranto-privilegi-della-casta-inclusi-15/

P. S.

Sono grato al sig. Luciano Antonazzo per avermi suggerito in data 18 febbraio 2016 lo scioglimento dell’abbreviazione di cui alla nota b al foglio 118r in “proxime paxati” (passati da poco). La cosa per me è abbastanza vergognosa perché si tratta di uno scioglimento che potremmo definire “da manuale”. E, se anche”quandoque bonus dormitat Homerus, io non sono nì “bonus” nè, tantomeno, “Homerus” …

Spese amministrative d’altri tempi (seconda metà del XVI secolo) in Terra d’Otranto, privilegi della casta inclusi (1/5)

di Armando Polito

Finché nella tanto sbandierata riforma della Costituzione non verrà affiancato ai vari tipi di referendum (tra i quali, quello abrogativo, più volte ignobilmente e truffaldinamente disatteso) quello propositivo, non usciremo mai dalla famigerata palude dalla quale il governo di turno puntualmente promette a parole  di liberarci, ma le cui sabbie mobili alimenta quotidianamente con alcuni suoi provvedimenti che puntualmente soffocano le residue speranze nutrite dai pochi onesti rimasti. Se è da ingenui illudersi che la casta emani leggi che rappresenterebbero il classico colpo della zappa sui piedi, comincia a diventare altrettanto illusorio credere che una opposizione, per quanto agguerrita e non sfiorata da avvisi di garanzia e simili, possa riuscire a far passare leggi che eliminino privilegi assurdi (in un regime democratico lo sarebbero anche se essi fossero riservati a persone degnissime …) che gridano vendetta agli occhi di chi non può nemmeno salvaguardare il bene primario, cioè la salute, più importante della vita dignitosa, il cui contenuto può essere oggetto di interpretazioni soggettive.

Corruzione, intrallazzi, prevaricazioni, morale cangiante a seconda dei soggetti hanno da sempre accompagnato la storia dell’umanità e, dunque, anche la vita politica e, in generale, il potere, laico e religioso. Oggi corruzione, intrallazzi, prevaricazione e morale cangiante sono le colonne portanti del potere, ribadisco laico e religioso, diventato a tutti i livelli, la forma peggiore di cancro che potesse colpire la società, con una proliferazione spaventosa di metastasi ormai incontrollabili, anche se gli organi inquirenti e la Magistratura fossero di colpo posti in condizione di esercitare le loro funzioni.

Poco meno di cinque secoli fa ne Il Principe il Machiavelli teorizzava con cinico realismo che il detentore del potere  potesse, anzi dovesse, essere spietato ed anche autore, se fosse stato necessario, di atti moralmente riprovevoli, purché essi avessero come fine il bene collettivo.

Nulla è cambiato, se non il bene collettivo, sostituito ignobilmente dall’interesse privato e/o dei propri clienti.

Sottopongo oggi all’attenzione del lettore alcuni passi di un documento manoscritto inedito,  che può essere considerato un bilancio consuntivo del Regno di Napoli per l’anno 1571, redatto, com’è dichiarato nella parte iniziale, su ordine del re dalla Regia Camera della Sommaria in Napoli il 25 di un mese non riportato  dell’anno appena ricordato.

[Neapoli, In Regia Camera Summariae die XXII mensis 1571 (Napoli, nella regia Camera della Sommaria nel giorno 22 del mese 1571)].

Molto probabilmente chi scriveva si riprometteva di aggiungere in seguito il nome del mese. Questo fa supporre che la scrittura sia posteriore di qualche decennio al 1571, che anzi sia posteriore, e di molto, quella che si può definire tranquillamente una compilazione fatta, peraltro, da mani diverse. Tutto ciò nulla toglie al valore del documento, la cui messe di dati è veramente tanto meticolosamente completa da risultare, credo, preziosa per lo storico che voglia focalizzare la sua attenzione su quella data.

La compilazione reca il titolo  Levamento e bilanzo particolare delle intrate ordinarie et extraordinarie del regio patrimonio del Regno de Napoli. Custodito nella Biblioteca Nazionale di Spagna col n. 10292, è integralmente consultabile (in due volumi, rispettivamente ff. 1r-153r e ff. 154r-249r) al link http://bdh-rd.bne.es/viewer.vm?id=0000042579&page=1.

Non potendo, almeno per ora …, trascriverlo integralmente, mi limito a riportare, come ho anticipato, alcuni brani, precisando ora che sono quelli riguardanti la Terra D’Otranto. La trascrizione è volutamente fedele all’originale, il che spiega, solo per fare un esempio, un Citta per città o un otranto per Otranto. Questa prima parte riguarda le spese relative ai castelli.

1° volume, f. 72r

1° volume, f. 72v

1° volume, f. 73r

1° volume, f. 73v

1° volume, f. 74r

1° volume, f. 74v

Dopo aver ricordato che non molto tempo fa ho riportato le parti relative a castelli e torri di una relazione inedita del 1611 (http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/05/11/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-taranto-16/), utile per un esame diacronico, mi congedo dando appuntamento alla prossima puntata, che riguarderà le dogane.

(CONTINUA)

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/09/08/spese-amministrative-daltri-tempi-xvi-secolo-in-terra-dotranto-privilegi-della-casta-inclusi-25/

 

I castelli di Terra d’Otranto tra il 1584 e il 1610 in una relazione manoscritta del 1611: TORRE DI SAN CATALDO (5/6)

di Armando Polito

25r

 

 

 

 

In Mariangela Sammarco, Silvia Marchi e Stefano Margiotta, Tra terra e mare: ricerche lungo la costa di S. Cataldo (Lecce)1,  in Rivista di topografia antica diretta da Giovanni Uggeri, XXII, Congedo, 2012, nella nota 61 di p. 128 si legge: Risulta erronea la notizia, perdurata a lungo negli scritti sul porto antico [di S. Cataldo], di un intervento edilizio promosso dalla regina angioina Maria d’Enghien per la realizzazione di una “ingentem molem longis iunctam lapidibus miro opere” che avrebbe inglobato la struttura romana. Nella documentazione d’archivio a noi nota non compare alcuna menzione della costruzione di un nuovo molo né esistono riferimenti relativi ad una possibile sistemazione di quello preesistente, operazione che avrebbe comportato una ingente spesa di denaro di cui sarebbe sicuramente rimasta traccia nei registri angioini. L’impresa di Maria d’Enghien non deve dunque aver riguardato la costruzione di un molo bensì il restauro del “castello guarnito di monitioni”, con cui si indicava la torre costiera preesistente distrutta da una mina inglese agli inizi del XIX secolo.

 

Credo che gli autori avrebbero fatto bene a citare la fonte da cui hanno tratto la notizia sulla distruzione della torre ad opera di una mina inglese. Non avendo avuto il tempo per fare un’indagine in tal senso sono costretto a credere sulla fiducia. Per quanto riguarda, invece, l’intervento edilizio di Maria d’Enghien mi piace (non per capriccio ma perché lo ritengo indispensabile) riportare il passo del Galateo che costituisce il contesto della citazione in latino presente nell’estratto.

Dal De situ Yapygiae, Perna, Basilea, 1553, X, 12-13: Inde exeuntibus ad X milia passuum occurrit castellum quod a divo Cataldo, antiquissimo Tarentinorum archiepiscopo, nomen accepit, eo quod  ille ex oriente proficiscens, haec  primum loca attigit, ubi et pusillum templum illi dicatum extat. Hoc quoque castellum Gualterius condidit pro emporio Lupiensium urbi propinquiori, ubi Maria eiusdem haeres ingentem molem longis iunctam lapidibus miro opere construxit. Nunc incuria principum et Lupiensium rebus, post mortem Ioannis Antonii principis et ob continua bella, defectis atque afflictis, pene exaggerata est.

TraduzioneChi procede da lì[da Roca Vecchia] per 10 miglia s’imbatte nel castello che prese il nome da san Cataldo, antichissimo arcivescovo dei Tarantini, per il fatto che egli provenendo dall’oriente toccò dapprima questi luoghi, dove c’è anche un piccolissimo tempio a lui dedicato. Gualtiero fondò anche questo castello per emporio dei Leccesi più vicino alla città, dove Maria sua erede fece costruire con arte meravigliosa un grande molo messo insieme dall’unione di lunghe pietre. Ora per l’incuria dei principi e per la situazione dei Leccesi, deteriorata e duramente provata dopo la morte del principe Giovanni Antonio e per le continue guerre, è quasi in rovina.

Quando si ha a che fare con un umanista del calibro del Galateo bisogna fare attenzione alle parole che usiamo ma soprattutto a quelle da lui usate, anche se come etimologo qualche volta suscita perplessità2.

Il verbo usato per castellum è condidit, per moles è construxit. Da un punto di vista etimologico il primo (da cum+dare) esprime l’atto primario della fondazione (da qui l’importanza dell’eroe-eponimo), il secondo (da cum+struere) privilegia l’esecuzione in sé, il mettere un pezzo su un altro. Detta così la cosa sembrerebbe una distinzione forse troppo sottile. Ma le parole, anche quelle che a prima vista possono apparire come sinonimi, acquistano un’identità più precisa, che spesso dirada le nebbie dell’equivoco sempre in agguato in indagini di questo tipo, grazie al contesto. Così moles in latino può significare massa, edificio gigantesco, molo, diga, sforzo, difficoltà, pericolo. Escludendo il primo significato e gli ultimi tre dall’evidente valore traslato, mi rimangono edificio gigantesco, molo, diga. Credo che con nessuno di essi possa accordarsi un semplice restauro di un castellum (fortino), quale sarebbe stato quello operato da Maria secondo gli autori del testo citato all’inizio. M c’è di più. Il concetto di moles che già di per sé, come abbiamo visto, è legato a qualcosa fuori dall’ordinario, qui è ribadito, ove ce ne fosse stato bisogno, dall’attributo ingens (smisurato): segue il particolare descrittivo di longis iunctam lapidibus e una lapis longa (pietra lunga) mi pare più ragionevolmente identificabile con i blocchi regolari di un molo più che con un concio o, meno ancora, con le pietre, per quanto lunghe e piatte, che sarebbero state usate anche in seguito nella costruzione delle torri costiere. Miro opere (con arte meravigliosa), poi, mi pare esagerato per un semplice lavoro di restauro. Tornando, infine, a construxit il verbo potrebbe, dunque, ricordare un ampliamento e probabile contemporaneo restauro, dell’antico porto romano.

Per tornare, infine, alla nostra torre mi pare opportuno soffermarmi su alcuni dati cartografici.

Iacopo Castaldo, Apuliae, quae olim Iapygia, nova chorographia (1595)3:

Johannes Janssonius Itala, nam tellus Graecia maior4 (1640 circa):

 

Invito il lettore a soffermare la sua attenzione sulla rappresentazione del Lupiarum navale (base navale di Lecce).

Henricus Hondius, Terra di Otranto olim Salentina & Iapigia5 (1650 circa):

Antonio Bulifon, Terra d’Otranto6, in Carte de’ regni di Napoli e di Sicilia, loro provincie ed isole adiacenti, s. n. s. l. s. d. (ma sicuramente da collocare nel primo decennio del XVIII secolo).

6

 

Chiara la sua derivazione dalla carta dell’Hondius. Le torri qui sono indicate con lo stesso simbolo riservato alle città. Da notare pure  T. Specchio di Rugiero contro il T. Specchia di Rugiero dell’Hondius.

Carta geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli disegnata da Antonio Rizzi Zannoni e fatta incidere per ordine del Rè delle Due Sicilie a Parigi nel 17697:

Da notare i due gruppi di tre quadrati (simbolo in comune con le altre torri) a presidiare i lati opposti del porto che ha la stessa conformazione già vista nella carta di Janssonius.

