Castellaneta non è solo Rodolfo Valentino (2/2)

di Armando Polito

Il terzo concorrente vittima, si fa per dire, del fascino di Rodolfo Valentino è Ignazio Della Croce (al secolo Ignazio Danisi). -Per forza!-  dirà impietosamente il lettore dopo aver visto il suo ritratto, che riproduco dal tomo XII della compilazione di Domenico Martuscelli Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, Gervasi, Napoli, 1827.

La didascalia sintetizza tanto perfettamente la sua figura (teologo, oratore e poeta) che lascio parlare i frontespizi.

 

 

Definire intensa la sua attività di oratore sarebbe dir poco, tenendo conto della serie di sue orazioni pubblicate.

 

Il fratello minore Giovanni Giuseppe fu vescovo di Gallipoli dal 1792 al 1820. Se le date non parlassero chiaro, il solito malpensante direbbe che il vescovo non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione di dare lustro alla sua chiesa invitandolo. Invece, mi piace credere che accanto alle ragioni per così dire professionali ci furono quelle sentimentali, insomma la nostalgia di quel Salento da cui pure lui, come tanti, era stato costretto (bisogna aggiungere: potendolo fare …) ad evadere per realizzarsi.1

 

E, dopo il teologo e l’oratore, veniamo al poeta. Ignazio fu membro dell’Accademia dell’Arcadia con il nome arcadico di Dasmone Andriaco e fondatore, in seno all’Arcadia, della colonia Aletina2.

Traduco il titolo: Il ritorno in Roma  e la nostalgia di Napoli, ecloga di Dasmone Andriaco pastore arcade. Recitata nel bosco Parrasio sul Gianicolo il 10 agosto dell’anno di recuperata salvezza (d. C.) 1757.
Per il bosco Parrasio vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/10/23/gli-emblemata-di-gregorio-messere-1636-1708-di-torre-s-susanna-13/.

Anche qui traduco: Poemi di Dasmone Andriaco pastore arcade  uno dei dodici uomini del collegio dell’Arcadia e vice custode della colonia Aletina. Ora di nuovo stampati con una nuova aggiunta dopo l’edizione veneta. Per Aletina vedi la nota n. 2.                                                                                                                                                                       

Un fascicolo conservato nell’Archivio Muratori della  Biblioteca Universitaria Estense a Modena contiene alcune lettere inviate dal Della Croce a Ludovico Antonio Muratori. Di seguito il terzo foglio della prima lettera (da Napoli, 18 settembre 1741) e nel dettaglio l’ingrandimento della sua firma.

Sarebbe facile abbandonarmi ora ad amare riflessioni sul concetto di merito, sapendo benissimo che anche nella conservazione della memoria concorrono elementi imponderabili, nel doppio senso di imprevedibili ma anche in quello originario di non pesabili, non valutabili, perché, soprattutto in confronto con altri, il loro peso, cioè la loro importanza nella storia dell’umanità è quasi irrisoria. Anche oggi vuoi mettere il peso delle gesta di un attore a confronto con quello di una battaglia condotta, non solo teoricamente, da un intellettuale ? Ma, mi domando in chiusura, forse dipende dal fatto che di attori ce ne sono tanti, di intellettuali veri, anzi di uomini degni di questo nome, forse, nessuno?

E così Castellaneta è ricordata come la patria di Rodolfo Valentino e non di almeno uno dei GiovinazzI o di Ignazio della Croce. Tutto sommato le è andata bene, perché Firenze, per esempio, rischia di essere ricordata non come la patria di Dante, ma di Matteo Renzi …

 

Per la prima parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/06/22/castellaneta-non-solo-rodolfo-valentino-12

 

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1 Fu Giovanni Giuseppe a comporre l’epigrafe sulla tomba di Ignazio nella Chiesa degli Agostiniani Scalzi alias della Verità a Napoli:

EGNATI A CRUCE/DISCALCEATORUM DIVI AUGUSTINI/SACERDOTIS PIETATE DOCTRINA MODESTIA/ADMIRANDI INTER SUOS ORNATISSIMI/ELOQUENTIA VERO ET SACRARUM LITERARUM/SCIENTIA CUM PAUCIS AETATIS SUAE/COMPARANDI EAQUE GRATIA INTER/SUMMOS CONCIONATORES ET REGI/NEAPOLIT(ANI) LICEI PRIMARIOS PROFESSORES/RELATI EHEU CINERES HEIC IOANNES/IOSEPH A CRUCE EIUSDEM ORDINIS/SACERDOS GERMANUS FRATER MINOR/INCONSOLABILIS CONDI VOLUIT/ANNO AERAE CHRISTIANAE/MDCCLXXXIIII (Le ceneri, ahimè,  di Ignazio Della Croce degli Scalzi di S. Agostino sacerdote ammirevole per religiosità,dottrina, modestia, tra quelli del suo tempo veramente più dotato dieloquenza e conoscenza degli argomenti sacri, paragonabile con pochi della sua età, anche per quella grazia tra i più grandi oratori  e i primari professori del liceo napoletano, io Giovanni Giuseppe Della Croce, sacerdote dello stesso ordine, fratello germano minore,inconsolabile volli che fossero qui riposte nell’anno dell’era cristiana 1784). Anche Giuseppe fu socio della colonia Aletina con il nome arcadico di Dossofilo. Per una sua orazione pubblicata nel 1771 vedi la nota successiva.

2 Della produzione dei soci della colonia Aletina dell’Arcadia ci restano parecchie pubblicazioni  (alcune successive alla morte di Ignazio avvenuta nel 1784). Ne riporto alcune interessanti anche nonin strettio rapporto con il tema di questo post. Tutti i frontespizi recano lo stemma della colonia. Nel cartiglio superiore si legge ARCADUM COLONIA ALETHINA (Colonia Aletina degli Arcadi), in quello inferiore il motto ET CANIT ET CANDIT ( (E canta e biancheggia; quasi un gioco di parole, con riferimento letterale al cigno e non al giglio (avete mai visto un giglio che canta?), come incredibilmente si legge nel Dizionario biografico Treccani nella scheda a firma di Serena Veneziani (http://www.treccani.it/enciclopedia/ignazio-della-croce_(Dizionario-Biografico)/), il che fa concorrenza ai monaci brasiliani dei quali ho avuto già occasione di parlare qualche anno fa (http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/26/lettera-aperta-a-massimo-bray-titolare-del-mibac1/).

Visto il cigno con la zampogna, simbolo della poesia pastorale? Bene, rimane ora da chiarire Alètina (così dovrebbe essere letto correttamente), e sarà lo stesso frontespizio a farlo nel senso che la voce è una forma aggettivale,  trascrizione (attraverso un latino *alètina) del greco ἀληθινή (leggi alethiné)=veritiera. Provate a sottintendere chiesa ed avrete chiesa veritiera, che corrisponde al S. Maria della Verità che si legge nella riga successiva e che, dunque, non è altro che la traduzione di Aletina. La colonia, perciò, prese il nome da quello della chiesa napoletana.

A p. 53 c’è un sonetto di argomento sacro di Giuseppe Parini milanese P. A. In un primo momento ho credouto che l’abbreviazione dovesse essere sciolta in Padre Agostiniano e non in Pastore Arcade perché nel suo caso, ma anche in quello di altri manca la precisa indicazione, che correda i rimanenti  dell’appartenenza alla colonia Aletina, nonché il nome arcadico.  Oltretutto il Parini entrò nell’Arcadia nel 1777 con il nome arcadico di Darisbo Elidonio. È interessante, mi sono detto, l’ospitalità qui offerta ad un “estraneo” e, poiché per motivi stilistici non credo che si tratti di un imitatore per quanto abile, il fatto che questo ha consentito la conservazione di una poesia giovanile sconosciuta, almeno a me. Poi, scorrendo le pagine del testo, ho notato che l’abbreviazione P. A. ricorreva pure per altri autori per i quali era stato già specificato che si trattava di Agostiniani. Così è tornato in campo il primo scioglimento che retrodaterebbe
l’appartenenza del Parini all’Arcadia di almeno vent’anni. E che P. A. vada sciolto in Pastore Arcade lo conferma la stessa abbreviazione che compare nel terzo e quarto frontespizio di Ignazio.

Le pagine 12-27 contengono un’orazione di Giovanni Giuseppe Della Croce.

 

 

Castellaneta non è solo Rodolfo Valentino (1/2)

di Armando Polito

 

Se è comprensibile e scontato che un luogo diventi famoso (cioè, sostanzialmente, per associazione di idee, se ne parli) per aver dato i natali ad uno o più personaggi illustri, non sempre è agevole capire, soprattutto quando i candidati sono più di uno, le ragioni della scelta. Cercherò di farlo con Castellaneta, la graziosa cittadina in provincia di Taranto, famosa, come tutti sanno, per aver dato i natali a Rodolfo Valentino (1895-1926), in arte Rudy, uno dei divi internazionali del cinema muto e sex (o bisex …?) symbol dell’epoca. Basti pensare che la locuzione latin lover fu coniata proprio per lui; tutto bene, come sempre succede con l’antonomasia, finché si è in vita o, tutt’al più, per poco tempo pure dopo la morte. E così quella locuzione passò genericamente ad indicare chiunque col suo fascino di maschio (non dimentichiamo, però, il bisex precedente) riusciva a sedurre una donna dietro l’altra. Chiedo scusa per la rozzezza della definizione, perché, oltretutto, piuttosto variegata era la tipologia di  censo di questi autentici fenomeni, comprendendo tanto il multimiliardario (è la sottocategoria del playboy), quanto il muscoloso bagnino della costa romagnola, oggetto degli appetiti di bionde nordiche insoddisfatte dall’algido amante settentrionale. Ragioni culturali, climatiche, ormonali, magari interagenti fra loro? Siccome si è registrato (non so se con strumenti più seri di una semplice intervista) in questi ultimi decenni un calo spaventoso del desiderio, non mi meraviglierei che qualche estroso ricercatore universitario fosse stimolato (e sponsorizzato …) a cercarne la causa, concentrandosi, soprattutto, sul fattore culturale ed ormonale, visto che, per quanto riguarda quello climatico, il surriscaldamento del pianeta avrebbe dovuto provocare, specialmente qui in Salento, una deflagrazione di desiderio …

– Sì, ma chi sarebbero, per quanto riguarda Castellaneta, i concorrenti di Rodolfo Valentino ? – sbotterebbe a questo punto il lettore che mira al sodo. Se appartiene alla categoria degli amanti del gossip e del fatuo, assidui lettori di giornali scandalistici e di trasmissioni televisive che definire demenziali sarebbe un complimento, ha sbagliato sito e, se non vuole perdere tempo, gli conviene tornare al motore di ricerca e digitare una di quelle parole-chiave che sono la sua vita (gossip, Grande Fratello, corna, etc. etc.).

Agli altri dico subito che i concorrenti sono (anzi, sarebbero stati) tre e tutti  letterati del XVIII secolo, i primi due, addirittura, cugini, cioè Domenico Antonio e Vito Maria Giovinazzi. Mi limiterò a riportare di entrambi solo quelle notizie, paradossalmente meno note,  che sembrano gli elementi più adatti per avanzare candidature di quel tipo che poi si aggiudicherà (almeno fino ad ora …) il bel Rudy.

Domenico aiutò Johann Caspar von Goethe (1710-1782) nella stesura, direttamente in italiano, del suo resoconto del viaggio da lui compiuto in Italia alla fine degli studi. L’opera è una delle testimonianze di quella che nei secoli XVIII-XIX era una tappa obbligata della formazione dei giovani stranieri, naturalmente  di famiglia benestante, dell’epoca e che diede vita a quella vasta produzione letteraria celebrante il cosiddetto Grand tour. Il Viaggio in Italia (1740), questo è il titolo, sarà pubblicato per la prima volta nel 1932 a cura di Arturo Farinelli dalla Reale Accademia d’Italia a Roma. Domenico in casa Goethe insegnò pure l’italiano al figlio di Johann Caspar, destinato a diventare uno dei più famosi letterati tedeschi, Johann Wolfang, autore anche lui di un Italienische Reise (Viaggio in Italia) uscito in due volumi, il primo nel 1816, il secondo l’anno successivo. Ecco come Wolfang ricorda il suo maestro: Un italiano avanti negli anni e simpatico, maestro di lingua, di nome  Giovinazzi, lo aiutava in questo lavoro [la stesura del Viaggio in Italia]. Inoltre il vecchio cantava discretamente e mia madre aveva preso l’abitudine di accompagnarsi ogni giorno con lui  al pianoforte, sicché ben presto io venni a conoscere l’esistenza  di Solitario bosco ombroso, e lo imparai a memoria  prima ancora di capirne il significato.1

Nel'incisione del 1775 di Michael Wachsmuth: in alto Johann Caspar Goethe e Katharina Elisabeth Textor; in basso Johann Wolfgang
Nell’incisione del 1775 di Michael Wachsmuth: in alto Johann Caspar Goethe e Katharina Elisabeth Textor; in basso Johann Wolfgang
La famiglia Goethe (padre, madre e i figli Wolfang e Cornelia in un olio su tela del 1762 di Johann Conrad Seekatz conservato nel Goethe-Nationalmuseum, Weimar
La famiglia Goethe (padre, madre e i figli Wolfang e Cornelia) in un olio su tela del 1762 di Johann Conrad Seekatz conservato nel Goethe-Nationalmuseum, Weimar

 

Se Domenico non pubblicò nulla (il che non esclude che abbia scritto qualcosa, magari andata perduta), folto è invece l’elenco dei titoli di Vito Maria. Lascio parlare i frontespizi.