Lo stesso Rizzi Zannoni procederà poi alla revisione della carta del 1769 nell’Atlante geografico del Regno di Napoli in 32 fogli, completato nel 18128. Dal foglio 31 è tratto il dato che segue:

Qui la rappresentazione della fortificazione ha perso completamente il catattere strano che mostrava nella mappa precedente. Molto importante, mi pare, comunque, che essa dimostra la sua esistenza a tale data e la dicitura Castello di San Cataldo spiega eloquentemente l’es algo mas grande de las demas (è un po’ più grande delle altre [torri] e il no siendo mas que torre (non essendo più che torre) del documento.

 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/05/11/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-taranto-16/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/05/18/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-gallipoli-26/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/05/30/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-otranto-36/

Per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/06/05/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-lecce-46/

Per la sesta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/06/25/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-brindisi-66/

_____________

1 http://www.academia.edu/6576080/Tra_terra_e_mare_ricerche_lungo_la_costa_di_San_Cataldo_Lecce_._Con_un_Appendice_litostratigrafica_di_S._Margiotta

2 Per esempio: Solum pingue et frugum omnium ferax, unde fortasse Lupiae, ab eo quod est LIPARON, id est pinguae, dictae sunt (Il suolo è grasso e ferace di ogni frutto, da cui forse si chiamò Lupiae [Lecce], per il fatto che è LIPARON [in greco significa  grasso], cioè pingue). Meno male che il fortasse (forse) tradisce i dubbi derivanti dalle difficoltà di natura fonetica che tale proposta etimologica comporta.

3 Visibile in alta definizione in http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b530428848/f1.zoom.r=APULIA.langEN

4 Visibile in alta definizione in http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b84464435/f1.zoom.r=janssonius.langEN

5 Visibile in alta definizione in http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8490349t.r=hondius.langEN

6 Visibile in alta definizione in http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b530425649.r=terre+d%27otrante.langEN

7 Visibile in alta definizione in http://www.mapsandimages.it/eMaps/autore.htm?idAut=470 (è la terza).

8 Visibile in alta definizione in http://www.davidrumsey.com/luna/servlet/detail/RUMSEY~8~1~246514~5515020

 

I castelli di Terra d’Otranto tra il 1584 e il 1610 in una relazione manoscritta del 1611: LECCE (4/6)

di Armando Polito

23r e v; del verso riproduco solo la parte scritta.

 

Chiudo anche questa parte con una tavola tratta dal Regno di Napoli in prospettiva del Pacichelli.

 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/05/11/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-taranto-16/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/05/18/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-gallipoli-26/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/05/30/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-otranto-36/

Per la quinta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/06/16/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-torre-di-san-cataldo-56/

Per la sesta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/06/25/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-brindisi-66/

 

­­­­­­­­­­­­­­­_____________

1 La canna napoletana dell’epoca corrisponde a m. 2,1163952.

2 Organo che amministrava la giustizia.

3 Nell’originale Ossuna, come già visto per assì e per sessenta. Duca di Osuna è un titolo nobiliare al quale veniva conferito il Gradato di Spagna, cioè la massima dignità nobiliare. Il Duca qui ricordato è il terzo, cioè Pedro Téllez-Girón y Velasco Guzmán y Tovar (1574-1616) che fu vicerè di Sicilia dal 1611 fino alla morte e si distinse per la sua lotta contro la delinquenza e la corruzione. Tuttavia, a dimostrazione del foscoliano concetto del potere di eternare che ha la poesia, la sua fama è legata all’amicizia col grande  Francisco de Quevedo che gli dedicò la poesia Memoria inmortal de D. Pedro Girón, Duque de Osuna.

4 Vedi la nota 2 della prima parte.

5 Vedi la 3 della prima parte.

6 Vedi la nota 4 della prima parte.

 

I castelli di Terra d’Otranto tra il 1584 e il 1610 in una relazione manoscritta del 1611: OTRANTO (3/6)

di Armando Polito

21 r

1 Velona nell’originale.

2 Sessenta per sesenta nell’originale.

3 Assi per asì nell’originale.

4 Cuydado per cuidado nell’originale.

5 Vedi la nota 2 della prima parte.

6 Vedi la 3 della prima parte.

7 Vedi la nota 4 della prima parte.

Ho evidenziato con la circonferenza in rosso il nostro castello nella tavola che segue, tratta dal Regno di Napoli in prospettiva del Pacichelli.

 

per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/05/11/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-taranto-16/

per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/05/18/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-gallipoli-26/

per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/06/05/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-lecce-46/

Per la quinta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/06/16/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-torre-di-san-cataldo-56/

Per la sesta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/06/25/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-brindisi-66/

 

La visita nei sotterranei del castello Carlo V di Lecce

pianta del Castello Carlo v di lecce, da google www.castellolecce.unile.it

 

di Maria Grazia Presicce

 

Emozione pura stamane: ho visitato i sotterranei del Castello Carlo V a Lecce!

Sono rimasta davvero senza parole e, mentre scrivo, ho ancora negli occhi l’ incanto dei luoghi e nel cuore un fervore che ancora perdura.

Mi è parso d’iniziare un viaggio in un sogno dove non conosci sequenza, né il dipanar della trama.

Conoscevo il Castello, le meraviglie dei luoghi racchiusi, lo splendore delle sue sale ma…non conoscevo il suo “grembo”.

Già l’ingresso dal lungo “budello” scosceso mi catturava  e riempiva di stupore i miei occhi. Procedevo   pian piano e lasciavo che il mio sguardo accarezzasse la pietra ruvida delle pareti e quella volta plasmata di tufi che invitava all’ obliquo cammino.

inizi lavori della parte ancora spolta, ph maria grazia presicce

la discesa per i cavalli,  Sotterranei, Castello Carlo V, Lecce,ph maria grazia presicce

Giunta alla fine della discesa, vieni accolta ed avvolta da un’ intima nicchia oviforme (Silos) nella roccia scavata. La voglia di entrare e accovacciarmi nel mezzo, m’ha fatto tornare piccina piccina,  era come, rientrare bambina nel grembo materno. Sensazione sublime. Più lo guardavo quell’incavo, più m’attraeva e m’invitava a sostare.

Parte di Silos scavato nella roccia situato  di fronte alla discesa nei sotterranei del Castello Carlo V di Lecce, ph maria grazia presicce

Il Silos alla fine della discesa

 

 

Quanta magia m’attorniava in quello spazio ristretto e ritornavo al passato di quell’alveo ricolmo di semi, forziere di cibo per gli umani, o le bestie?

Mi riscuoto e m’avanzo e dal budello poi sbuco nel ventre segreto di questo Castello che sovrasta su Lecce. Lo sguardo s’espande, si smarrisce su una volta che è cielo soltanto di candida pietra. Sorpresa mi blocco, un pugno nello stomaco avverto, rimango sconcertata, poi estasiata, non m’aspettavo uno spettacolo tale!

rampa di scala scavata nella roccia. sotterranei, ph maria grazia presicce Castello Carlo V di Lecce

Sulle alte pareti, la pietra ruvida e bianca si staglia a blocchi, roccia viva incisa da mani esperte, maestre di arte  e di vita. Levato lo sguardo, lo scenario si dilata su una volta uniforme a botte, cesellata da ritagli di pietra. Un mosaico armonico di canditi toni, intersecati da strisce d’avorio. Che capolavoro hanno saputo creare le mani industriose di tanta umile gente!

itinerario per la visita nei sotterranei del  Castello Carlo V di Lecce, ph maria grazia presicce

particolare arcate, Sotterranei Castello Carlo V di Lecce

Là un arco, di qua una campata, una feritoia nel muro s’insinua, un camino, una scala a gradoni intagliata nella roccia scoscesa, un pilastro poggiato su uno spuntone roccioso, una vasca, una cisterna e chissà quanto ancora è celato nella terra non ancora rimossa tra queste mura possenti. Sono frutto di idee, di maestria, di rigore, di lavoro solerte di mani e di menti queste opere d’arte racchiuse e segrete per tanto, nel florido ventre di questo Castello.

particolare di arcate nei sotterranei del castaello Carlo   V di lecce, ph maria grazia presicce

Tacita, ho continuato ad andare seguendo il percorso; il silenzio invade e consola, mi pareva di vedere intorno la vita di un tempo: lì un cavallo s’abbevera  vicino alla vasca, più in là un altro rumina, c’è quello di finimenti bardato  che mangia la biada nel sacco al collo legato, un altro lento  sgranocchia la biada nella sua mangiatoia. C’è gente che va, gente che viene tra la puzza di sterco, il tanfo di chiuso, di fumo, l’odore di biada. Di certo quaggiù, a quei tempi, la vita doveva essere più facile per le bestie , ché per gli umani  costretti a restare almeno per accudire e pulire; sicuramente,  per tanti, queste mura imponenti, però, saranno state anche giaciglio su cui riposare le membra dopo duro lavoro. Il resto, in questo Castello, è ancora mistero che solo il tempo aiuterà a svelare!

 

Gallipoli e il suo castello

gallipoli-vincenzo-gaballo
ph Vincenzo Gaballo

di Maurizio Nocera

Ci fu un tempo in cui il luogo che noi oggi chiamiamo Gallipoli, veniva ancora indicato col nome di Anxa, parola che può ritenersi di origine messapico-cretese. Con tale nome la indicò pure Plinio il Vecchio nella sua “Naturalis historia” [Storia della Natura], pubblicata nell’anno 77 della nostra era, dove scrisse: «… in ora vero Senonum Gallipolis, quae nunc est Anxa» [… inoltre sul litorale dei Sènoni Gallipoli, che ora è Anxa]. A sua volta, Pomponio Mela,  nella sua opera “De Situ Orbis” [Del luogo della Terra], scrisse: «Urbs Graia  Kallipolis» (Città Greca Gallipoli), dove “Kallipolis” sta per “Kalé Polis”, che in greco significa appunto Bella Città.

da Wikipedia, sotto la licenza Creative Commons

Ancora prima dei due scrittori latini, i padri della poesia e della storia
dell’antica Grecia, fra cui Esiodo (VIII sec. a. C.), Ecateo di Mileto (VI sec.
a. C.), ed Erotodo (V sec. a. C.), nelle loro opere scrivono anch’essi della
Iapigia-Messapia. Nelle sue “Storie”, Erodoto, a proposito dello sfortunato
viaggio del cretese Minosse il quale, una volta giunto in «Sicania» (Sicilia),
perì di morte violenta, narra di un conseguente viaggio di numerosi cretesi che  lasciarono la loro isola navigando alla volta della Sicilia per riprendersi la salma del loro re. Erodoto scrive: «Quando, durante la navigazione, si
trovarono presso la costa iapigia, una violenta tempesta li avrebbe sorpresi e sbattuti contro terra: sicché, essendosi spezzate le navi, e non vedendosi più alcuna via di ritornare a Creta, fondata in quel luogo la città di Iria, ivi
rimasero e divennero Iapigi-Messapi […] invece di Cretesi, e continentali da
isolani che erano. Da Iria, dicono, fondarono le altre colonie…» [cfr.
Erodoto, “Storie” (a cura di Luigi Annibaletto), Mondadori marzo 2007, I
Classici Collezione Greci e Latini, volume secondo, libro VII, 171, p.
1297].