L’opera, che ebbe nello stesso anno una seconda edizione e numerose altre negli anni successivi, se fosse stato per il suo autore, non avrebbe mai visto la luce. Il merito della stampa va al papa Clemente IV e .. ad una  diatriba (non tutto il male viene per nuocere …) , che all’epoca ebbe una risonanza vastissima, tra il Giovinazzi ed i più insigni filologi romani del tempo che contestavano l’attribuzione a Livio da parte del salentino di alcune righe in latino non perfettamente cancellate in un palinsesto ebraico  che P. J. Bruns, amico di Vito Maria, stava studiando e che aveva sottoposto alla sua attenzione. Il papa nominò un’apposita commissione che sconfessò l’attribuzione a Cicerone fatta dai dotti romani e confermò senz’ombra di dubbio quella di Vito Maria, autorizzandone la pubblicazione.

Sempre di natura filologica fu una delle pochissime opere stampate volontariamente (se, a parte l’intervento di Clemente IV, amici ed ammiratori non avessero insistito in altre occasioni, ben poco ci sarebbe rimasto di lui); di seguito il frontespizio, non senza prima aver sottolineato la ritrosia del letterato a mettersi in mostra, sia pure attraverso uno scritto (razza allora rarissima, oggi estinta).

Poteva un filologo del suo calibro evitare di comporre poesie in latino, sia pure di natura encomiastica, secondo l’aspetto dominante della cultura dell’epoca? Certamente no; e lo mostra il frontespizio sottostante. Il lettore non si faccia fuorviare da Iuvenati, che è la traduzione latina di Giovinazzi.


Mi piace chiudere questa prima parte con il giudizio che su Vito Maria, all’epoca trentenne, espresse Girolamo Lagomarsini, uno dei massimi eruditi e latinisti di quegli anni, nell’edizione da lui curata delle opere dell’umanista Giulio Pogiani, dal titolo Pogiani Sunensis Epistolae et Orationes, Salomonio, Roma, v. II, 1757, p. 34: Harum litterarum exemplum debeo singulari Viti M. Giovenazzi S. J. humanitati, in quo Homine, etiaimnum Adolescente, praeter humanitatem, uti dicebam, singularem, ita summum ingenium, ac potissimum memoriae vis incredibilis,cum mirifica discendi cupiditate, et acerrima studendi contentione certat; tantumque iam multiplicis doctrinae, atque eruditionis instrumentum apparet, ut nisi qua forte rex (quod omen Superi avertant) eius Studiorum institutos cursus retardarit, nihil in ullo praeclarae Litteraturae genere tantum sit, quod non cum brevi assequuturum putent, qui sunt ipsi praeclare, ac cumulate Litterati (Debbo un esempio di questi studi letterari alla singolare umanità di Vito Maria Giovenazzi della Società di Gesù, nel quale uomo ancora giovane, oltre all’umanità, come dicevo, singolare, l’ingegno così alto e soprattutto la forza incredibile della memoria gareggiano con uno straordinario desiderio di apprendere e con un eccezionale sforzo di applicazione; e appare già un possesso tanto grande di molteplice dottrina ed erudizione che a meno  che per caso qualche evento (gli dei tengano lontana questa possibilità) ritardasse il corso prefissato dei suoi studi, non c’è nessun risultato in nessun genere di illustrissima letteratura tanto difficile che in breve non possa conseguirlo secondo il parere di coloro che sono essi stessi chiarissimamente e pienamente letterati).

(CONTINUA)

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1 Dichtung und Wahrheit, parte I, cap. I: Zeit verwendete er auf seine italiänisch verfaßte Reisebeschreibung, deren Abschrift und Redaktion er eigenhändig, heftweise, langsam und genau ausfertigte. Ein alter heiterer italiänischer Sprachmeister, Giovinazzi genannt, war ihm daran behülflich. Auch sang der Alte nicht übel, und meine Mutter mußte sich bequemen, ihn und sich selbst mit dem Klaviere täglich zu akkompagnieren; da ich denn das Solitario bosco ombroso bald kennen lernte und auswendig wußte, ehe ich es verstand.

Solitario bosco ombroso è un’ode per musica del poeta e librettista Paolo Rolli (1687-1765).

 

La Terra d’Otranto ieri e oggi (5/14: CASTELLANETA)

di Armando Polito

Il toponimo

L’umanista di Leverano Girolamo Marciano (1571-1628) nell’opera postuma Descrizione, origine e successi della provincia d’Otranto uscita la prima volta per i tipi della Stamperia dell’Iride a Napoli nel 1855 (pag. 436): Più oltre miglia tre è la città di Castellaneta, la quale nei tempi antichi si chiamava Castanea, Castanum, e Castanetum, appresso fu detta Castrum Lilium, Castrum Munitum, e finalmente, corrottosi il nome, Castellanitum, e Castellanetum. (pag. 437): Stefano, autor Greco, la chiama Castanea, così dicendo: Ἔστι καὶ Καστανία, διὰ τοῦ ι, πόλις πλησίον Τάραντος, cioè: Est et Castania per i Urbs prope Tarentum … Discacciati i Goti dalla provincia, fu di nuovo riedificata nella sua piccola forma che oggi si vede da Lilio famoso capitano di Giustiniano Imperadore, e nomata Castrum Lilium, e Castrum Munitum, e col tempo corrottosi il nome, Castellanitum e Castellanetum.