Sulla Iapigia-Messapia, più particolari ci vengono forniti anche dall’altro
padre della storia greca antica, Tucidide (V sec. a. C.) il quale, nella sua
monumentale opera “La guerra del Peloponneso”, a proposito delle traversie marinare della flotta atenietese diretta a Siracusa, narra di un evento che è lecito interpretare come collegato al luogo Anxa-Gallipoli. Scrive Tucidide:
«Ma i Siracusani, in seguito allo scacco subito con i Siculi, si trattennero
dall’attaccare subito gli Ateniesi; intanto Demostene ed Eurimedonte, dato che le truppe raccolte da Corcira [Corfù] e dalla terraferma erano ormai pronte, attraversarono con tutto quanto l’esercito lo Ionio fino al capo Iapigio; partiti di lì presero quindi terra alle isole Cheradi, in Iapigia, dove
imbarcarono sulle navi dei tiratori iapigi, circa centocinquanta, appartenenti alla stirpe messapica, e rinnovarono con Arta – che aveva tra l’altro procurato loro i tiratori, in qualità di dinasta del luogo – un certo vecchio patto di amicizia, per poi ripartire verso Metaponto, in Italia» (cfr. Tucidide, “La guerra del Peloponneso”, a cura di Luciano Canfora, Mondadori, I Classici Collezione Greci e Latini, Mondadori, giugno 2007, volume secondo, libro VII, 33, p. 969).

Si conoscono le frontiere entro cui era circoscritta l’antica Iapigia-
Messapia, più o meno inscritte nel periplo della costa della punta del tacco d’
Italia, con il confine a Nord-Est, verso l’attuale Bari, non oltre Egnazia, e
il confine a Nord-Ovest, verso Taranto, non oltre Manduria. Le isole Cheradi di cui parla Tucidide non possono non stare che entro questi confini, tanto che al di sopra o al di là di essi, sarebbe stato impossibile al navarchi ateniesi Demostene e Eurimedonte imbarcare i centocinquanta tiratori di «stirpe
messapica», come sarebbe stato impossibile incontrare il dinasta Arta, capo dei curioni dei Messapi, in quel momento residente nella potente città di Alyzia [l’ attuale Alezio], situata nel più vicino entroterra all’approdo marittimo Anxa-Gallipoli. Da ciò è possibile dedurre che le isole Cheradi citate da Tucidide altro non possono essere che le isole dell’arcipelago gallipolino, formato dalla città-isola Anxa-Gallipoli, dall’isola di Sant’Andrea e dagli isolotti Campo e Piccioni; nel tempo antico, accanto a queste isole citate esistevano altri isolotti affioranti, successivamente risommersi dalle acque del mare.

Dopo queste importanti indicazioni il nome di Anxa come pure il nome di Kalè Polis scomparvero per secoli e l’isolotto-città, dopo la definitiva vittoria dei Romani sui Messapi e l’imposizione della nuova lingua latina nella Iapigia, cominciò a chiamarsi – e da allora continua ad essere così –  soltanto col nome di Gallipoli.

gallipoli-rivellino1

La pubblicazione in due versioni de “Il Libro Rosso di Gallipoli” [quella
curata da Amalia Ingrosso con prefazione di Benedetto Vetere (Galatina, Congedo 2004), e quella curata da Elio Pindinelli (Gallipoli 2003)], con documenti che risalgono fino al XIII-XIV secolo, ci dà l’idea di quanto fosse importante, nel tempo antico, l’isola-città-fortezza di Gallipoli, per cui sono veramente tante le citazioni del suo nome, e in particolare del suo Castello.

Dell’importanza del Castello nei secoli, se n’era reso conto lo studioso
Ettore Vernole, tanto che fu uno dei pochi a visionare e attingere fonti certe
dal “Libro Rosso di Gallipoli”; libro che sicuramente avrà visto anche l’
umanista Antonio De Ferraris, detto Galateo, il quale, il 12 dicembre 1513,
scrisse una stupenda lettera – “Callipolis descriptio” [Descrizione di
Callipoli] – a Pietro Summonte, suo sodale nell’Accademia Pontaniana di Napoli, dicendo che l’isola-città nella quale egli risiedeva in quel momento, aveva «tratto il nome dalla sua bellezza e non senza ragione. Fu città greca: ignoro donde Plinio abbia appreso che qui si fossero stanziati i Galli Sénoni. Questa città, invece, non si chiama Gallipoli, ma Callipolis come recano antichi codici» (cfr. Antonio De Ferraris Galateo, “Lettere”, nella traduzione e commento di Amleto Pallara, Conte editore, Lecce 1996, p. 97). E poco oltre il Galateo continua la sua epistola descrivendo l’ingresso della città: «Davanti al castello, che si erge sulla città, c’è un ponte che lascia congiungere i due tratti di mare, i quali rendono Callipoli non una penisola ma una vera e propria isola. Da quel punto la terra si riallarga a tondo, assumendo la forma di una padella. Il perimetro della città non è molto ampio; a occhio e croce non supera dieci stadi. Callipoli all’epoca in cui fu distrutta non era sufficientemente difesa né da mura né da macchine da guerra né da guarnigione.
Ora, invece, è validamente fortificata e dalla terraferma e dal mare offre di
sé una vista superba, fiera e bellissima per la quale io penso che la
chiamarono Callipoli gli antichi Greci» (op. cit., p. 98).

gallipoli_11

Oggi, guardando le antiche piante cartografiche (mi riferisco in particolare a
quelle pubblicate nel libro dello storico gallipolino Federico Natali,
Gallipoli nel Regno di Napoli. Dai Normanni all’Unità d’Italia” (Galatina,
Congedo 2007), inserto iconografico tra le pagine 256-257), alcune della quali  risalgono più o meno allo stesso periodo del Galateo, si vede come fosse Gallipoli nel ‘500-600. Le piante dell’isola-città prese in considerazione sono tratte da antichi dipinti conservati nelle chiese di Alezio e  Gallipoli, che qui cito:
1. Particolare della tela ad olio di “S. Pancrazio”, del pittore Giandomenico
Catalano, dipinta nel XVII secolo ed esposta nella Chiesa di S. Maria della
Lizza ad Alezio;
2. Particolare della tela ad olio de “Il Vescovo Capece implora la protezione
di S. Carlo Borromeo su Gallipoli”, anche questa tela è del pittore
Giandomenico Catalano, dipinta nello stesso secolo ed esposta nelle stessa
chiesa ad Alezio;
3. Particolare della tela ad olio della “Vergine e i Santi Eligio e Menna”,
dello stesso pittore e dello stesso secolo, esposta nella sacrestia della
Cattedrale di S. Agata a Gallipoli;
4. Particolare della tela ad olio di “S. Domenico”, dello stesso pittore e
secolo, esposta nella chiesa di S. Maria del Rosario a Gallipoli;
5. Veduta dell’antico abitato di Gallipoli, dipinta dal pittore Luigi
Consiglio nella seconda metà dell’800, attualmente esposta nel museo di
Gallipoli.

Tutte queste tele hanno in comune un particolare: lo sguardo del pittore che
dipinge è dalla parte del borgo nuovo, per cui l’abitato dell’isola-città
evidenzia  sempre e di primo acchito il Rivellino col Castello in contiguità,
quindi il perimetro delle mura turrite con i fortini, i baluardi, i bastioni e
i torrioni. In questi dipinti altro particolare interessante sono i ponti, non
uno che congiunge la terraferma all’isola-città, ma due, il primo che va verso la città e il secondo che collega la terraferma al solo Rivellino. Un’altra
pianta, sempre leggibile sulle stesso libro del Natali (tra le pagine 128-129)
è quella denominata “Scenografia prospettica della città di Gallipoli” della
fine del XVI secolo (tratta dal Coronelli): in questa veduta a volo d’uccello è
visibile la struttura dell’isola-città-fortezza con i quattro torrioni del
Castello, qui collegato attraverso una terrazza al Rivellino, quindi il
perimetro delle grandi mura turrite intervellate dai fortini di “San Benedetto” e “San Giorgio”; i baluardi di “Santa Vennardia”, “San Domenico o Dell’ Annunziata” e “San Francesco”; le torri di “San Luca”, “Quartararo o degli Angeli”, “Sant’Agata”, “Purità”, “San Francesco di Paola o dello Scorzone” e “Bombarda o San Giuseppe”. Altro particolare interessante, su questa tela il pittore ha dipinto anche lo «Scoglio grande» più altri scoglietti, allora esistenti, oggi non più.

Tutto ciò sta a documetare l’esistenza del castello gallipolino sin da tempi
antichi; sull’isola-città nel IV sec. a. C. vi abitò per un certo periodo anche
il potente Archita, grande curione di Taranto e discepolo prediletto ed erede ideale del vate Pitagora.
Di tutte le antiche e moderne vicende del Castello di Gallipoli, ampiamente ne parla il libro di Ettore Vernole con freschezza di scrittura e di una
straordinaria attualità, soprattutto nella descrizione dello stato del maniero.
Nell’ultimo capitolo, il XIII, Vernole scrive: «Dal 1857 il Castello aveva
socchiuso gli occhi ad un letargo inonorato ch’ebbe apparenze di morte, al
punto che, dopo il Sessanta [Unità d’Italia], per poco non fu venduto a privati per trenta o quaranta mila lire. […] Ma fu di quei primi decenni
l’abbattimento dei baluardi e delle cortine della Cinta bastionata, nelle
strutture elevantisi sul livello della strada perimetrale […] si volle
giustificare la demolizione della Cinta bastionata che oggi (se ancora
esistesse) sarebbe stata un Museo Storico, unico più che raro, pel turismo
moderno. Ma non vuol essere, questa mia, una sentenza di condanna. / Il
Castello, entrato nel Demanio patrimoniale dello Stato, sotto l’Amministrazione del Ministero delle Finanze, fu destinato a sede di Uffici Finanziari: vi si installarono man mano il Magazzino delle Privative, la Dogana, la Regia Guardia di Finanza, poi l’Ufficio del Registro, l’Ispezione Demaniale, l’Agenzia delle Imposte, e fra le mura che risuonarono di armature biascicaron le cifre burocratiche. / Abbattute le muraglie e i baluardi, con l’aria pura marina penetrarono in Città anche i miasmi del malcostume politico. […] Ultimo bagliore di opera durevole fu, nel terzo decennio dopo il Sessanta, la costruzione della galleria del Mercato Coperto sul canale-fosso che separava il Castello dalla Città: fu una di quelle opere necessarie nelle quali non sai trovare il punto di demarcazione tra la lode e la critica, fatto sta che essa formò un sipario dietro il quale la facciata solenne del Castello è nascosta al godimento dei nostri occhi. /

Des Prez - Gallipoli

Contemporanea, verso il 1886, fu la demolizione dell’ultima cortina superstite fra i baluardi Santa Vennardia e San Domenico, e la demolizione dei Fortini San Giorgio e San Benedetto e della Porta Civica: i blocchi ciclopici di calcestruzzo, ricavati da quelle demolizioni, furon
gettati per formare la scogliera protettiva di ponente che in pochi anni fu
inghiottita dal mare».

Altre negative vicende narra poi l’autore, e tutte a sfavore del vecchio
maniero, tanto che egli, rivogendosi alle autorità dell’epoca, le implora
affinché si prodighino per «la restaurazione del Castello “ad pristinum”, con
la destinazione a Sedi che sien degne di un Monumento Storico così insigne».
Fin qui Ettore Vernole e il suo libro “Il Castello di Gallipoli”, pubblicato
nel 1933. A partire da questa data, appena qualche anno fa, nel 2003, a
Gallipoli si è costituita l’Associazione “Anxa” on-lus col suo organo di stampa «Anxa news», sul cui primo numero, il direttore Luigi Giungato apre il suo articolo di fondo con un titolo a tutta pagina: “L’agonia del Castello di
Gallipoli”. Scrive: «Perché il Castello di Gallipoli non deve vivere come
avviene, invece, per gli altri castelli pugliesi, quali quello di Copertino o
il “Carlo V” di Lecce? Sino ad ora, oppresso dall’incuria inflittagli dalle
Autorità preposte e dalla trasformazione in caserma della Guardia di Finanza, è stato relegato a svolgere il pesante ruolo d’ingombrante immobile nel contesto  incantevole della “Città Vecchia”. Eppure è uno dei più antichi castelli dell’ Italia meridionale ricco di momenti storici esaltanti e decisivi per molte vicende della nostra terra». E poco oltre, sempre con tono pacato, il direttore di «Anxa-news», alquanto perplesso, afferma: «Un tempo strano il nostro! A Gallipoli si pavimentano con costoso mosaico i marciapiedi del Corso Roma e non si mostra interesse al recupero funzionale ed alla valorizzazione di una struttura essenziale per un efficiente sviluppo turistico e per una presenza più efficace nel panorama artistico-culturale di Terra d’Otranto, specie ora che è stato liberato dall’utilizzo come caserma della Guardia di Finanza».