Cercherò ora di mettere un po’ di ordine in questa trattazione a prima vista piuttosto confusa. Secondo il Morciano la forma più antica è Castanea (da leggere Castànea o Castanèa?; lo vedremo dopo) trascrizione latina del Καστανία del grammatico greco Stefano di Bisanzio (fine del V secolo d. C.), autore di Ethnikà, opera dalla quale (edizione August Meinek, Reimer, Berlino, 1849, v. I, pag. 366) riporto, traduco e commento l’intera glossa: Κασταναία, [πόλις Θετταλίας.] Εὔδοξος δὲ διὰ τοῦ Θ φησί. [Λυκόφρον] “καὶ Κασταναίαν ἀκτέριστον ὲν πέτραις”. Τὸ ἐθνικνὸν Κασταναῖος. Ἔστι καὶ Καστανία διὰ τοῦ ι πόλις πλησίον Τάραντος. Τὸ ἐθνικνὸν Καστανιάτης.

Traduzione: Castanàia, [città di Tessaglia.]Eudosso invece dice (che si scrive) col Θ. [Licofrone] “e Castanàia sopraelevatissima tra le rocce”. L’etnico (è) Castanàio. C’è anche Castanìa (scritta) con la ι, città vicino Taranto. L’etnico (è) Castaniàte.

Lasciando da parte la città della Tessaglia, Morciano rende, dunque, con il latino Castanea il greco Καστανία. Ritorno sul problema dell’accento di Castanea che avevo lasciato in sospeso dicendo che, se dovessimo rispettare l’accento greco, dovremmo leggere Castanèa (da un più fedele, rispetto all’originale greco, Castanìa), se quello latino Castànea (da Castània), come succede per l’italiano filosofia che segue l’accento dell’originale greco (φιλοσοφία) e non della sua trascrizione latina (philosòphia).

Qualunque sia l’accento, la parola in questione potrebbe essere connessa con il nome comune κασταναία (leggi castanàia) che significa castagna e ci potrebbe essere l’allusione, tanto per la città greca quanto per la nostra, ad un bosco di castagni. Il Morciano non lo dice espressamente ma non credo sia casuale il fatto che abbia messo insieme Castanea, Castanum e Castanetum1, ben separati dai successivi, anche in senso cronologico, Castrum Lilium, Castrum Munitum, Castellanitum e Castellanetum.

Soffermerò ora la mia attenzione su questo secondo gruppo. Messo da parte il presunto bosco di castagni, qui il protagonista è diventato Lilio il cui ricordo nel toponimo sembra sbiadire col passare del tempo: prima Castrum Lilium (Fortezza Lilio), poi Castrum Munitum (Fortezza ben dotata) e poi, sostituito castrum con il suo diminutivo castellum, Castellanitum e Castellanetum.

Il primo gruppo comporterebbe un’origine greca forse antica del toponimo, il secondo un’origine latina e più recente e, anche se Castrum Lilium venne realmente costruita sulle rovine di Castanea, il Cast– in comune, per quanto ho detto, sarebbe assolutamente casuale.

Ai toponimi tramandatici dal Morciano e quale probabile padre di Castellaneta va aggiunto il Castrum Aneti attestato in Guglielmo Apulo (XI-XII secolo), Gesta Roberti Wiscardi, III, 673-678:

Non sine militibus multis petit ipse Tarentum;/protinus obsessum terraque marique recepit./Hinc positis castris Castellum victor Aneti/obsidet. Inde Petrum comitem miserabilis angit/anxietas, quia visa duci fortuna favere/est inimica sibi, pacem veniamque requirit./Dux per legatos, quos miserat ille, relegat,/ut sibi cum Trano Castellum donet Aneti;/ni dabit ista, frui non pace merebitur eius.

(Non senza molti soldati egli  [Roberto il Guiscardo] marcia alla volta di Taranto; subito la riconquista dopo averla assediata per mare e per terra. Qui il vincitore, posto l’accampamento, assedia il Castello di Aneto. Poi una miserevole ansia tormenta il conte Pietro [Pietro II] e poiché sembra che la fortuna, a lui ostile, arrida al duca, chiede la pace e il perdono. Il duca tramite gli ambasciatori che gli aveva mandato gli ordina di donargli con Trani  il Castello di Aneto; se non glieli darà non meriterà di godere della sua pace)

Quest’ultima testimonianza complica ulteriormente le cose perché se Aneto è da intendersi come nome comune (è irrilevante il fatto che nel codice compaia con l’iniziale maiuscola e che in latino aneto sia anethum, dal greco ἄνηθον?), vale a dire quello dell’essenza vegetale simile al finocchio, Castellaneta potrebbe essere in connessione con la sua abbondanza in loco, almeno nel passato.

Pacichelli (A, pag. 164)

Pacichelli (C, anno 1686 e 1687)

Ubbidisce Acquaviva al Prencipe Mari Genovese, padrone anche della terra di Gioia, pocomen che infelice, e della città di Castellaneta, feconda di manna, pece, incenso, olivi et altri doni di natura, mal però fabricata.

Di buon’ora, dopo dodeci miglia, mi raffrescai alla Regal Cavallerizza in Avignone e in casa del marchese di Sant’Eramo Caracciolo, regalato di vino e frutta da Don Gioseppe, suo cappellano. Per altre 18 la sera all’occhio di Castellaneta, città del Principe di Acquaviva, con infelici fabriche quasi alle falde di un colle.

immagine tratta ed adattata da Google Maps
immagine tratta ed adattata da Google Maps
immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Paese_vecchio.jpg
immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Paese_vecchio.jpg

1   Duomo/Cattedrale o Chiesa di S. Nicola (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Cattedrale-cast.jpg)

2 Palazzo del Vescovo (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Palazzo_Vescovile.jpg)

3 Palazzo del Barone (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Palazzo_Baronale.jpg)

 

4  S. Chiara/via V. Emanuele 115-117 (mappa/immagine tratta ed adattata da Google Maps)

Chi avrebbe immaginato (tantomeno le dirette interessate…) che il ricordo della presenza delle Clarisse qui sarebbe stato offuscato dal Museo dedicato a Rodolfo Valentino (1895-1926)? Sull’argomento: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/11/rodolfo-valentino-e-s-chiara/

 

5   S. Domenico (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Chiesa_S._Domenico.jpg)

 

9   Cappuccini/S. Francesco (mappa/immagine tratta ed adattata da Google Maps)

 

10    S. Michele (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Chiesa_S._Michele.jpg)

 

11  S. Maria del pesco/S. Maria del pesco o Maria Santissima Assunta o Santa Maria della Luce (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Chiesa_dell%27Assunta.jpg)

 

12    Madonna del soccorso/Madonna dell’aiuto (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Chiesa_Madonna_dell%27Aiuto.jpg)

 

Nell’ordine: (dalla mappa) gli stemmi delle famiglie De Mari e Doria; Carlo I De Mari (1624-1697) aveva sposato nel 1653 Geronima Doria e nel 1666 aveva acquistato Castellaneta che alla sua morte passerà al figlio Carlo II; (da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Castellaneta-Stemma.png) lo stemma attuale.

(CONTINUA)

Prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/19/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-114-presentazione/

Seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/23/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-214-alessano/

Terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/05/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-314-brindisi/

Quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/09/la-terra-dotranto-ieri-414-carpignano/

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1 Il lettore avrà notato che il Morciano non cita le fonti da cui ha probabilmente tratto i toponimi. Scoprirlo è impresa ardua e posso dire solo che Castanetum ricorre nel Chronicon breve Northmannicum de rebus in Iapygia et Apulia gestis in Graecos (1041-1085) di ignoto autore  (cito dall’edizione del Muratori tratta da un codice, probabilmente degli inizi del XVI secolo, dell’archivio della curia vescovile di Nardò, nella Patrologia del Migne serie II tomo CXLIX, 1853, colonne 1085 e 1086 ):

Anno 1064. Robertus comes cepit Materam in mense Aprili; et mense Junio Goffridus comes comprehendit Castanetum. Et mense Septembri mortuus est Malgerus comes, et deinde mortuus est in Tarento Guilielmus comes eius. Anno 1067. Mabrica cum exercitu magno Graecorum fugavit Northmannos, et iterum intravit Brundisium, et Tarentum. Postea ascendit super Castanetum, et recepit eam.

(Nell’anno 1064 il conte Roberto prese Matera nel mese di aprile; e nel mese di giugno il conte Goffredo prese Castaneto. E nel mese di settembre morì il conte Malgero e poi morì in Taranto il suo conte Guglielmo. Nell’anno 1067 Mabrica con un grande esercito di greci mise in fuga i Normanni e di nuovo entrò in Brindisi e Taranto. Poi salì su Castaneto e la riconquistò).

Anno 1080. Robertus dux intravit iterum Tarentum, et Castanetum.

(Nell’anno 1080 il duca Roberto entrò di nuovo in Taranto e Castaneto).

Rodolfo Valentino e S. Chiara

di Armando Polito

immagine tratta ed adattata da Google Maps
immagine tratta ed adattata da Google Maps

 

Avrei potuto dare un altro titolo a questo post, per esempio: Il sacro e il profano oppure Il diavolo e l’acqua santa. Appartendo, però, anch’io alla schiera infinita dei peccatori, ho ceduto alla tentazione di poter avere qualche lettore in più con un accostamento che potrà apparire addirittura sacrilego per chi ancora crede nei miti, umani o religiosi che siano …

Continuando sul gioco dei contrasti, propongo dopo l’immagine di testa, che è in tutta evidenza recente, un’altra risalente al 1703.

È la mappa di Castellaneta che Giambattista Pacichelli (1634-1695), storico romano, inserì ne Il Regno di Napoli in prospettiva, opera in tre volumi1 uscita postuma a Napoli per i tipi di Perrino nel 17031. L’ho tratta direttamente dal secondo volume in cui l’abate romano presenta, oltre a Castellaneta, altri centri di Terra d’Otranto, corredandone per alcuni la trattazione con  le relative mappe. Siccome al peggio non c’è mai limite, avverto i lettori che ad essi ho dedicato un lavoro che, se il responsabile del sito sarà generoso nei miei confronti come fino ad ora è sempre stato, sottoporrò prossimamente, a puntate, a coloro che vorranno continuare a privilegiarmi della loro lettura. Gli amici di Castellaneta, perciò, oggi non se la prendano più di tanto: ritornerò a parlare della loro meravigliosa cittadina e, sparata la cartuccia a pallettoni (!), il prossimo colpo sarà a salve …

So che gli appassionati di queste cose (e gli amici di Castellaneta sono, per evidenti motivi logistici, favoriti) si precipiteranno, se non l’hanno già fatto, ad operare il raffronto con lo stato attuale dei luoghi. Non voglio frenare gli entusiasmi ma, per quel poco che ho capito studiando le altre mappe (e non solo del Pacichelli), sono giunto alla conclusione (e il discorso vale soprattutto per il nostro abate) che esse sono un misto tra mappe “attuali” e mappe storiche, nel senso che ho l’impressione (e restringo il discorso alla nostra) che essa non rappresenti fedelmente lo stato dei luoghi qual era alla fine del XVIII secolo, ma costituisca l’adattamento, l’elaborazione e forse solo l’aggiornamento parziale di una carta più antica. Si tenga conto, poi, che neppure nelle mappe più fedeli o presunte tali la rappresentazione dei dettagli (per esempio, del profilo delle fabbriche) rispecchia le forme reali, anche perché la loro rappresentazione (case e chiese in primis) sembra seguire stereotipi convenzionali. A ciò si aggiungano pure le trasformazioni che inevitabilmente i luoghi hanno subito in più di tre secoli (basti pensare al criminale sventramento dei centri storici massicciamente perpetrato a partire dal secolo XIX e continuato per buona parte di quello appena trascorso) e ci si renderà conto che ogni ricostruzione storico-topografica inevitabilmente presenterà, più di qualsiasi altra, difficoltà, ombre e dubbi.

Tutto questo, però, non condiziona minimamente, anzi facilita le riflessioni che seguono.

È aperto da tempo il dibattito circa il dovere di preservare per noi ma ancor più per coloro che verranno ciò che rimane (ed è immenso) del già immenso patrimonio culturale che abbiamo avuto la fortuna di ereditare e si pone il problema di dare una valenza di rientro economico ai notevoli investimenti che l’intervento protettivo (Pompei docet) richiede. Le proposte (ahimè, solo quelle …) non mancano e ce ne sono di tutti i tipi: dalle valide alle bizzarre, dalle utopistiche alle demenziali.

In assenza di un piano sistematico si vivacchia con iniziative isolate che talora (raramente, perché non è facile conciliare interessi diversi) riscuotono apprezzamento incondizionato, più spesso suscitano, nel migliore dei casi, perplessità di vario genere.

Lascio al lettore giudicare il nostro caso, cioè la decisione di utilizzare la fabbrica dell’ex convento delle Clarisse come sede del museo dedicato a Rodolfo Valentino. La mia opinione sui miti di ogni tipo l’ho già espressa, dunque non mi scandalizzo affatto sulla nuova destinazione d’uso, tanto più che essa dovrebbe garantire almeno l’ordinaria manutenzione di una fabbrica destinata, come tante altre, ad un degrado esiziale.