Ma il clou dell’articolo di Giungato lo troviamo nel punto in cui fa la
proposta della necessità di «ripristinare la memoria storica e prendere
coscienza dell’importante ruolo [del Castello] vissuto nei secoli. Per
realizzare ciò, bisognerà procedere all’eliminazione del Mercato, alla
valorizzazione e ripristino del fossato o vallo del Castello, ideato dai
Veneziani nel 1484 ed eseguito dagli Aragonesi, evidenziando l’antico
quadrilatero staccato dalle mura civiche e collegato con la Città attraverso un ponte, come nel passato».

cartina-di-gallipoli11

L’appello del prof. Giungato non è stato un fuoco di paglia, no, perché al suo
primo intervento ne sono seguiti altri di gallipolini e anche di fuori. Da quel
momento in poi, e fino ad oggi che scriviamo, sulle pagine di «Anxa-news» ma anche su altri periodici locali e non, alta è stata sempre l’attenzione verso il vecchio maniero gallipolino. Ed anche prima di adesso, tanto che, ancora nel dicembre 1978, un’altra autorevole voce – quella di Antonio Perrella – si era levata alta dalle colonne di un periodico per dire: «I castelli in genere, e quelli di Puglia in particolare, sono stati in passato considerati come manufatti edilizi ingombranti, anacronistici e persino stridenti in un
paesaggio assolato e tranquillo. Invece di essere amati, accolti per lo meno
quali fatti di casa facenti parte a buon diritto dell’ambiente, hanno
rappresentato il simbolo di un medioevo oscuro ed opprimente come il tallone dei conquistatori stranieri che scorrazzavano nel sud. Sono stati considerati testimoni di fosche tragedie e scenari da romanzo nero ed infine degnati di attenzione solo a fini di utilizzo senza cura per le offese che il tempo ad essi riservava. Così, spesso, fenomeni di degrado sono diventati irreversibili (cfr. Antonio Perrella, “Sulla destinazione e l’uso del Castello di Gallipoli”, in «Nuovi Orientamenti», anno IX, Gallipoli, sett.-dic. 1978, n. 52-53, pp. 15-18).

E ancora, appena qualche anno dopo l’intervento del geometra Perrella, un’
altra personalità salentina, lo storico Aldo de Bernart, interveniva sullo
stesso periodico, affermando: «Tra i tanti monumenti di cui Gallipoli va fiera, il Castello angioino merita senz’altro il primo posto. Carico di anni e di
storia, sfila severo a fianco del turista che si accinge ad attraversare il
ponte che congiunge il borgo all’isola. / Abbandonato, dopo gli ultimi sussulti di gloria del ‘500 e gli ultimi aneliti di sfarzo del ‘700, e mortificato dalle costruzioni addossategli nel corso dei secoli, il Castello di Gallipoli,
proprio nel suo declino, ha avuto il suo massimo cantore, scrupoloso e
puntuale, in Ettore Vernole. È stato proprio il Vernole, intorno al 1931, a
mettere piede per primo, dopo anni di abbandono, nella sala poligonale che oggi è l’ambiente più emblematico e più fascinoso dell’antico maniero» (Cfr. Aldo De Bernart, “La Sala Poligonale del Castello di Gallipoli” (cfr. «Nuovi
Orientamenti”, anno XIII, Gallipoli, nov.-dic. 1982, n. 77, pp. 9-12).

Quanta passione, quanto amore per un edificio che rappresenta un passato
secolare di una comunità umana. Meglio di ogni altro sono sentimenti espressi dal canto melodioso di un poeta gallipolino, Luigi Sansò, che li fissò nei seguenti versi: «Il Castello // Nella grommata sua tinta vetusta / sovra l’onde tranquille si riflette / fiero il Castello: di sua luce augusta / indora il
sole al torrion le vette. / Ogni memoria, d’almi fati onusta, / ne’ fossati è
sepolta: da vedette / fan dei secoli l’ombre: la venusta / mantiglia azzurra il
ciel sopra vi mette / come drappo di gloria. E par che dica, / come un dì,
l’ampia mole – Non si varca / l’agil ponte da quei che con nemica / mente
s’accosti. Se anche d’anni carca / risorge a un cenno in virtù mia antica / e
contro l’invasor dura s’inarca».

Oggi, finalmente, dopo più di 70 anni, rivede la luce “Il Castello di
Gallipoli”, pubblicato nel 1933 da Ettore Vernole. La nuova edizione, editata da “Il Frontespizio” di Brindisi, ha il pregio di essere stampata da una tra le
più note Stamperie italiane ed europee, la Valdonega di Verona, che nella sua storia vanta pubblicazioni importantissime, fra cui l’edizione nazionale dell’opera di Gabriele D’Annunzio in 49 tomi, stampata personalmente con il torchio a mano dal grande stampatore Giovanni Mardersteig.
Questo libro, “Il Castello di Gallipoli” del Vernole, ha un frontespizio
stupendo con il suo “calice” perfetto, stampato con due colori (rosso e nero).
In fondo al libro, altro pregio straordinario, il suo colophon, che qui riporto
integralmente: «Composto nel carattere Garamond / vesione Val, questo volume è stato impresso / dalla Stamperia Valdonega di Verona / nel mese di luglio 2008 per conto / de “Il Frontespizio” editore / di Brindisi».

Il castello di Corigliano d’Otranto (Lecce)

di Maurizio Nocera

 

Il Castello di Corigliano d’Otranto (Lecce, Edizioni del Grifo 2009, pp. 290, euro 28), a firma di Giuseppe Orlando D’Urso e Sabrina Avantaggiato.

Si tratta del primo volume della collana Helios, diretta da Harvé A. Cavallera. Il libro come prodotto in sé è ben confezionato con numerose illustrazioni ed una copertina cartonata stampata, “vestita” da una sovraccoperta similare. La grafica editoriale e la copertina sono di Federico G. Cavallera, mentre le immagini provengono dalla Foto Video Serra di Corigliano d’Otranto. Hanno patrocinato l’edizione: la Sezione di Maglie, Otranto e Tuglie della Società di Storia Patria per la Puglia, della quale il D’Urso è socio; e la Cartolibreria di Gino Giannachi di Corigliano d’Otranto.

Chi sono i due autori? Giuseppe Orlando D’Urso, «attivo e presente nella vita e sociale del territorio […] ha animato diversi gruppi teatrali e culturali, per poi rivolgere la sua attenzione alla ricerca storica»  con diverse pubblicazioni, alcune con la stessa casa editrice, come “Corigliano d’Otranto. Memorie dimenticate” (2000); “Le strade del Signore sono ferrate. Corigliano d’Otranto 1901-2001. Significatività Sociale dell’Opera Salesiana” (2001); “Corigliano d’Otranto. L’Arco Lucchetti, il Castello, la Chiesa Matrice” (2005); mentre con la Casa editrice EditSantoro ha pubblicato “Corigliano d’Otranto. Famiglie (Comi-Maggio-Gervasi-Peschiulli”) (2005); “Gaetano Papuli e le Sette Antichità di Corigliano d’Otranto” (2005). Sabrina Avantaggiato invece è architetta ed è alla sua prima pubblicazione.

In quarta di copertina c’è l’abstract del volume che così commenta: «Con

Gallipoli. Il castello angioino, centro nevralgico della storia cittadina

 

L’UMILIANTE CONDANNA ALL’INCURIA PER IL CASTELLO ANGIOINO DI GALLIPOLI

di Gino Schirosi

Per diretta esperienza sembra proprio difficile il rapporto tra cultura e politica. La cultura ha il compito di rincorrere ed incalzare la politica, spesso distratta da impegni istituzionali, anche perché coinvolta nella lotta esclusiva per il potere ad ogni costo pur di occupare poltrone e posti di riguardo. Rischiando di disattendere le primarie aspettative sacrosante della collettività, ormai dai politici, in tempi di magra, nessuno pretende né si aspetta miracoli, essendo lontano il miraggio di vedere realizzate opere importanti o faraoniche. È tuttavia auspicabile almeno che si possa provvedere a quanto è nell’evidenza: salvaguardare la realtà paesaggistica e l’eredità storico-artistica esistente da esaltare per promuovere l’eccellenza.

Gallipoli è naturalmente una città maliarda e tale deve restare al cospetto del forestiero non meno innamorato dei residenti. Nel corso della sua bimillenaria storia non ha mai avuto bisogno di protettori o padrini; è stata sempre libera e franca, mai dipendente da feudatari né svenduta impunemente a nessun capitano di ventura. È l’unico centro del Salento che può vantarsi della sua libertà senza aver mai conosciuto sudditanza da una classe nobiliare. Non sono difatti mai esistiti stemmi araldici di conti, baroni, duchi! È ampiamente documentato come alla sola Corona l’Università gallipolitana dovesse dar conto e corrispondere, senza intermediari.

Testimonianza del suo glorioso passato è il castello angioino, centro nevralgico della storia cittadina, cui sopratutto ha l’obbligo di guardare il primato della politica come dovere civico e impegno culturale. Si tratta del maniero più ricco, articolato e complesso finora sopravvissuto nel panorama dell’architettura militare di Terra d’Otranto, la piazzaforte più sicura nell’estremo avamposto del Regno di Napoli, caposaldo di rilievo a difesa del Salento e del Mediterraneo sud-orientale.

Il primitivo fabbrico della monumentale opera difensiva appartiene agli Svevi, ma la costruzione definitiva è degli Angioini, ancorché non siano mancati interventi marginali in periodi successivi fino al secolo scorso. Dopo il tragico fatto d’arme, sfociato nell’assedio e nell’occupazione veneziana del maggio 1484, e fino agli inizi del XVI sec. gli Aragonesi ne consolidarono ulteriormente la struttura prima che fosse aggiunta la fortezza del rivellino, con la successiva dotazione di torri costiere di avvistamento, torrioni, bastioni e baluardi.

Per secoli ha costituito la roccaforte della città-isola murata e bastionata e il castellano, reggente responsabile della piazza, era una personalità di prestigio nella stessa amministrazione civica, pur essendo sempre d’origine spagnola al pari di molti vescovi succeduti per secoli nella sua esigua diocesi. Oggi, debitamente restaurato, potrebbe invero costituire il più significativo contenitore culturale della città e del suo hinterland. Ma così non è ancora e, se non sono per nulla noti i motivi, il rammarico è più che giustificato e non è irrilevante.

Quale tra i castelli salentini vanta tanta storia quanto il castello di Gallipoli? Né il castello Carlo V di Lecce né di Copertino né di  Corigliano e neppure quello di Otranto hanno goduto della stessa gloria. Una storia a sé è Acaya. Di quali fatti militari sono stati protagonisti? Mai hanno avuto un ruolo di rilievo nello scacchiere strategico a presidio della periferia orientale del Regno di Napoli. Quali vicende storiche hanno minato più di tanto la sicurezza della provincia prima del XVI sec.? Solo allora fu costruito l’attuale castello idruntino in sostituzione del fragile fortilizio caduto senza difficoltà sotto i colpi fatali delle scimitarre della mezza luna (1480).

Eppure oggi negli antichi manieri, proprietà della collettività, aperti al territorio e al pubblico di visitatori, si celebrano costantemente manifestazioni culturali di vario genere: teatro, concerti, mostre d’arte, editoria, artigianato e antiquariato, convegni, congressi, tavole rotonde, incontri di studio e di lavoro con associazioni ed Enti, concorsi letterari, progetti culturali d’Istituti scolastici di ogni ordine e grado con vari forum monotematici multimediali.

Per il restauro del castello angioino di Gallipoli si è sempre accennato a fondi regionali ma non si sa in quale direzione o lotto sono stati dirottati e per fare che cosa e per chi. È tuttora inagibile in quanto degradato, specie il prospetto e l’ampio salone ennagonale, addirittura il Comune non è in possesso delle chiavi e nessuno può ipotizzare e garantire quale sarà il suo destino! La cittadinanza, insieme con cultori di storia patria e di arte, insieme con turisti e visitatori, attende di vederlo quanto prima aperto e fruibile in tutta la sua struttura, com’è stato prima dell’oscuramento causato dalla realizzazione del mercato coperto ben oltre un secolo addietro. Indubbiamente è il più importante contenitore culturale ereditato dalla storia. Solo se restituito dal demanio alla città e liberato dalle infauste superfetazioni legittimate dall’utilizzo improprio che lo Stato ne ha fatto ospitando per lunghi decenni la caserma della GdF e insieme il deposito dei Monopoli di Stato, potrebbe divenire un volano di sviluppo per un turismo culturale di eccezionale portata proiettato per le più disparate attività: riferimento per cittadini e forestieri, strumento di rivalutazione dell’antico borgo medievale, in grado di raccontarci l’eredità del glorioso passato che resiste tuttora ad insegnarci cosa fare nel presente e soprattutto cosa programmare per il futuro.

Se poi, tra le altre opzioni progettuali da tempo in cantiere, si volesse pervicacemente insistere, come finora s’è fatto, a “riqualificare” l’ex mercato coperto dando seguito ad un’idea scellerata, inadeguata e solo dilatoria senza rendere più vivibile l’attigua piazza Imbriani, salotto di richiamo del centro storico, sarebbe un’altra opportunità persa per la “perla dello Ionio”. Ma, perché possa restare davvero una perla a tutti gli effetti, vanno messe in sicurezza e rivalutate tutte le risorse culturali esistenti insieme con quelle naturalistiche e paesaggistiche di cui il nostro territorio si pregia.

Un serio e attento amministratore non può non coniugare turismo, ambiente e cultura, essendo ormai tale connubio una necessità urgente e improrogabile. Un cambio di rotta e di mentalità è indispensabile per il decollo definitivo della “bella città”, che notoriamente non ha nulla da invidiare ad altre ma che viceversa è ingiustamente umiliata e abbandonata al suo destino. Palese, difatti, è il suo graduale declino generato da varie impunite responsabilità, facilmente identificabili in precise inadempienze istituzionali, frutto dell’arroganza legittimata da una democrazia malata, ma pure falsata dall’indifferenza generale.

Senza andare assai lontano, la lezione di Otranto docet! Chiara la “morale”! Per il definitivo decollo della città ionica non c’è spazio per opportunisti, insipienti e irresponsabili, servi sciocchi e ballerini, avventurieri, acrobati e saltimbanchi della politica, gente effimera dal fiuto infallibile dietro al “vecchio che avanza” e che ritorna a dettar legge, sadico in “poltrona” con una regia occulta. Siano dunque all’erta, pronti a consigliare e suggerire quanto è da fare con sollecitudine, almeno i benpensanti, oggi più che mai delusi e in attesa che risorgano i valori della cultura. Tutto dipende ovviamente dalla buona politica, ossia dalla volontà non tanto di conoscere e interpretare, quanto di affrontare e risolvere i più elementari problemi che più ci assillano.

Agli amministratori va ribadita la solita lagnanza con un accorato appello: l’urgenza di priorità improrogabili da perseguire senza perdere ulteriore tempo. Chi sceglie Gallipoli si aspetta realizzato un certo modo di vivere nel rispetto di una moderna civiltà fatta di ordine e pulizia ad ogni livello, a partire dal centro storico tuttora sacrificato e derelitto, prigioniero di assurdi, ingiustificati ritardi. È proprio questo il problema principe e resta ancora un sogno per chi con dolore e rammarico attende ansioso di ammirare i beni culturali finora impunemente trascurati, come il castello chiuso nel suo degrado e soffocato non si sa da quali oscuri misteri!

Se si riuscirà a risolvere questo cruciale problema,  tutto il resto verrà di seguito come naturale conseguenza. Ma sarà possibile solo se s’intende operare unicamente per il bene comune, con trasparenza e competenza, tenacia e integrità morale, facendo politica autentica, mai ricorrendo a strumenti inequivocabili di un mortificante imbarbarimento del teatrino della politica, deteriorata e declassata fino al qualunquismo trasversale e strisciante, orfana di dialogo e tolleranza.

Ma, se Gallipoli stenta ancora a decollare, la responsabilità morale appartiene agli stessi gallipolini, mai sagaci, svegli e liberi da umilianti ricatti o condizionamenti con cui purtroppo si crea maggioranza e governo di una democrazia piuttosto fragile. Un imperativo categorico deve guidare in futuro quanti, capaci, operosi e consapevoli dell’impegno civile, si sentono legati alle loro radici, allo “scoglio”, stanchi di sbirciare dalla finestra, disponibili non alla facile critica denigratoria, demolitrice, ma alla dialettica democratica, per  “riappropriarsi” con fierezza delle sorti della città da governare con onore e rispetto, non verbis sed rebus.

Potranno pure essere, per indole, amanti del forestiero alla ribalta, non senza tuttavia essere politicamente maturi e pronti a denunciare e respingere i mercanti di voti e privilegi, sempre più spregiudicati in periodo elettorale nel costruirsi solide e facili “fortune”, mai domi e mai sazi di potere, figlio diretto del moderno dio dell’opulenza. A quanto pare, qui da noi la politica è di rado amante della cultura e il suo motto resta ancora legato al vile ricatto, che tradotto vale tristemente: “Ma cci me tocca a mme?”.

Intanto, nell’indifferenza generale, non pare siano ancora conclusi i lavori nell’ex mercato coperto addossato al castello, di cui peraltro invano si auspica l’apertura definitiva. Ma quando? Spetta agli intellettuali, al mondo della cultura incalzare il lavoro dei politici, ma spetterà alla politica investire per tutelare lo scrigno delle nostre risorse culturali da renderle fruibili alla collettività. Il potere finora ci ha irriso, forse sicuro di presentarci domani il conto di non si sa quali risibili “atti concreti”!

 

 

Il castello di Copertino

di Fabrizio Suppressa

Immerso tra il verde degli ulivi salentini e a pochi chilometri dal blu del mare Ionio sorge Copertino, un comune popolato da poco meno di 25000 abitanti. Se dovessimo descrivere questa ridente cittadina con un’immagine che la rappresenta, senz’altro ci lasceremmo catturare dalla mole bruno-carparo del castello cinquecentesco e dal mastio angioino inglobato nella fortezza. Una perfetta macchina da guerra, che seppur svaniti i cupi periodi bellicosi, continua tutt’ora a destare rispetto e meraviglia ai turisti che giungono a visitare il Monumento Nazionale.

veduta aerea di Copertino

Ripercorriamo brevemente le origini del fortilizio celate nelle gagliarde murature, sino ad arrivare all’attuale conformazione del “più grande, bello e forte castello che si vegga nella provincia”, per dirla con le parole del Marciano, opera di Evangelista Menga “Architettore eccellentissimo, (..) della Cesarea Maestà di Carlo V”. 

Delle primordiali origini del castello di Copertino vi sono molte ipotesi, la più avvincente riguarda una possibile fondazione bizantina di un castéllion o di una piccola cittadella fortificata che amministrava fiscalmente e militarmente i limitrofi casali. Nonostante accurati saggi di scavi e rilievi a

A proposito del castello di Oria

Il castello di Oria, di origini sveve o normanne?

Costruito o ampliato da Federico II°?

di Franco Arpa

Pur nella consapevolezza che a qualcuno può dare fastidio che da un pò di giorni continuo a parlare del castello di Oria, non posso non pubblicare alcune considerazioni che ho fatto dopo aver letto articoli di diversi storici vissuti in varie epoche. A mio parere ci sono molti elementi che fanno credere che il castello, oggi di proprietà della famiglia Romanin-Caliandro, è stato solo ampliato per ordine di Federico II° e non costruito di sana pianta fra il 1227 ed il 1233.
Fra l’altro in molti scritti si legge che “secondo tradizione il castello è stato costruito da Federico II°…  o addirittura da suo figlio Manfredi”.

Tradizione …  questo termine mi ricorda alcuni scritti presenti anche su internet circa il Torneo dei Rioni: “…. secondo la tradizione ha origine nel 1225 con Federico II di Svevia, il quale decise di insediarsi nel territorio di Oria in attesa della promessa sposa Isabella (detta anche Jolanda) di Brienne. ” Tutti noi oritani sappiamo che ciò non è vero in quanto prima del 1967 (ovvero prima della geniale idea avuta da Gino Capone, supportata da dirigenti della Pro Loco di allora, di inventare i giochi de lo torneamento) nessuno ha mai parlato o scritto del Torneo di Oria e del relativo Bando di Federico II°.

Quindi… per analogia è probabile che nel corso dei secoli si è tramandato qualcosa di sbagliato circa le vere origini del castello di Oria.

A conforto della mia ipotesi riporto stralci di documenti di tre esperti:

1) – Gennaro Basile di Castiglione (1865-1920), ingegnere e scrittore di cose d’arte, nel suo libro CASTELLI PUGLIESI così scrive:
« Il castello, strumento potentissimo dell’Autorità Regia, residenza signorile e spesso sontuosa di chi — Governatore o Preside, Castellano o Feudatario quell’autorità rappresentava — vide sempre entro l’ambito delle sue mura le sorti supreme della città e della terra » .
Con intendimenti non certo diversi Federico II di Svezia giudicò opportuno che si fortificassero le città di Puglia, dove costruì i castelli di Bari, di Trani e di Brindisi, e aumentò le opere difensive di Oria, perchè — come dice Cantù — « trovando continuamente rivoltose le città soggette, egli volle frenarle con lo spediente dei tiranni: le fortezze ».

2)- Il contemporaneo Benedetto Vetere, Professore Ordinario di Storia Medievale presso la Facoltà dei Beni Culturali dell’Università del Salento, a proposito di Giovanni di Brienne, re di Gerusalemme, suocero di Federico II°, per l’Enciclopedia TRECCANI ha scritto : “Era evidente che con il matrimonio di Jolanda con Federico di Svevia il controllo della situazione passava all’imperatore di Germania, re di Sicilia nello stesso tempo. La cerimonia di nozze fu, ad ogni modo, celebrata nella cattedrale di Brindisi agli inizi di novembre del 1225 con il fasto che si addiceva a una coppia imperiale. Con uguale magnificenza la regina e il suo seguito erano stati accolti all’arrivo in città, dove ad attenderli vi erano il futuro sposo e il padre che, intanto, avevano soggiornato nel castello di Oria.”

3)- Antonio Diviccaro, esperto in storia dei castelli federiciani, su una pagina web così scrive:
[Lo svevo vi fece costruire con certezza la più imponente torre dell’edificio al vertice sud-ovest, che ne costituisce anche la parte più antica attualmente visibile. Il torrione quadrangolare ricalca la tradizionale pianta e possenza dei donjon normanni, nuclei centrali di molti castelli di Puglia e del Mezzogiorno.]