Non mi scandalizza neppure più di tanto che la gigantografia di Rodolfo si contrapponga, sia pure per fini pubblicitari contingenti, all’immagine della Madonna (o della Santa?; non cambia nulla di nulla) nella nicchia in alto; in fondo, l’appartenenza a due sfere diverse (la terrena e la divina) risulta rispettata (l’icona umana al piano terra, la divina al piano elevato che già le apparteneva e dal quale fortunatamente non è stata sfrattata …), anche se malignamente debbo riconoscere che un Rodolfo collocato in alto avrebbe avuto un impatto visivo drasticamente inferiore.

Mi scandalizzerei, però, se una nuova destinazione d’uso, magari fra un secolo, dovesse servirsi dell’ex convento delle Clarisse, poi Museo Valentiniano, per ospitare una tappa dell’Erotica tour o di qualche manifestazione consimile della nostra miseria. Mi consola solo il fatto che, per motivi naturali, scandalizzarmi sarà impossibile perché, oltretutto, la volontà muore con noi.

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1 Leggibili e scaricabili rispettivamente da

http://books.google.it/books?id=sFRTAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:Z4HnoiVoGbYC&hl=it&sa=X&ei=Z1snUtHmGe6h7AaU1oCACQ&ved=0CEEQ6AEwAg#v=onepage&q&f=false

http://books.google.it/books?id=ulRTAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:Z4HnoiVoGbYC&hl=it&sa=X&ei=Z1snUtHmGe6h7AaU1oCACQ&ved=0CDUQ6AEwAA#v=onepage&q&f=false

http://books.google.it/books?id=wVRTAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:Z4HnoiVoGbYC&hl=it&sa=X&ei=Z1snUtHmGe6h7AaU1oCACQ&ved=0CDsQ6AEwAQ#v=onepage&q&f=false

 

Musei diocesani pugliesi scrigni di ricchezze

museo-gallipoli-248

di Giuseppe Massari

Nel panorama culturale pugliese ci sono delle testimonianze e delle realtà che non si può fare a meno di visitare. Tra i tanti doni naturali che la Puglia possiede, e che ha gratuitamente ricevuto in dono,  ci sono quelli costruiti da mani esperte ed umane. Sono immagini sacre, quadri, sculture di santi, reliquiari, paramenti ed arredi sacri. Un corredo enorme che costruisce e ricostruisce la storia della Chiesa pugliese. Che fa da cornice e da sfondo ad una storia scritta, ma non sufficientemente conosciuta. Un bagaglio culturale di enorme spessore, interesse e bellezza attraverso il quale si sono cimentati pittori e artisti di fama mondiale, ripercorrendo in lungo e in largo la sacralità, la spiritualità, la fede della nostra regione.

Questi ricchi contenitori di arte ed espressività, intonati e sintonizzati con le corde del cuore, sono i molteplici musei diocesani sparsi dal nord al sud della Puglia.

Ma in realtà quanti sono? In una prima ricostruzione, fatta alcuni anni fa, dalla Commissione per la cultura della Conferenza episcopale pugliese,  e sfociata in una pubblicazione che ha visto la luce circa cinque anni fa,  “Guida dei Musei diocesani di Puglia”, essi assomano ad un numero pari a 17. Va detto subito che sono fra i più importanti e i più ricchi per contenuti di oggetti espositivi. A questo elenco vanno aggiunti quelli definiti ecclesiatici, cioè sempre di proprietà della Chiesa, ma più, per quanto riguarda la gestione, di natura privata o privatistica.

Tutti, comunque, in ugual misura, contribuiscono ad integrare il già vasto patrimonio architettonico delle nostre chiese romaniche, gotiche e barocche.

Tutti questi cimeli, uniti indissolubilmente alle storie di ogni singola cattedrale o chiesa locale, sono il miglior viatico, il migliore mezzo per portare la Puglia oltre i suoi limitrofi e lontani confini. Essi svolgono una funzione turistica di indubbio valore, se è vero, come è vero, che la sete del sapere e del conoscere non può non passare attraverso le bellezze che racchiudono il sacro, il divino, il trascendente, il culto, la fede, la tradizione, la specificità di un messaggio autentico e non artefatto, in mezzo al confusionismo moderno o della modernizzazione dissacrante, blasfema ed iconoclasta.

Nell’economia di questi tesori viventi vanno aggiunti i cassetti della memoria spolverata o impolverata degli Archivi. Altre miniere di ricchezza di documenti, di racconti particolari, curiosi, metodici, puntuali dello svolgimento della vita della Chiesa, con gli atti ufficiali dei molteplici vescovi che hanno abitato le sedi episcopali. La vita dei Capitoli cattedrale. Le particolarità raccontate dei vari personaggi storici, che hanno contribuito a scrivere ogni fetta e parte di storia locale. Forse, con l’eccezione e la dovuta distinzione, però, va evidenziato come i musei, per la loro capacità di farsi guardare e ammirare sono mete ambite da molti.

Gli archivi, sono luoghi di studio, riservati a pochi, a cultori, ad appassionati di ricerche, e, quindi, meno esposti ai visitatori occasionali e di passaggio. Ma gli uni e gli altri non differiscono dall’ essere punti centrali d’incontro e di partenza per lo studio di ogni realtà particolare. Gli uni e gli altri insieme per assolvere a quella funzione di supporto propagandistico e promozionale del nostro territorio.

Non potendo elencare tutti i tesori contenuti nelle strutture museali diocesane, quanto meno, ci è sembrato opportuno, riportare, grazie all’ausilio di un recente studio, elaborato attraverso una Tesi di Licenza in Museologia, curata dal giovane Giorgio Gasparre e discussa presso il Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, presso la Città del Vaticano, nell’Anno accademico 2004 – 2005, l’elenco aggiornato di tutti i musei che insistono nelle varie diocesi pugliesi.

 

 

Provincia di Lecce

Ÿ         Museo Diocesano d’ arte sacra dell’ Arcidiocesi di Lecce: Comune: Lecce- Diocesi: Lecce- Sede: Palazzo del seminario, piazza Duomo- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, a pagamento.

Ÿ         Museo Diocesano di Otranto: Comune: Otranto- Diocesi: Otranto- Sede: palazzo Lopez, piazza della Basilica- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Chiuso per restauro. 

Ÿ         Museo Diocesano di Gallipoli: Comune: Gallipoli- Diocesi: Nardò-Gallipoli- Sede: ex Seminario Vescovile- Tipologia: archeologico, artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto a pagamento. 

Ÿ         Museo Diocesano di Ugento: Comune: Ugento- Diocesi: Ugento- Santa Maria di Leuca- Sede: Palazzo del Seminario- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- In progettazione.

 

Provincia di Brindisi

Ÿ         Museo Diocesano “Giovanni Tarantini”: Comune: Brindisi- Diocesi: Brindisi- Ostuni- Sede: chiostro del Palazzo del Seminario- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- In allestimento. 

Ÿ         Museo Diocesano di Oria: Comune: Oria- Diocesi: Oria- Sede: Palazzo Vescovile- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto a richiesta. 

 

Provincia di Taranto

Ÿ         Museo Diocesano di Taranto: Comune: Taranto- Diocesi: Taranto- Sede: ex Seminario Vescovile- Tipologia: artistico, arte sacra-Proprietà: diocesano. Prossima apertura.

Ÿ         Museo Diocesano di Castellaneta: Comune: Castellaneta- Diocesi: Castellaneta- Sede: ex Seminario Vescovile- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- In progettazione.

Provincia di Bari

Ÿ         Museo Diocesano della Basilica Cattedrale di Bari: Comune: Bari- Diocesi: Bari- Bitonto- Sede: Arcivescovado- Tipologia: archeologico, artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, gratuito.

Ÿ         Museo Diocesano: Pinacoteca Mons. A. Marena e Lapidario romanico: Comune: Bitonto- Diocesi: Bari- Bitonto- Sede: Palazzo Vescovile- Tipologia: archeologico, artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, gratuito.

Ÿ         Museo Capitolare della Cattedrale di Gravina di Puglia: Comune: Gravina di Puglia- Diocesi: Altamura- Gravina- Acquaviva delle Fonti- Sede: Seminario Vecchio- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: Capitolo della Cattedrale di Gravina di Puglia- Aperto, offerta libera.

Ÿ         Museo Diocesano della Cattedrale di Altamura: Comune: Altamura- Diocesi: Altamura- Gravina- Acquaviva delle Fonti- Sede: Matronei della Cattedrale- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- In progettazione.

Ÿ         Museo Diocesano di Monopoli: Comune: Monopoli- Diocesi: Conversano- Monopoli- Sede: Ex Seminario- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, a pagamento.

Ÿ         Museo Diocesano di Bisceglie: Comune: Bisceglie- Diocesi: Trani- Barletta- Bisceglie- Sede: Palazzo Vescovile- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Chiuso per restauro.

Provincia di Barletta- Andria- Trani

Ÿ         Museo Diocesano di Trani: Comune: Trani- Diocesi: Trani- Barletta- Bisceglie- Sede: piazza Duomo- Tipologia: archeologico, artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Chiuso.

 

Provincia di Foggia

Ÿ         Museo Diocesano di Foggia: Comune: Foggia- Diocesi: Foggia- Bovino- Sede: Chiesa dell’ Annunciata- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Chiuso per restauro.

Ÿ         Museo Diocesano di Bovino: Comune: Bovino- Diocesi: Foggia- Bovino- Sede: Castello di Bovino- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, gratuito.

Ÿ         Museo Diocesano di San Severo: Comune: San Severo- Diocesi: San Severo- Sede: ambiente ipogeo di via vico freddo- Tipologia: archeologico, artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, gratuito.

Ÿ         Museo Diocesano di Lucera: Comune: Lucera- Diocesi: Lucera- Troia- Sede: Episcopio- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, a pagamento.

Ÿ         Museo Diocesano del tesoro della Cattedrale di Troia: Comune: Troia- Diocesi: Lucera- Troia- Tipologia: artistico- arte sacra- Proprietà: diocesano- Chiuso per restauro.

Le foto a corredo di questo articolo riprendono alcuni dei beni esposti nel Museo Diocesano di Gallipoli

Musei diocesani pugliesi scrigni di ricchezze

 

 

di Giuseppe Massari

Nel panorama culturale pugliese ci sono delle testimonianze e delle realtà che non si può fare a meno di visitare. Tra i tanti doni naturali che la Puglia possiede, e che ha gratuitamente ricevuto in dono,  ci sono quelli costruiti da mani esperte ed umane. Sono immagini sacre, quadri, sculture di santi, reliquiari, paramenti ed arredi sacri. Un corredo enorme che costruisce e ricostruisce la storia della Chiesa pugliese. Che fa da cornice e da sfondo ad una storia scritta, ma non sufficientemente conosciuta. Un bagaglio culturale di enorme spessore, interesse e bellezza attraverso il quale si sono cimentati pittori e artisti di fama mondiale, ripercorrendo in lungo e in largo la sacralità, la spiritualità, la fede della nostra regione.

Questi ricchi contenitori di arte ed espressività, intonati e sintonizzati con le corde del cuore, sono i molteplici musei diocesani sparsi dal nord al sud della Puglia.

Ma in realtà quanti sono? In una prima ricostruzione, fatta alcuni anni fa, dalla Commissione per la cultura della Conferenza episcopale pugliese,  e sfociata in una pubblicazione che ha visto la luce circa cinque anni fa,  “Guida dei Musei diocesani di Puglia”, essi assomano ad un numero pari a 17. Va detto subito che sono fra i più importanti e i più ricchi per contenuti di oggetti espositivi. A questo elenco vanno aggiunti quelli definiti ecclesiatici, cioè sempre di proprietà della Chiesa, ma più, per quanto riguarda la gestione, di natura privata o privatistica.

Tutti, comunque, in ugual misura, contribuiscono ad integrare il già vasto patrimonio architettonico delle nostre chiese romaniche, gotiche e barocche.

Tutti questi cimeli, uniti indissolubilmente alle storie di ogni singola cattedrale o chiesa locale, sono il miglior viatico, il migliore mezzo per portare la Puglia oltre i suoi limitrofi e lontani confini. Essi svolgono una funzione turistica di indubbio valore, se è vero, come è vero, che la sete del sapere e del conoscere non può non passare attraverso le bellezze che racchiudono il sacro, il divino, il trascendente, il culto, la fede, la tradizione, la specificità di un messaggio autentico e non artefatto, in mezzo al confusionismo moderno o della modernizzazione dissacrante, blasfema ed iconoclasta.

Nell’economia di questi tesori viventi vanno aggiunti i cassetti della memoria spolverata o impolverata degli Archivi. Altre miniere di ricchezza di documenti, di racconti particolari, curiosi, metodici, puntuali dello svolgimento della vita della Chiesa, con gli atti ufficiali dei molteplici vescovi che hanno abitato le sedi episcopali. La vita dei Capitoli cattedrale. Le particolarità raccontate dei vari personaggi storici, che hanno contribuito a scrivere ogni fetta e parte di storia locale. Forse, con l’eccezione e la dovuta distinzione, però, va evidenziato come i musei, per la loro capacità di farsi guardare e ammirare sono mete ambite da molti.