Nell’area del castello di Neviano un insediamento Neolitico?

di Cosimo Napoli

I lavori di sistemazione dell’area circostante il castello baronale di Neviano, eseguiti nel 2009, hanno dato risultati sorprendenti: dai saggi archeologici effettuati, con l’assistenza della Soprintendenza Archeologica di Taranto e la sorveglianza continua dell’Archeologa Dott.sa Barbara Vetrugno, sono venuti alla luce dei reperti di importanza straordinaria.

Sono state trovate le fondamenta di locali precedenti a quelli edificati nel 1700 e poi demoliti nel 1970. Si tratta di locali medioevali del XIII secolo. Scavando il battuto medioevale è stata ritrovata una moneta del V secolo dopo Cristo. Durante il proseguo degli scavi in quella zona ci si è imbattuti in un altro reperto importante: un dado da gioco in osso. Molto antico (foto).

Ma la scoperta più incredibile è stata un coltello del neolitico: una lama in selce della lunghezza di ben 9 centimetri.

E’ un ritrovamento molto raro per il Salento. La selce infatti non si trova nella nostra penisola ed è praticamente impossibile che sia giunta nell’area del castello per puro caso. Tale minerale in quell’epoca aveva un valore enorme, serviva per armi e utensili necessari alla sopravvivenza.
Dal ritrovamento di diversi frammenti di ceramica di impasto, della stessa epoca del coltello, si presume che nell’area del castello di Neviano vi sia stato un insediamento neolitico.

Entrambi i reperti, più tre monete che sono al vaglio degli studiosi, sono stati presi in consegna dal Centro Operativo di Lecce dalla Soprintendenza Archeologica della Puglia.
L’Amministrazione Comunale nel 2009 ha fatto il suo dovere, oggi, deve procedere ad incrementare la cultura e la storia del nostro comune. Occorre reperire i fondi necessari all’acquisizione del castello e al recupero dello stesso.
A livello storico-archeologico è importante che per ogni lavoro, specialmente pubblico, da effettuare nella zona del centro storico siano previsti dei saggi archeologici.
E’ auspicabile, pertanto, non cambiare rotta. Neviano ha diritto ad avere il suo castello, valorizzato, funzionale alle esigenze culturali dei cittadini.

Anche l’associazione “Ecomuseo del Paesaggio delle Serre di Neviano” chiede il recupero del monumento più importante del paese, da tutti riconosciuto come un vero e proprio baluardo difensivo, proteso verso la pianura salentina.

 

Le foto sono di Cosimo Napoli.

Note storiche sul castello aragonese di Nardò

di Marcello Gaballo

 

Le vicende storiche del castello di Nardò, oggi sede della civica amministrazione, sono soltanto in parte note, restando le sue origini approssimative e degne di essere ancora studiate.

Intanto occorre dire che il primitivo “castrum” neritino, forse eretto su una preesistente e strategica acropoli o una costruzione romana, era stato concesso nel 1271 ai francescani dal re Carlo d’ Angiò (1266-1285), tramite il suo congiunto Filippo di Tuzziaco o de Toucy, a causa delle cattive condizioni statiche in cui si trovava e quindi non più atto alla difesa dell’abitato.

Il celebre storiografo francescano Luca Wadding[1] così scrisse a proposito: nel 1271 …Neritoni in regno Neapolitano Carolus Andegauensis huius nominis primum utriusque Siciliae Rex concessit in habitaculum Fratibus extruendum regium castrum temporum & bellorum iniuria destructum. Donationis instrumentum ipso rege praesente factum, apparet in vetusta membrana. Recensetur hic conventus sub Provincia S. Nicolai, & custodia Brundisina Patrum Conventualium.

Sui resti e su quanto avanzava dell’antico maniero, che non è dato di sapere a quale anno risalisse, probabilmente realizzato dal normanno Roberto il Guiscardo, i frati fissarono la loro dimora, a lato dell’ attuale chiesa dell’ Immacolata, rimanendovi ininterrottamente per ben sei secoli, fino alla metà dell’800, quando furono soppressi quasi tutti i conventi presenti in città.

Dell’antico castello restò solo il nome al pittagio in cui esso sorgeva, detto per l’ appunto “castelli veteris” (vecchio castello).

Se l’attuale castello è della fine del XV secolo o dei primi decenni del successivo è inevitabile chiedersi, come già altri studiosi hanno fatto, se la città di Nardò abbia o meno posseduto un castello nel periodo compreso tra il 1271 e l’epoca a cui risale il nostro. Oltre due secoli, durante i quali era impossibile che una città importante e grande come Nardò fosse sprovvista di difesa e di un castello.

particolare della facciata del castello di Nardò

Sebbene finora nessuno sia riuscito a scoprire dove fosse collocato, esiste invece certezza che Nardò aveva la sua fortezza, forse non tipicamente

Gallipoli e il suo castello

di Maurizio Nocera

Ci fu un tempo in cui il luogo che noi oggi chiamiamo Gallipoli, veniva ancora indicato col nome di Anxa, parola che può ritenersi di origine messapico-cretese. Con tale nome la indicò pure Plinio il Vecchio nella sua “Naturalis historia” [Storia della Natura], pubblicata nell’anno 77 della nostra era, dove scrisse: «… in ora vero Senonum Gallipolis, quae nunc est Anxa» [… inoltre sul litorale dei Sènoni Gallipoli, che ora è Anxa]. A sua volta, Pomponio Mela,  nella sua opera “De Situ Orbis” [Del luogo della Terra], scrisse: «Urbs Graia  Kallipolis» (Città Greca Gallipoli), dove “Kallipolis” sta per “Kalé Polis”, che in greco significa appunto Bella Città.

da Wikipedia, sotto la licenza Creative Commons

Ancora prima dei due scrittori latini, i padri della poesia e della storia
dell’antica Grecia, fra cui Esiodo (VIII sec. a. C.), Ecateo di Mileto (VI sec.
a. C.), ed Erotodo (V sec. a. C.), nelle loro opere scrivono anch’essi della
Iapigia-Messapia. Nelle sue “Storie”, Erodoto, a proposito dello sfortunato
viaggio del cretese Minosse il quale, una volta giunto in «Sicania» (Sicilia),
perì di morte violenta, narra di un conseguente viaggio di numerosi cretesi che  lasciarono la loro isola navigando alla volta della Sicilia per riprendersi la salma del loro re. Erodoto scrive: «Quando, durante la navigazione, si
trovarono presso la costa iapigia, una violenta tempesta li avrebbe sorpresi e sbattuti contro terra: sicché, essendosi spezzate le navi, e non vedendosi più alcuna via di ritornare a Creta, fondata in quel luogo la città di Iria, ivi
rimasero e divennero Iapigi-Messapi […] invece di Cretesi, e continentali da
isolani che erano. Da Iria, dicono, fondarono le altre colonie…» [cfr.
Erodoto, “Storie” (a cura di Luigi Annibaletto), Mondadori marzo 2007, I
Classici Collezione Greci e Latini, volume secondo, libro VII, 171, p.
1297].

Sulla Iapigia-Messapia, più particolari ci vengono forniti anche dall’altro
padre della storia greca antica, Tucidide (V sec. a. C.) il quale, nella sua
monumentale opera “La guerra del Peloponneso”, a proposito delle traversie marinare della flotta atenietese diretta a Siracusa, narra di un evento che è lecito interpretare come collegato al luogo Anxa-Gallipoli. Scrive Tucidide:
«Ma i Siracusani, in seguito allo scacco subito con i Siculi, si trattennero
dall’attaccare subito gli Ateniesi; intanto Demostene ed Eurimedonte, dato che le truppe raccolte da Corcira [Corfù] e dalla terraferma erano ormai pronte, attraversarono con tutto quanto l’esercito lo Ionio fino al capo Iapigio; partiti di lì presero quindi terra alle isole Cheradi, in Iapigia, dove
imbarcarono sulle navi dei tiratori iapigi, circa centocinquanta, appartenenti alla stirpe messapica, e rinnovarono con Arta – che aveva tra l’altro procurato loro i tiratori, in qualità di dinasta del luogo – un certo vecchio patto di amicizia, per poi ripartire verso Metaponto, in Italia» (cfr. Tucidide, “La guerra del Peloponneso”, a cura di Luciano Canfora, Mondadori, I Classici Collezione Greci e Latini, Mondadori, giugno 2007, volume secondo, libro VII, 33, p. 969).

Si conoscono le frontiere entro cui era circoscritta l’antica Iapigia-
Messapia, più o meno inscritte nel periplo della costa della punta del tacco d’
Italia, con il confine a Nord-Est, verso l’attuale Bari, non oltre Egnazia, e
il confine a Nord-Ovest, verso Taranto, non oltre Manduria. Le isole Cheradi di cui parla Tucidide non possono non stare che entro questi confini, tanto che al di sopra o al di là di essi, sarebbe stato impossibile al navarchi ateniesi Demostene e Eurimedonte imbarcare i centocinquanta tiratori di «stirpe
messapica», come sarebbe stato impossibile incontrare il dinasta Arta, capo dei curioni dei Messapi, in quel momento residente nella potente città di Alyzia [l’ attuale Alezio], situata nel più vicino entroterra all’approdo marittimo Anxa-Gallipoli. Da ciò è possibile dedurre che le isole Cheradi citate da Tucidide altro non possono essere che le isole dell’arcipelago gallipolino, formato dalla città-isola Anxa-Gallipoli, dall’isola di Sant’Andrea e dagli isolotti Campo e Piccioni; nel tempo antico, accanto a queste isole citate esistevano altri isolotti affioranti, successivamente risommersi dalle acque del mare.

Dopo queste importanti indicazioni il nome di Anxa come pure il nome di Kalè Polis scomparvero per secoli e l’isolotto-città, dopo la definitiva vittoria dei Romani sui Messapi e l’imposizione della nuova lingua latina nella Iapigia, cominciò a chiamarsi – e da allora continua ad essere così –  soltanto col nome di Gallipoli.

La pubblicazione in due versioni de “Il Libro Rosso di Gallipoli” [quella
curata da Amalia Ingrosso con prefazione di Benedetto Vetere (Galatina, Congedo 2004), e quella curata da Elio Pindinelli (Gallipoli 2003)], con documenti che risalgono fino al XIII-XIV secolo, ci dà l’idea di quanto fosse importante, nel tempo antico, l’isola-città-fortezza di Gallipoli, per cui sono veramente tante le citazioni del suo nome, e in particolare del suo Castello.

Dell’importanza del Castello nei secoli, se n’era reso conto lo studioso
Ettore Vernole, tanto che fu uno dei pochi a visionare e attingere fonti certe
dal “Libro Rosso di Gallipoli”; libro che sicuramente avrà visto anche l’
umanista Antonio De Ferraris, detto Galateo, il quale, il 12 dicembre 1513,
scrisse una stupenda lettera – “Callipolis descriptio” [Descrizione di
Callipoli] – a Pietro Summonte, suo sodale nell’Accademia Pontaniana di Napoli, dicendo che l’isola-città nella quale egli risiedeva in quel momento, aveva «tratto il nome dalla sua bellezza e non senza ragione. Fu città greca: ignoro donde Plinio abbia appreso che qui si fossero stanziati i Galli Sénoni. Questa città, invece, non si chiama Gallipoli, ma Callipolis come recano antichi codici» (cfr. Antonio De Ferraris Galateo, “Lettere”, nella traduzione e commento di Amleto Pallara, Conte editore, Lecce 1996, p. 97). E poco oltre il Galateo continua la sua epistola descrivendo l’ingresso della città: «Davanti al castello, che si erge sulla città, c’è un ponte che lascia congiungere i due tratti di mare, i quali rendono Callipoli non una penisola ma una vera e propria isola. Da quel punto la terra si riallarga a tondo, assumendo la forma di una padella. Il perimetro della città non è molto ampio; a occhio e croce non supera dieci stadi. Callipoli all’epoca in cui fu distrutta non era sufficientemente difesa né da mura né da macchine da guerra né da guarnigione.
Ora, invece, è validamente fortificata e dalla terraferma e dal mare offre di
sé una vista superba, fiera e bellissima per la quale io penso che la
chiamarono Callipoli gli antichi Greci» (op. cit., p. 98).