Gli archivi, sono luoghi di studio, riservati a pochi, a cultori, ad appassionati di ricerche, e, quindi, meno esposti ai visitatori occasionali e di passaggio. Ma gli uni e gli altri non differiscono dall’ essere punti centrali d’incontro e di partenza per lo studio di ogni realtà particolare. Gli uni e gli altri insieme per assolvere a quella funzione di supporto propagandistico e promozionale del nostro territorio.

Non potendo elencare tutti i tesori contenuti nelle strutture museali diocesane, quanto meno, ci è sembrato opportuno, riportare, grazie all’ausilio di un recente studio, elaborato attraverso una Tesi di Licenza in Museologia, curata dal giovane Giorgio Gasparre e discussa presso il Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, presso la Città del Vaticano, nell’Anno accademico 2004 – 2005, l’elenco aggiornato di tutti i musei che insistono nelle varie diocesi pugliesi.

 

 

Provincia di Lecce

Ÿ         Museo Diocesano d’ arte sacra dell’ Arcidiocesi di Lecce: Comune: Lecce- Diocesi: Lecce- Sede: Palazzo del seminario, piazza Duomo- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, a pagamento.

Ÿ         Museo Diocesano di Otranto: Comune: Otranto- Diocesi: Otranto- Sede: palazzo Lopez, piazza della Basilica- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Chiuso per restauro. 

Ÿ         Museo Diocesano di Gallipoli: Comune: Gallipoli- Diocesi: Nardò-Gallipoli- Sede: ex Seminario Vescovile- Tipologia: archeologico, artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto a pagamento. 

Ÿ         Museo Diocesano di Ugento: Comune: Ugento- Diocesi: Ugento- Santa Maria di Leuca- Sede: Palazzo del Seminario- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- In progettazione.

 

Provincia di Brindisi

Ÿ         Museo Diocesano “Giovanni Tarantini”: Comune: Brindisi- Diocesi: Brindisi- Ostuni- Sede: chiostro del Palazzo del Seminario- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- In allestimento. 

Ÿ         Museo Diocesano di Oria: Comune: Oria- Diocesi: Oria- Sede: Palazzo Vescovile- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto a richiesta. 

 

Provincia di Taranto

Ÿ         Museo Diocesano di Taranto: Comune: Taranto- Diocesi: Taranto- Sede: ex Seminario Vescovile- Tipologia: artistico, arte sacra-Proprietà: diocesano. Prossima apertura.

Ÿ         Museo Diocesano di Castellaneta: Comune: Castellaneta- Diocesi: Castellaneta- Sede: ex Seminario Vescovile- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- In progettazione.

Provincia di Bari

Ÿ         Museo Diocesano della Basilica Cattedrale di Bari: Comune: Bari- Diocesi: Bari- Bitonto- Sede: Arcivescovado- Tipologia: archeologico, artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, gratuito.

Ÿ         Museo Diocesano: Pinacoteca Mons. A. Marena e Lapidario romanico: Comune: Bitonto- Diocesi: Bari- Bitonto- Sede: Palazzo Vescovile- Tipologia: archeologico, artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, gratuito.

Ÿ         Museo Capitolare della Cattedrale di Gravina di Puglia: Comune: Gravina di Puglia- Diocesi: Altamura- Gravina- Acquaviva delle Fonti- Sede: Seminario Vecchio- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: Capitolo della Cattedrale di Gravina di Puglia- Aperto, offerta libera.

Ÿ         Museo Diocesano della Cattedrale di Altamura: Comune: Altamura- Diocesi: Altamura- Gravina- Acquaviva delle Fonti- Sede: Matronei della Cattedrale- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- In progettazione.

Ÿ         Museo Diocesano di Monopoli: Comune: Monopoli- Diocesi: Conversano- Monopoli- Sede: Ex Seminario- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, a pagamento.

Ÿ         Museo Diocesano di Bisceglie: Comune: Bisceglie- Diocesi: Trani- Barletta- Bisceglie- Sede: Palazzo Vescovile- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Chiuso per restauro.

Provincia di Barletta- Andria- Trani

Ÿ         Museo Diocesano di Trani: Comune: Trani- Diocesi: Trani- Barletta- Bisceglie- Sede: piazza Duomo- Tipologia: archeologico, artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Chiuso.

 

Provincia di Foggia

Ÿ         Museo Diocesano di Foggia: Comune: Foggia- Diocesi: Foggia- Bovino- Sede: Chiesa dell’ Annunciata- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Chiuso per restauro.

Ÿ         Museo Diocesano di Bovino: Comune: Bovino- Diocesi: Foggia- Bovino- Sede: Castello di Bovino- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, gratuito.

Ÿ         Museo Diocesano di San Severo: Comune: San Severo- Diocesi: San Severo- Sede: ambiente ipogeo di via vico freddo- Tipologia: archeologico, artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, gratuito.

Ÿ         Museo Diocesano di Lucera: Comune: Lucera- Diocesi: Lucera- Troia- Sede: Episcopio- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, a pagamento.

Ÿ         Museo Diocesano del tesoro della Cattedrale di Troia: Comune: Troia- Diocesi: Lucera- Troia- Tipologia: artistico- arte sacra- Proprietà: diocesano- Chiuso per restauro.

Le foto a corredo di questo articolo riprendono alcuni dei beni esposti nel Museo Diocesano di Gallipoli

Salento terra di santità. I Servi di Dio di Carpignano, Casarano, Castellaneta, Castrì, Ceglie, Cisternino e Copertino

di fra Angelo de Padova

 

Fra Francesco da Carpignano, pio, osservante delle Sante leggi, caritatevole, obbediente, devotissimo all’Immacolata. Morto il 1°marzo 1645. Frate minore.

Fra Gaetano di San Francesco da Casarano, distintosi per le virtù dell’obbedienza, povertà e carità. Morto a Oria il 10 agosto 1785. Frate minore.

Fra Bartolomeo da Castellaneta, morto l’11 settembre 1652. Ottimo predicatore e devotissimo alla Madonna del Carmelo. Frate minore.

Suor Cherubina Perrone di Castellaneta morta nel 1682. Morta con l’odore soave della santità.

Fra Primaldo Marulli da Castrì: rifulse per la carità e la regolare osservanza. Morto il 16 febbraio 1854. Frate minore.

Venerabile F. Angelo Vitale da Ceglie,  nato il 26 novembre del 1595; morì

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

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