Oggi, guardando le antiche piante cartografiche (mi riferisco in particolare a
quelle pubblicate nel libro dello storico gallipolino Federico Natali,
Gallipoli nel Regno di Napoli. Dai Normanni all’Unità d’Italia” (Galatina,
Congedo 2007), inserto iconografico tra le pagine 256-257), alcune della quali  risalgono più o meno allo stesso periodo del Galateo, si vede come fosse Gallipoli nel ‘500-600. Le piante dell’isola-città prese in considerazione sono tratte da antichi dipinti conservati nelle chiese di Alezio e  Gallipoli, che qui cito:
1. Particolare della tela ad olio di “S. Pancrazio”, del pittore Giandomenico
Catalano, dipinta nel XVII secolo ed esposta nella Chiesa di S. Maria della
Lizza ad Alezio;
2. Particolare della tela ad olio de “Il Vescovo Capece implora la protezione
di S. Carlo Borromeo su Gallipoli”, anche questa tela è del pittore
Giandomenico Catalano, dipinta nello stesso secolo ed esposta nelle stessa
chiesa ad Alezio;
3. Particolare della tela ad olio della “Vergine e i Santi Eligio e Menna”,
dello stesso pittore e dello stesso secolo, esposta nella sacrestia della
Cattedrale di S. Agata a Gallipoli;
4. Particolare della tela ad olio di “S. Domenico”, dello stesso pittore e
secolo, esposta nella chiesa di S. Maria del Rosario a Gallipoli;
5. Veduta dell’antico abitato di Gallipoli, dipinta dal pittore Luigi
Consiglio nella seconda metà dell’800, attualmente esposta nel museo di
Gallipoli.

Tutte queste tele hanno in comune un particolare: lo sguardo del pittore che
dipinge è dalla parte del borgo nuovo, per cui l’abitato dell’isola-città
evidenzia  sempre e di primo acchito il Rivellino col Castello in contiguità,
quindi il perimetro delle mura turrite con i fortini, i baluardi, i bastioni e
i torrioni. In questi dipinti altro particolare interessante sono i ponti, non
uno che congiunge la terraferma all’isola-città, ma due, il primo che va verso la città e il secondo che collega la terraferma al solo Rivellino. Un’altra
pianta, sempre leggibile sulle stesso libro del Natali (tra le pagine 128-129)
è quella denominata “Scenografia prospettica della città di Gallipoli” della
fine del XVI secolo (tratta dal Coronelli): in questa veduta a volo d’uccello è
visibile la struttura dell’isola-città-fortezza con i quattro torrioni del
Castello, qui collegato attraverso una terrazza al Rivellino, quindi il
perimetro delle grandi mura turrite intervellate dai fortini di “San Benedetto” e “San Giorgio”; i baluardi di “Santa Vennardia”, “San Domenico o Dell’ Annunziata” e “San Francesco”; le torri di “San Luca”, “Quartararo o degli Angeli”, “Sant’Agata”, “Purità”, “San Francesco di Paola o dello Scorzone” e “Bombarda o San Giuseppe”. Altro particolare interessante, su questa tela il pittore ha dipinto anche lo «Scoglio grande» più altri scoglietti, allora esistenti, oggi non più.

Tutto ciò sta a documetare l’esistenza del castello gallipolino sin da tempi
antichi; sull’isola-città nel IV sec. a. C. vi abitò per un certo periodo anche
il potente Archita, grande curione di Taranto e discepolo prediletto ed erede ideale del vate Pitagora.
Di tutte le antiche e moderne vicende del Castello di Gallipoli, ampiamente ne parla il libro di Ettore Vernole con freschezza di scrittura e di una
straordinaria attualità, soprattutto nella descrizione dello stato del maniero.
Nell’ultimo capitolo, il XIII, Vernole scrive: «Dal 1857 il Castello aveva
socchiuso gli occhi ad un letargo inonorato ch’ebbe apparenze di morte, al
punto che, dopo il Sessanta [Unità d’Italia], per poco non fu venduto a privati per trenta o quaranta mila lire. […] Ma fu di quei primi decenni
l’abbattimento dei baluardi e delle cortine della Cinta bastionata, nelle
strutture elevantisi sul livello della strada perimetrale […] si volle
giustificare la demolizione della Cinta bastionata che oggi (se ancora
esistesse) sarebbe stata un Museo Storico, unico più che raro, pel turismo
moderno. Ma non vuol essere, questa mia, una sentenza di condanna. / Il
Castello, entrato nel Demanio patrimoniale dello Stato, sotto l’Amministrazione del Ministero delle Finanze, fu destinato a sede di Uffici Finanziari: vi si installarono man mano il Magazzino delle Privative, la Dogana, la Regia Guardia di Finanza, poi l’Ufficio del Registro, l’Ispezione Demaniale, l’Agenzia delle Imposte, e fra le mura che risuonarono di armature biascicaron le cifre burocratiche. / Abbattute le muraglie e i baluardi, con l’aria pura marina penetrarono in Città anche i miasmi del malcostume politico. […] Ultimo bagliore di opera durevole fu, nel terzo decennio dopo il Sessanta, la costruzione della galleria del Mercato Coperto sul canale-fosso che separava il Castello dalla Città: fu una di quelle opere necessarie nelle quali non sai trovare il punto di demarcazione tra la lode e la critica, fatto sta che essa formò un sipario dietro il quale la facciata solenne del Castello è nascosta al godimento dei nostri occhi. /

Contemporanea, verso il 1886, fu la demolizione dell’ultima cortina superstite fra i baluardi Santa Vennardia e San Domenico, e la demolizione dei Fortini San Giorgio e San Benedetto e della Porta Civica: i blocchi ciclopici di calcestruzzo, ricavati da quelle demolizioni, furon
gettati per formare la scogliera protettiva di ponente che in pochi anni fu
inghiottita dal mare».

Altre negative vicende narra poi l’autore, e tutte a sfavore del vecchio
maniero, tanto che egli, rivogendosi alle autorità dell’epoca, le implora
affinché si prodighino per «la restaurazione del Castello “ad pristinum”, con
la destinazione a Sedi che sien degne di un Monumento Storico così insigne».
Fin qui Ettore Vernole e il suo libro “Il Castello di Gallipoli”, pubblicato
nel 1933. A partire da questa data, appena qualche anno fa, nel 2003, a
Gallipoli si è costituita l’Associazione “Anxa” on-lus col suo organo di stampa «Anxa news», sul cui primo numero, il direttore Luigi Giungato apre il suo articolo di fondo con un titolo a tutta pagina: “L’agonia del Castello di
Gallipoli”. Scrive: «Perché il Castello di Gallipoli non deve vivere come
avviene, invece, per gli altri castelli pugliesi, quali quello di Copertino o
il “Carlo V” di Lecce? Sino ad ora, oppresso dall’incuria inflittagli dalle
Autorità preposte e dalla trasformazione in caserma della Guardia di Finanza, è stato relegato a svolgere il pesante ruolo d’ingombrante immobile nel contesto  incantevole della “Città Vecchia”. Eppure è uno dei più antichi castelli dell’ Italia meridionale ricco di momenti storici esaltanti e decisivi per molte vicende della nostra terra». E poco oltre, sempre con tono pacato, il direttore di «Anxa-news», alquanto perplesso, afferma: «Un tempo strano il nostro! A Gallipoli si pavimentano con costoso mosaico i marciapiedi del Corso Roma e non si mostra interesse al recupero funzionale ed alla valorizzazione di una struttura essenziale per un efficiente sviluppo turistico e per una presenza più efficace nel panorama artistico-culturale di Terra d’Otranto, specie ora che è stato liberato dall’utilizzo come caserma della Guardia di Finanza».

Ma il clou dell’articolo di Giungato lo troviamo nel punto in cui fa la
proposta della necessità di «ripristinare la memoria storica e prendere
coscienza dell’importante ruolo [del Castello] vissuto nei secoli. Per
realizzare ciò, bisognerà procedere all’eliminazione del Mercato, alla
valorizzazione e ripristino del fossato o vallo del Castello, ideato dai
Veneziani nel 1484 ed eseguito dagli Aragonesi, evidenziando l’antico
quadrilatero staccato dalle mura civiche e collegato con la Città attraverso un ponte, come nel passato».

L’appello del prof. Giuntato non è stato un fuoco di paglia, no, perché al suo
primo intervento ne sono seguiti altri di gallipolini e anche di fuori. Da quel
momento in poi, e fino ad oggi che scriviamo, sulle pagine di «Anxa-news» ma anche su altri periodici locali e non, alta è stata sempre l’attenzione verso il vecchio maniero gallipolino. Ed anche prima di adesso, tanto che, ancora nel dicembre 1978, un’altra autorevole voce – quella di Antonio Perrella – si era levata alta dalle colonne di un periodico per dire: «I castelli in genere, e quelli di Puglia in particolare, sono stati in passato considerati come manufatti edilizi ingombranti, anacronistici e persino stridenti in un
paesaggio assolato e tranquillo. Invece di essere amati, accolti per lo meno
quali fatti di casa facenti parte a buon diritto dell’ambiente, hanno
rappresentato il simbolo di un medioevo oscuro ed opprimente come il tallone dei conquistatori stranieri che scorrazzavano nel sud. Sono stati considerati testimoni di fosche tragedie e scenari da romanzo nero ed infine degnati di attenzione solo a fini di utilizzo senza cura per le offese che il tempo ad essi riservava. Così, spesso, fenomeni di degrado sono diventati irreversibili (cfr. Antonio Perrella, “Sulla destinazione e l’uso del Castello di Gallipoli”, in «Nuovi Orientamenti», anno IX, Gallipoli, sett.-dic. 1978, n. 52-53, pp. 15-18).

E ancora, appena qualche anno dopo l’intervento del geometra Perrella, un’
altra personalità salentina, lo storico Aldo de Bernart, interveniva sullo
stesso periodico, affermando: «Tra i tanti monumenti di cui Gallipoli va fiera, il Castello angioino merita senz’altro il primo posto. Carico di anni e di
storia, sfila severo a fianco del turista che si accinge ad attraversare il
ponte che congiunge il borgo all’isola. / Abbandonato, dopo gli ultimi sussulti di gloria del ‘500 e gli ultimi aneliti di sfarzo del ‘700, e mortificato dalle costruzioni addossategli nel corso dei secoli, il Castello di Gallipoli,
proprio nel suo declino, ha avuto il suo massimo cantore, scrupoloso e
puntuale, in Ettore Vernole. È stato proprio il Vernole, intorno al 1931, a
mettere piede per primo, dopo anni di abbandono, nella sala poligonale che oggi è l’ambiente più emblematico e più fascinoso dell’antico maniero» (Cfr. Aldo De Bernart, “La Sala Poligonale del Castello di Gallipoli” (cfr. «Nuovi
Orientamenti”, anno XIII, Gallipoli, nov.-dic. 1982, n. 77, pp. 9-12).

Quanta passione, quanto amore per un edificio che rappresenta un passato
secolare di una comunità umana. Meglio di ogni altro sono sentimenti espressi dal canto melodioso di un poeta gallipolino, Luigi Sansò, che li fissò nei seguenti versi: «Il Castello // Nella grommata sua tinta vetusta / sovra l’onde tranquille si riflette / fiero il Castello: di sua luce augusta / indora il
sole al torrion le vette. / Ogni memoria, d’almi fati onusta, / ne’ fossati è
sepolta: da vedette / fan dei secoli l’ombre: la venusta / mantiglia azzurra il
ciel sopra vi mette / come drappo di gloria. E par che dica, / come un dì,
l’ampia mole – Non si varca / l’agil ponte da quei che con nemica / mente
s’accosti. Se anche d’anni carca / risorge a un cenno in virtù mia antica / e
contro l’invasor dura s’inarca».

Oggi, finalmente, dopo più di 70 anni, rivede la luce “Il Castello di
Gallipoli”, pubblicato nel 1933 da Ettore Vernole. La nuova edizione, editata da “Il Frontespizio” di Brindisi, ha il pregio di essere stampata da una tra le
più note Stamperie italiane ed europee, la Valdonega di Verona, che nella sua storia vanta pubblicazioni importantissime, fra cui l’edizione nazionale dell’opera di Gabriele D’Annunzio in 49 tomi, stampata personalmente con il torchio a mano dal grande stampatore Giovanni Mardersteig.
Questo libro, “Il Castello di Gallipoli” del Vernole, ha un frontespizio
stupendo con il suo “calice” perfetto, stampato con due colori (rosso e nero).
In fondo al libro, altro pregio straordinario, il suo colophon, che qui riporto
integralmente: «Composto nel carattere Garamond / vesione Val, questo volume è stato impresso / dalla Stamperia Valdonega di Verona / nel mese di luglio 2008 per conto / de “Il Frontespizio” editore / di Brindisi».

Tutino e la contraddizione pragmatica delle epigrafi del suo castello baronale

di Armando Polito

Debbo anzitutto ringraziare Marco Cavalera, autore, sul tema,  del post apparso sul sito qualche giorno fa perché, prima di leggerlo, di Tutino ignoravo pure il nome.

Particolare interesse hanno suscitato in me le iscrizioni riportate e le considerazioni che farò le riguardano in modo esclusivo.

Citerò di ognuna testo e traduzione per non obbligare il lettore ad un continuo andirivieni tra il mio post e quello di Marco.

1) ALOISIUS TRANE PRIMAE PATRlAE NOMEN GAZA VERO COGNOMEN INTER PRIMOS FORTUNAE NATOS FAVENTE MINERVA AD PRlSTINAM NOBILITATEM EJIUS FAMILIAM REDUXIT IMISQUE AB INFIMIS FUNDAMENTIS EREXIT POSTERISQUE SUIS VINCULA(VIT)

(Luigi Trani dal nome della patria di origine, in verità di cognome Gaza, tra i prediletti della fortuna, col favore di Minerva riportò all’antica nobiltà la sua famiglia, lo eresse fin dalle fondamenta e lo destinò ai suoi posteri).

Giustamente è stata citata per prima, perché costituisce la targhetta di riconoscimento del manufatto. Gli ingredienti che la compongono sono quelli che usualmente si leggono in documenti del genere, ma voglio far notare la riconoscenza espressa nei confronti di due divinità pagane: Fortuna e Minerva.

2) VINCE IN BONO MALUM (Vinci il male con il bene).

Si tratta della seconda proposizione di un periodo (12, 21) della lettera di San Paolo ai Romani:

Noli vinci a malo, sed vince in bono malum (Non farti vincere dal male, ma vinci il male nel bene).

Il lettore si sarà accorto della diversa traduzione che ho dato di in bono. Molto spesso la traduzione libera non esprime compiutamente il pensiero come quella letterale che, secondo me, va adottata tutte le volte che si incorre in questo rischio. Nel nostro caso l’originario complemento di stato in luogo (in bono, nel bene) è molto più pregno di significato del complemento di mezzo (con il bene), che in latino avrebbe richiesto la presenza dell’ablativo semplice (bono e non in bono). San Paolo, insomma, esortava non a vincere il male con il bene ma (restando) nel bene, formulazione di un principio generale che privilegiava la continuità di uno stato che, al di là della sua contingente incarnazione temporale, doveva avere anche un’atemporale funzione preventiva (chi sta costantemente nel bene non avrà bisogno di combattere il male perché non esiste neppure il rischio, almeno endogeno, di esserne assalito).

3) MELIOR DIES MORTIS QUAM NATIVITATIS  (Meglio il giorno della morte che quello della nascita).

Si tratta anche qui di una citazione parziale, questa volta  di un proverbio biblico (XXI, 2):

Melius est nomen bonum quam unguenta pretiosa, et dies mortis die nativitatis (È meglio un buon nome che profumi preziosi e il giorno della morte che quello della nascita).

Credo che il motivo ispiratore sia la condanna dell’apparenza (profumi preziosi) rispetto alla sostanza (buon nome), ricalcato nella seconda parte con la contrapposizione tra la morte (tempo di bilancio consuntivo) e della nascita (tempo di bilancio preventivo).

4) CORONA SAPIENT(I)UM DIVITIE(AE) EORUM (Corona dei sapienti è la loro ricchezza).

Citazione parziale di un altro proverbio (XIV, 24): Corona sapientium, divitiae eorum; fatuitas stultorum, imprudentia (Corona dei sapienti, le loro ricchezze; degli stolti, la superficialità e l’imprudenza).

Qui sono in ballo elementi tutti spirituali, come le ricchezze dei sapienti e la superficialità e l’imprudenza degli stolti.

5) MISERICORDIA ET VERITAS CUSTODIUNT REGEM   (Misericordia e verità proteggono il regnante).

Altra citazione parziale dal proverbio XX, 28: Misericordia et veritas custodiunt regem et roboratur clementia thronus eius (La misericordia e la verità proteggono il re e il suo trono è rafforzato dalla clemenza).

6) QUID PRODEST STULTO HABERE DIVICIAS CUM SAPIENTIAM EMERE NON POSSIT (Che cosa giova allo stolto avere la ricchezza se non può comprare la sapienza?)

Si tratta della citazione, questa volta integrale, del proverbio XVII, 16.

7) VERE PRINCIPUM EST SIMULARE (Fingere è proprio dei principi).

A Luigi XI, re di Francia dal 1461 al 1483, è attribuita la frase qui nescit dissimulare, nescit regnare (chi non sa fingere, non sa regnare), della quale la nostra iscrizione sembra la sintesi e che avrebbe trovato la sua sistemazione teorica, vedendo, fra l’altro, nascere il principio della ragion di stato, ne Il Principe (1513) di Niccolò Machiavelli.

8) NON ETS (EST) CONC(S)ILIUM CONTRA DOMINUM (Non sia complotto contro il signore).

Citazione parziale del proverbio XXI, 30: Non est sapientia, non est prudentia, non est consilium contra Dominum (Non c’è sapienza, non c’è prudenza, non c’è assennatezza contro il Signore).

E qui mi dissocio dall’interpretazione di Marco, che introduce (a parte est  reso con sia come se fosse sit)  un adattamento ad personam indotto, credo, dal non aver potuto considerare il testo originale nella sua completezza, per cui il consilium diventa complotto e Dominum diventa signore.

A conclusione di questa analisi voglio fare questa riflessione che è un’immonda ma certamente rabbiosa parafrasi di Domande di un lettore operaio di Bertold Brecht (per la sinistra, il centro la destra e per tutte le possibili posizioni trasversali http://www.filosofico.net/brecht83operaio3.htm): le iscrizioni appena esaminate per un imbecille come il sottoscritto andrebbero raccolte in due gruppi: nel primo la 1 (in cui Minerva  diventa quasi un’autocelebrazione pagana della propria sapienza)  e la 7; nel secondo le rimanenti in contraddizione totale con le due del gruppo precedente, che, non a caso, pur essendo in minoranza, prevalgono per i fatti concreti cui danno vita (il palazzo, il mantenimento del potere).

E allora, ben venga qualche atto vandalico o qualche terremoto che faccia piazza pulita di queste (presunte?) vergogne? Tutt’altro! Esse vanno conservate come testimonianza delle nostre contraddizioni e miserie (soprattutto quelle legate al potere in tutte le sue forme) e lette alla luce brechtiana che, in ultima analisi (incredibile per un comunista!), coincide con l’insegnamento cristiano (non cattolico!).

Vuoi vedere che la trascuratezza in cui versano i nostri, così pomposamente definiti, beni culturali non dipende solamente da un comodo principio di priorità connesso con le ristrettezze economiche?

Tutino (Lecce). Il castello baronale dei Trane

di Marco Cavalera

Il castello di Tutino fu costruito, negli ultimi decenni del XVI secolo, su una preesistente struttura normanno-sveva (fig. 5). La struttura, che si caratterizza per la presenza – su tre lati – di un profondo fossato, è dotata di una cinta muraria alta sei/sette metri e spessa un metro e mezzo circa. La possente fortificazione – realizzata in pietre di calcare locale e “bolo” – era difesa da ben nove torri, delle quali attualmente ne sopravvivono solo cinque. Alla base è rafforzata da una scarpata e sulla sommità, in alcuni tratti meglio conservati, è visibile ancora il cammino di ronda. Le due torri situate a nord-est, prive di scarpata e di coronamento, sono state più volte oggetto di rifacimenti e rimaneggiamenti.

La costruzione del palazzo baronale comportò l’abbattimento di alcune torri e il riempimento della parte settentrionale del fossato. Un’iscrizione a grandi caratteri latini, incisa lungo la facciata rivolta su Piazza Castello, ricorda il committente di questa imponente opera difensiva, ossia il barone Luigi Gaza da Trani: ALOISIUS TRANE PRIMAE PATRlAE NOMEN GAZA VERO COGNOMEN INTER PRIMOS FORTUNAE NATOS FAVENTE MINERVA AD PRlSTINAM NOBILITATEM EJIUS FAMILIAM REDUXIT IMISQUE AB INFIMIS FUNDAMENTIS EREXIT POSTERISQUE SUIS VINCULA(VIT) (Luigi Trani dal nome della patria di origine, in verità di cognome Gaza, tra i prediletti della fortuna, col favore di Minerva riportò all’antica nobiltà la sua famiglia, lo eresse fin dalle fondamenta e lo destinò ai suoi posteri).

La facciata è stata realizzata con blocchi in carparo ed è alleggerita da eleganti finestre in pietra leccese, sulle cui architravi sono incise delle massime ancora perfettamente leggibili. Da sinistra verso destra si legge:

VINCE IN BONO MALUM (Vinci il male con il bene– (San Paolo)
MELIOR DIES MORTIS QUiM NATIVITATIS     (Meglio il giorno della morte che quello della nascita)
CORONA SAPIENT(I)UM DIVITIE(AE) EORUM (Corona dei sapienti è la loro ricchezza)

MISERICORDIA ET VERITAS CUSTODIUNT REGEM   (Misericordia e verità proteggono il regnante)
QUID PRODEST STULTO HABERE DIVICIAS CUM SAPIENTIAM EMERE NON POSSIT (Che cosa giova allo stolto avere la ricchezza se non può comprare la sapienza?)
VERE PRINCIPUM EST SIMULARE (Fingere è proprio dei principi)

NON ETS (EST) CONC(S)ILIUM CONTRA DOMINUM (Non sia complotto contro il signore).

Sul portale è ancora visibile il drago caratterizzante lo stemma di famiglia[3].

La struttura, allo stato attuale, necessita di tempestivi ed urgenti interventi di consolidamento statico e recupero funzionale.

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com

error: Contenuto protetto!